Racconto/Che fine hanno fatto i merli?

Luglio 22nd, 2010

di stefano venturini

“Dove è papà?”, chiesi a mia madre.
“In giardino”, rispose lei.
Mi avvicinai alla porta e lo vidi, dritto e immobile, con le gambe divaricate e una mano dietro la schiena. Sembrava che sfidasse la luna, in maglietta e mutande.
“Non vuole rientrare”, disse mia madre. “Non vuole venire a dormire”.
Restammo in silenzio, e nell’oscurità della notte lo sentimmo fumare.
Uscii in giardino, affondando i piedi nudi nell’erba secca dell’estate, e mi misi al suo fianco. Lui fece un tiro profondo, e sparpagliò come scintille un po’ di cenere nell’aria. Si schiarì la gola.
Disse: “Vorrei che questa notte non passasse”.
Dissi: “Ma passerà, lo sai”.
Disse: “Vorrei non saperlo”.
Era stato l’ultimo giorno di vacanza, e mio padre di tornare a lavorare, a sessantasette anni, non ne aveva proprio voglia. Faceva il commercialista. Voleva chiudere con lo studio. Trent’anni di lavoro sono più che sufficienti, diceva lui, per rischiare l’infarto.
Era stato agitato tutto il giorno. Quando si era alzato, la prima cosa che aveva detto era stata: “È l’ultimo giorno”. Si era appoggiato allo schienale del letto, e aveva chiamato mia madre per chiederle di portargli la colazione. Aveva mangiato nel letto, poi si era messo a fumare.
“Ti ho detto mille volte di non fumare qui”, gli aveva detto lei, quando aveva sentito la puzza di fumo.
“È l’ultimo giorno”, aveva risposto lui con una vena d’angoscia nella voce.
Se ne era stato in poltrona tutto il giorno. A volte con la televisione accesa, altre volte spenta. Quando era spenta, appoggiava il fazzoletto sulla spalla, pronto a schiacciare le mosche fastidiose. Io me ne stavo in camera e leggevo e, nel silenzio della casa, sentivo lo schiocco del fazzoletto sulle sue gambe.
A pranzo non aveva spiccicato una parola.
“Che hai?”, gli aveva chiesto mia madre.
Lui non le aveva risposto; neanche l’aveva sentita.
A cena la stessa cosa. Aveva mangiato e bevuto il vino in silenzio. Io lo guardavo. Era la prima volta che lo vedevo così giù di corda. Ero abituato alle sue battute e al suo spirito. Sapevo che il lavoro lo stressava, lo vedevo tutti i giorni, però non mollava mai. Ora, tutto d’un tratto, era ridotto uno straccio. Come se le vacanze non fossero servite a niente. I suoi occhi erano spenti, assenti; avevo l’impressione che avesse abbandonato il suo corpo, che ora era un contenitore vuoto. Sembrava che mangiasse solo per sopravvivere.
“Ti piace il vino?”, gli chiesi.
“È lo stesso”, rispose lui senza guardarmi.
Mio padre venerava il vino. Sceglieva sempre con cura le etichette che comprava. A tavola, celebrava il primo bicchiere di ogni pasto con piccole ritualità: stappava la bottiglia, annusava il tappo di sughero ad occhi chiusi, e poi, tutto compiaciuto, versava, e con un tovagliolo asciugava dal collo le gocce residue. Io ero incantato dalla sua eleganza. Ascoltavo lo stillare morbido del vino nel bicchiere e attendevo che mio padre lo bevesse e lo giudicasse. Quel giorno però aveva fatto stappare la bottiglia a mia madre, e poi aveva bevuto il primo bicchiere come fosse acqua sporca.
“Che hai? Ci dobbiamo preoccupare?”, gli dissi.
Non rispose.
“Non è mica la fine del mondo, eh”, si intromise mia madre.
Mio padre la guardò e disse:
“Per me, sì”.
Si alzò da tavola, si accese una sigaretta e uscì in giardino. Si mise a fumare sotto il ciliegio, dandoci le spalle. Tirava boccate nervose, che si confondevano con il tremolio delle foglie, agitate dal vento caldo di fine estate.
Quando rientrai quella notte, come ho detto, lui era ancora lì. Si era solo spostato: dal ciliegio, al pruno.
“Ti mancano solo tre anni alla pensione”, gli dissi. “Non puoi mollare ora”.
“Se penso a domani mi viene da piangere”.
“Dai, dobbiamo andare a dormire. È l’una passata. Non puoi stare qui tutta la notte”.
“Dì a tua madre che mi fumo un’altra sigaretta”.
Per un attimo, la fiamma dell’accendino rischiarò la sua faccia: aveva gli occhi lucidi, come se avesse pianto. Poi tornò il buio e non lo vidi più.
Poco dopo, l’anatra uscì dal cespuglio. Ce l’aveva portata mia zia. Mio cugino l’aveva vinta al Luna Park. L’avevamo tenuta in giardino ed era grande e bianchissima, ora che si era fatta adulta. All’inizio si spaventava per ogni cosa; ora si sentiva di casa. Non ci temeva più, e si avvicinava se imitavamo i suoi versi. La trattavamo come fosse un cane. Ci passò davanti e si diresse verso la vaschetta dell’acqua. Camminava lenta e borbottava tra sé. Bevve, e si mise a battere le ali allungando il collo. Poi ci ripassò davanti, come se noi non ci fossimo. Io sorrisi e guardai mio padre: aveva la testa piegata, e guardava la luna.

Durante la notte mi svegliai. C’era silenzio. Mi venne in mente mio padre, e volli controllare se era venuto a letto. Mi alzai, infilai le ciabatte e attraversai il corridoio facendo piano. Aprii lentamente la porta della camera dei miei; non vedevo niente, era troppo buio. Accesi la luce in corridoio e la luce filtrò nella stanza attraverso la piccola fessura che avevo lasciato. Sopra le lenzuola, riconobbi la sagoma di mia madre. Dormiva a pancia in su, con le braccia distese lungo i fianchi e la bocca aperta; respirando, la gola emetteva un rantolo breve, seguito da un fischio sottile che usciva dal naso. Mio padre non c’era.
Scesi le scale piano piano. La luce in soggiorno era accesa. Senza finire la rampa, mi allungai per vedere. Era seduto in poltrona. Mi dava le spalle. Vedevo solo la sua testa pelata, e i pochi capelli che aveva l’attraversavano come striscioline di liquirizia. Stava fumando. Teneva il braccio alzato e il gomito sul bracciolo. Tra le dita, la sigaretta si consumava lentamente: la striscia di cenere si piegava, e il fumo saliva e si allargava in una spirale grigia, fino a dissolversi. Pensai che si fosse addormentato, ma poi mosse il braccio e buttò la cenere nel posacenere. Tossicchiò.
Mi sedetti sullo scalino e incrociai le braccia, appoggiandole sulle ginocchia. Mio padre spense la sigaretta e si tirò in avanti. Ai suoi piedi c’era Rocky, il cane. Aveva quattordici anni. Zoppicava ed era cieco da un occhio, che era bianco come una palla da biliardo. Mio padre lo accarezzò sulla testa.
“Siamo vecchi”, disse.
Si appoggiò di nuovo allo schienale della poltrona e allungò le gambe, incrociando i piedi. Fece per prendere il telecomando, poi guardò in sù, verso l’orologio appeso al muro: erano quasi le tre. Sfilò una sigaretta dal pacchetto sul tavolino e l’accese. L’odore mi colpì, acuto.

Il mattino seguente feci colazione da solo.
“Ha dormito?”, chiesi a mia madre, che sbriciolava il pane in una ciotola di mais.
“È venuto a letto, ma non ha chiuso occhio. Si è sdraiato e ha fumato. Non mi ha lasciato più dormire. Voleva che stessi sveglia con lui”.
“E non gli hai detto nulla per il fumo?”
“Che gli dovevo dire. In quel momento volevo solo dormire”.
“Cosa ti ha detto?”
“Per un po’ è stato zitto. Guardava davanti a sé, senza dire una parola. Era immobile, distante. Se non fosse stato perché ogni tanto tirava, mi pareva una mummia. Non batteva neanche ciglio. Poi, tra una sigaretta e l’altra, mi ha detto: “Sono vecchio. Non ho più le forze. Non so cosa fare. Non ce la faccio a ricominciare, questa volta””.
“E tu?”
“Io l’ho lasciato parlare un po’. Poi ho usato le solite frasi, sai: “Ma no, vedrai che è solo un momento. Passerà. Fra una settimana ne riparliamo”. Così”.
“E lui?”
“Ha borbottato qualcosa e si è acceso un’altra sigaretta. Allora mi sono alzata, sono venuta giù e gli ho preparato una camomilla. Gliel’ho portata a letto bella calda. “Tieni”, gli ho detto. “Ti calmerà un po’”. “Fammi un caffè. Non la bevo la camomilla”, mi ha risposto lui. “Guarda che con il caffè è peggio. Ti devi rilassare”, gli ho detto io. “Fammi un caffè, dai. Da brava”. Siamo scesi giù a berlo. Ci siamo messi davanti alla televisione, alle quattro e mezza del mattino. Tuo padre ha scanalato un po’. Poi si è fermato su un programma che trasmetteva la Tosca, in cui cantava Pavarotti. Abbiamo visto un atto intero. Ogni tanto alzava il volume e io gli dicevo: “Abbassa, che c’è tuo figlio che dorme”. Lui non mi badava. Agitava le braccia come un direttore d’orchestra. Ero contenta perché sembrava che si fosse ripreso. Poi ha spento. “Mi ha stufato”, ha detto. “E poi non è che mi risolva il problema””.
“Prima che venisse su a dormire, era in soggiorno che parlava con Rocky”, dissi.
“Non l’ho mai visto così giù”.
Mio padre è sempre stato un uomo allegro, pronto a dispensare consigli utili su come prendere la vita. Un gran lavoratore, e la sua professione è una delle più pesanti che conosca. Devi aggiornarti in continuazione, sorbirti tutti i problemi dei clienti, rispondere a mille domande ogni giorno; non c’è un attimo di pace. È una vita di puro stress. Eppure, lui ha retto per trent’anni.
“Mi sa che si è rotto qualcosa”, dissi. “Hai sentito, no? Ripete che è vecchio. Che non ha voglia di lavorare. Che gli mancano le energie di una volta”.
“Così, tutto d’un tratto?”, chiese mia madre.
“Può essere. Uno accumula stress tutta la vita, e poi un bel giorno esplode”.
Mandai giù l’ultima fetta biscottata e bevvi un sorso di tè caldo. Mi alzai dal tavolo e presi le chiavi dell’auto da sopra il frigorifero.
Mia madre uscì in giardino con la ciotola in mano e la posò nell’erba. Aveva mischiato pane e mais fino a farli diventare una poltiglia giallastra.
“Ciccia, Ciccia”, si mise a dire. “Vieni che c’è la pappa. Ciccia”.
L’anatra sbucò dallo stesso cespuglio della sera prima; marciò in un apparente equilibrio precario, come fanno i bambini quando imparano a camminare, allungò la testa e borbottò qualcosa. Mia madre l’accarezzò sul collo lungo e bianco, e poi rientrò.
“Non ha nemmeno voluto fare colazione”, disse, chiudendo la porta alle sue spalle. Si lavò le mani sporche di mais nel lavandino.
“A che ora è uscito?”, le chiesi.
“Saranno state le sette. Si è alzato, ha indossato i primi vestiti che ha trovato e se n’è andato senza salutare. “Non fai nemmeno colazione?”, gli ho chiesto. “Prendo solo un caffè al bar”, mi ha risposto lui”.
Sopra il lavello c’erano i due posacenere: quello del soggiorno e quello usato in camera da letto. Due montagne di sigarette alte come l’Everest: alcune finite, altre lasciate a metà. Mia madre rovesciò tutto nella pattumiera.
“Guarda qui”, disse. “Dimmi se un uomo deve vivere così”.

Quando arrivai in studio, mio padre era seduto sulla sedia girevole, davanti alla sua scrivania, sprofondato nello schienale di morbida pelle nera. Stava fumando.
“Ciao”, dissi io.
“Ciao”, disse lui con un filo di voce, alzando gli occhi solo per un attimo.
Aveva aperto le finestre della sua stanza e si era seduto. Il resto dello studio era al buio e silenzioso. Aprii tutte le ante e feci entrare il sole. La linea telefonica era ancora in modalità fax. Premetti il tastino e riattivai il telefono. Per terra c’erano i fogli che il fax aveva sputato durante l’estate. Ce n’erano una montagna sparsi dappertutto.
“Hai visto quanta roba è arrivata?”, gli chiesi.
“Mi vien da star male”.
Raccolsi i fogli e diedi un’occhiata veloce. C’erano molte pubblicità: nuovi cellulari, nuove tariffe, corsi di aggiornamento professionale. Poi gli immancabili fogli presenza dei dipendenti dei clienti, qualche avviso bonario, e varie cartacce spedite dall’Agenzia delle Entrate. Misi tutto sulla mia scrivania. Attaccai la spina della macchinetta del caffé e l’accesi.
“Vuoi un caffé?”, chiesi a mio padre.
Non mi rispose.
“Te lo fai un caffé?”, gli chiesi di nuovo.
“Sì, dai”, rispose lui dopo un po’.
La voce gli uscì floscia, tanto che per un attimo sembrò quasi sgonfiarsi l’aria.
Ne preparai due. Mi sedetti davanti a lui e gli porsi il bicchierino di plastica bianco.
“È già zuccherato”, gli dissi.
“Grazie”, fece lui.
Si staccò dallo schienale della poltrona con un po’ di fatica e allungò la mano. Prese il caffè e mischiò lo zucchero con la paletta trasparente. Poi la picchiettò due o tre volte sul bordo del bicchiere e bevve in un solo sorso.
“Come stai?”, gli chiesi.
Tirò fuori dai pantaloni un fazzoletto bianco tutto stropicciato e si pulì la bocca.
“Male”, rispose.
Rimise il fazzoletto in tasca.
“È solo perché è il primo giorno”, dissi.
“Non lo so. Non mi sono mai sentito così”.
“Così come?”
Si prese un’impercettibile pausa di riflessione.
“Così vecchio”.
Bevvi un sorso di caffè. Pensai a cosa dire. Era strano vederlo così; non sapevo come prenderlo.
“Forse la stai facendo un po’ troppo dura”, gli dissi.
Una frase di circostanza, lo sapevo bene: troppo generica per essergli d’aiuto. Ma fu la prima cosa mi venne in mente.
“Vedremo te, a sessantasette anni”.
Percepii irritazione nella sua risposta. Comprensibile: non aveva bisogno di stupide frasi fatte.
Appoggiò i gomiti sulla scrivania e incrociò le braccia. Per un po’ guardò fuori dalla finestra, gettando uno sguardo qua e là nel giardino. Il nostro studio si trovava al piano terra di una piccola villa su due piani. Pagavamo l’affitto ai padroni di sopra. Durante l’estate, e fino agli inizi di ottobre, i merli saltellavano nell’erba in cerca di qualcosa da mangiare. Quella mattina lui si accorse che non ce n’era nessuno.
“Che fine hanno fatto tutti?”, si chiese.
“Tu cosa conti di fare?”, gli chiesi io.
Alzò le spalle.
“Non lo so. C’è qualcosa che posso fare?”
Bevvi l’ultimo goccio di caffè.
“Magari andare in pensione”.
“Non me la danno”, rispose. “Fino a settant’anni non me la danno”.
“Nemmeno se anticipi tutti i contributi che ti restano da versare?”
“Posso anche farlo, ma fino a che non avrò compiuto i settant’anni non vedrò un soldo”.
Guardai per un momento lo zucchero sciolto in fondo al mio bicchiere. Lo spostai con la paletta. Cercai di pensare qualcosa. Sbuffai.
“Vabbé, vado a lavorare”, dissi.
“Li vedi tutti quei libri?”, mi chiese mio padre, puntando l’indice alle mie spalle. “Contali”.
Dietro di me, lungo la parete, c’erano due librerie, una accanto all’altra, con quattro ripiani ciascuna: erano piene di libri, vecchi e nuovi.
“Avanti. Ad alta voce”, mi disse.
“Questo lavoro ti è costato fatica, lo so”.
“Contali”, mi disse di nuovo.
Mi avvicinai alle mensole. Diedi uno scorcio agli anni d’imposta di ciascuno dei libri. I più vecchi, legati insieme ad articoli di giornale sbiaditi con elastici induriti dal tempo, portavano l’anno 1980. Per ogni anno c’era una sfila di pubblicazioni: le novità della Finanziaria del governo, le sentenze tributarie della Cassazione e così via. Poi c’erano gli spaventosi volumi dell’IVA e delle imposte sui redditi: enormi ammassi di pagine sottili, scritte a caratteri minuscoli, piene di numeri, leggi e commenti. Guardai mio padre e sorrisi. Lui fece di sì con la testa e disse:
“Forza”.
Iniziai a contare.
“Uno, due, tre…”
Le due biblioteche erano chiuse da ante di vetro. Mentre contavo, il mio sguardo cadde sul riflesso di mio padre: stava di nuovo guardando in giardino. Continuai a contare ma, distratto, abbassai il tono della voce senza rendermene conto. Lui si girò verso di me e a quel punto avevo perso il conto.
“… Quarantatré, quarantaquattro, quarantacinque…”, finsi di proseguire.
Sembrava che si rilassasse a sentire quella sfilza di numeri; come se quella quantità evocasse in lui il ricordo di quando, da giovane, tutti quei libri li divorava. Per avere una preparazione adeguata devi metterci la schiena, diceva sempre. È stata la prima cosa che mi disse quando venni a lavorare in studio. Ed era la prima cosa che faceva osservare a tutti quelli che assumeva. Se rimani indietro, non sopravvivi in questo lavoro. La preparazione viene prima di ogni cosa.
Ora che sentiva di essere stanco, che le energie e la voglia di continuare non erano più le stesse, era come se avvertisse la necessità di celebrare il suo passato, gli sforzi e i sacrifici compiuti.
“… settantasette, settantotto, settantanove…”
“Sono duecentonovantasei. Li ho contati prima”, disse a quel punto mio padre. “Poi ce ne sono altri naturalmente, ancora più vecchi. Ma quelli io e tua madre li abbiamo chiusi in scatoloni di cartone che abbiamo sistemato da qualche parte in cantina. Chiedi a lei quanto ci abbiamo messo”.
Mio padre andava molto fiero di quello che aveva realizzato nella vita. Era il terzo figlio di una famiglia di quattro fratelli e due sorelle. Di tutti, lui era l’unico che si era distinto per aver studiato. Non era nato per fare lavori manuali, ma per usare la testa. La decisione più importante la prese a ridosso dei quarant’anni. Aveva lasciato il lavoro da impiegato, in un’azienda molto importante: si era dimesso perché l’ambiente non lo stimolava, e perché stare alle dipendenze di qualcun altro lo soffocava. Voleva fare il libero professionista. Aveva un diploma di ragioneria, così si iscrisse all’Università di Giurisprudenza. Nel frattempo, però, dovendo sostenere la nostra famiglia, trovò un altro lavoro impiegatizio. E così, per sei lunghi anni, lavorò e studiò.
Io ero piccolo per comprendere il sacrificio che stava facendo. Ricordo solo che, dopo cena, si sedeva al tavolo in soggiorno e leggeva dei libroni enormi, e che, con una penna stilografica, ogni tanto sottolineava e poi scriveva qualcosa su un quadernone rosso.
Una notte mi svegliai e vidi la luce dell’abajour nella camera dei miei. Sentii che mia madre brontolava, e che poi disse: “Dai, adesso basta. Metti giù quel libro. Devi riposare”. “Non posso”, aveva risposto mio padre preoccupato. “Da brava, su, vai a farmi un caffé”. Lei si alzò, e in ciabatte andò in cucina. Io rimasi sveglio, avvolto nelle lenzuola, ad ascoltare. La casa, nel cuore della notte, si riempì del rumore metallico dei cucchiaini, del tinnio delle tazzine, del suono morbido e vaporoso della fiamma sul fornello, e, infine, del borbottio bollente del caffé. Quando mia madre tornò in camera, sentii che appoggiò il vassoio sul comodino, che chiuse il libro, che attraversò la stanza, che si distese sul letto e spense la luce.
Il giorno che mio padre si laureò, ricordo che entrò in casa e con un sorrisone esclamò:
“Ce l’ho fatta!”
Io non capivo a che cosa si riferisse, ma mia madre lo abbracciava visibilmente emozionata, e per quello ero felice anche io.
Gli erano rimasti solo due scogli per diventare commercialista: i tre anni di pratica in uno studio professionale e l’esame di Stato.
Continuò a lavorare come impiegato, e nel tempo che gli rimaneva, dopo la giornata di lavoro, faceva presenza nello studio del commercialista che lo aveva preso in carico. Passò altri tre anni molto duri, di studio e di lavoro.
L’esame di Stato fu la prova più difficile.
Tuttora è soprannominato l’esame “stanga”: è molto selettivo, e passano davvero i migliori. E mio padre fu tra quelli, naturalmente; al primo tentativo. Alcuni giorni dopo, uscì un articolo di poche righe sul giornale locale, che mio padre ritagliò e che conserva ancora oggi nel portafoglio: ce l’aveva fatta solo il diciannove per cento. C’era l’elenco dei promossi, in rigoroso ordine alfabetico; il suo nome era scritto nell’ultima riga e prima del punto.

Mio padre non accennava a reagire, nemmeno dopo una settimana di lavoro. Si faceva passare solo le telefonate necessarie, quelle dei clienti importanti. Per tutti gli altri non c’era. Ogni volta che squillava il telefono gli saliva il nervoso e bestemmiava. Beveva e fumava in continuazione. Aveva accumulato una montagna di carte sulla sua scrivania, ma non se ne curava. Ci dava un’occhiata e poi le piantava lì.
Gli portai una lettera dell’Agenzia delle Entrate che contestava una dichiarazione dei redditi vecchia di tre anni. Prese dal cassetto la lente di ingrandimento. Mio padre era miope e portava gli occhiali. Con il passare degli anni, però, faticava sempre più a leggere da vicino. Così, una sera, mia madre tirò fuori da un vecchio scatolone una lente di ingrandimento.
“Usa questa”, gli disse.
“E da dove salta fuori?”
“Era di mio padre. L’ha usata in questura, durante gli ultimi anni di servizio. Mi sono ricordata che l’avevo messa insieme alle altre cianfrusaglie della mia famiglia”.
Mio padre la prese in mano e la studiò per un po’.
“Ha la lente sbeccata”, osservò.
“Sì. Ho visto. Si sarà rotta sotto il peso di tutto quello che c’è nello scatolone”.
Mio padre se l’avvicinò all’occhio e poi l’allontanò. Due o tre volte. Si piegò sul giornale e provò a guardarci attraverso.
“Sembra funzionare”, disse.
“Certo che funziona!”, rispose mia madre.
Non si è più separato da quella lente. La custodiva gelosamente nel cassetto della sua scrivania, in ufficio, e la tirava fuori ogni volta che doveva leggere, anche quando non era necessario perché i caratteri erano belli grandi. Avevo come l’impressione che per lui fosse diventata un feticcio, un oggetto dotato di potere magico di cui non potesse fare a meno. È un classico di ogni professionista, del resto, avere un inventario di totem: la sigaretta, il caffé, la penna stilografica e guai a scrivere con un’altra, la cravatta e così via.
Con quella lente analizzava ogni cosa, come se vedesse tutto sotto una luce diversa. Quella mattina non fece eccezioni: diede una scorsa veloce al foglio, passando più volte la lente su e giù, come fosse ai raggi X. Si fermò in mezzo alla pagina, e lì ci restò per qualche secondo, muovendo gli occhi da sinistra a destra.
“Chissenefrega”, disse dopo un po’.
“Cioè?”
“Cioè chissenefrega. Abbiamo trenta giorni di tempo per rispondere. E ora non ho voglia di metterci la testa”.
“Facendo così, stai accumulando un sacco di carte. Da qualche parte devi pur iniziare. Devi reagire”.
Appoggiò piano piano la lente sulla scrivania, incrociò le braccia e guardò fuori dalla finestra.
Quel piccolo rettangolo d’aria, tra lui e il giardino, sembrava diventata la sua unica via di fuga. Ogni volta che ci guardava attraverso, avevo come l’idea che nella sua testa elaborasse un piano d’evasione; che pianificasse nei minimi dettagli quello che doveva fare per scappare senza lasciare tracce.
Poi, con la voce più triste che avessi mai sentito, disse:
“Non so cosa mi stia succedendo”.
Sembrò quasi mancargli il fiato, sul finire della frase.
“Non possiamo rimanere indietro, lo sai. Non possiamo permettercelo”.
Lui annuì, senza guardarmi, e si accarezzò la barba rossiccia con le dita.
“Mi fai un caffé, per piacere?”, mi chiese.
“Un altro? Ne hai bevuti troppi oggi”.
“Uno solo. Poi prendo una di queste cartacce e vedo che cosa riesco a combinare”.
Per qualche secondo ci guardammo: sapevo che non lo avrebbe fatto, glielo leggevo negli occhi.
“E va bene”, dissi. “Ma è l’ultimo”.
Andai nella mia stanza. Presi un bicchierino, una cialda, e azionai la macchinetta del caffé. Agitai una bustina di zucchero e ne strappai un angolino. Poi sentii uno strano verso. Interruppi l’erogazione e tornai di là.
Mio padre stava in piedi davanti alla finestra spalancata, con in bocca una specie di trombetta. La teneva con tutte e due le mani e ci soffiava dentro ad intervalli regolari. Emetteva un suono stridulo, come un richiamo. Rimasi a bocca aperta sulla soglia della porta. Incredulo, gli chiesi che cosa stesse facendo. Lui sobbalzò e si girò di scatto.
“Ah! Sei tu”, disse.
“Già”.
“Scusa, è che io… lo vedi questo?”
Mi mostrò l’oggetto che teneva in mano.
“Sì?”
“È un richiamo per i merli”, disse.
Sorrisi, e subito dopo scoppiai a ridere.
“Ma sei scemo?”, gli dissi.
Sorrise anche lui.
“No. Perché?”
“Non so. Ti sembra normale stare alla finestra soffiando dentro quel coso?”
“È un richiamo per i merli, te l’ho detto”.
“E da quando ne hai uno?”
“Me l’ha dato Giovanni”.
“Giovanni? Il figlio della perpetua?”
“Il figlio della perpetua. Ieri sera, prima di rientrare a casa, sono passato da lui. È un cacciatore, no? Ho pensato che poteva sapere qualcosa sui merli. Non ti sei accorto che non se ne vedono più in questo giardino?”
“Dio, no. Non ci ho fatto caso”.
“Io sì. Così gli ho chiesto perché, e lui mi ha risposto che non lo sapeva, che forse hanno trovato un luogo migliore per nidificare. Poi mi ha dato questo richiamo e mi ha fatto vedere come si usa. Magari riesci a vederne qualcuno, mi ha detto”.
“E funziona?”
“Non mi sembra”.
In quel momento provai per lui una forte tenerezza: mi avvicinai, e gli chiesi di farmi vedere come usarlo.
“Devi prenderlo così, vedi? Poi ci soffi dentro, ma non troppo forte”.
“Fammi provare”.
Impugnai la trombetta con entrambe le mani, guardai mio padre, e ci soffiai dentro. Ne uscì uno stridolio sordo.
“Non ci siamo”, disse lui. “A Giovanni usciva un suono diverso, me l’ha fatto sentire bene”.
Riprovai. Come prima.
“Da’ qui”, disse lui.
Ci provò due o tre volte. Il suo suono era più pulito del mio.
“Che dici?”, mi chiese.
“Non lo so. Io non vedo arrivare nessun merlo”.
Soffiò di nuovo. E poi di nuovo ancora. Ora facevamo a turno, e nessuno dei due voleva smettere.
Il telefono squillò molte volte, ma mio padre non voleva che andassi a rispondere.
“Lascia perdere”, mi diceva. “Non è importante”.
Restammo lì a fischiare all’aria, nella speranza che qualcosa accadesse, come per magia. Non arrivava nessun merlo, naturalmente, ma dopo un po’ era come se non ci importasse più: come se non fosse più quello il punto. Volevamo solo continuare a crederlo possibile, e questo ci bastava.
Guardai mio padre prima che soffiasse un’altra volta: aveva uno spicchio di sole che gli attraversava la guancia. Sorrise. Sorrisi anch’io.

