Racconto/Francesca, detta Cettina
di rita cerquetti
Se ne stava alla finestra tutto il giorno con le mani aggrappate alle sbarre. La teneva aperta anche quando il sole era rovente. La prima volta che l’aveva incontrata, le si era avvicinata, l’aveva chiamata, ma lei non si era girata. La bambina aveva avuto un sobbalzo come se fosse uscita da un sogno. Appoggiò le mani, dolcemente, sulle sue spalle e sentì tutta la fragilità di quel piccolo corpo. La prese per mano. La piccola mano sparì nella sua. La portò verso il letto. Le sembrava una conquista. Temeva che si volesse sottrarre al contatto. Prese una sedia e si sedette davanti a lei. La guardava stordita. Quel visino pallido, dai tratti ancora da bambina, le faceva montare in corpo una rabbia tremenda. Se fosse stata lei, la bambina, avrebbe fatto la stessa cosa, si sorprese a pensare. Solo gli occhi stonavano su quel viso. Non erano occhi di bambina. C’era un’ombra scura negli occhi di Cettina e lei voleva far sparire, quell’ombra che sembrava una parete eretta tra la bambina e il mondo. Sedeva curva, con le mani strette tra le ginocchia e lo sguardo fisso sulle mani. Le gambe penzolavano immobili, a un palmo dal pavimento. C’erano graffi sulle gambe magre. Graffi sulle braccia. Erano ancora vivi.
“Come ti chiami?” chiese l’assistente sociale, sollevandole il mento. Sapeva il nome della bambina, ma voleva che fosse lei a dirlo. Dirlo era un po’ come riconoscersi.
“Francesca, ma mi chiamano Cettina. Adesso che me l’hai chiesto mi sono ricordata il mio nome. Nessuno mi ci ha mai chiamato. Non mi dispiace Cettina. E tu? Come ti chiami?”
“Giuseppina”
“Ti posso chiamare Peppa? E’ più corto e me lo ricordo meglio. Mi piace di più. Mia nonna c’aveva una gallina. Si chiamava Peppa. Quando andavo dalla nonna ci giocavo anche se la gallina non era contenta. Voleva sempre scappar via quando la prendevo in braccio e la volevo accarezzare. Dalla nonna c’andavo con il babbo, ma poi lui è morto e dalla nonna non ci sono più tornata”
“Peppa, mi piace. Chiamami così. Guarda cosa t’ho portato”. Non voleva affrontare immediatamente l’argomento. Voleva conquistarsi la fiducia della bambina.
Cettina prese il pacco
“Che bello! Non l’ho mai avuto un pacco.” Lo teneva stretto e nei suoi occhi si leggeva meraviglia mescolata a sospetto.
“Dai, aprilo”
“Ho paura di rovinare la carta. Non la voglio rompere. Ho sempre paura quando c’ho le cose nuove”
“Adesso ti faccio vedere come possiamo aprirlo senza romperla”
Francesca slacciò il fiocco giallo e poi, piano piano, staccò lo scotch e la carta si aprì
“Che bella. Una Barbie. Non ce l’ho mai avuta una Barbie.”
Cettina aprì la scatola. Prese la bambola come si prende in braccio un bambino e stette a guardarla. Si alzò e iniziò a girare come in una danza incerta seguendo una musica che solo lei poteva sentire. Si fermò e si rimise a sedere sul letto.
“Come è bella. E’ così che voglio diventare quando cresco e mi verranno le cose. Quando mi verranno le cose non avrò più paura, perchè sarò grande e i grandi non hanno paura”
“Allora vuoi diventare bionda?”
“Sì, bionda. E poi voglio mettermi il rossetto e lo smalto sulle unghie. Anche quelle dei piedi, come fanno le signore. Così non sentirò più le vergogne.” Abbassò gli occhi. Giuseppina si sentiva stringere il cuore a quei discorsi. Continuava a guardarla, a guardare la bocca semi aperta da cui si intravedevano i piccoli denti. Gli incisivi si sovrapponevano.
Anche lei aveva sentito “le vergogne”, come diceva Cettina. Avrà avuto sette o otto anni. Era al cinema seduta accanto alla madre. Sentì una mano risalire lungo la sua coscia, sotto la gonna. Chiamò la madre. La mano si ritrasse. Non disse niente, chiese solo alla madre di cambiare posto. Dov’era, non vedeva bene. Si era vergognata di parlare.
“Posso tenere il fiocco?” riprese Cettina
“Sì, certo.”
“Me lo voglio mettere in testa così c’avrò il sole in testa.”
Giuseppina accarezzò i capelli di Cettina. Il suo tempo era scaduto. L’avrebbe incontrata il giorno dopo e quello dopo ancora, tutti i giorni.
Mercoledì mattina, 16 agosto, quando Giuseppina entrò nell’istituto, Adriana le corse incontro.
“Giuseppina, Giuseppina ….. Cettina…”
“Cettina cosa?”
“L’abbiamo trovata poco fa, nelle docce. Si è impiccata”
Alla sera, quando tornò a casa, prese dalla borsa un quaderno. Buttò borsa e scarpe in un angolo. Il quaderno era di Cettina. L’avevano trovato sotto il materasso.
“Peppa, oggi mi sento felice. C’è il sole e un passerotto è venuto a trovarmi. Oggi sono contenta perchè domani è il mio compleanno e il passerotto è venuto a farmi gli auguri. C’avrò 12 anni e così mi verranno le mie cose e sarò grande anch’io. Questo te l’avevo già raccontato, ma mi scordo delle cose che dico. Oggi è martedì, ma sembra domenica. La domenica mi è sempre piaciuta perchè mi lasciano dormire di più. Ma poi arriva Adriana che mi sveglia e dice che devo andare a fare colazione. Stamattina per colazione m’hanno dato il caffè e latte e le fette biscottate con la marmellata di albicocche. Mi piacciono le albicocche. Hanno il colore del fiocco che mi hai dato quando m’hai regalato la Barbie. Così stamattina avevo il sole in testa e anche nella bocca. Poi m’hanno dato una pesca. Anche quella mi piace. Invece a me non mi piace l’inverno. E’ freddo. Ci sono i passeri che io non so come fanno a stare fuori col freddo. Io sento freddo quando vado da don Ugo. Non ho i vestiti pesanti, non c’ho neppure una sciarpa però don Ugo ha detto che me ne comprava una ma poi non me l’ha data. Dopo che sono andata a fare colazione sono tornata in camera e ho giocato con la Barbie. Quando gioco mi vengono le vergogne…non riesco a continuare ma poi Peppa mi abbraccia forte e io so che lei mi vuole bene e posso fidarmi. E allora le vergogne spariscono. L’ho spogliata e l’ho guardata. Lei non c’ha le cose che c’ho io, anche se lei è già grande. Anch’io voglio i capelli lunghi come quelli della Barbie così gli uomini mi guardano e mi danno quello che voglio. C’ho giocato e ho visto che c’ha anche le tette. A me non sono ancora cresciute. Quando Peppa viene ci voglio giocare con lei. Peppa mi piace, mi accarezza ma no come don Ugo. Gli ho cambiato i vestiti e messo le scarpe con i tacchi aguzzi. Anch’io voglio mettere i tacchi alti così pensano che sono più grande. Una volta me li sono messi, ma non stavo in piedi, i piedi mi si piegavano all’infuori e mia madre mi ha detto di toglirle perchè sennò le rovinavo. L’aveva comprate con i soldi che gli avevo dato io. Qui io ci sto bene, anche con Giovanna che dorme nella stanza con me, anche se non parla con nessuno. Qualche volta piange ma io non so perchè lo fa. A me non mi viene mai da piangere, nemmeno quando sento le vergogne. Con Peppa mi vengono le vergogne ma poi mi passa. Ma non mi passano i ricordi, quando sono grande li faccio passare, ma ancora sono piccola e ci sono i ricordi.
Prima avevo delle amiche, Gianna, Loredana e Gessica, ma lei diceva che si scriveva con la J che io non sapevo cos’era. Ma dopo che andavo da don Ugo non mi parlavano più e dopo, quando passavo per strada, i ragazzini mi gridavano “eccola, eccola la zoccala. Adesso fallo anche con noi.” Io non lo volevo fare era la mia mamma che mi ci portava.
La mia mamma dice che lei è vecchia e brutta e che mi vuole bene ma io non ci credo se uno vuole bene non le fa del male. Ma io ancora sono piccola e non capisco. Quando ho pensato a mia madre mi è venuta una gran rabbia e ho preso la Barbie. L’ho sbattuta per terra e poi gli ho staccato la testa e l’ho buttata via. La prima volta che m’ha portato da don Ugo mi ha fatto proprio male tra le gambe. Mi bruciava tutto fino alla pancia. Ho sentito che bruciava tutto anche altre volte ma poi non mi faceva più male. Mi faceva il solletico ma io non lo volevo fare ma mamma diceva che don Ugo era buono e lo faceva perchè mi voleva bene. Ci dava il pane perchè mamma non lavorava e non c’avevamo niente da mangiare. Mamma mi aveva portato alla chiesa e mi aveva detto che dovevo fare quello che mi chiedeva don Ugo così potevamo avere da mangiare tutti i giorni e i vestiti e le paste alla domenica. Don Ugo non mi piaceva con tutti i peli tra le gambe. Ce l’aveva anche sul sedere. Don Ugo dice che mi vuole bene ma a me non mi piace. Quando facciamo all’amore vuole che lo accarezzo e che lo bacio e se poi lui è contento mi dà più soldi. Io lo faccio contento sennò mia madre mi sgrida ma quando mi vuole baciare mi viene da vomitare. C’ha sempre un alito puzzolente, come di cavoli marci, e per non sentirlo smetto di respirare. Certe volte mi fa paura con quella cosa così grossa tra le gambe. Mi fa paura ma la mamma dice che di lui non devo avere paura, come dei Santi . Adesso mi stanno tornando le vergogne. Peppa dice che non sono io a vergognarmi. Sono mia madre e Don Ugo che si devono vergognare. Forse provo le vergogne perchè ancora non capisco. Voglio diventare grande e così non provo più le vergogne. Un giorno sono andata in cucina. Ho preso il coltello più grande e quando sono tornata lui era steso nudo sul letto. Si toccava e mi chiamava. Allora gli ho ficcato il coltello nella pancia. Poi glel’ho ficcato da tutte le parti. Poi non ha urlato più, ma c’era il sangue dappertutto. Io sono fuggita. Non mi ricordo quando sono arrivata qui. L’altro giorno ho sentito Adriana che parlava sottovoce con Francesca vicino alla porta del bagno al buio e diceva che mia madre era stata arrestata. Io non so quanto devo rimanere qui dentro. Qui ci sto bene ma ho paura che Don Ugo ritorna come fanno i Santi e ricomincia a fare l’amore con me. Ieri notte l’ho sognato. Era grande, peloso e con il coltello piantato nella pancia. Si avvicinava, ma per fortuna mi sono svegliata in tempo. Ma se ritorna e non mi sveglio? Domani è il mio compleanno e non voglio che lui mi porta le paste per festeggiare. Domani c’ho 12 anni.”
Racconto/Respiri
di laura landi
Respiro i pensieri. Nel respiro c’è tutto ciò che nel tempo non può andare perso, né prima, né dopo, né davanti, né dietro. Nel tutto ci sono i nostri respiri. E’ lì che gioca la nostra memoria, fra i respiri regalati e quelli spariti, quelli smarriti e quelli in viaggio. Quelli che parlano degli affanni di ciò che manca e quelli che attraversano l’aria come frecce infuocate. I respiri che riempiono gli spazi fra i sorrisi o gli spazi fra i giochi dei bambini o i respiri che scelgono di nascondersi fra le fessure, aspettando che il giorno passi e non li veda. Il respiro che implode, che sfida il tempo contando le ore e poi cede alla sfida di tornare, per restare. Quanto spazio trovo in un respiro e quanto spazio perdo se quel respiro manca ?
Mi sono addormentata in sala operatoria con te, piccolo mio, che galleggiavi leggero dentro di me.
Mi sono addormentata felice, ricordo che ridevo ed ero impaziente di vederti. Ho sentito il mio respiro farsi sempre più lontano e trasportare via tutti i pensieri, in un posto dove non c’è fretta, né freddo, né tempo da restituire.
Quanti respiri ho fatto senza curarmene, senza desiderare di farli o accettare di perderli. Ho respirato anche per te, mio piccolo, fino a quando ho potuto.
Al mio risveglio tu non c’eri. Il tuo primo respiro è imploso in un labirinto di silenzio; né pianti, né voce, né respiro, né musica di battiti. Uno spazio vuoto testardamente lungo, un precipitare di istanti apparentemente slegati fra loro, eppure, accidenti, cosi inseparabili. Luci, corse, calore, mani veloci ed esperte per riportare il respiro a te, che naufragavi fra le onde di un non-luogo muto e lontano.
E poi, improvvisamente, il tempo ti ha restituito la voce del respiro, senza curarsi di averti lasciato un soffio di vita così potente, che oggi a distanza di quattordici anni, è lo stesso che attraverso le tue mani, scivola sul pianoforte, restituendo al tuo viaggio, quello che ti è mancato nei primi istanti.
