di claudio castellani
Discorso pronunciato in occasione del Noblè di Rablè edizione 2010
Viviamo un’epoca senza confini. Non un’epoca infinita, ma priva di confini.
Cadono i confini nazionali, sono cadute le cosiddette ideologie e con esse sono scomparsi anche in letteratura tutti gli ismi. Non ci sono più scuole, non ci sono più tendenze. Non c’è più romanticismo, idealismo, positivismo, realismo, naturalismo, decadentismo, espressionismo, psicologismo, minimalismo ed epicismo.
Sinceramente non so se questo è un bene o un male. Non lo so con la mente. Istintivamente, invece, credo che questa situazione anarchica, aperta, per alcuni aspetti desertica, abbia creato una situazione difficile, anche dolorosa, ma piena di opportunità. Non perché una situazione aperta e desertica disegni necessariamente uno spazio in cui le persone sono, o si sentono, più libere. Ma perché uno spazio vuoto costringe le persone a esporsi, a ricorrere alla propria creatività per inventarsi una direzione, un senso e una meta.
Possiamo perfino dire che l’epoca in cui viviamo è un’epoca ideale, da un punto di vista letterario. Se, come diceva Cecov, scopo del narratore non è stabilire soluzioni ma indicare dei problemi, bè, abitiamo un’epoca in cui è sufficiente che allunghiamo una mano perché ci troviamo impigliati tra le dita dubbi, incertezze, contraddizioni. Se scopo del narratore non è stabilire soluzioni ma indicare problemi, potremmo quasi dire che abitiamo un’epoca in cui allo scrittore piovono in testa racconti da tutte le parti. Potremmo paradossalmente dire che questa è per lo scrittore un’epoca felice.
Ma questo è, appunto, solo un paradosso. Per molti motivi. E’ difficile essere felici in un mondo privo di confini. Vivere in una realtà aperta è come abitare nella famosa casa di via dei matti numero zero, priva di tetto, di pavimenti e di pareti. I confini a volte soffocano, ma danno anche rifugio, protezione, senso di sicurezza. E’ difficile perché la felicità non è il nutrimento dello scrittore. Lo scrittore, ripeto, si nutre di problemi, non di soluzioni. E’ un vagabondo, un senza casa. Come diceva Gesù, gli uccelli hanno nidi, le volpi hanno tane, ma il figlio dell’uomo non ha una pietra su cui poggiare il capo. La felicità non è una cosa che riguardi lo scrittore. La felicità è una condizione sospesa e immobile, breve, in cui non ci sono e non ci possono essere ostacoli. La felicità non genera storie.
Eppure è vero che un narratore vuole sempre continuare a narrare e a rendere visibile ciò che è invisibile. Smettere di narrare è diventare ciechi, mentre il narratore si ostina a vedere anche al buio.
Non perché il narratore sia un super-eroe, qualcosa di speciale. Voglio leggervi il pensiero di uno scrittore sudafricano che si chiama Breyten Breytenbach. Dice:”L’importanza dello scrittore va ridimensionata. Noi non siamo maestri, profeti o eroi. Se tali vogliamo essere, occorre separare rigorosamente i ruoli. Dobbiamo accettare il fatto che il sogno non è una scienza e che ci limitiamo a influenzare una parte marginale della società”.
E’ proprio su questa marginalità che vorrei spendere due parole. Lo scrittore italiano non possiede punti di fuga. E’ prigioniero di un vicolo cieco. Non può scappare all’estero, come può fare un fotografo o un chimico. Il suo principale strumento di lavoro è la lingua. E l’italiano è una lingua parlata in un solo paese e per di più minuscolo, ai margini del mondo globalizzato. Come dire che il suo principale strumento di lavoro è la voce, ma una voce fioca, appena percettibile.
Eppure io credo che anche questa marginalità sia un’occasione. Come sapete, quest’anno Rablè ha cominciato a pubblicare dei libri. Tra pochi giorni uscirà un volume che raccoglie il lavoro di chi frequenta il Laboratorio di scrittura poetica. In fondo al volume apparirà una paginetta che vi voglio leggere. Dice così:
A volte sembra strano voler aggiungere altri libri al mondo. I numeri raccontano che ogni anno si pubblicano 60 mila libri nuovi e, di questi, il 60% non vende neppure una copia. Lo sfruttamento industriale della narrazione porta ad uno spreco di risorse e di intelligenze esattamente come lo sfruttamento industriale della terra crea, insieme alla sovrabbondanza di cibo, una fame endemica.