Passò un po’ di tempo, poi mio padre si convinse ad andare da un medico, sotto la pressione di mia madre. La situazione non migliorava: era sempre stanco perché non dormiva, e aveva tutta l’aria di essere sull’orlo di una crisi di nervi.
Ogni sera mia madre ci provava, con la camomilla.
“Bevila, che è bella calda”, gli diceva.
Ma non aveva nessuna effetto su di lui: passava la notte seduto nel letto a fumare e a lamentarsi, con mia madre che dormiva ad intermittenza.
Una volta, in studio, scoppiò quasi a piangere. Mi sentii un po’ a disagio, provando un certo imbarazzo, perché non l’avevo mai visto così. Lo vidi in enorme difficoltà: senza via d’uscita e privo delle energie necessarie per reagire.
“Sto male. Mi viene da piangere”, ripeteva.
Aveva gli occhi lucidissimi, la faccia stanca e lo sguardo abbattuto. Indossava gli stessi vestiti da giorni, la barba era trascurata, e le unghie delle mani erano lunghe. Troppo lunghe. Mia madre lo sgridava, gli diceva che doveva darsi almeno un contegno, ma non c’era verso. Era completamente inghiottito dal suo mondo di nebbia.
Fumava tantissimo, ad un ritmo insostenibile. Ovunque andasse teneva una sigaretta fra le dita: avrei sentito l’odore di nicotina della sua pelle da un chilometro di distanza.
Oltre al fumo, c’era il caffé. Se ne faceva in continuazione, in studio. Uno dietro l’altro, anche a distanza di pochi minuti.
“Non puoi continuare a farti tutti questi caffé, e a fumare come stai facendo. Rischi l’infarto. Credo che sia l’ultima cosa che ci serva”, gli feci notare un pomeriggio, un po’ seccato.
“Guarda che mica li bevo tutti”, mi rispose.
E in fondo era vero. A volte si bagnava solo le labbra. L’aroma e il sapore gli erano diventati del tutto indifferenti: ciò che contava era perdere tempo e tenere lontani la scrivania e il lavoro.
I bicchierini non li buttava subito. Li sistemava lungo il perimetro del lavandino del bagno. Alla fine della giornata era quasi inutilizzabile. C’erano bicchierini ovunque: alcuni vuoti, altri pieni come se non fossero stati toccati, ma la maggior parte aveva il fondo del caffé mischiato allo zucchero sciolto, e la cenere delle sigarette sulle pareti appiccicose. Sembrava la scacchiera di una dama impazzita. Poi, verso sera, prima di chiudere lo studio, mio padre buttava tutto nel sacchetto della spazzatura che teneva nella vasca, e risciacquava il lavandino. I suoi gesti erano lenti, assenti, quasi meccanici. Ogni volta mi chiedevo a che cosa pensasse, ma non mi andava di disturbarlo. Non in quel momento, che sembrava il più intimo di tutta la giornata.
Non si curava più di niente, ormai. Non lo vedevo più sorridere. Era come una lampadina sottoposta a continui cali di tensione: illumina sempre meno, fino a che si spegne del tutto con un sordo crac.
“Domani ti porto dal medico”, disse mia madre a cena, spezzando il silenzio.
Mio padre la guardò con occhi tristi. Girò il cucchiaio nella minestra ormai fredda, e non disse una parola.
“Ti darà qualcosa, almeno per farti dormire”, continuò lei.
A quel punto, gli occhi di mio padre girarono su di me. Dovetti fare un certo sforzo per reggere quello sguardo di traverso, bagnato da lacrime nascoste. Contrassi le dita dei piedi nelle ciabatte morbide.
“Mi ascolti? Guarda che lo dico per il tuo bene”.
Girò anche la testa, appena appena; socchiuse le labbra, e le strinse forti l’una contro l’altra.
Volevo dire che la mamma aveva ragione, che doveva farsi prescrivere una cura, ma mi bloccai.
Stava aprendo la bocca. Poi, un piccolo sussurro passò tra i suoi denti stretti:
“Mi dispiace”.

“Allora, come è andata?”, chiesi a mia madre.
“Il dottore l’ha visitato e sta bene. L’ha trovato solo un po’ depresso”.
“Un po’?”
“Sì, e ha detto che è normale ad una certa età. È un insieme di cose. L’andropausa, l’ipertensione, lo stress. Sono cose frequenti passati i sessanta”.
“Adesso lui dov’è?”
“È andato da Giovanni, a restituire quel coso che fischia”.
“Il richiamo”.
Mia madre teneva in mano un sacchetto della farmacia. Da come era tirato, pareva avere un certo peso.
“Quelle sono le medicine che gli ha prescritto il medico?”, le chiesi.
“Sì. Deve prenderle tutte e tutti i giorni”.
Non so perché in quel momento non fui curioso di sapere quali medicinali fossero e non indagai oltre. Mia madre appoggiò il sacchetto sulla cassapanca in cucina, e indossò il grembiule per preparare la cena.
A tavola, non chiesi nulla della visita a mio padre. Lo stato in cui versava lo addolorava profondamente: il suo orgoglio era ferito. E lo capivo. Era stato un uomo forte, sempre capace di reagire alle difficoltà. Nella vita aveva affrontato tutto con grande sicurezza, credendo soprattutto in sé stesso. Era stato un uomo molto positivo. Non voleva che ci si fasciasse la testa prima del dovuto; non voleva che si pensasse sempre in negativo. Mi aveva spronato, soprattutto all’università, a fare mille esperienza diverse. Buttati, mi diceva. Fallo ora che puoi. Viaggia. Vai a studiare all’estero. Ascolta il mio consiglio. Era pieno di entusiasmo e di energia.
Ora che sentiva le sue sicurezze vacillare, che vedeva affievolirsi la luce sotto la quale aveva guardato il mondo fino a quel momento, si sgonfiava e si afflosciava come un palloncino. Mi figuravo spesso la strana scena di mio padre che, seduto alla sua scrivania, cerca di alzarsi per raggiungere la finestra spalancata. Quando ci prova, la sua voce inizia a contare, e i suoi libri, prima ordinati sulle sue mensole, ora si ammucchiano pesanti sulle sue gambe. La sua sigaretta, abbandonata nel posacenere, si accende da sola e brucia l’ossigeno. Mio padre arranca, spaventato, in balia del se stesso. Si divincola. Boccheggia. Soffoca. Mentre la voce che esce dalla sua bocca si fa roca e poi stride in un’eco senza fine. Un ultimo sguardo, e le ante si chiudono d’un tratto nel buio dei suoi occhi. La fine. Poi, un’improvvisa boccata di aria lo riporta alla luce. Di nuovo vivo. E così daccapo, all’infinito.
Improvvisamente io dovevo essere protetto da tutto. Qualsiasi cosa decidessi di fare, lui era contrario o titubante. Si preoccupava del singolo dettaglio. Non andare forte in macchina, torna presto, chiama quando sei arrivato. Oppure: perché prendi l’aereo? Non è il periodo buono questo, con tutti gli attentati che ci sono. Il treno? Con questo freddo? Se si ghiacciano le rotaie è pericoloso. Maledetta nebbia! Vai piano. Accendi i fari e stai attento.
La cosa sorprendente è che queste raccomandazioni le ho sentite per una vita da mia madre. E non era insolito che mio padre intervenisse borbottando, dicendole di smetterla di trattarmi come un bambino.
Ora mia madre non mi diceva più niente. C’era mio padre a farlo.
Questo cambiamento stava trasformando anche il rapporto tra i miei genitori. Mio padre non è mai stato un uomo molto affettuoso; ci voleva bene, ma non lo ha mai dimostrato con attenzioni amorose. Poche volte l’ho visto abbracciare mia madre e sussurrarle qualcosa di dolce. Altrettante stringere me. Non ricordo un suo bacio. E sono certo che non mi abbia mai detto: “Ti voglio bene”. Non so come reagirei se lo facesse. Probabilmente mi imbarazzerei e non saprei che cosa dire. Ma non è questo il punto.
Il punto è che mio padre ora, nei rari momenti di lucidità, si lasciava andare a gesti dolci. Abbracciava mia madre, la baciava sulle guance, e le diceva un sacco di carinerie. In studio, mentre lavoravo o studiavo, veniva lì e picchiettava il palmo della mano sulla mia testa e mi diceva bravo.
Nei rari momenti di lucidità. Perché, quando la depressione tornava, diventava come un bambino inerme che, privo di qualsiasi protezione, si rannicchia in un angolo e piagnucola spaventato dal buio. E che, quando si asciuga le lacrime e apre per bene gli occhi, si trova a rincorrere una finestra spalancata e inarrivabile.
Ecco!, pensai a tavola quel giorno. Quello che devono fare quei medicinali, qualunque essi siano, è di tenere aperta quella cazzo di finestra, e non permettere per nulla al mondo che si richiuda di nuovo.
Mangiammo in silenzio, come al solito. Poi, quando io ero alla frutta, mio padre si alzò e andò a sedersi in poltrona, davanti alla televisione, e si accese una sigaretta. Per un po’ nella casa si sentirono solo il telegiornale, mio padre che fumava nervosamente, e il mio coltello che spelava una mela farinosa. Mia madre guardava nel piatto, pensierosa, con lo sguardo assente. Saremo andati avanti così per dieci minuti.
A rompere il silenzio fu l’anatra, che venne a beccare sul vetro della portafinestra della cucina. Mi voltai a guardarla, e mi accorsi che sotto di me, che mi fissava, c’era Rocky, con il suo occhio bianco, che aspettava paziente che gli allungassi un pezzettino di qualcosa. Gli diedi l’ultimo spicchio della mela, lui lo prese in bocca e per mangiarlo andò ad accucciarsi ai piedi di mio padre.
Mia madre si alzò, senza perdere di vista quello che stava pensando, e, con gesti meccanici, imparati a memoria, spezzettò sul tovagliolo la mollica del pane avanzato. Aprì la portafinestra, e con una gettata decisa la sparpagliò nell’erba. Per primi si fiondarono dall’alto i passeri, evidentemente in attesa, sopra i rami. Ognuno cercava di prendere la sua parte e poi schizzava via con il boccone nel becco. L’anatra sbatté le lunghe ali bianche per farsi più grande, e, con la sua tipica andatura ballonzolante, si fece largo in mezzo al gruppo che si disperse in un batter d’occhio.
Stetti a guardare, mentre mia madre rientrò e fece scorrere l’acqua per lavare i piatti.
Dopo qualche minuto, nel giardino non c’era più nessuno: i passeri se n’erano tornati nei nidi e l’anatra si era nascosta sotto il solito cespuglio. Nell’erba rimaneva qualche mollica dimenticata.
Rimasi seduto al mio posto; non avevo voglia di alzarmi. Presi uno stuzzicadenti e incominciai a passarlo tra i denti. Mia madre sparecchiava e metteva i piatti e i bicchieri nel lavandino, dove l’acqua calda ribolliva della schiuma del detersivo.
In televisione c’erano i servizi sportivi. Guardai mio padre: aveva finito la sigaretta, e ora se ne stava a braccia conserte ad ascoltare quello che diceva il giornalista.
Dietro di me, sulla cassapanca, c’era il sacchetto con dentro le medicine. Mi voltai e lo presi. Ci guardai dentro, e poi le tirai fuori una ad una: il Tavor per dormire la notte, il Lexotan per stare tranquillo, e il Karvezide per tenere sotto controllo la pressione. Doveva imbottirsi di questi farmaci tutti i giorni. Rimisi tutto nel sacchetto e lo lasciai lì sul tavolo, vicino alla tovaglia appallottolata.
Fu in quel momento che lo vidi. Il merlo zampettava furtivo nell’erba in direzione delle molliche dimenticate. Allargai gli occhi incredulo, assorto in un piccolo sorriso. Mi girai verso mio padre, allungando il collo verso di lui, e stando molto attendo a tenere bassa la voce.
“Papà…”, sussurrai. “Papà”, ripetei, e questa volta un po’ più forte.
Diedi uno sguardo in giardino con la coda dell’occhio, e proprio in quell’attimo vidi il merlo, veloce come un lampo, spiccare il volo con in bocca qualcosa.
Non mi aveva sentito, mio padre: forse per il volume della televisione troppo alto, o forse si era inaspettatamente addormentato.
Io rimasi lì, a bocca aperta, senza più dire una parola, con la sensazione molto forte di averlo per un attimo soltanto immaginato.

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Racconto/Il congresso

Luglio 21st, 2010

di Simona Rastelli

“ Il treno delle sei e trentaquattro per Roma è in partenza sul primo binario” annuncia l’ altoparlante. “ Siete pregati di prendere posto.” Silvia si siede accanto al finestrino. Ha sonno. Si è svegliata alle cinque e la sera prima invece di andare a letto presto ha dovuto stirare le camicie per il marito . Fa il rappresentante di gioielli, gira in macchina per tutta l’ Italia e deve essere sempre elegante. Cambia una camicia al giorno e la pretende perfettamente stirata . Lei è una pediatra e lavora tutto il giorno, così ha sempre avuto delle colf per fare i lavori domestici, ma nessuna di loro è stata mai abbastanza brava nella stiratura delle camicie . Nel corso degli anni ne ha dovute cambiare così tante che ha perso il conto. Tatiana non riusciva a eliminare le pieghe, Natasha non stirava bene il colletto, Adriana rovinava i polsini . Ha litigato con lui un sacco di volte. A volte ha pensato di scappare di casa e lasciarlo da solo, alle prese coi suoi futili problemi. Alla fine, per quieto vivere, e soprattutto per i due figli ancora piccoli, si è rassegnata. Adesso stirare le camicie tocca a lei, anche se è una cosa che odia fin da ragazza . Sembra quasi che lui voglia punirla perché è una donna che lavora, ha successo, è stimata dai colleghi e dai pazienti. Una forma di invidia . Non sopporta di essere conosciuto come” il marito della dottoressa “.
Silvia è in partenza per Roma con due colleghe, il solito corso di aggiornamento medico. Sandra è venuta a prenderla con la sua twingo azzurra e hanno lasciato la macchina nel parcheggio a pagamento della stazione di Rimini. Alle sei del mattino è già impossibile trovare un posto libero in strada. In ogni caso non spenderanno una gran cifra; stanno fuori solo due giorni e il sabato sera saranno già a casa. Gloria invece si è fatta accompagnare dal marito, che è salito sul treno e l’ ha anche aiutata a sistemare il bagaglio. Come al solito è quella che ha la valigia più grande di tutti ; è molto ambiziosa e cambia vestito e scarpe almeno tre volte al giorno.
Il treno sta per partire quando si apre la porta dello scompartimento ed entra un uomo. E’ alto e magro, indossa un impermeabile beige, stretto in vita da una cintura con fibbia dorata. Capelli corti brizzolati, ha un volto dai lineamenti irregolari; naso importante ed occhi castani scuri, velati di tristezza. La bocca è carnosa, increspata in un atteggiamento di malcelata insofferenza. Le ricorda un attore del cinema degli anni cinquanta . Si avvicina con passo deciso , si ferma e si guarda intorno come se stesse cercando qualcosa . Appoggia il trolley nero nel corridoio, infila una mano nella tasca destra dell’impermeabile ed estrae un biglietto. ” Posto 54 A “mormora. Guarda con aria seccata Silvia e le sue amiche. “ E’ possibile che abbiate sbagliato posto?” chiede con arroganza. Le tre donne controllano i biglietti . “- Mi sposto .- dice Silvia.
L’ uomo allora solleva il trolley e lo incastra nel portabagagli. Le sue mani sono grandi, con dita lunghe e sottili. Le unghie sono ben curate e tagliate molto corte. Sul dorso della mano si intrecciano vene azzurrognole pulsanti. Di sicuro un tipo nervoso, forse un artista o un pianista. Oppure un chirurgo che va anche lui a Roma per un corso di aggiornamento. Silvia chiude gli occhi per un istante. Le mani dell’ uomo cominciano a toccarla , la esplorano . Prima sfiorano delicatamente le dita dei suoi piedi, poi si spostano sulle caviglie e percorrono le gambe, l’ incavo delle ginocchia e si spingono fino all’ inguine. Si infilano sotto il perizoma . E’ già bagnata. Riapre gli occhi e lo guarda spudorata. Lui a sua volta la guarda, ma il suo sguardo è duro, quasi minaccioso. Sembra dirle “ Stai attenta, non giocare con il fuoco. ” Lei allora si sente avvampare di vergogna e abbassa gli occhi sul libro che ha portato per il viaggio. I suoi occhi azzurri percorrono le righe, le frasi, le parole. Rilegge più volte la stessa frase ma le parole si susseguono l’ una all’ altra senza un senso compiuto. Poi il suo cuore accelera .
Le capita da qualche settimana. All ‘ improvviso, dopo un ‘ emozione, un’ arrabbiatura, una corsa troppo veloce, sente il cuore accelerare e deve fermarsi, respirare profondamente. Dieci minuti e le passa. Ha chiamato Daniela, la sua amica cardiologa . ” Vieni domattina in ospedale che ti faccio una visita di controllo” le ha proposto lei. Ci è andata da sola, al marito non ha detto nulla. Quando ha qualche problema lo risolve sempre da sola, lui è uno sul quale non si può contare. L’ amica l’ ha visitata, poi le ha fatto l’ Elettrocardiogramma e per scrupolo anche l’ eco cardiogramma.. “Va tutto bene – le ha detto – Non ci sono soffi, le tue valvole cardiache sono perfette. E’ solo che sei stressata, forse lavori troppo. L’ epidemia di influenza suina ti ha dato la botta finale. I tuoi sono attacchi di ansia; non pensare sempre al lavoro e a quel rompipalle di marito che ti ritrovi. Devi ritagliare del tempo per te stessa. Rilassati, vatti a fare un bel massaggio , trovati un amante giovane come ho fatto io.” Si è messa a ridere .” Di uomo me ne basta uno- ha risposto lei – non voglio complicarmi la vita. “. Ha deciso di andare al congresso , per non pensare né al lavoro né alle camicie del marito e fare un po’ di shopping compulsivo con le amiche.
Dopo i controlli si sente più tranquilla . Adesso, appena ha sentito il battito accelerare si è detta : “ Silvia calmati! E’ solo uno sconosciuto salito sul tuo stesso treno. Scenderà a Roma e poi non lo vedrai mai più.” Il tipo nel frattempo si è seduto vicino a Gloria, nel sedile dietro al suo. Iniziano a parlare e lei si scopre a spiare ogni loro parola . Lui ha l’ accento romagnolo, deve’ essere delle sue parti. L’ amica si presenta subito. ” Sono Gloria , vado a Roma ad un congresso insieme a delle colleghe, Silvia e Sandra. “Anche io – risponde l’uomo- Novità sulle epatiti virali- “ Lei sorride:” Che coincidenza. Andiamo allo stesso congresso ! Anche tu sei un medico? “. “ Lavoro nel reparto di Chirurgia dell’Ospedale di Rimini. Non hai mai sentito parlare del famoso dottor Antonio Rossi, esperto mondiale nel trattamento delle emorroidi?”. Scoppiano a ridere.
“ Noi siamo al Marriott Hotel – esclama Gloria – e tu ?” “ Anche – risponde ”. “Che fortuna ! “ pensa Silvia, ancora incredula che lui sia proprio un chirurgo. Chiacchierano per un po’, poi si fa silenzio. Lui estrae un piccolo libro da uno zaino rosso. Silvia cerca di leggerne il titolo, ma non riesce a decifrarne le parole al rovescio. Sandra chiude gli occhi, cullata dal dondolio del treno e si addormenta . E’ la più riservata delle tre, e anche l’ unica non sposata.
Silvia si alza per andare in bagno. Subito Gloria la segue. Si fermano davanti alla porta della toilette. “ E’ il mio tipo “- dice sottovoce Gloria all’ amica “ Oltre a essere un bell’ uomo ha molto senso dell’ humour, come me. Mi guarda in un modo, come se volesse spogliarmi con gli occhi. Sono sicura di piacergli, e molto.” dice. Silvia sente il suo cuore accelerare di nuovo, il suo corpo è scosso da un brivido . Avrebbe voglia di accendersi una sigaretta. Sempre la stessa storia : tutti gli uomini che incontrano nei loro viaggi hanno occhi solo per l’ amica. Dal tono sicuro con cui lo dice, poi , le viene il dubbio che sia vero. Non si può fare a meno di notarla, appariscente e griffata com’ è. Non è bella, ma molto attenta ai dettagli e sa scegliere abiti che fanno risaltare i suoi lati migliori, se ci sono. Il seno è quasi piatto, mentre il sedere a mandolino non passa inosservato. “ Senti ,- dice- si da il caso che sia anche il mio tipo e oltretutto l’ ho notato prima io! “ “ Va bè, tanto siamo sposate, cosa parliamo a fare?” risponde Gloria irritata. A Silvia non importa di essere sposata, anzi si sente come se non lo fosse. Suo marito, con il lavoro che fa, dorme spesso fuori casa. Visto che è lei l’ addetta alle camicie, non ha potuto fare a meno di notare tracce di rossetto. La prima volta ci è rimasta male e gli ha chiesto perché la tradiva. Lui si è arrabbiato e ha negato .” Io ho a che fare con molte gioielliere ed è normale che nel salutarci ci si dia un bacio sulle guance”- ha detto lui. Lei non ci ha creduto e un giorno l’ ha seguito. L’ ha visto mentre baciava una donna davanti ad una gioielleria. Una tipa alta e robusta, molto appariscente . Bocca rifatta, occhi bistrati di nero , vestita in modo volgare. Il contrario di lei. Alla sera, quando è tornato a casa dal lavoro, lo ha affrontato piangendo e lui l ‘ha umiliata dicendole che con l’ amante si sente un uomo, che lei lo fa sentire importante . L’ ha messo su un piedistallo e lo incensa da mattina a sera. Soprattutto è una donna sicura di sé, passionale, non fredda e insicura come lei. Quando fanno l’ amore lei urla e si lascia andare. Non ha alcuna intenzione di lasciarla. Silvia ha pianto per giorni e giorni , più per l’ umiliazione che per altro, pensando che in fondo suo marito avesse ragione. E’ vero che è un’ insicura, lo è sempre stata, e che non riesce mai a lasciarsi andare, soprattutto nel sesso. Anche mentre fanno l’ amore la sua mente è occupata dai problemi di lavoro e dei figli. Le ha rinfacciato più volte di essere frigida . Ma non pensa di esserlo, forse lo è con lui. E’ solo una che vuole tenere sempre tutto sotto controllo, sapere con precisione cosa l’ aspetta. La sua giornata è scandita come un orologio e se qualcosa non va l’ assale l’ansia.. Quando ha scoperto l’ esistenza dell’ amante di lui ha pensato di separarsi , ma la condizione di donna sola la spaventa , con due figli piccoli ancora da crescere. Ha deciso di accettare quella situazione soprattutto per loro: hanno solo otto e quattro anni e non vuole vederli soffrire . Una volta che era in macchina con i due bambini, stavano tornando da una festa di compleanno , il maschio di otto anni le ha raccontato che i genitori di un suo compagno di classe si erano appena separati .” Tu cosa ne pensi ?” gli ha chiesto lei. “ E’ la cosa più brutta del mondo.” ha detto lui. Recita la sua parte di brava moglie che assolve tutti i suoi doveri , tranne quelli coniugali. Agli occhi degli altri tutto è perfetto. Così non si sente affatto in colpa adesso , se quel tipo le piace. E ‘ da tempo che non prova un’ attrazione così forte per un uomo. Forse da prima del suo matrimonio
Silvia entra nel bagno. Il treno all’ improvviso accelera e ondeggia . Ha paura di cadere e scivolare sul pavimento bagnato di urina . Il water è sporco, chi è entrato prima di lei non ha tirato l’acqua e un pezzo di merda è attaccato alle pareti. Le viene da vomitare. Fa la pipì senza appoggiarsi , si pulisce con una salvietta inumidita e si lava a lungo le mani. Poi si specchia. Osserva il proprio viso, le piccole rughe di espressione vicino agli occhi e ai lati della bocca. Porta i capelli molto corti , come per nascondere la sua femminilità. Solleva il pullover e si guarda le tette. “ Sono più belle di quelle di Gloria ” pensa . Esce dal bagno , lascia entrare l’ amica e torna al suo posto. Antonio ha alzato lo sguardo dal libro e le guarda proprio le tette. Si sente euforica. Va a sedersi e riapre il romanzo , lo sfoglia e poi, annoiata , lo ripone nella borsa. Guarda fuori dal finestrino. Alberi, colline, case, finestre si susseguono l’ uno all’ altra. Terrazzini con i panni stesi che ondeggiano al vento, tapparelle che si alzano all’ iniziar del giorno. Qualcuno è seduto al tavolo della colazione e sorseggia il caffellatte, ignaro di essere osservato dai passeggeri del treno.
Alcuni bambini coi grembiuli rosa e azzurri sono fermi davanti al cancello di una scuola, in attesa che suoni la campana di inizio delle lezioni.
Smette di guardare il paesaggio e chiude di nuovo gli occhi. Lei ed Antonio sono ora fermi davanti alla porta della sua camera di albergo . Stanno per salutarsi dopo aver trascorso la serata insieme . Lui si china verso di lei , si avvicina con la bocca e la bacia. Le sue labbra sono morbide e hanno un buon sapore, un misto di tabacco e liquirizia. Prima la bacia dolcemente , poi inizia a mordicchiarle le labbra. Le piace. Sente la sua lingua toccarle il palato e le sembra di venire risucchiata in un vortice , senza via di scampo. Non riescono più a staccarsi, le sue mani le cingono la vita , poi si infilano sotto la maglia e le accarezzano dolcemente la schiena. All’ improvviso lui le scopre una tetta e le mordicchia il capezzolo. Silvia, affannata, cerca la chiave della stanza dentro la borsa, quando sente da lontano una voce che la chiama : “ Siamo arrivate . Dormi a occhi aperti?”. Si scuote , si alza e si infila la giacca , prende la valigia dal portabagagli ed insieme alle amiche si mette in fila nel corridoio del treno. E’ ancora frastornata. Antonio è alle loro spalle.
Nell’ atrio della stazione li attende una hostess alta e bionda con un cartello che indica il loro congresso. Le si avvicinano e si presentano. Arrivano anche altri colleghi, sono una trentina di persone. La hostess li invita a seguirla e a salire su un pulmino bianco e azzurro. Consegnano le valigie all’ autista . Gloria si siede di nuovo vicino ad Antonio, mentre lei e Sandra scelgono due posti nella fila dietro a loro. Vede l’ amica che prende lo specchietto dalla borsetta , si sistema i lunghi capelli neri e mette il rossetto sulle labbra .
Poi comincia a tempestare di domande il suo compagno di viaggio. Gli chiede dove abita, se è fidanzato, cosa fa nel tempo libero. Lei ascolta incuriosita e prova un senso di invidia. Come al solito la sua timidezza l’ ha bloccata. Avrebbe voluto sedersi lei al posto di Gloria.
Arrivano all’ Hotel Marriott, un quattro stelle. La sala congressi è moderna e funzionale. Questa volta Silvia si siede vicino ad Antonio, mentre le sue amiche sono nella fila davanti alla loro. Le relazioni scientifiche sono quattro, e sarebbero tutte molto interessanti , ma lei non riesce a stare concentrata. Il suo cuore inizia a battere più in fretta. Le manca l’ aria e comincia a tossire. Inspira piano e sente che il battito rallenta. Ogni tanto sbircia l’ uomo con la coda dell’ occhio. Guarda attento il relatore e prende appunti. La sua scrittura è regolare, lettere piccole e ben marcate, pendono leggermente verso destra. All’ improvviso la sua mano destra si alza, come fosse autonoma, e si appoggia sulla sinistra di lui . Si accorge che non porta la fede né altri anelli. Sente la ruvidezza della pelle nelle nocche e nelle dita e la morbidezza nel dorso e vicino al polso. Lui non si ritrae e non la guarda , rimane indifferente. Sente le vene dell’ uomo pulsare forte , i suoi tendini tesi ed elastici. Preme più forte fino a sentire le ossa . Dure, robuste. E’ la mano di un uomo forte e sicuro di sé. Può fare del male, se vuole. Forse lo ha anche fatto, ma a lei non importa , in quel momento. Sa solo che lo desidera e che nulla la farà desistere. Lui si gira verso di lei e la guarda con aria di sfida. Il relatore ha finito di parlare e i medici vanno nelle loro stanze per cambiarsi.
Silvia ha una camera al terzo piano. Sul letto matrimoniale c’ è un copriletto di raso giallo , stesso colore per le tende. La moquette grigia è morbida . Toglie le scarpe coi tacchi e cammina a piedi nudi. Va in bagno e si lava le mani . Si spoglia , apre il frigobar e si versa un calice di frizzantino che appoggia sul bordo della vasca . Si immerge , apre l’ idromassaggio e sta quasi per addormentarsi , quando suona il cellulare. Esce in fretta , lascia una scia d’ acqua sul pavimento e si avvolge nell’ asciugamano. “ Sei pronta ? Ci aspettano nella hall per andare al ristorante “- dice Sandra. ” Mi vesto e scendo.-” risponde lei.
Apre la valigia . Si mette un perizoma di seta nero e il reggiseno abbinato. Calze velate con la riga dietro e un tubino nero molto scollato con un fiocco sul fianco. Poi si trucca : rossetto rosso fuoco , molto mascara e riga nera ben accentuata intorno agli occhi. Una spruzzata di Chanel Nr. 5 come tocco finale. E’ l ‘ ultima ad arrivare. Le sue amiche sono in piedi e stanno chiacchierando con Antonio. Gloria è fasciata da un tubino rosso , stesso colore del rossetto e delle scarpe. Sandra indossa un abito nero molto semplice. Si sente delusa, Antonio non la guarda nemmeno. Si incamminano tutti insieme . Il ristorante è famoso per i carciofi alla giudia . Non è lontano, peccato che piova a dirotto e devono camminare veloci per evitare le pozzanghere. Per il gruppo dei medici è stato apparecchiato un lungo tavolo rettangolare. Silvia siede accanto a Gloria , Sandra e Antonio di fronte a loro. Si versano un dito di vino rosso e brindano al loro incontro in treno. Mentre parlano del congresso il cameriere serve delle alici marinate. Non sono granché, sanno troppo di limone, gli spaghetti all’ amatriciana sono scotti, i carciofi troppo unti. Il vino invece va giù molto bene . Ogni tanto guarda Antonio per vedere se la sta guardando , ma lui fissa il piatto, pensieroso. Quando finalmente alza gli occhi la loro espressione è lontana, quasi assente. Verso metà cena lei e Gloria si fanno un cenno e si alzano per andare alla toilette. Mentre si specchiano l’ amica le dice :” Tu ancora non c’eri, ma io stasera ho fatto un figurone. Sono arrivata per prima nella hall . Antonio mi ha scrutata dalla testa ai piedi e si è lasciato sfuggire un grido di ammirazione. Dovevi vedere con che occhi mi guardava.!” .
Silvia è scossa da un brivido e sente il cuore in gola, ma cerca di non darlo a vedere . “In effetti stai molto bene” le dice- sembri quasi la donna in rosso del film”! L’ altra non risponde, ma sorride fiera. Si ripassano il rossetto e tornano a sedersi al tavolo. Il cameriere serve la panna cotta e il caffè, poi tutti si alzano e si incamminano chiacchierando verso l’ uscita. In albergo loro quattro prendono lo stesso ascensore, ma scendono a piani diversi. Prima di salutarsi si baciano sulle guance e si scambiano i numeri di cellulare . Antonio partirà molto presto , al mattino.
Silvia si spoglia e rimane in mutande. Si accende una sigaretta, si strucca, si lava i denti e indossa la camicia da notte. Va a letto ma non riesce a dormire. Si gira e si rigira, ha caldo e poi freddo. Si alza , va in bagno a rinfrescarsi il viso e a bere un bicchier d’ acqua. Si accende un’ altra sigaretta , poi spalanca la finestra per far entrare un po’ di aria fresca. Finalmente ha smesso di piovere . Annusa con voluttà l’ odore di asfalto bagnato . Torna a letto e spegne la luce, poi la riaccende e guarda l’ora: sono già le due. Lui è lì vicino, al piano di sopra. Lo immagina nudo, sul letto, mentre legge un libro. Ha il suo numero di cellulare, potrebbe chiamarlo o mandargli un messaggio : “Ti aspetto in camera mia”. O la va o la spacca. Tanto , cosa ha da perdere ? Sente bussare alla porta. Si alza e va ad aprire. “ Mi fai entrare ? “ dice Antonio . Non aspetta la risposta. Entra spavaldo e chiude la porta. Lei si accende una sigaretta :” Chi ti stira le camicie ?” gli chiede. “ Vivo solo-risponde- Le stiro da me”. Poi le toglie la sigaretta dalle mani , la sdraia sul letto e le sfila le mutande . Si spoglia anche lui e la penetra. Dopo due spinte viene mentre Silvia inizia a singhiozzare.