Perché nel respiro c’è tutto ciò che nel tempo non può andare perso, né prima, né dopo.
Racconto/Il signor Morte
di ettore tombesi
Il nonno Nando era da poco uscito dalla sede centrale delle Ferrovie dello Stato.
Aveva firmato alcune carte, e soprattutto aveva ritirato l’orologio da tasca.
Le ferrovie lo regalavano ai dipendenti per merito di fine carriera. L’aveva già visto addosso ad alcuni suoi ex colleghi in pensione.
Era fiero del suo valore. Era in acciaio ed aveva una scritta sul retro.
Fissò le lancette sulle cinque, l’ora in cui era uscito per l’ultima volta dalle officine meccaniche.
Aveva una catenella d’argento con moschettone e la carica manuale. Non caricò l’orologio.
Non aveva mai avuto orologi, non gli erano mai serviti.
Si fermò al bar ed ordinò un caffè. Non andava mai al bar. Se lo faceva, era solo nelle grandi occasioni e sempre con la moglie Luigia.
Era da poco in pensione e aveva deciso di concedersi qualcosa di speciale.
Questa volta era solo, ma si mise a sedere, ordinò il caffè e si fece portare il quotidiano. Come i signori veri, pensò.
Sfogliò il giornale, come se vi potesse cogliere delle coincidenze che sottolineassero l’importanza che quel giorno aveva per lui.
Voleva imprimere nella propria memoria l’immagine dei fatti, riportati dal quotidiano.
Qualcuno si avvicinò al tavolo, in silenzio. Nando si accorse della sua presenza dallo spostamento dell’aria. Fredda. Nessun rumore.
Poi la persona accostò una sedia accanto al tavolo dove era seduto, si sedette, stette un poco in silenzio e infine parlò.
- Sono Morte, disse.
Nando gettò il giornale fuori dai suoi pensieri. Guardò la voce.
Non lo conosceva, non l’aveva mai visto. Una faccia qualsiasi. Tonda e con gli occhialini simili ai suoi. Capelli grigi, con l’attaccatura normale. Gli occhi neri, piccoli. Mai conosciuto prima.
Pensò che si fosse sbagliato e che volesse scherzare. Nei bar, i burloni fanno parte dell’arredamento. Riportò lo sguardo sul quotidiano e riammise il giornale tra i suoi pensieri.
- Guardami, sono Morte, disse la persona.
Ce l’aveva con lui. Lo guardò meglio e poi guardò tutti quelli che affollavano il bar, alla ricerca di un complice della burla. Cercò una risata, un ammicco, un indizio dello scherzo.
-Senta, signor come si chiama, sto leggendo. Se non ha nulla da fare veda di disturbare qualcun altro, disse.
Poi ci ripensò. Il tipo l’aveva chiamato per nome. Lui di solito era svelto ad afferrare le cose, ma era così assorto nella lettura che ci arrivò in ritardo. L’uomo conosceva il suo nome.
- Ci conosciamo ? – Chiese Nando.
- Io ti conosco. Sono Morte e conosco tutti-
- Il suo nome non mi è nuovo, disse Nando con leggerezza. Mi ricorda qualcosa di cupo, aggiunse.
- Sono seduto di fronte a te e siccome mi hai risposto, significa che mi vedi. E’ con quelli come te che io scrivo le mie storie. Mi puoi vedere, perché io, Morte, ho un compito. Scrivo di chi non vuol morire. Racconto perché non vuol morire. Sono stato chiaro?-
Nando si sentì attraversare da un brivido.
- Io non la conosco, e la sua storia è molto interessante. Non credo che lei sia Morte e comunque l’argomento non mi piace. Allora, o se ne va via lei o me ne vado via io, disse Nando, colpendo infastidito il giornale con due colpi secchi, come per ritrovare la piega centrale fra le pagine.
- Vuoi una prova. Toccami la mano-
Nando si accorse solo in quel momento di quanto fosse lontana la voce. Sembrava giungesse da una caverna. Era una voce piena di rimbombi, come alla ricerca di spazi vuoti da riempire.
Le mani di Morte erano bianche e le unghie trasparenti e la pelle era così sottile che si potevano vedere i nervi.
Toccare la mano di uno sconosciuto, tastare il dorso della mano di un uomo. Che schifo, pensò.
Ma doveva farlo per tagliare corto.
Scostò il giornale, guardò di nuovo il volto dell’individuo e toccò quella mano appoggiata sul tavolino.
Nando fu attraversato da una fitta dolorosa che partiva dalle dita e saliva lungo il braccio e infine si conficcava nel cuore. Una specie di scossa elettrica.
La mano di Nando e poi il suo braccio divennero freddi, come morti.
Poi si staccò, a fatica. Impaurito guardò quegli occhi neri. Sembravano di velluto.
- Cosa vuole da me?- chiese Nando, alzando un po’ la voce.
- Sono venuto a prenderti-
- Non voglio morire. Non ora- disse Nando.
- Perché non vuoi morire?- chiese Morte.
Poi appoggiò sul tavolo un taccuino e si mise a scrivere.
Aggiustò gli occhiali con l’indice, scostò per bene il gomito e mosse un poco la penna, come uno che non scrive di frequente.
- Per mille motivi. Sono in pensione da mezz’ora e mia figlia non si è ancora sposata e non è giusto morire ora, finché le cose non sono a posto- disse Nando.
- Parla ancora- disse Morte e continuò a scrivere.
-Abbiamo progetti per il futuro. Stiamo ingrandendo la casa. Vogliamo che diventi un albergo.
Mia figlia è brava e se lo merita. È figlia adottiva e ha sofferto. Io le voglio un gran bene e non voglio lasciarla così, prima che tutto sia sistemato, concluse Nando.
- Ho scritto tutto ciò che hai detto. Ritornerò, disse Morte.
Chiuse il taccuino, si alzò deciso e andò verso l’uscita. Quando fu sulla soglia si volse un istante verso Nando. Non fece un saluto. Fu uno sguardo di intesa, la chiusura di un contratto.
Nando si guardò attorno. Era la prima volta che entrava in quel bar. Lui abitava nella zona del mare e non conosceva gente di città. A chi avrebbe detto del suo sudore freddo e del suo dolore al petto? Quei pochi, la gente del bar, non erano lì per lui. Forse non avevano visto nulla e nulla c’era da vedere, se non due uomini maturi che parlavano seduti attorno ad un tavolo.
Si incamminò verso casa e si sentiva pesante. Era il suo peso ed il peso dell’incontro. Una follia di sudore freddo e di dolore al petto quasi svanito, ma ancora presente.
Il peso di una visione che gli affossava mente e cuore con un segreto. La solitudine del segreto.
Entrò in casa e chiamò la moglie Luigia. Lei non rispose.
Era morta.
Passò del tempo.
L’orologio da tasca di mio nonno era luccicante. Di metallo lucido, come i cucchiai del ristorante. L’avevo trovato per caso. Da bimbo curiosavo nei cassetti, negli armadi e nei posti dove pensavo ci fosse qualcosa da scoprire. Era un gioco.
Quando trovavo qualcosa di interessante, lo prendevo, lo toccavo, lo rigiravo tra le mani.
Mi inventavo delle storie.
Interpretavo i ruoli dei miei personaggi, cambiando il tono della voce.
Un giorno trovai una conchiglia lucida e colorata.
Trascorsi, con la fantasia, il pomeriggio in giro per il mondo, per luoghi e mari lontani, nelle vesti di un pirata e ancora di un naufrago e poi di un indigeno cercatore di perle.
L’orologio era nella camera di mio nonno Nando e, ogni volta che potevo, lo prendevo.
Chiamavo i miei giochi con nomi inventati o con nomi propri o con nomi che in qualche modo ricordassero l’oggetto. L’orologio si chiamava Cipolla.
Il campanile della chiesa, per me era il Bullo, perché era il più alto di tutti.
L’auto di famiglia era il Maestro, perché era nera e cupa come l’abito ed il volto di un signore che chiamavamo così.
Vivevo in un albergo, e gli spazi abitati erano al piano terra.
Finita l’estate, lungo il corridoio, veniva montata una porta a vetri, proprio davanti alla rampa delle scale, che chiudeva e riparava dal freddo invernale. Il piano terra dell’albergo, in inverno, assumeva così l’aspetto di una casa qualunque. Come se si fosse trasformato in un grande appartamento.
Un gioco, che facevo spesso, era quello di girare per i piani e per le stanze dell’albergo.
Immaginavo di esplorare mondi nuovi, mai scoperti.
Al quarto piano c’era la soffitta. Io non potevo entrarci, mi era stato vietato.
Era pericoloso, diceva mia madre. Forse era vero, ma io pensavo che non voleva che andassi a curiosare nei vecchi bauli impolverati o negli armadi, coperti da bianchi lenzuoli lisi.
L’esplorazione della soffitta richiedeva troppo tempo perché lei non si accorgesse della mia assenza. Potevo salire quando lei usciva e rimanevo da solo con il nonno.
Quando salivo in soffitta però, il fatto che lei non fosse in casa mi metteva una gran fifa. Il nonno era anziano, non mi avrebbe potuto aiutare, anche se un giorno si era messo a scendere giù per le scale che vanno nello scantinato. Poi la mamma lo aveva fermato. In salita, poi, non sarebbe riuscito a risalire nemmeno un piano.
Andavo anche nello scantinato e poi in garage e giù in cantina e nella dispensa e le avventure non finivano mai. Ma era la cameretta del nonno a emanare il fascino più forte. Forse perché non avevo il permesso di entrarci.
Nella sua stanza c’era cattivo odore. Odore di vecchio, come i suoi abiti.
Lui era un omone gigante e parlava poco.
Di pomeriggio stava seduto in silenzio, per ore. Guardava dalla finestra della sala la gente che passava. Io gli facevo gli scherzi. Gli facevo paura da dietro. Lui non diceva nulla.
A volte, mentre era seduto, mi aggrappavo al suo collo, da dietro. Lo stringevo forte e gli davo un bacio sulla guancia o dove capitava. Una volta si alzò in piedi, sempre con me attaccato dietro e, dal momento che era alto, avevo paura a staccare la presa. Mi aiutò mia madre, a scendere da lì.
Lui rimaneva fermo e non diceva nulla.
Fumava mezzo sigaro al giorno. Si spegneva spesso. Un giorno gli disegnai i baffetti alla Hitler con la cenere del toscano. Leccai un dito, lo appoggiai sul posacenere e poi lo passai sotto il suo grosso naso. Aveva i capelli bianchi tagliati con la scodella e la riga da una parte. Il nonno era un bel gioco, ma non potevo entrare in camera sua e anche mia madre non voleva.
Stavo con lui solo quando era in giro per casa.
-Non entrare in camera del nonno senza di me, diceva mamma.
Un giorno mi sgridò, perché avevo preso un gioco dalla sua stanza.
Era la croce di ferro al valor militare. Così mi disse lei. A me piaceva il nastrino colorato. Color bianco, rosso e verde e ne avevo fatto un braccialetto.
Avevo usato la croce come cacciavite per smontare un’automobilina. Avevo fatto leva e si era piegata. Era color bronzo e c’era una figura impressa sopra, ma quando la feci vedere al mio amico Massimo, a lui non interessava.
Non era un bel gioco e la rimisi nella sua scatola. Mia madre mi scoprì. Le mamme hanno questa capacità di scoprire tutto.
L’orologio, invece, era bellissimo. “ A ricordo del ferroviere Ferdinando” c’era scritto.
C’era scritto anche altro, ma non ero molto bravo a leggere e poi, quando mi accorsi di quella scritta sul retro della cassa, l’acciaio era già mezzo consumato e le lettere si leggevano a fatica.
Avevo scoperto come staccare la catenella ed il mio passatempo preferito, con l’orologio, era di farlo scivolare sul largo corrimano della scala esterna.
Prendeva velocità, batteva sul portavasi, si alzava in cielo e cadeva sulla ghiaia, tra gli aghi di pino. Misuravo la distanza. Poi ricominciavo.
Il vetro non si rompeva mai. Le lancette erano sempre ferme.
Da quando avevo trovato l’orologio, le lancette erano sempre fisse sulle cinque, ma per il mio gioco funzionava benissimo.
Poi, quando mi stancavo o dovevo fare qualcosa con mia madre, lo rimettevo al suo posto. Entravo nella cameretta buia del nonno, giravo attorno al letto, mettevo l’orologio nel cassetto del comodino e uscivo in fretta.
L’orologio aveva un segreto. Si apriva. Aveva uno sportellino sul retro, ma dentro non c’era nulla.
Mi piaceva pensare che in passato avesse contenuto dei messaggi segreti.
Il nonno era vedovo da tempo. Da prima che nascessi io.
In camera sua c’erano due foto appese della nonna, la Luigia. Il nonno parlava di lei come se dovesse tornare da un momento all’altro, come se fosse uscita per andare alla bottega.
