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Libri/Il primo libro di antropologia

Febbraio 17th, 2010

di andrea teodorani

Il primo libro di antropologia – Marco Aime (Piccola Biblioteca Einaudi Mappe)

Il titolo di questo libro ricorda un testo scolastico. È probabilmente una scelta voluta. L’autore, Marco Aime, docente di Antropologia culturale all’università di Genova espone in maniera semplice quello che è il lavoro dell’antropologo moderno e quali sono le nozioni basilari che devono far parte delle sue conoscenze ma non si rivolge solo a chi è interessato a questa scienza. I temi di cui tratta sono così attuali e universali da coinvolgere tantissime altre discipline, dall’arte alla filosofia, dalla religione alla sociologia, ma anche politica e perfino tecnologia. In parole povere questo libro è un’introduzione ad un mondo molto vasto: il mondo dell’essere umano.
Il libro è ben scritto, piacevole da leggere, pieno di citazioni intelligenti e curiosità interessanti. Non ha la pretesa di essere la ‹‹bibbia›› dell’antropologo. L’autore ci fa capire che questa materia è talmente ampia e multiforme da essere ancora lontana dall’avere regole universali.
Un buon antropologo deve usare i propri sensi. Deve osservare, fare domande, ascoltare, toccare con mano, assaggiare, annusare e poi formulare delle ipotesi. Il buon antropologo sa già da principio che le sue teorie potranno solo avvicinarsi alla verità. Lo sapeva bene Claude Lévi-Strauss quando disse che le grandi dichiarazioni dei diritti dell’uomo ‹‹hanno la forza e la debolezza di enunciare un ideale troppo spesso dimentico del fatto che l’uomo non realizza la propria natura in un’umanità astratta ma in culture tradizionali.››.
Grandi pittori come Picasso, Braque e Matisse attinsero a piene mani dall’estetica africana senza probabilmente capirne nulla. Lo stesso Picasso lo ammise.
Aime ci insegna che ogni essere umano, fin dalla nascita, è permeato dalla cultura che lo circonda e che condiziona il suo modo di pensare. Siamo vittime inconsapevoli dell’etnocentrismo cioè del considerare il proprio gruppo di appartenenza come il centro del mondo. Il risultato è il giudicare sbagliato tutto ciò che non risponde ai propri canoni.
Riti e comportamenti che a noi occidentali possono apparire assurdi o a volte addirittura crudeli sono del tutto normali per altre culture e viceversa. Ad esempio per un africano guardare una persona negli occhi è un segno di insolenza mentre per un europeo è segno di franchezza. In occidente i riti eseguiti su genitali femminili hanno creato grandi polemiche e sono vietati. Eppure è permessa la circoncisione maschile anche se si tratta di una pratica dolorosa che può traumatizzare chi ne viene sottoposto.
In passato l’uomo occidentale pensava che gli abitanti dei paesi esotici non portassero vestiti perché primitivi, senza pudore e senza cultura, come animali. Nel suo diario di bordo l’esploratore James Cook scrive che quando i suoi marinai guardavano esplicitamente i genitali non nascosti dei nativi della terra del fuoco li mettevano in imbarazzo. Agli occhi di uomini occidentali è peccato mostrare le proprie nudità perché così gli è stato insegnato fin da piccoli. Per i nativi non vi era nulla di male. Piuttosto pensavano fosse sconveniente che qualcuno li fissasse. Ciò che li infastidiva era la morbosità degli sguardi.
In alcuni paesi i matrimoni sono combinati e la famiglia dello sposo paga un prezzo alla famiglia della sposa. Si potrebbe pensare che la sposa è come un oggetto da comprare. In realtà è un modo di risarcire la perdita di un componente della famiglia (di solito è la donna ad andarsene di casa per vivere con il marito). Inoltre in questo modo si crea un legame tra le due famiglie.
Non siamo forse anche noi occidentali assurdi agli occhi di altre popolazioni?
Montesquieu provò ha descrivere l’Europa così come la vedrebbe una persona nata al di fuori dei suoi confini: ‹‹ Il re di Francia è il principe più potente d’Europa. Non possiede miniere d’oro come il re di Spagna suo vicino, ma ha più ricchezze di lui, perché le ricava dalla vanità dei suoi sudditi, più inesauribile delle miniere [...] D’altronde questo re è un gran mago: esercita il suo potere anche sullo spirito dei sudditi, li fa pensare come vuole. Se nel suo tesoro c’è solo un milione di scudi e gliene occorrono due, gli basta persuaderli che uno scudo ne vale due, ed essi ci credono [...] Quando ti dico di questo principe non devi stupirti: c’è un altro grande mago più potente di lui, il quale domina il suo spirito non meno di quanto egli domini su quello degli altri. Questo mago, che si chiama papa, ora gli fa credere che tre è uguale a uno, che il pane che mangia non è pane, che il vino non è vino, e mille altre cose del genere.››.
Nel 1956 Horace Miner pubblicava su ‹‹American Anthropologist›› un articolo dal titolo ‹‹Body Ritual among the Nacirema››: ‹‹L’antropologo si è talmente abituato alla diversità dei modi in cui i popoli si comportano in situazioni simili, che non si stupisce nemmeno di fronte alle usanze più esotiche [...] Il professor Linton fu il primo a portare venti anni fa, all’attenzione degli antropologi il rituale dei Nacirema, ma la cultura di questo popolo è ancora pochissimo conosciuta. La cultura dei Nacirema è caratterizzata da una sviluppata economia di mercato. Mentre la maggior parte del tempo delle persone viene dedicato a scopi economici, una larga parte dei frutti di queste attività e una cospicua parte del giorno vengono spesi in attività rituali. Il centro di tali attività è il corpo umano, l’aspetto e la salute del quale incombono come concetto dominante per l’ethos delle persone. Mentre tale concezione non è inusuale, i suoi aspetti cerimoniali e la filosofia che vi è associata sono unici [...]. La credenza fondamentale che sta alla base dell’intero sistema sembra essere che il corpo umano è brutto e che la sua naturale tendenza è di debilitarsi e ammalarsi. Per questo ogni abitazione ha una stanza con uno scrigno, dove anche i bambini vengono iniziati ai misteri. Nello scrigno sono contenute molte cure e pozioni magiche senza le quali i nativi non potrebbero vivere [...]. Ogni giorno ciascun membro della famiglia, in successione, entra nella camera dello scrigno, china la testa di fronte alla scatola della cura, mescola diversi tipi di acqua santa e inizia un breve rito di abluzione. I Nacirema hanno un orrore e una fascinazione quasi patologici per la bocca, la cui condizione si crede avere un’influenza sovrannaturale in tutte le relazioni sociali [...]. In aggiunta ai riti privati della bocca, le persone una o due volte l’anno vanno a cercare un santone della bocca. Questi sacerdoti hanno un impressionante corredo di parafernalina, consistente in una varietà di trapani, punteruoli, sonde e punzoni. L’utilizzo di tali oggetti per esorcizzare il male della bocca dà vita a incredibili torture rituali del cliente [...]. Si può dire che emerge uno schema piuttosto interessante, in quanto la maggior parte delle popolazione mostra chiare tendenze masochistiche. E’ a questo che il professor Linton si riferiva, parlando di una parte di rituali giornalieri del corpo eseguiti solo dagli uomini. Tali riti prevedono di grattare e lacerare la superficie della faccia con uno strumento tagliente. Riti specifici femminili sono eseguiti solo quattro volte al mese, ma se difettano per frequenza, spiccano per barbarie. Come parte della cerimonia, le donne cuociono le loro teste in piccoli forni per circa un’ora. Il dato teoricamente teorizzante è che quello che sembra essere un popolo essenzialmente masochistico, abbia creato specialisti sadici [...]. E’ dura comprendere come siano vissuti così a lungo sotto il peso che essi si sono imposti. Ma anche costumi esotici come questi presentano significativi reali se osservati dall’interno, come suggerito da Malinowski quando scriveva: “Guardando da lontano e dall’alto, dai nostri luoghi sicuri nella civiltà sviluppata, è facile vedere tutta la crudezza e l’irrilevanza della magia. Ma senza il suo potere e la sua guida i primi uomini non avrebbero potuto superare le difficoltà pratiche come hanno fatto, né avrebbero potuto raggiungere i più alti stadi dell’evoluzione”. (per comprendere il tono ironico dell’articolo, basta leggere al contrario il nome del popolo in questione)››.

Al giorno d’oggi lo studio dell’antropologia si è diffuso in tutto il mondo e non è più esclusiva di persone nate in occidentale. Nonostante la diffusione del sapere l’idea che una cultura sia migliore di un’altra è ancora radicato. Questa idea è frutto dell’etnocentrismo e non riguarda i soli paesi del mondo occidentale. I barbari sono gli altri. I civili siamo noi.
Eppure l’idea di razza intesa come divisione in gruppi dalle caratteristiche biologiche e attitudini culturali specifiche è stata ormai del tutto demolita. Come dice Luigi Luca Cavalli-Sforza: ‹‹Non è la genetica a influenzare la cultura ma al contrario sono gli elementi culturali a influenzare la genetica.››. La purezza non esiste. Le culture, le tradizioni delle popolazioni di tutto il mondo sono il risultato di varie influenze. In Italia gli spaghetti sono considerati piatto tipico eppure sono originari della Cina e la pizza non è altro che l’evoluzione di un alimento arabo. Gran parte dei generi musicali contemporanei sono di matrice africana: rock, reggae, hip hop, blues.
Chissà quanti scozzesi sono a conoscenza del fatto che il loro amato kilt ha solo due secoli di storia, è in realtà di origine irlandese e la stoffa di cui è fatto, il famoso tartan, proviene dalle fiandre. Le persone non hanno una memoria duratura.
La fragilità della memoria umana viene spesso sfruttata da élite politiche per creare una identità nazionale forte. Non importa se questa identità non ha reali fondamenta storiche. Per esistere davvero uno stato deve prima esistere nell’immaginario del popolo che abita i suoi confini. Questa identità immaginaria può diventare tanto forte da sfociare nel fanatismo. I diritti universali dell’uomo diventano meno importanti dei doveri imposti al cittadino dal governo della sua nazione. Non è forse quello che è successo nella Germania nazista?
Sartre diceva che è stato l’antisemitismo a creare il semita. Prima che vi fosse la negazione dei loro diritti gli ebrei non pensavano alla religione come un fattore di identità comune. Chi viveva in Germania si sentiva tedesco, chi viveva in Italia si sentiva Italiano.
Come dice Jean Cuisenier: ‹‹l’identità di un popolo si forma non per via di una lingua, un territorio o una religione comune ma nel progetto e nelle attività che diano un senso alla lingua, al possesso di un territorio, alla pratica di usanze e di riti religiosi.››.
La necessità dei burocrati occidentali di organizzare, elencare, dividere in parti distinte ha causato non pochi problemi in tutto il mondo. Il vocabolo ‹‹etnia›› si è diffuso anche per opera degli amministratori coloniali (ai tempi delle colonie europee). Il paese colonizzatore non poteva permettersi di disperdere le proprie forze per il controllo di grandi territori lontani dalla madre patria. Doveva trovare sul luogo un piccolo gruppo di persone da elevare al di sopra della comune popolazione e da usare come funzionari (si pensi anche ai Kapo dei lager).
Si sono così create divisioni all’interno di popolazioni. In India, per esempio, sono sempre esistite le caste ma hanno preso una forma reale, consistente, quando gli inglesi decisero di fare un censimento della popolazione.
Ai giorni nostri alcuni paesi si sono dimostrati superbi nel credere che la propria idea di democrazia si potesse esportare o imporre con la forza senza considerare quale fosse l’idea altrui di democrazia. Hanno peccando di etnocentrismo.
Il lavoro dell’antropologo lo costringe a mettersi nei panni dell’altro, ad essere umile, a rispettare, a dialogare, a cercare di capire e a diffidare dei giudizi affrettati. Forse è un mestiere che dovremmo fare tutti, almeno per un po’, nel corso della nostra vita.