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Racconto/Sulla veranda ci si può anche specchiare

Luglio 19th, 2010

di stefano venturini

Si era preparato una spremuta d’arancia. Aveva preso dal freezer del ghiaccio e l’aveva messo nel bicchiere. Si era asciugato il sudore sulla fronte con il fazzoletto, e si era accomodato al tavolo sulla veranda.
Durante l’estate, da lì, Giuseppe ammirava tutto il giorno la campagna, verde e gialliccia: davanti a lui si stendevano campi di granturco e frumento, percorsi da lunghe file di alberi che costeggiavano i canali d’irrigazione. Vicino, un fiumiciattolo scorreva blando, e di notte il suo rumore lo aiutava a prender sonno. Poco più in là, si scorgeva un piccolo magazzino dove i contadini accatastavano la loro legna.
Bevve un sorso di spremuta.
“Mi piace starmene qui”, disse. “Senti che pace, Adele”.
Stava seduto per ore a farsi cuocere la pelle dal sole, lasciandosi accarezzare dalle sfumature dell’aria, e ascoltando in silenzio il frinire delle cicale.
“Mi sa che ci sono nato, per tutto questo”.
A settant’anni, dopo essere andato in pensione, aveva lasciato la città dove per anni aveva lavorato e vissuto con la moglie. Troppa confusione: aveva bisogno di silenzio e tranquillità. Allora aveva venduto l’appartamento a una coppia di giovani, e lui e Adele si erano trasferiti lì, in una vecchia casa di campagna, lontano da tutti e da tutto.
Ora indossava una camicia a scacchi bianchi e blu, con le maniche tirate su fino ai gomiti. L’aveva comprata in una merceria poche settimane dopo essere arrivati, in una delle sue rare visite in paese. Dal taschino sul petto estrasse una sigaretta. La guardò per un po’, rigirandosela fra le dita, riflettendo su quello che aveva appena detto. Poi se la mise in bocca.
La moglie, seduta all’altro capo del tavolo, lavorava a maglia. Lo ascoltava, e ogni tanto, per far riposare gli occhi, alzava lo sguardo e gli sorrideva.
“Questa pace, Adele, mi fa battere il sangue nelle vene”, continuò lui. “È tutta qui la vita. Tutta qui davanti a noi”.
Dalla tasca posteriore dei bermuda prese l’accendino e si accese la sigaretta. Fece un tiro a pieni polmoni, e poi esalò rilassato il fumo dal naso. Osservò la moglie, concentrata sul suo lavoro, e sorrise. Adele era sempre stata molto dolce con lui. Era una donna mansueta e accondiscendente. Non aveva mai protestato per quel mutamento di vita improvviso. Lo aveva lasciato fare, e l’aveva semplicemente seguirlo. Le era molto grato per questo.
“Ho un segreto che ti voglio svelare. Ti va di ascoltarmi?”, chiese Giuseppe.
La moglie alzò il capo, e lo guardò da dietro gli spessi occhiali da vista. L’aveva incuriosita il tono semiserio e misterioso del marito.
“Tu parla, che io ti ascolto”, rispose.
Lui le indicò un punto indistinto del giardino.
“Se fisso in silenzio uno qualunque di quei fiori, nella mia testa riesco a vedere un sacco di cose”.
Per ascoltare, Adele aveva lasciato a metà un intreccio di fili.
“Che cosa vuol dire?”, chiese.
Giuseppe tenne il dito puntato, e con l’altra mano posò la sigaretta nel portacenere.
“La vedi quella margherita lì, proprio vicino a quel cespuglio?”, le chiese.
“Sì che la vedo”.
“Aspettami qui”.
Discese i gradini della veranda e si avvicinò al fiore, lo colse delicatamente e tornò a sedersi.
“Ecco qui”, disse.
Sistemò il fiore sul tavolo.
“Che cosa vedi, Adele?”
“Una margherita”, rispose lei. “Che cosa dovrei vedere?”
Giuseppe bevve un sorso di spremuta e si adagiò allo schienale della sedia, dondolandosi. Rimase lì a fissare il fiore, mentre il fumo della sigaretta si alzava nell’aria.
“Che stai facendo?”, chiese lei, guardandolo meravigliata.
“È difficile adesso, perché ci sei qui tu. Anche ora, però, vedo molto di più di una semplice margherita”.
Adele socchiuse gli occhi: non capiva se il marito era serio, o se la stesse prendendo in giro.
Lui cercò di spiegarle:
“Quando sono rilassato, e osservo quello che mi sta intorno, riesco a vedere un ricordo sempre diverso della mia vita”.
Non lo capiva e non sapeva bene cosa dire. Le piaceva ascoltarlo e basta: Giuseppe era contento di parlare, e capitava che lo facesse per ore, senza che lei dicesse una parola. A volte si perdeva in certi ragionamenti e lei non trovava più il filo, e a quel punto era contenta anche solo di sentire la sua voce. Abbassò la testa e riprese a lavorare, finendo l’intreccio di fili che aveva iniziato.
Giuseppe diede un altro tiro alla sigaretta. Si alzò, entrò in cucina e prese una mela dal cesto della frutta. Ne prese una rossa. Poi, da un cassetto, tirò fuori un panno bianco. Uscì e posò tutto sul tavolo.
“Avevo cinque anni. Era il mio primo giorno di scuola”, disse.
Adele aveva interrotto di nuovo il lavoro. Guardò la mela e lo strofinaccio, poi guardò il marito con aria interrogativa.
“Ho rivisto quel giorno, quando poco fa ho guardato quel fiore. E se lo avessi osservato più a lungo forse avrei rivissuto le stesse emozioni. Ricordo che piansi tantissimo”.
“Io non me lo ricordo tanto, il primo giorno di scuola”, disse Adele. “Però ricordo che avevo un grembiule rosa come quello delle mie compagne. Perché la margherita te lo ha fatto tornare in mente?”
“Non lo so”, rispose lui. “Ho visto mio padre che mi accompagnava e che mi teneva per mano. Diceva che dovevo entrare in classe e che sarebbe venuto a prendermi all’ora di pranzo. Ho pianto un sacco. Ero rosso in faccia, con le lacrime che scorrevano sulle mie guance. In classe, la maestra mi ha visto triste, mi ha chiesto come mi chiamavo e perché stavo piangendo. Non ho detto niente: mi sentivo addosso lo sguardo degli altri bambini”.
Adele allargò leggermente le labbra, sorpresa.
“Eri un piagnone”, sorrise. “Io invece ero contenta di andare a scuola, di conoscere nuove bambine e di giocare con loro. Per me la scuola era come l’asilo, ma un po’ più seria”.
“Io piangevo perché era una cosa nuova. Prima di tutto la scuola era proprio brutta. Era più grande dell’asilo, vecchia e con le sbarre alle finestre. Mi faceva paura. Poi dovevo conoscere i nuovi compagni, ma io volevo quelli dell’asilo. E poi c’era la nuova maestra: avevano detto che dava i compiti e i voti. Quando mio padre se ne andò via e mi lasciò lì solo, mi venne solo da piangere”.
Adele rise. Ogni volta che rideva la fronte e le orecchie le diventavano rosse, e sulle guance si formavano tante piccole pieghe. Si sistemò gli occhiali sul naso.
“La maestra mi ha chiesto di andare da lei, alla cattedra”, proseguì Giuseppe. “Mi ha accarezzato la testa, e mi ha detto che non dovevo avere paura: avrei fatto tante amicizie e sarei stato un bravo studente”.
“Io non sono stata molto brava, dalle Canossiane”, disse Adele. “Nel doposcuola volevo giocare. Io e le mie amiche non studiavamo mai. C’era una suora che ci sgridava sempre, e una volta è rimasta con noi per controllare che facessimo i compiti, e da quel giorno è stato così tutti i pomeriggi. Aveva gli occhi azzurri e cattivi, la faccia vecchia e rugosa e i capelli erano nascosti da un copricapo bianco. Avevo paura a guardarla”.
Giuseppe fumava la sigaretta. Ascoltava. Era contento che anche lei partecipasse a quelle chiacchierate.
Quando Adele tacque, Giuseppe prese dal tavolo il panno e la mela.
“La maestra ha tirato fuori dalla borsa queste due cose qui”, disse. “Mi ha chiesto di strofinare la mela e, mentre la lucidavo, ha scritto sulla lavagna le parole: Giuseppe, lucida, la, mela. Ognuno ha cercato di copiarle, ma quello che veniva fuori era più uno scarabocchio che altro”.
Giuseppe addentò la mela.
“Ho visto tutto questo in quel fiore”, disse masticando.
“E secondo te che cosa avrei dovuto vedere io?”, chiese lei.
Quando discutevano, Adele lo ascoltava e poi faceva certe domande ingenue che lui adorava. Mostrava la propria fragilità. Giuseppe si inteneriva e sentiva una gran voglia di stringerla e di proteggerla.
“Qualcosa di tuo”, rispose lui, con un sorriso negli occhi. “Però non so se è una cosa che capita a tutti”, cercò di tornare serio. “A me succede così. Sono stimolato dalla tranquillità che c’è qui: mi incanto su ogni cosa e affiorano i ricordi. E senti questa: quando guardo l’orizzonte, i miei pensieri si allargano. Cioè, sono meno particolari, però sempre molto intensi”.
Posò la mela sul tavolo.
“Ora ti faccio un esempio”, disse. “Se osservo qualcosa di particolare vedo delle cose della mia vita. Succede lo stesso anche se ascolto. Che so, il ronzio di una mosca, lo scricchiolio delle assi di legno, il rumore delle cicale. Mi succede anche quando sento la pioggia sui vetri e i tuoni nel cielo. Ma se sposto l’attenzione su un intero campo di grano, per esempio, o su una lunga fila di alberi, e poi guardo su fino al cielo, come dire, provo cose diverse”.
Adele continuava il suo lavoro a maglia. Ogni tanto alzava la testa e guardava il marito. Lui aveva smesso di parlare, ora. Si dondolava sulla sedia, mani sulle ginocchia e sguardo perso. Faceva di tanto in tanto della pause. Si soffermava a ripassare mentalmente quello che aveva appena finito di dire e a prender fiato, per poi ricominciare.
Giuseppe prese il bicchiere senza guardare, e con un solo sorso finì la spremuta. Si pulì la bocca con il dorso della mano.
“Sento di essere vivo, Adele”.
Lei guardò l’orizzonte.
“Riesco a sentire la vita dentro”, disse lui. “E ogni volta mi emoziono. Quando esci a fare la spesa, io me ne sto qui, con la sigaretta in bocca, e osservo tutto quello che mi circonda. Riprovo il dolore, la sofferenza, la gioia, la felicità di ogni istante della mia vita”.
“Hai sofferto molto?”, gli chiese lei, senza distogliere lo sguardo dall’orizzonte.
“Siamo sposati da tempo. Sai quello che abbiamo passato”, rispose lui.
“È vero”, disse lei. “Ma quello che mi hai appena raccontato non lo sapevo”.
“Credo di aver sofferto come tutti, più o meno. Certi pensieri, certe immagini, sono più intense di altre, naturalmente. Quando piove, per esempio, il ricordo della morte di mio padre è molto forte”.
“Che cosa provi? Intendo, se rivivi quel momento”.
“Penso che sono ancora vivo, e sono arrivato fino a qui. Quel giorno sono morto insieme a lui. Avevo trent’anni e non me l’aspettavo, perché è successo tutto troppo in fretta. Ho portato quel dolore con me per molto tempo. Ora, quando ci ripenso, provo cose diverse. Lui non c’è più, io ci sono ancora e posso ricordarlo. Non so se mi capisci. Di morire tocca a tutti, e a molti capita di piangere la morte di chi si ama. Ma la vita è così, non ci puoi fare niente. Se guardo l’orizzonte, vedo la mia vita come una successione di fatti che mi seguono e che mi hanno fatto diventare così come sono. Sono felice, e non ho più paura di soffrire”.
“Sei sempre stata una persona speciale, Giuseppe”, disse Adele, commossa.
“Ricordare è la cosa migliore che possiamo fare. Ci fa sentire vivi. L’ho capito solo qui, in questa casa, in questo luogo. E adesso ci sei tu, che sei dolce e ingenua, e c’è questa veranda, la spremuta, la sigaretta, i campi, le cicale, il sole, e le nuvole che ci passano sopra la testa”.
Lei si era alzata e si era avvicinata al marito.
“Portami a fare una passeggiata”, disse.
Allungò la mano verso di lui.
“Raccontami tutto quello che vedi e che senti. Fallo insieme a me”.
Giuseppe sorrise, le prese la mano, e insieme scesero i gradini della veranda.
Cominciarono a camminare lungo la stradina polverosa, accompagnati dallo sciacquio del ruscello. Il sole era alto nel cielo e scottava sulla pelle.
“Ho cercato di essere una brava moglie e buona”, disse lei.
“Lo sei stata”, rispose lui.
I passeri volavano rapidi e si appollaiavano sui cavi dell’elettricità. Fermo, in mezzo al campo, un contadino faticava a mettere in moto il suo trattore, mentre un cane abbaiava in lontananza, cercando di attirare l’attenzione di qualcuno.
Adele e Giuseppe camminavano senza sentire la fatica.
D’un tratto, lei si fermò.
“Il nostro primo incontro!”, esclamò.
Giuseppe la guardò, sorpreso.
“Il nostro primo incontro! Guarda, quel campanile!”, ripeté.
Stava indicando la cima di un vecchio campanile lontano, che sembrava sbucare dalle pannocchie di mais.
“Mi ha ricordato il nostro primo incontro, quella volta, giù in città!”
Giuseppe sorrise: “Sono stato un po’ matto”.
“Matto, sì! Stavo alla bancarella per vendere i mazzi di viole di mia madre. Ero lì dal mattino. A mezzogiorno ne avevo venduto soltanto uno, a una signora che mi conosceva e che si era fermata per salutarmi”.
“Io sono passato di lì con il giornale sotto braccio”, disse Giuseppe. “Me lo ricordo come fosse adesso”.
“Mi sei passato davanti a passo spedito. Mi ero accorta che mi avevi notata, sai? Poi hai svoltato l’angolo e non ti ho più visto”.
“Stavo andando a pranzare, prima di tornare in bottega. Quando sono ripassato di lì, ti ho guardata di nuovo, ma tu stavi sistemando i fiori e non mi hai visto”.
“Cercavo di esporli meglio, perché la gente proprio non li guardava”.
“Poi però, con la scusa del caffè di metà pomeriggio, sono tornato da te”.
“Quanto fa per tutte le viole? mi hai chiesto”.
Adele era divertita.
“Come scusi? mi hai domandato tu, e sei diventata tutta rossa”.
“Ero imbarazzata. Non avevo neppure capito cosa mi avevi chiesto. Mi hai fatto uno strano effetto”, sorrise.
Giuseppe pensò alle guance rosse della moglie, e cercò di ricordare com’erano.
“Volevo prenderle tutte e farti contenta”, disse poi.
Lei si allungò per dargli un bacio sulla guancia.
Lui le strinse la mano.
“Seguimi”, disse.
Salirono per un sentiero in mezzo agli alberi, e raggiunsero l’ampia cima di una collina tutta verde. Quando arrivarono, Giuseppe appoggiò la mano sulla fronte per scrutare l’orizzonte e ripararsi dalla luce del sole.
Accarezzò la spalla della moglie.
“Adele, voltati”.
Una piana di campi di grano e di granturco si stendeva sotto di loro come un mare calmo. Il sole batteva forte e luccicava sull’acqua corrente dei rigagnoli in piena. C’era solo il ronzio di una mosca in mezzo a quel silenzio di pace e abbandono.
Lei rimase immobile. Sentiva la mano calda del marito sulla spalla. Non riusciva a parlare. O forse non voleva rompere il silenzio.
Poi, dalla sua bocca uscì un sussurro, istintivo e primordiale:
“È bellissimo”.
Giuseppe chiusi gli occhi e respirò a fondo:
“È lì, che io ritrovo me stesso”.

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Racconto/L’attesa

Luglio 8th, 2010

di colomba nini

Verona, trenta gradi alle otto del mattino, il ticchettio dei tacchi otto centimetri risuonava lungo i vicoli del centro storico. Si fermò nel cortile della casa al riparo di mura merlate. Alzò lo sguardo verso l’edera fresca e indugiò sul balcone.
-Chissà quando sarà il mio momento.- pensò.
Aveva trascorso gli ultimi dieci anni della sua vita ad accudire i genitori anziani e all’improvviso si era ritrovata orfana. Il papà e la mamma se ne erano andati a pochi mesi l’uno dall’altra.
Adesso aveva fame di vita. Quella che aveva solo guardato dalla finestra scostando appena le tendine, come fanno i vecchi.
Guardò il Cartier che era appartenuto a sua madre. -Le otto e venti, è tardi devo andare.- pensò. Affrettò il passo, ma i tacchi sprofondavano nelle fughe del porfido. Rallentò per non cadere in terra.
Davanti all’ufficio postale, alcune persone stavano già ordinate in fila. Avrebbe voluto scacciarli via come piccioni e fumarsi una sigaretta in pace.
Entrò seguita dalle colleghe sudate. Accesero i ventilatori e presero posto sulle sedie girevoli. Lucia controllò la posta che il corriere aveva lasciato per terra. Sentì le voci della gente fuori che si lamentavano dell’attesa e del caldo.
Si guardò nel riflesso della vetrata, scostò i riccioli appiccicati alla fronte e spinse i capelli indietro con entrambe le mani, infilò gli occhiali pesanti e prese posto sulla sedia. Lavorava alle poste solo da un anno, ma il direttore le aveva già affidato il conteggio giornaliero degli incassi e il compito di aprire al mattino. Le colleghe più anziane avevano subito spettegolato sul loro rapporto. Veramente all’inizio lui ci aveva provato, ma Lucia lo aveva messo a posto con parole asciutte, per lei un uomo sposato era come un prete. Non erano più tornati sull’argomento.

Chiuse il portone di casa con due giri di chiave, liberò i piedi dai sandali di pelle e li appoggiò con sollievo sul pavimento fresco. L’odore dei panni stesi in soggiorno aveva riempito le stanze. Ripensò al profumo del ragù della mamma che le faceva salire veloce i gradini, ai vetri appannati dall’acqua che bolliva impaziente nella pentola d’alluminio.
Ripose la rivista aperta vicino alla tazza della colazione, mise le stoviglie nell’acquaio. Riempì di formaggio un grosso pezzo di pane e lo mangiò sbriciolando direttamente sulla tovaglia.
Sentiva caldo, si spogliò e si distese sul divano, si addormentò subito e sprofondò in un sogno. Vide un uomo, in piedi al di là del vetro, davanti allo sportello dell’ufficio. Aveva spalle forti sotto la giacca a doppio petto. Si risvegliò per il freddo con l’immagine dell’uomo ancora negli occhi. Si rivestì.
Andò in cucina, avvitò con energia la moca del caffè e aspettò sfogliando la rivista. Non avrebbe saputo descrivere nemmeno una foto delle pagine che aveva sfogliato, aveva la testa altrove. Non riusciva a ricordare dove avesse già visto quell’uomo.

Lucia spense la musica nell’ufficio del direttore. -Duecentoventidue. – ripeté avvilita. I conti la facevano impazzire, mancavano sedicimila lire. – Sentiva freddo, il ventilatore vorticava rumoroso sulla sua testa. Cercò con lo sguardo il golfino, ma era rimasto appeso vicino alla cassa.
Aprì la porta e venne colpita dalla luce, poi l’urto del caldo. Si avvicinò rapida all’appendiabiti, ma il golfino non c’era. Un’ ombra schermò il bagliore che proveniva dall’esterno. Alzò lo sguardo, davanti a lei c’era l’uomo del sogno.
Da quel giorno lo vide spesso nell’ufficio.

Il lunedì mattina la fila di gente impediva la chiusura della porta. Le impiegate giovani erano più addormentate del solito e si lamentavano per le folate di caldo che provenivano dall’asfalto ridotto ad un ammasso appiccicoso.
-Chiudete la porta! – ripetevano con voci lamentose.
Lucia lavorava senza posa, ogni tanto sbirciava nella fila in cerca di Diego. Conosceva il suo nome, lo aveva letto sul bollettino del telefono. Erano già le undici, ma niente. Alle undici e mezzo lo vide entrare trafelato. Distolse subito lo sguardo e lo studiò di sottecchi. Dai bermuda bordeaux uscivano due polpacci robusti e muscolosi, aveva sicuramente fatto sport, in gioventù. Il ventre un po’ rilassato dava alla sua figura un’aria matura che le ispirava fiducia. Quando fu sicura di non essere vista, indugiò sul suo viso: una striscia di peli era sfuggita alla rasatura nella fossetta del mento. Doveva essere stato dal parrucchiere di recente. Il ciuffo brizzolato che scendeva sulla fronte bassa era stato spuntato, le sopracciglia disegnavano un arco perfetto che abbracciava completamente l’occhio fin quasi alla tempia. Quando fu il suo turno, le disse che era lì per pagare una multa. Il colore dei suoi occhi le ricordò l’acquamarina che la mamma riponeva sul ripiano mentre lavava i piatti.
Lucia lasciò cadere il resto. Sentì il contatto con la mano di Diego, la ritrasse di scatto.
– Che ne dice di cenare insieme questa sera?- le chiese lui. Gli avrebbe chiesto volentieri di ripetere la domanda, gettò una rapida occhiata alla fila impaziente e accettò. Le labbra di Diego si distesero in un sorriso.
Mentre andava a casa si accorse degli sguardi di due uomini, si sentiva bella come da tempo non le capitava. Ma di fronte all’armadio aperto fu presa dal panico. Non aveva niente da mettersi. Ripensò all’ultima volta che era uscita con un uomo, Federico il figlio del commercialista, aveva ventinove anni. Erano andati al ristorante “Il melograno”. La prima mezz’ora era trascorsa nel timore di commettere qualche errore. Doveva scegliere tra un esercito di posate e bicchieri. Della seconda parte della serata ricordava l’onnipresenza del maitre che l’aveva fatta sentire come a scuola durante i compiti in classe, con le tasche zeppe di bigliettini. Non ricordava nemmeno la faccia di Federico, solo i suoi modi affettatati.
L’appuntamento con Diego era per le otto, sarebbe andato a prenderla a casa. Ripassò per la centesima volta davanti allo specchio, la gonna di seta a fiori cadeva perfetta sul ginocchio ossuto.
Il citofono suonò con qualche minuto d’anticipo. Alzò il ricevitore, aveva una voce da speaker, di quelle che vorresti sentire ogni giorno al risveglio. Strinse con forza il manico della borsa con le mani sudate. Si precipitò sulle scale. Si ricompose. -Calma. – si disse – E’ solo un invito a cena. – Scese lentamente. Fece una pausa nell’androne. Si sistemò i capelli e uscì.
A cena, Lucia non riuscì quasi a mangiare, a furia di rispondere alle domande di Diego. Di sé, le raccontò di aver lavorato come fotoreporter, aveva la mente stracolma di immagini come un vecchio album di famiglia. A quarant’anni si era lasciato addomesticare da una donna che poi lo aveva lasciato a un passo dal matrimonio. Lucia guardò istintivamente il suo anulare e notò un alone più chiaro. Adesso lavorava per un’azienda che produceva componenti per macchine fotografiche professionali.

Sabato mattina, sotto un acquazzone estivo, Diego si presentò al portone di Lucia con una vecchia Canon al collo. La trascinò per i vicoli del centro fino a Piazza delle Erbe incorniciata dalle bancarelle degli ambulanti. La pioggia aveva intensificato il profumo delle spezie fresche, Lucia si fermò ad annusarle come un grosso cane da caccia. Stava comprando un mazzo di origano, si sentì osservata, guardò in direzione di Diego, ma era sparito. Lo riconobbe in lontananza, dietro l’obiettivo, scattava foto muovendosi come una marionetta.

Lunedì mattina, notò davanti all’ufficio un oggetto lungo appeso all’inferriata proprio di fronte alla vetrata d’ingresso. Si avvicinò e vide che erano fiori, grosse gerbere gialle, più simili a girasoli che a margherite. Sperò che fossero per lei, estrasse il biglietto infilato in mezzo ai rami di nebbiolina. Lesse il suo nome. Dentro, sul cartoncino, una breve frase scritta in corsivo. Sei speciale, è bello sapere che ci sei. Lucia annusò il biglietto, sapeva di origano.
-Non aprite oggi?- l’apostrofò una voce di donna. La gente in attesa le andò incontro come fanno i piccioni quando vedono arrivare qualcuno con del pane sbriciolato nelle mani.
-Tra pochi minuti potrà accomodarsi.- rispose. Le passò davanti con gli occhi sui fiori.

Rientrò in casa, congelata. Sfilò la sciarpa e i guanti, l’estate era stata terribilmente afosa ma l’inverno pareggiava i conti. Nevicava senza sosta da due giorni, nonostante fosse marzo. Suonarono al citofono, Lucia aprì. I passi pesanti fecero vibrare la ringhiera di ferro della scala. Sui gradini grumi di neve annerita. Si affacciò sulla soglia e l’uomo l’abbracciò come se dovesse partire per un lungo viaggio, lasciò gli scarponi inzuppati sullo zerbino ed entrò in casa. Lucia aveva cucinato uno dei suoi piatti preferiti, crema di patate con pezzetti di speck abbrustolito, lo faceva ogni volta che Diego partiva per lavoro.
-Guarda quei due come si baciano! Di sicuro sono amanti, per farlo così davanti a tutti.- disse un’anziana donna all’amica che trascinava sbuffando una valigia su ruote.
-A presto amore, ci vediamo tra due settimane.- le sussurrò Diego.
Lucia lo baciò ancora una volta.
Lo guardò salire in carrozza e poi corse per salutarlo con la mano. Lo rivide per un istante. Il suo sguardo la colpì come il bagliore di una rivoltella.

Sei impareggiabile. Lucia portò alle labbra il biglietto che aveva trovato sopra al cuscino e lo ripose nella scatola dei biscotti. Era colma di pezzetti di carta ordinati come savoiardi, erano tutti messaggi di Diego. Ne prese alcuni tra i più logori e li distese sul copriletto di ciniglia, li lesse ad uno ad uno nonostante li conoscesse a memoria.
Quando era lontano, Diego la chiamava ogni sera, Lucia non prendeva mai impegni a quell’ora. Non aveva tempo per nessuno e le poche amiche avevano cominciato a diradarsi; se Diego era a casa, facevano vita ritirata e quando era sola trascorreva le giornate ad aspettarlo.
Al telefono Diego le chiedeva di raccontargli le sue giornate, l’avrebbe voluta accanto a sé nelle lunghe serate dopo il lavoro. Eppure non le aveva mai veramente chiesto di accompagnarla.

Uscì in anticipo dall’ufficio e corse a casa a cambiarsi, Diego sarebbe arrivato con il treno delle quindici e dieci.
In piedi sulla banchina, Lucia tirò fuori dalla borsa lo specchio e si ripassò il rossetto. Guardò l’ora. Le tre e venti. Il treno era in ritardo.
Cominciò a camminare avanti e in dietro aggiustando di tanto in tanto la gonna a portafoglio che si apriva alle correnti d’aria. Sentiva lo stomaco in subbuglio. Presto lo avrebbe riabbracciato, ma l’impazienza le impediva di provarne sollievo.
La voce dell’altoparlante farfugliò un ritardo di mezz’ora. Ascoltò senza prendervi parte, i commenti rassegnati di due signore in tailleur che aspettavano la carrozza di prima classe.
-Ci mancava solo il ritardo.- Pensò lei. Erano già le quattro. Gettò la terza sigaretta. Alle quattro e mezzo il pavimento sudicio era cosparso di mozziconi che rotolavano al passaggio dei treni. L’ultima volta che il treno aveva avuto un simile ritardo, un uomo si era gettato sui binari. Lucia rabbrividì.
Alle cinque in punto il treno proveniente da Torino cominciò a frenare e dopo pochi minuti si arrestò. Allargò istintivamente le gambe per avere più stabilità. Frugò con lo sguardo dentro ogni finestrino. Inspirò l’aria invecchiata che usciva dai vagoni e il sudore della gente che sgusciava fuori, frettolosa. Quando il treno ripartì, gli sguardi dei passeggeri indugiarono sul suo viso. Aveva poco più di trent’anni, ma gli occhi opachi come quelli dei vecchi.
-Gli deve essere successo qualcosa.- pensò – Portò le mani agli occhi per fermare le lacrime. -Mio Dio, fa che stia bene.- disse – Si sedette sulla panchina fredda, distese le gambe strisciando le suole sul pavimento di cemento.
Dopo un’ora il freddo le era salito alla pancia costringendola a cercare un bagno. Guardava continuamente alle sue spalle come una mamma che si allontana dal nido. L’odore fetido dei bagni le diede la nausea. Si chinò sulle ginocchia instabili sopra alla turca macchiata di ruggine e di escrementi. Sul lavandino non c’era nemmeno il sapone, si strofinò le mani sotto il getto di acqua fredda.
Tornò al bar e bevve un altro caffè. Appoggiò i gomiti sul bancone, gli avambracci si appiccicarono sul piano cosparso di zucchero. Il barista le rivolse un sorriso complice, come se la conoscesse da anni. Lei si ripulì gli angoli della bocca con un tovagliolino di carta e si diresse al binario numero cinque. Controllò i passanti, ma le facce erano tutte uguali, deformate dalle lacrime che le appannavano la vista. Cambiò direzione. Di fronte alla biglietteria, chiese all’impiegato notizie sul treno proveniente da Torino, le confermò il ritardo annunciato fissando le sue guance macchiate dal mascara. Riprese il suo posto sulla panchina, accavallò le gambe e si tamponò gli occhi con il fazzoletto di stoffa ricamato, uno di quelli che la mamma aveva preparato per il suo corredo. Lo aveva tolto dalla scatola rivestita di seta, sfilandolo piano per non rovinare quella specie di puzzle dove ogni pezzo aveva la forma di un triangolo.
-Ancora un’ora, e arriverà.- Si guardò allo specchio, passò sulle guance un velo di cipria e ritoccò il rossetto, si aggiustò con un colpo di pettine i capelli. -Chissà quante cose avrà da raccontare. Sarà piacevole cenare insieme.- disse. Immaginò il coltello rompere la crosta dorata della pasta al forno, Diego leccò la besciamella sulla forchetta e bevve con gusto un lungo sorso di Bardolino.
I ragazzi seduti per terra sopra agli zaini cominciarono a sghignazzare. Capì imbarazzata di aver parlato ad alta voce. Anche la mamma parlava da sola andando avanti e indietro nel tempo.
Di fronte alla linea gialla stavano in attesa numerose persone, c’era una doppia fila di teste che si allungavano in direzione del fischio del treno, qualcuno cercava di farsi avanti per avere i posti migliori. Restò seduta ancora un istante. Si alzò. La gonna aderiva alle sue gambe, spiegazzata come un quotidiano. Lo cercò in ogni giacca, in ogni scarpa lucida, in ogni barba incolta. Lo cercò in ogni mano stretta attorno ad una valigetta, in ogni voce bassa da baritono. La folla si allontanò fino a diventare una macchia informe e grigia. Una sagoma scura le andò incontro. -Signorina, va tutto bene?- le chiese il capostazione.
- Aspetto mio marito, deve essere successo qualcosa.- disse. Poi cadde a terra.
L’uomo adagiò il corpo sulla panchina. Fece un cenno nervoso ad un collega dall’altra parte del binario.

