Racconto/Le creme
di Selene Contadini
Sono al supermercato davanti alla corsia dei tubetti delle creme per le mani. Leggo le etichette: antirughe, idratante. Ci sono barattolini di ogni colore e sono ordinati in modo perfetto sulla scansia. Gli oggetti sistemati con ordine mi hanno sempre dato un senso di quiete.
Mi piace anche mettere a posto gli oggetti e poi riguardarli.
Mi guardo le mani e penso. Dovrei curare più queste mani e ne compro una per tipo, così mio figlio quando mi prenderà la mano non dirà più: – Che pelle secca, mamma -.
Sono una parrucchiera e le mie mani sono rovinate dalle tinte dei capelli.
Passa un anno da quel giorno al supermercato.
Da allora ho dovuto smettere per via dell’allergia. Ma le mie mani allora non avevano segreti. Erano la prova di ciò che facevo. Di allora è rimasta solo la secchezza che nasce dall’acqua.
L’acqua non perdona perché penetra e a lungo andare stravolge anche le la pelle più morbida.
Poi, dopo il lavoro al negozio non era finita. C’erano i lavori di casa. I panni da lavare, i piatti da lavare. Il ritmo e la frequenza con cui continuavo ad immergere le mani nell’acqua non diminuivano, anzi crescevano.
Il ritmo aumentava e la sera non era un momento di riposo.
L’acqua era la mia persecuzione e nello stesso tempo ne ero assuefatta. La odiavo e la cercavo. Usavo litri e litri di acqua per il mio lavoro. Bevevo tre litri di acqua al giorno. Facevo tre lavatrici al giorno. Stavo sotto la doccia per mezzora ogni sera. Compravo fiori freschi ogni giorno per riempire i miei dieci vasi e mi pareva sempre che l’acqua puzzasse e la cambiavo due volte al giorno. Pagavo enormi bollette di acqua. Mi piaceva andare al mare e spesso pensavo che nonostante fossi un’ottima nuotatrice sarei morta annegata, sovrastata da un’onda forte.
Fui felice quando mi diagnosticarono l’allergia. Forse le mie mani avrebbero potuto tornare belle come una volta.
Ma ci volle molto tempo. L’inverno mi aiutò perché potevo nasconderle con i guanti. In primavera, in estate, in autunno evitavo che qualcuno me le toccasse.
Se dovevo dare la mano fingevo che qualcosa mi cadesse a terra e mi abbassavo per raccogliere, niente.
Il tempo e la pazienza mi aiutarono e le mie mani guarirono e cessai di vergognarmi di esse.
Incontrai un uomo che con fare galante mi incantò, quando mi prese la mano e me la baciò. Non era più un gesto usuale da parte degli uomini.
Se prima di allora, in passato, avevo cura dei capelli degli altri, ora trovai un immenso piacere ad avere cura del mio corpo, in particolare delle mani e dei piedi e cercai lavoro in un negozio di profumeria fino a quando non lo trovai.
Davo consigli a chiunque entrasse e, le mie, sembravano le raccomandazioni di una madre preoccupata.
Mi accanivo e mi arrabbiavo con fare affettuoso con i clienti che presentavano mani arse e ruvide. Qualcuno se ne andava senza raccogliere le mie raccomandazioni. Un fallimento estremo si impadroniva di me perché non ero stata abbastanza chiara e convincente.
Erano in pericolo e prima se ne fossero accorti, meglio sarebbe stato per loro. Altrimenti le corse e l’affanno per curarle quando fosse stato troppo tardi li avrebbe distrutti.
Io ero stata fortunata a riuscire a salvarle. Per loro forse non sarebbe andata così.
- Sbrigatevi, sbrigatevi e incominciate da subito a prendervi cura di esse –
- Poi sarete più felici -.
Urlavo loro con il pensiero, sempre più forte, sempre più forte. E quando, ormai lontani, non potevano più sentirmi, allora il tono del mio pensiero si abbassava, fino a diventare calmo e più lento. Una sorta di rassegnazione s’impadroniva di me e non potevo fare altro che continuare il mio lavoro e aspettare qualcun altro da salvare.
Poesia/Vacanze al mare
di Roberto Sapucci
Strade sconosciute
piene di auto e di corpi
Una casa nuova, cento angoli da scoprire
L’ orizzonte perso
nell’assenza di una bussola.
Baciare un sogno
in un attimo
che nessuno possa rubare.
Fuggire subito per tornare
all’unica boa, in questo oceano
di colori e suoni,
che profumano di fiori di tiglio
e di sale.
Poesia/Terra di confine
di Roberto Sapucci
Tra sogno e veglia
osservo nella notte con le dita
la pelle illuminata da ombre digitali liquide.
Baricentri incatenati
nel silenzio pieno di note.
Respiri di vento.
Nell’alba ti vedo
luce
distinguo mare e cielo,
ma non riconosco alcun confine
tra il nostro blu e il nostro azzurro.
Poesia/Placebo
di Roberto Sapucci
Spezzo una compressa
affidando alla mezzaluna
l’attesa di un cielo scuro.
Non voglio rotolare pensieri
tra lenzuola in lotta.
Lasciami prosciugare il capo,
spegnimi gli occhi,
adesso.
Urgenza di sonno abissale,
ma è solo placebo
per la mia voglia di esistenza.
Racconto/Che fine hanno fatto i merli?
di stefano venturini
“Dove è papà?”, chiesi a mia madre.
“In giardino”, rispose lei.
Mi avvicinai alla porta e lo vidi, dritto e immobile, con le gambe divaricate e una mano dietro la schiena. Sembrava che sfidasse la luna, in maglietta e mutande.
“Non vuole rientrare”, disse mia madre. “Non vuole venire a dormire”.
Restammo in silenzio, e nell’oscurità della notte lo sentimmo fumare.
Uscii in giardino, affondando i piedi nudi nell’erba secca dell’estate, e mi misi al suo fianco. Lui fece un tiro profondo, e sparpagliò come scintille un po’ di cenere nell’aria. Si schiarì la gola.
Disse: “Vorrei che questa notte non passasse”.
Dissi: “Ma passerà, lo sai”.
Disse: “Vorrei non saperlo”.
Era stato l’ultimo giorno di vacanza, e mio padre di tornare a lavorare, a sessantasette anni, non ne aveva proprio voglia. Faceva il commercialista. Voleva chiudere con lo studio. Trent’anni di lavoro sono più che sufficienti, diceva lui, per rischiare l’infarto.
Era stato agitato tutto il giorno. Quando si era alzato, la prima cosa che aveva detto era stata: “È l’ultimo giorno”. Si era appoggiato allo schienale del letto, e aveva chiamato mia madre per chiederle di portargli la colazione. Aveva mangiato nel letto, poi si era messo a fumare.
“Ti ho detto mille volte di non fumare qui”, gli aveva detto lei, quando aveva sentito la puzza di fumo.
“È l’ultimo giorno”, aveva risposto lui con una vena d’angoscia nella voce.
Se ne era stato in poltrona tutto il giorno. A volte con la televisione accesa, altre volte spenta. Quando era spenta, appoggiava il fazzoletto sulla spalla, pronto a schiacciare le mosche fastidiose. Io me ne stavo in camera e leggevo e, nel silenzio della casa, sentivo lo schiocco del fazzoletto sulle sue gambe.
A pranzo non aveva spiccicato una parola.
“Che hai?”, gli aveva chiesto mia madre.
Lui non le aveva risposto; neanche l’aveva sentita.
A cena la stessa cosa. Aveva mangiato e bevuto il vino in silenzio. Io lo guardavo. Era la prima volta che lo vedevo così giù di corda. Ero abituato alle sue battute e al suo spirito. Sapevo che il lavoro lo stressava, lo vedevo tutti i giorni, però non mollava mai. Ora, tutto d’un tratto, era ridotto uno straccio. Come se le vacanze non fossero servite a niente. I suoi occhi erano spenti, assenti; avevo l’impressione che avesse abbandonato il suo corpo, che ora era un contenitore vuoto. Sembrava che mangiasse solo per sopravvivere.
“Ti piace il vino?”, gli chiesi.
“È lo stesso”, rispose lui senza guardarmi.
Mio padre venerava il vino. Sceglieva sempre con cura le etichette che comprava. A tavola, celebrava il primo bicchiere di ogni pasto con piccole ritualità: stappava la bottiglia, annusava il tappo di sughero ad occhi chiusi, e poi, tutto compiaciuto, versava, e con un tovagliolo asciugava dal collo le gocce residue. Io ero incantato dalla sua eleganza. Ascoltavo lo stillare morbido del vino nel bicchiere e attendevo che mio padre lo bevesse e lo giudicasse. Quel giorno però aveva fatto stappare la bottiglia a mia madre, e poi aveva bevuto il primo bicchiere come fosse acqua sporca.
“Che hai? Ci dobbiamo preoccupare?”, gli dissi.
Non rispose.
“Non è mica la fine del mondo, eh”, si intromise mia madre.
Mio padre la guardò e disse:
“Per me, sì”.
Si alzò da tavola, si accese una sigaretta e uscì in giardino. Si mise a fumare sotto il ciliegio, dandoci le spalle. Tirava boccate nervose, che si confondevano con il tremolio delle foglie, agitate dal vento caldo di fine estate.
Quando rientrai quella notte, come ho detto, lui era ancora lì. Si era solo spostato: dal ciliegio, al pruno.
“Ti mancano solo tre anni alla pensione”, gli dissi. “Non puoi mollare ora”.
“Se penso a domani mi viene da piangere”.
“Dai, dobbiamo andare a dormire. È l’una passata. Non puoi stare qui tutta la notte”.
“Dì a tua madre che mi fumo un’altra sigaretta”.
Per un attimo, la fiamma dell’accendino rischiarò la sua faccia: aveva gli occhi lucidi, come se avesse pianto. Poi tornò il buio e non lo vidi più.
Poco dopo, l’anatra uscì dal cespuglio. Ce l’aveva portata mia zia. Mio cugino l’aveva vinta al Luna Park. L’avevamo tenuta in giardino ed era grande e bianchissima, ora che si era fatta adulta. All’inizio si spaventava per ogni cosa; ora si sentiva di casa. Non ci temeva più, e si avvicinava se imitavamo i suoi versi. La trattavamo come fosse un cane. Ci passò davanti e si diresse verso la vaschetta dell’acqua. Camminava lenta e borbottava tra sé. Bevve, e si mise a battere le ali allungando il collo. Poi ci ripassò davanti, come se noi non ci fossimo. Io sorrisi e guardai mio padre: aveva la testa piegata, e guardava la luna.
Durante la notte mi svegliai. C’era silenzio. Mi venne in mente mio padre, e volli controllare se era venuto a letto. Mi alzai, infilai le ciabatte e attraversai il corridoio facendo piano. Aprii lentamente la porta della camera dei miei; non vedevo niente, era troppo buio. Accesi la luce in corridoio e la luce filtrò nella stanza attraverso la piccola fessura che avevo lasciato. Sopra le lenzuola, riconobbi la sagoma di mia madre. Dormiva a pancia in su, con le braccia distese lungo i fianchi e la bocca aperta; respirando, la gola emetteva un rantolo breve, seguito da un fischio sottile che usciva dal naso. Mio padre non c’era.