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Autori/Cara Fernanda, traduca, traduca

Agosto 19th, 2009

di paolo vachino

“Cara Fernanda, traduca, traduca, traduca.”
C’é un avviamento al destino e per Fernanda Pivano è stato sicuramente l’amico che avrebbe voluto essere per lei anche lo sposo: Cesare Pavese. Nel lustro di innamoramento pavesiano per la giovane e talentuosa scrittrice, il carteggio fu intenso. E molte lettere vennero scritte e scambiate proprio in agosto. E’ un Pavese delicato e vitale, sgrommato dagli umori cimiteriali, a incitare la giovane allieva ad avviarsi alle lettere, facendolo in una forma oscillante tra lo stilnovismo e il boccaccesco; scrivendole una “Analisi amorosa di F”, parlandole in terza persona ma, ossimoricamente, con la massima frontalità espressiva, scordando i paradigmi della piemontese falsocortesità per indossare i panni dell’autentica e brutale franchezza, avente per fine l’entrare nelle grazie dell’interlocutrice, smuovendo però in lei, al contempo, il sentimento dell’amore, non solo per lui, ma anche per la bellezza.
“Cara Fernanda si consoli dalle Sue pene pensando che tutti ne abbiamo”.
E Pavese, a questo invito a stare bene, non accompagnò una narrazione riguardante il suo sentimento luttuoso per non poter aggredire, e aderire, la vita come avrebbe desiderato e voluto da uomo, e come invece era consapevole di essere all’altezza unicamente nel suo mestiere di scrittore, ma con una dettagliata e puntale descrizione del suo mal d’amore per lei, proclamandosi esausto di perseguire una “stoica atarassia attraverso la rinuncia a ogni legame umano, se non quello, astratto, dello scrivere”, perché la vita prima o poi “si vendica con una solitudine vera”.
E così fioccavano inviti per camminate tra boschi, visite domestiche, un corrispondere di vite e non solo di parole: con quello stile demodè di un darsi del “Lei” per non logorare l’intimità espressiva con l’abitudinarietà allo sfogo, per non intristirsi di eccessivo contatto, lasciando una soglia interstiziale in cui gli spifferi della vita avrebbero continuato a soffiare liberi dagli addomesticamenti affettivi.
Il più grande lascito pavesiano alla Pivano è stato quello di ammorbarla di poesia, convincendola con la consapevolezza acuta del suo sentire: “Perché so che il mio mestiere è di trasformare tutto in poesia. Il che non è facile”: questa messa in guardia di non rinunciare alla remidizzazione poetica del mondo anche se sarà la difficoltà, a volte, ad avere il sopravvento. E questo incessante incitarla a credere nelle sue doti, ad assecondarle spietatamente, con l’ironia sabaudolanghigiana di cui era intriso: “E’ il momento in cui Lei, se è in gamba, può acchiapparmi e bagnarmi il naso. Basta che lavori, studi e traduca, e sforzi la testina. Diventerà celebre, scriverà libri, troverà la cattedra, sarà una luminare della filologia. Io, quando la mia decadenza abbia compiuto il suo ciclo, verrò a fare il bidello nella Sua aula”. E qui si sente echeggiare la voce pavesiana che riassume il dono di ogni grande e vero maestro: “Le lezioni non si danno, si prendono”: trasmettere la grandezza di un pensiero ridimensionandolo e riconducendolo nell’alveo di ogni singola vita. Il relativismo di ogni relazione. Un Pavese inusualmente protettivo, anziché disfattivo: “Cara Fern., la solitudine che lei sente, si cura in un modo solo, andando verso la gente e donando invece di ricevere. Per vivere una vita piena e ricca bisogna andare verso gli altri, bisogna umiliarsi e servire. E questo è tutto”. E dentro a quel tutto è trascorsa la vita di Fernanda Pivano, come una cometa luminosa di cui noi oggi potremo continuare a mirarne e contemplarne la scia luminosissima.

Ma c’è una Fernanda anche mia di cui vorrei lasciare traccia scritta, spero altrettanto luminosa quanto lei.
All’interno del Festivaletteratura di Mantova di qualche anno fa, si è svolto un incontro dedicato a Fabrizio De Andrè e al suo genio poetico-musicale. A parlarne tre interlocutori, rivelatisi assolutamente inadatti all’impresa: il filosofo Salvatore Natoli, celebrante in forma eccessivamente noumenica il fenomeno De André; lo scrittore Salvatore Niffoi, parlandone quasi esclusivamente come di un affabile vicino di casa; Marco Bellocchio che non lo conosceva per nulla, ma per dovere istituzionale impossibilitato a declinare l’invito. Un piccolo scandalo, arginato dalla presenza in prima fila di Lei, la Fern., la Fernanda Nazionale e amatissima da uno stuolo di generazioni. Al termine dell’incontro, dopo aver manifestato apertamente con un mio immancabile intervento il disappunto per tanta banalità, non all’altezza del geniale personaggio evocato, e di aver ricevuto per questo un caloroso abbraccio da Lella Costa, che si trovava seduta a fianco della Pivano, e approfittando proprio di quella sedia liberatasi improvvisamente da quell’abbraccio spontaneo, mi insinuo tra i fianchi della Lella e mi siedo vicino alla Nanda e prendendola per una mano le dico, non scontatamente, di amarla molto e le chiedo di farmi un grosso regalo: di consegnarmi in una sola parola la definizione ‘ultima’ di Cesare Pavese. Improvvisamente scorgo nei suoi occhi accendersi il velo di una commozione vitale ed esplosiva, un secchio calato nel pozzo della sua storia, un uncino conficcato nella bellezza del suo essere stata tanto fortunata per aver vissuto tale e tanta vita, e allo svanire dell’estereffazione sul suo volto, che in quel momento era tutto affacciato e proteso sui suoi trascorsi con il vecchio amico, mi ha sussurrato: “un poeta…… un grande poeta……. il più grande…………”. Pausa: e poi: “peccato solo per quelle sue ultime poesie dedicate a quella americana……….”.
Una vita immersa nella bellezza dell’arte, della poesia , della letteratura, della musica, senza mai dimenticarsi per un solo istante, fino all’ultimo, di essere stata e di essere sempre prima di tutto una donna.
“Life is many days” era solito ricordarle l’amico innamorato.
E la “Fern.” lo sapeva bene che la vita era ‘tanti giorni’.
Compreso l’ultimo.

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Autori/Giorgio Vasta, Il tempo materiale

Luglio 9th, 2009

Giorgio Vasta, Il tempo materiale, Minimum Fax

di claudio castellani

C’è sempre il rischio di fare brutta figura, a parlare di libri come Il tempo materiale di Giorgio Vasta (Minimum Fax). A parlarne male si rischia di apparire come una signorina della letteratura che auspica romanzi perennemente ottimisti, perennemente sdolcinati, perennemente sorridenti. Ma sinceramente non capisco come non si possa non provare compassione per Giorgio Vasta. Nelle sue pagine tutto è putredine. “Gli fa schifo tutto”, “Trasformare il panico in esistenza.” “spaventoso”. “Mi induce, con la repulsione, il rispetto.” “La sua distruzione è infinita”. ”La paura deve esserci. Solo che per me c’è sempre”. Appaiono molti animali: sono rachitici, storpi, monchi, pieni di croste. Piccioni lebbrosi, gatti scheletrici e affamati, topi schifosi, cani immondi. Il mondo di Giorgio Vasta è repulsivo. Il che può essere. Ci sono molte zone del mondo che suscitano niente altro che repulsione. Solo che qui non se ne vede il perché. Per esempio i palermitani –che qui appaiono come una generica categoria umana- sono persone disgustose. Non sono neppure persone. Sono ‘corpastri’. Il minimo che si possa dire di loro è che puzzano. E se volete sapere perché, bè, sappiate che dipende dal modo in cui parlano:”Non è una questione di pulizia. Sono loro. E’ la loro vita. E’ un odore che proviene dal loro modo di parlare. Le parole invecchiano nel loro corpo. Marciscono. Il dialetto, già marcio in origine, marcisce ancora.” Accontentatevi di questo. Non vedrete mai, nel libro di Vasta, un palermitano, anzi un corpastro, agire, fare qualcosa o dire qualcosa che suffraghi la tesi dello scrittore. Gli unici palermitani che compiono dei gesti, almeno fino a pagina 179, quando ho chiuso il libro, appaiono sotto forma di una famiglia agricola che regala more di gelso raccolte in un cesto.
La storia del romanzo, mi par di capire, è grosso modo questa: che Bocca, Scarmiglia e Nimbo, tre ragazzini che vivono nella Palermo del 1978, a 11 anni sono terribilmente precoci. Hanno già capito che l’Italia è un paese irrimediabilmente provinciale (“Senza scampo”, sottolinea la bandella, anche se nel libro non c’è scena, fatto, dialogo o azione che suffraghi questa tesi, in una certa misura perfino condivisibile) e dunque mettono insieme qualcosa che nella loro mente dovrebbe essere una specie di colonna brigatista. Tale colonna non compie, fino a pagina 179, nulla di memorabile o comunque di significativo, se non l’elaborazione di un alfabeto muto che ricalca icone e canzonette della suddetta Italia provinciale. La bandella ci assicura, comunque, che la colonna palermitana degli attentati almeno li progetta. Non senza lacerazioni, come testimoniano queste poche battute di dialogo che estrapolo da pagina 175:
-Ci sono circostanze nella quali la logica è sospesa, aggiungo, non ha valore: al suo posto esistono altre regole.
[…]
-Sì, abbiamo deciso che il tempo è poco. O meglio: abbiamo deciso di percepire questo tempo come qualcosa che sta per finire:
[…]
-Nessuno di voi ha il dubbio che sia un’ansia ridicola?
-Qualcuno deve assumersi la responsabilità del ridicolo. Di pensare cose ridicole. Di dirle, e poi di farle. Altrimenti non succede niente.

Non so. Goethe diceva che usare sempre e solo il tasto dell’ironia è sbagliato perché, in questo modo, non si arriva mai alla profondità. Forse lo stesso si può dire quando si usa sempre e solo il tasto del disgusto, del putridume, della disperazione e del disprezzo, in modo particolare quando sono immotivati. In queste pagine non ci sono uomini che interagiscono. Così non ci sono mai storie umane e non si capisce mai la causa della disperazione. Come se qui non ci fossero uomini che con le loro azioni generano la disperazione, ma ci fosse solo la disperazione che genera gli uomini. La lingua che usa Vasta è una sorta di martello che frantuma tutto, riduce tutto in frantumi e questi frantumi non possono far altro che restituirci un’immagine caleidoscopica delle cose. Al massimo. Sospettiamo che questo sia frutto di una precisa scelta filosofica. Le storie, le relazioni, le interazioni tra individui, secondo Vasta, probabilmente, non possono generare che pagine perennemente sdolcinate e deprimenti per un eccesso di sorrisi. Questo sospetto lo desumiamo anche da una frase che appare a pag 51. Nimbo si innamora di una bambina creola. E’ una bambina muta. “Voglio che lei, per me, resti solo un fenomeno. Una creatura. Senza che niente la sporchi, senza l’oltraggio di una storia.” Per carità! La bambina creola è destinata a grandi destini. A soffiare sul mondo “L’infezione del silenzio.”

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Creatività/Scurati, La letteratura al tempo della cronaca

Giugno 28th, 2009

riprendiamo da Repubblica del 26 giugno il terzo articolo -questo è di Antonio Scurati- dedicato ai nuovi narratori italiani

Un angelo con gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. Lo sguardo fisso, rivolto al passato: un’ immane catastrofe accumula rovine ai suoi piedi. Senza tregua. Lui vorrebbe trattenersi, destare i morti, ricomporre l’ infranto. Ma le sue ali dispiegate, impigliate in una tempesta che spira dal paradiso, lo spingono verso il futuro, cui volge le spalle. La tempesta è ciò che un tempo chiamavamo progresso, l’ angelo è l’ angelo della storia di Walter Benjamin. La narrativa contemporanea deve, forse, chiedersi: che ne è stato di quell’ angelo nuovo? Stando a Francois Hartog, le società pensano il rapporto tra passato, presente e futuro in modi diversi. Nella nostra, dopo che fino agli anni ‘ 60 ha prevalso un orientamento al futuro, è subentrato il “presentismo”, un regime di storicità ca ratterizzato dall’ egemonia del presente. Il che pone la domanda: come si racconta il presente quando non c’ è che quello? La letteratura – quell’ idea nata con l’ età moderna votandosi al culto degli antichi e alla promessa, mai mantenuta, dei posteri – deve oggi accorciare le distanze. Si vede spinta nella zona di contatto con il presente. Tutto il passato sembra averci dimenticati e il futuro non dura più a lungo. Impazienza assoluta. Giù per questa china, la narrativa contemporanea diventa narrativa del contemporaneo. Entrano, allora, in crisi le poetiche dello scarto otto-novecentesche. Il secolo della Storia, radicalmente futurista, si era imposto di scartare a ogni costo e a tutto campo: dal linguaggio ordinario, dall’ ideologia dominante, dal tempo presente. Ma l’ obbligo di aderenza impone, oggi, la fuoriuscita da quell’ idea moderna di contemporaneità. Tanto dall’ inattualità nicciana quanto dalla negatività adorniana. Insomma, Il Ventesimo è stato, nelle arti, nel pensiero e in letteratura, un secolo di sistematico smarcamento. Il Ventunesimo si apre all’ insegna del marcamento a uomo, asfissiato e asfissiate, sul presente. Personalmente, avverto questo “presentismo” declinarsi in “cronachismo”. Sotto la pressione dei linguaggi mediatici, l’ orizzonte ampio della Storia e delle sue storie si frantuma in cronaca di un oggi assoluto, e perciò deprivato della possibilità di entrare in un racconto più grande, sia esso magari anche racconto del Male. Il risultato è un triste cronicizzarsi dell’ esistenza, individuale e collettiva. La vita, se letta nelle pagine dei giornali o vista in tv, scade a teatro di fattacci e fatterelli. Finisce con l’ apparirci come una malattia inguaribile di lungo decorso. Un’ illusione che per dare prova di autenticità si cala sempre più nei toni crudi, nel sangue, nello sperma, rimesta nel torbido, nel triviale, nel sozzo. Ogni giorno un delitto e un delitto al giorno. Questa la regola della miopia cronachistica. E non si tratta di un “ritorno alla realtà”. Sul modello degli spettacoli gladiatori, il mondo della comunicazione trionfante è qualcosa di finto che per essere creduto ha bisogno di un eccesso di realtà. La nostra maggiore, obbligata aderenza al reale è, insomma, del tipo del cerotto sulla ferita. Fino alla cauterizzazione dello spirito, fino all’ indifferenza e alla cecità assolute. Nella mia pratica di scrittore, ho sempre alternato romanzi storico-epicia romanzi scritti in un corpo a corpo con la cronaca. Sono, per me, due fasi di oscillazione di uno stesso pendolo impazzito. Con il mio ultimo libro, Il bambino che sognava la fine del mondo, ho preso i frantumi di molti delitti narrati, in modo slegato e disperso, dalle cronache di questi anni e ci ho costruito un racconto d’ invenzione che li ricapitolasse tutti in un’ unica figura discernibile del Male. Per farlo, ho perfino utilizzato molti articoli di commento che avevo scritto, non senza disagio, per La stampa. È stato il mio tentativo di sfuggire alla prigione della cronaca seguendo il consiglio di Genet: per sottrarti all’ orrore, sprofondaci dentro. Ma è stato anche un modo di mettere in pratica tre principi di una narrazione del contemporaneo. Esercitare un’ intelligenza delle superfici (divenire superficiali per profondità; atterrirsi, come astronauti in ricognizione lunare, allineando l’ occhio alla superficie desolata e scabra dell’ immediato). Stabilire un rapporto di vicinato con il proprio qui e ora (non necessariamente di buon vicinato; si tratta, anzi, di una rivalità mimetica, di scendere sul suo terreno, rischiando risposte parzialmente isomorfe; di farsi sotto, come in una bagarre pugilistica, per piazzare il proprio colpo). Sapersi prigionieri di una bolla d’ immanenza (e non più quella della concezione postmoderna del linguaggio come prigione di segni ma quella di un tempo senza vie d’ uscita). La versione aggiornata al tempo della cronaca del vecchio angelo della storia – angelo caduto – viaggia in utilitaria. Tiene sempre gli occhi spalancati ma ora, imprigionato nel presente, la sua postura è curva, la spina dorsale inarcata sul volante, le ali ripiegate. Nessun vento del paradiso a sospingerlo, solo un motore a scoppio. Costretto in quell’ angusto spazio in movimento, il suo mondo è governato dalla relatività ristretta: qualunque gesto, anche il più ampio, non ha vera grandezza perché relativo al sistema di riferimento di un piccolo abitacolo. Preso dentro la sua bolla d’ immanenza, deve avanzare rivolto al futuro di un nastro d’ asfalto l’ angelo della cronaca, frontale, diretto, ma l’ orizzonte è vuoto, la superficie è glabra, il parabrezza opaco. Deve guardare avanti ma non si vede a un passo. Oppure può indirizzare lo sguardo a un rimbalzo retrogrado. L’ occhiata obliqua non gli restituisce, però, nessun grandioso spettacolo di rovine. Solo piccole porzioni di un mondo in decomposizione nello specchietto retrovisore. Frantumo di frantumi. L’ eco dei crolli si richiude sulle ruote posteriori come la scia di un’ elica. Una scritta a lettere maiuscole gli ricorda la regola della prossimità obbligata: “Objects in the mirror are closer than they appear”. La nebbia è fitta, la strada, però, sembra sgombra. Si può, forse, tentare perfino un salto di corsia. Ma l’ istinto del trauma gli consiglia prudenza. Ciò che sta per piombarti addosso si trova sempre nel punto cieco dello specchietto retrovisore. – ANTONIO SCURATI