Il giardino dell’albergo era diventato improvvisamente silenzioso, la campanella della cena aveva richiamato gli ospiti come il risucchio di un tubo di scarico.
La mano incerta prese la tazzina facendola tremare. Appoggiò la sigaretta sul posacenere stracolmo e afferrò il manico con entrambe le mani. Le dita ingiallite. Non si sentiva affatto bene, alle otto veniva servita la cena e lei non si reggeva in piedi, dopo il sesto cognac.
-Signorina Lucia!- la chiamò il cameriere – stiamo servendo la cena. –
La donna girò appena la testa brizzolata.
- Vengo subito.- rispose con la voce irruvidita dal fumo. Buttò giù l’ultimo sorso di caffè e cercò di alzarsi, ma ricadde sulla sedia. – Meglio saltare la cena. – pensò. Chiuse gli occhi. Nel sogno vide sfilare i treni. Il luccichio del binario la abbagliò e lei alzò lo sguardo al finestrino. Un uomo, Diego, le sorrideva, ma solo con la bocca; gli occhi avevano una piega beffarda che le provocò una fitta al torace. Era un estraneo, oppure il rovescio della persona che aveva conosciuto. Stava guardando il calco della sua immagine ancora sporco del gesso di colui che aveva annullato la sua vita.
La sigaretta lasciata sul posacenere stava bruciando la carta di un gelato. Il cameriere dell’hotel si avvicinò per spegnerla. -Anche stasera non ha mangiato .- le disse.
Lucia lo guardò confusa senza capire chi fosse.

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Racconto/La parete imperfetta

Luglio 1st, 2010

di marcella montesano

Non ne ho voglia ma prendo la macchina e guido. Percorro i pochi chilometri che separano casa mia dall’ospedale. La strada è deserta, non passa nessuno. E’ pomeriggio ed ho un leggero sonno. C’è il sole ma è ancora freddo. L’inverno non è finito. Parcheggio e mi osservo nello specchietto retrovisore. Ho il viso corrucciato e i capelli spettinati. Cammino sul marciapiede senza alzare lo sguardo. Solo in lontananza si sentono passare le macchine. Ogni tanto qualcuno attraversa la strada. Poche voci. Pochi rumori.
E’il mio unico giorno di riposo e non ho voglia di sprecare neanche mezz’ora in un ospedale. Ma domani sarà troppo tardi, la zia sarà dimessa. Oggi è il giorno perfetto.
Suono il campanello del reparto, c’è un primo cancello. E’alto e vecchio, coperto di macchie di ruggine. La vernice ha ceduto col passare del tempo e le piogge. Mi rispondono e dico chi sono. Per entrare nel reparto di Psichiatria c’è un sentiero di ciottoli, un labirinto con molte curve. Attorno cresce l’erba in modo disordinato. Qua e là ci sono ciuffi di fiori rinsecchiti e cespugli senza forma. Ci sono pochi alberi, alcuni sono pini. Hanno creato un letto di aghi sul pavimento d’erba.
Il reparto è separato dal resto dell’ospedale. I matti devono stare separati dagli altri malati, come se fossero contagiosi. Dovrebbero scriverlo su una targhetta, sulla porta. Questo pensiero mi fa sorridere. Suono il secondo campanello, sono davanti al portone principale. Alcuni infermieri parlano e sfogliano moduli dietro ad una finestra. Entro. Mi trovo in un corridoio fatto a elle. Ai lati ci sono delle porte chiuse, le stanze dei pazienti. Non si sente nessuna voce. La luce entra dalla grande finestra in fondo. Avanzo piano e sento un rumore di televisione alla mia destra. La sala della televisione è piccola, arredata con alcune sedie e qualche poltrona. Una porta a vetri dà sull’esterno, s’intravede un tavolo da ping pong e il muro. La zia mi ha raccontato che alcuni giorni fa un paziente ha provato a scavalcarlo. E’ stato fermato da due infermieri e portato in una stanza d’isolamento. E’ stato legato al letto fino al giorno dopo. Eppure questo muro mi colpisce per la sua bellezza. E’ alto e coperto di edera dalle foglie grandi. Le pietre sono ricoperte da muschio verde chiaro.
Mi viene incontro una ragazza dai capelli scuri. Indossa una tuta azzurra, sbiadita, e ai piedi ha delle ciabatte con la fibbia rotta.
“Ce l’hai una sigaretta?”, dice.
“Non fumo, mi dispiace”, dico.
“Fai bene, io fumo due pacchetti da quando avevo tredici anni”, dice.
Non le credo. Poi la osservo mentre si passa le mani tra i capelli. Le dita sono ingiallite, con sfumature scure attorno alle unghie. Ha le occhiaie e i denti rovinati. E’ magra, i pantaloni le cadono e si vede un po’ di pancia. Nonostante la pelle spenta, nonostante la magrezza, nonostante lo sguardo stanco è una bella ragazza. Mi sorride con la bocca, non con gli occhi. Mi saluta con un cenno e si allontana verso la sala del fumo, in fondo al corridoio. Chiederà una sigaretta alle sue compagne.
Sono quasi le tre. I pazienti si svegliano ed escono dalle stanze lentamente. Li vedo camminare lungo il corridoio. Guardo le pareti, hanno un colore indefinito. Fra bianco, giallino e verde.
“Gli ospedali sono punizioni”, penso.
Un medico cammina a passo svelto. Saluta i pazienti senza guardarli, tiene lo sguardo sulla cartella che ha fra le mani. E’ magro, alto. Ha il viso teso e porta gli occhiali. Lo sguardo è freddo e stanco. Gli chiedo se la zia è già sveglia.
M’indica la stanza e la raggiungo. Trovo anche lo zio, è seduto accanto al suo letto. La zia Anna e lo zio Mario sono inseparabili da quarant’anni. La zia senza di lui non è neppure capace di farsi la valigia. Ha sessantadue anni. E’stata una dirigente del comune. Era una pedagogista. Lo zio è sempre arrabbiato e sempre più magro. Ha pochi capelli e molte macchie sul viso. Invece la zia, un tempo magra come un grissino, è gonfia. Non grassa, gonfia.
“Ciao piccolina”, mi dice col tono di voce con cui si salutano i bambini dell’asilo. I figli che vai a prendere alla fine della giornata, i figli che ti corrono incontro. Anche lei sorride con la bocca, non con gli occhi. Le sono rimaste le fossette. Sulla guancia il neo che mi piace tanto.
“Come stai?”, dico.
“Meglio, domani mi dimettono. Qui non tornerò più. Ho trovato un nuovo dottore, il dottor C. di Roma. Un luminare,”dice.
“Si, ne ho sentito parlare. Usa molto i farmaci e l’elettroshock, ”dico.
La zia ha cambiato almeno dieci psichiatri, è stata in quasi tutte le cliniche italiane specializzate in depressione. Da Milano a Lecce. I medici da cui si è fatta curare sono prima bravissimi e poi, dopo qualche mese, incompetenti.
“Hanno azzeccato la terapia?Riesci a dormire bene?”
“Non ancora, non ci capiscono niente. Ho sempre mal di testa e voglia di morire”.
Lo dice sorridendo. Lo zio è assente, abbassa spesso lo sguardo e fa delle smorfie. Mi racconta di averla lasciata sola per qualche minuto, qualche giorno prima che la ricoverassero. L’ha ritrovata sul tetto del loro condominio che guardava in basso, immobile.
La zia è gentile con tutti. Mi racconta che si è fatta voler bene, che ha fatto amicizia con gli altri pazienti. Usciamo dalla stanza e ci sediamo su una panchina nel corridoio, vicino alla guardiola. Mi presenta Antonio che dorme nell’ultima camera a destra. E’ basso e robusto, ha la barba incolta e un paio di vecchi occhiali dalle lenti spesse come fondi di bottiglia. Le stanghette sono incollate alle lenti con scotch bianco. Ha un sorriso simpatico. L’unico sorriso che ho visto entrando in questo posto. Le lenti fanno sembrare i suoi occhi enormi. Antonio mi parla bene della zia. Quando si allontana la zia mi racconta la storia di quest’uomo. Crede di comunicare con un giudice del tribunale attraverso le prese d’aria e i citofoni. E scrive su quaderni che non fa toccare a nessuno. La zia mi dice che nessuno riuscirebbe a leggerli perché usa un alfabeto che non esiste, fatto di segni e scarabocchi. E’ un contabile in pensione da dieci anni. Ha lavorato per avvocati famosi e fece un concorso per entrare in polizia. Non fu ammesso. E ‘divorziato, i figli abitano lontano e si sentono solo per telefono. Il meno possibile. Lui dice che lavorano molto e non hanno tempo.
La zia mi chiede come sto. Mi fa sempre le stesse domande. Le rispondo allo stesso modo di sempre, cambio solo i punti e le virgole. Le racconto di Marco. Lo vuole conoscere. Tutte le volte che sto per andarla a trovare insieme a lui le scoppia il mal di testa e non vuole vedere nessuno. A volte penso a quello che abbiamo in comune e ho paura di diventare come lei, fra trent’anni. Nelle foto ingiallite che ci ritraggono insieme vedo che abbiamo gli stessi lineamenti. In quelle foto sembra felice, sorride. Ora ha la pelle grigia e dimentica. Perde pezzi di memoria ogni giorno. Allora penso alle differenze, a come siamo cresciute in modo diverso. Vedo com’è adesso e ricordo com’era un tempo. Cerco di tenere con me quei pezzi di vita insieme. Io ne ho aggiunti altri. La zia, al contrario di me, è immutabile.
Il passato mi sembra vicino quando le parlo. Ma anche quando la penso. La penso spesso. Ora fa le stesse cose tutti i giorni. Una volta non era così.
Mi ricordo la casa gialla in periferia dove abitava, vicino alla centrale elettrica. Veniva a prenderci tutte le settimane con la macchina color caffellatte. Mi sembrava in gamba. Indossava spesso dei tailleur e le scarpe con i tacchi, la nonna diceva che faceva un lavoro importante. La casa era grande, c’era spazio per i bambini che non ha mai avuto. Ha avuto me i miei fratelli. Poi c’è stata l’adozione ed è sparita. Io e la mia famiglia eravamo felici per lei. Io speravo che fosse una femmina e così doveva essere ma la prima adozione non andò a buon fine. La zia in quel periodo stava sempre a letto, voleva vederci lo stesso, ma appena entravamo nella sua camera si metteva a piangere. Invece di dirci come stava, cercava di trattenere le lacrime. Ci teneva fuori dalla sua stanza. Capivamo lo stesso. Dopo pochi mesi gli zii trascorsero un mese In Perù per conoscere un altro bambino, Edo, che sarebbe diventato loro figlio. Prima che tornasse in Italia ero già triste, volevo una cugina. Il bambino aveva sei anni, picchiava il cane e ci faceva i dispetti. Quando giocavamo doveva essere lui il vincitore, perché era un bambino sfortunato. Sotto l’albero di Natale per lui c’erano sempre molti regali. A noi la zia faceva regali di nascosto, perché Edo “era geloso”. Ogni volta che si parlava di lui la zia ci ricordava i traumi che aveva subito. Ci zittiva. In pochi mesi la zia è scomparsa e noi andavamo sempre più di rado a trovarla. Le telefonavamo perché ci venisse a prendere. La risposta era sempre la stessa. Ora Edo è tornato al suo paese d’origine. E divorziato e in Italia ha perso il lavoro. Gli zii dicono che chiama tutte le sere e che tornerà. Dicono che sta bene, che a loro ha dato tante soddisfazioni.
Penso a molti anni fa.
La casa gialla aveva un giardino enorme, con rose, alberi e rampicanti. Lo zio se ne prendeva cura. Noi eravamo dappertutto. C’erano giocattoli in garage, libri illustrati in salotto, le mie bambole sul pavimento. Ho ancora in testa l’odore che c’era, entrando dalla porta principale. Un odore di vecchio che saliva lungo le scale e arrivava fino in soffitta. Mi piaceva. La casa era grande e ben arredata. Pensavamo che la zia fosse ricca. La mia stanza preferita era lo studio. C’era una grande libreria bianca che copriva un’intera parete. Era alta, piena di enciclopedie e di libri. Li guardavo e facevo finta di essere una professoressa. Li sfogliavo e mi divertivo, anche se non capivo niente. Andavo ancora alle elementari ma mi piaceva studiare i libri di grammatica delle medie. Ho ricevuto in regalo dalla zia uno dei miei primi libri, “Piccole donne”. Ricordo Jo che si taglia i capelli per venderli e le litigate con Amy. Ricordo che Beth muore di scarlattina. Non ci volevo credere. Ricordo la dichiarazione d’amore di Laurie a Jo. Speravo che si baciassero. Invece Jo si innamorava di un uomo più vecchio con la barba rossa. Dopo è arrivato “Il diario di Anna Frank”. Ricordo il nascondiglio nella casa ad Amsterdam. Le due famiglie camminavano e parlavano piano per non farsi scoprire. Certi giorni mangiavano insalata perché non c’era altro. Nella prima pagina c’è ancora la dedica. “Un regalo importante per una bambina che diventerà importante, 8 febbraio 1990.” Così ho iniziato a leggere. Dopo l’adozione lo studio è diventato la camera da letto di Edo. La libreria è scomparsa
I due libri ora sono sul mio scaffale. Ho comprato due librerie. Qualche anno fa ho ritrovato anche i libri di favole e li ho messi vicini. In alcune pagine ci sono i miei scarabocchi. Nel ripiano in basso ci delle foto che devo mettere a posto. Vedo la zia un paio di volte l’anno e le chiedo sempre la stesa cosa: “Se dovessi ritrovare le foto di quando eravamo piccoli me le fai vedere?”. Non si è dimenticata. Le ha trovate e me le ha regalate. Mi ricordano come eravamo. Fuori da questo ospedale sono una persona felice. Nella casa gialla ero una bambina felice e importante. La zia mi ha raccontato che la casa gialla ora è disabitata. Presto saranno costruite nuove case. Immagino le porte e il cancello chiusi a chiave, le finestre serrate. Immagino le stanze vuote e buie, l’erba alta in giardino, i fiori appassiti. Nei miei pensieri quella casa non è disabitata. Ci siamo ancora noi che giochiamo a rincorrerci. C’è lo zio che pota le rose, mentre la zia ci chiama per la merenda. Quella casa mi appartiene.
La zia e lo zio escono nel cortile interno per fumarsi una sigaretta. Li vedo parlare dalla porta a vetri. Stanno davanti al muro coperto da muschio verde. Io rimango dentro, sto appoggiata al muro e faccio finta di guardare la televisione. Davanti a me sta seduta una signora di mezz’età. Ha i capelli raccolti. Sono sporchi e puzzano. Ha il viso triste, ha appena pianto. Sulla poltrona un anziano si è addormentato. Mi sposto perché la luce mi da fastidio e guardo la parete. Ci sono delle crepe e una macchia chiara. Ci sono dei chiodi, ma non c’è appeso niente. La fisso. Un infermiere accanto a me parla:
“Hanno provato a ridipingerla ma non c’è niente da fare. E’ una parete imperfetta”, dice.
Mi avvicino di nuovo alla parete, ora è illuminata dalla luce del sole. Sembra di un altro colore. Mi appoggio e la tocco con le mani. E’ liscia e in rilievo, piacevole al tatto. Rimango alcuni secondi. La zia non sa che sono ancora qui. Ci siamo già salutate. Me ne vado senza farmi vedere.
Marcella Montesano 27 Maggio 2010

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Racconto/La festa della mamma

Giugno 26th, 2010

di silvia mantovani

Aveva indossato un paio di jeans e una camicia azzurra, appena stirata. Non era passato dal barbiere come in un primo momento aveva pensato di fare. Non voleva concedere troppo. Prese il mazzo di fiori che aveva comprato la mattina e scese le scale con la testa bassa. Si muoveva velocemente, osservando ogni cosa. I gradini delle scale quel giorno gli sembrarono sporchi. Era una domenica di tempo variabile.

Lasciò che il cancello si chiudesse alle sue spalle rimbalzando due volte.
Aprì la portiera della macchina e gettò il mazzo di fiori sul sedile di fianco. Cercò le chiavi nelle tasche dei jeans. La prima volta che provò ad infilarle non trovò la fessura, continuava a sbattere la chiave contro la piccola placca di ferro. Imprecò. Poi afferrò il volante come se volesse staccarlo. Si girò a guardare i fiori sul sedile di fianco. Era un mazzo di margherite bianche. Le aveva comprate da qualche ora. Erano ancora freschi. Finalmente riuscì ad infilare la chiave e fece retromarcia.

Le aveva raccontato ogni cosa. Di quando la madre l’aveva obbligato a mangiare il suo vomito. Di quando gli aveva infilato la testa nel wc e aveva tirato l’acqua. Di quando l’aveva spinto e fatto cadere per le scale. Le aveva detto che tutto accadeva in modo divertente, che sua madre aveva sempre una battuta. Che a volte si divertiva anche lui. Che non vedeva sua madre da cinque anni. Che se n’era andato di casa dopo la morte di suo padre. Che non voleva più rivederla.

Era una trasmissione alla radio. L’ascoltava di mattina mentre andava a lavoro. La conduttrice proponeva un tema e gli ascoltatori telefonavano. Ogni tanto mandava un po’ di musica.
Quel giorno la conduttrice parlava della festa della mamma. Cosa rappresenta per voi la mamma. Che ricordi avete? Volete raccontarci qualcosa? E soprattutto, festeggerete la festa della mamma? La voce era allegra.

Non le aveva raccontato tutto. Alcune cose erano arrivate dopo che aveva chiuso il cellulare. Quella volta del water, sua madre aveva detto qualcosa del tipo, “un nuovo modo per lavarsi i capelli, potremmo brevettarlo” e aveva riso. Anche lui aveva riso. Aveva il viso ancora rivolto verso lo smalto bianco e aveva riso. Cercò di ricordare bene. Com’era possibile che lo avesse fatto. No, non era stato un vero sorriso, era stato un tic nervoso, forse più un ringhio. Poi lei era uscita dal bagno e lui si era rialzato.

La festa sarebbe stata la domenica successiva. Dario non l’aveva mai festeggiata, non se n’era mai ricordato, neanche quando viveva a casa. Adesso abitava in un residence che dava sulla spiaggia. Un soggiorno, un soppalco con il letto e il bagno. Lavorava nel ristorante di un albergo come aiuto cuoco. Aveva fatto un corso alla regione. Aveva trovato lavoro a poca distanza dal residence. Non era stato difficile. Era una città di mare. D’estate cucinava per i turisti e d’inverno per gli agenti di commercio. Se la cavava bene. Aveva comprato un’auto e un forno a microonde.

Quando aveva telefonato aveva risposto una voce troppo giovane. Era una ragazza di vent’anni, non di più. Pensò di riattaccare. Non sapeva esattamente perché aveva chiamato. Erano stati i ricordi o forse il sentimento di rabbia provocato dalla voce della conduttrice.
Alla ragazza disse che non aveva niente da dire sulla festa della mamma, che avrebbe voluto solo raccontare qualcosa di sua madre. La ragazza gli chiese che cosa voleva raccontare. Dario rimase in silenzio per qualche secondo. Forse lei non avrebbe capito. Cose vecchie, disse. Va bene rispose la ragazza, la mandiamo in diretta dopo questa telefonata.
La conduttrice aveva ascoltato in silenzio. Non aveva fatto domande e non l’aveva mai interrotto. Di solito lo faceva, con un commento o una battuta. Questa volta non aveva detto niente. Era rimasto in silenzio. Anche quando Dario si era messo a piangere.
Penso che dovresti andare da lei, gli aveva detto alla fine. Penso che dovresti andarci con un mazzo di fiori e dirle che è una stronza.
Dario le aveva risposto che non ci sarebbe mai più andato.

Aveva attraversato lentamente la strada che fiancheggia il mare, costeggiata da una fila di alberghi colorati. Faceva grattare il motore ogni volta che cambiava marcia. Di solito non guidava così. Non riusciva a trovare un giusto equilibrio tra la mano che stringeva il pomello del cambio e il piede sulla frizione. Era ancora in tempo per tornare indietro. Sentiva i crampi allo stomaco. Ma anche qualcosa che lo attirava in avanti. Come se la macchina fosse trascinata da una corda.
Si ricordò di quando sua madre lo aveva portato al mare la prima volta, era un giorno di fine primavera. Nonostante non abitassero lontano, non aveva ancora visto il mare così da vicino. L’aveva visto dal finestrino della macchina, ma non si erano mai fermati. Non c’era mai tempo.
Quel giorno, si era trovato di fronte una distesa di acqua scintillante, immobile. Alcune persone camminavano lungo la riva con la schiena piegata. “Pescano i canelli”, gli aveva detto sua madre. Lui era corso nell’acqua completamene vestito, con i sandali e le calze. Lei aveva sorriso. Forse era l’unico che ricordava.

La casa non distava più di cinque chilometri dal mare. La madre viveva ancora nel vecchio quartiere delle case liberty, di fianco a quello che ancora oggi chiamano “il villaggio dei pescatori”. Era la parte vecchia della città, quella con le piccole case addossate le une alle altre, dove i pescatori tornavano la sera. Ora era un quartiere alla moda, con portoncini laccati di verde e inferriate elettriche alle finestre.
Il quartiere liberty invece era rimasto uguale, con le case di mattoni rossi, ora sbiaditi per il tempo.

Parcheggiò di fronte al giardino della casa. Era nascosta da siepi. Avrebbe voluto prepararsi. Vederla prima. Intravvedere qualcosa, non solo le strisce colorate di una sedia a sdraio. Vedere com’era vestita, cosa stava facendo, i suoi gesti.
Aveva ancora il vecchio mazzo di chiavi. Lo prese e cercò quella del cancello. Poi pensò che era meglio suonare il campanello. Sua madre aprì senza chiedere chi era. Dario attraversò il giardino ed entrò in casa. La porta era socchiusa, la stanza in penombra. La luce era spenta e le tende ancora chiuse. Sua madre era seduta sul divano e fumava guardando la televisione. Non ebbe bisogno di girarsi. L’aveva intravisto da dietro le tende prima di aprire.
“Ah sei tu”, disse la madre.
Dario era rimasto sulla porta ancora aperta. Appoggiò le chiavi sul tavolo di fronte alla finestra. Era ricoperto da uno strato di polvere che gli rimase attaccato alle mani. Il sole passava attraverso le tende ancora chiuse e dava un colore verde a tutte le cose. C’erano vasi di fiori secchi e appassiti, uno sul tavolo e uno sul mobiletto di fianco alla tv. Ebbe l’impressione di avere già visto quei fiori, cinque anni prima.
“Ti ho portato questi”, disse Dario indicando il mazzo sul tavolo.
“Grazie. Che cosa vuoi? Dei soldi? Non ne ho.”, disse ancora continuando a guardare la televisione. Stavano dando un poliziesco, forse l’ispettore Derrick o Colombo.
“Non voglio soldi”, rispose.
La madre si alzò senza guardarlo e andò in cucina. Indossava un vestito largo con dei fiori stampati. Il vestito non nascondeva le forme. La pelle delle gambe era bianca e segnata da puntini rossi. Indossava un paio di ciabatte sformate. Aveva lasciato la tv accesa e aveva preso il portacenere.
Dario sentì l’aria entrare dalla porta ancora aperta alle sue spalle. La chiuse e andò in cucina. Aveva lasciato i fiori sul tavolo.
La madre stava svuotando il portacenere nel secchio della spazzatura. Poi aveva preso una scatola di surgelati. Gli chiese se voleva qualcosa da mangiare.
Dario rispose che non sarebbe rimasto a lungo e che avrebbe mangiato qualcosa più tardi.
Si sedette al tavolo della cucina, guardava la madre che si muoveva da una parte all’altra. La donna aveva dei movimenti stanchi. Aveva aperto un cassetto, aveva preso una padella, aveva messo un po’ d’olio, poi, senza aspettare che l’olio fosse abbastanza caldo, aveva preso i bastoncini di pesce e li aveva messi nella padella, uno alla volta, riempiendola completamente. Poi aveva preso un bicchiere e una bottiglia e si era seduta al tavolo di fronte a lui.
“Vuoi del whisky?”
“E’ troppo presto per il whisky”
“Non è mai presto per il whisky”, disse lei e rise con una risata grassa e roca che sembrava provenire da un posto molto scuro. Forse dalla stanza di fianco.
“Cosa vuoi?”,chiese ancora la madre.
Dario la guardava.
“Non lo sai neanche tu”, gli disse.
La donna si versò il liquido giallo nel bicchiere e lo bevve velocemente schioccando le labbra.
“Questo whisky è ottimo”. Disse.
Dario guardò l’etichetta. Era di una marca che non conosceva.
La donna si alzò e andò a girare i bastoncini di pesce nella padella, poi tornò a sedersi e si vuotò ancora del whisky.
“Mi trovi bene?” Gli chiese.
“Non so.” Rispose Dario.
Poi la donna bevve ancora.
Dario sentiva l’odore aspro del liquore entrare nelle narici. Provò un senso di nausea. Erano passate da poco le undici. Si alzò e cercò la caffettiera.
“Ti stai sbagliando,” disse la madre. “E’ nel solito posto.”
Cercò in più posti, poi la trovò. Aveva una patina di calcare sul fondo.
“Non la usi molto”, disse Dario sorridendo.
“Sei intuitivo”, disse la madre, “sempre il solito bravo bambino intuitivo. Sono fiera di te.”
Dario appoggiò la caffettiera sul ripiano della cucina. Fece finta di non capire. Per una volta fece finta di non capire, non era lì per questo, non era lì per discutere.
Preparò la moka e la mise sul fornello. Poi si rimise a sedere di fronte a lei.
La donna aveva messo i bastoncini nel piatto e ora stava mangiando. Li succhiava uno ad uno.
Quando ebbe finito si alzò e strofinò il piatto con uno straccio unto, poi lo mise via, con gli altri piatti. Strofinò anche la padella, e la mise via.
Poi si sedette ancora e si versò un altro bicchiere di whisky.
“Allora?” gli chiese un’ultima volta. “Cosa sei venuto a fare?”,
Dario non rispondeva, aveva ancora bisogno di guardare. Era diverso. Sua madre era una donna obesa e stanca. Anche il suo senso dell’umorismo era stanco.
“Ti ho portato dei fiori”, le disse e si alzò per andare a prenderli. Quella frase gli provocò una tensione agli occhi. Se li strofinò con la manica della camicia mentre era ancora in sala da pranzo. Quando sollevò i fiori dal tavolo vide che era rimasto il segno tra la polvere.
Prese un vaso vuoto dalla vetrinetta di fianco alla porta della cucina. Era un vaso di vetro trasparente, pulito.
Ritornò in cucina. Allungò il mazzo e il vaso alla madre.
“Sono venuto per portarti questi, oggi è la festa della mamma”
Mentre le porgeva il mazzo si ricordò delle parole che avrebbe voluto dirle, di quello che le aveva suggerito la conduttrice alla radio. Pensava a quelle parole, alla parola che si meritava, che avrebbe chiuso tutto e fatto ricominciare tutto. Stronza. Ma non riuscì a dirla.
Sua madre lo guardava con lo sguardo di una guerriera sconfitta. Lo guardava ancora con aria di sfida. I suoi occhi erano immersi nel grasso del viso e nascondevano il luccichio che in passato brillava sempre nel suo sguardo.
Era una vecchia grassa e alcolizzata. E sola. Ebbe compassione di lei.
Prese il vaso che aveva dato alla madre e lo riempì d’acqua.
Poi tirò fuori la padella che la madre aveva messo via e la lavò con il detersivo, anche il piatto.
Pulì tutto ciò che vide sporco.
La madre era seduta alle sue spalle e teneva la bottiglia di whisky accanto a sé. I due si davano le spalle.
Quando ebbe finito, Dario prese il vaso e lo mise al centro del tavolo. Poi si versò una tazza di caffè e si sedette davanti a sua madre.
“Ne vuoi un po’?” le chiese.
La madre scosse la testa e i capelli le coprirono una parte del viso.