L’insopprimibile bisogno umano di narrare è diventato prigioniero della produzione di serie che ha creato un mercato anonimo, fatto di librerie ugualmente enormi, perfettamente identiche in tutte le parti del mondo. Un discorso analogo riguarda gli Autori. Il meccanismo anonimo di produzione e distribuzione libraria crea spesso narrazioni svincolate dai territori di appartenenza. O vincolate a luoghi globalizzati, perfettamente identici in tutte le parti del mondo.
Rablè IndieBook.it è una piccolissima casa editrice. Una piccola dimensione può garantire il nascere di una zona appartata dello scrivere. Può offrire un’opportunità per organizzare un nuovo rapporto con il pubblico, per dare voce ad una generazione di scrittori che non sia isolata dal contesto in cui vive, ma che al contrario ne divenga espressione.”
La paginetta finisce qui. Voglio aggiungere alcune cose.
Io credo che vivere una dimensione appartata dello scrivere non significa affatto vivere una dimensione isolata. Vuole dire, al contrario, costruire uno spazio in cui è prioritario osservare ciò che succede in tutto il mondo e, allo stesso tempo, nel territorio in cui si vive. Significa conoscere tutto ciò che accade in tutto il mondo, ma non distaccare mai lo sguardo da ciò che succede sotto i nostri occhi. Una dimensione appartata dello scrivere non è una dimensione miope e provinciale. E’ il contrario. Una dimensione appartata dello scrivere ha un senso se diventa un luogo in cui ci concediamo il tempo necessario per sperimentare e per cercare nuove soluzioni narrative. Se ci sottraiamo cioè alla nevrosi dominante che ci spinge a cercare incessantemente il nuovo e a pensare che il nuovo è sempre e necessariamente migliore di quanto è accaduto o scritto solo pochi giorni prima. E’ un’ansia che ci fa vivere solo nella dimensione del presente, dell’attualità, delle mode del momento, e che ci fa dimenticare l’importanza del passato, anche recente. Arte significa in primo luogo ricerca, ricerca di nuovi linguaggi e di nuovi mezzi espressivi. Questa ricerca ha bisogno del tempo necessario per osservare ciò che accade dentro di noi e attorno a noi, nel nostro territorio e in territori stranieri. La globalizzazione, vorrei chiarire questo, non è di per sé un male. Lo diventa quando significa inseguire le mode, perdere di vista la nostra dimensione individuale, le storie che vediamo e che ascoltiamo dentro di noi e attorno a noi.
Il lavoro dello scrittore consiste nel porsi al servizio delle proprie storie e cercare incessantemente le parole per raccontarle. E le parole vivono sulle terre, nelle acque e nell’aria e in ogni luogo. Si incontrano, si scontrano, si uniscono e si ibridano tra di loro. Sono organismi terribilmente complessi. E’ proprio la loro complessità a creare una bellezza a cui lo scrittore non sa sottrarsi. Le parole hanno una vita planetaria e una vita locale, sono la sintesi di una storia collettiva e lunga secoli e allo stesso tempo sono la sintesi perfetta della nostra piccola storia individuale. Sono onde sonore che vibrano sia sulla gamma delle onde lunghe che di quelle medie e in modulazione di frequenza. Lavorare con le parole significa, credo, fondere queste diverse sonorità, accedere ai diversi e possibili livelli di sonorità.
C’è un altro paradosso che secondo me caratterizza il lavoro del narratore. O, forse, più che un paradosso è il continuo ondeggiare e muoversi all’interno di una polarità. Ad un estremo del pendolo c’è la solitudine e all’altro estremo c’è la coralità. Privilegiare un solo estremo della polarità significa dimezzare il lavoro dello scrittore.
Quando è di fronte a un foglio bianco lo scrittore è solo. Cerca di mettere ordine tra i materiali da costruzione che ha raccolto nel corso delle sue passeggiate trasognate e vagabonde, prive di meta. Cerca di elaborare progetti, cerca soluzioni nuove, cerca di realizzarle. In fondo non sa bene quale sarà il risultato e come sarà accolto. Scrivere è come lanciare un messaggio in una bottiglia. Non si sa se qualcuno lo raccoglierà e cosa ne farà. Scrivere richiede un grande senso di fiducia che deriva non dalla sopravvalutazione del proprio lavoro, ma dal fatto che la vita acquista un senso solo se è una continua ricerca di senso. L’aspetto problematico della faccenda risiede nel fatto che, quando è chiuso nella sua fortezza della solitudine, lo scrittore, per non essere presuntuoso, deve tuttavia compiere un genuino atto di presunzione e convincersi che, se una cosa ha senso per lui, allora ne ha anche per gli altri. Se una cosa è interessante per lui, lo sarà anche per gli altri.