Una foto era più vecchia dell’altra. Era il primo piano in bianco e nero di una donna giovane.
Mi aveva colpito il collo voluminoso del cappotto grigio ed i capelli neri raccolti sulla testa.
Sembrava avesse una palla da calcio in equilibrio sul capo.
L’altra foto, era un mezzo busto della Luigia a colori. La foto era più recente e mia nonna più anziana. Aveva sempre il pallone sulla testa, ma era grigio chiaro, quasi bianco.
I due volti della stessa persona non erano molto differenti, nonostante fossero passati molti anni fra i due scatti. Della foto a colori mi colpiva il medaglione d’oro che portava al collo. Avrei giocato volentieri anche con quello.
Mi colpiva anche un cicciolo di carne scura, grande come un pisello, accanto al suo naso. Non aveva il volto di una donna buona. Aveva la bocca che scendeva e lo sguardo di una che comanda.
C’erano anche due quadri appesi. Erano legati in alto, ad una cordicella, e stavano inclinati in modo che si potessero vedere bene. Sembrava che dovessero cadere da un momento all’altro. Le cornici nere erano quadrate, ma i due volti dipinti era racchiusi in due ovali. Anche al cimitero avevo visto delle foto che assomigliavano ai quadri. Erano i volti di due uomini con il cappello a bombetta.
Mi piaceva il nome bombetta, mi faceva pensare alla mie storie fantastiche di guerra. Uno era magro e con i baffetti sottili, gli occhi vispi, la bombetta sulla testa era inclinata e gli dava un’espressione da burlone. L’altro era più cicciottello e con lo sguardo più serio. Assomigliava ad un maialino ed anche al macellaio che aveva il negozio vicino casa.
Un cappello così non l’avevo mai visto addosso a nessuno, in strada, ma mio nonno forse ne nascondeva uno uguale in un armadio, in soffitta. Un giorno avevo sbirciato per caso, mentre spostavano le sue cose. La soffitta per me era vietata, ma quel giorno ero lì.
Anche in estate non potevo salire in soffitta da solo.
Ci stavano i clienti giovani, che potevano fare le scale e spendevano poco. Anche un cameriere dell’albergo dormiva lì, ma lui non era mio amico. Non voleva che entrassi in sala da pranzo per prendere il pane e la frutta che stavano sui tavoli.
Mi aveva sgridato il primo, giorno che era arrivato, e per tutta l’estate era rimasto arrabbiato con tutti. Forse non per colpa mia, ma non era mio amico.
I volti dei due con la bombetta non avevano nome, né parentela con nessuno. Anche il nonno si era dimenticato di chi fossero, ma dal momento che, quando si era sposato, i quadri erano già in casa e la nonna ci teneva molto, non furono mai spostati. C’era una legge che non permetteva di spostare nulla, in camera del nonno. Solo la mamma faceva le pulizie dal nonno e per il resto non poteva entrarci proprio nessuno.
Nando aveva una malattia alle mani e una alla testa.
Le mani si muovevano con difficoltà. Le grosse nocche tenevano le dita inclinate e rigide.
Teneva le mani sempre aperte a metà. Sembrava dovesse bere dalla fontana o sollevare una cassa di frutta o portare un vassoio.
L’albergo era ad angolo, come le sue mani. Davanti c’era la strada grande, alberata e trafficata. Affianco la strada piccola, in discesa.
Il marciapiede era il mio confine, e andava dalla stradina d’angolo fino alla stradina successiva, lungo il viale alberato. Erano alberi ciccioni, con foglie grandi con tante punte e palline verdi e dure.
I grandi alberi facevano fresco in estate e grandi mucchi di foglie in autunno, lungo tutto il viale.
In autunno le palline diventavano marroni e cadevano. Le lanciavo in aria per gioco con tutta la mia forza e, quando cadevano al suolo, esplodevano sparando spore ovunque, come bombe vere.
Qualche volta il nonno mi prendeva per mano. Con la mano ad angolo. Era grande e larga.
Andavamo fino alla fine del marciapiede e poi tornavamo indietro.
Rispettava il mio confine o, forse, ubbidiva alla mamma.
Il nonno faceva fatica a camminare. Per partire, spostava il corpo in avanti e, per non cadere, le gambe erano costrette a seguirlo.
I primi passi erano corti e veloci, di assestamento. Poi una volta partito, manteneva il suo ritmo.
La mamma lo aiutava a scendere e salire i tre gradini della scala di ingresso.
Io mi annoiavo. Era troppo lento anche per me, che avevo pochi anni.
Se incontravo i miei amici, li salutavo muovendo appena la testa. Non potevo giocare con loro.
Il nonno non mi avrebbe lasciato il braccio. Alla fine del marciapiede si fermava. Si girava da fermo. Piano. Poi spostava il corpo in avanti e ripartiva. Rivedevo i miei amici, abbassavo la testa e continuavo fino a casa. Era un dovere stare con il nonno, come lavarsi la faccia al mattino.
I miei amici giocavano a puzza in alto e a nascondino. Io portavo a spasso il nonno più lento del mondo.
Quando spazzava davanti all’albergo, alla mattina presto, bloccava il manico della scopa con i pollici. Era buffo guardarlo.
Le sue mani non erano diventate ad angolo per colpa della ferita di guerra, quando aveva messo il braccio fuori della trincea ed era stato colpito. La pallottola gli aveva rotto l’osso in più parti e avevo visto i buchi che aveva nel braccio.
Il braccio gli faceva molto male, diceva la mamma, ma questo non era la causa delle mani piegate.
La mamma mi disse che si fece colpire in trincea, per amore della nonna, perché la amava e voleva rivederla.
Avrebbe dovuto farsi colpire ad una mano, pensavo.
Tanto non gli servivano a granché, e non avrebbe avuto dolore al braccio.
La medaglia l’avrebbe avuta comunque.
Spazzava e ci metteva tutta la mattina per fare un pezzetto.
Ogni tanto si fermava a raccogliere qualcosa da terra e, per abbassarsi e rialzarsi, ci impiegava molto tempo. Altre volte l’avevo visto frugare con difficoltà nei bidoni della spazzatura.
Non mi piaceva quando mi toccava i capelli, per salutarmi. Pensavo che avesse le mani sporche.
Era un omone alto e robusto ed aveva poche espressioni in viso.
Non capivo se facesse fatica a camminare o se si stancasse o se se avesse fame o freddo.
Mia madre lo lavava alla domenica mattina. Lui stava in piedi, dentro la vasca da bagno. Poi quando era più anziano, stava a sedere su una vecchia sedia, dentro la doccia.
Una volta l’avevo visto mentre faceva la pipì nel lavandino. Non mi era piaciuto. Mi aveva fatto schifo e lo avevo detto a mia madre. Lei si arrabbiò molto con il nonno, ma lui non sembrava molto interessato alla cosa.
Questa era la malattia della testa. Non era molto interessato alle cose.
Camminava davanti casa e alla gente che incontrava diceva:
- Io ho incontrato Morte.
Lo guardavano con pazienza. Vedevano il suo stato confuso. Un anziano che ha perso la testa, pensavano.
Chi non lo conosceva si fermava a parlare con lui e diceva:
- Anch’io, sa? Un mio parente ha avuto un incidente ed ero presente mentre moriva.
Poi capivano il suo stato, perché non rispondeva e continuava a ripetere:
-Io ho incontrato Morte.
Pensavo che il nonno fosse strano anche perché mangiava il pesce con la testa e le spine, faceva colazione con la minestra fredda della sera prima e mangiava, per merenda, la cipolla cruda.
Parlava pochissimo e stava a testa bassa. Era alto ed era un po’ incurvato, ma non da sempre.
Avevo visto una sua foto vestito da ferroviere e stava dritto con la schiena.
Da quando era morta la nonna era successo qualcosa, diceva la mamma, quando le chiedevo di lui.
Una sera, la mamma uscì ed io rimasi con il nonno. Nel suo lettone.
Mi raccontò la storia di un asino che faceva uscire monete d’oro dal sedere.
Parlava con lentezza e ogni tanto si fermava e mi chiedeva di cosa stava parlando.
Ogni volta che diceva culo o cacca, io ridevo come un matto.
Alla fine mi diceva solo le parolacce ed io ridevo. Il nonno parlava poco, ma aveva una bella voce.
La mattina dopo mi svegliò mia madre e mi chiese come fosse andata.
Gli dissi delle parolacce e delle risate e si mise a ridere anche lei.
Era felice per me e sarebbe potuta uscire ancora, la sera.
Rimasi altre sere, con lui, nel lettone. Qualche volta non parlava. Si addormentava subito e mi annoiavo. Parlavo io. Lo scuotevo per un braccio, lo svegliavo e parlavo con lui dei miei giochi e della mamma. Non gli dicevo dell’orologio e delle altre cose.
Avevo capito che era molto vecchio perché aveva la dentiera e la teneva sopra al comodino, nel bicchiere dell’acqua.
Lui aveva solo due paia di scarpe. Quelle nere, della domenica, che infilava solo con la mamma, perché erano strette, e quelle di panno con la cerniera davanti. Quelle di tutti i giorni.
Erano enormi e calde e le metteva anche in estate. Non facevano la puzza e lui non stava mai al sole. Era bianchissimo.
Un giorno lo vidi ridere con la dentiera. Era la mattina di Pasqua ed avevo ricevuto l’uovo di cioccolato. Il primo che ricordo. La mamma mi portò dal nonno e lo scartammo insieme.
Lui mangiò la cioccolata. Un pezzetto. Si mise a ridere. Il cioccolato si appiccicava al palato e alla dentiera e gli faceva il solletico. Rideva e si vedeva la dentiera marrone di cacao.
Anche lì, era buffo.
Poi, una sera, la mamma uscì ed io rimasi sul lettone con lui. Non stava bene e la mamma mi disse di non affaticarlo e di dormire subito. Il nonno mi sembrava agitato.
Riuscii a leggere nel suo volto una espressione di dolore e di paura. Mi faceva tenerezza.
Mi guardava negli occhi e non capivo.
Incominciò a parlare come se io fossi un adulto. Muoveva gli occhi in fretta, come se fosse agitato per ciò che doveva dire.
Mi parlò della Luigia e della sua morte.
Parlava lentamente, con lunghe pause. Voleva che ascoltassi e capissi bene. Concluse il racconto così.
- Con me, la vita è stata buffa. Ora sta finendo. Finalmente. Un giorno, ho incontrato Morte. Vestiva i panni di un uomo, simile a me. Non ci si deve fidare della Morte. Anche quando sembra che non stia facendo niente, lei ha già fatto.
Se per caso un giorno ti capitasse di incontrarla, scappa. Non fermarti con lei. E’ una fregona!
La morte prende sempre e non lascia niente. Hai capito?
Dopo avermi chiesto se avessi capito, mi prese per le spalle con le sue mani rigide e mi scosse come un albero dai frutti maturi.
Poi si calmò, si accomodò meglio nel lettone e mi ordinò di dormire.
Non mi sono addormentato subito. Il nonno mi aveva stupito e scosso per davvero.
La mattina seguente la mamma mi portò sul seggiolino della bici in una palestra fuori Rimini. Bisognava pedalare per un ora.
Ero seduto sul seggiolino e mi tenevo saldo con le mani al manubrio ed i piedi fermi sulle pedane. Mi vennero le formichine alle gambe, ma non lo dissi alla mamma.
Avevo un po’ paura della bici, perché una volta avevo messo il piede fra i raggi della ruota, la bici si era bloccata e cademmo a terra. La mamma si sbucciò il ginocchio ed io andai zoppo per qualche giorno.
In bici parlammo del nonno e della sera precedente.
Gli dissi, senza girare la testa, che non avevo riso e che il nonno mi aveva sbattuto, scrollato e gli descrissi il gesto.
Subito non disse nulla. Poi parlò della mia schiena e della palestra. La palestra era una cura, diceva. In palestra dovevo stare disteso a pancia in su, sopra una panca ricurva e faceva molto male. Poi tornammo a casa, ma non parlammo molto.
Incrociammo un funerale.
- Il morto porta male, disse.
Quando tornammo a casa, io entrai in casa per primo, perché la mamma stava sistemando la bici.
Il nonno era in cucina, steso a terra. Era morto.
Mia madre gridò e poco dopo arrivò gente e poi arrivò il dottore.
Avevano messo il nonno sopra il divano all’ingresso.
I clienti dell’albergo tornavano dalla spiaggia e passavano davanti al nonno morto, per raggiungere le loro camere. Si segnavano come in chiesa e stringevano la mano della mamma.
Ero seduto vicino a lui, composto e serio come mi era stato detto.
Ad un certo punto lui fece un rumore con la bocca. Sembrava un lamento, ma era morto.
Per due giorni la casa rimase al buio. Coprirono anche gli specchi.
Potevo giocare solo in camera mia ed il nonno non c’era più. Era stato portato via.
Passò ancora qualche giorno e l’arredamento della camera del nonno sparì in soffitta con tutte le sue cose.
Una sera ero nel mio letto e venne mia madre a salutarmi. Non succedeva spesso.
Veniva quando doveva dirmi delle cose importanti.