Il giorno dopo si svegliò presto e uscì a correre sulla spiaggia. La giornata era di pieno sole. Si accorse di avere ancora in tasca una mela. L’aveva presa prima di uscire dalla casa di sua madre, poi se n’era dimenticato. C’era un odore forte di salsedine e qualche gabbiano gracchiava sopra le onde alla ricerca di pesce. Lanciò la mela in mare. La vide riemergere e galleggiare sull’acqua come una piccola boa rossa.

Quando rientrò, nella segreteria telefonica c’era un messaggio. Riconobbe la voce della donna. All’inizio era solo un respiro faticoso. Poi disse che non sapeva bene perché aveva telefonato. La voce era la stessa del giorno prima. Gli sembrò di sentire perfino l’odore del fumo della sigaretta.
“Ti volevo dire un’altra cosa”, la donna aveva ripreso a parlare dopo avere tossito alcune volte. “Non so se ti ho raccontato questa cosa”. Tosse. “E’ una sciocchezza. Mi è venuta in mente questa mattina.”
La sentì tirare una boccata dalla sigaretta e poi riprese.
“Quando avevo dodici, tredici anni.” Fece un’altra pausa.
“La sera, dopo essermi infilata nel letto. Ogni sera chiamavo mia madre. Urlavo”, disse. Aveva cominciato anche a ridere.
”Urlavo come una bambina di tre anni.” Rideva ancora.
“Lei non arrivava. Quando alla fine la sentivo entrare, mi chiedeva cosa volessi. “ Dario la sentì aspirare dalla sigaretta.
“Le dicevo che volevo raccontarle un sacco di cose, che avevo tante cose da dirle. E sai lei cosa mi rispondeva.” Sigaretta.
“Non sono cose importanti. Diceva proprio così. Non sono cose importanti.”
Sua madre rideva con la solita voce grassa e piena.
“Non ti fa ridere tutta questa storia.”
La sentiva ridere e tossire, come se volesse piangere. Poi riattaccò.

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Racconto/Motel Pamela

Giugno 25th, 2010

di claudia galanti

Il volto che vedevo nello specchio non mi piaceva. Davo la colpa alle luci bianche delle lampadine. Ero stanco, avevo dormito solo quattro ore e sembravo più vecchio. “Proprio oggi”, pensai.
Non sapevo se radermi. Non ne avevo voglia e poi sarei potuto anche piacerle, con quell’aria trasandata. Guardavo il mio riflesso e parlavo. “Ciao, finalmente sei arrivata” dicevo e mi guardavo diritto negli occhi. “Sei meravigliosa”. Poi mi voltavo e guardavo il mio volto di tre quarti.
Alla fine decisi di lasciare la barba. Immaginavo le sue mani che mi carezzavano il viso e il leggero rumore che avrebbe fatto la sua pelle contro i miei peli ispidi.
Il treno per Piacenza sarebbe partito alle 6.30, dovevo sbrigarmi. Non volevo perderlo, anche se in realtà non mi andava di partire. Si era creata una situazione imbarazzante. Come se una parte più profonda mi dicesse di non partire e quella superficiale, abituata a gestire le faccende quotidiane, non avesse invece dubbi al riguardo. Oppure il contrario. Forse era la parte profonda che voleva che partissi e quella superficiale mi diceva di restare e tornare a dormire. Davo la colpa di tutto alla stanchezza. Ma sapevo che sarebbe passata. Una volta arrivato e dopo aver visto Eva, sarei rinato.
Lei mi piaceva. Erano mesi che aspettavo di incontrarla. Accendeva la mia fantasia. Non l’avevo mai vista, ma l’avevo immaginata. Erano bastate le sue foto su Facebook. Gli occhi cristallini all’orientale e le lunghe gambe da gazzella.
Era diventata mia amica per sbaglio. Cercavo una Eva Marotti ex compagna di sbronze. Di lei ricordavo poco e niente. Eravamo finiti a letto insieme un paio di volte o forse più. Al suo nome corrispondeva un quadro di non so quale pittore. Siccome la mia ex amica se ne intendeva di arte, avevo dato per scontato che fosse lei. Così mi ero presentato con fare scanzonato ricordandole le nostre avventure.
Daniel: “Ciao tesoro scalzo, ricordi quella notte che abbiamo fatto il bagno al mare del Marano e ti hanno rubato vestiti borsa e sandali? Ma che stronzi! Devo dire che alla fine il reato aveva mutato gli eventi in mio favore : )”.
Eva: “Certo che me lo ricordo. Fossi stato tu quello senza vestiti magari le cose sarebbero andate diversamente… avresti dovuto mettere le mie mutandine per arrivare al parcheggio…”
Daniel: “Non ci avevo mai pensato… di che colore erano?”
Eva: “Forse nere, ma è un particolare che non ricordo”.
Daniel: “Nemmeno io, non ho potuto sfilartele”.
Nei nostri ricordi c’erano delle discordanze e soprattutto parecchi vuoti di memoria che potevano anche starci con il periodo rum e cola. Lei si era divertita a raccontarmi storie mai avvenute ed io le avevo creduto. Poi aveva cominciato ad esagerare per mettere fine al gioco e io fingevo di ricordare. Questo giochetto ci aveva preso la mano.
Eva: “Devo confessarmi”
Daniel: “Cosa è successo? Mi hai già tradito?”
Eva: “Si. Non sono quella Eva e mi sono inventata tutto”
Daniel: “NOOOO!!! Anche quella storia della più bella scopata della mia vita!?”
Eva: “Si. Ho solo immaginato come poteva essere con te…”
Daniel: “Beh, grazie della fiducia…”
Eva: “: )”
Daniel: “L’avevo capito… cosa credevi?”
Eva: “Allora non mi potrai più dire che sono stupenda… peccato!”
Daniel: “Quella Eva non era stupenda, già mi riferivo a te”
Eva: “Ruffiano!!! Non mi hai mai vista, che ne sai!?”
Daniel: “Pubblica una tua foto… e che si veda qualche cosa!”
Eva: “Cioè? Cosa vuoi vedere?”
Daniel: “Non so… usa un po’ di immaginazione…”
Eva: “Potrei mettere una foto hard, mentre indosso un completo in pizzo nero. Oppure mi vuoi nuda integrale con un cetriolo in mano???”
Daniel: “Eddai, intendevo una foto in cui si capisce come sei!”
Eva: “Si va bene, ho capito. Sei il solito uomo a cui piace la carne alla griglia”
Daniel: “Cioè? Adesso faccio io l’offeso. A me piaci tu non la tua carne… Voglio solo aver materiale per sognarti meglio”
Eva “…”
Daniel: “Ma sei grassa e pelosa? Tanto sei già arrabbiata… : ) ”
Eva: “No, sono riservata”.

Ogni mattina il mio primo pensiero era di collegarmi a internet e vedere se mi aveva lasciato messaggi. Se non era così controllavo il mio profilo ad intervalli regolari. Poi cercavo di capire in quali orari potevo trovarla on line per chattare. Ma non era regolare ed ero costretto a darle la caccia. Fino ad allora non mi ero mai interessato alle chat. Dare la caccia ad una donna significava girare locali notturni. Ritornavo sul luogo del primo incontro come un assassino sul luogo del delitto. Due elementi indispensabili nella ricerca di una donna sono il tempismo e la fortuna. Se maldestramente la preda mi sfuggiva senza nemmeno avermi lasciato il numero di telefono, ed avevo la fortuna di incontrarla di nuovo, non potevo mancare di tempismo. Quello conta molto di più dei pettorali, ma non tutti lo capiscono. Poi una volta innescata la seconda chance è fatta. Non fallisco quasi mai. In ogni caso cercare una donna creava occasioni impensate. Cercando lei magari ci si imbatteva in qualcun’altra, anche più interessante. Questa volta era diverso. Cercare lei significava mettersi in rete. Io, il portatile e la connessione wireless. Se mancava uno dei tre non se ne faceva nulla.

Andai in camera per vestirmi. Sopra il letto se ne stava spiegazzato il completo grigio che avevo indossato il giorno precedente. Ero tornato a casa ubriaco e incazzato nero. Mi ero spogliato in fretta ed ero crollato. Ero incazzato perché mi ero perso un’occasione. Sonia mi aveva guardato con l’occhio trombino per tutta la giornata. Il termine “occhio trombino” è mio e di Ugo e si riferisce a l’espressione che hanno gli occhi di una donna che non lascia dubbi, del tipo ci stai o no?
È un occhio che ammicca senza ammiccare. Un desiderio che diviene pensiero e che viaggia attraverso le pupille.
Già in Chiesa ci aveva provato. Io me ne stavo seduto sulla mia seggiolina del testimone. Quando era arrivata all’altare si era voltata verso me conficcandomi quello sguardo come una lama nella carne. Stavo per cadere. I suoi occhi rilucevano d’emozione, ma non era una emotività dovuta alla cerimonia che si stava per compiere e di cui era la protagonista. C’era qualcosa di alterato. Come se quella situazione non fosse sua e cercasse una via di fuga. Sembrava una mosca finita in una ragnatela. Forse si aspettava che la prendessi e la portassi via. Proprio io che la conoscevo appena. Chissà che cosa le faceva credere che l’avrei aiutata.
Ugo ed io condividevamo ogni cosa, ma quando strinsi la mano a Sonia, la prima volta, era già una futura moglie. Un futuro immediato. Si erano incontrati a marzo e agli inizi di maggio erano all’altare. L’avevo vista un paio di volte e avevo avuto il sentore che non fosse la donna giusta. Nessuna donna, secondo me, è quella giusta. Per prendere una decisione del genere si deve essere molto ottenebrati ed evidentemente l’effetto che Sonia aveva avuto su Ugo era di averlo rincoglionito. Lui aveva spinto per il matrimonio.
“Stavolta è quella giusta, Daniel. Non ho dubbi”, diceva.
Mentre pronunciava queste parole io guardavo la birra dorata che avevo di fronte e raccoglievo con le dita la condensa che si era formata sul vetro del bicchiere. Non avevo il coraggio di guardarlo negli occhi. Era ovvio che era un errore, ma che diritto avevo di dirglielo? Era innamorato. La conosceva appena e non aveva dubbi. A me era bastato uno sguardo per inquadrarla. Forse per questo cercava proprio me, all’altare.
In ogni caso guardare insistentemente il testimone non era un atteggiamento da sposa. Io comunque mi sentivo complice. Mentre avanzava verso il prete, con la sua camminata dinoccolata sui tacchi alti, mi era venuta voglia di prenderla e tirarla a me, solo per vedere se il cambio di direzione l’avrebbe fatta inciampare o se avesse continuato a fluire come un bandiera al vento.
Aveva gli occhi neri e lucenti e le labbra carnose, il naso sottile e i capelli lisci e corti. Una bellezza mediterranea. Poteva essere una modella. In realtà non so nemmeno cosa facesse, nella vita, e non mi importava. I suoi sguardi bastavano. Mi lusingavano e allo stesso tempo mi irritavano. Per un momento me l’ero immaginata vestita da sposa che mi cavalcava come una forsennata sulla sedia del testimone. Subito avevo cancellato quel pensiero come una botta di spugna su una lavagna. Un leggero alone restava visibile, ma con il tempo se ne sarebbe andato. Come le parolacce che scrivevamo a scuola.
“Cancellale prima che arrivi la maestra!” diceva Ugo. Ed io correvo al mio posto lasciandolo da solo davanti alla lavagna, con il cancellino in mano.
Guardavo gli anelli posati sul cuscino rosso bordò. Erano vicino a me. Ero io il loro custode e avevo l’incarico di porgerli al momento giusto. In ogni matrimonio c’è un innocente che porta gli anelli all’altare. Quel giorno no. Toccava a me, l’amico fidato. Mi avevano attribuito questa virtù accontentandosi di prenderla a prestito, al posto dell’innocenza. Come se la fiducia che Ugo nutriva nei miei confronti mi rendesse immune dai mali del mondo.
Fuori dalla Chiesa, prima che salissero in macchina mi ero avvicinato per abbracciare Ugo. Guardavo al di là della sua spalla… di nuovo quegli occhi. Ho sentito un brivido. Ero eccitato. Ci mancava che Ugo se ne accorgesse.
Più tardi anche la coscienza s’era smossa. Mentre se ne andavano sorridenti verso la spiaggia per far fotografie, io sono salito nella mia auto e ho cominciato ad andare verso il ristorante. Ad ogni curva sentivo montare la rabbia nello stomaco. L’impossibilità di averla mi innervosiva e ancora di più il senso di colpa che cresceva solo per averla desiderata. Dovevo dirlo a Ugo. Cominciavo già a cercare le parole giuste. Le parole mi tormentavano. Avrei dovuto dirgli, nel giorno del suo matrimonio, che sua moglie ci stava provando con me. Non potevo. Siamo amici ma non si può. E non ci si può fare la moglie di un amico.

Mi vestii in fretta prendendo le prime cose che mi capitarono sottomano. Dovevo correre in stazione e salire su quel treno per essere a Piacenza per le 10. Dovevo vedere Eva e volevo stringerla forte. Non sapevo nemmeno se si sarebbe lasciata abbracciare ma, da come mi scriveva in chat, qualche possibilità sembravo averla.
Aveva quarant’anni. Era stata una ginnasta e aveva girato il mondo per gareggiare, fino a quando si era sposata. Non era felice. Suo marito non la faceva felice. È impossibile rendere felice qualcuno per la vita. Prima di avvicinarsi all’altare dovremmo chiederci che cosa è la felicità. Se gli uomini si rendessero conto che dura solo pochi istanti, e sono istanti saltuari e incontrollati e senza causa apparente, non si prenderebbero mai in carico la felicità di altri. È ridicolo. Non l’ho mai biasimato, né lui e nemmeno lei.

Daniel: “Quando ci vediamo?”
Eva: “Non lo so.”
Daniel: “Perché non vuoi vedermi?”
Eva: “No, io ti vorrei vedere, ma non so”
Daniel: “Perché no. Dai, quando ci incontriamo?”
Eva: “Non lo so, non sono convinta di volerti incontrare”
Daniel: “e perché?”
Eva: “…”
Daniel: “Sono un gentiluomo sai?”
Eva: “Per quel che ne so potresti anche essere un serial killer”
Daniel: “Grazie. Allora perché saresti qua a scrivermi?”
Eva: “Scrivere non crea legami reali e non è pericoloso”
Daniel: “Se fossi un serial killer ti troverei. So qual’è la tua città e verrei sotto casa tua ogni sera”
Eva: “Non è rassicurante…”
Daniel: “Anzi, se guardi dalla finestra mi vedrai…”
Eva: “Smettila, mi spaventi”
Daniel: “Alzati e prova a guardar fuori. Quando torni dimmi cosa vedi”
Eva: “La fai finita o no? Non mi diverti”
Daniel: “Oggi avevi una maglietta rosa… ti ho visto parcheggiare l’auto ed entrare in casa… meravigliosa”
Eva: “No. Sbagliato : P. Non ero in rosa, odio il rosa, e sono rientrata in autobus”
Daniel: “Dai su… incontriamoci! Voglio abbracciarti…”
Eva: “Si e poi?”
Daniel: “E poi ti bacio…”
Eva: “E dopo? Cosa succede?”
Daniel: “Vuoi che te lo scriva?”
Eva: “No. Intendevo dopo… il giorno dopo…”
Daniel: “Cosa te ne importa. Intanto condividiamo quel momento…”

Come tutti i treni interregionali, anche quello era lento e colmo di gente. Mi ero seduto sul sedile accanto al finestrino e pensavo a quanto sono lerci i sedili dei treni. Giorno dopo giorno assorbono il sudore e la polvere che si deposita sui vestiti e la pelle di migliaia di passeggeri. Ognuno di loro potrebbe raccontare una storia. La storia di un sedile e dei mille culi che lo hanno schiacciato.
Il posto accanto al finestrino è di sicuro il meglio che si può avere. Chi ci si siede non può evitare di guardare fuori. Ci fossero anche i peggiori mostri, il passeggero li guarderebbe. Mentre osservavo i miei mostri entrava nel vagone una ragazza con le cuffie nelle orecchie. Si era seduta proprio di fronte a me. Io avevo ritirato le gambe e le avevo lasciato spazio. Ero stato gentile, ma lei non se ne era accorta, non mi guardava. Continuavo a fissarla, distogliendo di tanto in tanto lo sguardo. Ma non riuscivo mai ad incrociare i suoi occhi. Era altrove, ma non era affatto un luogo felice. Mi ricordava Giulia, il mio ex tormento. Aveva circa la sua età, quando l’avevo incontrata. Anche lei aveva questa aria vaga e persa delle ventenni bisognose e tristi. Dolci, carine, ma pesanti. O l’amore vero o niente. E doveva essere amore pieno e compenetrante. Ti entrano nelle mutande, e fin qui tutto bene. Poi ci restano attaccate anche quando le butti in lavatrice.
Con lei era stata una storia seria. Serissima, anzi deprimente. Mentre scopava con me in realtà scopava suo padre. Coi sentimenti s’intende. Mi diceva che era innamorata dei miei capelli brizzolati. Mi accarezzava le rughe intorno agli occhi e mi chiamava papino. Quando cominciò a gridarlo anche a letto cominciai a preoccuparmi della sua, e anche della mia salute. L’immagine di suo padre, che un giorno mi aveva voluto presentare a tutti i costi, mi si parava davanti agli occhi e l’eccitazione svaniva. Una catastrofe. Poi non mi mollava mai. All’inizio era piacevole vederla, nuda o vestita che fosse. Era gradevole agli occhi. Anche la sua espressione dolce e la vocina. Era servile e sempre disponibile. Ma in meno di un mese era entrata in casa mia come un’inondazione. Aveva eroso i miei spazi vitali e sommerso ogni cosa della mia vita. Dopo qualche mese ero esploso e l’avevo lasciata, e le avevo dovuto mentire. Avevo dovuto dirle che non mi sentivo alla sua altezza e che meritava di meglio. Altrimenti si sarebbe uccisa. Lei credeva, e forse ci crede tutt’ora, nell’amore eterno. Credeva che due persone potessero vivere la perfezione per sempre. Non esiste la perfezione. L’attimo è perfetto e non ha nulla a che fare con l’eternità.
Emi era stata uno di quegli attimi. Avrei fatto ogni cosa per lei. Poi, un giorno, l’avevo trovata piegata con la testa dentro al water. Era casa mia e quello era il mio water. Stava vomitando la cena che avevo cucinato per farla felice. Avevo cominciato la mattina alle 9 con la spesa alla pescheria e avevo finito alle 10 di sera quando ero entrato in bagno per dirle che il sorbetto era in tavola. Un sorbetto al melone. Lei adorava il sorbetto al melone. Aveva le maniche del vestito sollevate fino ai gomiti. Era in ginocchio e la mano destra aveva ancora l’indice e il medio tesi, staccati dal resto della mano, pronti per rientrare in azione. La mano sinistra era appoggiata alla tavoletta. Gli occhi le schizzavano fuori dalle orbite e il bianco sembrava crepato, rotto. Venuzze rossastre circondavano la pupilla. Il volto era paonazzo e le labbra bluastre.
In quel momento ho visto la pazzia. La mia e la sua. Avevo davvero pensato che una cena l’avrebbe resa felice. Invece avrei dovuto prenderla a schiaffi da mattina a sera, perché lo fosse. Ma non è il mio stile.
È finita così. L’ho lasciata china sul water a guardarsi riflessa in quelle acque torbide. Me ne sono uscito di casa e sono stato fuori tutta la notte. Sapevo che mi avrebbe aspettato. Erano le 7 del mattino quando sono tornato e l’ho vista scendere le scale esterne della palazzina. L’ho spiata senza farmi vedere. Aveva i capelli legati e gli occhi gonfi. Il volto era pallido e la pelle sottile. Stretta nel soprabito blu che le cingeva la vita minuta, si allontanava mentre il ticchettio dei tacchi alti risuonava nel silenzio della prima mattina. Diafana bellezza.

Ero quasi arrivato. Nonostante il treno fosse lentissimo, a Piacenza mancavano solo poche fermate. La ragazza di fronte a me era sempre più nervosa. La vedevo scalpitare e temevo che mi mollasse un calcio da un momento all’altro. Continuava a pigiare sui tasti dell’ipod in cerca del brano perfetto per quel momento, ma non lo trovava. Non c’era. Guardava insistentemente il cellulare. Mi metteva a disagio. Cercai di giustificare questa smania con l’idea che fosse sconvolta. Forse aveva litigato con il ragazzo, oppure l’aveva trovato a letto con un’altra o peggio ancora con un altro. Può succedere.

Sonia aveva scalpitato per tutto il pomeriggio. L’avevo di fronte, perché il tavolo dei testimoni era accanto a quello degli sposini novelli. Non riusciva a stare ferma. Ugo l’abbracciava e lei lo lasciava fare. Sorrideva e stava al gioco, poi mi rivolgeva lo sguardo maledetto. Si sistemava il velo e mi fissava. Beveva e mi fissava. È evidente che anche io la guardavo, altrimenti non me ne sarei accorto. Ma lei era la sposa, era lei la protagonista in quella macedonia di persone. Lei e suo marito, io… io ero solo il testimone fidato. Non avrebbe dovuto guardarmi e nemmeno sorridermi.
Dopo parecchi brindisi l’atmosfera era euforica. Il vino sgorgava di continuo dalle bottiglie e gli invitati alticci intonavano cori e canzoni, mentre le donne preparavano quei noiosi scherzi tipici delle cerimonie. I tavoli rotondi, ricoperti da lunghe tovaglie bianche, erano colorati dai piatti di portata che restavano quasi intatti. Eravamo tutti sazi, ma le pietanze a venire erano ancora tante.
Odio i matrimoni. Li odio perché già dopo l’antipasto ho la sensazione di vivere una festa che sta finendo, ma che continua per forza d’inerzia. Allora ci si lascia trasportare. La noia mi fa riempire il calice per svuotarlo e mi viene voglia di fumare, anche se io non fumo e non ho mai fumato. Mi fanno invidia quelli che fanno dentro e fuori dal giardino, per una sigaretta. Una boccata di nicotina ed uno sguardo alla campagna marignanese. Eppure anche per loro dev’essere troppo. A sera i polmoni devono essere saturi.
Nonostante la noia non potevo andarmene. Poi Sonia sembrava sempre più interessata ad avvicinarmi ed io volevo vedere dove sarebbe arrivata. Il pensiero di parlare con Ugo si era assopito. Il vino aveva addormentato la coscienza e aveva risvegliato la leggerezza. Non era più importante parlargli. Non in quel momento.
Quando Sonia si era alzata dal tavolo era ubriaca. Il trucco le era colato leggermente sotto agli occhi. Era passata in mezzo ai tavoli strisciando, con la gonna gonfia, contro la mia sedia e si era voltata. Aveva posato una mano sulla mia spalla e mi aveva chiesto scusa. Poi mi aveva fatto cenno di seguirla. Io la guardavo allontanarsi oltre il salone della villa e attraversare l’arcata che conduce alla sala accanto. Mi ero alzato e l’avevo seguita. Si era fermata ad aspettarmi. La stanza era vuota. Due poltrone stile impero stavano accanto al divano, di fronte al grande camino. Con le mani posate sulla vita, se ne stava accanto a una copia della venere di Milo. Mi guardava sorridendo soddisfatta. Ce l’aveva fatta. Ero caduto nella sua rete. Io, le dovevo sembrare una conquista impossibile, per via del mio rapporto con Ugo, per quello che lui evidentemente le aveva raccontato di me.
Dopo aver sorriso si era girata di nuovo e aveva perso l’equilibrio, sui tacchi bianchi. Aveva imboccato barcollante il corridoio. Teneva sollevata la gonna ma, nonostante i suoi sforzi, i tacchi continuavano ad incastrarsi nella crinolina.
L’amicizia blocca. È come una relazione coniugale. È un legame. Se avessi continuato a seguirla mi sarei fatto una trombata indimenticabile. Se non avessi avuto amici. Ma poi ho pensato che di donne come lei ce ne sono tante. Di amici fidati, o che ti reputano tale, non lo so.
Mi sono fermato all’inizio del corridoio. L’ho guardata da lontano, mentre lei si fermava davanti alla porta del bagno. Si è girata verso me con aria interrogativa e indispettita. Le ho fatto un cenno di saluto con la testa e sono tornato indietro. Lei ha dato un calcio alla porta e l’ha sbattuta, entrando. Il tonfo echeggiava nelle sale vuote, mentre rientravo nel salone in festa.

Eva: “Non mi va di tradirlo, non me la sento”
Daniel: “Ma è una cosa normale. È il nostro istinto”
Eva: “Ma non è da assecondare”
Daniel: “Perché no? Perché sfidare le leggi universali?”
Eva: “Ma quali leggi universali d’Egitto???”
Daniel: “Dai non mi far dire cose così scontate. Sai benissimo di cosa parlo! Siamo di carne”
Eva: “E l’anima dove la lasci, filosofo? L’hai già venduta?”
Daniel: “No, sono solo onesto e conosco i miei limiti”
Eva: “Hai mai tradito?”
Daniel: “Si, mi è successo”
Eva: “E poi?”
Daniel: “E poi è come prima. Conosci solo una cosa in più”

Quando mi sono alzato dal sedile, la ragazza finalmente mi ha guardato. I suoi occhi neri hanno seguito i miei movimenti. Non l’ho salutata, perché avrei dovuto. Sono uscito dal vagone e ho respirato l’aria fresca. Poi ho preso l’autobus per arrivare all’appuntamento in via Veneto. C’è una sala da the molto graziosa, avevo pensato di portarla là.
Non volevo si sentisse in imbarazzo. Non era la prima donna sposata che incontravo e sapevo che era necessario un certo tatto. Doveva sentire solo i miei occhi su di lei.
Nella parallela a via Veneto c’è il Motel Pamela. Avevo già prenotato. È un motel carino e le stanze non puzzano di chiuso. L’ambiente è ospitale. Ogni stanza ha le tendine colorate con motivi optical anni ’60. È come ritrovarsi nel film Il laureato. In realtà non so se ci fossero le tende optical nel Laureato, però mi fanno pensare a quel film. Sarà un’associazione di idee legata al tradimento e al peccato. Ma non era un problema mio. Era lei la traditrice. Io sarei stato un Dustin Hoffman un po’ più cresciuto. Libero, e allo stesso tempo prigioniero del fascino di Mrs Robinson. Forse non calza, come paragone. Anche perché traditrice d’intenzione non sembrava esserlo. Dovevo convincerla. Se la conquistavo e le piacevo ci sarebbe stata, altrimenti non se ne sarebbe fatto nulla.

Il porticato di via Veneto era vuoto. Non c’era nessuno, a quell’ora. L’aria primaverile mi solleticava le narici e l’attesa mi lasciava il tempo di fantasticare. Volevo vederla arrivare e l’aspettai proprio di fronte alla fermata del bus, ma dall’altro lato della strada. Volevo vederla mentre attraversava di corsa la strada con i seni ondeggianti e i capelli fluenti. Poi mi avrebbe guardato negli occhi e mi avrebbe sorriso. Io l’avrei abbracciata e lei non avrebbe potuto resistermi. Almeno credevo.
Se non le fossi piaciuto avremmo trascorso insieme una tiepida mattinata di maggio. Cercavo di convincermi che anche in quel caso sarebbe andata bene. Del resto non si può piacere sempre, purtroppo. C’era una certa affinità tra noi, era chiaro. Se non le fossi piaciuto fisicamente sarebbe stato comunque un limite relativo. In fondo aveva deciso di incontrarmi e quindi le piacevo per altri motivi. Le mie foto le aveva viste su Facebook. Non si trattava di un vero e proprio appuntamento al buio. Se non fosse venuta affatto sarebbe stato più grave. Avrei fatto un viaggio così lungo per niente. Mi sarei sentito preso in giro. Magari no. Sarebbe stato il senso di colpa ad impedirle di partire. Comunque cercai di non pensare al peggio. In fondo era solo in ritardo di dieci minuti.
Quando arrivò un altro bus e si fermò, il mio cuore cominciò ad accelerare. Mano a mano che scendevano le persone l’agitazione cresceva. Il timore che non fosse venuta mi attanagliava la gola.
Poi ho visto i capelli biondi. Era lei. Si avvicinava all’attraversamento pedonale. In quel momento l’adrenalina scese. Era quello il momento più bello. Lei che arrivava e che da lontano mi scrutava.
Mentre attraversava la strada mi chiedevo se ci sarebbe stata. L’espressione era benevola e così pensavo di sì, che si poteva fare. Quando fu poco distante da me io allargai le braccia per farle capire quanto ero contento di vederla e per accoglierla. Appena sentii i suoi capelli lisci sfiorarmi il viso e il suo profumo avvolgermi le narici mi sentii rinascere. Ero pronto. Le sorrisi. Eravamo entrambi imbarazzati. Pensai di dirle subito che l’amavo. L’amavo davvero. In quel momento l’amavo alla follia. L’amavo come un affamato ama il cibo che sta per mangiare. Mi chiedevo se quel desiderio si sarebbe mai appagato. Questa volta mi sarebbe bastato l’antipasto oppure sarei voluto restare a tavola fino al dolce? Il dubbio non mi fece tentennare un attimo.
Ma non era il caso di dirle che l’amavo, mi avrebbe preso per scemo. Solo, le sussurrai all’orecchio che era stupenda.
“Non esagerare” mi disse lei.
“No dico davvero, sei ancora più bella dal vivo”. Questa le era piaciuta.“Ti ho convinta?”.
“Si. Ho capito come sei”.
“E cioè?”
“Un adulatore senza ritegno”.
“Ah quindi, un bugiardo?” Rideva mentre con la testa faceva cenno di si.
“Non sarei mai venuto se non fossi stato certo che eri meravigliosa come sei”.
Era arrossita. L’atmosfera si stava scaldando. Le cose stavano andando esattamente come avevo pensato. Ci piacevamo. Le chiesi se voleva bere qualcosa.
“Non è ancora ora dell’aperitivo! Mi vuoi ubriaca?” Aveva risposto maliziosa.
“Intendevo un caffè, oppure un the”, la rassicurai. Non volevo si sentisse minacciata. “Io sono innocuo. Non faccio niente di male alle donne, solo del bene”
“Simpatico”, rispose lei.
Ci avviammo verso la sala da the, mentre le cingevo la vita con un braccio. Avrei voluto dirle che suo marito era un uomo fortunato, ma era meglio tacere.

