di Simona Rastelli
Col capo poggiato sul mio seno sinistro
dormivi.
Il tuo pensiero riandava ad amori passati
voci suadenti di donne riecheggiavano
nella tua mente.
Un raggio di luna illuminava il tuo volto beato
Avrei voluto vegliarti per tutta la notte
cullata dal tuo respiro quieto.
di Roberto Sapucci
Strade sconosciute
piene di auto e di corpi
Una casa nuova, cento angoli da scoprire
L’ orizzonte perso
nell’assenza di una bussola.
Baciare un sogno
in un attimo
che nessuno possa rubare.
Fuggire subito per tornare
all’unica boa, in questo oceano
di colori e suoni,
che profumano di fiori di tiglio
e di sale.
di Roberto Sapucci
Tra sogno e veglia
osservo nella notte con le dita
la pelle illuminata da ombre digitali liquide.
Baricentri incatenati
nel silenzio pieno di note.
Respiri di vento.
Nell’alba ti vedo
luce
distinguo mare e cielo,
ma non riconosco alcun confine
tra il nostro blu e il nostro azzurro.
di Roberto Sapucci
Spezzo una compressa
affidando alla mezzaluna
l’attesa di un cielo scuro.
Non voglio rotolare pensieri
tra lenzuola in lotta.
Lasciami prosciugare il capo,
spegnimi gli occhi,
adesso.
Urgenza di sonno abissale,
ma è solo placebo
per la mia voglia di esistenza.
di Roberto Sapucci
Cerco una proporzione
tra righe di una maglietta
e occhi neri
che dicono “guardami”.
Cerco la proporzione
tra mucchi di carbone
un grembiule troppo grande
i ricci radi e una coperta
sfilacciata dalla polvere.
Vedo una sproporzione
tra ciò che sta davanti
e ciò che sta dietro
la lente di una fotocamera.
di Roberto Sapucci
Pensieri coltivati come bonsai.
Un solo frutto rosso pende
da un fragile ramo.
Tardivo, immaturo,
eppure dolcissimo.
| di lorena casadei |
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Der Graue und Die Kuste – Paul Klee
Dettagli
Giganti pesci rapaci, come aquile scese in picchiata sul mare, hanno già mangiato tutto il mio corpo.
Sputato i brandelli indigesti, fatto pulizia delle mie ossa. Mi resta solo il viso, che ora è stato appena infilzato dal naso a punta tagliente del primo pesce predatore. E’ la fine.
Il mio occhio sinistro se lo è già ingurgitato il pesce-uccello più grosso, quello più affamato. Per lui è stato una leccornia, per me una dolorosa agonia. E’ la fine.
Mi resta solo il pensiero che di tutto me sarà fatta attenta pulizia, e neppure un briciolo di schifosi brandelli di carne morta insozzerà questo mare meraviglioso.
Accarezzare
Pietà. Si, ho pietà di voi. Mentre un brivido di freddo sale lungo il mio collo e arriva al cervello (sono le uniche parti rimaste vive di me) ecco io riesco a provare pietà.
Per voi, poveri predatori con la pelle lucida, costretti a mangiare esseri come me per sopravvivere.
Vorrei rassicurarvi, con una carezza, darvi speranza sul vostro futuro. Ma non ne avrete. Quando quelli come me saranno finiti, morirete di fame.
E neanche una mano per accarezzarvi.
Premere
Quando mi avete assalito ho sentito su di me abbattersi con forza tutto il vostro rancore.
Un branco di pesci assassini sopra di me, che premeva sul mio corpo. Il dolore all’inizio è stato straziante. Poi, prima che incominciaste a sbranarmi, ho chiuso gli occhi e ho sentito.
Le mie ossa, in tutta la loro lunghezza, la mia pancia molle e grassa. Ho capito per la prima volta che avevo un corpo, e che di questo corpo mi ero completamente dimenticato.
Quando avete incominciato ad addentare le mie carni, ho sentito il petto, i muscoli delle braccia, ho riconosciuto le cosce e i fianchi.