Gli chiesi del nonno.
- Dove sarà adesso?
- E’ con la nonna Luigia. Sta bene e ci guarda da lassù. E’ morto, disse.
La parola morte, mi ricordò dello strano racconto del nonno le dissi. Lei mi spiegò:
- Quando morì la nonna, lui ebbe un infarto, un dolore al cuore. Gli successe fuori casa, in città. Forse qualcuno gli disse che lei era morta, e lui ebbe un infarto. A momenti moriva anche il nonno. Da quel giorno non si riprese più. Rimase fermo nel tempo, come un vecchio orologio.
- L’orologio! dissi ad alta voce. Il nonno aveva un orologio che chiamava cipolla ed io ci giocavo spesso. E’ mio! Lo rivoglio.
La mamma mi guardò e si mise a piangere. L’aveva buttato via, disse. Non funzionava. Era sempre fermo sulle cinque.
Racconto/Emissioni
di lorena casadei
A mezzogiorno l’aria era diventata irrespirabile.
La proprietaria del bar Mazzini lo capì perché un paio di persone erano entrate e, storcendo il naso, erano subito uscite senza ordinare nulla.
Alle 6 del mattino aveva regolarmente alzato la serranda del suo locale, disposto i tavolini in bell’ordine e spolverato il bancone. Poi aveva messo in funzione la macchina del caffè e acceso la tv per i primi avventori. Notizie banali passavano attraverso programmi mediocri ma erano un toccasana per Mara, che non aveva voglia di parlare con i clienti. Mara la mattina presto era intrattabile.
Per cui quando Giovanni, entrando con la faccia spavalda e il ciuffo biondo ossigenato alla Elvis, le aveva urlato con forte accento livornese “O Mara, che puzza! Hai fatto a pezzi il tu’ marito e lo hai nascosto dietro il bancone?” non l’aveva presa bene. Giovanni scherzava sempre, lo conosceva da anni, ma questa volta Mara non aveva riso. Un certo fetore lo sentiva anche lei, mischiato all’aroma del caffè.
Si precipitò fuori per controllare se fosse in corso qualche lavoro alle fognature. Li avrebbe rampognati per bene. Non la avvisavano mai per tempo. Come si permettevano di fare uscire delle esalazioni così fastidiose per la sua clientela? Di fuori, sotto il sole ancora freddo, non c’era nessun operario al lavoro, nessun tombino scoperchiato.
In quel momento, assorto nei suoi pensieri, stava attraversando la piazza don Gabriele, a passo svelto. Mara lo salutò e rientrò sconsolata. Avrebbe telefonato in municipio.
Don Gabriele si teneva il berretto ben stretto sulla testa, e camminava con lunghe falcate per controbilanciare la forza del vento. Andava di fretta, aveva diversi appuntamenti. Dopo la visita del giovedì alla casa di riposo doveva salire fino in collina per celebrare la messa in sostituzione di Don Matteo, che era morto la settimana prima. Poi c’era lezione di catechismo in parrocchia e in serata le ultime confessioni. E finalmente, il giorno dopo, sarebbe partito in pellegrinaggio per San Giovanni Rotondo.
La casa di riposo era in fondo alla strada. Arrivò trafelato, spinse il maniglione antipanico della grande porta di metallo ed entrò. Lo accolse un tanfo soffocante.
Nell’ampio salone ricreativo otto vecchietti immobili stavano seduti in semicerchio davanti ad un enorme apparecchio televisivo, sospeso in alto sulla parete, che scagliava attorno a sé un suono assordante. Gli anziani tenevano il mento alzato per vedere meglio e ogni tanto abbassavano la testa per fare riposare il collo. Adoravano le paillettes sfavillanti delle ballerine e le canzoncine stupide e i giochi di intelligenza che venivano trasmessi a tutte le ore. Finito un programma, cambiavano canale fino a che ne trovavano uno simile.
L’odore intenso di cadavere putrescente preoccupò don Gabriele. “Odore di morte” sentenziò. Se qualcuno dei vecchietti fosse trapassato, addio viaggio a San Giovanni Rotondo. Pensò che sarebbe stato opportuno dare l’estrema unzione a tutti, così si sarebbe tolto il pensiero. Ammise che non era una riflessione molto religiosa, si scusò personalmente con Dio, e si mise all’opera.
“Forza ragazzi”, urlò per sovrastare il rumore della tv, “oggi facciamo le prove dell’estrema unzione. Tutti in fila!”. I vecchietti, instupiditi dalla tv-badante che l’istituto retribuiva con i pochi spiccioli del canone mensile, si sottoposero volentieri a quell’operazione. Quando fu il turno di Paolino, il vecchietto avvitato come un giocattolo su una carrozzella piena di leve e pulsanti, don Gabriele si vide opporre un netto rifiuto. Paolino urlò che lui non voleva morire. Fece roteare le ruote come un’arma e fuggì, girando in tondo per tutto il salone. Fece ribaltare il tavolino delle carte da gioco, si avviò alla porta d’uscita, prese la rincorsa e arrivò fino in fondo al corridoio. Don Gabriele lo raggiunse correndo e Paolino ripartì. Non voleva farsi prendere. Don Gabriele era già estenuato per la camminata e per il tanfo, ma il desiderio di andare a San Giovanni Rotondo e di andarci a tutti i costi era più forte e alla fine lo acchiappò. Gli inflisse l’estrema unzione, sfinito.
Dalla porta a vetri della cucina, che dava sul salone, la cuoca aveva osservato la scena e rideva. Non si era mai divertita così tanto. Olga in realtà era felice perché oggi sarebbe arrivata da Mosca sua figlia Tatiana, che non vedeva da due anni. Era ben disposta con tutto il mondo. Aprì la porta e invitò don Gabriele a prendere un caffè.
Olga era grassoccia. Da giovane doveva essere stata bellissima, lo si vedeva dai lineamenti ancora perfetti del viso, ma il mestiere che si era dovuta inventare per sopravvivere, e la tristezza di essere sola, l’avevano spinta a mangiucchiare spesso. Parlava poco. Sebbene abitasse nel paese da dieci anni, aveva imparato pochissime parole di italiano. Mise la zuccheriera accanto alla tazzina di caffè, poi sparecchiò, indossò il cappotto e uscì.
Le esalazioni che provenivano dal salone erano insopportabili, ma Olga aveva fatto il callo all’odore di vecchio. Assomigliava a quello stantio del pollo andato a male, che spesso doveva cucinare a quei poveretti.
Arrivò a casa. Tatiana era già li ad aspettarla, sulla porta di casa. Univa, alla bellezza della madre, il fascino del padre. La abbracciò forte, e si fece seguire in cucina. Parlarono fino a tardi, poi Tatiana si sistemò sul divano per riposare un po’. Accese la tv e si addormentò. Olga la guardò commossa. Tatiana era molto più bella di tutte le ragazze che stavano apparendo sullo schermo. La coprì con una coperta e le sfiorò delicatamente la fronte con un bacio, come faceva quando aveva cinque anni. Si rialzò tenendosi i fianchi. Fece una smorfia per il cattivo odore che le si era infilato nel naso, e che giustificò con il viaggio lungo e faticoso che Tatiana aveva affrontato. Più tardi le avrebbe dato una bella strigliata sotto la doccia.
Uscì di corsa per andare a comprare qualcosa per la cena. All’ingresso del portone si imbatté nel professor Guidi, che non la salutò neppure. Strano, era sempre così gentile.
Il professor Guidi aveva ancora l’immagine di sua moglie davanti agli occhi. L’aveva riconosciuta da lontano, il suo passo era inconfondibile. Era abbracciata ad un uomo che non conosceva, ma di cui aveva incominciato ad intuire l’esistenza. L’aveva seguita fin dentro il The Lounge, un locale dove si ritrovavano i ragazzi delle superiori, quando marinavano la scuola. Il professor Guidi si era fermato al bancone e aveva ordinato un caffè mentre li seguiva con gli occhi. Si erano seduti in fondo, ad un tavolino appartato e avevano cominciato a ridere e a toccarsi.
Il professor Guidi non aveva resistito. Si era avvicinato e aveva iniziato ad insultarla. Lei era rimasta muta, l’uomo non aveva mosso un dito. Portava un paio di occhiali da vista e lo guardava con una faccia sfrontata che il professor Guidi avrebbe volentieri preso a pugni. Il ragazzo del bar aveva subito acceso la tv per coprire il rumore della scenata. Dallo schermo uscirono stupidi bambini che cantavano canzoni da adulti, con voci da adulti, dimenandosi come adulti.
Il professor Guidi sentì all’improvviso di essere uno stupido bambino che stava facendo qualcosa da adulto. Smise di gridare. Una zaffata di uova marce invase lentamente l’angolino riservato. Sua moglie si staccò dall’abbraccio e guardò l’amante con sospetto. Dallo sguardo il professor Guidi capì che la loro storia sarebbe finita presto. Quell’odore mefitico era la più dolce vendetta del mondo. Soddisfatto, uscì dal locale.
Ancora con la testa fra le nuvole, per poco non si scontrò con Olga. Era una buona vicina di casa, ma adesso lui non aveva voglia di parlare con nessuno. Non aveva molta voglia di salutarla. Si rifugiò nel suo appartamento. Non c’era la tv ma la sua biblioteca era ben fornita. Avrebbe avuto tante serate solitarie di fronte a lui.
Scelse un libro, versò del rhum in un bicchiere e lo bevve d’un fiato. Poi si rannicchiò sul divano e incominciò a perdersi nella lettura. La luce del tramonto non era più sufficiente a illuminare le pagine. Accese l’abat-jour e chiuse le porte del terrazzo.
In quel momento stava rincasando Marco Montini, l’ingegnere che abitava nel palazzo di fronte. Stringeva nel pugno un mazzo di rose rosse e saltellava fischiettando. “Auguri” gli pronosticò con amarezza il professor Guidi.
Marco Montini era eccitatissimo. Per la prima volta aveva lasciato a Giovanna le chiavi del suo appartamento. E il mazzo di fiori serviva a dimostrarle quanto fosse felice di aver preso quella decisione.
L’ascensore era bloccato, ma a Marco non importava. Salì di corsa la prima rampa di scale. Il miasma terrificante lo assalì al primo piano.
La nuvola puzzolente usciva dall’appartamento sei, dove viveva una famiglia di cinesi. In realtà nessuno li aveva mai visti, ma si intuiva la loro esistenza dalla presenza costante di cattivi odori. Stavano ascoltando un programma in italiano. “Immergeteli in acqua bollente”, si sentiva. Forse alla tv insegnavano a cucinare topi putrescenti e uova dei cento giorni. Rise fra sé e proseguì.
Al terzo piano il tanfo divenne ancora più nauseabondo. Al numero cinque abitava una coppia di meridionali. La tv a tutto volume, il presentatore urlava sciocchezze sulle Alpi Apuane, ma non riusciva a coprire le grida di un litigio in corso. Litigavano sempre. Cosa si erano lanciati addosso, bidoni di immondizia marcia? Trattenne il respiro e salì gli ultimi gradini al volo.
Arrivò al quarto piano e finalmente poté respirare. Un profumo d’arrosto lo accolse assieme all’abbraccio morbido di Giovanna. La serata si prospettava interessante. Avrebbero cenato a lume di candela poi sarebbero finiti a letto, come piaceva a lui, facendo finta di sorprendersi.
Giovanna indossava un vestito nero scollato che scopriva gran parte del suo seno abbondante. Nonostante fosse un paio di taglie in più rispetto al suo peso ideale, Marco la trovava molto sexi, “Cosa mi hai preparato?” le chiese baciandole il collo. “Una cosa molto speciale” rispose Giovanna ammiccante, con una intonazione così suadente che lui ebbe voglia di buttarla subito sul letto. Si trattenne. Finita la cena Giovanna accese la tv “per sottofondo”, disse, con un tono di voce ancora più stuzzicante.
Dopo dieci minuti fece la sua comparsa un ospite del tutto inaspettato e sgradito: un odore putrescente, come di cadavere. Marco, che stava accarezzando il corpo nudo di Giovanna, si bloccò. “Non ci riesco, scusami” mormorò, avvilito. Giovanna si mostrò delusa. Aveva messo tutto il suo impegno per preparargli la cena e adesso lui la lasciava così. Marco accese una sigaretta, aprì le persiane e uscì sul terrazzo.
Dall’altra parte della strada si illuminarono le finestre di una villetta a schiera. Sulle tende della grande vetrata si proiettò la sagoma di una donna, ingigantita dalla luce a cono. Parlava al telefono, agitata.
Marco rientrò in casa e aiutò Giovanna a sparecchiare, senza dire una parola.
La dottoressa Renzi era un mare in burrasca. Parlava, sollevava il telefono al cielo e urlava. “Ve l’avevo detto che dovevamo anticipare i tempi. Ora se ne accorgeranno tutti. Come possiamo evitare questa puzza maledetta se non li obblighiamo a passare al digitale terrestre?”