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Autori/Giorgio Falco

Giugno 22nd, 2009

di claudio castellani

“L’ubicazione del bene” (Einaudi) non è un’indicazione metafisica, non si riferisce al Bene contrapposto al Male. O forse sì? Comunque, il bene qui è proprio niente altro che un bene, una casa collocata, come tutte le cose che popolano i racconti di Giorgio Falco, in un luogo che si chiama Cortesforza, città satellite a pochi chilometri da Milano.

‘L’ubicazione del bene’ è un libro triste come una giornata uggiosa e immobile. I personaggi sono tutti uguali tra loro, in fondo sono macchiette, i numerosi venditori di questi racconti recitano sempre e tutti la solita battuta (”Io rilascio un regolare certificato”). I personaggi non hanno relazioni, non hanno amori. Si sposano e non si sa perché. Divorziano e non si sa perché. Sappiamo però che, quando stanno per divorziare, i mariti vanno a dormire sul divano. Non si sa se si sono mai amati, e perché. Non c’è mai il ricordo di un amore, di un istante di felicità, di qualcosa che non sia prevedibile e scontato, o che sia terribilmente prevedibile e scontato ma capace di accendere una scintilla di umanità. Sono personaggi amorfi, opachi, privi di sentimenti.

I racconti di questo libro sono fotografie. Le fotografie non ritraggono niente, sono fatte di sfondi. E gli sfondi sono programmaticamente disperati e dunque programmaticamente previsti. Acquari, oggetti in plastica, case invase dalle termiti, acquisti che si rivelano altrettante fregature a opera di venditori cinici, città invase dai topi e dagli insetti, tangenziali intasate, paesaggi suburbani, televisori perennemente accesi sulla partita o sul serial, merci da ipermercato. Sfondi immobili. Le storie non si vedono, sono fuori campo. I personaggi sono, appunto, macchiette, maschere fisse. La macchietta del piccolo manager, la macchietta del venditore, la macchietta dell’impiegato, la macchietta dell’eterno sfigato, la macchietta della segretarietta milanese che divorzia perché il marito ha comperato l’auto senza condizionatore. Ogni racconto non ci racconta mai un movimento, relazioni che evolvono verso qualcosa di ancora più triste dell’inizio, magari, ma che si muovono in una direzione, comunque. Sono luoghi asfittici che vorrebbero rappresentare l’asfissia e finiscono invece col ridicolizzarla.

Mentre leggevo i racconti di Falco mi venivano in mente due cose.

La prima è quella che diceva qualche giorno fa Giorgio Vasta su Repubblica: che la generazione dei giovani narratori è ‘in caduta libera dentro un tempo immobile’. Noi, diceva, ‘siamo cresciuti nella percezione non semplicemente della fine del nostro presente quanto del presente come fine, obiettivo e conclusione.’

Devo confessare che questa storia del tempo immobile e del nostro tempo che vive di un eterno presente comincia a infastidirmi. Siccome è un ritornello che tutti ripetono sempre e uguale in ogni occasione, comincio a sospettare che sia un luogo comune. Una cosa non vera. Ma se anche fosse vera, mi chiedo se il modo migliore per venirne fuori è alimentare questa immobilità. Il bello della letteratura, mi dicevo, non sta proprio nella possibilità che ci offre di esplorare le infinite possibilità della vita? Se usiamo la letteratura per congelarla, non le rendiamo un cattivo servizio? Non contribuiamo a immobilizzarla ulteriormente? (Per quanto io pensi che parlare di vita immobile sia un ossimoro) La vita è quello che è. Può essere bella, o brutta o perfino bruttissima, ma non è una macchietta stereotipata. E allora, perché non esplorare il suo movimento? Il movimento può essere anche falso. Ma anche un falso movimento è fatto di possibilità che non cogliamo, che non sappiamo cogliere. O che cogliamo solo in apparenza. Anche un falso movimento è un cammino. Non so. I racconti di Falco sono scritti bene, ma non potranno mai offrirci il dono della sorpresa. Temo che la sorpresa venga, in linea con le teorie di Scurati, programmaticamente bandita. Scrive Falco:”Diventiamo anche ansiosi, il tempo passa e non vediamo niente, tanto meno qualcosa di memorabile, un’esperienza.” Mi sono chiesto se sono diventate invisibili le esperienze o se sono diventati ciechi gli occhi.

La seconda cosa che mi è venuta in mente è che questa immobilità narrativa produce cose vecchie. Le macchiette di Falco mi fanno venire in mente il cabaret che si faceva al Derby di Milano negli anni ‘60, così pieno di impiegatucci che nella vita, come nei racconti di cui sto parlando, si preoccupano solo che la carrozzeria della loro automobile non venga graffiata. Piccoli dirigenti aziendali che aspirano alla promozione e scaricano la loro aggressività organizzando tra loro battaglie di pesci combattenti. Segretarie che scopano perché quello è l’unico modo per fare figli e, secondo le grette convenzioni, una donna non è una donna se non fa figli. Mi fanno venire in mente com’ero io, e come mi rappresentavo il mondo, nei primi anni ‘70. Me lo rappresentavo così, esattamente come se lo rappresenta oggi Falco. Negli anni ‘70 avrei scritto anch’io frasi del tipo:”Lo zoo è la rappresentazione della città, lo zoo safari del suburbio residenziale fuori città.”. Oppure:”Lei è interessata a ciò che lui può darle e non a ciò che le dà.” Mi piacevano le certezze disperate che mi fornivano i luoghi comuni tipici di chi odia la società ingiusta e disperata. A quell’epoca si usava una parola che oggi non si usa più: piccolo borghese ( i piccolo-borghesi erano ai miei occhi, come a quelli di Lenin, i veleno assoluto della vita. Un piccolo-borghese era Hitler senza la grandezza del male di Hitler). Io la vita me la rappresentavo come un enorme e immobile tinello piccolo-borghese popolato da mamme che odiavano il marito (non c’era ancora il divorzio) perché aveva comperato un’auto senza condizionatore. In un angolo vi giacevano, naturalmente immobili, molte pattine.

Poi, a guardare bene, mi sono accorto che la vita è più complessa. E che i miei tinelli -contrariamente a quel che recita la quarta di copertina del libro di Falco (ma di questo lui non ne ha colpa)- non avevano nulla a che vedere con la Regalpetra di Sciascia o la Yoknapatawpha di Faulkner.

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Autori/Mario Desiati, Il Littel che manca all’Italia

Giugno 21st, 2009

Questo è il secondo articolo pubblicato da Repubblica dedicato ai giovani narratori italiani

di Mario Desiati, da Repubblica del 16 giugno 2009

Chi scrive i libri, chi lavora coi libri non è migliore delle altre persone. Partiamo da questo. Non è scontato. Spesso, invece, lo scrittore è una persona peggiore del proprio lettore. Forse è questa la caratteristica di un grande scrittore. Uno scrittore di mestiere ruba, ruba la vita degli altri, i tic, i difetti fisici, l’ aneddoto, il modo di dire, le storie, i personaggi. Rubare, rubare continuamente, ma poi viene il difficile, e il difficile consiste nel saper ridonare con grazia quello che si è rubato. La grazia della scrittura non è solo saper scrivere bene, ma arrivare con un tocco ad aprire l’ anima di chi legge. Resta esemplare il racconto Famiglia nei Sillabari di Goffredo Parise. In questa novella accade che uno sconosciuto mostra il desiderio di assaggiare il latte materno durante una conversazione davanti a una giovane madre con i seni pieni di latte e suo marito. La grazia del narratore trasforma lo squallore in poesia: il cucchiaino d’ argento sul quale viene spremuto il latte, il sapore di miele, margherite piccole, la foto di marito e moglie: “Sono tutti e due calmi, allegri e con la forza di coloro che vivono in armonia con tutte le cose senza saperlo. Come i due usignoli che mi svegliano al mattino”. Gli anni Duemila per la narrativa italiana passeranno alla storia per il ritorno al reale. Con o senza grazia, anni in cui si parla del post realismo dopo il post modernismo, il racconto dei luoghie della società, del lavoro e del paese Italia. Ma li ricorderemo anche perché quasi tutti gli scrittori si sono confrontati con l’ adolescenza, l’ unico periodo esistenziale in cui sembra essere successo qualcosa nella vita di molti. Sono sempre stato convinto nella mia storia di lettore che la nuova generazione di autori fosse divisa (con eccezioni che confermano la regola) in due grandi schieramenti. Chi ha a cuore il racconto del paese in cui viviamo, chi il racconto di un’ età. Ma da scrittore? Per anni ho coltivato un’ ossessione, quella che consisteva nel raccontare la realtà, la scrittura doveva essere anche un atto politico, un atto che poteva cambiare lo stato delle cose. Ma a che serve una scrittura civile senza coraggio? E a che serve la scrittura in genere senza coraggio? Gomorra di Roberto Saviano, come molti grandi libri della storia della letteratura, parte da un interrogativo che a volte rimane inespresso nei recessi dell’ anima di chi scrive: “Quanto sono disposto a perdere per raccontare la mia storia, la mia ossessione?”. La risposta è tutto. C’ è chi come Saviano perde la cosa più importante dell’ uomo. La libertà. Rispondete alla domanda, cosa perdereste per raccontare la vostra storia? Ogni scrittore vero ha un lato oscuro, un demone che lo possiede, che lo spossessa, che lo conduce a seguire dei percorsi bui, indicibili, anche scandalosi. E spesso quel demone ti porterà a perdere tutto, a perdere la persona amata, a perdere la famiglia, i figli (quando lessi Lunar park di Ellis pensai esattamente questo, il figlio adesso che penserà del padre?). Eppure proprio lì si vede la stoffa del grande narratore: hai il coraggio di descrivere e raccontare il tuo demone? E poi: troverai la grazia per farlo? Quella grazia che permette a Parise di scrivere qualcosa di scandaloso e di farcelo desiderare. La letteratura che ha grazia e coraggio non solo sospende la nostra incredulità ma alimenta i sentimenti, a volte guarisce, ma altre volte ammala, per sempre. Sergio Luzzatto nel suo saggio Padre Pio a un certo punto riporta uno stralcio della biografia sul santo di Pietralcina di Cavaciocchi riguardo un libertino redento. “Si converte. Si spoglia dei vestiti eleganti, brucia i romanzi, si mortifica con i digiuni…”. Leggere romanzi era visto come segno inequivocabile di leggerezza e debolezza. La vocazione a una vita pia e casta si manifestava con la locuzione “brucia i romanzi”. In queste righe c’ è tutto un pregiudizio sulla letteratura di ogni tempo: “frivolezze”. Pregiudizio confermato nelle interviste che molti giornalisti hanno fatto in terra di Gomorra ad alcuni che denigravano il libro di Saviano dicendo: “È solo un romanzo, solo un romanzo!”. Molti grandi scrittori hanno messo in conto di vedere il proprio romanzo in un indice di libri proibiti oppure al rogo… le strade della scomunica però non sono infinite e i libri pericolosi per la vita del proprio autore sono diversi. Quando ho chiuso Il contagio di Walter Siti mi sono chiesto: un colto professore universitario che scrive un libro così bello e nudo, in cui volutamente mi- -

 MARIO DESIATI

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Autori/Haruki Murakami

Giugno 21st, 2009

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Riprendiamo da D di Repubblica questa intervista di Stefania Viti allo scrittore Haruki Murakami

Figura, secondo il New York Times, tra i dieci libri più belli del 2005. Umibe no Kafuka (Kafka sulla spiaggia), il romanzo di Haruki Murakami che uscirà per Einaudi nella traduzione di Giorgio Amitrano, ha raggiunto un traguardo raro per un giapponese. Possibile, però, se parliamo di Murakami. Da Tokyo Blues-Norwegian Wood, Feltrinelli, che vent’anni fa lo lanciò sulla scena internazionale, a Tutti i figli di Dio danzano e Dance Dance Dance, Einaudi, scritto durante il soggiorno in Italia, i suoi libri sono ormai classici da milioni di copie in tutto il mondo. Scrittore visionario e surreale, amatissimo dai ragazzi, è accompagnato dalla fama di uomo schivo, misterioso, allergico a interviste e mondanità.

