Archivio Pensieri spettinati

Pensieri spettinati/Da dove nasce la poesia?

di Silvia Mantovani

Capita immancabilmente e per fortuna, che durante la presentazione di un libro di poesie (così come è successo per la nostra raccolta “Presente ricaricabile” edizioni Indiebook) qualcuno in mezzo al pubblico ponga questa domanda: “Perché si scrivono poesie?”
La risposta in alcuni casi può sembrare sorprendente, per chi è estraneo al mondo della poesia: “Perché la poesia è una forma di avvicinamento a Dio”.
Questa è anche la mia risposta. La poesia è per me come una forma inconsapevole di preghiera.
Le poesie nascono all’interno del mio corpo ed escono dalle mie mani, non devo far altro che “aspettare con le mani aperte” così come dice Mariangela Gualtieri. Non esiste quasi mai un’intenzione consapevole di scrivere una poesia. Lascio andare le mani, poi leggo e scopro quel che ho scritto. Ho quindi capito che la poesia è per me qualcosa di misterioso, che mi unisce al cielo. Qualsiasi sia la divinità in cui io credo. Attraverso la poesia io vengo in contatto con il mio Dio.

A questo proposito vorrei riportare un brano dal “Trattatello in laude di Dante” scritto da Boccaccio (edizioni Garzanti i grandi libri). il Trattatello e’ un omaggio che Boccaccio rese al suo amico Dante, dopo che questi morì in esilio a Ravenna, abbandonato dalla sua città, Firenze. La lingua è ostica, un volgare del 1300, ma la difficoltà si può superare con le note.
In queste poche righe, Boccaccio riporta la sua teoria su come e perché sia nata la poesia, rifacendosi a una lettera scritta da Petrarca: prima di tutto l’uomo ha sentito l’urgenza di spiegarsi la verità delle cose, il movimento della terra, del cielo, l’ordine delle cose. E per farlo ha creato le sue divinità. Poi c’è stata la necessità di un luogo in cui onorarle, i templi, e di uomini che vi si dedicassero, senza occuparsi di cose terrene, i sacerdoti. E poi c’è stato bisogno di parole “d’alto sono”, la poesia.

“Ma, perciò che spessa quistione si fa tra le genti, e che cosa sia la poesì e che il poeta, e donde sia questo nome venuto e perché di lauro sieno coronati i poeti, e da pochi pare essere stato mostrato; mi piace qui di fare alcuna trasgressione (digressione), nella quale io questo alquanto dichiari, tornando, come più tosto potrò, al proposito.
La prima gente ne’ primi secoli, come che rozzissima e inculta fosse, ardentissima fu di conoscere il vero con istudio, sì come noi veggiamo ancora naturalmente disiderare a ciascuno. La quale veggendo il cielo muoversi con ordinata legge continuo (sempre), e le cose terrene avere certo ordine e diverse operazioni in diversi tempi, pensarono di necessità dovere essere alcuna cosa, dalla quale tutte queste cose procedessero, e che tutte l’altre ordinasse, sì come superiore potenzia da niuna altra potenziata. E, questa investigazione seco diligentemente avuta, s’immaginarono quella, la quale “divinità” ovvero “deità” nominarono, con ogni coltivazione, con ogni onore e con più che umano servigio essere da venerare. E perciò ordinarono, a reverenza del nome di questa suprema potenzia, ampissime e egregie case, le quali ancora estimarono fossero da separare così di nome, come di forma separare erano, da quelle che generalmente per gli uomini s’abitavano; e nominaronle “templi”. E similmente avvisarono doversi ministri, li quali fossero sacri e, da ogni altra mondana sollecitudine rimoti, solamente a’ divini servigi vacassero (attendessero), per maturità, per età e per abito, più che gli altri uomini, reverendi; gli quali appellarono “sacerdoti”. E oltre a questo, in rappresenta mento (per raffigurare) della imaginata essenzia divina, fecero in varie forme magnifiche statue, e a’ servigi di quella vasellamenti d’oro e mense marmoree e purpurei vestimenti e altri apparati assai pertinenti a’ sacrificii per loro istabiliti. E, acciò che a questa cotale potenzia tacito onore o quasi mutolo non si facesse, parve loro che con parole d’alto suono (di forma solenne) essa fosse da umiliare (placare, mitigare) e alle loro necessità rendere propizia. E così come essi estimavano questa eccedere ciascuna altra cosa di nobilità, così vollono che, di lunghi da ogni plebeio o publico stilo di parlare (il linguaggio comune e quotidiano) , si trovassero parole degne di ragionare (essere pronunziate) dinanzi alla divinità, nelle quali si porgessero sacrate lusinghe (preghiere). E oltre a questo, acciò che queste parole paressero avere più efficacia, vollero che fossero sotto legge di certi numeri composte, per li quali alcuna dolcezza si sentisse, e cacciassesi il rincrescimento e la noia. E certo, questo non in volgar forma o usitata, ma con artificiosa e esquisita e nuova convenne che si facesse. La quale forma li Greci appellano poetes; laonde nacque, che quello che in cotale forma fatto s’appellasse poesis; e quegli che ciò facessero o cotale modo di parlare usassono, si chiamassero “poeti”.
Questa dunque fu la prima origine del nome della poesia, e per conseguente de’ poeti, come che altri n’assegnino altre ragioni, forse buone: ma questa mi piace più”.