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Racconto/Il Ciao bianco

Giugno 24th, 2010

di nevio semprini

Questo racconto ha ricevuto una menzione al premio Noblè di Rablè per la prosa, edizione 2010

Nel cortile del condominio c’era l’erba alta e secca, un Ciao bianco con le ruote sgonfie era incatenato alla cancellata arrugginita.
Suor Carmela camminava veloce, con passetti corti ma rapidi. Io ero rimasta qualche passo indietro, ero presa dai particolari di quella periferia che conoscevo bene, ma che non vedevo da due anni. Due anni meno quindici giorni per buona condotta, per essere precisa.
Salii dietro a lei gli scalini di graniglia rossastra, annerita dalla patina lucida di sporco indurito. L’appartamento che ci aveva trovato era al terzo piano. Ci abbracciammo con forza.
 Il Signore sia con te.  Mi disse.
 Grazie “Ca”.  Le risposi, e alzai il pollice della destra chiusa a pugno. Mi appoggiai alla balaustra e rimasi a guardare la sua veste azzurra scomparire e riapparire fra una rampa e l’altra. Un fantasma di luce azzurra fra il grigio rosso degli scalini e il grigio panna dei muri. Tre giorni dopo sarebbe arrivata Manu, così mi aveva promesso la suora.

Lei aveva fatto sei mesi per spaccio, io quasi due anni per furto e scippo. Troppo. Ma la condizionale me l’ero già giocata e, quando avevo strappato alla vecchia la borsa appesa al manubrio, lei era finita a terra. C’è mancato poco che ci rimanesse secca. Così mi hanno appiccicato anche l’accusa di lesioni colpose. L’arringa dell’avvocato che mi avrebbe dovuto assistere, del resto, pareva la predica di un parroco di paese. E di quelli tranquilli. Che colpa ne avevo io, se lei non sapeva stare in equilibrio neanche su un Ciao fermo, questo me lo dovrebbe spiegare, il giudice.

Con Manu mi vedevo nel cortile a fumare e mi sembrava di conoscerla abbastanza bene. Pensai che fosse una buona idea accettare la proposta di Suor Carmela, di dividere l’appartamentino con lei.
Una cucina-soggiorno-pranzo, un piccolo corridoio occupato dall’armadio a muro che fa da ripostiglio, su di un lato, e dalle tre porte che parevano incastrate nei tre lati liberi. Occorreva ricordarsi di chiudere le ante dell’armadio per lasciar spazio all’apertura della porta per il soggiorno. Del bagno mi piacevano le piastrelle con grandi fiori blu stile anni settanta, anche se alcune erano crepate e la tenda di nylon della doccia aveva delle macchie di muffa. C’era una camera sola da dividere con Manu, però avrei pagato duecentocinquanta euro al mese invece di cinquecento.
Mi venne qualche dubbio sulla mia compagna di stanza la settimana dopo il suo arrivo, quando lei non accettò il lavoro che ci aveva trovato Carmela, la suora. Suor Cà, come la chiamavamo al gabbio, ci aveva accompagnato al colloquio con la signora dell’ufficio personale della società. Durante il tragitto ci aveva raccontato com’era nata, diversi anni prima, quella amicizia con la signora e suo marito. Avevano un figlio handicappato e si erano rivolti a lei, che in quel periodo non lavorava ancora per il carcere femminile. Il figlio non gliel’aveva fatta, ma dall’esperienza era nata tra loro l’intesa di dare una mano alle persone in difficoltà. E io e Manu, dopo aver pagato i nostri debiti con la società, facevamo evidentemente parte di quella categoria.

Con tante belle parole ci disse in cosa consisteva il lavoro.
 Vabbè.  Dissi io senza entusiasmo.
 No, potrei impazzire.  Disse Manuela, il suo sguardo era basso, da vittima.
 Ma guardi signorina che è un lavoro come un altro. Poi magari, dopo qualche mese, potreste chiedere di spostarvi nei supermercati o negli uffici. La Linda s.r.l. si occupa delle pulizie di un centinaio di aziende.
 No. Confermò scuotendo la testa.  Avevo gli occhi fissi su di lei, ma lei evitò di guardarmi.

Sono qui già da un mese. Arrivo alle otto, col tram mi ci volevano quaranta minuti, mi dovevo alzare prima delle sette. Così, sabato ho chiesto a tutti quelli che incontravo nel condominio se sapevano chi fosse il proprietario del Ciao abbandonato in fondo al cortile.
Nessuno ne sapeva niente, pare che fosse lì da diversi anni. Mario, quello che fa un po’ di tutto per il condominio, mi ha dato una mano. E’ zoppo, e non ha voglia di tagliare l’erba del cortile, però ha subito rimediato una tronchese bella lunga e ha tagliato la catena. Poi ha chiamato un suo amico meccanico e mi ha detto di passare da lui, per sistemarlo. Aveva una faccia soddisfatta, quando mi sono avviata a piedi spingendo il motorino. Poi m’ha detto:  Sei senza documenti, se ti beccano io non so niente. 
Col Ciao passo sui marciapiedi e impiego si e no un quarto d’ora. Se piove prendo il tram. Manu intanto ha rifiutato altri tre lavori.
Raccolgo fazzoletti di carta, cicche di sigarette, fiori, morti anche loro, dentro questo borgo di morti chiuso tra quattro mura. Sono qui dal lunedì al sabato, dalle otto alle tre di pomeriggio, mezz’ora di pausa-panino dalla mezza all’una, per seicentocinquanta euro al mese con contratto a progetto. Spero che nel progetto non ci sia anche l’obbligo di far resuscitare qualcuno. Tolti duecentocinquanta per l’affitto ne rimangono quattrocento, non che sia gran cosa ma dovrei riuscire a tirare avanti senza rubare. Almeno ci proverò.

 Come pensi di fare per l’affitto e la spesa ?  ho chiesto ieri sera a Manu dopo aver saputo del suo rifiuto di un altro lavoro e dopo la telefonata di Suor Cà, che mi ha chiesto di aiutarla. Pensa un po’, mi sono detta, da ex quasi assassina ad aiuto-suora in soli due anni.
 Ho dei soldi da parte.  Mi ha risposto un po’ brusca. Dal tono lasciava intendere che avrei dovuto farmi gli affari miei. Forse non l’ho conosciuta abbastanza in carcere, almeno sotto questo aspetto.

Il lavoro comincia a piacermi. Sì a piacermi. Mi piace l’idea che tutto ciò che sto facendo non è per compiacere o soddisfare qualche capo o funzionario o comunque persone per le quali lavori, ma dei morti. Dei morti: silenziosi e passivi anche se gli prendessi a calci le lapidi o rovesciassi sulle loro tombe l’acqua putrida dei vasi. Il mio senso di ribellione cominciava a cedere il passo.
E’ un vecchio cimitero e gli ultimi arrivati risalivano a più di dieci anni fa, quando finirono i posti. I posti migliori, sotto il colonnato che circonda e racchiude il prato, sono occupati dalle tombe monumentali delle famiglie importanti: i Farneti, i Campana, i Bertone ed altri.
Quella è la zona da pulire per prima, mi hanno detto quelli della Linda.
Ma la zona che mi piace di più è quella vicina al porticato, scoperta e per molte ore sotto il sole, una fascia di ghiaia bianca che corre parallela all’interno delle colonne e all’esterno delle tombe più nuove. E’ il posto delle tombe mal tenute e tutte diverse tra loro, croci arrugginite e lapidi sbeccate con i ritratti tristi, rovinati dalle macchie dell’umidità, o sbiancati da più di mezzo secolo di sole. Alcune tombe sono addirittura senza foto, da quanto sono vecchie e povere. Per alcune ci sono dei fiori di plastica, con le foglie ormai dello stesso colore indefinito dei petali, per le altre non ci sono neanche quelli.

La settimana dopo comincio a riconoscere alcuni frequentatori abituali. Come la signora sui quarantacinque, vestita di nero, ma di un nero che rimarcava la sua sensualità più che la malinconia del lutto. Finora era sempre venuta verso mezzogiorno, faceva una visita veloce alla tomba di quello che credo fosse il marito. Il tempo di inginocchiarsi, senza appoggiare il ginocchio avvolto dalla calza nera, farsi un veloce segno della croce, e tornava sulla Smart, anch’essa nera, parcheggiata di fianco all’ingresso. Proprio oggi, poco prima dell’una, stavo mangiando il panino col tonno seduta sul sellino del Ciao, l’ho vista uscire dalla Smart, scomparire al di là dei muri, e uscire pochi minuti dopo, che ancora non avevo finito il panino. Lei forse non mi ha notato, immobile in tuta bianca sul motorino bianco a ridosso del muro bianco; muovevo solo le mandibole per masticare e gli occhi per seguire i suoi movimenti. Si è tolta le scarpe nere col tacco basso, le ha riposte nel bagagliaio e le ha sostituite con delle scarpe rosso sangue con il tacco alto. Mentre faceva retromarcia ha appoggiato il telefono all’orecchio, e le labbra si sono aperte in un sorriso che lasciava scoperti i denti.

Il fatto che in questo cimitero fossero tutti sepolti da almeno dieci anni smorzava molto l’atmosfera tragica e drammatica. Forse per questo mi trovo bene qua. Poi vedo spesso il vecchietto in tuta sportiva. Viene a piedi e non prega mai, però parla di continuo alla tomba di suo fratello. L’altro ieri, mentre vuotavo il cestino ho sentito una parte del discorso che faceva ad alta voce.  Parlo con te  diceva  perché non c’è più nessuno vecchio come me. Te non mi rispondi, ma capisci almeno. I più giovani cosa vuoi che capiscano, quando gli racconto delle cose che sono successe quando non erano ancora nati? Ti ricordi la casa della Stella, dove dicevano che c’erano i fantasmi, io ci avevo nove, dieci anni, te dodici o tredici. Te mi hai detto che ci correva dietro il fantasma, si sentiva il rumore dei sandali sulla ghiaia e non vedevamo nessuno. Ci sarà stato poi il fantasma? Però come correvamo! E quando m’hai portato alla Casa, che non mi facevano entrare. E te che dicevi che ero maggiorenne, che garantivi per me? Non mi hanno mica fatto entrare poi, ho dovuto immaginarmi com’erano fatte le donne per dei mesi ancora, dei mesi… 
Poi mi sono allontanata, perché mi sembrava di rubare dei segreti.

Lunedì mattina sono venuti altri due vecchi, credo marito e moglie. Sono rimasti un’ora davanti alla piccola tomba bianca di una bimba nata e morta nello stesso mese dello stesso anno. Dalla seconda data incisa nel marmo bianco erano trascorsi sessant’anni giusti, loro si sono inginocchiati, hanno deposto un grande mazzo di rose bianche che ricopriva l’intera tomba. Poi si sono dati la mano e si sono parlati.
 Te la ricordi ancora? Chiedeva il signore anziano.
 Sì, mi sembra di sì, adesso che la vedo.
 Ma da viva, intendo.  Terminarono dispiaciuti di aver perso di lei anche il ricordo. Si costrinsero a ricordarla per dedicarle ancora un po’ di sofferenza.
Quando se ne sono andati mi hanno salutato.

Qui ho molto tempo per pensare, un po’ come in carcere, anche qua ci sono quattro mura alte. Però posso uscire quando voglio. Prima del carcere, pensare e agire per me erano quasi un’azione sola. Lì ho cominciato a riflettere, è come se avessi scoperto una persona sempre pronta a dialogare, anzi a discutere con me. E anche lei è uscita dal carcere, insieme a me.

Sono rimasta ferma a guardare quella piccola tomba per alcuni minuti. Credo fosse la loro figlia. Ma la ricordavano già nella tomba, troppo distante nel tempo e troppo breve la sua vita per essere ricordata. Non ci avevo mai pensato prima, ma i bambini e i ragazzi, quelli morti troppo presto, che hanno avuto funerali pieni di disperazione e di folla, sono quelli meno ricordati. Meno visitati dei nonni morti di morte naturale dopo ottanta, novant’anni di vita. Quelli che, ai loro funerali, la gente passeggiava e parlava d’altro.
Poi ho ripensato a me, a Manuela, a Suor Carmela che mi ha chiesto di starle vicino, di aiutarla a inserirsi e mi convinco che appena torno devo parlarle. Devo dire a Manuela che qua si sta bene, che questo lavoro non è male, e che ripensi al suo no. Deve smettere di starsene in casa come se fosse ancora in carcere, chiusa in camera a leggere e a fumare.

Entro nel cortile di casa, rimugino ancora le parole da dirle per convincerla, appoggio il Ciao al muro scarabocchiato di storie d’amore. Salgo e trovo la porta dell’appartamento chiusa, con sopra un post-it: “si prega di non disturbare fino alle quattro”. Mi viene la tentazione di aprire lo stesso, poi provo a chiamarla sul cellulare, ma è spento. Torno indietro e mi fumo due camel blu per far passare la mezz’ora che manca alle quattro. Alle quattro e cinque esce un signore pelato, in giacca e cravatta e valigetta che mi passa dritto a fianco, poi si ferma a guardare a destra e a sinistra prima di uscire dal cortile.
 Chi era quello?
 Un assicuratore.  Manuela è seduta sul letto disfatto, vestita ma scalza. Sull’unico comodino che c’è tra i nostri letti spuntano due pezzi da cinquanta euro, da sotto la radiosveglia.
 Chi era?
 Lasciami stare Vinicia.  Manu tiene lo sguardo basso.
Esco senza dire altro.  Ho capito quel che Suor Carmela voleva da me. Ma cazzo! Se lo sapeva che faceva le marchette perché mettermela in camera? Allora sei stronza. Non sono mica una santa io. Mi viene il vomito all’idea di stare ancora in quella camera, ma chi ce li ha i soldi per un altro posto? Questi pensieri mi frullano in testa intanto che cammino sul lungotevere e l’ultima Camel è già finita. Decido di chiamare la casa circondariale e chiedere di Suor Carmela.
 E’ impegnata nei colloqui, mi dispiace. Provi più tardi.  Mi risponde una voce distaccata. Mi viene un brivido al pensiero che quella voce proviene da dentro il carcere dove avevo marcito per due anni. Non volevo tornarci, neanche con la voce. Non richiamo più nessuno. Devo resistere a tutti i costi. Ma adesso chi ci torna nella camera con quella ? Passeggio ancora un pò, mangio qualcosa in un bar, torno tardissimo, quando Manuela già dorme. Per evitarla mi distendo sul divano. Ha due posti e devo tenere le gambe un po’ piegate. Mi sveglio prima del solito per la posizione scomoda, mi sciacquo la faccia nel lavandino della cucina e mi asciugo con uno strofinaccio. Prendo la giacca a vento, mi infilo in tasca il vasetto di nutella, un panino e decido di prendere il tram, visto che il tempo è un po’ piovigginoso.

Al cimitero oggi non arriva nessuno, non ho molto da fare. Mi fermo davanti a una vecchia tomba che mi colpisce per le immagini scolorite dei volti ancora giovani. I loro occhi paiono vivi e prigionieri di un sepolcro abbandonato da decenni. Gli sguardi non sono rivolti ai fiori tristi, ai marmi desolati; sono fieri e magnetici, e mi seguono. I loro nomi sono veramente particolari: Eupilio e Fiordalice. Leggo le date: Eupilio nato nel 1880 e morto nel 1959 e Fiordalice nata nel 1882 e morta nel 1960. Rileggo. Non ho mangiato da ieri a pranzo, ho dormito poco e male e ho una gran confusione in testa. Così mi siedo accanto a loro, tiro fuori il panino e la nutella, e ne faccio dei pezzetti che puccio nel vasetto. E, intanto che mi gusto quel sapore, mi vedo bambina e immagino che Eupilio e Fiordalice siano i miei nonni, anzi fatti due conti, i miei bisnonni. Tanto io non so chi sono né i miei genitori né e i miei nonni. Poi questo nome, Vinicia, che mi hanno affibbiato le suore dell’orfanotrofio, ha qualcosa in comune con i loro nomi. Quanto è strano non avere parenti, neanche vecchi o lontani e… manco defunti. Nessuno in cui cercare somiglianze, nessuno a cui dare le colpe del carattere che mi ritrovo.
Proprio nessuno.
I genitori, che mi hanno abbandonata a due mesi, potrei andarli a cercare, ma a che scopo? I bisnonni sarebbero in ogni caso morti. Morti per morti, questi mi sono simpatici. E chi può dire che non siano veramente i miei bisnonni? Mia mamma… sì mia mamma, se mi ha abbandonata non avrà neanche capito chi era mio padre, figurati i bisnonni. Ho deciso, da oggi saranno i miei bisnonni, adotterò dei bisnonni… morti. Sempre meglio che non avere nessun parente, in fondo tante persone non hanno conosciuto i bisnonni.
Dunque dobbiamo conoscerci. Non c’è nessuno in giro, è il momento giusto, deve essere una cosa tra me e loro. Gli chiedo chi sono, mentre mi ingozzo di nutella con due dita perchè il pane è già finito.
 Noi  Mi risponde Eupilio con lo sguardo  eravamo la coppia più bella della città. L’invidia della gente ci aveva fatti diventare gelosi e sospettosi l’uno dell’altra. Tutti inventavano storie su di noi che hanno rovinato con i dubbi gli anni della nostra bellezza. Solo da vecchi ci siamo veramente amati, pur con la bellezza oramai sfiorita. Perciò abbiamo deciso insieme che avremmo voluto sulla tomba le nostre foto da giovani. Per amarci nella nostra bellezza per tutta l’eternità. 
Fiordalice non mi parla ma il suo sguardo, nell’immagine scolorita in bianco e nero, ora è a colori. Vedo i suoi occhi grigi d’un azzurro luminoso.
Bella storia. Talmente bella che mi convinco sia vera. Meritate dei fiori. Vado alla tomba di famiglia dei Mangianti-Farneti, quelli hanno sempre tanti fiori freschi. Arriva direttamente il fioraio, incaricato da parenti che non ho mai visto. E chi se ne accorge. Prendo dei fiori e anche un vasetto, lo riempio d’acqua alla fontana e lo appoggio sotto la croce arrugginita di Eupilio e Fiordalice. Pulisco tutto per bene, nel magazzino trovo anche un prodotto per togliere la ruggine alla croce. La tomba dei miei bisnonni deve essere bella.

Ma che cazzo sto facendo? Devo muovermi. Mi servono soldi per uscire da quel cazzo di appartamento con quella mezza zoccola. Una signora è salita sulla scala a pioli per portare i fiori nel loculo in alto ed ha appoggiato sulla panca la giacca e la borsa. La signora è vestita bene, sicuramente ha la carta di credito e qualche centinaio di euro. Devo agire. Non mi sono dimenticata come si fa. Avevo rubato di tutto, in quindici anni. Avevo cominciato con i trucchi, i profumi, poi gli orecchini, catenine, anelli. Bazzicavo il reparto cosmetici e bigiotteria dei grandi magazzini. Quando andava male, un omone mi prendeva per un orecchio e mi trascinava fuori. Come potevano avvertire i genitori, se neanche io so chi sono? E quando capivano che ero orfana parevano come perdonarmi con lo sguardo. Come se avessi già avuto prima la punizione per qualunque malefatta futura. E così capii che potevo continuare a rubare senza grossi rischi. Passai alle autoradio, in quegli anni erano molto richieste. E non rompevo i vetri con gran fracasso, come i miei coetanei maschi, io aprivo le serrature. Escluse quelle delle auto tedesche, come le Bmw e le Mercedes, le altre non avevano segreti, per me. Poi, rubavo qualunque cosa che aveva un valore, anche su richiesta: giacche di pelle in discoteca, telefonini. Negli ultimi anni mi ero specializzata nelle borse delle signore. Prendevo il portamonete e le abbandonavo subito dopo. Nei mercati, nei tram, e l’ultima a quella signora in motorino. Io ero a piedi, uno scippo al contrario; ho preteso troppo. Dopo la sua caduta mi hanno inseguita in gruppo. Otto, dieci: non avevo scampo.
E ora quella borsa lasciata a se stessa, è così facile…
Incrocio lo sguardo con Eupilio. E’ uno sguardo di rimprovero che parla con l’altra parte di me, quella che ho conosciuto in carcere. La convince ad abbandonare l’idea.

Mi accorgo di avere più relazioni con i miei morti e i loro ospiti che con le persone fuori. Non ho voluto ricominciare a frequentare gli amici di prima. A casa non si parla, io e Manuela evitiamo di incontrarci e i suoi post-it che mi avvertono di non entrare sono sempre più frequenti.
Devo parlarle per l’ultima volta… Esco, mi fermo al distributore automatico di sigarette senza scendere dal Ciao, le Camel Blue sono finite, facciamo Marlboro Oro, le stesse di Manuela, chissà che non mi veda un po’ simile a lei, e si decida a parlarmi.
Alle tre e mezza sono a casa. Lei non c’è. Vado in camera, il suo letto è sfatto, il mio è a posto perché dormo ancora sul divano. Annuso la coperta del mio letto, non sento odori particolari, ma mi rimane il dubbio che usi il mio letto, quando si porta a casa un uomo. Frugo nel cassetto del comodino, che sarebbe in comune, ma di cui si è appropriata lei. Gomme da masticare, aspirine, tre pacchi di fazzoletti di carta, orecchini d’oro bianco, un perizoma, dei preservativi senza scatola e un piccolo specchio rettangolare da trucco. Prendo lo specchio per guardarmi, ho gli occhi arrossati per l’aria in motorino. Noto della polvere bianca fine sui bordi scuri dello specchio. Mi avvicino, appoggio il dito poi la assaggio con la punta della lingua. Capisco a cosa le servono tanti soldi. Mi sforzo di deglutire la saliva amara per sciogliere il nodo che mi blocca la gola.
Sento il rumore della chiave nella serratura, le vado incontro. Ha dei jeans bianchi ricamati, una maglietta molto scollata, il viso ben truccato, i capelli sistemati; l’opposto del mio look.
 Io e te dobbiamo parlare.
 Non adesso Vinicia.  Mi risponde senza guardarmi, mentre toglie la mia coperta dal divano.
 Adesso, Manuela.
 Parliamo, sì, ma più tardi.
 Stai facendo casino con la tua vita. Ma quella è tua. Non puoi incasinare anche al mia. Adesso che sto cercando di metterla sui binari giusti.
Continua a sistemare le cose in cucina e non mi guarda. Mi avvicino, l’afferro alle spalle per costringerla a girarsi verso di me.
 E guardami!  Le grido.
Manuela mi guarda con gli occhi rassegnati. In quell’istante suona il campanello.
 Te l’ho detto che non è il momento. Sto aspettando un amico.
 Amico per mezz’ora, o per un’ora?
 Per favore ne parliamo dopo.
 Vaffanculo Manu! Dopo, guardati in faccia per un minuto intero, se ci riesci.  Esco, sbattendo la porta. Sulla scala incontro un signore grasso e sudato che sale. Non provo più il senso di nausea dell’altra volta, solo una gran rabbia. Che smorzo con una birra media e due Marlboro, seduta nel bar dietro il condominio. Un cliente appoggiato al banco sorseggia un prosecco e appoggia su di me il suo sguardo pesante.
 Che cazzo vuoi?  Gli dico, poi mi alzo e me ne vado prima che abbia il tempo di rispondermi.
Mezz’ora dopo mi chiama Manuela. Lascio suonare e non rispondo. Mi messaggia: Mi dispiace, torna e parliamo. TVB.
Torno da lei e vuota il sacco. Si giustifica dicendo che usa la coca solo per riuscire a sorridere quando fa sesso con i clienti. Mi dice che ha intenzione di smettere, mi racconta di un tipo, insegnante – una gran brava persona – che vive con l’anziana madre e avrebbe perso la testa per lei… è solo questione di un po’ di tempo e:  Hop, un salto a piedi pari e vedrai che sarò la signora più riverita di piazza Navona… - mi rassicura Manuela con un’aria così convinta da farmi pensare che debba convincere me. Mi lascia libera di scegliere, se rimanere lì o andare in un altro appartamento. La guardo con gli occhi buoni e non dico nulla. Seguono trenta secondi di silenzio pesante. E’ il peso delle sensazioni che ci siamo trasmessi in trenta secondi di sguardi negli occhi.
Si alza per chiudere il rubinetto che sgocciola. Lo stringe con entrambe le mani, come se non dovesse più riaprirlo, come se le gocce uscissero dalla sua vita.
Poi mi propone di lasciarmi l’appartamento, ne cercerebbe un altro lei. Io non so cosa dirle. Capisco che ha buone intenzioni, ma non mi convince. Ora so che non ha mai lavorato per più di qualche mese di fila, ama il lusso, i gioielli, ama tutto quello che non può permettersi. E’ una sua fissa. Prima di spacciare aveva tutto quel che voleva da un uomo molto ricco di cui era l’amante. Ma un bel giorno lui ha deciso di sostituirla…. E per mantenere lo stesso stile di vita, non ha trovato di meglio che spacciare pasticche e coca fuori dalle discoteche.

I giorni successivi l’unico rapporto che mi fa vivere delle sensazioni buone è quello con i miei supernonni adottivi. Forse è una fuga per non pensare alla mia vita di merda. Comunque il loro sguardo sereno mi tiene compagna. A volte mi manca, così torno a pulire davanti a loro solo per fissare nella mia mente l’immagine di serenità che mi comunicano. Le uniche brave persone che ho conosciuto sono loro. Morte, ma meglio di tanti vivi.
Mi viene naturale parlargli:  Come va Eupilio? Cosa ti ha preparato a colazione Fiordalice … o lassù non si mangia più?  poi attendo la risposta: un sussurro di fronde, un ticchettio, un riflesso sui loro occhi. Qualunque segno so che è una risposta. Ma stanno arrivando due signore, una con un bimbo in mano. Bisbiglio verso i visi dei miei avi un - SSST, facciamo silenzio, c’è gente e se ci sentono magari mi prendono per matta…- e ricomincio a vuotare i cestini dai resti delle candele appiccicate ai fiori secchi.

Col passare dei giorni ho trasformato la loro tomba. La croce ripulita dalla ruggine e verniciata color oro. A terra non c’è la base in marmo come nelle tombe più recenti. Così ho zappettato e concimato il terreno, poi ho seminato un prato di trifogli e dei crisantemi nella parte vicina alla croce. Ho creato un bordo di sassi colorati a colori vivaci che incorniciano il piccolo giardino. Ho ripulito il vetro delle foto incastonate nei decori della croce.

Oggi è il 10 novembre, il giorno del mio addio a Manuela.
Sono passati quasi otto mesi da quando siamo uscite dal carcere. La sua vita non è cambiata gran chè dai primi giorni. Però abbiamo imparato a convivere. Quando lei riceve i suoi amici, io sono fuori casa, abbiamo stabilito orari e regole, poi mi fa uno sconto sull’affitto: paga tre quarti lei e un quarto io. E un po’ mi dispiace lasciarla. Ma quella che mi è capitata è una di quelle opportunità a cui non devi dire di no. Mi trasferisco dalla famiglia Moscati, nella loro villa ai Parioli.

Due settimane fa, il giorno dell’anniversario della morte di Fiordalice, decido di comperare un mazzo di orchidee e rose rosse e le sistemo appoggiate alla croce della tomba. Le orchidee le lambiscono il viso ritratto. Qualche metro più a sinistra, distaccata di due posti c’è la tomba della bimba morta a un mese d’età. Proprio quel giorno rivedo i nonnini che tornano a farle visita. Mi vedono, mentre riordino il mazzo di fiori e accennano un saluto. Si fanno il segno della croce davanti all’immagine della piccola, poi tolgono da una sportina dei fiori recisi e li ripongono nei due vasetti di marmo bianco. Pregano per qualche minuto, poi vengono verso di me.
 La ricordo abbandonata da anni, quella tomba.  Commenta lui.
 Bella, è!  dico io.
 Lei è parente allora.
 Sono i miei bisnonni.  Dico con orgoglio.
 Ha sistemato lei così bene la tomba?
 Sì, la mia famiglia si trasferita a Milano e così nessuno se ne curava.
 Ma che brava ragazza è lei. I giovani della sua età non si curano certo dei morti, neppure se parenti stretti. Pensano solo a sè. La nostra unica bimba se fosse cresciuta e diventata donna … chissà…

E così via, un discorso dietro l’altro, gli ho raccontato la loro storia, così come l’avevo immaginata. Inventavo sul momento, per soddisfare ogni loro curiosità. Avevano notato e si erano chiesti perché quelle fotoricordo da giovani. Visto che Fiordalice era scomparsa a settantotto anni ed Eupilio a settantanove. La mia risposta e soprattutto come avevo abbellito la loro dimora, mi avevano fatto guadagnare tutta la loro stima.
Quando sono usciti, stavo spazzando dietro ad una cappella e li ho sentiti parlottare tra loro su di me, si chiedevano se Vinicia potesse fare al caso loro…
Boh… chi sono questi e cosa mi potrebbero proporre? mi sono chiesta. Nei giorni successivi mi sono informata e ho saputo che i nonnini sono i signori Moscati, lui è cavaliere del lavoro, lei è la moglie. Sono ricchi sfondati, non hanno figli e vivono in una villa ai Parioli.
Così, sempre con le occhiate di consenso di Eupilio, ho lucidato ben bene anche la tomba dei loro pianti, così minuscola che non mi è costata neppure molto sforzo.
E’ arrivato il 2 novembre, giorno dei morti, che per me è stato l’inizio della nuova vita…

Non ero in servizio, ho preso in prestito l’elegante cappotto nero dal guardaroba di Manuela, gli stivali lucidati, i capelli freschi di parrucchiera e un leggero trucco. Mi sono guardata allo specchio soddisfatta, ho riso tra me al pensiero che se volessi potrei rubare i clienti migliori a Manuela.
Poi sono andata al cimitero come tutti gli altri parenti. In tram, per non rovinare tutto il lavoro.