Scesi le scale piano piano. La luce in soggiorno era accesa. Senza finire la rampa, mi allungai per vedere. Era seduto in poltrona. Mi dava le spalle. Vedevo solo la sua testa pelata, e i pochi capelli che aveva l’attraversavano come striscioline di liquirizia. Stava fumando. Teneva il braccio alzato e il gomito sul bracciolo. Tra le dita, la sigaretta si consumava lentamente: la striscia di cenere si piegava, e il fumo saliva e si allargava in una spirale grigia, fino a dissolversi. Pensai che si fosse addormentato, ma poi mosse il braccio e buttò la cenere nel posacenere. Tossicchiò.
Mi sedetti sullo scalino e incrociai le braccia, appoggiandole sulle ginocchia. Mio padre spense la sigaretta e si tirò in avanti. Ai suoi piedi c’era Rocky, il cane. Aveva quattordici anni. Zoppicava ed era cieco da un occhio, che era bianco come una palla da biliardo. Mio padre lo accarezzò sulla testa.
“Siamo vecchi”, disse.
Si appoggiò di nuovo allo schienale della poltrona e allungò le gambe, incrociando i piedi. Fece per prendere il telecomando, poi guardò in sù, verso l’orologio appeso al muro: erano quasi le tre. Sfilò una sigaretta dal pacchetto sul tavolino e l’accese. L’odore mi colpì, acuto.
Il mattino seguente feci colazione da solo.
“Ha dormito?”, chiesi a mia madre, che sbriciolava il pane in una ciotola di mais.
“È venuto a letto, ma non ha chiuso occhio. Si è sdraiato e ha fumato. Non mi ha lasciato più dormire. Voleva che stessi sveglia con lui”.
“E non gli hai detto nulla per il fumo?”
“Che gli dovevo dire. In quel momento volevo solo dormire”.
“Cosa ti ha detto?”
“Per un po’ è stato zitto. Guardava davanti a sé, senza dire una parola. Era immobile, distante. Se non fosse stato perché ogni tanto tirava, mi pareva una mummia. Non batteva neanche ciglio. Poi, tra una sigaretta e l’altra, mi ha detto: “Sono vecchio. Non ho più le forze. Non so cosa fare. Non ce la faccio a ricominciare, questa volta””.
“E tu?”
“Io l’ho lasciato parlare un po’. Poi ho usato le solite frasi, sai: “Ma no, vedrai che è solo un momento. Passerà. Fra una settimana ne riparliamo”. Così”.
“E lui?”
“Ha borbottato qualcosa e si è acceso un’altra sigaretta. Allora mi sono alzata, sono venuta giù e gli ho preparato una camomilla. Gliel’ho portata a letto bella calda. “Tieni”, gli ho detto. “Ti calmerà un po’”. “Fammi un caffè. Non la bevo la camomilla”, mi ha risposto lui. “Guarda che con il caffè è peggio. Ti devi rilassare”, gli ho detto io. “Fammi un caffè, dai. Da brava”. Siamo scesi giù a berlo. Ci siamo messi davanti alla televisione, alle quattro e mezza del mattino. Tuo padre ha scanalato un po’. Poi si è fermato su un programma che trasmetteva la Tosca, in cui cantava Pavarotti. Abbiamo visto un atto intero. Ogni tanto alzava il volume e io gli dicevo: “Abbassa, che c’è tuo figlio che dorme”. Lui non mi badava. Agitava le braccia come un direttore d’orchestra. Ero contenta perché sembrava che si fosse ripreso. Poi ha spento. “Mi ha stufato”, ha detto. “E poi non è che mi risolva il problema””.
“Prima che venisse su a dormire, era in soggiorno che parlava con Rocky”, dissi.
“Non l’ho mai visto così giù”.
Mio padre è sempre stato un uomo allegro, pronto a dispensare consigli utili su come prendere la vita. Un gran lavoratore, e la sua professione è una delle più pesanti che conosca. Devi aggiornarti in continuazione, sorbirti tutti i problemi dei clienti, rispondere a mille domande ogni giorno; non c’è un attimo di pace. È una vita di puro stress. Eppure, lui ha retto per trent’anni.
“Mi sa che si è rotto qualcosa”, dissi. “Hai sentito, no? Ripete che è vecchio. Che non ha voglia di lavorare. Che gli mancano le energie di una volta”.
“Così, tutto d’un tratto?”, chiese mia madre.
“Può essere. Uno accumula stress tutta la vita, e poi un bel giorno esplode”.
Mandai giù l’ultima fetta biscottata e bevvi un sorso di tè caldo. Mi alzai dal tavolo e presi le chiavi dell’auto da sopra il frigorifero.
Mia madre uscì in giardino con la ciotola in mano e la posò nell’erba. Aveva mischiato pane e mais fino a farli diventare una poltiglia giallastra.
“Ciccia, Ciccia”, si mise a dire. “Vieni che c’è la pappa. Ciccia”.
L’anatra sbucò dallo stesso cespuglio della sera prima; marciò in un apparente equilibrio precario, come fanno i bambini quando imparano a camminare, allungò la testa e borbottò qualcosa. Mia madre l’accarezzò sul collo lungo e bianco, e poi rientrò.
“Non ha nemmeno voluto fare colazione”, disse, chiudendo la porta alle sue spalle. Si lavò le mani sporche di mais nel lavandino.
“A che ora è uscito?”, le chiesi.
“Saranno state le sette. Si è alzato, ha indossato i primi vestiti che ha trovato e se n’è andato senza salutare. “Non fai nemmeno colazione?”, gli ho chiesto. “Prendo solo un caffè al bar”, mi ha risposto lui”.
Sopra il lavello c’erano i due posacenere: quello del soggiorno e quello usato in camera da letto. Due montagne di sigarette alte come l’Everest: alcune finite, altre lasciate a metà. Mia madre rovesciò tutto nella pattumiera.
“Guarda qui”, disse. “Dimmi se un uomo deve vivere così”.
Quando arrivai in studio, mio padre era seduto sulla sedia girevole, davanti alla sua scrivania, sprofondato nello schienale di morbida pelle nera. Stava fumando.
“Ciao”, dissi io.
“Ciao”, disse lui con un filo di voce, alzando gli occhi solo per un attimo.
Aveva aperto le finestre della sua stanza e si era seduto. Il resto dello studio era al buio e silenzioso. Aprii tutte le ante e feci entrare il sole. La linea telefonica era ancora in modalità fax. Premetti il tastino e riattivai il telefono. Per terra c’erano i fogli che il fax aveva sputato durante l’estate. Ce n’erano una montagna sparsi dappertutto.
“Hai visto quanta roba è arrivata?”, gli chiesi.
“Mi vien da star male”.
Raccolsi i fogli e diedi un’occhiata veloce. C’erano molte pubblicità: nuovi cellulari, nuove tariffe, corsi di aggiornamento professionale. Poi gli immancabili fogli presenza dei dipendenti dei clienti, qualche avviso bonario, e varie cartacce spedite dall’Agenzia delle Entrate. Misi tutto sulla mia scrivania. Attaccai la spina della macchinetta del caffé e l’accesi.
“Vuoi un caffé?”, chiesi a mio padre.
Non mi rispose.
“Te lo fai un caffé?”, gli chiesi di nuovo.
“Sì, dai”, rispose lui dopo un po’.
La voce gli uscì floscia, tanto che per un attimo sembrò quasi sgonfiarsi l’aria.
Ne preparai due. Mi sedetti davanti a lui e gli porsi il bicchierino di plastica bianco.
“È già zuccherato”, gli dissi.
“Grazie”, fece lui.
Si staccò dallo schienale della poltrona con un po’ di fatica e allungò la mano. Prese il caffè e mischiò lo zucchero con la paletta trasparente. Poi la picchiettò due o tre volte sul bordo del bicchiere e bevve in un solo sorso.
“Come stai?”, gli chiesi.
Tirò fuori dai pantaloni un fazzoletto bianco tutto stropicciato e si pulì la bocca.
“Male”, rispose.
Rimise il fazzoletto in tasca.
“È solo perché è il primo giorno”, dissi.
“Non lo so. Non mi sono mai sentito così”.
“Così come?”
Si prese un’impercettibile pausa di riflessione.
“Così vecchio”.
Bevvi un sorso di caffè. Pensai a cosa dire. Era strano vederlo così; non sapevo come prenderlo.
“Forse la stai facendo un po’ troppo dura”, gli dissi.
Una frase di circostanza, lo sapevo bene: troppo generica per essergli d’aiuto. Ma fu la prima cosa mi venne in mente.
“Vedremo te, a sessantasette anni”.
Percepii irritazione nella sua risposta. Comprensibile: non aveva bisogno di stupide frasi fatte.
Appoggiò i gomiti sulla scrivania e incrociò le braccia. Per un po’ guardò fuori dalla finestra, gettando uno sguardo qua e là nel giardino. Il nostro studio si trovava al piano terra di una piccola villa su due piani. Pagavamo l’affitto ai padroni di sopra. Durante l’estate, e fino agli inizi di ottobre, i merli saltellavano nell’erba in cerca di qualcosa da mangiare. Quella mattina lui si accorse che non ce n’era nessuno.
“Che fine hanno fatto tutti?”, si chiese.
“Tu cosa conti di fare?”, gli chiesi io.
Alzò le spalle.
“Non lo so. C’è qualcosa che posso fare?”
Bevvi l’ultimo goccio di caffè.
“Magari andare in pensione”.
“Non me la danno”, rispose. “Fino a settant’anni non me la danno”.
“Nemmeno se anticipi tutti i contributi che ti restano da versare?”
“Posso anche farlo, ma fino a che non avrò compiuto i settant’anni non vedrò un soldo”.
Guardai per un momento lo zucchero sciolto in fondo al mio bicchiere. Lo spostai con la paletta. Cercai di pensare qualcosa. Sbuffai.
“Vabbé, vado a lavorare”, dissi.
“Li vedi tutti quei libri?”, mi chiese mio padre, puntando l’indice alle mie spalle. “Contali”.
Dietro di me, lungo la parete, c’erano due librerie, una accanto all’altra, con quattro ripiani ciascuna: erano piene di libri, vecchi e nuovi.
“Avanti. Ad alta voce”, mi disse.
“Questo lavoro ti è costato fatica, lo so”.
“Contali”, mi disse di nuovo.
Mi avvicinai alle mensole. Diedi uno scorcio agli anni d’imposta di ciascuno dei libri. I più vecchi, legati insieme ad articoli di giornale sbiaditi con elastici induriti dal tempo, portavano l’anno 1980. Per ogni anno c’era una sfila di pubblicazioni: le novità della Finanziaria del governo, le sentenze tributarie della Cassazione e così via. Poi c’erano gli spaventosi volumi dell’IVA e delle imposte sui redditi: enormi ammassi di pagine sottili, scritte a caratteri minuscoli, piene di numeri, leggi e commenti. Guardai mio padre e sorrisi. Lui fece di sì con la testa e disse:
“Forza”.