Le note tra parentesi le ho riprese dal testo e sono di Luigi Sasso.

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Agosto 8, 2010 Pubblicato in: Pensieri spettinati   Leggi Tutto

PensieriSpettinati/Leopardi o del poeta che non imita più

di silvia mantovani

“Scintilla celeste, e impulso soprumano vuolsi a fare un sommo poeta, non studio di autori, e disaminamento di gusti stranieri. O noi sentiamo l’ardore di quella divina scintilla, e la forza di quel vivissimo impulso, o non lo sentiamo. Se sì, un soverchio studio delle letterature straniere non può servire ad altro che ad impedirci di pensare, e di creare di per noi stessi: se no, tutti gli scrittori del mondo non ci faranno poeti in dispetto della natura. Ricordiamoci ( e parmi dovessimo pensarvi sempre) che il più grande di tutti i poeti è il più antico, il quale non ha avuto modelli, che Dante sarà sempre imitato, agguagliato non mai, e che noi non abbiamo mai potuto pareggiare gli antichi (se v’ha chi tenga il contrario getti questa lettera che è di un mero pedante) perché essi quando voleano descrivere il cielo, il mare, le campagne, si metteano ad osservarle, e noi pigliamo in mano un poeta, e quando voleano ritrarre una passione s’immaginavano di sentirla, e noi ci facciamo a leggere una tragedia, e quando voleano parlare dell’universo vi pensavano sopra, e noi pensiamo sopra il modo in che essi ne hanno parlato; e questo perché essi e imprimamente i Greci non aveano modelli, o non ne faceano uso, e noi non pure ne abbiamo, e ce ne gioviamo, ma non sappiamo farne mai senza, onde quasi tutti gli scritti nostro sono copie di altre copie, ed ecco perché sì pochi sono gli scrittori originali, ed ecco perché c’inonda una piena d’idee e di frasi comuni, ed ecco perché il nostro terreno è fatto sterile e non produce più nulla di nuovo.” Leopardi – da “Lettera ai sigg. compilatori della Biblioteca italiana” – luglio 1816

Il brano è tratto da “Manuale di italianistica” curato da Vittorio Roda, ed. Bononia University Press., nel capitolo “L’età romantica” di Alfredo Cottignoli ed è parte della lettera con cui Leopardi partecipò alla discussione promossa da Madame de Stael sull’”isolamento culturale” dell’Italia, da cui il suo invito ad abbandonare i classici per tradurre la poesia contemporanea inglese, tedesca o il teatro francese.