E lui appare dal nulla, nella piccola stanza piena di libri nello studio di Aoyama, nel cuore di Tokyo. Haruki Murakami, classe 1949, è un uomo piccolo. Semplicissimo, in felpa e jeans blu.

Sembra uno dei protagonisti dei suoi romanzi, storie sospese tra il sogno e la realtà; isole immaginarie, in cui simbolo e metafora diventano gli antidoti per la sopravvivenza a un mondo troppo crudele, reinventato dallo scrittore in un universo parallelo dove tutto è possibile. Anche parlare con i gatti, come fa Nakata, uno dei protagonisti di Umibe no Kafuka. Libro a doppia trama, racconta la storia di Kafka, un ragazzo di Tokyo che fugge nel sud del Giappone in cerca della madre, ma anche quella di Nakata, un tipo “non troppo sveglio”, rimasto psicologicamente menomato da uno strano episodio avvenuto durante l’occupazione americana.

Umibe no Kafuka è una storia di destini e coincidenze, un libro che pone molte domande ma che poi dà poche risposte…

«Non è importante scoprire se i miei protagonisti trovano o meno quello che cercano, se Kafka trova la madre o no. Quello che a me interessa è il processo della ricerca, che ti fa incontrare persone che ti aiutano, anche senza motivo. Come capita a Kafka, come capita nella vita. Ricerca significa anche speranza».

E anche ricordo, memoria…

«Sì, è uno dei punti fondamentali dei miei romanzi. Se non ci fossero i ricordi, la vita sarebbe disadorna. Sono i ricordi, anche spiacevoli, a riscaldare la nostra vita. Scrivere, per me, è aprire i cassetti della memoria, dove ho riposto tante cose. Mi sono accorto che i lettori tengono chiusi quei cassetti, oppure, se provano ad aprirli, non riescono a farlo bene. Io so come fare, e, in un certo senso, li apro anche per loro».

Il titolo lascia un po’ disorientati: infatti Kakfa fa pensare allo scrittore… Perché lo ha scelto?

«È venuto fuori in maniera casuale, durante una conversazione. Kafka, comunque, è uno dei miei scrittori preferiti e metterlo in relazione con il mare mi sembrava piuttosto originale. Il titolo di un romanzo è molto importante: è la prima cosa che legge il lettore, la prima con cui posso colpirlo».

Kafka va in palestra, lei è un maratoneta. Che rapporto esiste tra sport e letteratura, tra il corpo e la scrittura?

«È un rapporto molto stretto. Scrivo tutti i giorni dalle quattro fino alle dieci di mattina. Durante la stesura di un romanzo non mi fermo nemmeno nel fine-settimana, e anche per un anno intero. È come fare una maratona. Infatti, in questo periodo, sto scrivendo un saggio, una sorta di riflessione personale sul rapporto tra salute fisica e mentale. Molti pensano che scrivere non significhi impegnarsi fisicamente, ma non è così. È un lavoro che richiede molte energie e regolarità, come lo sport. Di solito si pensa che l’immaginazione venga favorita da una vita sregolata: per me, invece, è l’opposto».

Quanta parte di lei c’è in quello che scrive? Come nascono i protagonisti dei suoi libri?

«Una parte di me si sovrappone a loro, però io sono un’altra persona. In un certo senso sono quello che sarei io se mi trovassi nei loro panni. Non mi devo sforzare per crearli: li aspetto e loro arrivano. Eseguo una sorta di rito: una doccia, un tè, mi rilasso e aspetto».

Lei è un appassionato di musica. Ha gestito un jazz club, il Peter Cat, e i suoi libri sono accompagnati da vere e proprie colonne sonore, pagine dedicate a pezzi e autori…

«Ascolto tantissima musica. Ho iniziato a scrivere all’improvviso, senza possedere una tecnica. Mi sono chiesto come avrei potuto fare e ho capito che per me scrivere è seguire la mia musica interiore. Il ritmo appartiene anche alla scrittura: se non c’è, il lettore non ti segue». Uno dei personaggi del libro parla coi gatti. Lei li ama molto…

«Sono stato con loro sempre, fin da piccolo. I gatti sono un po’ individualisti, e a me piace questo lato. Quand’ero giovane, e non avevo molti soldi, anzi ne avevo talmente pochi da non potermi permettere una stufa a gas, erano i gatti che mi tenevano caldo quando andavo a dormire. Ne avevamo tre e entravano nel futon con me e mia moglie. Riscaldano un sacco. Si può fare persino a meno del riscaldamento».

Ci può raccontare la storia di come ha iniziato a scrivere. Ormai è quasi una leggenda…

«Ho iniziato tardi, a 29 anni. Ho sempre letto molto, ma non avevo mai pensato di scrivere. Poi, un giorno, mentre guardavo una partita di baseball, ho sentito qualcosa investirmi dall’alto, scendere su di me. È stata un’epifania… Mi rendo conto di dire una cosa strana, ma mi sono sentito così. È la cosa più bella che mi sia successa in tutta la vita: da allora non ho più smesso di scrivere. Non ho mai avuto il blocco dello scrittore, non ho mai sentito di non poterlo fare. Semplicemente, scrivere mi rende felice».

Ha vissuto in Italia e adesso abita negli Stati Uniti. Ma perché ha lasciato il Giappone, il suo Paese?

«Mi sento e mi sono sempre sentito un outsider, qui. Per questo vent’anni fa mi sono trasferito all’estero, proprio in Italia. La società giapponese è rigida, fondata su modelli di comportamento predefiniti. Se si seguono le regole, tutto va bene, altrimenti si viene presi in giro. A me è capitato. Io volevo sentirmi libero di vivere la mia vita senza costrizioni, di scrivere quello che mi pareva quando mi pareva».

Che cosa legge? Quali sono i suoi autori preferiti?

«Adoro Dostoevskij e Kafka, naturalmente. Sono loro gli autori della mia formazione. Adesso leggo gli scrittori che traduco, Carver, Fitzgerald. Adoro la letteratura americana contemporanea, tradurre per me è un hobby: mi piace e non mi affatica. Quando non scrivo romanzi, traduco. E viceversa. Leggo una frase in inglese e inizio a chiedermi come potrei renderla altrettanto bella in giapponese: è come risolvere un’equazione matematica».

Nonostante prenda le distanze dalla società giapponese, ne ha trascritto i dolori in Underground (Einaudi), il saggio che raccoglie le testimonianze delle vittime dell’attentato alla metropolitana di Tokyo, del 1995, opera della setta Aum Shinri-kyo…

«Quell’esperienza mi ha cambiato molto. Fino a quel momento non mi ero mai interessato alla vita dei salaryman, degli impiegati che tutti i giorni prendono il treno alla stessa ora, lavorano fino a tardi, tornano a casa e il giorno dopo iniziano da capo. Non mi riconoscevo in quel conformismo. Ascoltare le testimonianze delle vittime mi ha però avvicinato a loro. Penso veramente di aver fatto bene a scrivere quel libro».

Com’è andata quando si è trovato di fronte i terroristi e il loro leader, Shoko Asahara?

«Ho intervistato i membri della Aum Shinri-kyo perché volevo capire il motivo di quel gesto. Mi sono ritrovato a parlare con degli studenti, degli intellettuali capaci di discutere in modo approfondito molti problemi. Però, per quei ragazzi tutto si ferma alla testa. Le vittime, invece, mi hanno aperto il loro cuore. Le persone che hanno aderito a quella setta si sentivano insoddisfatte, e hanno abbracciato le idee del loro leader pensando che se si univano a lui sarebbero diventati più forti. È lo stesso processo sul quale si basa oggi ogni fondamentalismo. Dopo l’11 settembre è il problema più grosso che la società contemporanea si trovi ad affrontare. Prima esistevano due blocchi opposti, il comunismo e il capitalismo. Dopo la caduta del muro di Berlino, tutti abbiamo pensato che il mondo avrebbe conosciuto un periodo di pace, e invece sono cresciuti sentimenti di odio razziale. Io ho iniziato a essere famoso proprio in quel periodo. Penso che forse, in tutto questo caos in cui il mondo si è venuto a trovare, i miei libri siano stati una strada alternativa a questa confusione».

In Giappone esiste la pena di morte e Shoko Asahara vi è stato condannato. Cosa ne pensa?

«Sono contrario. Alcuni credono che ripagare una morte con un’altra morte sia il modo più semplice e veloce per dimenticare il dolore. Ma è sbagliato. Piuttosto dovremmo riflettere sul perché si sia potuto arrivare a tanto. Ho seguito il processo e mi sono fatto l’idea che questi criminali, nonostante tutto, non siano persone malvagie. Chiunque, anche la persona più pacifica, se finisse nella trappola del fondamentalismo potrebbe fare cose che non avrebbe mai pensato di fare».

In Giappone tra i manga più venduti ci sono quelli di Ko Bunyu contro la Corea o la Cina, e tra i giovani si sta diffondendo il neonazionalismo…

«È una cosa molto pericolosa e Koizumi in questo ha una grossa responsabilità. Continua a fare le visite allo Yasukuni Jinja (il tempio del milite ignoto giapponese che raccoglie anche le spoglie di 14 criminali di guerra, ndr)… Ero negli Stati Uniti quando ho letto dei manga razzisti e mi sono arrabbiato. I miei libri sono molto letti anche in Corea e in Cina. Viceversa i drama coreani sono molto popolari in Giappone. Apparteniamo tutti alla stessa area culturale, quella asiatica. Mi chiedo perché ci sia bisogno di fare azioni che ci dividono, anziché unirci. I giapponesi devono ancora fare i conti col passato e riconoscere i propri errori. È fondamentale».

Che rapporto ha con i suoi lettori?

«Buono, infatti quando posso apro il sito e rispondo direttamente alle mail. Per uno scrittore credo sia necessario confrontarsi con i propri lettori. Per me è anche un modo per stare in contatto col mondo esterno».

Non è una vita semplice, specialmente in Giappone…

«No, infatti. In Giappone se non si fa vita sociale si è tagliati fuori. Se rifiuto gli inviti, poi mi danno dell’arrogante. Ma per me il tempo è una cosa importante, e voglio utilizzare il mio per scrivere. Non è che ogni tanto non mi piaccia divertirmi, ma quando rifiuto poi la gente mi odia. E questo mi dispiace…».

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Autori/Alan Pauls, Il libro del pianto

Giugno 7th, 2009

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di Laura Lamanda, da D di Repubblica n.649 del 6 giugno 2009