Iniziai a contare.
“Uno, due, tre…”
Le due biblioteche erano chiuse da ante di vetro. Mentre contavo, il mio sguardo cadde sul riflesso di mio padre: stava di nuovo guardando in giardino. Continuai a contare ma, distratto, abbassai il tono della voce senza rendermene conto. Lui si girò verso di me e a quel punto avevo perso il conto.
“… Quarantatré, quarantaquattro, quarantacinque…”, finsi di proseguire.
Sembrava che si rilassasse a sentire quella sfilza di numeri; come se quella quantità evocasse in lui il ricordo di quando, da giovane, tutti quei libri li divorava. Per avere una preparazione adeguata devi metterci la schiena, diceva sempre. È stata la prima cosa che mi disse quando venni a lavorare in studio. Ed era la prima cosa che faceva osservare a tutti quelli che assumeva. Se rimani indietro, non sopravvivi in questo lavoro. La preparazione viene prima di ogni cosa.
Ora che sentiva di essere stanco, che le energie e la voglia di continuare non erano più le stesse, era come se avvertisse la necessità di celebrare il suo passato, gli sforzi e i sacrifici compiuti.
“… settantasette, settantotto, settantanove…”
“Sono duecentonovantasei. Li ho contati prima”, disse a quel punto mio padre. “Poi ce ne sono altri naturalmente, ancora più vecchi. Ma quelli io e tua madre li abbiamo chiusi in scatoloni di cartone che abbiamo sistemato da qualche parte in cantina. Chiedi a lei quanto ci abbiamo messo”.
Mio padre andava molto fiero di quello che aveva realizzato nella vita. Era il terzo figlio di una famiglia di quattro fratelli e due sorelle. Di tutti, lui era l’unico che si era distinto per aver studiato. Non era nato per fare lavori manuali, ma per usare la testa. La decisione più importante la prese a ridosso dei quarant’anni. Aveva lasciato il lavoro da impiegato, in un’azienda molto importante: si era dimesso perché l’ambiente non lo stimolava, e perché stare alle dipendenze di qualcun altro lo soffocava. Voleva fare il libero professionista. Aveva un diploma di ragioneria, così si iscrisse all’Università di Giurisprudenza. Nel frattempo, però, dovendo sostenere la nostra famiglia, trovò un altro lavoro impiegatizio. E così, per sei lunghi anni, lavorò e studiò.
Io ero piccolo per comprendere il sacrificio che stava facendo. Ricordo solo che, dopo cena, si sedeva al tavolo in soggiorno e leggeva dei libroni enormi, e che, con una penna stilografica, ogni tanto sottolineava e poi scriveva qualcosa su un quadernone rosso.
Una notte mi svegliai e vidi la luce dell’abajour nella camera dei miei. Sentii che mia madre brontolava, e che poi disse: “Dai, adesso basta. Metti giù quel libro. Devi riposare”. “Non posso”, aveva risposto mio padre preoccupato. “Da brava, su, vai a farmi un caffé”. Lei si alzò, e in ciabatte andò in cucina. Io rimasi sveglio, avvolto nelle lenzuola, ad ascoltare. La casa, nel cuore della notte, si riempì del rumore metallico dei cucchiaini, del tinnio delle tazzine, del suono morbido e vaporoso della fiamma sul fornello, e, infine, del borbottio bollente del caffé. Quando mia madre tornò in camera, sentii che appoggiò il vassoio sul comodino, che chiuse il libro, che attraversò la stanza, che si distese sul letto e spense la luce.
Il giorno che mio padre si laureò, ricordo che entrò in casa e con un sorrisone esclamò:
“Ce l’ho fatta!”
Io non capivo a che cosa si riferisse, ma mia madre lo abbracciava visibilmente emozionata, e per quello ero felice anche io.
Gli erano rimasti solo due scogli per diventare commercialista: i tre anni di pratica in uno studio professionale e l’esame di Stato.
Continuò a lavorare come impiegato, e nel tempo che gli rimaneva, dopo la giornata di lavoro, faceva presenza nello studio del commercialista che lo aveva preso in carico. Passò altri tre anni molto duri, di studio e di lavoro.
L’esame di Stato fu la prova più difficile.
Tuttora è soprannominato l’esame “stanga”: è molto selettivo, e passano davvero i migliori. E mio padre fu tra quelli, naturalmente; al primo tentativo. Alcuni giorni dopo, uscì un articolo di poche righe sul giornale locale, che mio padre ritagliò e che conserva ancora oggi nel portafoglio: ce l’aveva fatta solo il diciannove per cento. C’era l’elenco dei promossi, in rigoroso ordine alfabetico; il suo nome era scritto nell’ultima riga e prima del punto.
Mio padre non accennava a reagire, nemmeno dopo una settimana di lavoro. Si faceva passare solo le telefonate necessarie, quelle dei clienti importanti. Per tutti gli altri non c’era. Ogni volta che squillava il telefono gli saliva il nervoso e bestemmiava. Beveva e fumava in continuazione. Aveva accumulato una montagna di carte sulla sua scrivania, ma non se ne curava. Ci dava un’occhiata e poi le piantava lì.
Gli portai una lettera dell’Agenzia delle Entrate che contestava una dichiarazione dei redditi vecchia di tre anni. Prese dal cassetto la lente di ingrandimento. Mio padre era miope e portava gli occhiali. Con il passare degli anni, però, faticava sempre più a leggere da vicino. Così, una sera, mia madre tirò fuori da un vecchio scatolone una lente di ingrandimento.
“Usa questa”, gli disse.
“E da dove salta fuori?”
“Era di mio padre. L’ha usata in questura, durante gli ultimi anni di servizio. Mi sono ricordata che l’avevo messa insieme alle altre cianfrusaglie della mia famiglia”.
Mio padre la prese in mano e la studiò per un po’.
“Ha la lente sbeccata”, osservò.
“Sì. Ho visto. Si sarà rotta sotto il peso di tutto quello che c’è nello scatolone”.
Mio padre se l’avvicinò all’occhio e poi l’allontanò. Due o tre volte. Si piegò sul giornale e provò a guardarci attraverso.
“Sembra funzionare”, disse.
“Certo che funziona!”, rispose mia madre.
Non si è più separato da quella lente. La custodiva gelosamente nel cassetto della sua scrivania, in ufficio, e la tirava fuori ogni volta che doveva leggere, anche quando non era necessario perché i caratteri erano belli grandi. Avevo come l’impressione che per lui fosse diventata un feticcio, un oggetto dotato di potere magico di cui non potesse fare a meno. È un classico di ogni professionista, del resto, avere un inventario di totem: la sigaretta, il caffé, la penna stilografica e guai a scrivere con un’altra, la cravatta e così via.
Con quella lente analizzava ogni cosa, come se vedesse tutto sotto una luce diversa. Quella mattina non fece eccezioni: diede una scorsa veloce al foglio, passando più volte la lente su e giù, come fosse ai raggi X. Si fermò in mezzo alla pagina, e lì ci restò per qualche secondo, muovendo gli occhi da sinistra a destra.
“Chissenefrega”, disse dopo un po’.
“Cioè?”
“Cioè chissenefrega. Abbiamo trenta giorni di tempo per rispondere. E ora non ho voglia di metterci la testa”.
“Facendo così, stai accumulando un sacco di carte. Da qualche parte devi pur iniziare. Devi reagire”.
Appoggiò piano piano la lente sulla scrivania, incrociò le braccia e guardò fuori dalla finestra.
Quel piccolo rettangolo d’aria, tra lui e il giardino, sembrava diventata la sua unica via di fuga. Ogni volta che ci guardava attraverso, avevo come l’idea che nella sua testa elaborasse un piano d’evasione; che pianificasse nei minimi dettagli quello che doveva fare per scappare senza lasciare tracce.
Poi, con la voce più triste che avessi mai sentito, disse:
“Non so cosa mi stia succedendo”.
Sembrò quasi mancargli il fiato, sul finire della frase.
“Non possiamo rimanere indietro, lo sai. Non possiamo permettercelo”.
Lui annuì, senza guardarmi, e si accarezzò la barba rossiccia con le dita.
“Mi fai un caffé, per piacere?”, mi chiese.
“Un altro? Ne hai bevuti troppi oggi”.
“Uno solo. Poi prendo una di queste cartacce e vedo che cosa riesco a combinare”.
Per qualche secondo ci guardammo: sapevo che non lo avrebbe fatto, glielo leggevo negli occhi.
“E va bene”, dissi. “Ma è l’ultimo”.
Andai nella mia stanza. Presi un bicchierino, una cialda, e azionai la macchinetta del caffé. Agitai una bustina di zucchero e ne strappai un angolino. Poi sentii uno strano verso. Interruppi l’erogazione e tornai di là.
Mio padre stava in piedi davanti alla finestra spalancata, con in bocca una specie di trombetta. La teneva con tutte e due le mani e ci soffiava dentro ad intervalli regolari. Emetteva un suono stridulo, come un richiamo. Rimasi a bocca aperta sulla soglia della porta. Incredulo, gli chiesi che cosa stesse facendo. Lui sobbalzò e si girò di scatto.
“Ah! Sei tu”, disse.
“Già”.
“Scusa, è che io… lo vedi questo?”
Mi mostrò l’oggetto che teneva in mano.
“Sì?”
“È un richiamo per i merli”, disse.
Sorrisi, e subito dopo scoppiai a ridere.
“Ma sei scemo?”, gli dissi.
Sorrise anche lui.
“No. Perché?”
“Non so. Ti sembra normale stare alla finestra soffiando dentro quel coso?”
“È un richiamo per i merli, te l’ho detto”.
“E da quando ne hai uno?”
“Me l’ha dato Giovanni”.
“Giovanni? Il figlio della perpetua?”
“Il figlio della perpetua. Ieri sera, prima di rientrare a casa, sono passato da lui. È un cacciatore, no? Ho pensato che poteva sapere qualcosa sui merli. Non ti sei accorto che non se ne vedono più in questo giardino?”
“Dio, no. Non ci ho fatto caso”.
“Io sì. Così gli ho chiesto perché, e lui mi ha risposto che non lo sapeva, che forse hanno trovato un luogo migliore per nidificare. Poi mi ha dato questo richiamo e mi ha fatto vedere come si usa. Magari riesci a vederne qualcuno, mi ha detto”.
“E funziona?”
“Non mi sembra”.
In quel momento provai per lui una forte tenerezza: mi avvicinai, e gli chiesi di farmi vedere come usarlo.
“Devi prenderlo così, vedi? Poi ci soffi dentro, ma non troppo forte”.
“Fammi provare”.
Impugnai la trombetta con entrambe le mani, guardai mio padre, e ci soffiai dentro. Ne uscì uno stridolio sordo.
“Non ci siamo”, disse lui. “A Giovanni usciva un suono diverso, me l’ha fatto sentire bene”.
