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Racconto/Le creme

di Selene Contadini

Sono al supermercato davanti alla corsia dei tubetti delle creme per le mani. Leggo le etichette: antirughe, idratante. Ci sono barattolini di ogni colore e sono ordinati in modo perfetto sulla scansia. Gli oggetti sistemati con ordine mi hanno sempre dato un senso di quiete.
Mi piace anche mettere a posto gli oggetti e poi riguardarli.
Mi guardo le mani e penso. Dovrei curare più queste mani e ne compro una per tipo, così mio figlio quando mi prenderà la mano non dirà più: – Che pelle secca, mamma -.
Sono una parrucchiera e le mie mani sono rovinate dalle tinte dei capelli.

Passa un anno da quel giorno al supermercato.
Da allora ho dovuto smettere per via dell’allergia. Ma le mie mani allora non avevano segreti. Erano la prova di ciò che facevo. Di allora è rimasta solo la secchezza che nasce dall’acqua.
L’acqua non perdona perché penetra e a lungo andare stravolge anche le la pelle più morbida.
Poi, dopo il lavoro al negozio non era finita. C’erano i lavori di casa. I panni da lavare, i piatti da lavare. Il ritmo e la frequenza con cui continuavo ad immergere le mani nell’acqua non diminuivano, anzi crescevano.
Il ritmo aumentava e la sera non era un momento di riposo.
L’acqua era la mia persecuzione e nello stesso tempo ne ero assuefatta. La odiavo e la cercavo. Usavo litri e litri di acqua per il mio lavoro. Bevevo tre litri di acqua al giorno. Facevo tre lavatrici al giorno. Stavo sotto la doccia per mezzora ogni sera. Compravo fiori freschi ogni giorno per riempire i miei dieci vasi e mi pareva sempre che l’acqua puzzasse e la cambiavo due volte al giorno. Pagavo enormi bollette di acqua. Mi piaceva andare al mare e spesso pensavo che nonostante fossi un’ottima nuotatrice sarei morta annegata, sovrastata da un’onda forte.
Fui felice quando mi diagnosticarono l’allergia. Forse le mie mani avrebbero potuto tornare belle come una volta.
Ma ci volle molto tempo. L’inverno mi aiutò perché potevo nasconderle con i guanti. In primavera, in estate, in autunno evitavo che qualcuno me le toccasse.
Se dovevo dare la mano fingevo che qualcosa mi cadesse a terra e mi abbassavo per raccogliere, niente.
Il tempo e la pazienza mi aiutarono e le mie mani guarirono e cessai di vergognarmi di esse.
Incontrai un uomo che con fare galante mi incantò, quando mi prese la mano e me la baciò. Non era più un gesto usuale da parte degli uomini.
Se prima di allora, in passato, avevo cura dei capelli degli altri, ora trovai un immenso piacere ad avere cura del mio corpo, in particolare delle mani e dei piedi e cercai lavoro in un negozio di profumeria fino a quando non lo trovai.
Davo consigli a chiunque entrasse e, le mie, sembravano le raccomandazioni di una madre preoccupata.
Mi accanivo e mi arrabbiavo con fare affettuoso con i clienti che presentavano mani arse e ruvide. Qualcuno se ne andava senza raccogliere le mie raccomandazioni. Un fallimento estremo si impadroniva di me perché non ero stata abbastanza chiara e convincente.
Erano in pericolo e prima se ne fossero accorti, meglio sarebbe stato per loro. Altrimenti le corse e l’affanno per curarle quando fosse stato troppo tardi li avrebbe distrutti.
Io ero stata fortunata a riuscire a salvarle. Per loro forse non sarebbe andata così.
- Sbrigatevi, sbrigatevi e incominciate da subito a prendervi cura di esse –
- Poi sarete più felici -.
Urlavo loro con il pensiero, sempre più forte, sempre più forte. E quando, ormai lontani, non potevano più sentirmi, allora il tono del mio pensiero si abbassava, fino a diventare calmo e più lento. Una sorta di rassegnazione s’impadroniva di me e non potevo fare altro che continuare il mio lavoro e aspettare qualcun altro da salvare.

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Luglio 25, 2010 Pubblicato in: Articoli   Leggi Tutto

Noblè/Raccontare in pubblico

di claudio castellani

Discorso pronunciato in occasione del Noblè di Rablè edizione 2010

Viviamo un’epoca senza confini. Non un’epoca infinita, ma priva di confini.

Cadono i confini nazionali, sono cadute le cosiddette ideologie e con esse sono scomparsi anche in letteratura tutti gli ismi. Non ci sono più scuole, non ci sono più tendenze. Non c’è più romanticismo, idealismo, positivismo, realismo, naturalismo, decadentismo, espressionismo, psicologismo, minimalismo ed epicismo.

Sinceramente non so se questo è un bene o un male. Non lo so con la mente. Istintivamente, invece, credo che questa situazione anarchica, aperta, per alcuni aspetti desertica, abbia creato una situazione difficile, anche dolorosa, ma piena di opportunità. Non perché una situazione aperta e desertica disegni necessariamente uno spazio in cui le persone sono, o si sentono, più libere. Ma perché uno spazio vuoto costringe le persone a esporsi, a ricorrere alla propria creatività per inventarsi una direzione, un senso e una meta.

Possiamo perfino dire che l’epoca in cui viviamo è un’epoca ideale, da un punto di vista letterario. Se, come diceva Cecov, scopo del narratore non è stabilire soluzioni ma indicare dei problemi, bè, abitiamo un’epoca in cui è sufficiente che allunghiamo una mano perché ci troviamo impigliati tra le dita dubbi, incertezze, contraddizioni. Se scopo del narratore non è stabilire soluzioni ma indicare problemi, potremmo quasi dire che abitiamo un’epoca in cui allo scrittore piovono in testa racconti da tutte le parti. Potremmo paradossalmente dire che questa è per lo scrittore un’epoca felice.

Ma questo è, appunto, solo un paradosso. Per molti motivi. E’ difficile essere felici in un mondo privo di confini. Vivere in una realtà aperta è come abitare nella famosa casa di via dei matti numero zero, priva di tetto, di pavimenti e di pareti. I confini a volte soffocano, ma danno anche rifugio, protezione, senso di sicurezza. E’ difficile perché la felicità non è il nutrimento dello scrittore. Lo scrittore, ripeto, si nutre di problemi, non di soluzioni. E’ un vagabondo, un senza casa. Come diceva Gesù, gli uccelli hanno nidi, le volpi hanno tane, ma il figlio dell’uomo non ha una pietra su cui poggiare il capo. La felicità non è una cosa che riguardi lo scrittore. La felicità è una condizione sospesa e immobile, breve, in cui non ci sono e non ci possono essere ostacoli. La felicità non genera storie.

Eppure è vero che un narratore vuole sempre continuare a narrare e a rendere visibile ciò che è invisibile. Smettere di narrare è diventare ciechi, mentre il narratore si ostina a vedere anche al buio.

Non perché il narratore sia un super-eroe, qualcosa di speciale. Voglio leggervi il pensiero di uno scrittore sudafricano che si chiama Breyten Breytenbach. Dice:”L’importanza dello scrittore va ridimensionata. Noi non siamo maestri, profeti o eroi. Se tali vogliamo essere, occorre separare rigorosamente i ruoli. Dobbiamo accettare il fatto che il sogno non è una scienza e che ci limitiamo a influenzare una parte marginale della società”.

E’ proprio su questa marginalità che vorrei spendere due parole. Lo scrittore italiano non possiede punti di fuga. E’ prigioniero di un vicolo cieco. Non può scappare all’estero, come può fare un fotografo o un chimico. Il suo principale strumento di lavoro è la lingua. E l’italiano è una lingua parlata in un solo paese e per di più minuscolo, ai margini del mondo globalizzato. Come dire che il suo principale strumento di lavoro è la voce, ma una voce fioca, appena percettibile.

Eppure io credo che anche questa marginalità sia un’occasione. Come sapete, quest’anno Rablè ha cominciato a pubblicare dei libri. Tra pochi giorni uscirà un volume che raccoglie il lavoro di chi frequenta il Laboratorio di scrittura poetica. In fondo al volume apparirà una paginetta che vi voglio leggere. Dice così:

A volte sembra strano voler aggiungere altri libri al mondo. I  numeri raccontano che ogni anno si pubblicano 60 mila libri nuovi e, di questi, il 60% non vende neppure una copia. Lo sfruttamento industriale della narrazione porta ad uno spreco di risorse e di intelligenze esattamente come lo sfruttamento industriale della terra crea, insieme alla sovrabbondanza di cibo, una fame endemica.

L’insopprimibile bisogno umano di narrare  è diventato prigioniero della produzione di serie che ha creato un mercato anonimo, fatto di librerie ugualmente enormi, perfettamente identiche in tutte le parti del mondo. Un discorso analogo riguarda gli Autori. Il meccanismo anonimo di produzione e distribuzione libraria crea spesso narrazioni svincolate dai territori di appartenenza. O vincolate a luoghi globalizzati, perfettamente identici in tutte le parti del mondo.

Rablè IndieBook.it è una piccolissima casa editrice. Una piccola dimensione può garantire il nascere di una zona appartata dello scrivere. Può offrire un’opportunità per organizzare un nuovo rapporto con il pubblico, per dare voce ad una generazione di scrittori che non sia isolata dal contesto in cui vive, ma che al contrario ne divenga espressione.”

La paginetta finisce qui. Voglio aggiungere alcune cose.

Io credo che vivere una dimensione appartata dello scrivere non significa affatto vivere una dimensione isolata. Vuole dire, al contrario, costruire uno spazio in cui è prioritario osservare ciò che succede in tutto il mondo e, allo stesso tempo, nel territorio in cui si vive. Significa conoscere tutto ciò che accade in tutto il mondo, ma non distaccare mai lo sguardo da ciò che succede sotto i nostri occhi. Una dimensione appartata dello scrivere non è una dimensione miope e provinciale. E’ il contrario. Una dimensione appartata dello scrivere ha un senso se diventa un luogo in cui ci concediamo il tempo necessario per sperimentare e per cercare nuove soluzioni narrative. Se ci sottraiamo cioè alla nevrosi dominante che ci spinge a cercare incessantemente il nuovo e a pensare che il nuovo è sempre e necessariamente migliore di quanto è accaduto o scritto solo pochi giorni prima. E’ un’ansia che ci fa vivere solo nella dimensione del presente, dell’attualità, delle mode del momento, e che ci fa dimenticare l’importanza del passato, anche recente. Arte significa in primo luogo ricerca, ricerca di nuovi linguaggi e di nuovi mezzi espressivi. Questa ricerca ha bisogno del tempo necessario per osservare ciò che accade dentro di noi e attorno a noi, nel nostro territorio e in territori stranieri. La globalizzazione, vorrei chiarire questo, non è di per sé un male. Lo diventa quando significa inseguire le mode, perdere di vista la nostra dimensione individuale, le storie che vediamo e che ascoltiamo dentro di noi e attorno a noi.