Allungò un braccio e si appoggiò alla parete. Chinò il capo e una ciocca di capelli neri le coprì gli occhi. Si spostò “Lo sapevate che i cavi si sarebbero putrefatti continuando a mandare programmi marcescenti. Avete abbassato sempre di più il livello di qualità? Avete imputridito ogni spazio? Questo è il risultato! Parker lo aveva previsto.”
Fece una pausa. “Dopo anni, così aveva scritto nella relazione, i cavi analogici sono soggetti ad interferenze e assorbono qualsiasi errore di trasmissione, accelerando il processo di decomposizione e trasmettendolo all’atmosfera. Il problema si evita solo con la trasmissione in digitale. Ve l’avevo detto.”
Alzò la voce, come per richiamare qualcuno dall’altra parte del telefono “Il digitale terrestre era una scelta necessaria. Andava imposta, non consigliata.”
Ascoltò e spalancò gli occhi. La bocca si deformò per l’urlo “Vuoi sapere perché negli altri Paesi europei non è ancora avvenuto il disastro? Ma perché in nessun altro Paese trasmettono programmi putridi come i nostri, idiota!
Domani prepariamo un piano operativo urgente per lo switch-off definitivo dell’analogico. Non possiamo permettere che la situazione ci sfugga di mano. E chi lo sente, se no, il capo? Lo sai che fra una barzelletta e l’altra è capace di spedirci al polo nord a calci in culo!”.
Chiuse il cellulare e lo scagliò contro il televisore. Mille pezzi di vetro volarono tutto intorno.
Racconto/Parole
di lorena casadei
La vedo avvicinarsi al treno.
Indossa una gonna leggera a fiori, e una camicetta bianca aperta fin sopra il seno. I volant delle maniche sono mossi dal vento, come lunghe ciglia che sbattono sulle mani sottili. Un cappellino di paglia ben calcato sulla fronte trattiene lunghi capelli castani, lisci come fili di seta.
Il viso della ragazza si concede al sole e il suo sguardo è perso nell’aria frizzante del pomeriggio. La accompagna un profumo di fiori, dove li tiene?, che arriva fino a me e mi inebria.
Trascina una vecchia valigia. Due cinghie di cuoio cucite ai lati stringono saldamente un giornale e una maglietta viola di cotone a maniche lunghe. Alza una mano per difendersi dal riverbero del sole. Si ferma a pochi passi da me.
Guarda il biglietto che ha in mano, legge il numero sul vagone, ricontrolla il biglietto e annuisce. E’ la carrozza giusta.
Appoggia il piede sul primo gradino e si gira verso di me. Accenna a un sorriso. E’ bellissima.
Sento i palmi delle mani inumidirsi, neanche fossi in aereo e ci fosse un vuoto d’aria. Mi agito. Devo assolutamente dirle qualcosa. La ragazza sparisce all’interno della carrozza.
La valigia pesante è quella di chi parte per un lungo viaggio, e allora la vedrò riapparire in questa stessa stazione? Oppure è quella di chi ha concluso il suo viaggio e torna a casa, e dunque potrei non rivederla mai più?
Mi decido. Aspetterò che si affacci al finestrino e le dirò qualcosa. Le sussurrerò che è bellissima. Prima, anzi, le chiederò il nome.
No, devo colpire la sua attenzione con una frase interessante, ho poco tempo, aggiungo un complimento e poi le allungo il mio biglietto da visita. E’ tutto chiaro, ora vado.
Lei si affaccia, due carrozze più avanti. Mi osservo, sono a posto, posso farcela. Corro sotto il finestrino. La guardo estasiato, sorrido e apro la bocca.
Niente, non viene fuori niente. Le parole sono tutte dentro al mio cervello, bloccate.
Vocianti e allegre erano arrivate veloci nei miei pensieri, come un fiume in piena, ma una grata è scesa dall’alto e le ha arrestate. Fine della corsa. Uno scarno lucchetto immaginario le tiene prigioniere. Il rumore metallico della prigione verbale mi ferisce.
Le vedo tutte insieme che si accapigliano si agitano si spingono per uscire per prime, una addosso all’altra, le gambette magre delle p che si accavallano sulle forme arrotondate delle g creando un groviglio sconclusionato, senza senso. Non le riconosco, nuvole di polvere me ne impediscono la lettura, non le capisco.
Urlano “scegli me! scegli me!” ma io non le vedo nella loro interezza, non le comprendo, non ne ricordo una sola.
La ragazza è ferma al finestrino. Aspetta, curiosa. Ce la farò. Non posso perdere questa possibilità. Aggrotta le ciglia. Il treno si mette in moto, parte. La ragazza si allontana, lentamente. Forza, ce la puoi fare, mi invita con gli occhi. Muove la mano come per gettarmi un’ancora di salvezza. Ma io sento che è finita.
La ragazza sparisce con il treno. E’andata. Le parole allora si liberano tutte in una volta, la serratura che le teneva bloccate si sgancia. Rotolano tutte intere nella mia mente, bellissime, con una forza romantica che mi rende orgoglioso del mio genio creativo.
Ma una parola corre più veloce delle altre, le sovrasta e le precede. Non è diretta alla ragazza, è diretta a me. La sento rimbombare nel vuoto assoluto e angosciato della mia mente.
“Imbecille!”.
Libri/Il primo libro di antropologia
di andrea teodorani
Il primo libro di antropologia – Marco Aime (Piccola Biblioteca Einaudi Mappe)
Il titolo di questo libro ricorda un testo scolastico. È probabilmente una scelta voluta. L’autore, Marco Aime, docente di Antropologia culturale all’università di Genova espone in maniera semplice quello che è il lavoro dell’antropologo moderno e quali sono le nozioni basilari che devono far parte delle sue conoscenze ma non si rivolge solo a chi è interessato a questa scienza. I temi di cui tratta sono così attuali e universali da coinvolgere tantissime altre discipline, dall’arte alla filosofia, dalla religione alla sociologia, ma anche politica e perfino tecnologia. In parole povere questo libro è un’introduzione ad un mondo molto vasto: il mondo dell’essere umano.
Il libro è ben scritto, piacevole da leggere, pieno di citazioni intelligenti e curiosità interessanti. Non ha la pretesa di essere la ‹‹bibbia›› dell’antropologo. L’autore ci fa capire che questa materia è talmente ampia e multiforme da essere ancora lontana dall’avere regole universali.
Un buon antropologo deve usare i propri sensi. Deve osservare, fare domande, ascoltare, toccare con mano, assaggiare, annusare e poi formulare delle ipotesi. Il buon antropologo sa già da principio che le sue teorie potranno solo avvicinarsi alla verità. Lo sapeva bene Claude Lévi-Strauss quando disse che le grandi dichiarazioni dei diritti dell’uomo ‹‹hanno la forza e la debolezza di enunciare un ideale troppo spesso dimentico del fatto che l’uomo non realizza la propria natura in un’umanità astratta ma in culture tradizionali.››.
Grandi pittori come Picasso, Braque e Matisse attinsero a piene mani dall’estetica africana senza probabilmente capirne nulla. Lo stesso Picasso lo ammise.
Aime ci insegna che ogni essere umano, fin dalla nascita, è permeato dalla cultura che lo circonda e che condiziona il suo modo di pensare. Siamo vittime inconsapevoli dell’etnocentrismo cioè del considerare il proprio gruppo di appartenenza come il centro del mondo. Il risultato è il giudicare sbagliato tutto ciò che non risponde ai propri canoni.
Riti e comportamenti che a noi occidentali possono apparire assurdi o a volte addirittura crudeli sono del tutto normali per altre culture e viceversa. Ad esempio per un africano guardare una persona negli occhi è un segno di insolenza mentre per un europeo è segno di franchezza. In occidente i riti eseguiti su genitali femminili hanno creato grandi polemiche e sono vietati. Eppure è permessa la circoncisione maschile anche se si tratta di una pratica dolorosa che può traumatizzare chi ne viene sottoposto.
In passato l’uomo occidentale pensava che gli abitanti dei paesi esotici non portassero vestiti perché primitivi, senza pudore e senza cultura, come animali. Nel suo diario di bordo l’esploratore James Cook scrive che quando i suoi marinai guardavano esplicitamente i genitali non nascosti dei nativi della terra del fuoco li mettevano in imbarazzo. Agli occhi di uomini occidentali è peccato mostrare le proprie nudità perché così gli è stato insegnato fin da piccoli. Per i nativi non vi era nulla di male. Piuttosto pensavano fosse sconveniente che qualcuno li fissasse. Ciò che li infastidiva era la morbosità degli sguardi.
In alcuni paesi i matrimoni sono combinati e la famiglia dello sposo paga un prezzo alla famiglia della sposa. Si potrebbe pensare che la sposa è come un oggetto da comprare. In realtà è un modo di risarcire la perdita di un componente della famiglia (di solito è la donna ad andarsene di casa per vivere con il marito). Inoltre in questo modo si crea un legame tra le due famiglie.
Non siamo forse anche noi occidentali assurdi agli occhi di altre popolazioni?
Montesquieu provò ha descrivere l’Europa così come la vedrebbe una persona nata al di fuori dei suoi confini: ‹‹ Il re di Francia è il principe più potente d’Europa. Non possiede miniere d’oro come il re di Spagna suo vicino, ma ha più ricchezze di lui, perché le ricava dalla vanità dei suoi sudditi, più inesauribile delle miniere [...] D’altronde questo re è un gran mago: esercita il suo potere anche sullo spirito dei sudditi, li fa pensare come vuole. Se nel suo tesoro c’è solo un milione di scudi e gliene occorrono due, gli basta persuaderli che uno scudo ne vale due, ed essi ci credono [...] Quando ti dico di questo principe non devi stupirti: c’è un altro grande mago più potente di lui, il quale domina il suo spirito non meno di quanto egli domini su quello degli altri. Questo mago, che si chiama papa, ora gli fa credere che tre è uguale a uno, che il pane che mangia non è pane, che il vino non è vino, e mille altre cose del genere.››.
Nel 1956 Horace Miner pubblicava su ‹‹American Anthropologist›› un articolo dal titolo ‹‹Body Ritual among the Nacirema››: ‹‹L’antropologo si è talmente abituato alla diversità dei modi in cui i popoli si comportano in situazioni simili, che non si stupisce nemmeno di fronte alle usanze più esotiche [...] Il professor Linton fu il primo a portare venti anni fa, all’attenzione degli antropologi il rituale dei Nacirema, ma la cultura di questo popolo è ancora pochissimo conosciuta. La cultura dei Nacirema è caratterizzata da una sviluppata economia di mercato. Mentre la maggior parte del tempo delle persone viene dedicato a scopi economici, una larga parte dei frutti di queste attività e una cospicua parte del giorno vengono spesi in attività rituali. Il centro di tali attività è il corpo umano, l’aspetto e la salute del quale incombono come concetto dominante per l’ethos delle persone. Mentre tale concezione non è inusuale, i suoi aspetti cerimoniali e la filosofia che vi è associata sono unici [...]. La credenza fondamentale che sta alla base dell’intero sistema sembra essere che il corpo umano è brutto e che la sua naturale tendenza è di debilitarsi e ammalarsi. Per questo ogni abitazione ha una stanza con uno scrigno, dove anche i bambini vengono iniziati ai misteri. Nello scrigno sono contenute molte cure e pozioni magiche senza le quali i nativi non potrebbero vivere [...]. Ogni giorno ciascun membro della famiglia, in successione, entra nella camera dello scrigno, china la testa di fronte alla scatola della cura, mescola diversi tipi di acqua santa e inizia un breve rito di abluzione. I Nacirema hanno un orrore e una fascinazione quasi patologici per la bocca, la cui condizione si crede avere un’influenza sovrannaturale in tutte le relazioni sociali [...]. In aggiunta ai riti privati della bocca, le persone una o due volte l’anno vanno a cercare un santone della bocca. Questi sacerdoti hanno un impressionante corredo di parafernalina, consistente in una varietà di trapani, punteruoli, sonde e punzoni. L’utilizzo di tali oggetti per esorcizzare il male della bocca dà vita a incredibili torture rituali del cliente [...]. Si può dire che emerge uno schema piuttosto interessante, in quanto la maggior parte delle popolazione mostra chiare tendenze masochistiche. E’ a questo che il professor Linton si riferiva, parlando di una parte di rituali giornalieri del corpo eseguiti solo dagli uomini. Tali riti prevedono di grattare e lacerare la superficie della faccia con uno strumento tagliente. Riti specifici femminili sono eseguiti solo quattro volte al mese, ma se difettano per frequenza, spiccano per barbarie. Come parte della cerimonia, le donne cuociono le loro teste in piccoli forni per circa un’ora. Il dato teoricamente teorizzante è che quello che sembra essere un popolo essenzialmente masochistico, abbia creato specialisti sadici [...]. E’ dura comprendere come siano vissuti così a lungo sotto il peso che essi si sono imposti. Ma anche costumi esotici come questi presentano significativi reali se osservati dall’interno, come suggerito da Malinowski quando scriveva: “Guardando da lontano e dall’alto, dai nostri luoghi sicuri nella civiltà sviluppata, è facile vedere tutta la crudezza e l’irrilevanza della magia. Ma senza il suo potere e la sua guida i primi uomini non avrebbero potuto superare le difficoltà pratiche come hanno fatto, né avrebbero potuto raggiungere i più alti stadi dell’evoluzione”. (per comprendere il tono ironico dell’articolo, basta leggere al contrario il nome del popolo in questione)››.