Strano, favoloso, e impegnato in misteriosi viaggi. Così Roberto Bolaño descriveva anni fa ai lettori del Pais quello che riteneva “uno dei più grandi scrittori sudamericani viventi”. Misterioso certo, e sfuggente, abituato a nascondersi: l’argentino Alan Pauls da sempre sa imbrogliare le piste. Per riuscirci, ha firmato saggi e romanzi con il suo nome affiancato da un altro, inventato, e per anni si è lasciato credere eteronimo di Roberto Bolaño, prima che il premio Herralde, vinto per il romanzo Il passato (Feltrinelli), lo forzasse a uscire allo scoperto. Il suo ultimo Il libro del pianto (Fazi), storia di un bambino che soffre della straordinaria capacità di sentire gli altri, sullo sfondo di una Buenos Aires militarizzata e rivoluzionaria, sembrava la premessa di un colloquio a forte base di pathos ed empatia. Invece Pauls ha messo subito le mani avanti: “Non sono interessato agli effetti di riconoscimento”: così inizia a parlare, evitando ogni riferimento preciso alla sua storia personale. Nei confronti del bambino-protagonista usa molta ironia. Lo chiama “eroe”, come fosse il personaggio di un’epopea o di un fumetto. “È un enfant prodige con la capacità straordinaria di muovere gli adulti alla confessione. Il suo talento è la vicinanza emotiva agli altri, che infatti lo cercano per essere capiti. E vive in un mondo dove tutto è pelle, condivisione e pianto”. Gli adulti gli confessano cose che non sarebbero capaci di svelare a nessun altro, si tratti dell’amico del padre abbandonato dalla moglie, del nonno che sogna di cambiar vita, del bagnino condannato da un cancro, o della sua “donna a ore” che è innamorata di un uomo sposato. Il bambino è, spiega Pauls, “un orecchio assoluto”, e poco importa che, istintivamente, a questi sfoghi lacrimosi preferisca il percorso della sua automobilina: dovrà dare ai grandi ciò che si aspettano. “Come spesso accade nell’infanzia, l’eroe coltiva la sua sensibilità perché gli garantisce l’attenzione dei grandi, in particolare del padre, interessato soprattutto alle sue lacrime. E così ne diventa vittima”. Nonostante gli accenti comici con cui lo scrittore le descrive, le “insolazioni di dolore” cui si espone suonano infatti devastanti: provocano oppressione al plesso solare, fanno cedere le gambe, assottigliano la pelle fino a renderla trasparente, inadatta a separare se stessi dall’esterno. Sono gli stessi sintomi che travolgono Superman, l’eroe che tanto ammira, quando è esposto alle radiazioni di cryptonite. “Lo stato di prossimità totale con l’altro è molto pericoloso. L’altro ci invade, annientandoci. Per questo il mio eroe decide di smettere”. Smette di piangere come atto politico. “Dire di no alle lacrime significa anche mettersi in un atteggiamento di rottura rispetto alla sua cultura, quella argentina, che è molto piagnucolosa e crede che solo nella sofferenza ci sia una verità, assente invece nella gioia, nel desiderio e nel piacere”. Evocando l’Argentina degli anni Settanta, quella della sua infanzia, Pauls tradisce coinvolgimento e contemporanea insofferenza, come se parlasse di un genitore da cui sia necessario e difficile prendere le distanze, e di cui si portino, indelebili, le tracce. Sono le tracce, per esempio, lasciate dai ricordi dalle uniformi militari, così presenti da costringere un bambino a integrarle nel suo immaginario, insieme agli eroi dei fumetti, alla sua borsa Pan Am, al grande polipo disegnato sul fondo della piscina. “La memoria funziona così, mette tutto insieme: cose importanti, inquietanti e altre frivole, leggere”, racconta. “Io amo molto questo lato pop del ricordo, che non stabilisce gerarchie di valore tra gli oggetti. Perché anche quelli più banali possono concentrare un’energia storica molto importante. La borsa Pan Am è una sorta d’icona, di reperto fossile di quegli anni. Lo stesso vale per la rivista La causa peronista: ha marcato un’epoca”. Il protagonista del romanzo attende la sua uscita in edicola con la stessa trepidazione con cui si appropria dei giornali pornografici che il compagno della madre nasconde nell’armadio. “In quegli anni avevamo una passione abnorme per la lotta armata, che rappresentava per noi una sorta di epopea, di cui godevamo anche nei suoi aspetti più estremi, deliranti e “porno”. Sì, godevamo in modo quasi letterale e collettivo, quando leggevamo che i monteneros o qualche altra organizzazione di lotta armata di estrema sinistra aveva liquidato un padrone di impresa o un capo di polizia. Provavamo l’odio, il risentimento, e anche la sofferenza, la debolezza. Avevamo per i martiri e gli sconfitti un’identificazione e una passione totalizzanti”. Crescendo, il bambino comincia a prendere le distanze dal patetismo. “È una lotta non facile, che lo porta a dibattersi tutto il tempo tra sfoghi sentimentali e decisioni brutali e ciniche”, spiega Pauls, tradendo per un attimo il coinvolgimento in prima persona. Per poi tornare a un discorso antropologico. “Ancora oggi, in Argentina i giovani lottano per contrastare quest’ideologia “tragicofila”, che disprezza l’umorismo, la commedia, ed è all’origine degli ultimi cinquant’anni di politica. È importante resisterle e riconoscere la verità del benessere e della gioia”. Poi, in un soffio, con un fervore che ci fa capire “empaticamente” che stiamo ascoltando un discorso importante, Pauls ci offre la chiave per decifrare questo colloquio, e certi suoi enigmatici comportamenti di scrittore. “È talmente difficile essere contemporanei! Voglio dire, è talmente difficile essere contemporanei a se stessi, e decifrare quel che ci succede mentre ci succede! Noi viviamo contemporaneamente più tempi e il presente è una specie di patchwork. In questo l’empatia non aiuta per niente. Anzi, è necessario convincersi che, per capire cosa accade, serve una certa distanza. Ecco, il mio libro fa l’apologia della distanza come presupposto per ogni esperienza fertile, sia essa emozionale, politica, intellettuale o artistica. Sì, lo dico proprio come farebbe un medico: raccomando a tutti un po’ più di distanza!”.

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Autori/Fuentes: Quando i sogni entrano nel libro

Giugno 5th, 2009

  

FIRENZE – Oggi alle 18, a Palazzo Medici Riccardi, in occasione del Premio internazionale Vallombrosa Gregor von Rezzori, Carlos Fuentes terrà una lectio magistralis di cui anticipiamo un brano. La premiazione sarà invece domani alle 11 nell’ Abbazia di Vallombrosa: i finalisti sono David Albahari, Deborah Eisenberg, Andrew Sean Greer, Jhumpa Lahiri, Ingo Schulze. Sono uno scrittore disciplinato. Ogni sera, prima di andare a dormire, preparo, come un alunno diligente, un foglio coni compiti per il giorno dopo. Tema, personaggi, linguaggio. Il tutto con rigore teutonico. Mi addormento. Mi sveglio presto. Mi lavo. Mi preparo la colazione. Silvia prepara il pranzo e la cena. Adesso dorme profondamente. Infine, verso le 7.30, mi siedo a scrivere con il mio schema bene in vista. A mezzogiorno interrompo il lavoro conoscendo quello che ignoravo e ignorando quello che conoscevo. Le cose che ho scritto in quattro ore e mezzo hanno poco o niente a che vedere con la mia razionale lista della spesa della sera prima. È comparso qualcosa di diverso. Una novità improbabile, una sorpresa oscura, un piacere del già scritto paragonabile solo alla delusione del non-scritto. Che cosa è accaduto in quelle ore di sonno? Al di là di ogni razionalizzazione freudiana- il sogno distorce, rimuove, simbolizza – posso accettare che in sogno compaiano i morti che abbiamo amato a dirci in segreto quello che non hanno potuto dirci a viva voce. Seè così, vuol dire che nell’ atto di sognare non compaiono solo i fantasmi della creazione, ma anche i suoi destinatari, il suo pubblico primo e primario: gli esseri amati. Sognare è creare perché durante il sonno, che è metà dell’ esistenza, si danno appuntamento la gestazione della vita e l’ annuncio della morte. Portale privilegiato in cui si stringono la manoi due estremi dell’ originee della fine, come può l’ onirico non alterare la discrezione del razionale, introducendovi la propria indiscrezione? Arrivare a un compromesso che non comprometta il sogno ma che non sacrifichi neppure la ragione apre la porta- una doppia porta, difficile da custodire – fra ciò che rubo al sonno e ciò che do alla veglia, perché anche se credo, illudendomi, di controllare la porta del mattino, non sono sicuro di sapere se sto aprendo o chiudendo la porta della notte. Una cosa è certa: non si tratta di un processo ostile, né verso di me né verso gli altri. Ed è pericoloso, questo sì, ma solo per me. Se ieri sera sapevo quello che avrei scritto oggi, come scriverò adesso quello che prima ignoravo? Credo che la risposta vada ricercata nell’ annosa questione del destinatario della scrittura. Sospetto degli scrittori che, fin dal primo momento, proclamano di scrivere per la gente. E detesto gli scrittori che conoscono la ricetta preconfezionata del successo di vendite. Invece mi sento attratto – come da un abisso, è vero – dall’ avventura di un mistero iniziale (per chi scrivo?) o dall’ onanismo di una giustificazione solitaria (scrivo solo per me), per approdare, nelle mie sette ore di sonno che sono l’ altra metà della vita, alla rivelazione dei destinatari concreti: i più vicini, i più cari, quelli che se ne sono andati seguendo la legge del fiume profondo, ad aspettarci in un tempo senza lancette. Una nonna del nord del Messico, discendente dagli indios Yaquis, coraggiosa e arguta, piccola e scura, figlia del direttore della Zecca di Sonora, originario di Santander, che le permetteva, da bambina, di scivolare dalla cima di una montagna di monete d’ oro. Madre di quattro donne, una di loro era mia madre, vedova prematura di un nonno alto, belloe pallido la cui vita terminò, solitariae pietosa, in un lazzaretto, costringendo mia nonna a cercare lavoro nella campagna di alfabetizzazione del ministro José Vasconcelos e una volta in pensione, controvoglia, a regalare a noi nipoti i suoi aneddoti fantastici e ai generi il manuale delle buone maniere. (…) Devo dire grazie a mio padre, e al suo amore per un fratello scomparso, se mi sono avvicinato alla letteratura. Lo zio defunto si chiamava Carlos come me e fu più che una promessa, un brillante e giovane poeta veracruzano, discepolo preferito del poeta Salvador Díaz Mirón. Un ragazzo alto, biondo, serio, che nel 1919, a ventun’ anni, fu mandato a studiare a Città del Messico e lì morì di tifo in un paese rivoluzionario e rivoluzionato dove le epidemie della povertà e dell’ incuria uccidevano più dei proiettili. La sua morte intristì per sempre la mia nonna paterna, come la morte del marito fece con la mia nonna materna: le ho sempre viste tutte vestite di nero e così, a lutto, compaiono nei miei sogni, ripetendo storie tanto vecchie che ormai sono diventate nuove. Anche i miei figli entrano nei miei sogni, seppure in modo diverso. Cecilia, la maggiore, è viva e mi aiuta nel lavoro. Natasha, la minore, è morta a 29 anni di una vita impaziente, assetata di conoscenza, frettolosa e mandata giù d’ un sorso, inquieta e ribelle verso le mancanze delle persone e l’ ingiustizia del mondo. Mio figlio Carlos sperimentò invece l’ armonia della vita e la sua vocazione di poeta, cineasta e pittore, accelerando la sua creatività naturale – creò fin dall’ infanzia – quando seppe, fin dall’ infanzia, di essere mortale, emofiliaco dalla nascita ed esposto, indifeso, a tutti i mali del tempo. La mia vita è un libro che si regge in piedi grazie a quei due book-end che la sostengono e le danno un senso di origine e fine: Carlos Fuentes Boettiger, mio zio poeta e Carlos Fuentes Lemus, mio figlio poeta, forse i protagonisti più assidui dei miei sogni, al punto che quando mi sveglio e mi metto a scrivere, non so più se quello che scrivo appartenga a me o me lo dettino loro, i miei omonimi dalle vite troncate (…) Antenati, morti giovani e vecchi. È raro che gli amici appaiano nei sogni. La loro attualità è troppo forte, troppo discreta, per interferire nelle mie notti. Ogni amico è come un Virgilio che mi accompagna alla luce del giorno, a quel perpetuo mattino che è l’ amicizia e che si manifesta – ciao, come va, buongiorno, che piacere, che enorme piacere, che miracolo – nella parola non solo esclamata ma semplicemente detta, visto che nell’ amicizia scopro che la parola benedetta non è la benedetta parola e nemmeno la disdetta della parola, ma la parola detta. Byron descrisse l’ amicizia come un amore senza ali. Io cerco di restituire le ali all’ amicizia che, secondo Dickens, è un uccello che non deve perdere una sola penna, neppure quella con cui scrivo. Sono uno scrittore pre-moderno che non utilizza macchine, ma penna, inchiostro e carta da tenere con sé per averle sempre a portata di mano in aereo, in spiaggiae in hotel. Ha bisogno di altro la parola? Quel che è certo è che adesso è mattina, fra le sette e mezzo e mezzogiorno, le ore della parola scritta. Quel che è certo è che nella scrittura e nella vita viviamo in un costante scambio di parole. Sappiamo che il mondo ci dà parole e che scrivendo le restituiamo al mondo. Ma la parola scritta non è più la stessa parola data dal mondo: è stata trasformata dal linguaggio, che è di tutti, per dire qualcosa che prima non era di nessuno. (…) C’ è chi scrive per essere amato: Dickens, García Márquez. C’ è chi scrive per essere odiato: Céline, Houellebecq. C’ è che scrive per essere gustato: Saramago, Nélida Piñon, artefici della lingua più gostosa, la lusitana. C’ è che scrive per in-vertire: Balzac, Galdós, Dos Passos. C’ è che scrive per sov-vertire: D.H. Lawrence, Juan Goytisolo, Jean Genet. C’ è che scrive per di-vertire: Sterne, Saki, Diderot. C’ è che scrive per con-vertire: Mauriac, Bernanos, Graham Greene. C’ è che scrive per av-vertire: Swift, Voltaire, Orwell. Temuto, amato, odiato, lo scrittore nasconde il segreto desiderio di essere, al tempo stesso, un disturbo per il mondo che è, e un creatore del mondo che può essere. Il fine ultimo è, in ogni caso, il lettore e lo scopo dell’ autore è avere un effetto sulla vita affettiva del lettore, tendere fra sé e il lettore un ponte per l’ intimità anche a costo dell’ intimidazione, rinnovare nella lettura lo spirito del lettore e l’ esistenza del libro. Perché sappiamo che il lettore, protagonista del post-meridiano, conosce il futuro. Lo scrittore, no. Inoltre, perché lo scrittore consegni un libro al lettore, deve scrivere una letteratura che crei lettori, non una letteratura che conti lettori. – CARLOS FUENTES

 

 

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Autori/Intervista al poeta G. Majorino

Giugno 5th, 2009

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Barbara Pietroni: Giancarlo, visto che questa intervista, in accordo con lo spirito del sito “parola di poeta”, è un modo per conoscerti sia come poeta, sia come uomo, vorrei iniziare con una domanda che mette insieme il vivere e lo scrivere: che cosa significa per te “accendere il fuoco dello scrivere ogni mattina”?

Giancarlo Majorino: Sì, questa è una frase di Musil in cui mi rispecchio. Mi alzo molto presto alla mattina, alle cinque, diciamo.

Mi alzo molto presto per un paio di vantaggi. Di solito c’è silenzio. Alla mattina poi sono un leone, dopo, rimbecillisco. La mattina sono sempre l’ira di Dio. Infatti per chi vuol trovarsi con me alla sera sono guai, perché non sono così vitale come quando mi alzo.