Riprovai. Come prima.
“Da’ qui”, disse lui.
Ci provò due o tre volte. Il suo suono era più pulito del mio.
“Che dici?”, mi chiese.
“Non lo so. Io non vedo arrivare nessun merlo”.
Soffiò di nuovo. E poi di nuovo ancora. Ora facevamo a turno, e nessuno dei due voleva smettere.
Il telefono squillò molte volte, ma mio padre non voleva che andassi a rispondere.
“Lascia perdere”, mi diceva. “Non è importante”.
Restammo lì a fischiare all’aria, nella speranza che qualcosa accadesse, come per magia. Non arrivava nessun merlo, naturalmente, ma dopo un po’ era come se non ci importasse più: come se non fosse più quello il punto. Volevamo solo continuare a crederlo possibile, e questo ci bastava.
Guardai mio padre prima che soffiasse un’altra volta: aveva uno spicchio di sole che gli attraversava la guancia. Sorrise. Sorrisi anch’io.
Passò un po’ di tempo, poi mio padre si convinse ad andare da un medico, sotto la pressione di mia madre. La situazione non migliorava: era sempre stanco perché non dormiva, e aveva tutta l’aria di essere sull’orlo di una crisi di nervi.
Ogni sera mia madre ci provava, con la camomilla.
“Bevila, che è bella calda”, gli diceva.
Ma non aveva nessuna effetto su di lui: passava la notte seduto nel letto a fumare e a lamentarsi, con mia madre che dormiva ad intermittenza.
Una volta, in studio, scoppiò quasi a piangere. Mi sentii un po’ a disagio, provando un certo imbarazzo, perché non l’avevo mai visto così. Lo vidi in enorme difficoltà: senza via d’uscita e privo delle energie necessarie per reagire.
“Sto male. Mi viene da piangere”, ripeteva.
Aveva gli occhi lucidissimi, la faccia stanca e lo sguardo abbattuto. Indossava gli stessi vestiti da giorni, la barba era trascurata, e le unghie delle mani erano lunghe. Troppo lunghe. Mia madre lo sgridava, gli diceva che doveva darsi almeno un contegno, ma non c’era verso. Era completamente inghiottito dal suo mondo di nebbia.
Fumava tantissimo, ad un ritmo insostenibile. Ovunque andasse teneva una sigaretta fra le dita: avrei sentito l’odore di nicotina della sua pelle da un chilometro di distanza.
Oltre al fumo, c’era il caffé. Se ne faceva in continuazione, in studio. Uno dietro l’altro, anche a distanza di pochi minuti.
“Non puoi continuare a farti tutti questi caffé, e a fumare come stai facendo. Rischi l’infarto. Credo che sia l’ultima cosa che ci serva”, gli feci notare un pomeriggio, un po’ seccato.
“Guarda che mica li bevo tutti”, mi rispose.
E in fondo era vero. A volte si bagnava solo le labbra. L’aroma e il sapore gli erano diventati del tutto indifferenti: ciò che contava era perdere tempo e tenere lontani la scrivania e il lavoro.
I bicchierini non li buttava subito. Li sistemava lungo il perimetro del lavandino del bagno. Alla fine della giornata era quasi inutilizzabile. C’erano bicchierini ovunque: alcuni vuoti, altri pieni come se non fossero stati toccati, ma la maggior parte aveva il fondo del caffé mischiato allo zucchero sciolto, e la cenere delle sigarette sulle pareti appiccicose. Sembrava la scacchiera di una dama impazzita. Poi, verso sera, prima di chiudere lo studio, mio padre buttava tutto nel sacchetto della spazzatura che teneva nella vasca, e risciacquava il lavandino. I suoi gesti erano lenti, assenti, quasi meccanici. Ogni volta mi chiedevo a che cosa pensasse, ma non mi andava di disturbarlo. Non in quel momento, che sembrava il più intimo di tutta la giornata.
Non si curava più di niente, ormai. Non lo vedevo più sorridere. Era come una lampadina sottoposta a continui cali di tensione: illumina sempre meno, fino a che si spegne del tutto con un sordo crac.
“Domani ti porto dal medico”, disse mia madre a cena, spezzando il silenzio.
Mio padre la guardò con occhi tristi. Girò il cucchiaio nella minestra ormai fredda, e non disse una parola.
“Ti darà qualcosa, almeno per farti dormire”, continuò lei.
A quel punto, gli occhi di mio padre girarono su di me. Dovetti fare un certo sforzo per reggere quello sguardo di traverso, bagnato da lacrime nascoste. Contrassi le dita dei piedi nelle ciabatte morbide.
“Mi ascolti? Guarda che lo dico per il tuo bene”.
Girò anche la testa, appena appena; socchiuse le labbra, e le strinse forti l’una contro l’altra.
Volevo dire che la mamma aveva ragione, che doveva farsi prescrivere una cura, ma mi bloccai.
Stava aprendo la bocca. Poi, un piccolo sussurro passò tra i suoi denti stretti:
“Mi dispiace”.
“Allora, come è andata?”, chiesi a mia madre.
“Il dottore l’ha visitato e sta bene. L’ha trovato solo un po’ depresso”.
“Un po’?”
“Sì, e ha detto che è normale ad una certa età. È un insieme di cose. L’andropausa, l’ipertensione, lo stress. Sono cose frequenti passati i sessanta”.
“Adesso lui dov’è?”
“È andato da Giovanni, a restituire quel coso che fischia”.
“Il richiamo”.
Mia madre teneva in mano un sacchetto della farmacia. Da come era tirato, pareva avere un certo peso.
“Quelle sono le medicine che gli ha prescritto il medico?”, le chiesi.
“Sì. Deve prenderle tutte e tutti i giorni”.
Non so perché in quel momento non fui curioso di sapere quali medicinali fossero e non indagai oltre. Mia madre appoggiò il sacchetto sulla cassapanca in cucina, e indossò il grembiule per preparare la cena.
A tavola, non chiesi nulla della visita a mio padre. Lo stato in cui versava lo addolorava profondamente: il suo orgoglio era ferito. E lo capivo. Era stato un uomo forte, sempre capace di reagire alle difficoltà. Nella vita aveva affrontato tutto con grande sicurezza, credendo soprattutto in sé stesso. Era stato un uomo molto positivo. Non voleva che ci si fasciasse la testa prima del dovuto; non voleva che si pensasse sempre in negativo. Mi aveva spronato, soprattutto all’università, a fare mille esperienza diverse. Buttati, mi diceva. Fallo ora che puoi. Viaggia. Vai a studiare all’estero. Ascolta il mio consiglio. Era pieno di entusiasmo e di energia.
Ora che sentiva le sue sicurezze vacillare, che vedeva affievolirsi la luce sotto la quale aveva guardato il mondo fino a quel momento, si sgonfiava e si afflosciava come un palloncino. Mi figuravo spesso la strana scena di mio padre che, seduto alla sua scrivania, cerca di alzarsi per raggiungere la finestra spalancata. Quando ci prova, la sua voce inizia a contare, e i suoi libri, prima ordinati sulle sue mensole, ora si ammucchiano pesanti sulle sue gambe. La sua sigaretta, abbandonata nel posacenere, si accende da sola e brucia l’ossigeno. Mio padre arranca, spaventato, in balia del se stesso. Si divincola. Boccheggia. Soffoca. Mentre la voce che esce dalla sua bocca si fa roca e poi stride in un’eco senza fine. Un ultimo sguardo, e le ante si chiudono d’un tratto nel buio dei suoi occhi. La fine. Poi, un’improvvisa boccata di aria lo riporta alla luce. Di nuovo vivo. E così daccapo, all’infinito.
Improvvisamente io dovevo essere protetto da tutto. Qualsiasi cosa decidessi di fare, lui era contrario o titubante. Si preoccupava del singolo dettaglio. Non andare forte in macchina, torna presto, chiama quando sei arrivato. Oppure: perché prendi l’aereo? Non è il periodo buono questo, con tutti gli attentati che ci sono. Il treno? Con questo freddo? Se si ghiacciano le rotaie è pericoloso. Maledetta nebbia! Vai piano. Accendi i fari e stai attento.
La cosa sorprendente è che queste raccomandazioni le ho sentite per una vita da mia madre. E non era insolito che mio padre intervenisse borbottando, dicendole di smetterla di trattarmi come un bambino.
Ora mia madre non mi diceva più niente. C’era mio padre a farlo.
Questo cambiamento stava trasformando anche il rapporto tra i miei genitori. Mio padre non è mai stato un uomo molto affettuoso; ci voleva bene, ma non lo ha mai dimostrato con attenzioni amorose. Poche volte l’ho visto abbracciare mia madre e sussurrarle qualcosa di dolce. Altrettante stringere me. Non ricordo un suo bacio. E sono certo che non mi abbia mai detto: “Ti voglio bene”. Non so come reagirei se lo facesse. Probabilmente mi imbarazzerei e non saprei che cosa dire. Ma non è questo il punto.
Il punto è che mio padre ora, nei rari momenti di lucidità, si lasciava andare a gesti dolci. Abbracciava mia madre, la baciava sulle guance, e le diceva un sacco di carinerie. In studio, mentre lavoravo o studiavo, veniva lì e picchiettava il palmo della mano sulla mia testa e mi diceva bravo.
Nei rari momenti di lucidità. Perché, quando la depressione tornava, diventava come un bambino inerme che, privo di qualsiasi protezione, si rannicchia in un angolo e piagnucola spaventato dal buio. E che, quando si asciuga le lacrime e apre per bene gli occhi, si trova a rincorrere una finestra spalancata e inarrivabile.
Ecco!, pensai a tavola quel giorno. Quello che devono fare quei medicinali, qualunque essi siano, è di tenere aperta quella cazzo di finestra, e non permettere per nulla al mondo che si richiuda di nuovo.
Mangiammo in silenzio, come al solito. Poi, quando io ero alla frutta, mio padre si alzò e andò a sedersi in poltrona, davanti alla televisione, e si accese una sigaretta. Per un po’ nella casa si sentirono solo il telegiornale, mio padre che fumava nervosamente, e il mio coltello che spelava una mela farinosa. Mia madre guardava nel piatto, pensierosa, con lo sguardo assente. Saremo andati avanti così per dieci minuti.
A rompere il silenzio fu l’anatra, che venne a beccare sul vetro della portafinestra della cucina. Mi voltai a guardarla, e mi accorsi che sotto di me, che mi fissava, c’era Rocky, con il suo occhio bianco, che aspettava paziente che gli allungassi un pezzettino di qualcosa. Gli diedi l’ultimo spicchio della mela, lui lo prese in bocca e per mangiarlo andò ad accucciarsi ai piedi di mio padre.
Mia madre si alzò, senza perdere di vista quello che stava pensando, e, con gesti meccanici, imparati a memoria, spezzettò sul tovagliolo la mollica del pane avanzato. Aprì la portafinestra, e con una gettata decisa la sparpagliò nell’erba. Per primi si fiondarono dall’alto i passeri, evidentemente in attesa, sopra i rami. Ognuno cercava di prendere la sua parte e poi schizzava via con il boccone nel becco. L’anatra sbatté le lunghe ali bianche per farsi più grande, e, con la sua tipica andatura ballonzolante, si fece largo in mezzo al gruppo che si disperse in un batter d’occhio.