Il lavoro dello scrittore consiste nel porsi al servizio delle proprie storie e cercare incessantemente le parole per raccontarle. E le parole vivono sulle terre, nelle acque e nell’aria e in ogni luogo. Si incontrano, si scontrano, si uniscono e si ibridano tra di loro. Sono organismi terribilmente complessi. E’ proprio la loro complessità a creare una bellezza a cui lo scrittore non sa sottrarsi. Le parole hanno una vita planetaria e una vita locale, sono la sintesi di una storia collettiva e lunga secoli e allo stesso tempo sono la sintesi perfetta della nostra piccola storia individuale. Sono onde sonore che vibrano sia sulla gamma delle onde lunghe che di quelle medie e in modulazione di frequenza. Lavorare con le parole significa, credo, fondere queste diverse sonorità, accedere ai diversi e possibili livelli di sonorità.

C’è un altro paradosso che secondo me caratterizza il lavoro del narratore. O, forse, più che un paradosso è il continuo ondeggiare e muoversi all’interno di una polarità. Ad un estremo del pendolo c’è la solitudine e all’altro estremo c’è la coralità. Privilegiare un solo estremo della polarità significa dimezzare il lavoro dello scrittore.

Quando è di fronte a un foglio bianco lo scrittore è solo. Cerca di mettere ordine tra i materiali da costruzione che ha raccolto nel corso delle sue passeggiate trasognate e vagabonde, prive di meta. Cerca di elaborare progetti, cerca soluzioni nuove, cerca di realizzarle. In fondo non sa bene quale sarà il risultato e come sarà accolto. Scrivere è come lanciare un messaggio in una bottiglia. Non si sa se qualcuno lo raccoglierà e cosa ne farà. Scrivere richiede un grande senso di fiducia che deriva non dalla sopravvalutazione del proprio lavoro, ma dal fatto che la vita acquista un senso solo se è una continua ricerca di senso. L’aspetto problematico della faccenda risiede nel fatto che, quando è chiuso nella sua fortezza della solitudine, lo scrittore, per non essere presuntuoso, deve tuttavia compiere un genuino atto di presunzione e convincersi che, se una cosa ha senso per lui, allora ne ha anche per gli altri. Se una cosa è interessante per lui, lo sarà anche per gli altri.

Qui possiamo far rientrare in campo Breytenbach, quando dice che il sogno non è una scienza. C’è un solo modo per trasformare la presunzione dello scrittore in un percorso che è esattamente il contrario di una scalata, ed è infatti una discesa dalle vette di quei piedestalli su cui vengono collocati maestri profeti ed eroi. Ed è quello di condividere la propria scrittura. Stamparla. Diffonderla. Mandarla in giro per il mondo, in modo da rendere pubblici i propri sogni e confrontarli con quelli degli altri. E siccome i sogni non sono scienza, questo confronto è destinato a cambiarci e a cambiare le cose. Magari perché scopriamo che i nostri sogni sono migliori di quelli degli altri. O magari perché scopriamo che molte altre persone sognano il nostro stesso sogno. O magari perché scopriamo che gli altri sognano sogni migliori del nostro. Ma se questo confronto fa maturare in noi una nuova consapevolezza, la farà maturare probabilmente anche in altri. La scrittura è qualcosa che si avvicina molto al dono. Gli studiosi del dono sono giunti ad una conclusione. Che una merce sottrae beni al mondo. Compro un’auto e quest’auto è sottratta al mercato. Il dono, al contrario, ne aggiunge. E’ quel che dicevo prima: lo sfruttamento industriale della terra crea allo stesso tempo sovrabbondanza di cibo e fame endemica. Il dono invece non lascia mai indifferenti le persone che lo ricevono, ma le stimolano a ricambiarlo, magari con un dono più grande e più bello, in una coralità di scambi che chiamiamo umanità. Il dono ha un andamento circolare e collettivo. Non coinvolge solo chi compra e chi vende, ma coinvolge un’intera comunità.

Il fatto che ci siamo messi a trasformare le nostre storie in libri è un fatto molto importante. E’ importante perché dimostra che le nostre storie sono diventate belle e numerose. Ed è importante perché, finora, il nostro lavoro ha messo in risalto la dimensione della solitudine, della ricerca dei mezzi linguistici e narrativi per dar forma a dei racconti. Ora possiamo rendere il gioco più dinamico e aggiungere la seconda polarità, che è appunto quella del confronto. Confrontarsi significa che cominciamo ad accompagnare i nostri racconti in giro per il mondo, organizzarne la vendita e, soprattutto, a presentarli di persona al pubblico, nelle librerie, nelle biblioteche e nei centri culturali. Sono le presentazioni che ci permettono di trasformare le nostre storie in un dialogo continuo con il pubblico.

Le librerie rischiano di scomparire  sotto l’urto delle nuove tecnologie e della nascita dell’ e book(come molti di voi già sanno, Rablè ha organizzato su questo tema un convegno che si svolgerà alla Biblioteca di Misano il prossimo 12 settembre). La smaterializzazione dei libri contrarrà fortemente il numero delle librerie. Diminuirà il loro numero ancora più velocemente di quanto non stia già accadendo ora. E, tuttavia, sono convinto che il libro non scomparirà. Assumerà nuove forme, ma non scomparirà. Forse non scompariranno neppure le librerie. O forse, col nome di libreria finiremo per intendere una cosa diversa da quella che intendiamo oggi. Oggi libreria è il posto fisico dove compriamo i libri. Domani, forse, diventerà il luogo semplice di una operazione complessa, che è appunto quella di un confronto e di uno scambio tra scrittori e pubblico. Un luogo aperto, come una piazza, in cui le idee e i sogni si confrontano. Se agli scrittori tocca il compito di spogliarsi della maschera con cui si travestono da maestri, profeti ed eroi, tocca loro anche il compito di indossare una tuta da facchino e portare in giro la loro merce. Depositandola non sugli scaffali di un supermercato, dove il cliente non vede mai in faccia chi ha coltivato l’insalata, ma su una bancarella ambulante, che ristabilisca un contatto tra il contadino e l’umanità che si ciba dei suoi prodotti.

Il senso di una scuola di scrittura non è solo insegnare a scrivere racconti e valorizzare il talento di chi la frequenta. Ma è fare sì, anche, che i suoi allievi la smettano, un giorno o l’altro, di essere allievi, salgano da soli su un palcoscenico e, standosene lì da soli, si dimostrino  disposti a prendersi i fischi o gli applausi che si meritano. E questo è il senso della nostra piccola casa editrice.

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Giugno 22, 2010 Pubblicato in: Articoli   Leggi Tutto

Libri/Il primo libro di antropologia

di andrea teodorani

Il primo libro di antropologia – Marco Aime (Piccola Biblioteca Einaudi Mappe)

Il titolo di questo libro ricorda un testo scolastico. È probabilmente una scelta voluta. L’autore, Marco Aime, docente di Antropologia culturale all’università di Genova espone in maniera semplice quello che è il lavoro dell’antropologo moderno e quali sono le nozioni basilari che devono far parte delle sue conoscenze ma non si rivolge solo a chi è interessato a questa scienza. I temi di cui tratta sono così attuali e universali da coinvolgere tantissime altre discipline, dall’arte alla filosofia, dalla religione alla sociologia, ma anche politica e perfino tecnologia. In parole povere questo libro è un’introduzione ad un mondo molto vasto: il mondo dell’essere umano.
Il libro è ben scritto, piacevole da leggere, pieno di citazioni intelligenti e curiosità interessanti. Non ha la pretesa di essere la ‹‹bibbia›› dell’antropologo. L’autore ci fa capire che questa materia è talmente ampia e multiforme da essere ancora lontana dall’avere regole universali.
Un buon antropologo deve usare i propri sensi. Deve osservare, fare domande, ascoltare, toccare con mano, assaggiare, annusare e poi formulare delle ipotesi. Il buon antropologo sa già da principio che le sue teorie potranno solo avvicinarsi alla verità. Lo sapeva bene Claude Lévi-Strauss quando disse che le grandi dichiarazioni dei diritti dell’uomo ‹‹hanno la forza e la debolezza di enunciare un ideale troppo spesso dimentico del fatto che l’uomo non realizza la propria natura in un’umanità astratta ma in culture tradizionali.››.
Grandi pittori come Picasso, Braque e Matisse attinsero a piene mani dall’estetica africana senza probabilmente capirne nulla. Lo stesso Picasso lo ammise.
Aime ci insegna che ogni essere umano, fin dalla nascita, è permeato dalla cultura che lo circonda e che condiziona il suo modo di pensare. Siamo vittime inconsapevoli dell’etnocentrismo cioè del considerare il proprio gruppo di appartenenza come il centro del mondo. Il risultato è il giudicare sbagliato tutto ciò che non risponde ai propri canoni.
Riti e comportamenti che a noi occidentali possono apparire assurdi o a volte addirittura crudeli sono del tutto normali per altre culture e viceversa. Ad esempio per un africano guardare una persona negli occhi è un segno di insolenza mentre per un europeo è segno di franchezza. In occidente i riti eseguiti su genitali femminili hanno creato grandi polemiche e sono vietati. Eppure è permessa la circoncisione maschile anche se si tratta di una pratica dolorosa che può traumatizzare chi ne viene sottoposto.
In passato l’uomo occidentale pensava che gli abitanti dei paesi esotici non portassero vestiti perché primitivi, senza pudore e senza cultura, come animali. Nel suo diario di bordo l’esploratore James Cook scrive che quando i suoi marinai guardavano esplicitamente i genitali non nascosti dei nativi della terra del fuoco li mettevano in imbarazzo. Agli occhi di uomini occidentali è peccato mostrare le proprie nudità perché così gli è stato insegnato fin da piccoli. Per i nativi non vi era nulla di male. Piuttosto pensavano fosse sconveniente che qualcuno li fissasse. Ciò che li infastidiva era la morbosità degli sguardi.
In alcuni paesi i matrimoni sono combinati e la famiglia dello sposo paga un prezzo alla famiglia della sposa. Si potrebbe pensare che la sposa è come un oggetto da comprare. In realtà è un modo di risarcire la perdita di un componente della famiglia (di solito è la donna ad andarsene di casa per vivere con il marito). Inoltre in questo modo si crea un legame tra le due famiglie.
Non siamo forse anche noi occidentali assurdi agli occhi di altre popolazioni?
Montesquieu provò ha descrivere l’Europa così come la vedrebbe una persona nata al di fuori dei suoi confini: ‹‹ Il re di Francia è il principe più potente d’Europa. Non possiede miniere d’oro come il re di Spagna suo vicino, ma ha più ricchezze di lui, perché le ricava dalla vanità dei suoi sudditi, più inesauribile delle miniere [...] D’altronde questo re è un gran mago: esercita il suo potere anche sullo spirito dei sudditi, li fa pensare come vuole. Se nel suo tesoro c’è solo un milione di scudi e gliene occorrono due, gli basta persuaderli che uno scudo ne vale due, ed essi ci credono [...] Quando ti dico di questo principe non devi stupirti: c’è un altro grande mago più potente di lui, il quale domina il suo spirito non meno di quanto egli domini su quello degli altri. Questo mago, che si chiama papa, ora gli fa credere che tre è uguale a uno, che il pane che mangia non è pane, che il vino non è vino, e mille altre cose del genere.››.
Nel 1956 Horace Miner pubblicava su ‹‹American Anthropologist›› un articolo dal titolo ‹‹Body Ritual among the Nacirema››: ‹‹L’antropologo si è talmente abituato alla diversità dei modi in cui i popoli si comportano in situazioni simili, che non si stupisce nemmeno di fronte alle usanze più esotiche [...] Il professor Linton fu il primo a portare venti anni fa, all’attenzione degli antropologi il rituale dei Nacirema, ma la cultura di questo popolo è ancora pochissimo conosciuta. La cultura dei Nacirema è caratterizzata da una sviluppata economia di mercato. Mentre la maggior parte del tempo delle persone viene dedicato a scopi economici, una larga parte dei frutti di queste attività e una cospicua parte del giorno vengono spesi in attività rituali. Il centro di tali attività è il corpo umano, l’aspetto e la salute del quale incombono come concetto dominante per l’ethos delle persone. Mentre tale concezione non è inusuale, i suoi aspetti cerimoniali e la filosofia che vi è associata sono unici [...]. La credenza fondamentale che sta alla base dell’intero sistema sembra essere che il corpo umano è brutto e che la sua naturale tendenza è di debilitarsi e ammalarsi. Per questo ogni abitazione ha una stanza con uno scrigno, dove anche i bambini vengono iniziati ai misteri. Nello scrigno sono contenute molte cure e pozioni magiche senza le quali i nativi non potrebbero vivere [...]. Ogni giorno ciascun membro della famiglia, in successione, entra nella camera dello scrigno, china la testa di fronte alla scatola della cura, mescola diversi tipi di acqua santa e inizia un breve rito di abluzione. I Nacirema hanno un orrore e una fascinazione quasi patologici per la bocca, la cui condizione si crede avere un’influenza sovrannaturale in tutte le relazioni sociali [...]. In aggiunta ai riti privati della bocca, le persone una o due volte l’anno vanno a cercare un santone della bocca. Questi sacerdoti hanno un impressionante corredo di parafernalina, consistente in una varietà di trapani, punteruoli, sonde e punzoni. L’utilizzo di tali oggetti per esorcizzare il male della bocca dà vita a incredibili torture rituali del cliente [...]. Si può dire che emerge uno schema piuttosto interessante, in quanto la maggior parte delle popolazione mostra chiare tendenze masochistiche. E’ a questo che il professor Linton si riferiva, parlando di una parte di rituali giornalieri del corpo eseguiti solo dagli uomini. Tali riti prevedono di grattare e lacerare la superficie della faccia con uno strumento tagliente. Riti specifici femminili sono eseguiti solo quattro volte al mese, ma se difettano per frequenza, spiccano per barbarie. Come parte della cerimonia, le donne cuociono le loro teste in piccoli forni per circa un’ora. Il dato teoricamente teorizzante è che quello che sembra essere un popolo essenzialmente masochistico, abbia creato specialisti sadici [...]. E’ dura comprendere come siano vissuti così a lungo sotto il peso che essi si sono imposti. Ma anche costumi esotici come questi presentano significativi reali se osservati dall’interno, come suggerito da Malinowski quando scriveva: “Guardando da lontano e dall’alto, dai nostri luoghi sicuri nella civiltà sviluppata, è facile vedere tutta la crudezza e l’irrilevanza della magia. Ma senza il suo potere e la sua guida i primi uomini non avrebbero potuto superare le difficoltà pratiche come hanno fatto, né avrebbero potuto raggiungere i più alti stadi dell’evoluzione”. (per comprendere il tono ironico dell’articolo, basta leggere al contrario il nome del popolo in questione)››.