Vorrei con questa lettera di Leopardi riflettere su come il passato, anche molto passato, possa ancora essere attuale; come certi temi non smettano di ripresentarsi, come quello sull’imitazione dei modelli.
Mi sembra che le parole di Leopardi siano provocatorie ma anche di incitazione. La provocazione è nell’affermare che il poeta più grande è già esistito, è il primo, quello che, non avendo nessun dilemma sul fatto di imitare o no i poeti precedenti, ha fatto poesia con ciò che c’era, ovvero con la natura e i sentimenti, da lì ha tratto ispirazione, da nient’altro, da nessun autore precedente. Dall’altra parte, trovo bello il modo semplice e leggero con cui Leopardi invita i poeti ad un modo più autentico di fare poesia: “perché essi quando voleano descrivere il cielo, il mare, le campagne, si metteano ad osservarle”, “e quando voleano ritrarre una passione s’immaginavano di sentirla”,” e quando voleano parlare dell’universo vi pensavano sopra”.

Qualche sera fa, durante una cena tra gli studenti di Rablè, sono stata colpita da alcune osservazioni. Semplici osservazioni, anzi una era una domanda. E mi era anche sembrato fossero passate così, senza nulla lasciare. Invece ci penso, anche perché sono osservazioni e domande ricorrenti, che, appunto, tornano ciclicamente.
La domanda che è stata fatta a chi frequenta il laboratorio di poesia, era questa:” durante i laboratori studiate anche gli aspetti più tecnici, come le rime, la struttura delle poesie e dei versi, sonetto, canzone, endecasillabo, sciolto non sciolto eccetera eccetera.?”.
L’osservazione invece era sul fatto che Dante fosse un poeta inarrivabile, un’eccezione nella storia della letteratura, un poeta inimitabile con una conoscenza infinita della storia e del suo tempo, anche quella inimitabile.
Alla fine si tratta di lecite e giuste osservazioni. Da una parte si richiede che in un laboratorio di poesia vengano trattati anche gli aspetti tecnici, dall’altra si evidenzia l’eccellenza indiscussa di un poeta conosciuto e tradotto in tutto il mondo.

Però mi chiedo se, a volte, non sia, più che necessario, limitativo studiare le forme tradizionali e codificate della poesia. Non è forse molto più soffocante studiare aspetti tecnici piuttosto che seguire la propria sonorità interiore? Magari mettendosi in una vasca e scivolando sotto il pelo dell’acqua per riconoscere il proprio ritmo, come ci aveva giustamente consigliato Paolo Vachino nella prima lezione (alla fine i professori non spariscono mai completamente, neanche durante le serate di soli studenti, anzi).
E quanto è veramente utile stare ancora a riconoscere grandezze ormai indiscusse e ripetute a tal punto da renderle banali come Dante, Hemingway, Manzoni, Leopardi? Quanto tutte queste osservazioni e tautologie, “perché Dante è Dante”, e queste ripetizioni ci bloccano invece di spronarci a scrivere?

Direi che le due cose, la domanda e l’osservazione, trattano del medesimo tema, ovvero del fatto che esiste un passato, una tecnica, un insieme di esempi, che sono da studiare per poter fare arte, e che, allo stesso tempo non sia facile, se non impossibile, arrivare agli stessi risultati di alcuni artisti eccezionalmente dotati. Mi sembra che questa cosa sia ormai chiara a tutti e da secoli. Però ci si torna. Quasi come se ci fosse bisogno di ribadirla.
Mi chiedo allora se, in realtà, non sia una scusa. Un modo per tirare i remi in barca, per non mettersi in gioco, per non rischiare di diventare anche, perché no, grandi come Dante o Manzoni.

Rifacciamoci alle parole di Leopardi: il poeta più antico non aveva modelli, i grandi classici non seguivano modelli ma ascoltavano, sentivano, vivevano e non perdevano tempo a leggere gli altri per imitarli.
Il mio discorso non è certo quello di smettere di leggere e studiare, anzi, io per prima lo faccio giornalmente. E penso che anche Leopardi non fosse di questa idea, vista la vastità della su biblioteca.