E la mattina, silenziosa più di altri tòcchi della giornata, mi immergo quasi sempre in grandi lavori come “Poesie e realtà”, o il poema che sto preparando dal ‘69, o più in generale con tutto ciò che costituisce continuità di lavoro.

Allora, la mattina mi metto qui, nella mia “astronave” e una volta ho in mente, immagino una situazione per il poema, un’altra volta mi interesso di un problema critico o filosofico, altre volte sono invaso dallo scrivere, un’altra volta ancora sento la necessità di rileggere un punto di Hegel, di Nietzsche, di Husserl, di Benjamin.

Cioè, è un tempo enormemente vario, non rinuncio a questa varietà che ho sempre avuto intorno a me, che è nella mia testa. L’assolvo a questo modo. E’ per quello che sono sempre abbastanza felice nonostante tutto, il che sembra una pazzia. Ma lo sono. Tutte le mattine vengo qui e mi scateno in una direzione o nell’altra spontaneamente.

Barbara Pietroni: Quindi la tua giornata è divisa tra “scrivere” e “vivere”…

Giancarlo Majorino: Non sento questa divisione; anzi, non a caso uso scrivere “viverescrivere” attaccato, per far capire che per chi scrive non è semplicissimo distinguere. Siamo proprio al fatto dell’immaginazione. Spesso immagini qualcosa, spesso gli scrittori hanno un’immaginazione prescrivente, diciamo. Si preparano poi ad un’adozione di ciò che hanno immaginato. Altri no. Anche qui però il sogno che si sia così liberi da non far diventare subito gli scatti immaginativi materiali per lo scrivere.

Ecco perché lego vivere a scrivere, perché vivere non è meno importante dello scrivere, forse addirittura di più. Quindi sempre quella centralità della vita, secondo me, che va valorizzata a fondo anche in chi fa arte, chi fa cultura…

Barbara Pietroni: e perché il vivere è prima dello scrivere?

Giancarlo Majorino: Perché in un certo senso è più facile che questo contenga quello o non viceversa. Anche qui poi ci sono tutte le leggende, le storie, per cui, non so, Dante, Shakespeare, ecc., questi grandi creatori non erano gente chiusa in casa che pensava solo alle rime. No, era gente piena di vita, in qualche modo già singoli di molti ad alta potenza.

Naturalmente dire “viverescrivere” rischia sempre di essere preso per estetismo, estetizzazione. In particolare oggi che contano molto i personaggi, la vita è spettacolo, come diceva Debord ne “La società dello spettacolo”, un libro molto difficile ma bellissimo. Dove si dice che ormai tutta la vita è spettacolo, ognuno fa le cose come se le mostrasse, per cui tutto è falso, è rappresentato, recitato. Ecco, il rischio estetizzante – oggi è frequente – è che uno “fa” l’artista. Per lo più in discipline che non diventeranno mai arte, perché sono troppo utilitaristicamente orientate: dalla forma delle automobili alla moda, la pubblicità, ecc. Cioè sono tutte vie di mezzo. E allora uno che lavori all’interno di queste discipline e che per di più faccia l’artista fa ridere! Invece oggi, purtroppo, spesso la ricerca si addensa intorno a tali vie di mezzo. Anche perché c’è una trascuranza di piacere e di sapere riguardo a musica, filosofia, poesia…

La fonte: http://web.tiscali.it/paroladipoeta/majorino_intervista/majorino_poema3.htm

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Autori/Intervista a Salman Rushdie

Giugno 5th, 2009

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“Tutti hanno il desiderio di vivere una vita normale. Quando mi hanno tolto la scorta mi è sembrato strano prendere un taxi solo il primo giorno”

Nel suo nuovo libro  ( L’incantatrice di Firenze) si è inventato una viaggiatrice , l’incantatrice , che fa spola tra i due mondi. Come Sonia Gandhi , un’italiana che ha successo in India. Che ne pensa della sua vittoria?

“La sua vittoria è la prova del fatto che un viaggiatore che può andare da un luogo all’altro può diventare molto potente. L’altra persona davvero importante è suo figlio. L’India ha una classe politica anziana , sessanta , settant’anni..

Anche in Italia la classe politica è anziana, con l’aggravante che si mescolano politica e spettacolo. Avrà letto sui giornali di quel che si è scritto su Berlusconi : che ne pensa?

“Non penso, rido. Sa cosa dicono gli indiani? Che gli italiani sono gli indiani d’Europa. Diciamo che le due civiltà si assomigliano per molti versi”

Dopo il Codice da Vinci è di moda scrivere dall’Italia?

“Non sono stato ispirato dea Dan Brown . Il suo libro forse è il peggiore mai letto”

Il fine giustifica i mezzi , diceva Machiavelli, protagonista del suo romanzo

“In realtà , erano i Medici e i Borgia i machiavellici, lui era solo un testimone. Può darsi che poi l’Italia si sia riempita di personalità machiavelliche anche se direi che la vostra politica oggi è conosciuta nel mondo in quanto è vista come molto divertente”

L’Iran sembra avere un atteggiamento diverso verso gli Stati Uniti: o no?

“Il governo Usa ha un atteggiamento diverso rispetto al mondo islamico , ma dire se questo funzioni o no è un po’ troppo presto. Sulla scorta della mia esperienza passata, hanno tentato di uccidermi , posso dire di avere enormi sospetti su quel che l’Iran sta facendo in questo momento. Se vogliamo generalizzare fa sempre bene raffreddare le acque rispetto a scaldare i toni”

In Italia c’è il problema dello straniero : farlo entrare ? Bloccarlo?

“Per arricchire una cultura ci vuole il meticciato. Io ho passato la mia vita tra Londra, Bombay , New York , tutte multiculturali e proprio questo crea l’atmosfera. Non è possibile immaginare una New York epurata dal punto di vista razziale”

Lei ha detto che credere in Dio è come credere a mamma Oca . Lo pensa ancora?

“Sì, ci credo ancora di più: in Mamma Oca”

La fonte  http://intervistemadyur.blogspot.com/2009/05/intervista-salman-rushdie-scrittore.html

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Autori/Stefano Tassinari, Il vento contro

Giugno 5th, 2009

di paolo vachino

Carissimo Stefano,

ho letto il tuo ultimo libro – IL VENTO CONTRO -il 25 aprile, e non credo sia stata una pura casualità. Evidentemente in una data così importante, non solo simbolicamente, avevo bisogno di una Liberazione anch’io: stare in compagnia, seppur a distanza, di un amico che riesce con le sue parole a ridarmi il senso della dignità dello stare al mondo. In questo nostro tempo di dis-gregazione, di orizzonti blindati al sogno, di una Babele planetaria delle ignoranze, restano i respiri, seppur sempre più angusti della Letteratura, come quella che sperimenti da anni e riesci sempre a fare tu, che ogni volta ti fai carico di oliare i motorini di avviamento delle coscienze, rattrappite all’ombra di parasoli eroici, messi a protezione delle intemperie di cieli privati e domestici.

IL VENTO CONTRO è la storia del declino delle intelligenze accecate dall’idea che esista una Verità sola, e che quindi vedono in tutti coloro che non aderiscono pedissequamente alla “linea”, dei traditori, dei disertori dell’“idea”.

Il tuo libro comincia con l’invocazione “a una purezza sempre fuori stagione”, di questi quattro protagonisti di una vicenda infamante, trasformatasi in tragedia. E si sente tutta l’importanza che per te rivestono le parole, perché sono quelle “strascicate di una lingua straniera”, “parole amare, le loro”, seppur questa volta “parole condivise”. La parole sono il collante delle intelligenze che vogliono incontrarsi, sia quelle che vogliono lasciare un vecchio partito per fondarne uno nuovo, sia quelle dal “cuore in subbuglio per le amicizie e gli amori che restano dall’altra parte”. Ancora una volta hai azzeccato il ritmo della narrazione, quello così tanto importante per Virginia Woolf, che temendo di perderlo ha preferito riempirsi le tasche di pietre di un consunto impermeabile e gli alveoli polmonari di un’acqua limacciosa di un fiumiciattolo di campagna. Il ritmo dato dall’alternanza tra accadimenti al presente, e pezzi importanti di una storia personale non solo politica, ma anche sentimentale. I tuoi libri sono sempre attraversati dall’amore, mai cicatriziale, sempre guarente, sempre suturante vulnus collettivi o privati. La vita affonda la sua lama nelle nostre carni, non la morte: e l’amore è l’antidoto per sopportarne la meravigliosa tremendità.

Barbara e Pietro: lei “a sistemarsi in testa un’altra serie di ricordi, vagando alla rinfusa tra anni e luoghi diversi” e Pietro che “si sforza di immaginare il futuro”. Da li si comprende la loro assoluta complementarietà, quella complicità estrema che è la forma più alta dello stare insieme; nemmeno l’amore arriva così in alto, così dentro. E quella lettera del 21 ottobre 1943 è non solo la testimonianza del loro amore indissolubile, ma è anche l’allegoria della scrittura: “non so se questa lettera potrà mai arrivarti, anche un domani lontano, ma la scrivo ugualmente perché ho bisogno di farlo”. L’etica dello scrittore è racchiusa tutta in quel “bisogno di farlo”. E che bella lezione quella “reticenza consapevole, utilizzata per non farti soffrire oltre il dovuto”. La vita e la vitalità vengono sempre fuori, sono in-arginabili, e chi come Pietro è un uomo – per dirla alla Erri – che gioca pulito con la vita -, avverte il bisogno di un’igiene da ripristinare, anche nell’estrema esperienza come quella del carcere, o della fuga da una prigionia verso un’altra assai più aspra prigionia, e di scusarsi con la compagna amata. E la lettera finisce con uno straordinario ammonimento: se è vero che non vi è una sola verità, vi è però una sola condizione per essere liberi: la libertà non può essere regalata; sarebbe sempre vincolo imperituro; la libertà è l’orizzonte mobile cui l’uomo deve tendere sempre facendo conto solo sulle proprie – molte o poche che siano non importa – forze. E la spontaneità è la forma più onesta dell’assecondare il proprio animo. Quel “ti amo” incorona a modello comportamentale quello che i pavidi e gli ignoranti chiamano banalità del dire.

E nella tua scrittura c’è’ tutto l’amore per il dettaglio, senza il quale crollerebbe tutta l’impalcatura. E così riesci a farci conoscere il Vecchio Trotsky attraverso la sua umanità domestica e il gesticolare citeriore, occulto alle grandi cronache, che ritraggono sempre le persone come se fossero sull’orlo di grandi imprese, trasformandocele in personaggi romanzati. Tu sei abile a fare il contrario: attraverso il romanzo ci descrivi la loro vera storicità, estrai dalle loro esistenze l’ombra dei loro soli, e la proietti sulla pagina, ad abbronzare la nostra famelica curiosità di lettori.

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Autori/Mazzantini, Venuto al mondo

Giugno 3rd, 2009

di paolo vachino

Il libro comincia con parole ‘residue’ – “il viaggio della speranza” -, la speranza del viaggio di Gemma che vuole salmoneggiare il fiume della sua vita, non fino alla fonte, ma nel punto da cui trae origine il suo presente di madre. E nel nome proprio di Gemma è racchiuso il suo destino: lo sviluppo di germogli, anche per le gemme dormienti, quelle che ritardano, non per colpa loro, lo sviluppo. E’ la voce lontana di un amico che piomba come un’alba di parole, a ricordare un pezzo di storia vissuta nello stesso impasto spazio temporale:

….

“il fango fermo della vita ora è polvere che vola verso di me”

….

E Giuliano, il compagno di Gemma, viene avvisato di quel risvegliato desiderio di partenza proprio da lei: e vista l’ora antelucana è ancora iconicamente intriso di quell’arruffio notturno, che Gemma adora (e odora): “quel disordine è solo per me”. E gli amori assoluti si svelano proprio nel comprendere che l’altro/a ha bisogno di andare, che fa bene ad andare. E Gemma, sentendosi compresa, convince suo figlio Pietro a seguirla a Sarajevo, dove saranno esposte delle foto di suo padre – Diego, il fotografo di pozzanghere -, mai conosciuto da Pietro, che non ha voglia di complicarsi la vita, per incontrare il ricordo del padre biologico. Per Pietro è Giuliano il padre. In ogni caso, pur recalcitrante, non si sottrae all’invito materno.

Comincia così questa straordinaria storia: depistando il lettore, che pensa ingenuamente di imbattersi nel ‘classico’ rigurgito di nostos di una donna di mezza età verso colui che l’ha resa madre, il momento della massima potenza racchiusa nel corpo della femmina, costituente un clinamen imprescindibile per ogni istante a seguire, con l’impossibilità di rimuovere dal ricordo il maschio portatore dello sputo fecondante.

E’ bella la stretta senza incertezza di Goiko, amico certo e di certo l’amico migliore di Gemma, all’aeroporto di Sarajevo, città simbolo dell’ultimo olocausto che il secondo millennio ha voluto donarci prima di congedarsi, città “compromessa dal dolore che ora tace”, dove “è stato più facile prima correre sotto le granate che dopo passeggiare sulle macerie”. Quando Pietro scopre che Gojko non era un soldato, ma un poeta, si sente ammorbare da questa epifania domestica, perché per un adolescente i poeti “sono un’accolita di poveracci rachitici e infognati di disgrazia, che hanno intossicato la vita a milioni di studenti”.