Al giorno d’oggi lo studio dell’antropologia si è diffuso in tutto il mondo e non è più esclusiva di persone nate in occidentale. Nonostante la diffusione del sapere l’idea che una cultura sia migliore di un’altra è ancora radicato. Questa idea è frutto dell’etnocentrismo e non riguarda i soli paesi del mondo occidentale. I barbari sono gli altri. I civili siamo noi.
Eppure l’idea di razza intesa come divisione in gruppi dalle caratteristiche biologiche e attitudini culturali specifiche è stata ormai del tutto demolita. Come dice Luigi Luca Cavalli-Sforza: ‹‹Non è la genetica a influenzare la cultura ma al contrario sono gli elementi culturali a influenzare la genetica.››. La purezza non esiste. Le culture, le tradizioni delle popolazioni di tutto il mondo sono il risultato di varie influenze. In Italia gli spaghetti sono considerati piatto tipico eppure sono originari della Cina e la pizza non è altro che l’evoluzione di un alimento arabo. Gran parte dei generi musicali contemporanei sono di matrice africana: rock, reggae, hip hop, blues.
Chissà quanti scozzesi sono a conoscenza del fatto che il loro amato kilt ha solo due secoli di storia, è in realtà di origine irlandese e la stoffa di cui è fatto, il famoso tartan, proviene dalle fiandre. Le persone non hanno una memoria duratura.
La fragilità della memoria umana viene spesso sfruttata da élite politiche per creare una identità nazionale forte. Non importa se questa identità non ha reali fondamenta storiche. Per esistere davvero uno stato deve prima esistere nell’immaginario del popolo che abita i suoi confini. Questa identità immaginaria può diventare tanto forte da sfociare nel fanatismo. I diritti universali dell’uomo diventano meno importanti dei doveri imposti al cittadino dal governo della sua nazione. Non è forse quello che è successo nella Germania nazista?
Sartre diceva che è stato l’antisemitismo a creare il semita. Prima che vi fosse la negazione dei loro diritti gli ebrei non pensavano alla religione come un fattore di identità comune. Chi viveva in Germania si sentiva tedesco, chi viveva in Italia si sentiva Italiano.
Come dice Jean Cuisenier: ‹‹l’identità di un popolo si forma non per via di una lingua, un territorio o una religione comune ma nel progetto e nelle attività che diano un senso alla lingua, al possesso di un territorio, alla pratica di usanze e di riti religiosi.››.
La necessità dei burocrati occidentali di organizzare, elencare, dividere in parti distinte ha causato non pochi problemi in tutto il mondo. Il vocabolo ‹‹etnia›› si è diffuso anche per opera degli amministratori coloniali (ai tempi delle colonie europee). Il paese colonizzatore non poteva permettersi di disperdere le proprie forze per il controllo di grandi territori lontani dalla madre patria. Doveva trovare sul luogo un piccolo gruppo di persone da elevare al di sopra della comune popolazione e da usare come funzionari (si pensi anche ai Kapo dei lager).
Si sono così create divisioni all’interno di popolazioni. In India, per esempio, sono sempre esistite le caste ma hanno preso una forma reale, consistente, quando gli inglesi decisero di fare un censimento della popolazione.
Ai giorni nostri alcuni paesi si sono dimostrati superbi nel credere che la propria idea di democrazia si potesse esportare o imporre con la forza senza considerare quale fosse l’idea altrui di democrazia. Hanno peccando di etnocentrismo.
Il lavoro dell’antropologo lo costringe a mettersi nei panni dell’altro, ad essere umile, a rispettare, a dialogare, a cercare di capire e a diffidare dei giudizi affrettati. Forse è un mestiere che dovremmo fare tutti, almeno per un po’, nel corso della nostra vita.

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Febbraio 17, 2010 Pubblicato in: Articoli   Leggi Tutto

Autori/Cara Fernanda, traduca, traduca

di paolo vachino

“Cara Fernanda, traduca, traduca, traduca.”
C’é un avviamento al destino e per Fernanda Pivano è stato sicuramente l’amico che avrebbe voluto essere per lei anche lo sposo: Cesare Pavese. Nel lustro di innamoramento pavesiano per la giovane e talentuosa scrittrice, il carteggio fu intenso. E molte lettere vennero scritte e scambiate proprio in agosto. E’ un Pavese delicato e vitale, sgrommato dagli umori cimiteriali, a incitare la giovane allieva ad avviarsi alle lettere, facendolo in una forma oscillante tra lo stilnovismo e il boccaccesco; scrivendole una “Analisi amorosa di F”, parlandole in terza persona ma, ossimoricamente, con la massima frontalità espressiva, scordando i paradigmi della piemontese falsocortesità per indossare i panni dell’autentica e brutale franchezza, avente per fine l’entrare nelle grazie dell’interlocutrice, smuovendo però in lei, al contempo, il sentimento dell’amore, non solo per lui, ma anche per la bellezza.
“Cara Fernanda si consoli dalle Sue pene pensando che tutti ne abbiamo”.
E Pavese, a questo invito a stare bene, non accompagnò una narrazione riguardante il suo sentimento luttuoso per non poter aggredire, e aderire, la vita come avrebbe desiderato e voluto da uomo, e come invece era consapevole di essere all’altezza unicamente nel suo mestiere di scrittore, ma con una dettagliata e puntale descrizione del suo mal d’amore per lei, proclamandosi esausto di perseguire una “stoica atarassia attraverso la rinuncia a ogni legame umano, se non quello, astratto, dello scrivere”, perché la vita prima o poi “si vendica con una solitudine vera”.
E così fioccavano inviti per camminate tra boschi, visite domestiche, un corrispondere di vite e non solo di parole: con quello stile demodè di un darsi del “Lei” per non logorare l’intimità espressiva con l’abitudinarietà allo sfogo, per non intristirsi di eccessivo contatto, lasciando una soglia interstiziale in cui gli spifferi della vita avrebbero continuato a soffiare liberi dagli addomesticamenti affettivi.
Il più grande lascito pavesiano alla Pivano è stato quello di ammorbarla di poesia, convincendola con la consapevolezza acuta del suo sentire: “Perché so che il mio mestiere è di trasformare tutto in poesia. Il che non è facile”: questa messa in guardia di non rinunciare alla remidizzazione poetica del mondo anche se sarà la difficoltà, a volte, ad avere il sopravvento. E questo incessante incitarla a credere nelle sue doti, ad assecondarle spietatamente, con l’ironia sabaudolanghigiana di cui era intriso: “E’ il momento in cui Lei, se è in gamba, può acchiapparmi e bagnarmi il naso. Basta che lavori, studi e traduca, e sforzi la testina. Diventerà celebre, scriverà libri, troverà la cattedra, sarà una luminare della filologia. Io, quando la mia decadenza abbia compiuto il suo ciclo, verrò a fare il bidello nella Sua aula”. E qui si sente echeggiare la voce pavesiana che riassume il dono di ogni grande e vero maestro: “Le lezioni non si danno, si prendono”: trasmettere la grandezza di un pensiero ridimensionandolo e riconducendolo nell’alveo di ogni singola vita. Il relativismo di ogni relazione. Un Pavese inusualmente protettivo, anziché disfattivo: “Cara Fern., la solitudine che lei sente, si cura in un modo solo, andando verso la gente e donando invece di ricevere. Per vivere una vita piena e ricca bisogna andare verso gli altri, bisogna umiliarsi e servire. E questo è tutto”. E dentro a quel tutto è trascorsa la vita di Fernanda Pivano, come una cometa luminosa di cui noi oggi potremo continuare a mirarne e contemplarne la scia luminosissima.