La mia proposta è quella di separare la vita in due parti. In una parte studiare e leggere per il solo piacere di farlo e di riflettere e di raccogliere particelle volatili che prima o poi si sedimenteranno dentro di noi e faranno terra in cui affondare le nostre radici artistiche.
Nell’altra parte chiudere i libri e osservare “il cielo, il mare, le campagne” oppure immaginare o ricordare un’emozione per farne versi. L’endecasillabo ne nascerà molto più libero e autentico, secondo me.
L’idea e la mia proposta spinta è proprio quella di fare delle camere stagne. Quando studi non scrivi versi, e quando scrivi versi non studi.
Penso che questo potrebbe essere un modo proprio per fare comunicare le due camere stagne, ma senza che se ne accorgano.

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Luglio 28, 2010 Pubblicato in: Pensieri spettinati   Leggi Tutto

Pensieri spettinati/Petrolio

di claudio castellani

Il telegiornale dice che oggi Obama e Cameron si incontrano. Parleranno anche della Bp e del tappo che dovrebbe tappare la stazione di servizio sottomarina che da alcune settimane sta riversando milioni di litri di petrolio nel golfo del Messico, si presume. Il telegiornale, tra l’altro, dice che la situazione del tappo peggiora, invece di migliorare.
Comunque. Obama e Cameron parleranno. Non sappiamo bene di cosa parleranno. Di soldi, è presumibile. Di costi di recupero e di ripulitura.
Ora, la cosa interessante è una domanda che, in tutta questa faccenda, è già stata posta ma è stata mantenuta troppo sullo sfondo, secondo me. Proviamo a portarla in primo piano. Cosa sarebbe successo se il tappo della stazione di servizio sottomarina non fosse saltato per incuria e idiozia della Bp ma per un attentato terroristico di un paese e/o personalità straniera?
Le mie scarse nozioni di diritto mi suggeriscono che in atto terroristico c’è dolo. C’è, cioè, una precisa volontà di colpire, uccidere, danneggiare, distruggere un avversario. Da parte della Bp non c’è stato questo dolo, d’accordo. C’è stata SOLO una sopravalutazione del profitto a discapito di vite umane (distrutte nell’esplosione del tappo), dell’ambiente e del lavoro di migliaia (o milioni?) di persone.
Mi domando: quale è la sottile linea d’ombra che separa un atto di guerra da un atto genericamente criminale? Il fatto che in un caso si colpisce in nome dell’appartenenza ad entità statali, a ideologie e religioni diverse e contrapposte, mentre nell’altro in nome di una divinità terribilmente concreta ma unica e unificante che si chiama denaro, invece di Allah?
Capisco che qui torniamo al punto di partenza, cioè al dolo e alla volontà deliberata di colpire. Ma a me sembra che il processo di Norimberga contro i criminali nazisti abbia stabilito con sufficiente chiarezza che si è colpevoli di crimini contro l’umanità anche quando si obbedisce passivamente a ordini la cui esecuzione ha come risultato l’offesa all’umanità. Lo dico, perché le inchieste giornalistiche e giudiziarie stanno mettendo in luce una continua e procrastinata volontà della Bp di adottare scarsi livelli di sicurezza, sempre in nome del risparmio e del denaro. E dunque: chi sarà ritenuto responsabile, della Bp? Il suo amministratore delegato, o anche le schiere di tecnici e manager che hanno passivamente accettato e applicato la politica industriale della Bp? Verranno tutti rinchiusi a Guantanamo? Verrà loro impedito di lavorare e di guadagnare uno stipendio? O, per lo meno, di avvicinarsi ad alcunché che abbia a che fare col petrolio?
Insomma, cosa è, esattamente, e come possiamo catalogare un atto criminale contro l’umanità che non sia frutto di una contrapposizione tra stati? E’ una domanda interessante, secondo me, e inevitabile, in un mondo in cui le entità statali stanno evaporando per essere sostituite da gigantesche multinazionali. Come muta il concetto di guerra e quello di crimini contro l’umanità nell’epoca della globalizzazione?
Due piccole cose che, forse, ci fanno intravvedere con chiarezza una possibile risposta.
1-Internazionale ha pubblicato, poche settimane fa un articolo del quotidiano inglese Observer. Vi appaiono cifre e dati impressionanti sui disastri ambientali e umani determinati da anni e anni di estrazione di petrolio in Nigeria da parte soprattutto della Shell. “In realtà dagli oleodotti, dalle pompe e dalle piattaforme petrolifere disseminate sul delta [del Niger] esce ogni anno una quantità di petrolio maggiore di quella che si sta riversando nel golfo del Messico”, scrive l’Observer.
2-Di recente un tribunale indiano ha mandato praticamente assolti i responsabili del disastro ambientale e umano di Bophal.
Da questi due fatti non sono nati scandali o servizi giornalistici di particolare rilievo. Ma tanto sono negri, lì, e non è il caso di sprecare tante filosofie, come ci insegnano 2000 anni di cristianesimo.