Stetti a guardare, mentre mia madre rientrò e fece scorrere l’acqua per lavare i piatti.
Dopo qualche minuto, nel giardino non c’era più nessuno: i passeri se n’erano tornati nei nidi e l’anatra si era nascosta sotto il solito cespuglio. Nell’erba rimaneva qualche mollica dimenticata.
Rimasi seduto al mio posto; non avevo voglia di alzarmi. Presi uno stuzzicadenti e incominciai a passarlo tra i denti. Mia madre sparecchiava e metteva i piatti e i bicchieri nel lavandino, dove l’acqua calda ribolliva della schiuma del detersivo.
In televisione c’erano i servizi sportivi. Guardai mio padre: aveva finito la sigaretta, e ora se ne stava a braccia conserte ad ascoltare quello che diceva il giornalista.
Dietro di me, sulla cassapanca, c’era il sacchetto con dentro le medicine. Mi voltai e lo presi. Ci guardai dentro, e poi le tirai fuori una ad una: il Tavor per dormire la notte, il Lexotan per stare tranquillo, e il Karvezide per tenere sotto controllo la pressione. Doveva imbottirsi di questi farmaci tutti i giorni. Rimisi tutto nel sacchetto e lo lasciai lì sul tavolo, vicino alla tovaglia appallottolata.
Fu in quel momento che lo vidi. Il merlo zampettava furtivo nell’erba in direzione delle molliche dimenticate. Allargai gli occhi incredulo, assorto in un piccolo sorriso. Mi girai verso mio padre, allungando il collo verso di lui, e stando molto attendo a tenere bassa la voce.
“Papà…”, sussurrai. “Papà”, ripetei, e questa volta un po’ più forte.
Diedi uno sguardo in giardino con la coda dell’occhio, e proprio in quell’attimo vidi il merlo, veloce come un lampo, spiccare il volo con in bocca qualcosa.
Non mi aveva sentito, mio padre: forse per il volume della televisione troppo alto, o forse si era inaspettatamente addormentato.
Io rimasi lì, a bocca aperta, senza più dire una parola, con la sensazione molto forte di averlo per un attimo soltanto immaginato.
Racconto/Il congresso
di Simona Rastelli
“ Il treno delle sei e trentaquattro per Roma è in partenza sul primo binario” annuncia l’ altoparlante. “ Siete pregati di prendere posto.” Silvia si siede accanto al finestrino. Ha sonno. Si è svegliata alle cinque e la sera prima invece di andare a letto presto ha dovuto stirare le camicie per il marito . Fa il rappresentante di gioielli, gira in macchina per tutta l’ Italia e deve essere sempre elegante. Cambia una camicia al giorno e la pretende perfettamente stirata . Lei è una pediatra e lavora tutto il giorno, così ha sempre avuto delle colf per fare i lavori domestici, ma nessuna di loro è stata mai abbastanza brava nella stiratura delle camicie . Nel corso degli anni ne ha dovute cambiare così tante che ha perso il conto. Tatiana non riusciva a eliminare le pieghe, Natasha non stirava bene il colletto, Adriana rovinava i polsini . Ha litigato con lui un sacco di volte. A volte ha pensato di scappare di casa e lasciarlo da solo, alle prese coi suoi futili problemi. Alla fine, per quieto vivere, e soprattutto per i due figli ancora piccoli, si è rassegnata. Adesso stirare le camicie tocca a lei, anche se è una cosa che odia fin da ragazza . Sembra quasi che lui voglia punirla perché è una donna che lavora, ha successo, è stimata dai colleghi e dai pazienti. Una forma di invidia . Non sopporta di essere conosciuto come” il marito della dottoressa “.
Silvia è in partenza per Roma con due colleghe, il solito corso di aggiornamento medico. Sandra è venuta a prenderla con la sua twingo azzurra e hanno lasciato la macchina nel parcheggio a pagamento della stazione di Rimini. Alle sei del mattino è già impossibile trovare un posto libero in strada. In ogni caso non spenderanno una gran cifra; stanno fuori solo due giorni e il sabato sera saranno già a casa. Gloria invece si è fatta accompagnare dal marito, che è salito sul treno e l’ ha anche aiutata a sistemare il bagaglio. Come al solito è quella che ha la valigia più grande di tutti ; è molto ambiziosa e cambia vestito e scarpe almeno tre volte al giorno.
Il treno sta per partire quando si apre la porta dello scompartimento ed entra un uomo. E’ alto e magro, indossa un impermeabile beige, stretto in vita da una cintura con fibbia dorata. Capelli corti brizzolati, ha un volto dai lineamenti irregolari; naso importante ed occhi castani scuri, velati di tristezza. La bocca è carnosa, increspata in un atteggiamento di malcelata insofferenza. Le ricorda un attore del cinema degli anni cinquanta . Si avvicina con passo deciso , si ferma e si guarda intorno come se stesse cercando qualcosa . Appoggia il trolley nero nel corridoio, infila una mano nella tasca destra dell’impermeabile ed estrae un biglietto. ” Posto 54 A “mormora. Guarda con aria seccata Silvia e le sue amiche. “ E’ possibile che abbiate sbagliato posto?” chiede con arroganza. Le tre donne controllano i biglietti . “- Mi sposto .- dice Silvia.
L’ uomo allora solleva il trolley e lo incastra nel portabagagli. Le sue mani sono grandi, con dita lunghe e sottili. Le unghie sono ben curate e tagliate molto corte. Sul dorso della mano si intrecciano vene azzurrognole pulsanti. Di sicuro un tipo nervoso, forse un artista o un pianista. Oppure un chirurgo che va anche lui a Roma per un corso di aggiornamento. Silvia chiude gli occhi per un istante. Le mani dell’ uomo cominciano a toccarla , la esplorano . Prima sfiorano delicatamente le dita dei suoi piedi, poi si spostano sulle caviglie e percorrono le gambe, l’ incavo delle ginocchia e si spingono fino all’ inguine. Si infilano sotto il perizoma . E’ già bagnata. Riapre gli occhi e lo guarda spudorata. Lui a sua volta la guarda, ma il suo sguardo è duro, quasi minaccioso. Sembra dirle “ Stai attenta, non giocare con il fuoco. ” Lei allora si sente avvampare di vergogna e abbassa gli occhi sul libro che ha portato per il viaggio. I suoi occhi azzurri percorrono le righe, le frasi, le parole. Rilegge più volte la stessa frase ma le parole si susseguono l’ una all’ altra senza un senso compiuto. Poi il suo cuore accelera .
Le capita da qualche settimana. All ‘ improvviso, dopo un ‘ emozione, un’ arrabbiatura, una corsa troppo veloce, sente il cuore accelerare e deve fermarsi, respirare profondamente. Dieci minuti e le passa. Ha chiamato Daniela, la sua amica cardiologa . ” Vieni domattina in ospedale che ti faccio una visita di controllo” le ha proposto lei. Ci è andata da sola, al marito non ha detto nulla. Quando ha qualche problema lo risolve sempre da sola, lui è uno sul quale non si può contare. L’ amica l’ ha visitata, poi le ha fatto l’ Elettrocardiogramma e per scrupolo anche l’ eco cardiogramma.. “Va tutto bene – le ha detto – Non ci sono soffi, le tue valvole cardiache sono perfette. E’ solo che sei stressata, forse lavori troppo. L’ epidemia di influenza suina ti ha dato la botta finale. I tuoi sono attacchi di ansia; non pensare sempre al lavoro e a quel rompipalle di marito che ti ritrovi. Devi ritagliare del tempo per te stessa. Rilassati, vatti a fare un bel massaggio , trovati un amante giovane come ho fatto io.” Si è messa a ridere .” Di uomo me ne basta uno- ha risposto lei – non voglio complicarmi la vita. “. Ha deciso di andare al congresso , per non pensare né al lavoro né alle camicie del marito e fare un po’ di shopping compulsivo con le amiche.
Dopo i controlli si sente più tranquilla . Adesso, appena ha sentito il battito accelerare si è detta : “ Silvia calmati! E’ solo uno sconosciuto salito sul tuo stesso treno. Scenderà a Roma e poi non lo vedrai mai più.” Il tipo nel frattempo si è seduto vicino a Gloria, nel sedile dietro al suo. Iniziano a parlare e lei si scopre a spiare ogni loro parola . Lui ha l’ accento romagnolo, deve’ essere delle sue parti. L’ amica si presenta subito. ” Sono Gloria , vado a Roma ad un congresso insieme a delle colleghe, Silvia e Sandra. “Anche io – risponde l’uomo- Novità sulle epatiti virali- “ Lei sorride:” Che coincidenza. Andiamo allo stesso congresso ! Anche tu sei un medico? “. “ Lavoro nel reparto di Chirurgia dell’Ospedale di Rimini. Non hai mai sentito parlare del famoso dottor Antonio Rossi, esperto mondiale nel trattamento delle emorroidi?”. Scoppiano a ridere.
“ Noi siamo al Marriott Hotel – esclama Gloria – e tu ?” “ Anche – risponde ”. “Che fortuna ! “ pensa Silvia, ancora incredula che lui sia proprio un chirurgo. Chiacchierano per un po’, poi si fa silenzio. Lui estrae un piccolo libro da uno zaino rosso. Silvia cerca di leggerne il titolo, ma non riesce a decifrarne le parole al rovescio. Sandra chiude gli occhi, cullata dal dondolio del treno e si addormenta . E’ la più riservata delle tre, e anche l’ unica non sposata.