Ma c’è una Fernanda anche mia di cui vorrei lasciare traccia scritta, spero altrettanto luminosa quanto lei.
All’interno del Festivaletteratura di Mantova di qualche anno fa, si è svolto un incontro dedicato a Fabrizio De Andrè e al suo genio poetico-musicale. A parlarne tre interlocutori, rivelatisi assolutamente inadatti all’impresa: il filosofo Salvatore Natoli, celebrante in forma eccessivamente noumenica il fenomeno De André; lo scrittore Salvatore Niffoi, parlandone quasi esclusivamente come di un affabile vicino di casa; Marco Bellocchio che non lo conosceva per nulla, ma per dovere istituzionale impossibilitato a declinare l’invito. Un piccolo scandalo, arginato dalla presenza in prima fila di Lei, la Fern., la Fernanda Nazionale e amatissima da uno stuolo di generazioni. Al termine dell’incontro, dopo aver manifestato apertamente con un mio immancabile intervento il disappunto per tanta banalità, non all’altezza del geniale personaggio evocato, e di aver ricevuto per questo un caloroso abbraccio da Lella Costa, che si trovava seduta a fianco della Pivano, e approfittando proprio di quella sedia liberatasi improvvisamente da quell’abbraccio spontaneo, mi insinuo tra i fianchi della Lella e mi siedo vicino alla Nanda e prendendola per una mano le dico, non scontatamente, di amarla molto e le chiedo di farmi un grosso regalo: di consegnarmi in una sola parola la definizione ‘ultima’ di Cesare Pavese. Improvvisamente scorgo nei suoi occhi accendersi il velo di una commozione vitale ed esplosiva, un secchio calato nel pozzo della sua storia, un uncino conficcato nella bellezza del suo essere stata tanto fortunata per aver vissuto tale e tanta vita, e allo svanire dell’estereffazione sul suo volto, che in quel momento era tutto affacciato e proteso sui suoi trascorsi con il vecchio amico, mi ha sussurrato: “un poeta…… un grande poeta……. il più grande…………”. Pausa: e poi: “peccato solo per quelle sue ultime poesie dedicate a quella americana……….”.
Una vita immersa nella bellezza dell’arte, della poesia , della letteratura, della musica, senza mai dimenticarsi per un solo istante, fino all’ultimo, di essere stata e di essere sempre prima di tutto una donna.
“Life is many days” era solito ricordarle l’amico innamorato.
E la “Fern.” lo sapeva bene che la vita era ‘tanti giorni’.
Compreso l’ultimo.

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Agosto 19, 2009 Pubblicato in: Articoli   Leggi Tutto

Autori/Giorgio Vasta, Il tempo materiale

Giorgio Vasta, Il tempo materiale, Minimum Fax

di claudio castellani

C’è sempre il rischio di fare brutta figura, a parlare di libri come Il tempo materiale di Giorgio Vasta (Minimum Fax). A parlarne male si rischia di apparire come una signorina della letteratura che auspica romanzi perennemente ottimisti, perennemente sdolcinati, perennemente sorridenti. Ma sinceramente non capisco come non si possa non provare compassione per Giorgio Vasta. Nelle sue pagine tutto è putredine. “Gli fa schifo tutto”, “Trasformare il panico in esistenza.” “spaventoso”. “Mi induce, con la repulsione, il rispetto.” “La sua distruzione è infinita”. ”La paura deve esserci. Solo che per me c’è sempre”. Appaiono molti animali: sono rachitici, storpi, monchi, pieni di croste. Piccioni lebbrosi, gatti scheletrici e affamati, topi schifosi, cani immondi. Il mondo di Giorgio Vasta è repulsivo. Il che può essere. Ci sono molte zone del mondo che suscitano niente altro che repulsione. Solo che qui non se ne vede il perché. Per esempio i palermitani –che qui appaiono come una generica categoria umana- sono persone disgustose. Non sono neppure persone. Sono ‘corpastri’. Il minimo che si possa dire di loro è che puzzano. E se volete sapere perché, bè, sappiate che dipende dal modo in cui parlano:”Non è una questione di pulizia. Sono loro. E’ la loro vita. E’ un odore che proviene dal loro modo di parlare. Le parole invecchiano nel loro corpo. Marciscono. Il dialetto, già marcio in origine, marcisce ancora.” Accontentatevi di questo. Non vedrete mai, nel libro di Vasta, un palermitano, anzi un corpastro, agire, fare qualcosa o dire qualcosa che suffraghi la tesi dello scrittore. Gli unici palermitani che compiono dei gesti, almeno fino a pagina 179, quando ho chiuso il libro, appaiono sotto forma di una famiglia agricola che regala more di gelso raccolte in un cesto.
La storia del romanzo, mi par di capire, è grosso modo questa: che Bocca, Scarmiglia e Nimbo, tre ragazzini che vivono nella Palermo del 1978, a 11 anni sono terribilmente precoci. Hanno già capito che l’Italia è un paese irrimediabilmente provinciale (“Senza scampo”, sottolinea la bandella, anche se nel libro non c’è scena, fatto, dialogo o azione che suffraghi questa tesi, in una certa misura perfino condivisibile) e dunque mettono insieme qualcosa che nella loro mente dovrebbe essere una specie di colonna brigatista. Tale colonna non compie, fino a pagina 179, nulla di memorabile o comunque di significativo, se non l’elaborazione di un alfabeto muto che ricalca icone e canzonette della suddetta Italia provinciale. La bandella ci assicura, comunque, che la colonna palermitana degli attentati almeno li progetta. Non senza lacerazioni, come testimoniano queste poche battute di dialogo che estrapolo da pagina 175:
-Ci sono circostanze nella quali la logica è sospesa, aggiungo, non ha valore: al suo posto esistono altre regole.
[…]
-Sì, abbiamo deciso che il tempo è poco. O meglio: abbiamo deciso di percepire questo tempo come qualcosa che sta per finire:
[…]
-Nessuno di voi ha il dubbio che sia un’ansia ridicola?
-Qualcuno deve assumersi la responsabilità del ridicolo. Di pensare cose ridicole. Di dirle, e poi di farle. Altrimenti non succede niente.

Non so. Goethe diceva che usare sempre e solo il tasto dell’ironia è sbagliato perché, in questo modo, non si arriva mai alla profondità. Forse lo stesso si può dire quando si usa sempre e solo il tasto del disgusto, del putridume, della disperazione e del disprezzo, in modo particolare quando sono immotivati. In queste pagine non ci sono uomini che interagiscono. Così non ci sono mai storie umane e non si capisce mai la causa della disperazione. Come se qui non ci fossero uomini che con le loro azioni generano la disperazione, ma ci fosse solo la disperazione che genera gli uomini. La lingua che usa Vasta è una sorta di martello che frantuma tutto, riduce tutto in frantumi e questi frantumi non possono far altro che restituirci un’immagine caleidoscopica delle cose. Al massimo. Sospettiamo che questo sia frutto di una precisa scelta filosofica. Le storie, le relazioni, le interazioni tra individui, secondo Vasta, probabilmente, non possono generare che pagine perennemente sdolcinate e deprimenti per un eccesso di sorrisi. Questo sospetto lo desumiamo anche da una frase che appare a pag 51. Nimbo si innamora di una bambina creola. E’ una bambina muta. “Voglio che lei, per me, resti solo un fenomeno. Una creatura. Senza che niente la sporchi, senza l’oltraggio di una storia.” Per carità! La bambina creola è destinata a grandi destini. A soffiare sul mondo “L’infezione del silenzio.”

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Luglio 9, 2009 Pubblicato in: Articoli   Leggi Tutto

Pensieri Davvero Spettinati/Quasi quasi mi faccio uno shampoo

di claudio castellani

“I miei capelli erano…ehm…crespi. Ora sono visibilmente sani.” La voce parla fuori campo, tra giochi di luci, pettini che corrono come un’auto sull’asfalto. Capelli lisci, forse di nylon, perché lo spot dello shampoo ci deve far capire che Pantèn regala alla nostra capigliatura un insostituibile ‘effetto seta’. Nella bulimia pubblicitaria i messaggi semi-subliminali si perdono, anche perché richiedono ragionamenti visibilmente complessi, un pensiero capace di compiere un cammino a ritroso. Faticoso, quando laviamo i piatti con la televisione accesa. Se prima erano visibilmente crespi, mentre ora sono visibilmente sani, visibilmente i capelli crespi pre-Pantèn sono malati.
E’ da tempo che non vedevo una pubblicità così interessante. Mi sono tornate in mente le pagine dell’Autobiografia di Malcom X che leggevo quando ero ragazzo. Le pagine in cui raccontava dei negri americani -allora erano più che mai negri- disperati perché madre natura aveva regalato loro i capelli crespi. Quello di Malcon X era un racconto variamente doloroso. Dolorose erano le pratiche per cercare di rendere lisci i capelli crespi. E poi perché inconcludenti, in larga misura, visto che il risultato faceva visibilmente percepire il falso, cioè il tentativo di imitare la capigliatura bianca. A quell’epoca non c’era ancora Pantèn, per lo meno non c’era ancora questo tipo di shampoo Pantèn ‘effetto seta’, e così si capiva a colpo d’occhio che il negro aveva cercato di stirarsi i capelli. Un negro che faceva ridere i bianchi e insieme li rassicurava. Li faceva ridere perché, quando mai si è visto un negro con i capelli lisci? Li rassicurava, perché inseguire i capelli lisci significava volersi allontanare dai capelli crespi, rinnegare la propria negritudine, cercare disperatamente di uniformarsi al modello wasp e setoso. L’uomo sano, l’uomo conforme al modello giusto, ha i capelli lisci.
Tra quelle pagine e questo spot televisivo è passato mezzo secolo. Ci si potrebbe ridere su, e osservare che i capelli crespi non li hanno solo i negri. Ce li hanno anche i pugliesi, i sardi, Umberto Bossi e moltissimi bergamaschi e anche certi irlandesi. E’ visibilmente così, mi pare. Ma forse varrebbe la pena di ragionarci su in modo finalmente estremistico e osservare che il fascismo non si sdogana solo in Parlamento. Che non si sdogana tanto in Parlamento, ma in profumeria o, come nel caso del Pantèn, al supermercato. Il fascismo non è uno stile politico e non è neppure uno stile di vita. E’ un modello al quale ci si deve visibilmente uniformare. A colpi di spazzola.

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Giugno 26, 2009 Pubblicato in: Articoli, Pensieri spettinati   Leggi Tutto

Autori/Giorgio Falco

di claudio castellani

“L’ubicazione del bene” (Einaudi) non è un’indicazione metafisica, non si riferisce al Bene contrapposto al Male. O forse sì? Comunque, il bene qui è proprio niente altro che un bene, una casa collocata, come tutte le cose che popolano i racconti di Giorgio Falco, in un luogo che si chiama Cortesforza, città satellite a pochi chilometri da Milano.

‘L’ubicazione del bene’ è un libro triste come una giornata uggiosa e immobile. I personaggi sono tutti uguali tra loro, in fondo sono macchiette, i numerosi venditori di questi racconti recitano sempre e tutti la solita battuta (”Io rilascio un regolare certificato”). I personaggi non hanno relazioni, non hanno amori. Si sposano e non si sa perché. Divorziano e non si sa perché. Sappiamo però che, quando stanno per divorziare, i mariti vanno a dormire sul divano. Non si sa se si sono mai amati, e perché. Non c’è mai il ricordo di un amore, di un istante di felicità, di qualcosa che non sia prevedibile e scontato, o che sia terribilmente prevedibile e scontato ma capace di accendere una scintilla di umanità. Sono personaggi amorfi, opachi, privi di sentimenti.