Al giorno d’oggi lo studio dell’antropologia si è diffuso in tutto il mondo e non è più esclusiva di persone nate in occidentale. Nonostante la diffusione del sapere l’idea che una cultura sia migliore di un’altra è ancora radicato. Questa idea è frutto dell’etnocentrismo e non riguarda i soli paesi del mondo occidentale. I barbari sono gli altri. I civili siamo noi.
Eppure l’idea di razza intesa come divisione in gruppi dalle caratteristiche biologiche e attitudini culturali specifiche è stata ormai del tutto demolita. Come dice Luigi Luca Cavalli-Sforza: ‹‹Non è la genetica a influenzare la cultura ma al contrario sono gli elementi culturali a influenzare la genetica.››. La purezza non esiste. Le culture, le tradizioni delle popolazioni di tutto il mondo sono il risultato di varie influenze. In Italia gli spaghetti sono considerati piatto tipico eppure sono originari della Cina e la pizza non è altro che l’evoluzione di un alimento arabo. Gran parte dei generi musicali contemporanei sono di matrice africana: rock, reggae, hip hop, blues.
Chissà quanti scozzesi sono a conoscenza del fatto che il loro amato kilt ha solo due secoli di storia, è in realtà di origine irlandese e la stoffa di cui è fatto, il famoso tartan, proviene dalle fiandre. Le persone non hanno una memoria duratura.
La fragilità della memoria umana viene spesso sfruttata da élite politiche per creare una identità nazionale forte. Non importa se questa identità non ha reali fondamenta storiche. Per esistere davvero uno stato deve prima esistere nell’immaginario del popolo che abita i suoi confini. Questa identità immaginaria può diventare tanto forte da sfociare nel fanatismo. I diritti universali dell’uomo diventano meno importanti dei doveri imposti al cittadino dal governo della sua nazione. Non è forse quello che è successo nella Germania nazista?
Sartre diceva che è stato l’antisemitismo a creare il semita. Prima che vi fosse la negazione dei loro diritti gli ebrei non pensavano alla religione come un fattore di identità comune. Chi viveva in Germania si sentiva tedesco, chi viveva in Italia si sentiva Italiano.
Come dice Jean Cuisenier: ‹‹l’identità di un popolo si forma non per via di una lingua, un territorio o una religione comune ma nel progetto e nelle attività che diano un senso alla lingua, al possesso di un territorio, alla pratica di usanze e di riti religiosi.››.
La necessità dei burocrati occidentali di organizzare, elencare, dividere in parti distinte ha causato non pochi problemi in tutto il mondo. Il vocabolo ‹‹etnia›› si è diffuso anche per opera degli amministratori coloniali (ai tempi delle colonie europee). Il paese colonizzatore non poteva permettersi di disperdere le proprie forze per il controllo di grandi territori lontani dalla madre patria. Doveva trovare sul luogo un piccolo gruppo di persone da elevare al di sopra della comune popolazione e da usare come funzionari (si pensi anche ai Kapo dei lager).
Si sono così create divisioni all’interno di popolazioni. In India, per esempio, sono sempre esistite le caste ma hanno preso una forma reale, consistente, quando gli inglesi decisero di fare un censimento della popolazione.
Ai giorni nostri alcuni paesi si sono dimostrati superbi nel credere che la propria idea di democrazia si potesse esportare o imporre con la forza senza considerare quale fosse l’idea altrui di democrazia. Hanno peccando di etnocentrismo.
Il lavoro dell’antropologo lo costringe a mettersi nei panni dell’altro, ad essere umile, a rispettare, a dialogare, a cercare di capire e a diffidare dei giudizi affrettati. Forse è un mestiere che dovremmo fare tutti, almeno per un po’, nel corso della nostra vita.
Pensieri spettinati/Salinger
di marco lumini
“Sa le anitre che stanno in quello stagno vicino
a Central Park South?
Quel laghetto? Mi saprebbe dire per caso dove
vanno le anitre quando il lago gela?”
Voglio riportare parti di due articoli comparsi su La Repubblica il 29 gennaio a seguito della notizia della morte di J.D. Salinger.
Il primo è a firma di Edmondo Berselli e si incentra sul valore dell’opera più conosciuta dello scrittore, “Il giovane Holden”.
“(…) Salinger non ha mai voluto valorizzare il suo romanzo. Ha sempre rifiutato versioni cinematografiche o di altro genere. (…) Ma ciò che conta, nel romanzo, è il clima, l’atmosfera, ciò che le pagine raccontano come sottointeso, il parlato come senso implicito. Ed è per questo che il romanzo di Salinger è diventato un volume d’affezione, cioè di culto, noto in tutto il mondo, conosciuto come un libro imperdibile. Lo si conosce anche senza averlo letto. E in effetti è così: Il giovane Holden è una macchina inesorabile, un libro di cui è difficile raccontare la trama, perché in realtà non c’è trama, ma che lentamente si insinua nella psicologia di chi legge e in questo modo va alla scoperta di un America ancora ingenua, ricca più che altro di alberghi da due soldi e di piccoli locali in cui si incontrano vecchie compagne di scuola.
E’ per questo che il libro ha avuto il suo spettacolare esito generazionale, con i padri che hanno regalato il romanzo ai figli, in una specie di reciproca educazione sentimentale metropolitana attraverso la quale intere generazioni hanno imparato a conoscere l’America dei Cinquanta.
(…) Il romanzo di Salinger rappresenta un mezzo miracolo, un “caso” irripetibile, la storia di un libro che si è fatto da sé. E che non vuole saperne di perdere carisma negli anni. Per quale ragione infatti un libro del genere dovrebbe trasmettersi nei decenni: solo perché è una testimonianza d’epoca? Oppure perché è il ritratto di una società che ha imboccato la via del cambiamento (psicologico e mentale prima che sociale e comportamentale).
In realtà The Catcher in the Rye è una specie di romanzo antropologico, che si accontenta della durata di un week end, e per questo non ha bisogno di vicende eccessivamente complicate. Salinger descrive alcuni frammenti di vita, e sarebbe il caso di rintracciare tutto questo nelle forme del suo slang formidabile: come nei suoi racconti, buona parte del fascino del libro nasce infatti dal linguaggio dello scrittore: un lessico che mima la lingua giovanile, e la fa sentire viva, nelle sue espressioni. (…) Volendo, si legge il romanzo di Salinger come un autentico classico, una storia senza nessuna sbavatura, in cui ogni parola è essenziale, ogni battuta è perfetta, ogni piccola storia interna è di precisione memorabile(…).”
Aggiungo due annotazioni tratte da un articolo di Vittorio Zucconi in cui descrive la società americana dei primi anni Cinquanta permeata di puritanesimo e perbenismo. Salinger ebbe la forza e il merito di svelare “la ruggine sotto la lamiera luccicante. Il vuoto nel cuore della prosperità post bellica. (…) Non lo fece con la violenza ideologica di un Michael Moore, o con la foga immaginosa di un Oliver Stone, e l’apocallisse nella giungla di Francis Ford Coppola era ancora lontana. Ce la spiegò guardandosi dentro, nel buio, nella angst che la prosperità genera, in adolescenti che non sanno come affrontare un mondo troppo bello per essere vero, lasciato dai loro genitori e non sanno come, e a chi dirlo (…).”
Il secondo articolo è una riflessione di Gabriele Romagnoli sulla decisione di Salinger di ritirarsi a vita privata e di nascondersi dai media. Qualcosa che ha a che fare con il rapporto scrittore-pubblico.
“(…)L’ultimo delitto sarebbe far luce nella caverna dove Salinger si era ritirato. E certo: nella società dell’apparenza lascia la scena l’unico che era diventato un mito senza farsi vedere mai, togliendo la propria faccia dal risvolto del suo romanzo, imponendo la copertina bianca, non concedendo più interviste, figurarsi andare in televisione, smettendo addirittura di scrivere. Più lui si ritirava più la sua fama cresceva, rispondendo alla più subdola escontata legge di seduzione. Dice oggi il suo agente: “Era nel mondo, ma non del mondo.” Il mondo è banale, e Salinger pure lo era, ma a differenza di molti, di quasi tutti, aveva imparato a tenere, se non a bada, per sé gli istinti, che per definizione sono bassi. Il giovane Salinger era, come chiunque, assetato di conferme, di ammirazione, successo. Scriveva e voleva essere pubblicato. Più che banale, naturale. Mandava lettere ai direttori di riviste, allegava racconti, caldeggiava la sua prosa. Poi che accadde? Il suo desiderio venne esaudito ed è scontato anche ricordare che questa è talora la più grande maledizione per un uomo. Si trovò tra le mani il libro con il suo nome sopra, le sue parole dentro e la sua faccia in fondo. Lo vide diffondersi, lesse le recensioni entusiaste e condiscendenti. Come può capitare a chi scrive, si sentì attribuire dai lettori, a tutti i livelli, pensieri e intenzioni che non aveva mai avuto. Scoprì che essere capito è a volte più terribile che essere frainteso. Che l’ammirazione sfregia più dell’indifferenza. Che scrivere è una cosa, pubblicare un’altra. Chi è del mondo scrive per essere letto, recensito, per presentare il proprio lavoro (magari chiamandolo opera) in una sera di baldoria davanti all’inclito relatore e al generoso pubblico in una libreria del centro, per tenerlo sulle ginocchia al talk show, inserito a proposito dal conduttore in una pausa che dovrebbe chiamarsi pubblicitaria. Salinger, che invece era nel mondo, guardò tutto questo prima che si materializzasse e ne fuggì. Scappò dalla 57ma strada di Manhattan dove abitava, dalle tavolate di scrittori all’Algonquin Hotel dove l’invidia prendeva la maschera della solidarietà, da quei vacui momenti in cui essere riconosciuti è considerato un modo per accettare il proprio percorso. Scappò da sé stesso. Perché aveva dentro le stesse debolezze di chiunque, le mie (lo ammetto), le tue (di te che stai leggendo e stai scrivendo e sogni di avere successo per questo). Le sue debolezze per le donne, sempre più giovani, dipendenti, malleabili. Cercò di esorcizzare il diavolo che bussava alla sua porta con un patto da firmare.
Andò lontano, nel New Hampshire, in mezzo al nulla. Secretò l’indirizzo, staccò il telefono, fece bruciarele lettere degli ammiratori arrivate all’editore. Altroché blog, interfaccia con il pubblico, scambio virtuoso. Voleva essere solo con il proprio demone, che soltanto la scrittura curava, con l’impossibilità di essere felicementesé stesso, di accettarsi come uomo (e chi ne è capace, quando cala la notte, si disvelano gli specchi e la memoria mette in canna tanti colpi per quante volte la si è fatta franca?) Aveva un talento, oh certo. Ma chi ha un talento è il primo, talora l’unico a conoscerne il limite. E più il mondo lo esalta più pensa che il mondo è incapace di giudizio. Restano due tentazioni: il fallimento come liberazione o l’esilio come rimedio.
(…) Non pensate che sia diverso da voi, non dico superiore, dico appena diverso: mangia carote, starnutisce, fa la spesa (non fotografatelo per questo), se può si porta a letto le ragazzine. C’è un solo momento che lo rende differente, uno solo in cui una luce di taglio lo illumina, in cui non si tortura per nulla, non insegue niente e nessuno, ma si concede un atto di pura grazia (e ogni uomo ne ha uno, ma a volte passa la vita senza scoprirselo): è quando scrive. J.D. Salinger che scrive, non J.D. Salinger dentro un libro nelle tue mani: in quello si riconosceva, accettava, consolava. Lì ha voluto nascondersi negandoci (assai più che negandosi) ogni altra pubblicazione. Lì ogni tassello dentro di lui era la suo posto. Che abbia scritto ancora una frase o un mare di pagine. Che sia stato sereno per un minuto o per anni, lontano da noi: lì ha vissuto e lì si è sepolto. E lì, rispettosamente esclusi, lo lasciamo.”
Racconto/Normalizzazione
di lorena casadei
Anna era curva sul lavello, di fronte alla finestra. La luce arrivava decisa attraverso i vetri privi di tendine, e illuminava il piatto che teneva in mano. Dal rubinetto usciva un rivolo di acqua calda. Il vapore, come un rampicante, prendeva lentamente possesso dei vetri.
Anna non faceva nulla. Era immobile, con lo sguardo opaco rivolto ad una immagine inesistente. Le capitava spesso di sentirsi così, sfuocata e muta come in una vecchia polaroid, da quando era nato Bibo, con quella strana malformazione.
Nessuno se ne era accorto per tempo e Anna era arrabbiata con il mondo intero. Perché non avevano controllato meglio? Perché adesso toccava a lei prendersi quella pena? E trasalire ad ogni squillo di campanello, da quando avevano introdotto la nuova norma? Che cosa aveva fatto di male?