Ho visto il filo rosso di sangue ingrossarsi e macchiare il colore dell’acqua e sono stato orgoglioso di creare arte prima della morte.
Anche le mie natiche flaccide avevano finalmente un senso.
Accoglienza
Il destino doveva compiersi. Ora lo capisco.
Mentre piluccate le mie ultime ossa voi ridete. Il dolore si affievolisce e lascia il posto ad una rassegnazione liberatoria. Il destino si deve compiere.
Ora sorrido anch’io. Capisco perché la mia morte avverrà in questo gigantesco liquido amniotico. Era così che doveva andare.
Chiudo l’ultimo occhio rimasto e aspetto che finiate di piluccare quello che resta di me.
Poi continuate a pulire tutto, non lasciate niente.
Io mi sento già raccolto nel grembo di mia madre. Ascolto le mie sensazioni. La dolcezza mi avvolge assieme alle carezze delle onde.
Madre mia accoglimi.
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Poesia,
Racconti
di Patrizia Pirina
Sul molo della mia giornata
il fermento
di bastimenti
carichi a metà.
Corridoi di voci
e accordi
accanto all’ancora amara
di mute occhiate vocianti.
di Roberta Aliventi
Sono giorni di vento
occhi aperti a fatica
mani mai calde
nelle tasche.
Passi lenti in fila
ci si ferma
accovacciati
controvento straziati.
di Nevio Semprini
Tra un’ondata e un ritorno
Entrambi in salita
Scorrono parole dove gli occhi sentono
Le nuvole sono di pietra
L’aria diventa liquida come piombo fuso
E la fame rimane fame
E il freddo corrode le ossa.
Il pensiero rincorre a vuoto
Le parole uscite senza senso e consenso.
Mentre si chiede se c’è più poesia
Nella carezza del pedofilo
O nel pugnale del gioielliere
Ficcato tra le scapole del ladro.
L’uomo incatenato dentro la spirale
Di leggi da lui create
Di catene celate
Dietro slogan di libertà
Di pensiero d’autore ceduto per quattro denari.
Se è la legge a donarmi il diritto di essere uomo
Meglio rinascere aquila e ghermire prede
O lumaca che lascia scie di bava in cammino
O aculeo d’istrice per forare il cielo
E attendere che si sgonfi.
Quando il reale si irrealizza
Quando la verità è quella trasmessa
Dall’etere imputridito di parole ipnotiche
Nuove religioni depurate di Dio e di cultura,
E’ l’ora
Di annodare chiodi
Di sciogliere ghiaccio in luce
Di trasmutare l’ammasso deforme di parole
Dallo stato liquido a quello ae-riforme
Di cercare le pepite di verità
Tra i riflessi d’acqua di fiume
Di cercare sotto foglie macere
Agoniche di forme di vita
Di sollevare i coperchi delle fogne e ficcarci tutti dentro
Poi uscire con la faccia sporca e gli occhi puliti
Per guardare il futuro
Questa volta negli occhi.
di paolo vachino
Ciao meravigliosa creatura,
quando penso al tuo coraggio di vita per aver scelto di dedicare tempo bello ed energia pulita ai deboli del mondo, agli emarginati dai discriminatori, agli sfollati dalla leggerezza, quelli che dormono con tenerezza sul duro a tal punto che i sogni sono intossicati da bisogni troppo pronunciati, quelli che prestano il loro corpo ai vestiti che non possono scegliere, quelli che si moltiplicano in fretta perché non hanno intenzione di dividere nessuno, quelli per cui ogni sorso d’acqua è una preghiera, l’unica vittoria è arrivare a sera senza essere stritolati dai morsi delle privazioni, quelli che riescono a cantare canzoni sotto al tetto del cielo che avvolge lo stelo dei corpi date le magrezze, allora, penso alla forza di certe ostinazioni, come la tua, prua del tuo andare per restare. Mi incuriosisce la ragione di certi tradimenti etimologici: l’ostinazione è divenuta una forma di persistenza spesso irragionevole o inopportuna, ascrivibile al carattere o al vizio. Ma perché? Obstinare è ob = innanzi e stinare = star fermo, saldo. Per cui l’ostinato è semplicemente colui che con forza si pianta saldo e sta fermo innanzi.