I racconti di questo libro sono fotografie. Le fotografie non ritraggono niente, sono fatte di sfondi. E gli sfondi sono programmaticamente disperati e dunque programmaticamente previsti. Acquari, oggetti in plastica, case invase dalle termiti, acquisti che si rivelano altrettante fregature a opera di venditori cinici, città invase dai topi e dagli insetti, tangenziali intasate, paesaggi suburbani, televisori perennemente accesi sulla partita o sul serial, merci da ipermercato. Sfondi immobili. Le storie non si vedono, sono fuori campo. I personaggi sono, appunto, macchiette, maschere fisse. La macchietta del piccolo manager, la macchietta del venditore, la macchietta dell’impiegato, la macchietta dell’eterno sfigato, la macchietta della segretarietta milanese che divorzia perché il marito ha comperato l’auto senza condizionatore. Ogni racconto non ci racconta mai un movimento, relazioni che evolvono verso qualcosa di ancora più triste dell’inizio, magari, ma che si muovono in una direzione, comunque. Sono luoghi asfittici che vorrebbero rappresentare l’asfissia e finiscono invece col ridicolizzarla.

Mentre leggevo i racconti di Falco mi venivano in mente due cose.

La prima è quella che diceva qualche giorno fa Giorgio Vasta su Repubblica: che la generazione dei giovani narratori è ‘in caduta libera dentro un tempo immobile’. Noi, diceva, ‘siamo cresciuti nella percezione non semplicemente della fine del nostro presente quanto del presente come fine, obiettivo e conclusione.’

Devo confessare che questa storia del tempo immobile e del nostro tempo che vive di un eterno presente comincia a infastidirmi. Siccome è un ritornello che tutti ripetono sempre e uguale in ogni occasione, comincio a sospettare che sia un luogo comune. Una cosa non vera. Ma se anche fosse vera, mi chiedo se il modo migliore per venirne fuori è alimentare questa immobilità. Il bello della letteratura, mi dicevo, non sta proprio nella possibilità che ci offre di esplorare le infinite possibilità della vita? Se usiamo la letteratura per congelarla, non le rendiamo un cattivo servizio? Non contribuiamo a immobilizzarla ulteriormente? (Per quanto io pensi che parlare di vita immobile sia un ossimoro) La vita è quello che è. Può essere bella, o brutta o perfino bruttissima, ma non è una macchietta stereotipata. E allora, perché non esplorare il suo movimento? Il movimento può essere anche falso. Ma anche un falso movimento è fatto di possibilità che non cogliamo, che non sappiamo cogliere. O che cogliamo solo in apparenza. Anche un falso movimento è un cammino. Non so. I racconti di Falco sono scritti bene, ma non potranno mai offrirci il dono della sorpresa. Temo che la sorpresa venga, in linea con le teorie di Scurati, programmaticamente bandita. Scrive Falco:”Diventiamo anche ansiosi, il tempo passa e non vediamo niente, tanto meno qualcosa di memorabile, un’esperienza.” Mi sono chiesto se sono diventate invisibili le esperienze o se sono diventati ciechi gli occhi.

La seconda cosa che mi è venuta in mente è che questa immobilità narrativa produce cose vecchie. Le macchiette di Falco mi fanno venire in mente il cabaret che si faceva al Derby di Milano negli anni ‘60, così pieno di impiegatucci che nella vita, come nei racconti di cui sto parlando, si preoccupano solo che la carrozzeria della loro automobile non venga graffiata. Piccoli dirigenti aziendali che aspirano alla promozione e scaricano la loro aggressività organizzando tra loro battaglie di pesci combattenti. Segretarie che scopano perché quello è l’unico modo per fare figli e, secondo le grette convenzioni, una donna non è una donna se non fa figli. Mi fanno venire in mente com’ero io, e come mi rappresentavo il mondo, nei primi anni ‘70. Me lo rappresentavo così, esattamente come se lo rappresenta oggi Falco. Negli anni ‘70 avrei scritto anch’io frasi del tipo:”Lo zoo è la rappresentazione della città, lo zoo safari del suburbio residenziale fuori città.”. Oppure:”Lei è interessata a ciò che lui può darle e non a ciò che le dà.” Mi piacevano le certezze disperate che mi fornivano i luoghi comuni tipici di chi odia la società ingiusta e disperata. A quell’epoca si usava una parola che oggi non si usa più: piccolo borghese ( i piccolo-borghesi erano ai miei occhi, come a quelli di Lenin, i veleno assoluto della vita. Un piccolo-borghese era Hitler senza la grandezza del male di Hitler). Io la vita me la rappresentavo come un enorme e immobile tinello piccolo-borghese popolato da mamme che odiavano il marito (non c’era ancora il divorzio) perché aveva comperato un’auto senza condizionatore. In un angolo vi giacevano, naturalmente immobili, molte pattine.

Poi, a guardare bene, mi sono accorto che la vita è più complessa. E che i miei tinelli -contrariamente a quel che recita la quarta di copertina del libro di Falco (ma di questo lui non ne ha colpa)- non avevano nulla a che vedere con la Regalpetra di Sciascia o la Yoknapatawpha di Faulkner.

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Giugno 22, 2009 Pubblicato in: Articoli   Leggi Tutto

Poesia/L’imprevisto

di Patrizia Pirina

L’imprevisto
Aspetta.

La collina del timore
si accresce,

piccoli sassi
colmi
di incertezza.

Nella mia testa
una soffitta
di indecisioni
taglienti

sotto teli
laceri
di domande.

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Giugno 17, 2009 Pubblicato in: Articoli   Leggi Tutto

Autori/Alan Pauls, Il libro del pianto

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di Laura Lamanda, da D di Repubblica n.649 del 6 giugno 2009

Strano, favoloso, e impegnato in misteriosi viaggi. Così Roberto Bolaño descriveva anni fa ai lettori del Pais quello che riteneva “uno dei più grandi scrittori sudamericani viventi”. Misterioso certo, e sfuggente, abituato a nascondersi: l’argentino Alan Pauls da sempre sa imbrogliare le piste. Per riuscirci, ha firmato saggi e romanzi con il suo nome affiancato da un altro, inventato, e per anni si è lasciato credere eteronimo di Roberto Bolaño, prima che il premio Herralde, vinto per il romanzo Il passato (Feltrinelli), lo forzasse a uscire allo scoperto. Il suo ultimo Il libro del pianto (Fazi), storia di un bambino che soffre della straordinaria capacità di sentire gli altri, sullo sfondo di una Buenos Aires militarizzata e rivoluzionaria, sembrava la premessa di un colloquio a forte base di pathos ed empatia. Invece Pauls ha messo subito le mani avanti: “Non sono interessato agli effetti di riconoscimento”: così inizia a parlare, evitando ogni riferimento preciso alla sua storia personale. Nei confronti del bambino-protagonista usa molta ironia. Lo chiama “eroe”, come fosse il personaggio di un’epopea o di un fumetto. “È un enfant prodige con la capacità straordinaria di muovere gli adulti alla confessione. Il suo talento è la vicinanza emotiva agli altri, che infatti lo cercano per essere capiti. E vive in un mondo dove tutto è pelle, condivisione e pianto”. Gli adulti gli confessano cose che non sarebbero capaci di svelare a nessun altro, si tratti dell’amico del padre abbandonato dalla moglie, del nonno che sogna di cambiar vita, del bagnino condannato da un cancro, o della sua “donna a ore” che è innamorata di un uomo sposato. Il bambino è, spiega Pauls, “un orecchio assoluto”, e poco importa che, istintivamente, a questi sfoghi lacrimosi preferisca il percorso della sua automobilina: dovrà dare ai grandi ciò che si aspettano. “Come spesso accade nell’infanzia, l’eroe coltiva la sua sensibilità perché gli garantisce l’attenzione dei grandi, in particolare del padre, interessato soprattutto alle sue lacrime. E così ne diventa vittima”. Nonostante gli accenti comici con cui lo scrittore le descrive, le “insolazioni di dolore” cui si espone suonano infatti devastanti: provocano oppressione al plesso solare, fanno cedere le gambe, assottigliano la pelle fino a renderla trasparente, inadatta a separare se stessi dall’esterno. Sono gli stessi sintomi che travolgono Superman, l’eroe che tanto ammira, quando è esposto alle radiazioni di cryptonite. “Lo stato di prossimità totale con l’altro è molto pericoloso. L’altro ci invade, annientandoci. Per questo il mio eroe decide di smettere”. Smette di piangere come atto politico. “Dire di no alle lacrime significa anche mettersi in un atteggiamento di rottura rispetto alla sua cultura, quella argentina, che è molto piagnucolosa e crede che solo nella sofferenza ci sia una verità, assente invece nella gioia, nel desiderio e nel piacere”. Evocando l’Argentina degli anni Settanta, quella della sua infanzia, Pauls tradisce coinvolgimento e contemporanea insofferenza, come se parlasse di un genitore da cui sia necessario e difficile prendere le distanze, e di cui si portino, indelebili, le tracce. Sono le tracce, per esempio, lasciate dai ricordi dalle uniformi militari, così presenti da costringere un bambino a integrarle nel suo immaginario, insieme agli eroi dei fumetti, alla sua borsa Pan Am, al grande polipo disegnato sul fondo della piscina. “La memoria funziona così, mette tutto insieme: cose importanti, inquietanti e altre frivole, leggere”, racconta. “Io amo molto questo lato pop del ricordo, che non stabilisce gerarchie di valore tra gli oggetti. Perché anche quelli più banali possono concentrare un’energia storica molto importante. La borsa Pan Am è una sorta d’icona, di reperto fossile di quegli anni. Lo stesso vale per la rivista La causa peronista: ha marcato un’epoca”. Il protagonista del romanzo attende la sua uscita in edicola con la stessa trepidazione con cui si appropria dei giornali pornografici che il compagno della madre nasconde nell’armadio. “In quegli anni avevamo una passione abnorme per la lotta armata, che rappresentava per noi una sorta di epopea, di cui godevamo anche nei suoi aspetti più estremi, deliranti e “porno”. Sì, godevamo in modo quasi letterale e collettivo, quando leggevamo che i monteneros o qualche altra organizzazione di lotta armata di estrema sinistra aveva liquidato un padrone di impresa o un capo di polizia. Provavamo l’odio, il risentimento, e anche la sofferenza, la debolezza. Avevamo per i martiri e gli sconfitti un’identificazione e una passione totalizzanti”. Crescendo, il bambino comincia a prendere le distanze dal patetismo. “È una lotta non facile, che lo porta a dibattersi tutto il tempo tra sfoghi sentimentali e decisioni brutali e ciniche”, spiega Pauls, tradendo per un attimo il coinvolgimento in prima persona. Per poi tornare a un discorso antropologico. “Ancora oggi, in Argentina i giovani lottano per contrastare quest’ideologia “tragicofila”, che disprezza l’umorismo, la commedia, ed è all’origine degli ultimi cinquant’anni di politica. È importante resisterle e riconoscere la verità del benessere e della gioia”. Poi, in un soffio, con un fervore che ci fa capire “empaticamente” che stiamo ascoltando un discorso importante, Pauls ci offre la chiave per decifrare questo colloquio, e certi suoi enigmatici comportamenti di scrittore. “È talmente difficile essere contemporanei! Voglio dire, è talmente difficile essere contemporanei a se stessi, e decifrare quel che ci succede mentre ci succede! Noi viviamo contemporaneamente più tempi e il presente è una specie di patchwork. In questo l’empatia non aiuta per niente. Anzi, è necessario convincersi che, per capire cosa accade, serve una certa distanza. Ecco, il mio libro fa l’apologia della distanza come presupposto per ogni esperienza fertile, sia essa emozionale, politica, intellettuale o artistica. Sì, lo dico proprio come farebbe un medico: raccomando a tutti un po’ più di distanza!”.