Da qui si snoda la storia che Margaret Mazzantini ha voluto raccontarci, facendoci credere per lungo tempo che il desiderio di maternità si fosse placato, a seguito dell’incontro più o meno fortuito con questo piccolo grande uomo, e che noi lettori avremmo dovuto seguire unicamente le peripezie ulissiche di Gemma, in cerca di ritrovare il suo tempo migliore nel tempo creduto smarrito. Ma tornare sul luogo della Catastrofe storica significa ripercorrere le infinite catastrofi del quotidiano, sulle quali non cadono riflettori pubblici, ma soltanto ricordi privati. E Gemma rischia di far deragliare il treno delle sue emozioni, perché i binari si stanno impercettibilmente divaricando: da un lato la donna cinquantenne del presente che comincia a riconoscere le smagliature dei suoi sorrisi, dall’altro la ragazza del passato scalpitante sotto i cieli della guerra a combattere la sua di guerra, di segno contrario rispetto ai massacri tra fazioni contendenti alla ricerca di un dominio di cera: dare la vita anziché la morte, convocare al respiro una creatura anziché indurla al rantolo. In ogni pagina del libro si sente il battito instancabile di un pendolo di senso racchiuso nelle parole, oscillanti tra il limite massimo di felicità che la vita riserba per chi la ama veramente, e la massima tragedia che essa possa riservare per chi non ne colga tutta la sacralità: la morte per mano di altro essere umano.

Gemma e Diego sono due destini calamitanti e calamitati dalle loro spigolose armonie: Gemma che incontra Diego sfuggendo a un matrimonio con un ragazzo ‘formidabile’ – Fabio -, a tal punto che era lui in grado di svelare a lei i suoi malesseri: questa rabdomanzia nel mistero dell’altra si opacizza e si spegne subito al cospetto di Diego, il quale pronuncia l’abracadabra magico, viatico di ogni grande amore: “io aspetto… io sono qui”. La rassicuranza della fede amorosa, qualcuno che crede che l’amore sboccerà messianicamente, molto prima del giorno del giudizio, nel giorno dell’incoscienza e dell’eccitazione. Diego non si interessa dell’evanescenza dei legami di Gemma, ma dei suoi piedi, del suo ombelico: delle tessere mosaicali che compongono la sua lei. Fabio era la bonaccia che le andava incontro; Diego la tempesta di sabbia ormonale preludente però la notte magica del deserto africano. Per dirla con in versi di Gojko: “Perché il tuo corpo non galleggia più sul mio?”: a questa domanda Fabio non sa rispondere a Gemma. Diego si.

Il fotografo non di pubblicità o di matrimoni: il fotografo di pozzanghere. E l’autrice non avrebbe potuto scegliere espressione migliore, vista la sua predilezione per il senso dell’olfatto: pozzanghera: deriva da puteus = puzzo; la pozzanghera che non solo diventa uno specchio grezzo del cielo, ma come spugna in cui si intridono gli umori, e in questo caso, gli amori del mondo; dal sangue del padre morto sotto la pioggia, a quello dei mestrui tamburellanti nella pancia di chi non riesce a diventare madre, a non rivelare la gravidanza. Poi giunge quella prima fotografia non scattata da lui, ritraente un alone di creatura a venire: Pietro, o Pietra, pronunciate nella ebbra spossatezza di quei giorni “di pace sazia”, perché l’amore aveva sfamato non solo i corpi, ma anche i desideri. Ma poi Gemma scoprirà che a causa di un utero invecchiato prima del tempo, dovrà portare appeso al petto il marchio infamante di “donna sterile” (steiros = duro; quindi, infecondo). Tanta forza e determinazione caratteriale come per osmosi trasmessa anche all’utero, diventato recalcitrante all’annidarsi dell’ovulo fecondato.

E cominciano le pagine straordinarie del calvario di coppia in anelito d’adozione; sulle psicologie di conforto per convincere che il bambino che acquisirà lo status di figlio sarà terreno ancora più ‘fertile’ in cui piantare lo sguardo prosciugato di lacrime proprio a causa dell’infertilità, in cui scavare di più, per plasmare quella forma ideale e originaria che doveva avere il calco delle fusione delle carni di Gemma e di Diego. Una pozzanghera in cui abbeverare le seti di madre e di padre mancati, come quella “Bellezza che spunta a casaccio” nelle foto di Diego, dalle quali Gojko apprenderà il significato dell’arte: “è Dio che ha la nostalgia degli uomini”.

La disperazione si incarna in quel viaggio in Ucraina in cerca di un forno di carne per far lievitare la pasta madre, in un’altra madre, di un feto. E Gemma non ha mai dei sussulti di partenogenesi: vuole un figlio che abbia gli occhi, i piedi, gli umori di Diego. Preludio all’incontro ultimo con Aska, l’amica di Gojko in grado di poter rimediare a quel binario morto di discendenza cromosomica, dichiarando di essere pronta a fare da roda: da cicogna; subaffittare a due estranei una stanza nascosta del suo condominio di carne: l’utero, composto etimologicamente da ut = sopra e terus = al di là; proprio come per Gemma e Diego: qualcosa che sta sopra ai loro desideri, e sta al di là delle loro possibilità.

Gemma si trasforma nella poesia di Andrìc, la pecora che non smette mai di danzare, con la speranza che il lupo venga circondato dai contadini e ucciso. E’ per questa ragione che gli esseri umani iniziano la marcia verso gli altri, verso l’amore, per spingersi sino alle fedi: è questo atavico bisogno di solidarietà per acciuffare il lupo che osserva e assilla le nostre danze.

E tutto questo accade nel privato di una donna mentre nel pubblico esplode il macello di una guerra fratricida, che giunge a porle davanti la salma di un bambino morto. E’ in quel momento che Gemma si sente madre per la prima volta. Forse per l’ultima. Almeno fino a quando non sarà Pietro, in un temino di terza elementare, a redigerle il suo certificato di madre, a battezzarla tale, nonostante lui provenga, inconsapevolmente, da un altro ventre, quello di Aska, ‘puntato verso Gemma come un cannone sulle colline di Sarajevo. E quando da questo viene espulso il proiettile carnoso, il primo che sarà colpito sarà proprio Diego, impigliato nella ragnatela da lui stesso costruita, per lasciare andare Gemma incontro al suo destino di madre, per rimanere con Aska, una meravigliosa perdente proprio come lui.

Il libro è la tragedia dei sensibili, di quelli che, attraverso il dono completo di sé, lasciano gli amati liberi del peso del loro amore, che non si deposita mai sui loro corpi e sulle loro anime, ma che rimane orbitalmente discreto come un’aureola di abbracci e di sorrisi. Come Diego per Gemma, prima e anche dopo la morte. La morte: questo inesorabile “fiume che sale”.

E due sensibilità antipodiche, anche perché rese rivali dal fiume generazionale, sono quelle di Gojko e di Pietro, il poeta e l’adolescente viziato, che si incontrano proprio sul terreno della poesia, perché “un buon poeta lascia affamati d’amore”: la poesia spiegata a suon di scoregge, addirittura corrisposte, versi sciolti nella metrica barbara del corpo.

Così il lettore è accompagnato per mano sino alla rivelazione finale: lo stupro etnico, di massa di Aska. Pietro di colpo retrocesso a figlio della violenza e dell’odio, e non dell’amore, invocato a tutti i costi, a qualunque costo; e se per Gemma la tremendità prima consisteva nell’allevare una creatura di cui solo metà della carne era conosciuta, ora significava adottare l’intera estraneità del cielo, con tutte le sue stelle fredde figlie del caso. Come la stella di Pietro.

E così Pietro continua a chiamare papà Giuliano e mamma Gemma, sapendo solo che il papà è Diego.

E Gemma vive con Giuliano, avendo amato Diego, credendo che Pietro fosse suo figlio e che la madre fosse Aska, l’amica di Goiko, diventata ora la sua compagna, la quale non aveva però partorito il figlio di Diego, ma uno dei tanti figli della violenza e dell’odio razziale.

E Gojko è l’amico fedele che per amore di Gemma, e della poesia, quindi della vita, ha sempre saputo e tacitato e taciuto tutto.

E Giuliano accetta di essere l’ultimo uomo di Gemma, l’ultimo padre di Pietro.

Il girotondo delle verità.

Il libro è straordinario, soprattutto, perché non fa la morale ad alcuno. E’ morale, è costume che si denuda del proprio abito per raccontare la nudità del corpo di questa umanità così ferita e allo stesso tempo languidamente distesa sull’amaca dell’illusione di acciuffare la felicità, dietro a ogni angolo, davanti a ogni persona, dentro a tutte le pozzanghere.

Forse il Paradiso è una pozzanghera di cielo. E le nostre vite non sono altro che le fotografie istantanee scattate da un Dio turista a spasso nell’universo.

VENUTO AL MONDO resterà a lungo nelle coscienze di noi lettori, come un speranza dolce di poter riuscire a provare amore nella forma più pura e più alta, quale quello di una madre verso un figlio non suo. E la speranza prenderà lentamente la forma delle parole incalzanti, figlie questa volta non putative dello sguardo mazzantineo sul mondo, le quali, come accade solo ai veri poeti, lasceranno insaziata la nostra fame d’amore.

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Autori/Mazzantini:Scrivere è una lotta. Io volevo correre

Maggio 28th, 2009

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Con questo discorso, che abbiamo ripreso dal Corriere della Sera del 25 maggio 2009, Margaret Mazzantini è intervenuta al Festival Letterature di Massenzio, a Roma