Tutte queste domande si affollavano nella sua mente ogni giorno, da sette anni.
Sentì il rumore della chiave nella porta. Era Marco che rientrava.
Scagliò il piatto nel lavello, con rabbia. Le schegge volarono per aria, e qualcuna le pizzicò il volto.
Marco entrò in cucina allarmato.
Anna scoppiò a piangere. “Accidenti a te!” urlò, rivolgendogli uno sguardo di condanna. Era anche colpa sua, se Bibo era nato con quella malformazione. I casi anomali si erano verificati solo nella sua famiglia.
Marco abbassò la testa. “Ci risiamo” pensò. Anna aveva il terrore che Bibo rientrasse nell’elenco dei soggetti alienabili emesso dal Dipartimento della Salute e della Normalizzazione, ed era certa che prima o poi glielo avrebbero portato via.
Aspettò con gli occhi bassi che finisse di sfogarsi. Tentò di avvicinarsi per calmarla, ma quel movimento la fece infuriare ancora di più. Lo respinse, alzando un braccio. Aveva mani bianche e affusolate, delicatissime, tipiche di chi ha suonato il pianoforte per anni.
Squillò il telefono e Marco si sentì sollevato. Il problema di dover affrontare Anna sarebbe stato rimandato per un po’.
Rispose tenendo il ricevitore distante. Era suo padre, che aveva l’abitudine di parlare al telefono a voce troppo alta.
“Si papà” confermò rassegnato “domenica ci saremo, non preoccuparti.” E poi, come se avesse dimenticato una cosa poco importante “che tempo fa a Bologna?”
A cento chilometri di distanza, Bruno abbassò la cornetta. La pose con delicatezza sul vecchio apparecchio, che non aveva mai voluto sostituire. Gli sembrava di fare un torto a Olga. Sua moglie era morta dopo la nascita di Bibo. Olga adorava quel telefono laccato nero. Quando squillava, si sedeva con solennità sulla poltroncina art deco, e rispondeva atteggiandosi a diva del cinema degli anni venti. Era adorabile.
Bruno si era sempre chiesto se la morte di Olga fosse collegata alla nascita di Bibo. Era stato doloroso per tutti, ma Olga aveva sofferto più di chiunque altro, come se si fosse sentita in colpa per quella strana malformazione.
Raccolse un pezzo di carta vicino al camino e lo gettò nella pattumiera. Era già piena, avrebbe dovuto vuotarla.
Bruno era addolorato per Bibo. Non lo facevano mai uscire. Non gli permettevano neppure di prendere l’autobus per andare a scuola. Anna lo portava in auto, e poi lo andava a riprendere. Non volevano che avesse contatti con gli altri bambini. Solo i rapporti strettamente necessari.
Sospirò. Annodò il sacchetto di plastica, si infilò maldestramente il cappotto e si chiuse la porta alle spalle.
Scese due rampe di scale e si imbatté nell’inquilino del piano di sotto. Incrociò il suo sguardo, ma non aveva voglia di parlare. Martini non gli piaceva, aveva un’aria da spia. Lo salutò frettolosamente e accelerò il passo.
Il signor Martini usciva sempre di casa alle sei del pomeriggio. Era un’abitudine che gli aveva imposto la sua nuova occupazione, con grande contrarietà della moglie. Una benedizione, pensava il signor Martini abbottonandosi la giacca, non dover rimanere in casa con quella strega. La vecchiaia non l’aveva addolcita affatto. Si aggiustò la sciarpa troppo corta per il suo grasso collo e osservò Bruno che gettava il sacchetto nel bidone della spazzatura.
Scosse la testa. Da quando era nato il nipote con quella malformazione era invecchiato di vent’anni. Ed era ancora convinto che nessuno sapesse nulla del bambino. Domenica avrebbe avuto una bella sorpresa. Un po’ gli dispiaceva, e rise dentro di sé per quella indiscutibile bugia.
Entrò nel negozio di videonoleggio, superò il commesso che stava prendendo appunti e si avvicinò alla postazione mobile. Accese il cellulare e fece il numero del DSN.
Marco inserì il portatile sulla base e andò in camera da letto. Passò davanti alla stanza di Bibo. La porta era aperta. Lo guardò giocare, seduto a terra con la schiena appoggiata allo sgabello del pianoforte. Si rabbuiò.
Dalla cucina veniva odore di stufato. Anna evidentemente si era già calmata. Marco si sentì assalire da una tristezza profonda, che arrivò fino allo stomaco e bloccò ogni suo desiderio.
“Prima o poi li lascerò” giurò in silenzio, senza convinzione.
Bibo appoggiò l’ultimo mattoncino sulla costruzione.
“Ecco fatto!” disse, ammirando con soddisfazione l’opera che aveva realizzato. Un’intera città colorata, completa di supermercato e negozi, una fabbrica, un ranch con i cavalli, una scuola con tanti bambini in giardino e perfino un grattacielo. Era uno spettacolo.
Aggiustò con pignoleria il cancello del ranch, spostò il pompiere vicino alla scala antincendio del palazzo, soffiò sul tetto della scuola come per pulirlo da una polvere immaginaria. La mamma sarebbe stata orgogliosa di lui.
D’altronde glielo diceva sempre che era molto intelligente.
“Tu sei un bimbo prezioso, sei unico”, gli sussurrava, accarezzandolo. Poi lo abbracciava, stringendolo forte.
Bibo adorava sentirle pronunciare quelle parole, ma da un po’ di tempo la mamma era diventata più triste, e lui si sentiva ancora più triste di lei.
Aveva ascoltato i rumori del litigio, anche questa sera. La odiava quando si comportava così con papà. E poi, non lo faceva mai uscire a giocare con gli altri bambini. Quando glielo chiedeva, la mamma rispondeva che aveva paura che si facesse male. E non accettava di discuterne oltre.
Bibo soffriva ma non voleva contrariarla.
Lei gli aveva insegnato ad amare il pianoforte. Fin da piccolo aveva dimostrato una straordinaria capacità di apprendimento e rispondeva con esercitazioni continue. A volte la mamma restava nella sua cameretta ad ascoltarlo, estasiata. Spesso facevano dei pezzi insieme: a lui piaceva molto sfiorarle le mani quando si incrociavano sulla tastiera.
Gli venne voglia di suonare.
Chiamò la mamma. Le avrebbe chiesto di togliere la fasciatura sotto la sua maglietta. Così finalmente avrebbe potuto tirar fuori le altre otto dita ed eseguire un’intera sonata in re minore a quattro mani.
Pregustava già con piacere il formicolio delle estremità che si liberavano dalla costrizione delle bende, la lenta circolazione del sangue che avrebbe tonificato le manine rese deboli dal riposo forzato, e l’impeto della sua forza sulla tastiera capace di fare uscire le note più incantevoli.
Racconto/Dubbi
DUBBI
Emma aveva sempre dubbi su tutto, anche su ciò che considerava sciocchezze.
Quando si recava alla sua tabaccheria di fiducia per comprare il “biglietto della fortuna”, così lo chiamava, era sempre indecisa su quale scegliere. Il tabaccaio li attaccava con piccole mollette colorate lungo una cordicella di spago. Le prime volte cercava di affidarsi all’istinto, eppure quando si trovava di fronte alla cordicella la sua mano non si muoveva. Poi un giorno decise che il lunedì avrebbe preso il primo dall’alto, il martedì il secondo dall’alto, così di seguito per ogni giorno della settimana. Ma non funzionò. Allora cambiò, e per un certo periodo li scelse partendo dal basso. Poi decise di comprarli a giorni alterni, poi solo i giorni pari. Ma le vincite erano talmente rare e gli importi così esigui, che si rimproverò della sua incapacità di individuare il punto in cui si nascondeva la fortuna.
Quando si recava in un negozio per comprare una maglia, partiva con la voglia di un colore, ma quando si trovava al banco e la commessa le mostrava il capo di colori diversi, ecco che il dubbio la assaliva. Una volta ne acquistò tre dello stesso modello, ma di colori diversi. Riusciva a comprare a colpo sicuro solo quando vedeva un capo in vetrina. Le piaceva. Entrava nel negozio. Salutava la commessa, veloce puntava il dito e diceva: – Vorrei quello! – La commessa era felice di sbrigare il proprio lavoro in pochi minuti.
Emma viveva da sola in una palazzina composta da sei appartamenti a cui si accedeva da un unico portone che dava su una scala comune. Era l’unica persona che viveva da sola. Gli altri appartamenti erano abitati da famiglie con bambini e da due coppie, una di giovani e una di anziani.
Durante la settima di ferragosto le cinque famiglie andarono in vacanza. Quando partirono, in ore diverse della stessa giornata, Emma aveva sentito porte che si aprivano e si chiudevano, voci lungo le scale che esortavano a sbrigarsi, urla di bambini e il rumore delle auto che venivano messe in moto. Non vedeva l’ora che quell’andirivieni finisse per godersi la propria settimana di ferie nel silenzio assoluto.
La sera non sentì litigare la coppia che abitava nell’appartamento di fronte al suo. Non sentì il volume alto della tivù degli anziani al piano di sopra e non sentì piangere il bambino del secondo piano. La mattina, al risveglio, fu l’unica ad aprire la finestra della cucina e non ricevette il buongiorno dal condomino che si alzava sempre prima di lei e nemmeno vide l’anziano signore che andava a comprare il pane fresco e la salutava ogni mattina con le previsioni del tempo: – Bisognerà aspettare ancora qualche giorno, prima che piova, Emma -.
Fu come se fosse entrata in un’altra vita. A questo pensiero seguì un dubbio, che l’assillò per tutto il giorno: – Ho più paura del matrimonio o della vita da single? –
Non aveva commissioni da sbrigare. Non le restava che cucinare. Avrebbe occupato la mattinata e si sarebbe distratta un po’ da quel dubbio, che non era affatto una sciocchezza.
Decise di preparare gnocchi di patate al ragù.
Sbucciò le patate, le lavò, le tagliò e le mise a cuocere in una pentola d’acqua. Preparò il tagliere con la farina e il sale. Dal frigorifero prese un sedano, una carota e una cipolla; li lavò, li tritò e li mise a soffriggere in una casseruola con un po’ d’olio.
Il dubbio era sempre lì ed era talmente forte che la sua immaginazione la portò a vedere la frase scritta a caratteri cubitali scorrere sulla parete di fronte, come sul grande schermo di un cinema:
- Ho più paura del matrimonio o della vita da single? -.
Il soffritto era pronto, versò il macinato di carne nella casseruola, salò, mescolò e aggiunse il pomodoro. Il ragù doveva solo cuocere.
Quando era una ragazzina, aveva ricevuto una lettera da un innamorato che, per fare il simpatico, aveva scritto sulla busta, oltre all’indirizzo e al mittente: Corri postino, fai presto. E’ urgente. Aveva ritirato la lettera suo padre. Quando rientrò gliela consegnò ed Emma, dopo aver letto le parole scritte sulla busta, si vergognò e diventò rossa. Non sapeva cosa dire, si sentiva scoperta e restò in piedi di fronte a lui, con le braccia lungo i fianchi e la busta in una mano. Suo padre si stava facendo la barba; per una frazione di secondo smise di guardarsi allo specchio, si girò verso Emma e le disse:
- Sono contento sei hai un fidanzato. – Il rossore le sparì dalle guance, si sentì la faccia fresca e pensò: – Anch’io, quando sarò grande, mi sposerò. Come mio padre. –
di selene contadini
Si sedette al tavolo della cucina ad aspettare che le patate fossero cotte. A volte, quando non riusciva a darsi risposte, Emma si guardava intorno e le cercava nei comportamenti altrui.
Di recente un aneddoto l’aveva colpita. Un suo collega aveva chiesto ad un amico che si era sposato, dopo una lunga convivenza, cosa l’avesse fatto innamorare di sua moglie. L’amico non seppe rispondere. Il matrimonio procedeva bene. Ogni mattina dopo la doccia indossava sempre, sotto la camicia, una maglietta bianca, pulita. Un giorno incontrò di nuovo l’amico a cui aveva posto la domanda. Era insoddisfatta per non avere avuto risposta e gliela ripropose. Questa volta la risposta arrivò chiara e sicura: – Cosa mi ha fatto innamorare? Il profumo del suo bucato -.
Uno zio di Emma era un brontolone, ma adorava la moglie e faceva tutto quello che lei gli chiedeva: commissioni e lavoretti per la casa. Non si rifiutava mai. La moglie si ammalò e sapeva che non le restava molto da vivere. Per questo decise di insegnare al marito tutto ciò che c’è da sapere per gestire una casa: cucinare, fare la spesa, pulire, lavare e stirare. Lui brontolava, bestemmiava ed imparava e presto divenne un perfetto uomo di casa e la vecchia storia che spesso l’allievo supera il maestro si ripetè. Brontolava per tutto ciò che gli toccava fare, mentre dentro di sé viveva la sua grande sofferenza. Quando la moglie morì, seppe cavarsela benissimo. La sua dignitosa solitudine era cresciuta e maturata solo attraverso la sua vita di coppia.