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Giugno 7, 2009 Pubblicato in: Articoli   Leggi Tutto

Autori/Intervista al poeta G. Majorino

maio.jpg image by nicoillustrazioni

 

 

Barbara Pietroni: Giancarlo, visto che questa intervista, in accordo con lo spirito del sito “parola di poeta”, è un modo per conoscerti sia come poeta, sia come uomo, vorrei iniziare con una domanda che mette insieme il vivere e lo scrivere: che cosa significa per te “accendere il fuoco dello scrivere ogni mattina”?

Giancarlo Majorino: Sì, questa è una frase di Musil in cui mi rispecchio. Mi alzo molto presto alla mattina, alle cinque, diciamo.

Mi alzo molto presto per un paio di vantaggi. Di solito c’è silenzio. Alla mattina poi sono un leone, dopo, rimbecillisco. La mattina sono sempre l’ira di Dio. Infatti per chi vuol trovarsi con me alla sera sono guai, perché non sono così vitale come quando mi alzo.

E la mattina, silenziosa più di altri tòcchi della giornata, mi immergo quasi sempre in grandi lavori come “Poesie e realtà”, o il poema che sto preparando dal ‘69, o più in generale con tutto ciò che costituisce continuità di lavoro.

Allora, la mattina mi metto qui, nella mia “astronave” e una volta ho in mente, immagino una situazione per il poema, un’altra volta mi interesso di un problema critico o filosofico, altre volte sono invaso dallo scrivere, un’altra volta ancora sento la necessità di rileggere un punto di Hegel, di Nietzsche, di Husserl, di Benjamin.

Cioè, è un tempo enormemente vario, non rinuncio a questa varietà che ho sempre avuto intorno a me, che è nella mia testa. L’assolvo a questo modo. E’ per quello che sono sempre abbastanza felice nonostante tutto, il che sembra una pazzia. Ma lo sono. Tutte le mattine vengo qui e mi scateno in una direzione o nell’altra spontaneamente.

Barbara Pietroni: Quindi la tua giornata è divisa tra “scrivere” e “vivere”…

Giancarlo Majorino: Non sento questa divisione; anzi, non a caso uso scrivere “viverescrivere” attaccato, per far capire che per chi scrive non è semplicissimo distinguere. Siamo proprio al fatto dell’immaginazione. Spesso immagini qualcosa, spesso gli scrittori hanno un’immaginazione prescrivente, diciamo. Si preparano poi ad un’adozione di ciò che hanno immaginato. Altri no. Anche qui però il sogno che si sia così liberi da non far diventare subito gli scatti immaginativi materiali per lo scrivere.

Ecco perché lego vivere a scrivere, perché vivere non è meno importante dello scrivere, forse addirittura di più. Quindi sempre quella centralità della vita, secondo me, che va valorizzata a fondo anche in chi fa arte, chi fa cultura…

Barbara Pietroni: e perché il vivere è prima dello scrivere?

Giancarlo Majorino: Perché in un certo senso è più facile che questo contenga quello o non viceversa. Anche qui poi ci sono tutte le leggende, le storie, per cui, non so, Dante, Shakespeare, ecc., questi grandi creatori non erano gente chiusa in casa che pensava solo alle rime. No, era gente piena di vita, in qualche modo già singoli di molti ad alta potenza.

Naturalmente dire “viverescrivere” rischia sempre di essere preso per estetismo, estetizzazione. In particolare oggi che contano molto i personaggi, la vita è spettacolo, come diceva Debord ne “La società dello spettacolo”, un libro molto difficile ma bellissimo. Dove si dice che ormai tutta la vita è spettacolo, ognuno fa le cose come se le mostrasse, per cui tutto è falso, è rappresentato, recitato. Ecco, il rischio estetizzante – oggi è frequente – è che uno “fa” l’artista. Per lo più in discipline che non diventeranno mai arte, perché sono troppo utilitaristicamente orientate: dalla forma delle automobili alla moda, la pubblicità, ecc. Cioè sono tutte vie di mezzo. E allora uno che lavori all’interno di queste discipline e che per di più faccia l’artista fa ridere! Invece oggi, purtroppo, spesso la ricerca si addensa intorno a tali vie di mezzo. Anche perché c’è una trascuranza di piacere e di sapere riguardo a musica, filosofia, poesia…

La fonte: http://web.tiscali.it/paroladipoeta/majorino_intervista/majorino_poema3.htm

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Giugno 5, 2009 Pubblicato in: Articoli   Leggi Tutto

Autori/Intervista a Salman Rushdie

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“Tutti hanno il desiderio di vivere una vita normale. Quando mi hanno tolto la scorta mi è sembrato strano prendere un taxi solo il primo giorno”

Nel suo nuovo libro  ( L’incantatrice di Firenze) si è inventato una viaggiatrice , l’incantatrice , che fa spola tra i due mondi. Come Sonia Gandhi , un’italiana che ha successo in India. Che ne pensa della sua vittoria?

“La sua vittoria è la prova del fatto che un viaggiatore che può andare da un luogo all’altro può diventare molto potente. L’altra persona davvero importante è suo figlio. L’India ha una classe politica anziana , sessanta , settant’anni..

Anche in Italia la classe politica è anziana, con l’aggravante che si mescolano politica e spettacolo. Avrà letto sui giornali di quel che si è scritto su Berlusconi : che ne pensa?

“Non penso, rido. Sa cosa dicono gli indiani? Che gli italiani sono gli indiani d’Europa. Diciamo che le due civiltà si assomigliano per molti versi”

Dopo il Codice da Vinci è di moda scrivere dall’Italia?

“Non sono stato ispirato dea Dan Brown . Il suo libro forse è il peggiore mai letto”

Il fine giustifica i mezzi , diceva Machiavelli, protagonista del suo romanzo

“In realtà , erano i Medici e i Borgia i machiavellici, lui era solo un testimone. Può darsi che poi l’Italia si sia riempita di personalità machiavelliche anche se direi che la vostra politica oggi è conosciuta nel mondo in quanto è vista come molto divertente”

L’Iran sembra avere un atteggiamento diverso verso gli Stati Uniti: o no?

“Il governo Usa ha un atteggiamento diverso rispetto al mondo islamico , ma dire se questo funzioni o no è un po’ troppo presto. Sulla scorta della mia esperienza passata, hanno tentato di uccidermi , posso dire di avere enormi sospetti su quel che l’Iran sta facendo in questo momento. Se vogliamo generalizzare fa sempre bene raffreddare le acque rispetto a scaldare i toni”

In Italia c’è il problema dello straniero : farlo entrare ? Bloccarlo?

“Per arricchire una cultura ci vuole il meticciato. Io ho passato la mia vita tra Londra, Bombay , New York , tutte multiculturali e proprio questo crea l’atmosfera. Non è possibile immaginare una New York epurata dal punto di vista razziale”

Lei ha detto che credere in Dio è come credere a mamma Oca . Lo pensa ancora?

“Sì, ci credo ancora di più: in Mamma Oca”

La fonte  http://intervistemadyur.blogspot.com/2009/05/intervista-salman-rushdie-scrittore.html

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Giugno 5, 2009 Pubblicato in: Articoli   Leggi Tutto

Autori/Stefano Tassinari, Il vento contro

di paolo vachino

Carissimo Stefano,

ho letto il tuo ultimo libro – IL VENTO CONTRO -il 25 aprile, e non credo sia stata una pura casualità. Evidentemente in una data così importante, non solo simbolicamente, avevo bisogno di una Liberazione anch’io: stare in compagnia, seppur a distanza, di un amico che riesce con le sue parole a ridarmi il senso della dignità dello stare al mondo. In questo nostro tempo di dis-gregazione, di orizzonti blindati al sogno, di una Babele planetaria delle ignoranze, restano i respiri, seppur sempre più angusti della Letteratura, come quella che sperimenti da anni e riesci sempre a fare tu, che ogni volta ti fai carico di oliare i motorini di avviamento delle coscienze, rattrappite all’ombra di parasoli eroici, messi a protezione delle intemperie di cieli privati e domestici.

IL VENTO CONTRO è la storia del declino delle intelligenze accecate dall’idea che esista una Verità sola, e che quindi vedono in tutti coloro che non aderiscono pedissequamente alla “linea”, dei traditori, dei disertori dell’“idea”.

Il tuo libro comincia con l’invocazione “a una purezza sempre fuori stagione”, di questi quattro protagonisti di una vicenda infamante, trasformatasi in tragedia. E si sente tutta l’importanza che per te rivestono le parole, perché sono quelle “strascicate di una lingua straniera”, “parole amare, le loro”, seppur questa volta “parole condivise”. La parole sono il collante delle intelligenze che vogliono incontrarsi, sia quelle che vogliono lasciare un vecchio partito per fondarne uno nuovo, sia quelle dal “cuore in subbuglio per le amicizie e gli amori che restano dall’altra parte”. Ancora una volta hai azzeccato il ritmo della narrazione, quello così tanto importante per Virginia Woolf, che temendo di perderlo ha preferito riempirsi le tasche di pietre di un consunto impermeabile e gli alveoli polmonari di un’acqua limacciosa di un fiumiciattolo di campagna. Il ritmo dato dall’alternanza tra accadimenti al presente, e pezzi importanti di una storia personale non solo politica, ma anche sentimentale. I tuoi libri sono sempre attraversati dall’amore, mai cicatriziale, sempre guarente, sempre suturante vulnus collettivi o privati. La vita affonda la sua lama nelle nostre carni, non la morte: e l’amore è l’antidoto per sopportarne la meravigliosa tremendità.

Barbara e Pietro: lei “a sistemarsi in testa un’altra serie di ricordi, vagando alla rinfusa tra anni e luoghi diversi” e Pietro che “si sforza di immaginare il futuro”. Da li si comprende la loro assoluta complementarietà, quella complicità estrema che è la forma più alta dello stare insieme; nemmeno l’amore arriva così in alto, così dentro. E quella lettera del 21 ottobre 1943 è non solo la testimonianza del loro amore indissolubile, ma è anche l’allegoria della scrittura: “non so se questa lettera potrà mai arrivarti, anche un domani lontano, ma la scrivo ugualmente perché ho bisogno di farlo”. L’etica dello scrittore è racchiusa tutta in quel “bisogno di farlo”. E che bella lezione quella “reticenza consapevole, utilizzata per non farti soffrire oltre il dovuto”. La vita e la vitalità vengono sempre fuori, sono in-arginabili, e chi come Pietro è un uomo – per dirla alla Erri – che gioca pulito con la vita -, avverte il bisogno di un’igiene da ripristinare, anche nell’estrema esperienza come quella del carcere, o della fuga da una prigionia verso un’altra assai più aspra prigionia, e di scusarsi con la compagna amata. E la lettera finisce con uno straordinario ammonimento: se è vero che non vi è una sola verità, vi è però una sola condizione per essere liberi: la libertà non può essere regalata; sarebbe sempre vincolo imperituro; la libertà è l’orizzonte mobile cui l’uomo deve tendere sempre facendo conto solo sulle proprie – molte o poche che siano non importa – forze. E la spontaneità è la forma più onesta dell’assecondare il proprio animo. Quel “ti amo” incorona a modello comportamentale quello che i pavidi e gli ignoranti chiamano banalità del dire.