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Luglio 20, 2010 Pubblicato in: Pensieri spettinati   Leggi Tutto

Pensieri spettinati/Salinger

di marco lumini

“Sa le anitre che stanno in quello stagno vicino
a Central Park South?
Quel laghetto? Mi saprebbe dire per caso dove
vanno le anitre quando il lago gela?”

Voglio riportare parti di due articoli comparsi su La Repubblica il 29 gennaio a seguito della notizia della morte di J.D. Salinger.
Il primo è a firma di Edmondo Berselli e si incentra sul valore dell’opera più conosciuta dello scrittore, “Il giovane Holden”.

“(…) Salinger non ha mai voluto valorizzare il suo romanzo. Ha sempre rifiutato versioni cinematografiche o di altro genere. (…) Ma ciò che conta, nel romanzo, è il clima, l’atmosfera, ciò che le pagine raccontano come sottointeso, il parlato come senso implicito. Ed è per questo che il romanzo di Salinger è diventato un volume d’affezione, cioè di culto, noto in tutto il mondo, conosciuto come un libro imperdibile. Lo si conosce anche senza averlo letto. E in effetti è così: Il giovane Holden è una macchina inesorabile, un libro di cui è difficile raccontare la trama, perché in realtà non c’è trama, ma che lentamente si insinua nella psicologia di chi legge e in questo modo va alla scoperta di un America ancora ingenua, ricca più che altro di alberghi da due soldi e di piccoli locali in cui si incontrano vecchie compagne di scuola.
E’ per questo che il libro ha avuto il suo spettacolare esito generazionale, con i padri che hanno regalato il romanzo ai figli, in una specie di reciproca educazione sentimentale metropolitana attraverso la quale intere generazioni hanno imparato a conoscere l’America dei Cinquanta.
(…) Il romanzo di Salinger rappresenta un mezzo miracolo, un “caso” irripetibile, la storia di un libro che si è fatto da sé. E che non vuole saperne di perdere carisma negli anni. Per quale ragione infatti un libro del genere dovrebbe trasmettersi nei decenni: solo perché è una testimonianza d’epoca? Oppure perché è il ritratto di una società che ha imboccato la via del cambiamento (psicologico e mentale prima che sociale e comportamentale).
In realtà The Catcher in the Rye è una specie di romanzo antropologico, che si accontenta della durata di un week end, e per questo non ha bisogno di vicende eccessivamente complicate. Salinger descrive alcuni frammenti di vita, e sarebbe il caso di rintracciare tutto questo nelle forme del suo slang formidabile: come nei suoi racconti, buona parte del fascino del libro nasce infatti dal linguaggio dello scrittore: un lessico che mima la lingua giovanile, e la fa sentire viva, nelle sue espressioni. (…) Volendo, si legge il romanzo di Salinger come un autentico classico, una storia senza nessuna sbavatura, in cui ogni parola è essenziale, ogni battuta è perfetta, ogni piccola storia interna è di precisione memorabile(…).”