Silvia si alza per andare in bagno. Subito Gloria la segue. Si fermano davanti alla porta della toilette. “ E’ il mio tipo “- dice sottovoce Gloria all’ amica “ Oltre a essere un bell’ uomo ha molto senso dell’ humour, come me. Mi guarda in un modo, come se volesse spogliarmi con gli occhi. Sono sicura di piacergli, e molto.” dice. Silvia sente il suo cuore accelerare di nuovo, il suo corpo è scosso da un brivido . Avrebbe voglia di accendersi una sigaretta. Sempre la stessa storia : tutti gli uomini che incontrano nei loro viaggi hanno occhi solo per l’ amica. Dal tono sicuro con cui lo dice, poi , le viene il dubbio che sia vero. Non si può fare a meno di notarla, appariscente e griffata com’ è. Non è bella, ma molto attenta ai dettagli e sa scegliere abiti che fanno risaltare i suoi lati migliori, se ci sono. Il seno è quasi piatto, mentre il sedere a mandolino non passa inosservato. “ Senti ,- dice- si da il caso che sia anche il mio tipo e oltretutto l’ ho notato prima io! “ “ Va bè, tanto siamo sposate, cosa parliamo a fare?” risponde Gloria irritata. A Silvia non importa di essere sposata, anzi si sente come se non lo fosse. Suo marito, con il lavoro che fa, dorme spesso fuori casa. Visto che è lei l’ addetta alle camicie, non ha potuto fare a meno di notare tracce di rossetto. La prima volta ci è rimasta male e gli ha chiesto perché la tradiva. Lui si è arrabbiato e ha negato .” Io ho a che fare con molte gioielliere ed è normale che nel salutarci ci si dia un bacio sulle guance”- ha detto lui. Lei non ci ha creduto e un giorno l’ ha seguito. L’ ha visto mentre baciava una donna davanti ad una gioielleria. Una tipa alta e robusta, molto appariscente . Bocca rifatta, occhi bistrati di nero , vestita in modo volgare. Il contrario di lei. Alla sera, quando è tornato a casa dal lavoro, lo ha affrontato piangendo e lui l ‘ha umiliata dicendole che con l’ amante si sente un uomo, che lei lo fa sentire importante . L’ ha messo su un piedistallo e lo incensa da mattina a sera. Soprattutto è una donna sicura di sé, passionale, non fredda e insicura come lei. Quando fanno l’ amore lei urla e si lascia andare. Non ha alcuna intenzione di lasciarla. Silvia ha pianto per giorni e giorni , più per l’ umiliazione che per altro, pensando che in fondo suo marito avesse ragione. E’ vero che è un’ insicura, lo è sempre stata, e che non riesce mai a lasciarsi andare, soprattutto nel sesso. Anche mentre fanno l’ amore la sua mente è occupata dai problemi di lavoro e dei figli. Le ha rinfacciato più volte di essere frigida . Ma non pensa di esserlo, forse lo è con lui. E’ solo una che vuole tenere sempre tutto sotto controllo, sapere con precisione cosa l’ aspetta. La sua giornata è scandita come un orologio e se qualcosa non va l’ assale l’ansia.. Quando ha scoperto l’ esistenza dell’ amante di lui ha pensato di separarsi , ma la condizione di donna sola la spaventa , con due figli piccoli ancora da crescere. Ha deciso di accettare quella situazione soprattutto per loro: hanno solo otto e quattro anni e non vuole vederli soffrire . Una volta che era in macchina con i due bambini, stavano tornando da una festa di compleanno , il maschio di otto anni le ha raccontato che i genitori di un suo compagno di classe si erano appena separati .” Tu cosa ne pensi ?” gli ha chiesto lei. “ E’ la cosa più brutta del mondo.” ha detto lui. Recita la sua parte di brava moglie che assolve tutti i suoi doveri , tranne quelli coniugali. Agli occhi degli altri tutto è perfetto. Così non si sente affatto in colpa adesso , se quel tipo le piace. E ‘ da tempo che non prova un’ attrazione così forte per un uomo. Forse da prima del suo matrimonio
Silvia entra nel bagno. Il treno all’ improvviso accelera e ondeggia . Ha paura di cadere e scivolare sul pavimento bagnato di urina . Il water è sporco, chi è entrato prima di lei non ha tirato l’acqua e un pezzo di merda è attaccato alle pareti. Le viene da vomitare. Fa la pipì senza appoggiarsi , si pulisce con una salvietta inumidita e si lava a lungo le mani. Poi si specchia. Osserva il proprio viso, le piccole rughe di espressione vicino agli occhi e ai lati della bocca. Porta i capelli molto corti , come per nascondere la sua femminilità. Solleva il pullover e si guarda le tette. “ Sono più belle di quelle di Gloria ” pensa . Esce dal bagno , lascia entrare l’ amica e torna al suo posto. Antonio ha alzato lo sguardo dal libro e le guarda proprio le tette. Si sente euforica. Va a sedersi e riapre il romanzo , lo sfoglia e poi, annoiata , lo ripone nella borsa. Guarda fuori dal finestrino. Alberi, colline, case, finestre si susseguono l’ uno all’ altra. Terrazzini con i panni stesi che ondeggiano al vento, tapparelle che si alzano all’ iniziar del giorno. Qualcuno è seduto al tavolo della colazione e sorseggia il caffellatte, ignaro di essere osservato dai passeggeri del treno.
Alcuni bambini coi grembiuli rosa e azzurri sono fermi davanti al cancello di una scuola, in attesa che suoni la campana di inizio delle lezioni.
Smette di guardare il paesaggio e chiude di nuovo gli occhi. Lei ed Antonio sono ora fermi davanti alla porta della sua camera di albergo . Stanno per salutarsi dopo aver trascorso la serata insieme . Lui si china verso di lei , si avvicina con la bocca e la bacia. Le sue labbra sono morbide e hanno un buon sapore, un misto di tabacco e liquirizia. Prima la bacia dolcemente , poi inizia a mordicchiarle le labbra. Le piace. Sente la sua lingua toccarle il palato e le sembra di venire risucchiata in un vortice , senza via di scampo. Non riescono più a staccarsi, le sue mani le cingono la vita , poi si infilano sotto la maglia e le accarezzano dolcemente la schiena. All’ improvviso lui le scopre una tetta e le mordicchia il capezzolo. Silvia, affannata, cerca la chiave della stanza dentro la borsa, quando sente da lontano una voce che la chiama : “ Siamo arrivate . Dormi a occhi aperti?”. Si scuote , si alza e si infila la giacca , prende la valigia dal portabagagli ed insieme alle amiche si mette in fila nel corridoio del treno. E’ ancora frastornata. Antonio è alle loro spalle.
Nell’ atrio della stazione li attende una hostess alta e bionda con un cartello che indica il loro congresso. Le si avvicinano e si presentano. Arrivano anche altri colleghi, sono una trentina di persone. La hostess li invita a seguirla e a salire su un pulmino bianco e azzurro. Consegnano le valigie all’ autista . Gloria si siede di nuovo vicino ad Antonio, mentre lei e Sandra scelgono due posti nella fila dietro a loro. Vede l’ amica che prende lo specchietto dalla borsetta , si sistema i lunghi capelli neri e mette il rossetto sulle labbra .
Poi comincia a tempestare di domande il suo compagno di viaggio. Gli chiede dove abita, se è fidanzato, cosa fa nel tempo libero. Lei ascolta incuriosita e prova un senso di invidia. Come al solito la sua timidezza l’ ha bloccata. Avrebbe voluto sedersi lei al posto di Gloria.
Arrivano all’ Hotel Marriott, un quattro stelle. La sala congressi è moderna e funzionale. Questa volta Silvia si siede vicino ad Antonio, mentre le sue amiche sono nella fila davanti alla loro. Le relazioni scientifiche sono quattro, e sarebbero tutte molto interessanti , ma lei non riesce a stare concentrata. Il suo cuore inizia a battere più in fretta. Le manca l’ aria e comincia a tossire. Inspira piano e sente che il battito rallenta. Ogni tanto sbircia l’ uomo con la coda dell’ occhio. Guarda attento il relatore e prende appunti. La sua scrittura è regolare, lettere piccole e ben marcate, pendono leggermente verso destra. All’ improvviso la sua mano destra si alza, come fosse autonoma, e si appoggia sulla sinistra di lui . Si accorge che non porta la fede né altri anelli. Sente la ruvidezza della pelle nelle nocche e nelle dita e la morbidezza nel dorso e vicino al polso. Lui non si ritrae e non la guarda , rimane indifferente. Sente le vene dell’ uomo pulsare forte , i suoi tendini tesi ed elastici. Preme più forte fino a sentire le ossa . Dure, robuste. E’ la mano di un uomo forte e sicuro di sé. Può fare del male, se vuole. Forse lo ha anche fatto, ma a lei non importa , in quel momento. Sa solo che lo desidera e che nulla la farà desistere. Lui si gira verso di lei e la guarda con aria di sfida. Il relatore ha finito di parlare e i medici vanno nelle loro stanze per cambiarsi.
Silvia ha una camera al terzo piano. Sul letto matrimoniale c’ è un copriletto di raso giallo , stesso colore per le tende. La moquette grigia è morbida . Toglie le scarpe coi tacchi e cammina a piedi nudi. Va in bagno e si lava le mani . Si spoglia , apre il frigobar e si versa un calice di frizzantino che appoggia sul bordo della vasca . Si immerge , apre l’ idromassaggio e sta quasi per addormentarsi , quando suona il cellulare. Esce in fretta , lascia una scia d’ acqua sul pavimento e si avvolge nell’ asciugamano. “ Sei pronta ? Ci aspettano nella hall per andare al ristorante “- dice Sandra. ” Mi vesto e scendo.-” risponde lei.
Apre la valigia . Si mette un perizoma di seta nero e il reggiseno abbinato. Calze velate con la riga dietro e un tubino nero molto scollato con un fiocco sul fianco. Poi si trucca : rossetto rosso fuoco , molto mascara e riga nera ben accentuata intorno agli occhi. Una spruzzata di Chanel Nr. 5 come tocco finale. E’ l ‘ ultima ad arrivare. Le sue amiche sono in piedi e stanno chiacchierando con Antonio. Gloria è fasciata da un tubino rosso , stesso colore del rossetto e delle scarpe. Sandra indossa un abito nero molto semplice. Si sente delusa, Antonio non la guarda nemmeno. Si incamminano tutti insieme . Il ristorante è famoso per i carciofi alla giudia . Non è lontano, peccato che piova a dirotto e devono camminare veloci per evitare le pozzanghere. Per il gruppo dei medici è stato apparecchiato un lungo tavolo rettangolare. Silvia siede accanto a Gloria , Sandra e Antonio di fronte a loro. Si versano un dito di vino rosso e brindano al loro incontro in treno. Mentre parlano del congresso il cameriere serve delle alici marinate. Non sono granché, sanno troppo di limone, gli spaghetti all’ amatriciana sono scotti, i carciofi troppo unti. Il vino invece va giù molto bene . Ogni tanto guarda Antonio per vedere se la sta guardando , ma lui fissa il piatto, pensieroso. Quando finalmente alza gli occhi la loro espressione è lontana, quasi assente. Verso metà cena lei e Gloria si fanno un cenno e si alzano per andare alla toilette. Mentre si specchiano l’ amica le dice :” Tu ancora non c’eri, ma io stasera ho fatto un figurone. Sono arrivata per prima nella hall . Antonio mi ha scrutata dalla testa ai piedi e si è lasciato sfuggire un grido di ammirazione. Dovevi vedere con che occhi mi guardava.!” .
Silvia è scossa da un brivido e sente il cuore in gola, ma cerca di non darlo a vedere . “In effetti stai molto bene” le dice- sembri quasi la donna in rosso del film”! L’ altra non risponde, ma sorride fiera. Si ripassano il rossetto e tornano a sedersi al tavolo. Il cameriere serve la panna cotta e il caffè, poi tutti si alzano e si incamminano chiacchierando verso l’ uscita. In albergo loro quattro prendono lo stesso ascensore, ma scendono a piani diversi. Prima di salutarsi si baciano sulle guance e si scambiano i numeri di cellulare . Antonio partirà molto presto , al mattino.