E nella tua scrittura c’è’ tutto l’amore per il dettaglio, senza il quale crollerebbe tutta l’impalcatura. E così riesci a farci conoscere il Vecchio Trotsky attraverso la sua umanità domestica e il gesticolare citeriore, occulto alle grandi cronache, che ritraggono sempre le persone come se fossero sull’orlo di grandi imprese, trasformandocele in personaggi romanzati. Tu sei abile a fare il contrario: attraverso il romanzo ci descrivi la loro vera storicità, estrai dalle loro esistenze l’ombra dei loro soli, e la proietti sulla pagina, ad abbronzare la nostra famelica curiosità di lettori.

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Giugno 5, 2009 Pubblicato in: Articoli   Leggi Tutto

Autori/Mazzantini, Venuto al mondo

di paolo vachino

Il libro comincia con parole ‘residue’ – “il viaggio della speranza” -, la speranza del viaggio di Gemma che vuole salmoneggiare il fiume della sua vita, non fino alla fonte, ma nel punto da cui trae origine il suo presente di madre. E nel nome proprio di Gemma è racchiuso il suo destino: lo sviluppo di germogli, anche per le gemme dormienti, quelle che ritardano, non per colpa loro, lo sviluppo. E’ la voce lontana di un amico che piomba come un’alba di parole, a ricordare un pezzo di storia vissuta nello stesso impasto spazio temporale:

….

“il fango fermo della vita ora è polvere che vola verso di me”

….

E Giuliano, il compagno di Gemma, viene avvisato di quel risvegliato desiderio di partenza proprio da lei: e vista l’ora antelucana è ancora iconicamente intriso di quell’arruffio notturno, che Gemma adora (e odora): “quel disordine è solo per me”. E gli amori assoluti si svelano proprio nel comprendere che l’altro/a ha bisogno di andare, che fa bene ad andare. E Gemma, sentendosi compresa, convince suo figlio Pietro a seguirla a Sarajevo, dove saranno esposte delle foto di suo padre – Diego, il fotografo di pozzanghere -, mai conosciuto da Pietro, che non ha voglia di complicarsi la vita, per incontrare il ricordo del padre biologico. Per Pietro è Giuliano il padre. In ogni caso, pur recalcitrante, non si sottrae all’invito materno.

Comincia così questa straordinaria storia: depistando il lettore, che pensa ingenuamente di imbattersi nel ‘classico’ rigurgito di nostos di una donna di mezza età verso colui che l’ha resa madre, il momento della massima potenza racchiusa nel corpo della femmina, costituente un clinamen imprescindibile per ogni istante a seguire, con l’impossibilità di rimuovere dal ricordo il maschio portatore dello sputo fecondante.

E’ bella la stretta senza incertezza di Goiko, amico certo e di certo l’amico migliore di Gemma, all’aeroporto di Sarajevo, città simbolo dell’ultimo olocausto che il secondo millennio ha voluto donarci prima di congedarsi, città “compromessa dal dolore che ora tace”, dove “è stato più facile prima correre sotto le granate che dopo passeggiare sulle macerie”. Quando Pietro scopre che Gojko non era un soldato, ma un poeta, si sente ammorbare da questa epifania domestica, perché per un adolescente i poeti “sono un’accolita di poveracci rachitici e infognati di disgrazia, che hanno intossicato la vita a milioni di studenti”.

Da qui si snoda la storia che Margaret Mazzantini ha voluto raccontarci, facendoci credere per lungo tempo che il desiderio di maternità si fosse placato, a seguito dell’incontro più o meno fortuito con questo piccolo grande uomo, e che noi lettori avremmo dovuto seguire unicamente le peripezie ulissiche di Gemma, in cerca di ritrovare il suo tempo migliore nel tempo creduto smarrito. Ma tornare sul luogo della Catastrofe storica significa ripercorrere le infinite catastrofi del quotidiano, sulle quali non cadono riflettori pubblici, ma soltanto ricordi privati. E Gemma rischia di far deragliare il treno delle sue emozioni, perché i binari si stanno impercettibilmente divaricando: da un lato la donna cinquantenne del presente che comincia a riconoscere le smagliature dei suoi sorrisi, dall’altro la ragazza del passato scalpitante sotto i cieli della guerra a combattere la sua di guerra, di segno contrario rispetto ai massacri tra fazioni contendenti alla ricerca di un dominio di cera: dare la vita anziché la morte, convocare al respiro una creatura anziché indurla al rantolo. In ogni pagina del libro si sente il battito instancabile di un pendolo di senso racchiuso nelle parole, oscillanti tra il limite massimo di felicità che la vita riserba per chi la ama veramente, e la massima tragedia che essa possa riservare per chi non ne colga tutta la sacralità: la morte per mano di altro essere umano.

Gemma e Diego sono due destini calamitanti e calamitati dalle loro spigolose armonie: Gemma che incontra Diego sfuggendo a un matrimonio con un ragazzo ‘formidabile’ – Fabio -, a tal punto che era lui in grado di svelare a lei i suoi malesseri: questa rabdomanzia nel mistero dell’altra si opacizza e si spegne subito al cospetto di Diego, il quale pronuncia l’abracadabra magico, viatico di ogni grande amore: “io aspetto… io sono qui”. La rassicuranza della fede amorosa, qualcuno che crede che l’amore sboccerà messianicamente, molto prima del giorno del giudizio, nel giorno dell’incoscienza e dell’eccitazione. Diego non si interessa dell’evanescenza dei legami di Gemma, ma dei suoi piedi, del suo ombelico: delle tessere mosaicali che compongono la sua lei. Fabio era la bonaccia che le andava incontro; Diego la tempesta di sabbia ormonale preludente però la notte magica del deserto africano. Per dirla con in versi di Gojko: “Perché il tuo corpo non galleggia più sul mio?”: a questa domanda Fabio non sa rispondere a Gemma. Diego si.

Il fotografo non di pubblicità o di matrimoni: il fotografo di pozzanghere. E l’autrice non avrebbe potuto scegliere espressione migliore, vista la sua predilezione per il senso dell’olfatto: pozzanghera: deriva da puteus = puzzo; la pozzanghera che non solo diventa uno specchio grezzo del cielo, ma come spugna in cui si intridono gli umori, e in questo caso, gli amori del mondo; dal sangue del padre morto sotto la pioggia, a quello dei mestrui tamburellanti nella pancia di chi non riesce a diventare madre, a non rivelare la gravidanza. Poi giunge quella prima fotografia non scattata da lui, ritraente un alone di creatura a venire: Pietro, o Pietra, pronunciate nella ebbra spossatezza di quei giorni “di pace sazia”, perché l’amore aveva sfamato non solo i corpi, ma anche i desideri. Ma poi Gemma scoprirà che a causa di un utero invecchiato prima del tempo, dovrà portare appeso al petto il marchio infamante di “donna sterile” (steiros = duro; quindi, infecondo). Tanta forza e determinazione caratteriale come per osmosi trasmessa anche all’utero, diventato recalcitrante all’annidarsi dell’ovulo fecondato.

E cominciano le pagine straordinarie del calvario di coppia in anelito d’adozione; sulle psicologie di conforto per convincere che il bambino che acquisirà lo status di figlio sarà terreno ancora più ‘fertile’ in cui piantare lo sguardo prosciugato di lacrime proprio a causa dell’infertilità, in cui scavare di più, per plasmare quella forma ideale e originaria che doveva avere il calco delle fusione delle carni di Gemma e di Diego. Una pozzanghera in cui abbeverare le seti di madre e di padre mancati, come quella “Bellezza che spunta a casaccio” nelle foto di Diego, dalle quali Gojko apprenderà il significato dell’arte: “è Dio che ha la nostalgia degli uomini”.

La disperazione si incarna in quel viaggio in Ucraina in cerca di un forno di carne per far lievitare la pasta madre, in un’altra madre, di un feto. E Gemma non ha mai dei sussulti di partenogenesi: vuole un figlio che abbia gli occhi, i piedi, gli umori di Diego. Preludio all’incontro ultimo con Aska, l’amica di Gojko in grado di poter rimediare a quel binario morto di discendenza cromosomica, dichiarando di essere pronta a fare da roda: da cicogna; subaffittare a due estranei una stanza nascosta del suo condominio di carne: l’utero, composto etimologicamente da ut = sopra e terus = al di là; proprio come per Gemma e Diego: qualcosa che sta sopra ai loro desideri, e sta al di là delle loro possibilità.

Gemma si trasforma nella poesia di Andrìc, la pecora che non smette mai di danzare, con la speranza che il lupo venga circondato dai contadini e ucciso. E’ per questa ragione che gli esseri umani iniziano la marcia verso gli altri, verso l’amore, per spingersi sino alle fedi: è questo atavico bisogno di solidarietà per acciuffare il lupo che osserva e assilla le nostre danze.

E tutto questo accade nel privato di una donna mentre nel pubblico esplode il macello di una guerra fratricida, che giunge a porle davanti la salma di un bambino morto. E’ in quel momento che Gemma si sente madre per la prima volta. Forse per l’ultima. Almeno fino a quando non sarà Pietro, in un temino di terza elementare, a redigerle il suo certificato di madre, a battezzarla tale, nonostante lui provenga, inconsapevolmente, da un altro ventre, quello di Aska, ‘puntato verso Gemma come un cannone sulle colline di Sarajevo. E quando da questo viene espulso il proiettile carnoso, il primo che sarà colpito sarà proprio Diego, impigliato nella ragnatela da lui stesso costruita, per lasciare andare Gemma incontro al suo destino di madre, per rimanere con Aska, una meravigliosa perdente proprio come lui.

Il libro è la tragedia dei sensibili, di quelli che, attraverso il dono completo di sé, lasciano gli amati liberi del peso del loro amore, che non si deposita mai sui loro corpi e sulle loro anime, ma che rimane orbitalmente discreto come un’aureola di abbracci e di sorrisi. Come Diego per Gemma, prima e anche dopo la morte. La morte: questo inesorabile “fiume che sale”.

E due sensibilità antipodiche, anche perché rese rivali dal fiume generazionale, sono quelle di Gojko e di Pietro, il poeta e l’adolescente viziato, che si incontrano proprio sul terreno della poesia, perché “un buon poeta lascia affamati d’amore”: la poesia spiegata a suon di scoregge, addirittura corrisposte, versi sciolti nella metrica barbara del corpo.