Il cimitero così affollato, pare una festa. Cerco di essere una visitatrice come tutti gli altri, mi basta distogliere il pensiero sul lavoro in più che mi avrebbe procurato quella folla.
I signori Moscati sono in compagnia di un ragazzotto, che mi presentano come Giacomino, nipote del fratello di lui. Se ne va poco dopo e restiamo noi tre, un pò appartati dalla massa delle persone che affollano le altre zone del cimitero.
Parliamo del tempo, del più e del meno, dei loro acciacchi. Poi un istante di silenzio e io dico che dovrei far ritorno per riordinare la casa. A questo punto mi fanno la proposta di andare ad assisterli e fare qualche lavoro di pulizia nella loro villa. A millecinquecento euro al mese, vitto e alloggio compresi. Mi sento colpita da un fulmine, ma un fulmine buono.
Penso in un istante al fatto che io, che avevo sempre vissuto giorno per giorno, in qualche mese mi ero inventata un passato, e da adesso, avrei anche un futuro. Come risposta mi viene l’impulso di abbracciarli.

Ora vivo in una casa fantastica ai Parioli. Va tutto bene, il lavoro è tranquillo, ho molto tempo libero, ma devo rimanere disponibile ad ogni bisogno dei signori Moscati. Ho pensato spesso a come sono stata brava a dare una così buona immagine di me. Mi sono chiesta quale cosa in particolare poteva averli colpiti, al di là della storia dei miei bisnonni.
Ieri, per caso, nella loro rubrica telefonica aperta alla lettera “S”, ho visto il numero di cellulare di Suor Carmela.

Dimenticavo: credo di piacere molto a Giacomino. Non che mi faccia impazzire quell’espressione fra il lesso e lo stupito che fa quando mi incontra. Ma è un così bravo ragazzo. In fondo rubare un cuore, non è un reato, anche se qualche volta fa molto più male dello scippo di una borsa.
Domani mattina porterò dei fiori nuovi a Fiordalice e le chiederò un parere su questa faccenda di cuore. Non lavorerò più vicino a loro, ma sono rimasta amica, e poi devo esser loro riconoscente…
Il Ciao bianco, l’ho portato con me, ma l’ho fatto verniciare di nero. Nella villa è tutto così bianco…

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Racconto/Fermata d’autobus

Giugno 22nd, 2010

di nicoletta carli
questo racconto ha ricevuto una menzione all’edizione 2010 del Noblè di Rablè per la prosa

La signora bionda con gli occhiali spessi tossiva. A brevi intervalli la sua mano si chiudeva a pugno in prossimità della bocca ed emetteva quel rantolo rauco estromettendo la sua fanghiglia bronchiale.

Laura era seduta composta nell’ultima fila, controllava la strada e i suoi tempi. Erano arrivati in prossimità delle scuole elementari, l’autobus iniziava a rallentare, cartelle colorate sfilavano ai bordi della strada, piccole mani salutavano tra sorrisi e grida. L’autobus si dirigeva ora fuori dal centro abitato, mancava ancora un chilometro alla sua fermata, si avviò cautamente a piccoli passi verso l’uscita, nessun contatto.

Da cinque anni aspettava sulla strada l’autobus per andare a lavorare. Alle sei e mezza, puntuale, la sua figura attendeva sotto la pensilina. La curvatura leggera del suo corpo era quasi inghiottita dal buio, se ne restava ferma in piedi stringendo al petto i suoi progetti arrotolati come sigari.
Un motorino era sfrecciato davanti all’ autobus , il conducente aveva premuto con vigore il freno, tutti all’interno avevano perso il controllo dei loro movimenti, il viso di Laura si era compresso contro la schiena di un ragazzo, il cellulare che teneva in mano le era scivolato a terra.
Lui l’aveva raccolto con estrema naturalezza porgendoglielo come se le donasse un fiore.
- Grazie, scusa -
Non le aveva risposto ma sorriso garbato.
Il conducente inveiva ancora contro il motorino scuotendo la testa come per liberarsi da un laccio.
La spia arancione aveva iniziato a lampeggiare; poco prima che l’autobus si fermasse il ragazzo aveva fatto un passo indietro e le aveva detto
- Prego -
aveva un forte accento dell’est.

In pochi minuti una decina di persone si erano diramate sulla strada, Laura aveva seguito per un istante la figura del ragazzo miscelarsi con altri giovani riuniti a cerchio, non sembravano avere fretta, si davano pacche sulle spalle e leggere gomitate, ridevano.
Erano le sette e mezza, forse riusciva a prendersi un caffè prima di entrare in studio.
Passò davanti al supermercato che aveva appena aperto, a terra vicino alle entrate, un senegalese stava distribuendo la sua mercanzia sopra un tappeto multicolore, si voltò verso di lei, abbozzò un saluto con la testa mentre arrotolava a spirale una cintura taroccata Gucci.
Non si era mai permessa un abito firmato, nemmeno nelle occasiono speciali. C’erano stati compleanni in cui aveva fantasticato su una frivolezza, aveva indugiato sulle vetrine, rivestendo il proprio corpo con la merce esposta.

Solo una volta era entrata. Le sue mani erano scivolate leggere sopra i tessuti, palpava la conquista del piacere, non aveva peso, si sentiva leggera, ma i prezzi dei cartellini erano barriere contro le sue possibilità d’acquisto.
Aveva perso suo padre quando era appena una ragazzina, da allora ogni cosa aveva perso il piacere del superfluo tutto si limava al necessario, solo l’indispensabile era consentito.
La casa con il cane era di fronte a lei, aumentò il passo e si strinse nel cappotto.
Le finestre erano sempre chiuse, serrate in totale diniego.
Il verde sfacciato della siepe segnalava l’arrivo. I rivoli della pianta lambivano il cemento fuori dal perimetro della casa, come ciocche di capelli. Il muro della facciata principale non aveva colore, era nudo, in esposizione.
Il manto chiazzato del cane era disteso all’interno del giardino, adagiato come una salma, mentre passava alzò di pochi centimetri il muso. I suoi occhi lattiginosi si fissarono su di lei, tirò dritto. Era già morto, quanti anni poteva avere quindici forse anche di più, erano anni che passava davanti alla casa e lui era sempre lì che aspettava di morire. La sua presenza odorava di muffa, di avariato. Non sopportava quel’ espressione condannata, quel vivere confinato in una specie di cimitero.
La casa era sempre deserta, abbandonata al suo ospite solitario. Non aveva mai visto nessuno in giro, eppure ogni tanto aveva registrato una bicicletta, degli stivali di gomma, un attrezzo per il giardino, presenze di vita.

Al Bar c’era Luigi , faceva il tirocinio in uno studio legale di fianco al suo.
- Buongiorno signorina Laura -
Nel saluto aveva innalzato il suo cappuccino come se fosse una coppa di champagne, una chiazza di liquido si era riversata sul pavimento, senza curarsene si era diretto verso di lei.
- Quando ti posso invitare a cena! Facciamo domani sera. Prenoto subito -
Riprovava la stessa battuta da mesi, con varianti quali
- Sono stra-impegnato ma trovo un buco per te! -
– Non chiamarmi troppo spesso che le altre sono gelose -
Non lo sopportava, la sua faccia divertita, la leggerezza con cui si intrometteva nella vita degli altri, senza peso, senza valutare le conseguenze.

Guardò l’orologio, otto e cinque, doveva andare.
Erano già tutti presenti, le quattro postazioni occupate da teste ricurve risucchiate dal monitor di fronte.
Elisa, la segretaria, alzò la testa e aprì la mano, un saluto delicato senza suono.
- Maurizio ha chiesto di te, lo chiamo e gli dico che sei arrivata -
Laura aveva ancora in mano i rotoli del progetto al quale stava lavorando, la consegna era per il fine settimana, aveva ancora qualche giorno per ultimare il tutto.
– Ha chiesto se puoi andare un attimo nel suo ufficio -
Maurizio era il socio più giovane dello studio, quando era stata assunta aveva fatto il colloquio con Sandro che invece era di una decina d’anni più grande.
Maurizio era un tipo che prendeva le distanze dandoti del tu. Citava frasi prese a prestito da altri, per cadenzare le sue opinioni personali, se ne stava in cattività nel suo largo ufficio, senza contaminarsi con i suoi dipendenti.

- Buongiorno Laura, come stai tutto bene? Posso offrirti un caffè?
- No grazie l’ho già preso al Bar -
- Volevo sapere lo stato di avanzamento del progetto della ristrutturazione della Villa Landi, ieri l’ho sentito per telefono e mi ha chiesto….

Mentre le parlava trafficava con un cassetto della scrivania, non l’aveva quasi guardata in viso, aveva pescato un fascicolo di fogli disordinati e li livellava con caparbietà sul tavolo.
Era sempre a disagio quando si trovava di fronte a lui. Il suo ego era appeso ai quadri nelle pareti con la sua faccia sorridente che presenziava ad alcuni eventi. Diversi souvenir di viaggi sparsi sui mobili, lo sfondo del personal computer con la sua famiglia al mare, una tavola da windsurf con disegni tribali appoggiata vicino alla porta.
- Sapevo che il termine di consegna era fissato per lunedì prossimo -
- Si ma ha premura di vedere gli sviluppi quindi se non è un problema entro domani dovremmo esporgli l’avanzamento dei lavori -
Anche quella sera avrebbe dovuto lavorarci sopra fino a tardi.
- Bene allora domani mattina ci fermiamo mezz’oretta insieme per vedere il tutto, grazie -

Alle sei e mezza passava l’autobus del rientro. Era in ritardo, aumentò il passo.
Alle sette sua madre iniziava il suo secondo lavoro come cassiera in un cinema, non si incontravano quasi mai, a volte capitava che le lasciasse qualcosa da riscaldare di fianco al microonde, a volte no.
La casa del cane era già avvolta nella penombra, senza nessuna luce.
Il giardino era vuoto, un secchio rovesciato era l’unica presenza. Il cane era in piedi vicino ai gradini della porta, le zampe incerte sembravano oscillare, il pelo corto era leggermente scosso dal vento.
Non rimaneva mai occultato dietro un riparo, restava visibile nella sua devastazione come un sacrificio. Sperava sempre di non vederlo, ma la vista lo catturava sempre, esposto al macello degli sguardi. Non c’erano ossa a terra a segnalare una qualsiasi funzione vitale, forse non si cibava da giorni.

Anche suo padre aveva smesso di mangiare gli ultimi giorni della malattia.
L’infermiera cercava di imboccarlo ma il liquido gli scivolava dalla bocca giù per il collo. I suoi occhi senza speranza vigilavano intorno a sé, lei rimaneva in disparte, la sua vitalità si opponeva a quella mattanza.
Aveva voluto rimanere nel suo letto, in ospedale avrebbe avuto maggiore assistenza e loro non sarebbero state prigioniere della sua sofferenza, ma suo padre era rimasto a casa. I passi erano diventati leggeri, le parole quasi sussurrate, era rispetto davanti alla sofferenza, di fronte a qualcuno che vuole osservare senza essere osservato.

Non provava pietà né compassione, era un vecchio cane arrivato al capolinea, era stato fortunato a non crepare prima sotto un auto o sbavare schiuma per aver ingerito qualche veleno. Non sopportava il suo martirio pubblico, quello sguardo carico di disperazione compressa senza speranza.
Era passata veloce, lui l’aveva seguita con la testa, poi si era adagiato al suolo.

Sette e cinque del mattino l’autobus era in ritardo, aveva dormito solo tre ore, l’aria fredda cercava di aderire alla pelle rimasta scoperta.
La donna con gli occhiali spessi era pressata tra un uomo sulla settantina e una ragazzo con ipod si stringeva nel suo corpo come una crisalide.
Laura punteggiava il percorso con l’orologio, il ritardo aumentava ad ogni semaforo rosso.
All’uscita della sua fermata c’era stato un gran brusio, una signora aveva avuto una piccola storta nello scendere e si era ritrovata a terra con la sottana a scacchi rossi e verde sollevata sopra le cosce bianche come albume. Un signore l’aveva aiutata ad alzarsi e lei continuava a ringraziarlo con le gote avvampate dal calore della vergogna.
Passò rapida di fianco alla casa, il cane non c’era.
Si sentì sollevata per avere evitato quel confronto.

Erano quasi le sette di sera quando Laura lasciò lo studio. Il buio era calato su ogni cosa, il prossimo autobus sarebbe passato alle sette e quaranta.

Maurizio non era stato soddisfatto di alcune soluzioni adottate per il casolare da ristrutturare, tutta la giornata era stata china sul progetto a riformulare alcuni passaggi, non aveva pranzato, la mattina seguente avrebbero ricontrollato i cambiamenti e forse se ne sarebbero aggiunti altri.

L’Autobus era perso, non aveva fretta di raggiungere la fermata, era stanca.

Per la prima volta non si rese nemmeno conto di essere arrivata di fianco alla casa del cane, il giardino dormiva nella sua immutata solitudine.
Cercava nella semi oscurità il brillare dei suoi occhi, il sibilo laconico della sua voce. La sera aveva cancellato ogni contorno conosciuto, i profili si confondevano gli uni agli altri.
Quando suo padre se ne era andato aveva provato un senso di liberazione, l’odore di incenso della chiesa l’aveva quasi fatta vomitare, era la consegna alla morte.
La sua morte le ridonava la sua voce senza filtri, la musica nello stereo, le risate delle amiche nella camera, i vestiti accesi, colori e profumi.
Poi tutto era cambiato.

Il cane non c’era, per tutti i giorni successivi sarebbe rimasto di lui solo una ciotola vuota.

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Racconto/Fuso orario

Giugno 22nd, 2010

di lorena casadei

Questo racconto ha vinto il Noblè di Rablè per la prosa, edizione 2010

Le stelle tessevano una coperta che avvolgeva la notte. Il silenzio era mosso dallo sciabordio delle onde sullo scafo.

Barrett si godeva la solitudine. Le mani scivolavano lente sul timone della sua barca a vela.

A solo poche miglia dai divertimenti della città, il mare ritornava silenzioso come doveva esserlo mezzo secolo prima. Un tramonto a Auckland era uno dei piaceri che aveva continuato a concedersi dopo il suo ingresso nel dorato e noioso mondo della pensione. Per una volta niente bar di tendenza e musica, ma solo relax e il mare incantato della Nuova Zelanda. Dall’altra parte un panorama di profili di isole e vulcani e rocce.

La sua vita aveva ripreso ritmi calmi. Ogni volta che usciva scopriva un piccolo paradiso notturno.

Le luci della città si avvicinavano. Aveva deciso di rientrare in porto.

L’ingegnere si svegliò con il profumo del mare nelle narici. Interessante, osservò, visto che si trovava in pieno centro a Londra. Si passò una mano sulla testa lucida e si guardò attorno.

Doveva completare il trasloco. Sarebbe partito per Roma il giorno dopo e aveva ancora due valigie da preparare.

L’ingegnere era una persona metodica. Andava a dormire presto, e non ricordava mai nulla delle sue notti. La sua vita era un equilibrio perfetto: 12 ore di attività e 12 ore di vuoto.

Dietro il suo aspetto anonimo si nascondeva un tecnico ricercato. Le sue parcelle erano considerevolmente aumentate nel corso degli anni, di pari passo con una crescente avversione per il genere umano.

L’ingegnere immetteva nel suo lavoro un flusso tale di energia da risultare a molti irritante. Più montava la tensione, più si accavallavano le cose da fare, più erano ingarbugliati i problemi, e più lui riusciva a trovare la soluzione, a scoprire il nesso sconosciuto per altri.

Spesso succedeva che mentre il gruppo di lavoro istintivamente rallentava, lui aumentava il ritmo e abbandonava gli altri senza guardarsi indietro.

Parlava correntemente diverse lingue, tra cui l’italiano. Perciò non gli fu difficile accettare la proposta di una multinazionale americana che doveva riorganizzare la propria sede a Roma. Si trattava di una sola ora di differenza di fuso orario.

Sull’aereo, per non arrendersi ad una improbabile conversazione con il vicino, si immerse nella lettura della rivista di bordo. Si lasciò attrarre da un articolo sulla Nuova Zelanda e dalle immagini di pecore e balene, di vulcani, grotte e kiwi rossi. Sentì che le luci di Auckland, i colori intensi delle foreste, la prepotenza dei geyser, gli appartenevano. Sarebbe stata la sua prossima meta, a 12 ore di fuso orario da Londra. L’equilibrio era perfetto: mezzo giro esatto del globo coincideva, a rovescio, con i suoi ritmi di vita. Si addormentò e atterrò a Roma.

Dopo due settimane, l’ingegnere si sentiva ancora estraneo alla città. La sua abitazione era incastonata in uno dei palazzi centenari affacciati sul Colosseo. Ma questo non attutiva il suo malessere.

La differenza di un’ora del fuso orario continuava a dargli fastidio. Si sentiva stanco, affaticato, strano. Andava a letto presto e si svegliava la mattina dopo ancora stanco.

Si sentiva vecchio.

«  E’ una sola ora » si ripeteva, ma sembrava che non riuscisse più a riprendere il ritmo. Quel fine settimana, dopo essere rientrato dall’ufficio, si rivestì e decise di uscire. Era ancora giorno.

Si incamminò per le vie del centro. La città era ubriaca di gente e di colori. Si fermò all’ingresso di una mostra. Attraverso la porta a vetri, vide un quadro appeso alla parete centrale. Era una tela del pittore neozelandese Goldie, che raffigurava la testa tatuata di un vecchio Maori. L’ingegnere non amava la pittura né l’arte in genere.

Osservò nuovamente il quadro. Dove l’aveva visto ancora? Come sapeva il nome dell’autore?

Rientrò a casa stanco e si mise subito a letto.

Barrett si apprestò ad uscire in barca. Dopo essere passato a ritirare un libro dall’Istituto d’Arte, dove manteneva rapporti di consulenza, si fermò al porto. Avrebbe fatto un po’ di manutenzione allo scafo.

Il GPS richiamò la sua attenzione con un lamento. Aveva smesso di funzionare la sera prima. Trovare un tecnico disponibile sarebbe stata un’impresa e dunque Barrett, che non amava affatto gli apparecchi elettronici, si impose di ripararlo lui stesso.

Barrett era goffo in tutto ciò che non riguardava l’arte, ma non ebbe alcuna remora ad aprire l’apparecchio. Riconobbe il circuito, spostò con delicatezza un cavetto, ruotò una testina. Il GPS era tornato a vivere. Non sapeva come avesse fatto. Non ci pensò. Sistemò i suoi capelli bianchi di ragazzo dietro le orecchie e uscì in mare.

Quando vide Auckland accendersi, sentì che aveva bisogno della terraferma. Gli venne voglia di far parte del mondo. Rientrò in porto e cedette ai piaceri della notte.

La mattina seguente un filo di luce entrò dalla finestra e gli colpì gli occhi con ferocia. L’ingegnere sentì in bocca il sapore amaro di una ubriacatura.

Chiuse gli occhi e rivide il quadro del giorno prima. Era come se lo avesse riconosciuto. Segni non più nascosti ma incomprensibili. Perché soffriva i postumi di una sbornia?  Percepiva qualcosa di sfuocato e inquietante.

Si premette una mano sulla fronte, come per scacciare il mal di testa. Stava cedendo alla tristezza. Aveva la tendenza a compiangere se stesso.

Rimpianse lo sgabuzzino delle scope nel suo appartamento a Londra. Era il nascondiglio dove trovava conforto alla melanconia, quando arrivava improvvisa. Le scope in realtà non c’erano, ma dovevano esserci state una volta. Era un sottoscala, chiuso da una cornice di legno con un vetro opaco al centro. C’era una semplice scrivania di legno ed una seggiola impagliata. Sopra un ripiano era ricavata una finestrella che dava sulla cucina, da cui entrava la luce.

Lì si rifugiava, lì trovava le idee, lì si ricomponeva quando era a pezzi.

Andò al lavoro senza alcun entusiasmo.

Barrett si svegliò di soprassalto. Aveva dimenticato il libro in macchina. Scese dal letto. Poi si fermò. Lui non possedeva un’automobile.

Sentì che stava vivendo qualcosa di anomalo. Percepiva la spiegazione ma quando sembrava essersene appropriato gli sfuggiva, come sabbia bianca finissima tra le dita. Non riusciva a trattenerla, eppure alcune tracce di granelli ne dimostravano il passaggio.

L’ingegnere rientrò stanchissimo, come se non avesse dormito tutta la notte.  Aveva parcheggiato l’auto in garage, senza essere riuscito a centrare le strisce bianche. Aveva bisogno di capire. Ascoltò con apprensione il parere del suo analista a Londra. Era senz’altro affetto da sindrome del fuso orario: stordimento generale anche per parecchio tempo dopo un viaggio aereo. Disturbi più pronunciati quando si fa rotta verso est.

L’ingegnere non era convinto, ma la stanchezza prevalse sui dubbi.

Barrett si sentiva sdoppiato. Tutto finiva nella sua memoria, inascoltato. Un elemento sopra l’altro, lasciato lì, ignorato, a marcire. Una sorta di compostaggio dei pensieri.

Era stato un professore universitario con la rara dote della creatività. L’abilità nel comprendere, raggiunta per avere molto osservato e studiato, era uno dei suoi punti fermi. E ora si stava sgretolando di fronte all’incapacità di decifrare segnali che ritornavano con sempre maggiore frequenza.

Inalò l’aria fresca della notte. Era un altro uomo, travestito da navigante? Doveva separare il sogno dalla vita.

Sciolse gli ormeggi e uscì in mare.

Si svegliò ancora una volta con il profumo di mare nelle narici. Si passò un dito sulla lingua, era salato. Tolse un’alga dal pigiama. Si sentì impotente.

Si vestì senza guardare cosa stesse indossando.

Come uno stantuffo, i pensieri affondavano e riaffioravano. Barrett sapeva che per estrarre materiali preziosi, la trivella doveva andare sotto la superficie. Nella sua analisi, ogni affondo era un dolore.

Era notte inoltrata. Non volle interrompere la  navigazione. In mare aperto si sentiva bene, ma quella sera il mare era mosso. Lui stesso tremava.

L’ingegnere si incamminò nervoso verso il garage. La valigetta dondolava senza ritmo. Sentì il rumore di una motocicletta che lo affiancò. Istintivamente strinse le dita con forza. Gli strapparono la borsa con un movimento deciso, spingendolo in avanti. Venne catapultato sul palo della luce dall’altra parte della strada. Batté la fronte.

Al passaggio di un’onda più forte, il corpo di Barrett beccheggiò e ondeggiò, come se lui stesso fosse una barca senza timone.

Si aggrappò ad una cima inesistente, poi si arrese ai flutti dei suoi pensieri. Ogni salvataggio era impossibile. Si abbandonò, si afflosciò. Il rollio dello scafo sganciò il boma, che lo colpì alla testa. Cadde all’indietro sul ponte.

Lo scafo luccicava alla luna.

L’ingegnere rimbalzò e inciampò sull’acciottolato. Cadde a faccia in giù, lasciando sul palo una scia di saliva. La faccia a terra, sentì odore di erba e di terra coltivata. Udì un flebile sottofondo di belati. Vide da lontano il porto, il suo mare, la sua barca a vela ancorata in rada. Respirò lentamente l’ultimo respiro.

Barrett venne issato a bordo da un piccolo motoscafo. Quando arrivarono in porto respirava con affanno. Mentre lo caricavano sul lettino dell’autoambulanza vide il cielo terso. Troppo calmo. Abbandonò il capo verso il finestrino. L’ultima cosa che vide fu un angolo di Colosseo che si allontanava lento, illuminato da un sole obliquo.

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ParoleSuImmagini/Der Graue un Die Kunste

Maggio 8th, 2010
di lorena casadei
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Der Graue und Die Kuste – Paul Klee

Dettagli
Giganti pesci rapaci, come aquile scese in picchiata sul mare, hanno già mangiato tutto il mio corpo.
Sputato i brandelli indigesti, fatto pulizia delle mie ossa. Mi resta solo il viso, che ora è stato appena infilzato dal naso a punta tagliente del primo pesce predatore. E’ la fine.
Il mio occhio sinistro se lo è già ingurgitato il pesce-uccello più grosso, quello più affamato. Per lui è stato una leccornia, per me una dolorosa agonia. E’ la fine.
Mi resta solo il pensiero che di tutto me sarà fatta attenta pulizia, e neppure un briciolo di schifosi brandelli di carne morta insozzerà questo mare meraviglioso.

Accarezzare
Pietà. Si, ho pietà di voi. Mentre un brivido di freddo sale lungo il mio collo e arriva al cervello (sono le uniche parti rimaste vive di me) ecco io riesco a provare pietà.
Per voi, poveri predatori con la pelle lucida, costretti a mangiare esseri come me per sopravvivere.
Vorrei rassicurarvi, con una carezza, darvi speranza sul vostro futuro. Ma non ne avrete. Quando quelli come me saranno finiti, morirete di fame.
E neanche una mano per accarezzarvi.
Premere
Quando mi avete assalito ho sentito su di me abbattersi con forza tutto il vostro rancore.
Un branco di pesci assassini sopra di me, che premeva sul mio corpo. Il dolore all’inizio è stato straziante. Poi, prima che incominciaste a sbranarmi, ho chiuso gli occhi e ho sentito.
Le mie ossa, in tutta la loro lunghezza, la mia pancia molle e grassa. Ho capito per la prima volta che avevo un corpo, e che di questo corpo mi ero completamente dimenticato.
Quando avete incominciato ad addentare le mie carni, ho sentito il petto, i muscoli delle braccia, ho riconosciuto le cosce e i fianchi.
Ho visto il filo rosso di sangue ingrossarsi e macchiare il colore dell’acqua e sono stato orgoglioso di creare arte prima della morte.
Anche le mie natiche flaccide avevano finalmente un senso.

Accoglienza
Il destino doveva compiersi. Ora lo capisco.
Mentre piluccate le mie ultime ossa voi ridete. Il dolore si affievolisce e lascia il posto ad una rassegnazione liberatoria. Il destino si deve compiere.
Ora sorrido anch’io. Capisco perché la mia morte avverrà in questo gigantesco liquido amniotico. Era così che doveva andare.
Chiudo l’ultimo occhio rimasto e aspetto che finiate di piluccare quello che resta di me.
Poi continuate a pulire tutto, non lasciate niente.
Io mi sento già raccolto nel grembo di mia madre. Ascolto le mie sensazioni. La dolcezza mi avvolge assieme alle carezze delle onde.
Madre mia accoglimi.