Silvia si spoglia e rimane in mutande. Si accende una sigaretta, si strucca, si lava i denti e indossa la camicia da notte. Va a letto ma non riesce a dormire. Si gira e si rigira, ha caldo e poi freddo. Si alza , va in bagno a rinfrescarsi il viso e a bere un bicchier d’ acqua. Si accende un’ altra sigaretta , poi spalanca la finestra per far entrare un po’ di aria fresca. Finalmente ha smesso di piovere . Annusa con voluttà l’ odore di asfalto bagnato . Torna a letto e spegne la luce, poi la riaccende e guarda l’ora: sono già le due. Lui è lì vicino, al piano di sopra. Lo immagina nudo, sul letto, mentre legge un libro. Ha il suo numero di cellulare, potrebbe chiamarlo o mandargli un messaggio : “Ti aspetto in camera mia”. O la va o la spacca. Tanto , cosa ha da perdere ? Sente bussare alla porta. Si alza e va ad aprire. “ Mi fai entrare ? “ dice Antonio . Non aspetta la risposta. Entra spavaldo e chiude la porta. Lei si accende una sigaretta :” Chi ti stira le camicie ?” gli chiede. “ Vivo solo-risponde- Le stiro da me”. Poi le toglie la sigaretta dalle mani , la sdraia sul letto e le sfila le mutande . Si spoglia anche lui e la penetra. Dopo due spinte viene mentre Silvia inizia a singhiozzare.
Poesia/Fotografie
di Roberto Sapucci
Cerco una proporzione
tra righe di una maglietta
e occhi neri
che dicono “guardami”.
Cerco la proporzione
tra mucchi di carbone
un grembiule troppo grande
i ricci radi e una coperta
sfilacciata dalla polvere.
Vedo una sproporzione
tra ciò che sta davanti
e ciò che sta dietro
la lente di una fotocamera.
Poesia/Bonsai
di Roberto Sapucci
Pensieri coltivati come bonsai.
Un solo frutto rosso pende
da un fragile ramo.
Tardivo, immaturo,
eppure dolcissimo.
Pensieri spettinati/Petrolio
di claudio castellani
Il telegiornale dice che oggi Obama e Cameron si incontrano. Parleranno anche della Bp e del tappo che dovrebbe tappare la stazione di servizio sottomarina che da alcune settimane sta riversando milioni di litri di petrolio nel golfo del Messico, si presume. Il telegiornale, tra l’altro, dice che la situazione del tappo peggiora, invece di migliorare.
Comunque. Obama e Cameron parleranno. Non sappiamo bene di cosa parleranno. Di soldi, è presumibile. Di costi di recupero e di ripulitura.
Ora, la cosa interessante è una domanda che, in tutta questa faccenda, è già stata posta ma è stata mantenuta troppo sullo sfondo, secondo me. Proviamo a portarla in primo piano. Cosa sarebbe successo se il tappo della stazione di servizio sottomarina non fosse saltato per incuria e idiozia della Bp ma per un attentato terroristico di un paese e/o personalità straniera?
Le mie scarse nozioni di diritto mi suggeriscono che in atto terroristico c’è dolo. C’è, cioè, una precisa volontà di colpire, uccidere, danneggiare, distruggere un avversario. Da parte della Bp non c’è stato questo dolo, d’accordo. C’è stata SOLO una sopravalutazione del profitto a discapito di vite umane (distrutte nell’esplosione del tappo), dell’ambiente e del lavoro di migliaia (o milioni?) di persone.
Mi domando: quale è la sottile linea d’ombra che separa un atto di guerra da un atto genericamente criminale? Il fatto che in un caso si colpisce in nome dell’appartenenza ad entità statali, a ideologie e religioni diverse e contrapposte, mentre nell’altro in nome di una divinità terribilmente concreta ma unica e unificante che si chiama denaro, invece di Allah?
Capisco che qui torniamo al punto di partenza, cioè al dolo e alla volontà deliberata di colpire. Ma a me sembra che il processo di Norimberga contro i criminali nazisti abbia stabilito con sufficiente chiarezza che si è colpevoli di crimini contro l’umanità anche quando si obbedisce passivamente a ordini la cui esecuzione ha come risultato l’offesa all’umanità. Lo dico, perché le inchieste giornalistiche e giudiziarie stanno mettendo in luce una continua e procrastinata volontà della Bp di adottare scarsi livelli di sicurezza, sempre in nome del risparmio e del denaro. E dunque: chi sarà ritenuto responsabile, della Bp? Il suo amministratore delegato, o anche le schiere di tecnici e manager che hanno passivamente accettato e applicato la politica industriale della Bp? Verranno tutti rinchiusi a Guantanamo? Verrà loro impedito di lavorare e di guadagnare uno stipendio? O, per lo meno, di avvicinarsi ad alcunché che abbia a che fare col petrolio?
Insomma, cosa è, esattamente, e come possiamo catalogare un atto criminale contro l’umanità che non sia frutto di una contrapposizione tra stati? E’ una domanda interessante, secondo me, e inevitabile, in un mondo in cui le entità statali stanno evaporando per essere sostituite da gigantesche multinazionali. Come muta il concetto di guerra e quello di crimini contro l’umanità nell’epoca della globalizzazione?
Due piccole cose che, forse, ci fanno intravvedere con chiarezza una possibile risposta.
1-Internazionale ha pubblicato, poche settimane fa un articolo del quotidiano inglese Observer. Vi appaiono cifre e dati impressionanti sui disastri ambientali e umani determinati da anni e anni di estrazione di petrolio in Nigeria da parte soprattutto della Shell. “In realtà dagli oleodotti, dalle pompe e dalle piattaforme petrolifere disseminate sul delta [del Niger] esce ogni anno una quantità di petrolio maggiore di quella che si sta riversando nel golfo del Messico”, scrive l’Observer.
2-Di recente un tribunale indiano ha mandato praticamente assolti i responsabili del disastro ambientale e umano di Bophal.
Da questi due fatti non sono nati scandali o servizi giornalistici di particolare rilievo. Ma tanto sono negri, lì, e non è il caso di sprecare tante filosofie, come ci insegnano 2000 anni di cristianesimo.
Racconto/Sulla veranda ci si può anche specchiare
di stefano venturini
Si era preparato una spremuta d’arancia. Aveva preso dal freezer del ghiaccio e l’aveva messo nel bicchiere. Si era asciugato il sudore sulla fronte con il fazzoletto, e si era accomodato al tavolo sulla veranda.
Durante l’estate, da lì, Giuseppe ammirava tutto il giorno la campagna, verde e gialliccia: davanti a lui si stendevano campi di granturco e frumento, percorsi da lunghe file di alberi che costeggiavano i canali d’irrigazione. Vicino, un fiumiciattolo scorreva blando, e di notte il suo rumore lo aiutava a prender sonno. Poco più in là, si scorgeva un piccolo magazzino dove i contadini accatastavano la loro legna.
Bevve un sorso di spremuta.
“Mi piace starmene qui”, disse. “Senti che pace, Adele”.
Stava seduto per ore a farsi cuocere la pelle dal sole, lasciandosi accarezzare dalle sfumature dell’aria, e ascoltando in silenzio il frinire delle cicale.
“Mi sa che ci sono nato, per tutto questo”.
A settant’anni, dopo essere andato in pensione, aveva lasciato la città dove per anni aveva lavorato e vissuto con la moglie. Troppa confusione: aveva bisogno di silenzio e tranquillità. Allora aveva venduto l’appartamento a una coppia di giovani, e lui e Adele si erano trasferiti lì, in una vecchia casa di campagna, lontano da tutti e da tutto.
Ora indossava una camicia a scacchi bianchi e blu, con le maniche tirate su fino ai gomiti. L’aveva comprata in una merceria poche settimane dopo essere arrivati, in una delle sue rare visite in paese. Dal taschino sul petto estrasse una sigaretta. La guardò per un po’, rigirandosela fra le dita, riflettendo su quello che aveva appena detto. Poi se la mise in bocca.
La moglie, seduta all’altro capo del tavolo, lavorava a maglia. Lo ascoltava, e ogni tanto, per far riposare gli occhi, alzava lo sguardo e gli sorrideva.
“Questa pace, Adele, mi fa battere il sangue nelle vene”, continuò lui. “È tutta qui la vita. Tutta qui davanti a noi”.
Dalla tasca posteriore dei bermuda prese l’accendino e si accese la sigaretta. Fece un tiro a pieni polmoni, e poi esalò rilassato il fumo dal naso. Osservò la moglie, concentrata sul suo lavoro, e sorrise. Adele era sempre stata molto dolce con lui. Era una donna mansueta e accondiscendente. Non aveva mai protestato per quel mutamento di vita improvviso. Lo aveva lasciato fare, e l’aveva semplicemente seguirlo. Le era molto grato per questo.
“Ho un segreto che ti voglio svelare. Ti va di ascoltarmi?”, chiese Giuseppe.
La moglie alzò il capo, e lo guardò da dietro gli spessi occhiali da vista. L’aveva incuriosita il tono semiserio e misterioso del marito.
“Tu parla, che io ti ascolto”, rispose.
Lui le indicò un punto indistinto del giardino.
“Se fisso in silenzio uno qualunque di quei fiori, nella mia testa riesco a vedere un sacco di cose”.
Per ascoltare, Adele aveva lasciato a metà un intreccio di fili.
“Che cosa vuol dire?”, chiese.
Giuseppe tenne il dito puntato, e con l’altra mano posò la sigaretta nel portacenere.
“La vedi quella margherita lì, proprio vicino a quel cespuglio?”, le chiese.
“Sì che la vedo”.
“Aspettami qui”.
Discese i gradini della veranda e si avvicinò al fiore, lo colse delicatamente e tornò a sedersi.
“Ecco qui”, disse.
Sistemò il fiore sul tavolo.
“Che cosa vedi, Adele?”
“Una margherita”, rispose lei. “Che cosa dovrei vedere?”
Giuseppe bevve un sorso di spremuta e si adagiò allo schienale della sedia, dondolandosi. Rimase lì a fissare il fiore, mentre il fumo della sigaretta si alzava nell’aria.
“Che stai facendo?”, chiese lei, guardandolo meravigliata.
“È difficile adesso, perché ci sei qui tu. Anche ora, però, vedo molto di più di una semplice margherita”.
Adele socchiuse gli occhi: non capiva se il marito era serio, o se la stesse prendendo in giro.
Lui cercò di spiegarle:
“Quando sono rilassato, e osservo quello che mi sta intorno, riesco a vedere un ricordo sempre diverso della mia vita”.
Non lo capiva e non sapeva bene cosa dire. Le piaceva ascoltarlo e basta: Giuseppe era contento di parlare, e capitava che lo facesse per ore, senza che lei dicesse una parola. A volte si perdeva in certi ragionamenti e lei non trovava più il filo, e a quel punto era contenta anche solo di sentire la sua voce. Abbassò la testa e riprese a lavorare, finendo l’intreccio di fili che aveva iniziato.
Giuseppe diede un altro tiro alla sigaretta. Si alzò, entrò in cucina e prese una mela dal cesto della frutta. Ne prese una rossa. Poi, da un cassetto, tirò fuori un panno bianco. Uscì e posò tutto sul tavolo.