Così il lettore è accompagnato per mano sino alla rivelazione finale: lo stupro etnico, di massa di Aska. Pietro di colpo retrocesso a figlio della violenza e dell’odio, e non dell’amore, invocato a tutti i costi, a qualunque costo; e se per Gemma la tremendità prima consisteva nell’allevare una creatura di cui solo metà della carne era conosciuta, ora significava adottare l’intera estraneità del cielo, con tutte le sue stelle fredde figlie del caso. Come la stella di Pietro.

E così Pietro continua a chiamare papà Giuliano e mamma Gemma, sapendo solo che il papà è Diego.

E Gemma vive con Giuliano, avendo amato Diego, credendo che Pietro fosse suo figlio e che la madre fosse Aska, l’amica di Goiko, diventata ora la sua compagna, la quale non aveva però partorito il figlio di Diego, ma uno dei tanti figli della violenza e dell’odio razziale.

E Gojko è l’amico fedele che per amore di Gemma, e della poesia, quindi della vita, ha sempre saputo e tacitato e taciuto tutto.

E Giuliano accetta di essere l’ultimo uomo di Gemma, l’ultimo padre di Pietro.

Il girotondo delle verità.

Il libro è straordinario, soprattutto, perché non fa la morale ad alcuno. E’ morale, è costume che si denuda del proprio abito per raccontare la nudità del corpo di questa umanità così ferita e allo stesso tempo languidamente distesa sull’amaca dell’illusione di acciuffare la felicità, dietro a ogni angolo, davanti a ogni persona, dentro a tutte le pozzanghere.

Forse il Paradiso è una pozzanghera di cielo. E le nostre vite non sono altro che le fotografie istantanee scattate da un Dio turista a spasso nell’universo.

VENUTO AL MONDO resterà a lungo nelle coscienze di noi lettori, come un speranza dolce di poter riuscire a provare amore nella forma più pura e più alta, quale quello di una madre verso un figlio non suo. E la speranza prenderà lentamente la forma delle parole incalzanti, figlie questa volta non putative dello sguardo mazzantineo sul mondo, le quali, come accade solo ai veri poeti, lasceranno insaziata la nostra fame d’amore.

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Giugno 3, 2009 Pubblicato in: Articoli   Leggi Tutto

Pagine/Sciascia, la corda pazza

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Leonardo Sciascia, La corda pazza, Adelphi

Ieri sera volevo iniziare a leggere un nuovo libro. Non volevo un romanzo, ma piuttosto dei racconti, delle storie brevi. Guardavo una pila di libri che mi ero preparata da un po’ su uno scaffale nel mio studio. Mentre leggevo i titoli e ognuno mi diceva – scegli me – , scegli me – , la mia attenzione viene attirata da “ La corda pazza”di Sciascia. E’ un libro citato nell’introduzione del “Don Giovanni in Sicilia” di Brancati, mi aveva incuriosito per certe affermazioni sui siciliani, l’avevo comperato e messo lì, prima o poi l’avrei letto. Poiché ultimamente leggendo “ Il meridionale di Vigevano” di Mastronardi avevo avuto una visione un po’ pessimistica dei meridionali in genere, ora sentivo il bisogno di riscattarli. Decido così di leggere un altro siciliano, sicuramente ne avrebbe esaltato le qualità. Lo apro, lo sfoglio, vedo che è a racconti. Mi fa piacere. Mi fermo su un capitolo: Francesco Lanza. A prima vista, mi sembra che non c’entri molto con i meridionali, ma lo trovo interessante. Parla di un famoso quadro di Bruegel, che non avevo mai osservato con attenzione. Una tavola del 1559 dal titolo Proverbi fiamminghi. L’opera rappresenta centodiciotto proverbi secondo un universo simbolico del mondo alla rovescia, che appare alla sinistra del dipinto. Nello “specchio” dipinto da Bruegel l’uomo poteva prendere coscienza di sé stesso, per emendarsi da vizi e da follie. Mi è piaciuto, è stata una scoperta, l’ho trovato divertente e profondo e mi ha fatto apprezzare meglio un bellissimo dipinto. Aurelia Bucci

“Al centro della tavola di Bruegel in cui centodiciotto proverbi fiamminghi sono raffigurati in altrettante scene articolate nella unità di una folle kermesse, c’è una donna giovane e formosa, vestita di rosso che con espressione di malizia nel volto, in contrasto col gesto che è di amorosa premura, assicura sulla testa e sulle spalle di uomo piuttosto avanti negli anni, e cadente, un mantello azzurro identico a quelli scapolari che ancora oggi qualche contadino siciliano porta. Gli studiosi del dipinto dicono che l’immagine corrisponde al detto: «mettere il manto azzurro sulle spalle del marito», reperibile nella tradizione popolare fiamminga. Il Cocchiara dice che effettivamente si usava nei Paesi Bassi imporre il manto azzurro al marito tradito: e c’è da crederlo, se ai giorni nostri la cronaca registra, in un paese dell’Olanda, la lapidazione di un’adultera. Ma che il manto azzurro fosse feroce usanza o soltanto immaginoso modo di dire riguardo alla condizione sociale in cui veniva a trovarsi il marito tradito, oggetto cioè della curiosità e del disprezzo altrui, distinto dagli altri quasi indossasse una cappa di colore inconsueto e squillante, qui ci importa notare come il proverbio figurato da Bruegel immediatamente ci collega al mimo di Francesco Lanza che si intitola Il cappuccio a pizzo:

«Un dì che Re Guglielmo non aveva nulla da fare al solito suo, fece gettare, per città, castelli e paesi, un bando a suon di trombe, tamburi a pifferi: “Signori miei! da oggi in poi chi è becco deve mettersi il cappuccio a pizzo per non far succedere confusioni. E chi non se lo mette, c’è la pena della testa e cent’onze di multa”. Dappertutto quelli che erano in piazza, a sentire il bando, chi scappava di qua e chi scappava di là, come cascasse il cielo a pezzi; e tutti tornavano col cappuccio a pizzo, per non pagare la multa e perdere la testa. Anche il troinese se ne andò a casa sua di corsa, e tutto ansante e trafelato lo contò alla moglie: “Lo sapete il bando che ha gettato Re Guglielmo, che tutti i becchi devono mettersi da oggi in poi il cappuccio a pizzo, per non far succedere confusioni? Ditemi, moglie mia, me lo devo mettere anch’io?”. La moglie diventò una furia e andava su e giù sbraitando contro Re Guglielmo che non aveva nulla da fare e metteva lo scompiglio nelle case della gente onesta, e il cappuccio a pizzo doveva metterselo prima lui, come capo di regno per dare il buon esempio ai sudditi. “Lui se lo deve mettere il cappuccio a pizzo; e le pianelle, chè le corna gli escono fin dai piedi; e le brache se le deve allargare per farcele entrare tutte. Ah, marito mio, voi lo sapete s’io vi ho sempre rispettato! e quelle di Re Guglielmo sono invece quanto l’arena del mare! Domandatelo a tutti che cura ho avuto del vostro nome e come mi sono sempre comportata, e nessuno ve lo sa dire! Chi mi è venuto appresso per la tentazione non gli ho rotto il battesimo, e non ve l’ho fatto sapere mai per non farvi dispiacere. Ah, marito mio io ci ho pensato per il mio onore e non voi! E per il vostro ci avete pensato voi e non io! Ah, marito mio lo potete dir forte che vi ho onorato più del sole nel cielo!”. Il troinese si ringalluzziva tutto a sentirla fare così, e anche lui se la pigliava con Re Guglielmo che non pensava ai casi suoi; ma come se ne usciva per tornarsene in piazza, la moglie lo richiamò in fretta: “Sentite, marito mio, per il sì e per il no mettetevelo anche voi il cappuccio a pizzo, e così leviamo l’occasione”. E il troinese per il sì e per il no si mise anche lui il cappuccio a pizzo.»

E’ come se la scena dipinta da Bruegel avesse acquistato, per così dire, il parlato: l’ambiguo parlato della donna, che è poi esattissimo calco di un siciliano nativamente ed effettualmente ambiguo. Ma a parte il preciso rapporto tra questo mimo di Lanza e il proverbio di Bruegel, il riferimento al quadro ha per noi un valore non fortuito o di curiosità, ma intrinseco e lato, di una congenialità tematica ed espressiva tra il mondo dei proverbi e il mondo dei mimi; che è in effetti, di entrambi, un mondo che sta al vertice del paradosso, sul punto del rovescio. Il mondo alla rovescia, insomma: cioè, supremo e greve paradosso, il mondo dell’ignoranza, della stupidità, dell’intolleranza, del tradimento, della pazzia in cui come dimezzato l’uomo irredimibilmente vive. E con l’uomo dimezzato ecco che tocchiamo altro tema, conseguente a quello del mondo alla rovescia, che dalla fantasia popolare è passato con larga e continua fortuna alla letteratura europea.”

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Maggio 22, 2009 Pubblicato in: Articoli   Leggi Tutto

ParoleSuImmagini/Il fantasma azzurro

http://www.artonweb.it/artemoderna/quadri/foto/articolo92.jpg

 laura pellegrini/Il fantasma azzurro di wols

 

Un filo sottile di ferro mi ha tagliato la gola, proprio quando credevo di fare il mio bene: il sangue, non so come, è stato risucchiato poi ha emesso il rigurgito della fine. Non ho più nulla, solo il riflesso sulla mia trasparenza mi appartiene. Così, quando manca la luce, divento colore del niente: respiro, battito no. Riposo. Da me: quell’urlo interrotto, non soddisfatto mi lacera il petto ogni volta che torna la luce maledetta. Allora mi vesto di quello che capita.

E quando sono qualcosa, ogni volta diversa, frustrata, con scatti improvvisi provo a sorprendere il mio guardiano che però mi vuole lì con sé.

Continuerò a fallire altre migliaia di volte perché neppure questo mi è concesso, rassegnarmi.

Ho imparato a muovermi in modo del tutto impercettibile, riuscirò a ghermire qualche cosa che mi passa vicino ignara, solo per avere un po’ di compagnia: forse aiuterà ad asciugare quel rantolo umido che avvolge la mia nudità. Sono indifeso, così sembra. Qualunque forza mi può violare. Il mio istinto oramai è inerzia di volontà, desiderio, speranza.

Il movimento si riduce ad un miserevole tentativo di forzare l’aria, così pesante, insuperabile per me che ne sono parte. Ma perché sono qui? Chi ha deciso per me? Chiunque senta il bisogno ritornare a possedere uno spazio che sia solo il suo, lontano da rombi assordanti di fuochi d’artificio che fanno saltare le budella, a chi ancora le ha. Ma io no! Non più! Anch’io sono caduto nel tranello e ho detto sì, voglio qualche cosa che sia solo mia, un angolo di pace solo mio. Lontana la vista da quelle speranze macellate, irriconoscibili per la terra che le ha sepolte prima che esalassero la vita

ho ritrovato! Il mio corpo

di membra disfatte.

La prova più dura: pensare a me, ignorare la moltitudine di fantasmi che mi strisciano tutt’intorno, sù per le vesti consumate.

Non sono solo! Questo limbo è affollato come un motel che si è prostituito vendendosi a ore-anime in cambio di accordi appena tratteggiati, poi idealizzati, consumati.

Ad un povero cristo cui il corpo ormai va troppo largo almeno rimane il sollievo della resa.

Depositare ogni arma.

Annullamento.

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Maggio 5, 2009 Pubblicato in: Articoli   Leggi Tutto