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Racconto/Replacement

Maggio 8th, 2010

di lorena casadei

«Ancora qui?» La domanda gli sfuggì assieme ad una nota di fastidio. Inforcò gli occhiali e osservò con attenzione.
L’uomo era entrato di corsa nel grande salone luminoso, aveva strappato il biglietto dalla macchinetta distributrice e, senza neppure guardare il numero progressivo, si era diretto verso di lui. Avanzava a passo lento, non mostrava alcuna esitazione.
L’impiegato lo aveva riconosciuto dal fisico imponente. Era la terza volta che si presentava allo sportello sostituzioni, nel giro di pochi mesi.
Il signor Raimondi era un bambinone dal fisico possente. Indossava con morbida eleganza un completo blu notte, illuminato da una cravatta lilla. Il naso di grandi dimensioni era reso marginale dalla dolcezza dello sguardo, che dava al suo viso un’espressione delicata. I capelli corti appena ondulati riuscivano a stento ad attenuare una indiscutibile virilità. Le signore in fila agli sportelli si voltarono al suo passaggio, gli sguardi si soffermarono su di lui per alcuni secondi.
Camminando, l’uomo teneva la testa sollevata, lo sguardo fisso sull’insegna sopra l’ufficio. Ne sembrava ipnotizzato. Vi erano disegnate cinque stelle che sovrastavano un mappamondo, collegate da un raggio dorato alla grande scritta Replacement, il regno delle sostituzioni.
Molti gli avevano chiesto se l’ufficio facesse operazioni sostitutive anche all’estero. L’impiegato rispondeva come da copione che sì, certamente, la società non aveva confini. Ma in realtà non aveva mai visto nessuna transazione al di fuori del Paese.
Raimondi intanto si era fermato di fronte al vetro antisfondamento. Una sottile feritoia filtrava il passaggio delle parole. Raimondi aveva assunto un’aria preoccupata, come se si sentisse in colpa.
L’impiegato alzò la testa e finse di essere sorpreso. «Buongiorno signor Raimondi», lo salutò.
«Ehm, buongiorno», rispose Raimondi con una vocina flebile, in sfacciato contrasto con la sua corporatura. Una leggera bava gli scivolava al lato della bocca.
«Sono qui per… ehm…». Non continuò. L’impiegato gli risparmiò l’imbarazzo. «Si certo, ora cerco la pratica», disse in fretta. Raimondi non aveva percepito il tono sarcastico della sua voce.
Si spinse indietro sulla sedia girevole nella quale era sprofondato. La sedia, con un cigolio dolorante delle rotelle, andò a sbattere contro il mobiletto basso dietro di lui, dove erano impilate molte cartelle di diversi colori. L’impiegato si girò, e con sicurezza infilò una mano sotto la pila centrale. Tirò fuori una voluminosa cartella rossa.
La pratica Raimondi era facilmente riconoscibile. Era la cartella più rigonfia, piena di documenti, formulari e ricevute. Una volta estratta, la copertina rimase aperta, come una bocca affamata di altri moduli.
Anche Raimondi teneva ora la bocca aperta, gli occhi rivolti al cielo, in evidente imbarazzo. Si ricompose subito, non appena il dipendente tornò alla sua postazione.
L’impiegato si era nuovamente lasciato trasportare dalla sedia, spingendo i piedi e facendo leva sulle ginocchia che comprimevano il sedile. Si incastrò per bene fra la sedia e il tavolo, come se si sentisse più al sicuro, lasciando al busto appena lo spazio per respirare.
Osservò il groviglio di carte sparse sul tavolo, cercò il modulo giusto. Prese la penna, controllò che fosse aperta guardandola dal basso, temendo un inatteso schizzo di inchiostro, e diede il via alla liturgia delle domande.
«Come è successo?» iniziò. Raimondi non rispose.
«Lei ha l’obbligo come da contratto di fornire tutti i dati e i chiarimenti che le vengono richiesti, lo sa?» incalzò l’impiegato. Subito però si rese conto di avere sbagliato l’attacco. «Quanti fermi tecnici ha fatto?» proseguì in modo più pacato.
«Pochi, sono sempre uscito il sabato sera e tutti i fine settimana, senza problemi» balbettò Raimondi.
«Allora è stato durante le giornate lavorative?»
«Sì, penso di sì.» Raimondi pronunciò la frase con aria smarrita. «Il modello non ha retto allo stress, non è stata colpa mia, era troppo fragile. La carrozzeria era eccezionale, devo ammetterlo, ma…».
L’impiegato non gli prestava più attenzione. Le solite scuse, pensava, la verità era che Raimondi si ostinava a richiedere sempre lo stesso tipo. Non aveva ancora capito che quei modelli non facevano per lui.
«E’ stata in panne per diverso tempo, è vero, ma non volevo sostituirla» proseguì Raimondi mangiandosi le parole.
Esitò prima di continuare. Gli dispiaceva molto avere fallito. Gli occhi guardavano il nulla sul soffitto. «Mi ci ero affezionato, ma ora mi rendo conto che è necessario. Non riesco a tenerla più. La colpa è….». Incespicò sulle parole, perdendo il filo del discorso.
«Non voglio sapere di chi è la colpa» tagliò corto l’impiegato, interrompendo quel profluvio di parole. «Aveva fatto il test iniziale di compatibilità?» chiese poi meccanicamente barrando una casella sul modulo.
«Sì, cioè no, non lo so». Raimondi era confuso.
«Dove si trova ora?» chiese l’impiegato con malcelata insistenza.
«Di fuori, nell’area attesa. Non ha subìto danni. Solo non ha retto.» tornò a giustificarsi.
«E’ già il terzo modello che le sostituiamo nel giro di pochi mesi», osservò l’impiegato con freddezza. «La polizza ora sarà più costosa. Esiste un parametro minimo e lei lo sta superando con questa ulteriore richiesta, ne è consapevole? »
Raimondi annuì. Era ancora più impacciato. «La prima volta il modello era un po’ antiquato, poi me ne avete dato uno da competizione, ora mi servirebbe….» elencò.
«Per quanto la nostra sia un’organizzazione molto efficiente» recitò l’impiegato «non abbiamo a disposizione quello che lei richiede, e comunque non in questo momento. Il suo nominativo verrà inserito in banca dati. Le faremo sapere. »
«Ma io ne ho bisogno subito!» protestò Raimondi.
«Ho capito», mormorò l’impiegato con tono spazientito. Riprese in mano il modulo e cancellò la crocetta.
Una smorfia gli adombrò il viso. Avrebbe dovuto fare una segnalazione alla direzione. Cercò nello schedario, prese tempo. «Vediamo, questo potrebbe andare bene.»
Puntò su Raimondi uno sguardo tagliente. «Mi raccomando, questa volta stia più attento.» lo rimproverò. Non riusciva a capire come un uomo non privo di fascino come lui dovesse ricorrere all’ufficio replacement per trovare una compagna fissa.
«Un amore sostitutivo non è come un’auto di cortesia. E’ impegnativo, delicato, dovrebbe saperlo, va trattato con attenzione. Il mio ce l’ho da vent’anni e non mi ha mai dato problemi.». Gli strizzò l’occhio, cercando l’intesa.
Raimondi si irrigidì. L’impiegato allora si rifece professionale. «Ecco venga a ritirarlo domani» gli disse, passandogli il foglio sotto il vetro.
Abbassò la testa e batté con forza il timbro sull’angolo in fondo al foglio. Mentre guardava Raimondi allontanarsi, rimpianse i bei tempi in cui di sostitutivo c’erano solo le auto.
Archiviò la pratica nella cartella rossa.

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Racconto/Cronaca

Maggio 8th, 2010

di ettore tombesi

Basta essere un poco sinceri con se stessi per tuffarsi nella dolcezza. A me riesce facilmente, pensavo.

Avevo attraversato la piazza del mercato. Camminavo fra i passaggi affollati delle bancarelle disposte a pettine.
-I passeggini sono tremendi. Bloccano tutto. Ci vorrebbe la patente- Dissi a mio figlio.
Mia moglie era alle mie spalle e spesso si fermava. Guardava le “cose” per lui.
- Compera le mutande usate – Dissi.
Lei rise, ma lui non aveva voglia di scherzare. Nostro figlio era venuto con noi fino a Bologna perché voleva i pantaloni mimetici. Quelli della guerra, come dice lui. Li avevamo già visti dall’altra parte del mercato. Continuavamo ad aggirarci fra le bancarelle, per curiosare, ma lui non aveva voglia di camminare. La confusione continuava. Una donna araba, completamente nascosta dal burqa e con i guanti neri, si fermò fra noi e il passeggino di un’altra straniera. Iniziò fra loro un’accesa e incomprensibile discussione. Il vociare era diventato un fragore. Le onde sonore mi ferivano, si frangevano contro il mio sterno come onde fastidiose. Mi sentivo teso, posseduto da un’ansia di protezione verso i miei cari, come fossimo al mercato di chissà quale paese.
-Siamo gli unici italiani! Dissi.
- Quelli, papà, di che razza sono?- Chiese mio figlio, facendo un cenno con la testa.
- Cingalesi- Dissi.
I banchi del mercato carichi di mercanzie, sembravano fossero lì solo per loro. Ad un banco di maglieria italiana, e con i prezzi più alti di tutto il mercatino, l’ambulante parlava con cadenza bolognese. Era l’unico italiano, oltre a noi.
- Non possiamo saltare questa piazza. Non è certo la migliore, ma dopo Pasqua sono sicuro che si guadagnerà bene- Diceva alla proprietaria di una bancarella vicina.
Molti banchi erano gestiti da cinesi, altri da nord africani. Fuori dal reticolo delle bancarelle, verso l’esterno, il fragore delle voci si trasformava nel rumore della città. Auto, moto e giganteschi mezzi pubblici, coprivano le voci.
Tornammo al banco dei pantaloni mimetici. Il cielo si era fatto più basso e grigio. La temperatura era scesa per il vento di tramontana ed il parchimetro sarebbe scattato da lì a poco. Con i pantaloni di mio figlio nel sacchetto di plastica, decisi che era ora di tornare all’auto.
Sbucai dietro una serie di banchi, proprio di fronte al musicista. Era una musica dolce, quella che si diffondeva nell’aria. Prima non c’era. Se ne stava fra le bancarelle del mercato, defilato rispetto al grande passeggio. Era un giovane di colore e il suo viso era lucido. Cantava accompagnandosi con la chitarra. Dallo sgabello su cui se ne stava seduto sbucava un aggeggio elettronico che amplificava il suono e la voce. Si sentiva anche la base musicale registrata. Ci suonava e ci cantava sopra. Si dice così, ci canta sopra. Faceva solo due accordi. Per tutto il tempo in cui l’ho ascoltato, ha suonato solo due accordi. Aveva i capelli vaporosi e raccolti a boccoli, ma non come i rasta. Cantava in inglese, ma le parole non sono importanti. La dolcezza della sua voce prendeva il cuore di chi lo ascoltava. Lo lucidava. Penso che non occorra essere un esperto di musica per capire che ci sapeva fare. Chiude gli occhi e sussurra. All’inizio del vialetto che porta ai giardini, la chitarra e la sua voce si sovrapponevano agli altri suoni. Non, per il volume, ma per la loro delicatezza.
- Sentite che dolcezza!- Dissi.
Il giovane ci guardò e poi richiuse gli occhi e tornò alla sua canzone. Sembrava cantasse ad un concerto, di fronte ad una enorme platea. Ci metteva passione.
- Hai un euro?- Chiesi a mia moglie.
Misi il soldo sul rivestimento di stoffa rossa della custodia della chitarra. Era appoggiata a terra, aperta come una conchiglia o come un fiore rosso e maturo. Feci delicatamente. Altre volte ho dato del danaro a suonatori ambulanti ma, questa volta, ho fatto di tutto per non disturbare l’artista. Avrei voluto essere trasparente, ma lui si accorse e fece un cenno di soddisfazione.
Il suo viso era soddisfatto. Non come se avesse appena firmato un contratto con una casa discografica, certo, ma era chiaro che per lui quella moneta valeva molto di più di un euro. Mi allontanai, camminando all’indietro, per rispetto e per non perdere nulla di quella dolcezza. Di quel fare, del suono.
Mia moglie e mio figlio già risalivano il vialetto dei giardini pubblici. Guardavano le ultime bancarelle di prodotti etnici, relegate alla periferia del mercato.
Un gruppo di giovani, saranno stati quattro o cinque, mi superò di corsa. Quando l’ultimo fu alla mia altezza, la musica tacque. Ci fu un rumore brusco. Il microfono cadde con un tonfo. Il musicista si piegò e cadde a terra. La chitarra si schiacciò sotto il suo peso. Si teneva il volto fra le mani e poi la bocca e cercò di rialzarsi e si mise sulle ginocchia. Teneva le mani sul volto, come stesse pregando alla maniera dei mussulmani.
Poi fece per dire qualcosa e alzò una mano in direzione del gruppo, che era fuggito.
Era un lamento, non un grido. Un lembo di carne, un triangolo di carne grande come un formaggino, spuntava della sua guancia, accanto ad una mano. Carne non più nera, come la pelle, o rossa o rosa come il sangue, ma un miscuglio di tutti questi colori. Il bianco dei denti ora era reso visibile dal taglio che lacerava il viso. Ora vedevo il bianco degli occhi che prima non avevo visto e il bianco della carne lacera che ancora non sanguinava. Smise di lamentarsi, si accovacciò meglio e pianse, dondolando sulle ginocchia. La base musicale, da sotto lo sgabello, continuava a suonare. Restai immobile. Risentivo il rumore che aveva fatto il microfono, cadendo a terra. Sembrava fosse stato amplificato e ora mi rimbombava nel cervello.
Alcune donne gridavano. Accorsero alcune persone, che dovevano essere amici suoi, e poi altri inseguirono i delinquenti per poi fermarsi contro il muro di persone che affollavano le vie del mercato.
Un bianco e un anziano di colore lo sollevarono da dov’era e lo fecero sedere sul suo sgabello. Gli parlavano e volevano vedere la ferita, ma lui non scostava le mani. Rimasi a guardare. Rimasi lì, a guardare, impietrito.
Era stato colpito con un oggetto che si era conficcato in un angolo del viso e lo aveva lacerato. Rimasi lì, fermo, ancora un attimo.
La chitarra era spaccata in due pezzi. Un giovane la appoggiò sulla custodia cercando di ridarle una forma, come fosse il corpo d’uomo in una bara.
Qualcuno spense l’accompagnamento musicale e vidi la luce rossa del led andarsene. L’amplificatore sembrò farmi l’occhiolino. Sembrava volesse dirmi che così vanno le cose. Che avrei ascoltato ancora una musica così dolce, ma non ora e non più lì.

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Racconto/La cannuccia

Aprile 26th, 2010

di selene contadini

C’era confusione. Incrociavo persone che se ne andavano e altre che, come me, arrivavano. Mi pentii di essere uscita, ma la temperatura adesso era più mite e avevo trovato il fresco che cercavo. Ero infelice per il caos creato dalla moltitudine e felice per l’aria dolce. Cercai un punto di equilibrio. Mi staccai dalla gente e andai a sedermi su una scalinata del paese.
C’era un concerto, da qualche parte.
Il brusio e la musica giungevano da lontano e creavano un sottofondo perfetto.
- Il fresco era piacevole – Me lo ripetei più volte, come se fosse una giusta ricompensa per la fatica di arrivare fin lì, e diedi l’addio a quella giornata di caldo afoso.
Di fronte a me c’era un grande parcheggio. Era vuoto, lo stavano ristrutturando. Pareva un lago di ghiaia che mi fece pensare al set cinematografico di un film postatomico.
Cercai con gli occhi un paesaggio più piacevole e osservai le case del borgo medioevale che facevano corona al parcheggio. Partivano dal basso e si alzavano verso la collina, dove il paese terminava con una chiesa e il campanile. Le case erano minute. Erano minute le loro porte e le loro finestre. Ma il parcheggio stava cambiando tutto e le case stesse si stavano trasformando. Alcune avevano già subito la trasformazione che stava avvenendo nel parcheggio. I segni del mutamento erano evidenti. Il portoncino di entrata di alcune era di legno levigato e opacizzato. I bagni, prima inesistenti, erano riconoscibili per le minuscole finestrine o piccoli oblò. Le pietre dei muri erano state ricoperte da intonaci colorati oppure lasciate a vista, ma curate. In altre invece lo stato di abbandono, l’umidità e il calore avevano spaccato il legno e causato profonde venature agli infissi. Le porte mostravano serrature un po’arrugginite e poco sicure. Sarebbe stato facile entrare e dare un’occhiata.
Alcuni gatti erano appollaiati vicino ai vasi di gerani. Le finestre avevano gli scuri verdi o marroni e molte erano spalancate. Qualche paesano se ne stava affacciato a guardare. Altri, forse, ascoltavano la musica standosene dentro casa, ma senza la curiosità di guardare fuori. Qualcuno guardava la tv ed era costretto a tenere alto il volume, per riuscire a sentire.
Anche i commenti dei paesani che passeggiavano erano riconoscibili. Erano contrastanti come l’aspetto delle loro case:
– Quando ci sono feste in paese non si vive più…
– Quando ci sono iniziative il paese rinasce. Ogni tanto è bello il rumore che porta una festa -.

In un angolo del parcheggio c’era una grossa gru gialla che sembrava dialogare con la parte alta del campanile sulla cui cima si apriva una finestra con due aperture.
- Campanile con bifore – Pensai e mi tornarono alla mente gli studi fatti a scuola.
Quando sollevai gli occhi per guardare il campanile e poi li riabbassai ebbi un piccolo capogiro.
I lavori in corso e il borgo creavano un miscuglio caotico di antico e moderno.

Nel parcheggio non c’era nessuno, solo un bambino vestito di rosso. Si era chinato a raccogliere una cannuccia di plastica, buttata da chissà chi. La rigirò fra le mani, pensando a cosa farne, poi prese una decisione. S’inginocchiò e la puntò a terra, ci soffiò dentro e si sollevarono piccole nuvole di polvere. I suoi vestiti rossi, pantaloncini e maglietta, contrastavano con il colore chiaro della ghiaia. Anche la luce giocò scherzi alla mia immaginazione. Il buio serale, il chiaro della ghiaia e il dissesto del parcheggio mi fecero pensare ad un paesaggio lunare.
Il bambino se ne stava solo, immobile. Quando soffiava, e la cannuccia non sollevava più polvere, si spostava per cercare nuovi mucchietti di ghiaia.
Proseguì il suo gioco a lungo o forse no; quando osservo qualcosa perdo la cognizione del tempo.
Il bambino era soddisfatto. I suoi genitori lo tenevano d’occhio senza disturbarlo.
Pensai che fosse contento perché aveva uno strumento per divertirsi e spazio a sua disposizione.
Non si guardava attorno. La festa non lo attirava e nemmeno lo disturbava. Era troppo piccolo per essere lì, da solo. Io invece ero grande e potevo stare lì, da sola. Ma in questo caso la differenza fra adulto e bambino non esisteva più, perché il suo gioco dava tranquillità a entrambi.
Soffiava e si fermava a contemplare le spirali di fumo. Mi chiesi cosa vedesse, in quelle nuvole di polvere. Nel chiarore livido dei lampioni l’effetto era magico: da quella scena reale passai alla fantasia e mi vennero in mente i cerchi imperfetti dei fumetti dove appaiono le parole dei personaggi.
Il bambino giocava con la cannuccia e io giocavo con i pensieri.
Poi, i genitori, seduti vicino a me, lo dovettero richiamare più volte prima che lui obbedisse, ma non si arrabbiarono. Sembrava che anche a loro piacesse quel rito, e fra un richiamo e l’altro le pause duravano qualche minuto, come se fossero in uno stato d’ipnosi che rendeva il tono della loro voce paziente:
- E’ ora di andare piccolo…-
- Si è fatto tardi…-
- Ancora qualche minuto…-
Infine se ne andarono tutti e tre. Il bambino teneva ben stretta la cannuccia. Dava la mano solo ad uno dei genitori. Le sue ginocchia e i suoi piedi nudi dentro ai sandali erano impolverati e avevano assunto lo stesso colore della ghiaia. Ogni tanto si voltava indietro.
Il piazzale ora era vuoto, come a teatro, quando lo spettacolo è finito.
In quel momento pensai alla memoria come ad un’unità di misura.

Quante cose ricordo della mia infanzia?
Sarei in grado di enumerarle?
Saprei sommarle e ricavarne un totale?
Quando sono io, a ricordare, cerco di descrivere un episodio. Quando sono gli altri, a farlo, ascolto attenta e penso che il ricordo è bello quando è condiviso.
Quando ho qualcuno con cui spartirlo trovo un complice che sa comprendere.
Mi piacerebbe che la vita fosse un raccoglitore di esperienze, da poter aprire e consultare, quando i ricordi mi sfuggono. Ma non è così. La memoria è un’altalena che da sola non parte. Ha bisogno di spinte per funzionare, e le piccole spinte che il mondo esterno può regalare sono le scene quotidiane e gli oggetti.
Quando la mente abbandona il presente e fa qualche passo indietro, spesso non riesco a mettere a fuoco un evento passato. Mi capita soprattutto con i volti. Quando i visi perdono i loro lineamenti sono gli oggetti che danno continuità alle storie passate. Numeri telefonici scritti su biglietti sparsi, i casi di omonimia, le vecchie scarpe e i vecchi vestiti che tolgo dagli armadi quando faccio pulizia.
Frugo nei cassetti per cercare una cosa e ne trovo un’altra. A volte i ricordi si affollano e si confondono come colori a tempera, se unisci il rosso e il bianco ne esce l’arancio. E non sono più certa della stagione in cui qualcosa è accaduto. Questa è la mia memoria.
Una cosa che insieme ritorna e sfugge…un continuo svanire di ciò che è stato veramente, che poi riappare modificato, non più reale ma veritiero.

Anche quella volta ero uscita di casa per fare una passeggiata. Ero andata in centro e mi ero infilata nelle piccole vie.
Vidi il negozio di un calzolaio. Il calzolaio indossava un grembiule marrone e stava lavorando dietro il banco, dove erano appoggiate scarpe spaiate da riparare. Batteva con un martello un chiodo sul tacco di uno stivale, che teneva fermo fra le cosce. Altri chiodi li teneva serrati tra le labbra.
All’interno del negozio, c’era una vecchia automobile rossa, una 600. Il rosso della carrozzeria brillava, come se fosse stata appena acquistata o appena lavata. Incastrata lì dentro, l’automobile sembrava di dimensioni più grandi rispetto a quelle reali. Era un gigante racchiuso in una piccola scatola .Una grande cosa dentro ad una piccola cosa.
Non riuscivo a staccarmi dalla vetrina. Il calzolaio alzò il viso. Mi guardò come se fosse abituato a vedere persone stupite, ferme lì davanti. Mosse la testa a destra e a sinistra per sgranchirsi il collo. I nostri sguardi si incrociarono e me ne andai scambiando un sorriso con lui.
Fu allora, proprio nell’attimo in cui ripresi a camminare, che vidi la mia immagine riflessa nel vetro e mi accorsi che non stonava con le cose che c’erano nel negozio: il bancone, il calzolaio, l’auto rossa. Era un insieme ordinato e perfetto e c’era posto anche per me.

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Racconto/Il biscotto mancante

Aprile 13th, 2010

di lorena casadei

Mancava un biscotto, ne era certo.
Il dottor Torrisi aveva preso il pacchetto dallo scaffale del supermercato, lo aveva appoggiato in fretta nel carrello della spesa e poi si era fermato. C’era qualcosa che non andava.
Guardò di nuovo la confezione colorata dei suoi biscotti preferiti, tondi, friabili, con molti cereali dentro. Sentiva che mancava un biscotto. Riprese in mano il tubo colorato con la carta lucida e crepitante. Lo rigirò, lo soppesò sollevando gli occhi, cercò l’indicazione del peso riportata sulla confezione. C’era scritto 250g. Dunque l’azienda produttrice non dichiarava alcuna variazione, ma questo non era sufficiente a convincere il dottor Torrisi. A lui non sfuggiva niente.
Fece una scommessa con se stesso. Teneva sempre una scorta di quei biscotti. Al suo rientro a casa avrebbe confrontato le due confezioni e avrebbe avuto la certezza che lo stavano imbrogliando.
Nessun altro si sarebbe accorto di una differenza così piccola, ma lui si. Aveva un intuito speciale per ogni piccola variazione intervenuta sugli oggetti sulle persone sugli ambienti. Lo accompagnava un fiuto particolare per tutto quello che subiva modifiche. Era sensibile a tutto ciò che non quadrava.
Un giorno il ragioniere gli aveva portato i bilanci aziendali da firmare. Sfogliando le pagine aveva notato un’incongruenza nello stato patrimoniale. Gli era bastato osservare la lunghezza delle cifre nelle colonne dell’attivo e del passivo per capire che il totale non era corretto. I numeri avevano un’armonia, e lui sapeva coglierla.
Aveva invitato l’impiegato a ricontrollare i dati. Sentì la sua esitazione e non gli diede il tempo di ribattere. “Verifichi l’errore e mi riporti il bilancio entro mezzora.” gli aveva ordinato. Dopo dieci minuti il ragioniere era ritornato, con le orecchie basse. Nelle sue mani c’era il bilancio corretto e nei suoi occhi l’interrogativo di come avesse fatto a capire l’errore senza usare la calcolatrice . “Era saltata una riga nella trascrizione” aveva farfugliato, ma il dottor Torrisi lo aveva zittito alzando una mano, mentre continuava a guardare i fogli. “Perfetto, la chiamerò più tardi” aveva annunciato svogliatamente, mentre ascoltava gli applausi del suo io che esultava dentro di sé. “Sei un genio” si ripeteva.
Proseguì lungo la corsia delle confetture controllando se tutto fosse allineato per bene, e non comprò altro. Era troppo arrabbiato.
Si fermò alla cassa, osservò la commessa e non riuscì a nascondere un’aria di rimprovero. Non tollerava di essere preso in giro. “Ve la farò vedere io” dichiarò dentro di sé, “dovreste controllare la merce che comprate”. Ma la commessa non aveva decifrato la rabbia del dottor Torrisi e batté lo scontrino in modo meccanico. Aveva tagliato i capelli di recente e li aveva tinti di rosso. Il dottor Torrisi riusciva a intravvedere alcuni fili bianchi. La commessa alzò la testa, gli passò il resto con un sorriso. “Grazie e buona giornata” lo salutò con gentilezza, ma il dottor Torrisi rimase impassibile. “Buongiorno” rispose secco.
All’uscita, appeso al vetro della porta scorrevole, un grande manifesto reclamizzava un ciclo di conferenze. Notò che i primi tre relatori avevano lo stesso nome di battesimo, Antonio. Incamerò un altro applauso a se stesso per il suo fine spirito di osservazione e si diresse verso l’ufficio.
Arrivò in tempo per la riunione sul bilancio, indetta dalla direzione generale per il primo pomeriggio.
Nella sala riunioni, perfettamente pulita, erano già tutti raccolti attorno al grande tavolo di cristallo. Il dottor Torrisi si sedette di fronte al direttore commerciale. Alla sua destra il consulente di direzione si stava sistemando la cravatta. Abbassò la testa spostando la sedia sotto il tavolo e vide che i pantaloni del consulente avevano l’orlo disfatto. Non era sposato, la madre era morta un mese prima e gli effetti cominciavano a notarsi.
Aprì la relazione del direttore commerciale e incominciò a leggere.
Non c’era una sola virgola a posto. Il dottor Torrisi immaginava il collega con un pugno chiuso sopra il testo a rovesciar virgole, così come si sparge il grana sopra i maccheroni. A caso, sperando di indovinare qualche posizione. Aveva una gran voglia di correggerlo e questo lo faceva diventare impaziente. Non riusciva a concentrarsi sull’argomento. Le virgole gli passavano davanti agli occhi, ridacchiando.
Sbatté le palpebre, come per togliersele di torno, poi aprì gli occhi di scatto. Erika, l’assistente del direttore commerciale, che aveva sempre tenuto gli occhi bassi porgendo le cartelline ai partecipanti, aveva gettato uno sguardo di intesa al presidente. Era durato un attimo, come il frullo d’ali di un colibrì, ma il dottor Torrisi lo aveva intercettato, e capito. Il direttore commerciale continuava a parlare. Gongolò dentro di sé, non gli sfuggiva niente. Avrebbe utilizzato quell’informazione quando fosse andato a trattare il cambio di mansione. Possedeva ormai un archivio di dati sensibili, anzi di gesti e azioni sensibili. Un patrimonio da fare invidia alle agenzie di spionaggio.
La riunione terminò. Il dottor Torrisi passò dall’ufficio del personale a ritirare la busta paga, poi entrò nella sua stanza e raccolse i fogli sparsi sulla scrivania, li inserì nella borsa assieme al bilancio e alla relazione. Infilò il rotolo dei biscotti nella tasca esterna e uscì.
Pensava a come capitalizzare la sua capacità.
All’ingresso dell’autostrada si erano già formate un paio di colonne. Le auto arrivavano veloci e procedevano a passo d’uomo. Doveva scegliere la fila giusta, non voleva perdere tempo. Passò in rassegna i modelli degli autoveicoli. Poi guardò le facce dei conducenti. Fece un rapido calcolo, tentennò un secondo, e si accodò alla fila di destra. Davanti a lui un tir precedeva tre auto di grossa cilindrata. La lunghezza complessiva era identica nelle due colonne, ma quando il tir passò, la sua auto raggiunse velocemente il casello. Si congratulò per la sua capacità di osservazione.
Corse in cucina. Sua moglie stava mettendo un piatto nel forno. La raggiunse, le circondò i fianchi con un braccio e le posò un bacio sulla guancia. Appoggiò la cartella in un angolo. Aprì la dispensa delle provviste. Canticchiando cercò il pacchetto di biscotti che aveva acquistato la settimana prima. Lo estrasse con attenzione, come fosse un delicato oggetto di cristallo. Lo appoggiò sulla tavola, dritto. Prese dalla cartella il pacchetto che aveva comprato al supermercato e lo mise di fianco all’altro. Sembravano due grattacieli in un plastico di Hong Kong. La bocca gli si allargò in un sorriso di compiacimento. Le torri gemelle biscottifere non avevano la stessa altezza.
Girò attorno al tavolo, abbassando la schiena come se scrutasse l’orizzonte, gli occhi ridotti a due fessure, senza staccare lo sguardo dai due piccoli tubi colorati. Quello che aveva appena comprato era più basso. Di pochi millimetri, ma più basso. Allungò la mano e prese la bilancia dei cibi. Pesò prima un pacco e poi l’altro. La posizione della levetta sembrava invariata. Le tacche dei grammi erano troppo larghe, incapaci di misurare una differenza così piccola. Ebbe un momento di smarrimento. Voleva raggiungere una certezza assoluta.
La moglie lo guardò con aria interrogativa.
Aprì la prima confezione e tolse i biscotti. Li contò, uno ad uno. Venticinque. I biscotti, friabili, lasciarono una scia di briciole sul tavolo. Sentì salire la tensione. Una goccia di sudore gli scivolò sulla guancia. Nella seconda confezione contò ventidue ventitre ventiquattro biscotti. Ventiquattro, esattamente uno in meno dell’altra.
Un lampo di soddisfazione gli illuminò il viso. Il suo fiuto era più preciso di una bilancia. Ancora una volta il suo senso estremo per i particolari aveva vinto. Si fece di nuovo i complimenti. A distanza di tempo aveva notato una differenza di pochi millimetri. Era imbattibile. Nulla gli sfuggiva. Era dotato di una capacità di osservazione non comune. Unica al mondo.
La moglie era rimasta tutto il tempo in silenzio.
Il dottor Torrisi raccolse i biscotti e li reinserì nelle relative confezioni. Con il sorriso fisso sulle labbra, si girò per rendere partecipe la moglie della sua vittoria, ma Elisa si era allontanata verso la camera da letto. Ora avrebbe potuto scrivere al servizio clienti dell’azienda produttrice, minacciando di rendere pubblica la frode se non gli avessero dato soddisfazione. Dovevano quantomeno ammettere che a lui non si poteva nascondere niente.
Tolse la busta paga dalla borsa e la archiviò nella cartella rossa sopra il ripiano a fianco della dispensa. “Chi ha aperto la mia cartella?” protestò. Aveva notato che la bolletta del telefono era inserita a rovescio. Lui teneva tutti i documenti in fila, con l’intestazione in alto. “Sono stata io” rispose stancamente la moglie dalla camera da letto, “ho dovuto controllare la scadenza prima di passare in banca.”
“Niente, non mi sfugge niente” canticchiò felice il dottor Torrisi con un ritornello appena inventato.
Uscì dalla cucina slacciandosi la cravatta. Rimase con la punta stretta in una mano, mentre con la destra tirava l’altra estremità. Sembrava essere stato colto nell’atto di impiccarsi. Elisa era ferma sulla porta della camera da letto, con la valigia in mano. Lo guardava immobile, con distacco.
Il dottor Torrisi deglutì, ma tenne lo sguardo su di lei.
“Cosa stai facendo?” le chiese, come se avesse paura di parlare. Silenzio. Rimasero immobili a studiarsi, in un fermo immagine lunghissimo. Elisa aspettava che lui pronunciasse altre parole, ma il dottor Torrisi era impietrito.
“Me ne vado” rispose lei e sollevò la valigia, prendendo il cappotto in mano. Lo scansò decisa, aprì la porta di casa e la richiuse alle spalle con un colpo secco.
Il dottor Torrisi si risvegliò. La seguì sul pianerottolo, stordito. Elisa aveva già raggiunto la seconda rampa di scale.
Sollevò la testa, aveva un sorriso triste. “Non ti amo più” rincarò, e ricominciò a scendere. “Non te ne eri accorto? “
L’eco della domanda rimbalzò nell’androne.

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