Proprio come voi davanti alle arroganze di certi uomini che sono stati assorbiti dalle divise, umanità recise dalle ragioni per armarsi di munizioni esercitanti funzioni di ottenimento di consenso attraverso il perverso utilizzo delle sopraffazioni militari. Ogni militare è un mare prosciugato, ogni soldato è il fallimento di un universo creato a immagine di un “d’io” fatto “di noi”, che continuiamo a impugnare l’arma dei sorrisi puntati alle tempie dei nostri bersagli d’amore, che al rumore di scoppio delle mine antiuomo preferiamo il frastuono dei nostri orgasmi esplosi come marosi di piacere, moto ondose maree di bene che dissetano arsure affettive; di noi che mitragliamo parole per ore e ore nella speranza che si stemperino le acuminatezze degli odi razziali e gli uomini non temano a tornare normali girasoli di carne colorata a contemplare la parata del sole che si immerge nella sera; noi che alla carriera militare preferiamo piuttosto elemosinare qualche briciola di esistenza piuttosto che prestare deferenza alla violenza di stato che diventa di regime e poi di regine capricciose che non si accontentano di essere spose di tiranni, ma accusano il popolo di procurare loro malanni per le troppe lamentazioni.
E allora lunga vita alle ostinazioni e agli ammutinamenti a tutti i comandamenti, dispersi in costituzioni sconosciute e manipolate, oppure incisi sulle tavole della legge per trasformare un popolo in un gregge belante, incline a essere sempre ossequiante al potere.
E allora noi continueremo a preferire alle costituzioni e alle tavole incise le fantasticazioni precise delle utopie rivoluzionarie, dove le tavole vengono imbandite, semmai, di delizie culinarie; a preferire quelli che sanno dire grazie anche senza avere le pance sazie delle occidentali abbuffate; quelli che non sapranno mai cosa vuole dire pagare in contanti o comprare a rate, perché certe popolazioni vengono diseredate subito dalla massa ereditaria, dove ogni giorno sopravvissuto è striminzito come l’ora d’aria dei carcerati.
E allora noi continueremo a vivere da sfollati dai contesti opulenti e non ci metteremo mai sull’“attenti” solo perché impartito da qualche energumeno munito di un fucile o di una pistola: noi lotteremo perché tutti possano vivere una vita di pace, visto che per ora nessun dio scienziato ha smentito il nostro averne una sola.
Nati ostinati.
Ostinati fino alla morte.
Giorno dopo giorno.
Parola dopo parola.
di Silvia Mantovani
La neve ingravida solchi dal vento sbattuti;
ricordi nell’ombra
giovani mani minate
da fuochi di rabbia
e la noia lucidata
dalle tracce di una vita
già mancata.
di paolo vachino
Dio delle solitudini
piantala di bestemmiare
con le tue preghiere
e vieni a vendemmiare i miei silenzi
nelle sere offuscate da languori cimiteriali
per amori millenari
Dio delle solitudini
piantala di pregare
con le tue bestemmie
e restituiscimi i silenzi delle vendemmie
dei corpi illimpiditi da furori celestiali
per amori millenari
Dio delle solitudini
che conosci la putredine
delle inquietudini interiori
lasciaci bestemmiare i dolori
facendo le fusa al mondo
attraverso i candori dell’Amore.
Dio delle solitudini
che conosci la beatitudine
delle estasi superiori
lasciaci pregare i nostri amori
piantando le unghie nel mondo
attraverso i furori del Dolore.
Dio delle solitudini
rispetta le nostre abitudini:
la bestemmia delle passioni
la sola preghiera degli uomini.
di paolo vachino
Ho imparato a far sorgere sorrisi
come soli acciaccati ma resistenti.
Ho provato a trattenerli in viso per altri visi
soli nascenti già sorridenti.