E poi c’era l’altro zio di Emma, che aveva lasciato la moglie per seguire una donna che viveva all’estero. Quando rientrava in Italia, per motivi di lavoro, non mancava mai di passare davanti alla casa dove aveva vissuto con la moglie. Alzava lo sguardo verso le finestre e sperava che nessuno lo scoprisse. Il suo orgoglio non gli permetteva di ritornare a casa, pentito, ma il senso di colpa lo conduceva inesorabilmente di fronte a quelle finestre.
Le patate erano lessate. Le mise insieme alla farina e le lavorò con le mani fino ad ottenere un impasto ben solido. Lo tagliò a tocchetti. Gli gnocchi erano pronti. La cucina profumava di ragù. Prese una pentola grande, la riempì d’acqua e la mise sul fuoco. L’ora del pranzo si avvicinava. Apparecchiò la tavola. L’acqua incominciò a bollire. Gli gnocchi si potevano buttare.
Il campanello suonò. Si pulì le mani sporche di farina e con un movimento distratto fece cadere il barattolo di sale. – Accidenti – Disse. Andò ad aprire. Era il fidanzato, che aveva invitato per il pranzo. Lo salutò. Tornò in cucina, prese un pizzico di sale, se lo buttò dietro alle spalle e lasciò che fosse la sorte a dare una risposta al suo dubbio.
Il suo fidanzato non le aveva ancora fatto una proposta di matrimonio.
Creatività/Manca sempre qualcosa
di stefano venturini
Che significato ha, per me, scrivere?
Per capire che significato abbia per me la scrittura, devo realizzare perché, un giorno, di punto in bianco, mi sono messo davanti al computer a scrivere. Che bisogno c’era?
In quel periodo stavo leggendo Bukowski: Pulp, il suo romanzo.
L’avevo comprato in libreria quasi per caso. Sono appassionato di cinema, e stavo cercando materiale che trattasse l’argomento del “cinema pulp”. Gira di qua e gira di là, mi fermo davanti a questo libro tascabile, giallo canarino. Si intitolava proprio Pulp. Ho iniziato a sfogliarlo e a leggerlo, e ho deciso di comprarlo. Non sapevo nemmeno chi fosse Bukowski.
Insomma, lo leggo e mi diverto da matti. Allora prendo le sue raccolte di racconti, e mi diverto ancora di più. Allora inizio a parlare ai miei amici di questo scrittore e sembra che tutti lo conoscano. Mi divertivo talmente tanto che un giorno ho detto: “Adesso ci provo anch’io!”
Mi sono piazzato sopra la tastiera e ho iniziato a premere i tasti. Venivano fuori certe cazzate! Una cozzaglia di situazioni surreali pensate sul momento e scritte male. Però dicevo tra me: “Be’, simpatica questo punto. Forte!”. Se mi rileggo oggi mi si accappona la pelle. Mi viene da piangere.
Ma il punto non è questo. Il punto è che proprio iniziando a scrivere in quel modo, così, all’improvviso, avvertivo qualcosa: un appagamento che non avevo mai sentito prima. E l’appagamento è tutto, quando scrivo. L’idea prende forma sul foglio, si distacca piano piano da me. Esce dalla mia testa e dal mio corpo. Quando digito l’ultimo punto, la separazione è completa. Ho davanti a me l’artefatto, proprio come un uovo di gallina. Questa cosa mi realizza in modo impagabile.
L’energia che governa questo processo è la creatività. Liberarla per me è essenziale. E’ un po’ il motore psichico della vita. Senza creatività, senza liberarla soprattutto, non potrei godermi momenti di pura libido interiore.
Naturalmente, come tutte le energie, anche la creatività deve essere alimentata. Io lo faccio attraverso l’osservazione. E’ un po’ quello che diceva Hemingway, se non sbaglio.
Diceva: “Si tratta di imparare a vedere, ascoltare, pensare, percepire e poi scrivere … Se uno scrittore smette di osservare è finito”.
L’osservazione è il punto di partenza per ogni scrittore.
Ovviamente poi ci vuole un luogo da osservare. Io guardo alla vita di tutti i giorni. Al quotidiano. E’ lì che ho scoperto, con il tempo, che avevo il materiale essenziale su cui lavorare.
In questo modo, ho notato che ogni cosa che mi passa davanti agli occhi, anche la più banale, è degna di attenzione. Quando la trascrivo sul mio artefatto, assume un energia vitale diversa, rinnovata. La vedo sotto la luce caleidoscopica dell’arte.
La scrittura è magia, infondo.
Quali sono i temi che sento più importanti?
Mi riallaccio ai passaggi finali della risposta precedente.
Non ho un tema che mi sta particolarmente a cuore. Potrei dire il mondo, la vita, i rapporti umani.
Ci sono degli episodi che mi colpiscono più di altri. E allora mi viene un’idea e inizio a scrivere, spesso non sapendo nemmeno dove andrò a parare, o che piega prenderà il racconto. E’ un altro degli aspetti più affascinanti della scrittura. Al meno per quanto mi riguarda.
Ci sono parole e gesti comuni, che a volte mi sorprendono; mi commuovono e mi affascinano, al punto da ispirarmi a scriverci sopra una storia. Sono i più disparati, e quindi non saprei nemmeno catalogarli.
I rapporti umani, accompagnati da piccoli gesti, forse sono quelli che mi interessano di più. Nelle sfumatura e nelle apparenti banalità, a me piace trovare un senso: una collocazione. Quella è la vita, prima di tutto.
Poi la componente naturale.
Sarà perché vivo in campagna da diversi anni, ma ho notato come, nelle mie storie, ai personaggi si affianchino sempre animali o paesaggi. Come posso dire: se mentre due persone parlano, un uccellino si posa sul filo dell’alta tensione, cinguetta un po’ e poi vola via, non riesco a fare finta di nulla. Il mondo intorno a noi si muove; ogni cosa è in continuo movimento. Il flusso della vita ci accompagna in ogni istante. E noi ne facciamo parte. Non possiamo fare finta di niente.
Cosa soprattutto nutre la mia scrittura- al di là e al di fuori della letteratura. E perché?
E’ l’osservazione che nutre la mia scrittura. Spesso l’osservazione involontaria.
Proprio perché involontaria è sfuggevole. Allora, io che scrivo, devo rendermi conto di quello che sto guardando. Il problema diventa cogliere l’attimo.
L’osservazione involontaria è per sua natura imprevedibile, per questo sorprendente. Devo imparare ad averne coscienza. Solo così posso sfruttarla a dovere. L’importante è non sottovalutare nessun aspetto del mondo che vedo, nemmeno di quello che mi passa davanti, a ripetizione, nelle sue dinamiche sempre uguali. Credo che anche la routine sia un luogo in cui trovare qualcosa di interessante da scrivere.
Quali sono i risultati più importanti che credo di aver raggiunto in questi anni?
Il risultato più importante è quello di essere riuscito a scrivere dei racconti di senso compiuto.
A volte mi capita di scrivere in flusso, senza sapere quello che succederà. Certo, lae linee guida ce le ho in testa, ma lo scrivere è imprevedibile.
Si aprono delle porte e se ne chiudono di altre. A volte mi manca lo spunto, il guizzo. E quando lo trovo è come ingranare la marcia, e sentire sotto i piedi la strada che avanza a grande velocità.
Scrivere un racconto mi fa sentire come una valanga. Parto piano, piccolo piccolo, e lungo il cammino prendo pezzi qua e là, e inizio a rotolare con più vigore, sempre più grande, fino a fermarmi.
Il punto d’arrivo è quello più emozionante: la fase creativa si è completata. L’ultimo tasto lo premo con maggiore forza, per sottolineare la fine dell’atto.
Arrivare lì è un bel traguardo.
Poi arriva la fase compositiva. Sto cercando di lavorarci sopra parecchio. Qualche risultato l’ho ottenuto.
All’inizio la mia scrittura era molto acerba. Non so come dirlo altrimenti: mancava di forza narrativa. Qui la lettura e i consigli datimi sono stati essenziali.
Ora mi piace di più. La sento più matura. E ho capito che la semplicità viene prima di tutto.
Rileggendomi, facevo fatica a percepire l’errore, i punti deboli. Questo all’inizio. Come dire, mi mancava l’esperienza pratica.
L’esercizio, le correzioni, e la lettura, mi hanno permesso di vedere e di capire. A volte perdo ore su una sola frase. Scrivo e riscrivo lo stesso concetto in modi diversi, e con parole diverse. E’ un esercizio fondamentale, perché mette in luce come le parole, quelle giuste, facciano davvero la differenza.
E’ un lavoro che mi piace.
Quali sono le difficoltà che ancora incontro nello scrivere?
Dare spessore. Ad ogni cosa: persona o oggetto che sia.
Quando scrivo sento che sto dando le giuste informazioni, che sto caratterizzando in modo corretto un dialogo, un personaggio o una situazione.
Quando rileggo, invece, a volte ho la sensazione che manchi qualcosa. E allora parte la ricerca di quel qualcosa, e può durare minuti, giorni, pure anni.
E’ una bella sfida, per uno scrittore. Ma il segreto di una buona scrittura è tutto lì, credo.
Castellani dice sempre: “La scrittura non ha fretta”.
E’ un concetto semplice e chiaro. Soprattutto vero.
Lo spessore avvolge le parti di un racconto. Uno, due, tre giri di kebab, fino a che il sapore aumenta, diventa più forte e più incisivo.
Spessore e incisività, dunque. Sono elementi chiave di una storia. Se mancano questi due ingredienti, rimangono tante belle parole insipide.
Tutto questo presuppone una ricerca interiore. Lo scrittore è obbligato e autorizzato a guardarsi dentro. Deve farsi un bel viaggio nella trachea, fino alle viscere più profonde, per intuire/capire quali suoni provochino le vibrazioni migliori. Le parole sono potenti: la terra sussulta e si smuove, sotto i loro piedi.
Che tipo di racconti mi piacerebbe scrivere in futuro. Che tipo di storia?
Dipende tutto da quello che osserverò del mondo che mi circonda.
Sto leggendo una raccolta di racconti di Jonathan Lethem, L’inferno comincia nel giardino. La sua particolarità sta nell’uso che fa dell’elemento surreale, perfettamente incastonato nella vita reale. I suoi racconti hanno tutta l’aria di essere piccole metafore della sua vita. Mi piace molto. E’ l’estro dell’artista.
Come ho detto, la scrittura è magia. Come tutta l’arte in generale, del resto. E’ il luogo in cui i nostri occhi smettono di vedere, sostituiti dall’immaginazione. Ed è grazie a questa insolita prospettiva che la creatività prende forma, e le nostre dita forgiamo l’artefatto.
Mi piacerebbe scrivere racconti con maggiore personalizzazione. Ogni volta che scrivo cerco di imprimere il mio carattere. Vorrei espormi di più. Buttarmi a capofitto. Esplodere, risuonando nell’aria.
Qual è il libro che mi ha influenzato di più, da un punto di vista narrativo?
Cattedrale, di Raymond Carver.
E’ arrivato come una meteora, dal nulla.
Mi fu consigliato da un amico. “Leggilo”, mi disse. “Potrebbe piacerti”.
A dir la verità, all’inizio non è che mi piacesse tanto il suo modo di scrivere. Notai però una cosa: Carver era colpito dai piccoli gesti. Tutti i suoi racconti sono incentrati sui piccoli gesti. E’ una cosa che mi ha subito affascinato. Più leggevo, e più mi rendevo conto di come anche le più piccole banalità possano diventare vive e importanti attraverso la scrittura. Come se la scrittura offrisse la possibilità di dare peso e senso ad ogni cosa. Ogni singola cosa.
Nella vita di tutti i giorni, noi elaboriamo centinaia di informazioni che manco sappiamo. E tutte alla velocità della luce. Fatichiamo a metabolizzare la vita. Quante volte, in certi momenti (di solito forti e traumatici), diciamo: “Solo ora capisco che…”
Noi della vita non gustiamo nulla. Non ci soffermiamo mai. Diamo tutto per scontato.
La scrittura frena il tempo, per fortuna.
La scrittura fa andare tutto al rallentatore, per darci la possibilità di vedere, capire, realizzare.
Carver mi ha fatto capire questo. E’ stato il vero punto di partenza, per me.
Sono tantissimi gli scrittori che mi influenzano ogni giorno, naturalmente. Ma nel mio piccolo, posso dire che è grazie a Carver se ho iniziato a scrivere sul serio, per pura passione.
Menzione d’onore per Charles D’Ambrosio, e le sue due raccolte di racconti: Il museo dei pesci morti e Il suo vero nome.
Considero la sua scrittura la naturale evoluzione di quella di Carver. Mi fa impazzire.
Le sue parole sono ritmate, profonde. C’è un uso della metafora eccezionale, e, grazie ad essa, le immagini che riverbera mi lasciano senza fiato. D’Ambrosio è preciso. Affascinante. Perfetto.
Ecco, se devo scegliere un modello di scrittura, scelgo il suo.