“Avevo cinque anni. Era il mio primo giorno di scuola”, disse.
Adele aveva interrotto di nuovo il lavoro. Guardò la mela e lo strofinaccio, poi guardò il marito con aria interrogativa.
“Ho rivisto quel giorno, quando poco fa ho guardato quel fiore. E se lo avessi osservato più a lungo forse avrei rivissuto le stesse emozioni. Ricordo che piansi tantissimo”.
“Io non me lo ricordo tanto, il primo giorno di scuola”, disse Adele. “Però ricordo che avevo un grembiule rosa come quello delle mie compagne. Perché la margherita te lo ha fatto tornare in mente?”
“Non lo so”, rispose lui. “Ho visto mio padre che mi accompagnava e che mi teneva per mano. Diceva che dovevo entrare in classe e che sarebbe venuto a prendermi all’ora di pranzo. Ho pianto un sacco. Ero rosso in faccia, con le lacrime che scorrevano sulle mie guance. In classe, la maestra mi ha visto triste, mi ha chiesto come mi chiamavo e perché stavo piangendo. Non ho detto niente: mi sentivo addosso lo sguardo degli altri bambini”.
Adele allargò leggermente le labbra, sorpresa.
“Eri un piagnone”, sorrise. “Io invece ero contenta di andare a scuola, di conoscere nuove bambine e di giocare con loro. Per me la scuola era come l’asilo, ma un po’ più seria”.
“Io piangevo perché era una cosa nuova. Prima di tutto la scuola era proprio brutta. Era più grande dell’asilo, vecchia e con le sbarre alle finestre. Mi faceva paura. Poi dovevo conoscere i nuovi compagni, ma io volevo quelli dell’asilo. E poi c’era la nuova maestra: avevano detto che dava i compiti e i voti. Quando mio padre se ne andò via e mi lasciò lì solo, mi venne solo da piangere”.
Adele rise. Ogni volta che rideva la fronte e le orecchie le diventavano rosse, e sulle guance si formavano tante piccole pieghe. Si sistemò gli occhiali sul naso.
“La maestra mi ha chiesto di andare da lei, alla cattedra”, proseguì Giuseppe. “Mi ha accarezzato la testa, e mi ha detto che non dovevo avere paura: avrei fatto tante amicizie e sarei stato un bravo studente”.
“Io non sono stata molto brava, dalle Canossiane”, disse Adele. “Nel doposcuola volevo giocare. Io e le mie amiche non studiavamo mai. C’era una suora che ci sgridava sempre, e una volta è rimasta con noi per controllare che facessimo i compiti, e da quel giorno è stato così tutti i pomeriggi. Aveva gli occhi azzurri e cattivi, la faccia vecchia e rugosa e i capelli erano nascosti da un copricapo bianco. Avevo paura a guardarla”.
Giuseppe fumava la sigaretta. Ascoltava. Era contento che anche lei partecipasse a quelle chiacchierate.
Quando Adele tacque, Giuseppe prese dal tavolo il panno e la mela.
“La maestra ha tirato fuori dalla borsa queste due cose qui”, disse. “Mi ha chiesto di strofinare la mela e, mentre la lucidavo, ha scritto sulla lavagna le parole: Giuseppe, lucida, la, mela. Ognuno ha cercato di copiarle, ma quello che veniva fuori era più uno scarabocchio che altro”.
Giuseppe addentò la mela.
“Ho visto tutto questo in quel fiore”, disse masticando.
“E secondo te che cosa avrei dovuto vedere io?”, chiese lei.
Quando discutevano, Adele lo ascoltava e poi faceva certe domande ingenue che lui adorava. Mostrava la propria fragilità. Giuseppe si inteneriva e sentiva una gran voglia di stringerla e di proteggerla.
“Qualcosa di tuo”, rispose lui, con un sorriso negli occhi. “Però non so se è una cosa che capita a tutti”, cercò di tornare serio. “A me succede così. Sono stimolato dalla tranquillità che c’è qui: mi incanto su ogni cosa e affiorano i ricordi. E senti questa: quando guardo l’orizzonte, i miei pensieri si allargano. Cioè, sono meno particolari, però sempre molto intensi”.
Posò la mela sul tavolo.
“Ora ti faccio un esempio”, disse. “Se osservo qualcosa di particolare vedo delle cose della mia vita. Succede lo stesso anche se ascolto. Che so, il ronzio di una mosca, lo scricchiolio delle assi di legno, il rumore delle cicale. Mi succede anche quando sento la pioggia sui vetri e i tuoni nel cielo. Ma se sposto l’attenzione su un intero campo di grano, per esempio, o su una lunga fila di alberi, e poi guardo su fino al cielo, come dire, provo cose diverse”.
Adele continuava il suo lavoro a maglia. Ogni tanto alzava la testa e guardava il marito. Lui aveva smesso di parlare, ora. Si dondolava sulla sedia, mani sulle ginocchia e sguardo perso. Faceva di tanto in tanto della pause. Si soffermava a ripassare mentalmente quello che aveva appena finito di dire e a prender fiato, per poi ricominciare.
Giuseppe prese il bicchiere senza guardare, e con un solo sorso finì la spremuta. Si pulì la bocca con il dorso della mano.
“Sento di essere vivo, Adele”.
Lei guardò l’orizzonte.
“Riesco a sentire la vita dentro”, disse lui. “E ogni volta mi emoziono. Quando esci a fare la spesa, io me ne sto qui, con la sigaretta in bocca, e osservo tutto quello che mi circonda. Riprovo il dolore, la sofferenza, la gioia, la felicità di ogni istante della mia vita”.
“Hai sofferto molto?”, gli chiese lei, senza distogliere lo sguardo dall’orizzonte.
“Siamo sposati da tempo. Sai quello che abbiamo passato”, rispose lui.
“È vero”, disse lei. “Ma quello che mi hai appena raccontato non lo sapevo”.
“Credo di aver sofferto come tutti, più o meno. Certi pensieri, certe immagini, sono più intense di altre, naturalmente. Quando piove, per esempio, il ricordo della morte di mio padre è molto forte”.
“Che cosa provi? Intendo, se rivivi quel momento”.
“Penso che sono ancora vivo, e sono arrivato fino a qui. Quel giorno sono morto insieme a lui. Avevo trent’anni e non me l’aspettavo, perché è successo tutto troppo in fretta. Ho portato quel dolore con me per molto tempo. Ora, quando ci ripenso, provo cose diverse. Lui non c’è più, io ci sono ancora e posso ricordarlo. Non so se mi capisci. Di morire tocca a tutti, e a molti capita di piangere la morte di chi si ama. Ma la vita è così, non ci puoi fare niente. Se guardo l’orizzonte, vedo la mia vita come una successione di fatti che mi seguono e che mi hanno fatto diventare così come sono. Sono felice, e non ho più paura di soffrire”.
“Sei sempre stata una persona speciale, Giuseppe”, disse Adele, commossa.
“Ricordare è la cosa migliore che possiamo fare. Ci fa sentire vivi. L’ho capito solo qui, in questa casa, in questo luogo. E adesso ci sei tu, che sei dolce e ingenua, e c’è questa veranda, la spremuta, la sigaretta, i campi, le cicale, il sole, e le nuvole che ci passano sopra la testa”.
Lei si era alzata e si era avvicinata al marito.
“Portami a fare una passeggiata”, disse.
Allungò la mano verso di lui.
“Raccontami tutto quello che vedi e che senti. Fallo insieme a me”.
Giuseppe sorrise, le prese la mano, e insieme scesero i gradini della veranda.
Cominciarono a camminare lungo la stradina polverosa, accompagnati dallo sciacquio del ruscello. Il sole era alto nel cielo e scottava sulla pelle.
“Ho cercato di essere una brava moglie e buona”, disse lei.
“Lo sei stata”, rispose lui.
I passeri volavano rapidi e si appollaiavano sui cavi dell’elettricità. Fermo, in mezzo al campo, un contadino faticava a mettere in moto il suo trattore, mentre un cane abbaiava in lontananza, cercando di attirare l’attenzione di qualcuno.
Adele e Giuseppe camminavano senza sentire la fatica.
D’un tratto, lei si fermò.
“Il nostro primo incontro!”, esclamò.
Giuseppe la guardò, sorpreso.
“Il nostro primo incontro! Guarda, quel campanile!”, ripeté.
Stava indicando la cima di un vecchio campanile lontano, che sembrava sbucare dalle pannocchie di mais.
“Mi ha ricordato il nostro primo incontro, quella volta, giù in città!”
Giuseppe sorrise: “Sono stato un po’ matto”.
“Matto, sì! Stavo alla bancarella per vendere i mazzi di viole di mia madre. Ero lì dal mattino. A mezzogiorno ne avevo venduto soltanto uno, a una signora che mi conosceva e che si era fermata per salutarmi”.
“Io sono passato di lì con il giornale sotto braccio”, disse Giuseppe. “Me lo ricordo come fosse adesso”.
“Mi sei passato davanti a passo spedito. Mi ero accorta che mi avevi notata, sai? Poi hai svoltato l’angolo e non ti ho più visto”.
“Stavo andando a pranzare, prima di tornare in bottega. Quando sono ripassato di lì, ti ho guardata di nuovo, ma tu stavi sistemando i fiori e non mi hai visto”.
“Cercavo di esporli meglio, perché la gente proprio non li guardava”.
“Poi però, con la scusa del caffè di metà pomeriggio, sono tornato da te”.
“Quanto fa per tutte le viole? mi hai chiesto”.
Adele era divertita.
“Come scusi? mi hai domandato tu, e sei diventata tutta rossa”.
“Ero imbarazzata. Non avevo neppure capito cosa mi avevi chiesto. Mi hai fatto uno strano effetto”, sorrise.
Giuseppe pensò alle guance rosse della moglie, e cercò di ricordare com’erano.
“Volevo prenderle tutte e farti contenta”, disse poi.
Lei si allungò per dargli un bacio sulla guancia.
Lui le strinse la mano.
“Seguimi”, disse.
Salirono per un sentiero in mezzo agli alberi, e raggiunsero l’ampia cima di una collina tutta verde. Quando arrivarono, Giuseppe appoggiò la mano sulla fronte per scrutare l’orizzonte e ripararsi dalla luce del sole.
Accarezzò la spalla della moglie.
“Adele, voltati”.
Una piana di campi di grano e di granturco si stendeva sotto di loro come un mare calmo. Il sole batteva forte e luccicava sull’acqua corrente dei rigagnoli in piena. C’era solo il ronzio di una mosca in mezzo a quel silenzio di pace e abbandono.
Lei rimase immobile. Sentiva la mano calda del marito sulla spalla. Non riusciva a parlare. O forse non voleva rompere il silenzio.
Poi, dalla sua bocca uscì un sussurro, istintivo e primordiale:
“È bellissimo”.
Giuseppe chiusi gli occhi e respirò a fondo:
“È lì, che io ritrovo me stesso”.