Qui possiamo far rientrare in campo Breytenbach, quando dice che il sogno non è una scienza. C’è un solo modo per trasformare la presunzione dello scrittore in un percorso che è esattamente il contrario di una scalata, ed è infatti una discesa dalle vette di quei piedestalli su cui vengono collocati maestri profeti ed eroi. Ed è quello di condividere la propria scrittura. Stamparla. Diffonderla. Mandarla in giro per il mondo, in modo da rendere pubblici i propri sogni e confrontarli con quelli degli altri. E siccome i sogni non sono scienza, questo confronto è destinato a cambiarci e a cambiare le cose. Magari perché scopriamo che i nostri sogni sono migliori di quelli degli altri. O magari perché scopriamo che molte altre persone sognano il nostro stesso sogno. O magari perché scopriamo che gli altri sognano sogni migliori del nostro. Ma se questo confronto fa maturare in noi una nuova consapevolezza, la farà maturare probabilmente anche in altri. La scrittura è qualcosa che si avvicina molto al dono. Gli studiosi del dono sono giunti ad una conclusione. Che una merce sottrae beni al mondo. Compro un’auto e quest’auto è sottratta al mercato. Il dono, al contrario, ne aggiunge. E’ quel che dicevo prima: lo sfruttamento industriale della terra crea allo stesso tempo sovrabbondanza di cibo e fame endemica. Il dono invece non lascia mai indifferenti le persone che lo ricevono, ma le stimolano a ricambiarlo, magari con un dono più grande e più bello, in una coralità di scambi che chiamiamo umanità. Il dono ha un andamento circolare e collettivo. Non coinvolge solo chi compra e chi vende, ma coinvolge un’intera comunità.
Il fatto che ci siamo messi a trasformare le nostre storie in libri è un fatto molto importante. E’ importante perché dimostra che le nostre storie sono diventate belle e numerose. Ed è importante perché, finora, il nostro lavoro ha messo in risalto la dimensione della solitudine, della ricerca dei mezzi linguistici e narrativi per dar forma a dei racconti. Ora possiamo rendere il gioco più dinamico e aggiungere la seconda polarità, che è appunto quella del confronto. Confrontarsi significa che cominciamo ad accompagnare i nostri racconti in giro per il mondo, organizzarne la vendita e, soprattutto, a presentarli di persona al pubblico, nelle librerie, nelle biblioteche e nei centri culturali. Sono le presentazioni che ci permettono di trasformare le nostre storie in un dialogo continuo con il pubblico.
Le librerie rischiano di scomparire sotto l’urto delle nuove tecnologie e della nascita dell’ e book(come molti di voi già sanno, Rablè ha organizzato su questo tema un convegno che si svolgerà alla Biblioteca di Misano il prossimo 12 settembre). La smaterializzazione dei libri contrarrà fortemente il numero delle librerie. Diminuirà il loro numero ancora più velocemente di quanto non stia già accadendo ora. E, tuttavia, sono convinto che il libro non scomparirà. Assumerà nuove forme, ma non scomparirà. Forse non scompariranno neppure le librerie. O forse, col nome di libreria finiremo per intendere una cosa diversa da quella che intendiamo oggi. Oggi libreria è il posto fisico dove compriamo i libri. Domani, forse, diventerà il luogo semplice di una operazione complessa, che è appunto quella di un confronto e di uno scambio tra scrittori e pubblico. Un luogo aperto, come una piazza, in cui le idee e i sogni si confrontano. Se agli scrittori tocca il compito di spogliarsi della maschera con cui si travestono da maestri, profeti ed eroi, tocca loro anche il compito di indossare una tuta da facchino e portare in giro la loro merce. Depositandola non sugli scaffali di un supermercato, dove il cliente non vede mai in faccia chi ha coltivato l’insalata, ma su una bancarella ambulante, che ristabilisca un contatto tra il contadino e l’umanità che si ciba dei suoi prodotti.
Il senso di una scuola di scrittura non è solo insegnare a scrivere racconti e valorizzare il talento di chi la frequenta. Ma è fare sì, anche, che i suoi allievi la smettano, un giorno o l’altro, di essere allievi, salgano da soli su un palcoscenico e, standosene lì da soli, si dimostrino disposti a prendersi i fischi o gli applausi che si meritano. E questo è il senso della nostra piccola casa editrice.