La sedia, già quella è un problema. La mattina non la guardo nemmeno, ci giro intorno, faccio ordine. Io volevo correre. Il salto in lungo, quello mi piaceva. Da bambina passavo ore a spostare una canna in terra, ad allontanare il traguardo. Mio padre scriveva e io vedevo quell’ uomo incatenato nel suo studiolo con il plaid sulle gambe e una mezza follia nello sguardo celeste incassato nei ricordi. Passava la vita a setacciare il passato e a me sembrava un pescatore con un amo arrugginito a caccia d’ un pesce moribondo che però gli sfuggiva all’ infinito. No, la letteratura non mi sembrava un mestiere per uno spirito allegro. Andare indietro per soffrirci, per ubriacarsi da soli. Mio padre diceva: mi pubblicheranno postumo, questa sarà la mia fine. Era uno di quei pessimisti energici che ci tengono a lasciare il segno, mi stampava sul muso il suo destino. Le coste nere dei libri in corridoio erano piccole bare che trattenevano il seme di qualche infelice come lui, solo con maggior fortuna editoriale. La scrittura era un destino micidiale da sepolti vivi, da guerrieri dell’ ombra. Torniamo alla sedia, a scuola quello era il tragico problema. Ero abituata al movimento, «stare», era una diga crudele. Il resto della gabbia era accettabile, il ronzio della maestra che spiegava, l’ odore stipato di creature, ma l’ immobilità era dolore, acuto, spine su spine. A scuola ci andavo con i pantaloni sporchi di terra sulle ginocchia per via dei salti, aspettavo che si seccasse e graffiavo per farla cadere. I miei quaderni erano disseminati di buchi, neri come pozzi di petrolio. Ero incline a prestare, a perdere, così quando mi ritrovavo senza gomma per cancellare mi arrangiavo con il dito bagnato di saliva. La carta perdeva la sua prima pelle e io riscrivevo sull’ umido, ma tante volte sfregavo troppo ed ecco il buco. I miei quaderni erano un campo di battaglia. Poi ogni tanto ci scappava la pagina cazzuta, quella che veniva bene da cima a fondo, il miracolo, il fiore intatto nella fanghiglia dell’ imbratto. Dicono che scrivo sempre di odori, è vero. Ho imparato a distinguerli da piccola. Ho infilato il naso nella resina degli alberi, nella terra fresca e in quella secca. Ho schiacciato formiche e ho sentito l’ odore fresco della morte per la prima volta. Ho allenato un naso che inghiotte in profondità, che trascina nella pancia, nel luogo delle emozioni. Ho imparato la tempesta, a non aver paura dei fulmini, della scossa di fuoco che taglia la coltre buia dei piovaschi, che raggiunge un albero e lo scuoia. La campagna mi ha insegnato l’ isolamento, la nudità e quello stato d’ animo che sempre ritrovo, una nostalgia che martella alla schiena, che scava come un becco matto e mi spinge a cercare qualcosa che non conosco, al buio, con il naso soltanto, come i ciechi. La mia scrittura nasce intorno a un buco. Io pianto roba intorno, semino pensieri, li raccolgo a ogni angolo di strada. Poi aspetto la grandinata delle parole scritte. Il buco si riempie, per un po’ sembra sazio. Poi si svuota in una notte, torna esattamente com’ era, una cavità che risucchia energie. Una ferita che non sanguina e nemmeno si chiude, se ne sta lì come una bocca aperta, un inghiottitoio senza fondo. Ci sono vocazioni che nascono benevole, cullate da chi le ospita. Pittori che già da bambini si dilettavano con barattoli di vernice, futuri maestri d’ orchestra che appiccicavano il naso alle vetrine di strumenti musicali. E invece ci sono vocazioni negate, schifate… gente che se la dà a gambe, cerca una via di fuga dal marasma che gli corre incontro. Io faccio parte della categoria dei fuggiaschi, di quelli che ne farebbero volentieri a meno. Perché scrivere è un mestiere violento, è una mano che ti afferra la nuca, ti cinghia alla sedia. Non c’ è niente di blando, di carezzevole. È una lotta che combatto a mani nude. Non nutro alcuna passione verso i calepini, le penne, i diari del viaggiatore. Quando non scrivo un romanzo – e a quello ci arrivo solo a calci in culo, dopo aver rimandato fino all’ impossibile – non scrivo nemmeno una parola, non una cartolina, un messaggio. Nemmeno un sms. Non mi va di scrivere. Di chiudermi in quel pozzo, d’ infilare la torcia nella tana del pesce che magari oggi non s’ affaccia, come non è uscito ieri. E se non scrivo cammino. Mi piace il tram che attraversa la città, mi gusto la gente che sale e che scende, e quella che rimane. Qualcuno dice che guardo troppo gli altri, che non mi faccio mai gli affari miei. Sì, mi fisso, ma gli occhi sono l’ archivio. Quando recitavo in teatro invidiavo le vite ordinarie, la gente che lavorava di giorno e la sera si riposava. Oggi ho un lavoro diurno, esco con gli altri, dopo aver preparato i figli per la scuola. Mi metto una camicia fresca, mi lego i capelli. Cammino verso il mio studio. M’ illudo di fare un lavoro comune dove incontrerò qualcuno, invece saluto il portiere, salgo quella rampa di gradini ed è finita la vita sociale. Comincia la clausura. La luce è poca, non serve. L’ aria è quella di città, dell’ esercito di tubi di macchine che sputano. Do l’ acqua a una pianta che forse è morta ma è un’ erica violacea e quindi non si vede. Lavo la macchinetta del caffè, m’ infilo certe pantofole da suora comprate al mercato. Poi telefono alla ragazza del pesce, le chiedo se ha una spigola di mare, se può pulirmele, passerò nel pomeriggio. Sbrigo qualche altra rogna di giornata. Poi accendo il computer. Scrivo troppo, potrei spomparmi la metà. Accumulo pagine che poi abbandono, libri che mi stancano prima di arrivare in fondo. Perché tante volte viaggio in orizzontale, m’ allargo sulle ali, m’ incuneo nei cunicoli laterali che non porteranno a nulla. Mi fisso su un dettaglio che inseguo fino in fondo. I dettagli sono la mia ossessione, su quelli che si regge il mondo. Perché una crepa sul muro, una insignificante crepa, può raccontare la fine di un amore meglio di una scena madre, di un dialogo con i fiocchi. Scrivo solo quello che mi fa venire nostalgia della vita. Il mondo intorno mi racconta una storia, una signorina che traballa, storta, che però mi sembra di poter sostenere, e magari alla fine sarà lei a portarmi sulle spalle. Una buona storia è sempre un buon allenatore. Ti tira dentro, ti gonfia i muscoli, ti fa saltare gli ostacoli, arrivare vivo in fondo alla maratona. La storia è quello che la gente legge, il resto rimane a te. Il pensiero è folle, sbrancato, devi tenerlo per un filo come un aquilone da far volare alto ma senza mai lasciarlo veramente. È l’ illusione di staccarti dalla tua stessa ombra, invece fai un giro largo e poi torni. Mettere dritto il caos, infilare una balena nella gabbia di un criceto. La libertà è solo a strappi, una fuga al cardiopalma, il resto è frusta, è imbrigliare il pensiero per renderlo visibile. E mi chiedo se valga la candela questo sommo esercizio per mitomani asfittici, quest’ avventura di tirarsi via dal mondo per raccontare il mondo. Tutti questi nasi infilati nella sconoscenza! Tanto l’ enigma intorno al quale si sviluppa il pensiero è fermo alla solita triade di domande basiche: perché siamo nati? Qual è il senso di questo viaggio? Cos’ è la morte? Eppure continuiamo a rimestare nel cesto del giocattolaio, quel pozzo magico che ci riflette e ci tira a sé per il bisogno di raccontarci sempre la stessa favola, per stringerci alla terra con maggiore convinzione. Per me la letteratura è questo abbraccio, una buona badante nei giorni in cui per sopravvivere ti sembra necessario diventare indifferente, poi magari leggi la morte di un pesciolino in un libro e il nodo duro si scioglie, e ti piangi tutto quello che non ti sei mai pianto. Io al mattino, in realtà, mi affaccio a una finestra e guardo fuori chi passa. Certi giorni non succede niente, la scrittura è ferma, non urla, non trema, non gioisce. Poi di colpo trovi la frana, il risucchio. Arrivi in fondo, ti sembra di toccare qualcosa. Sei come un apneista davanti alla tana. Aspetti il pesce buono, ma il fiato è quello che è. Resisti in apnea e può durare ore di cui non ti accorgi. Solo più tardi senti il ronzio di chi è rimasto troppo tempo in un altro elemento e fatica a tornare a galla. Io ho i bambini. Per molti scrittori sono dei nemici, gli piacciono, ma non a casa loro. I bambini disordinano la vita, sovvertono i piani. E gli scrittori vogliono il loro piano ordinato, perché gli basta già il disordine del pensiero, è solo con quello che vogliono confrontarsi. Li capisco. Ma io ho i bambini. Li ho voluti, tutti. Li ho chiamati uno per volta. Loro ti costringono a rotolare e se ne fregano di quello che fai quando non sei con loro. Ricordo il quaderno su cui scrissi le prime righe da scrittrice. Me lo regalò mio marito. Sulla copertina c’ era un’ immagine colorata, l’ esploratore Indiana Jones che agitava in aria un pezzo di corda a cappio. Fu un invito stravagante, da quel giorno cominciò il ballo furibondo della psiche, aprii la gabbia e saltò fuori di tutto, draghi, feticci, misteri. Non ho mai smesso di sentirmi un esploratore. Ogni libro ricomincia l’ avventura, il viaggio che l’ eroe non vuole compiere eppure gli tocca. Mi fermo sulla soglia, non ci penso nemmeno ad andare. Poi qualcuno mi incita, un mentore qualsiasi, una figura che incrocia la mia strada, un segno. I miei eroi sono quasi sempre dei fessi, umanità che non ci teneva proprio a sfidare il destino. Gente così, che capita di straforo dentro l’ avventura, però ce l’ aveva scritto sulla nuca dove non poteva leggere e allora ho letto io. Hanno sempre un livido, una piccola magagna. Perché sono le imperfezioni che ci rendono veramente umani. Mi piace raccontare occasioni sfiorate, ciò che ci manca, la gracilità delle nostre vite che troppo spesso galleggiano senza urgenze vere, coppie solitarie che non somigliano a nulla, solo al desiderio che hanno di esistere. Le prime parole di Venuto al mondo sono: «Il viaggio della speranza». Era mio il viaggio, mia la speranza. Avevo puntato un dito lontano. Sapevo che il viaggio sarebbe stato lungo e accidentato, avevo bisogno di fiducia. Ho cominciato a correre, a cadere e a rialzarmi, in quel campo noto di esaltazione e prostrazione. A ogni salto riuscito, a ogni ostacolo superato, ho spostato la canna più in là, ho allontanato il traguardo. Oggi ho una sedia moderna, ergonomica. Continuo a guardarla con la stessa diffidenza, è un’ evoluzione più accattivante, più subdola del vecchio castigo. Io volevo correre, vincere le Olimpiadi. Papà Mio padre diceva: mi pubblicheranno postumo, questa sarà la mia fine. Era uno di quei pessimisti energici che ci tengono a lasciare il segno, mi stampava sul muso il suo destino

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Autori/Ishiguro, Le mie storie sono canzoni

Maggio 26th, 2009

LONDRA «È come un album musicale con cinque brani. Alcuni malinconicie altri spassosi, come un sorta di sollievo comico. A tratti sono piccole commedie amare, un po’ come certi vecchi film di Woody Allen. Il tipo di storie dove non sai se ridere o piangere. Mi è sempre piaciuto quello speciale humour ambivalente dove la tristezza preme sotto la superficie del riso». Kazuo Ishiguro, autore di best-seller pluripremiati come Quel che resta del giornoe Non lasciarmi, parla della sua prima raccolta di racconti, Notturni Cinque storie di musica e crepuscolo, oggi pronta all’ uscita in Italia (Einaudi, pagg. 191, euro 19, traduzione di Susanna Basso) con tempi record rispetto alla pubblicazione in Inghilterra, avvenuta all’ inizio di maggio, «e subito il libro è salito ai primi posti delle classifiche di vendita», avverte con serena soddisfazione lo scrittore, «il che è assai raro per una collezione di short-stories, genere, chissà perché, poco gradito al mercato e agli editori». Vestito col suo rituale abito nero, divisa consueta di «Ish», come lo chiamano i tanti fan del suo mondo letterario giocato su sfumature e dissolvenze, Ishiguro accoglie l’ intervista in una sala da tè di Piccadilly estranea al suono frastornante del centro di Londra. Camerieri e avventori ci scivolano attorno con ovattata discrezione, forse per via del rispetto che incute con naturalezza questo signore quieto e lieve, nato a Nagasaki, la città dell’ atomica, nel 1954, e radicato fin dal ‘ 60 in Inghilterra, dove ha studiatoe nella cui lingua scrive con stile nitido ed esatto nell’ arte dell’ implicito, che evoca, richiama, sottintende, pesca nella fragilità del tempo e delle cose. Accade in parte anche in Notturni, piccole-grandi storie di spaesamenti e labirinti percettivi dove la musica costituisce il nesso di ogni trama, e il flusso è onirico come quello di uno schizzo chopiniano, vedi il nostalgico racconto Violoncellisti, dove un’ ispirata musicista non può più suonare perché persa nell’ ossessione di proteggere dagli altri il suo talento; oppure il ritmo è irresistibile e incalzante, da comiche del cinema muto, come nei flash quasi charlottiani di Come rain or come shine, dove l’ insegnante di lingue Raymond, devoto al repertorio delle più magiche canzoni di Broadway, vezzo tipico degli omini goffi e sentimentali alla Provaci ancora Sam, tenta di rimediare a una serie di incongruenti imprese, compiute a casa di amici e in loro assenza, inscenando l’ avvenuta incursione di un cane, e fa bollire in pentola uno stivale per simularne la puzza. Quest’ esplicita comicità emerge come un volto nuovo di Ishiguro. «A me pare che l’ umorismo sia stato una componente di tutti i miei romanzi. In Quel che resta del giorno, per esempio, affioravano passaggi esilaranti, eppure il libro è considerato triste perché lo era il bel film di James Ivory che ne è stato tratto. Le immagini stralunate e irriverenti hanno sempre fatto parte delle mie trame. Solo che nella forma breve del racconto lo humour colpisce di più in quanto è concentrato». Perché ha scelto la musica come collante? «È una passione antica e coltivata. Fin da bambino suono il pianofortee fin da adolescente la chitarra, e quand’ ero giovane sognavo di essere un cantautore come Bob Dylan o Leonard Cohen o il vostro Fabrizio De André. Tra i quindici e i ventitré anni ho composto un centinaio di pezzi passando per tanti stili, dall’ autocontemplativo allo sperimentale e al poetico-visionario. Poi ho smesso, ma non molto tempo fa ho scritto testi di canzoni per l’ album Breakfast in the Morning, della cantante americana jazz Stacey Kent. Subito dopo mi sono messo a scrivere questi racconti, e lo stile è lo stesso, come confluito da un territorio all’ altro: leggerezza, parsimonia di parole, significato che si cela tra le righe, bando all’ autobiografia e alla prosa ricercata. Nelle canzoni si lavora in sottrazione, delegando alla musica gli aspetti emozionali. Così nel flusso dei racconti, dove il significato respira tra le righe». Come mai usa l’ io narrante? «È un’ abitudine di sempre. Ciò che importa non è quanto succede, ma quel che pensa e sente il narratore rispetto a quel che accade nella sua vita. È il motivo per cui mi riesce difficile fare testi per il cinema, dove tutto va scritto in terza persona, dato che è la cinepresa a guardare il personaggio dall’ esterno. Però talvolta l’ ho fatto, scrivendo per esempio La contessa bianca, un film di Ivory con Ralph Fiennes e Natasha Richardson. Ma non ho mai voluto scrivere lo script di un film preso dai miei romanzi. Adoro il cinema, e da giovane non facevo che seguirlo, molto più che leggere libri. Amavo Bergman, giapponesi come Ozu e Kurosawa, i primi Fellini e ancora Bertolucci, Rosi, Olmi, e poi John Ford, Sergio Leone… Quando ho deciso di scrivere romanzi ho voluto adottare una prospettiva “altra” rispetto allo sguardo cinematografico che mi aveva tanto alimentato, per differenziarmi entrando nella testa di chi narra ed esplorando intrecci temporali e di memoria». Eppure la sua fama mondiale è nata anche dal successo della trasposizione cinematografica di Quel che resta del giorno. «È il mio paradosso: i miei libri nascono per prendere le distanze dal cinema, e poi ne vengono comprati i diritti da qualcuno che vuol farne un film. Ma proprio per questo non ho mai voluto sceneggiare un mio romanzo. Lo lascio fare gli altri, che intervengono e trasformano. Anche Non lasciarmi sta per diventare un film, con regia di Mark Romanek e alcuni tra i migliori attori della più giovane generazione inglese, come Kerry Mulligan e Keira Knightley». I suoi finali sono sospesi, incompiuti, il che comunica al lettore un senso d’ inquietudine e al tempo stesso di intensa vitalità. «Perché così vanno le cose nella vita. Difficile che sentimenti e situazioni trovino una soluzione definitiva. Inoltre penso che i racconti riescano meglio quando il finale è aperto, come in Cechov, e come accade in scrittori contemporanei come Alice Monroe e Raymond Carver, che usano in modo eccellente questa tecnica». Si è detto che la sua letteratura trae molta originalità dall’ essere in bilico tra due culture, quella giapponese e la britannica. È d’ accordo? «Sempre meno. In passato ho scritto molto sul Giappone, cercando di ricostruire antichi ricordi e il rapporto col paese della mia prima infanzia. Ma negli anni la realtà si è globalizzata, io sono sempre più profondamente occidentale, a Londra circolano banchieri giapponesi che ragionano come inglesi e un sommo scrittore come Murakami, figura dominante dell’ odierna letteratura giapponese, crea ambientazioni che potrebbero vedersi ovunque». – LEONETTA BENTIVOGLIO

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