Aggiungo due annotazioni tratte da un articolo di Vittorio Zucconi in cui descrive la società americana dei primi anni Cinquanta permeata di puritanesimo e perbenismo. Salinger ebbe la forza e il merito di svelare “la ruggine sotto la lamiera luccicante. Il vuoto nel cuore della prosperità post bellica. (…) Non lo fece con la violenza ideologica di un Michael Moore, o con la foga immaginosa di un Oliver Stone, e l’apocallisse nella giungla di Francis Ford Coppola era ancora lontana. Ce la spiegò guardandosi dentro, nel buio, nella angst che la prosperità genera, in adolescenti che non sanno come affrontare un mondo troppo bello per essere vero, lasciato dai loro genitori e non sanno come, e a chi dirlo (…).”

Il secondo articolo è una riflessione di Gabriele Romagnoli sulla decisione di Salinger di ritirarsi a vita privata e di nascondersi dai media. Qualcosa che ha a che fare con il rapporto scrittore-pubblico.

“(…)L’ultimo delitto sarebbe far luce nella caverna dove Salinger si era ritirato. E certo: nella società dell’apparenza lascia la scena l’unico che era diventato un mito senza farsi vedere mai, togliendo la propria faccia dal risvolto del suo romanzo, imponendo la copertina bianca, non concedendo più interviste, figurarsi andare in televisione, smettendo addirittura di scrivere. Più lui si ritirava più la sua fama cresceva, rispondendo alla più subdola escontata legge di seduzione. Dice oggi il suo agente: “Era nel mondo, ma non del mondo.” Il mondo è banale, e Salinger pure lo era, ma a differenza di molti, di quasi tutti, aveva imparato a tenere, se non a bada, per sé gli istinti, che per definizione sono bassi. Il giovane Salinger era, come chiunque, assetato di conferme, di ammirazione, successo. Scriveva e voleva essere pubblicato. Più che banale, naturale. Mandava lettere ai direttori di riviste, allegava racconti, caldeggiava la sua prosa. Poi che accadde? Il suo desiderio venne esaudito ed è scontato anche ricordare che questa è talora la più grande maledizione per un uomo. Si trovò tra le mani il libro con il suo nome sopra, le sue parole dentro e la sua faccia in fondo. Lo vide diffondersi, lesse le recensioni entusiaste e condiscendenti. Come può capitare a chi scrive, si sentì attribuire dai lettori, a tutti i livelli, pensieri e intenzioni che non aveva mai avuto. Scoprì che essere capito è a volte più terribile che essere frainteso. Che l’ammirazione sfregia più dell’indifferenza. Che scrivere è una cosa, pubblicare un’altra. Chi è del mondo scrive per essere letto, recensito, per presentare il proprio lavoro (magari chiamandolo opera) in una sera di baldoria davanti all’inclito relatore e al generoso pubblico in una libreria del centro, per tenerlo sulle ginocchia al talk show, inserito a proposito dal conduttore in una pausa che dovrebbe chiamarsi pubblicitaria. Salinger, che invece era nel mondo, guardò tutto questo prima che si materializzasse e ne fuggì. Scappò dalla 57ma strada di Manhattan dove abitava, dalle tavolate di scrittori all’Algonquin Hotel dove l’invidia prendeva la maschera della solidarietà, da quei vacui momenti in cui essere riconosciuti è considerato un modo per accettare il proprio percorso. Scappò da sé stesso. Perché aveva dentro le stesse debolezze di chiunque, le mie (lo ammetto), le tue (di te che stai leggendo e stai scrivendo e sogni di avere successo per questo). Le sue debolezze per le donne, sempre più giovani, dipendenti, malleabili. Cercò di esorcizzare il diavolo che bussava alla sua porta con un patto da firmare.
Andò lontano, nel New Hampshire, in mezzo al nulla. Secretò l’indirizzo, staccò il telefono, fece bruciarele lettere degli ammiratori arrivate all’editore. Altroché blog, interfaccia con il pubblico, scambio virtuoso. Voleva essere solo con il proprio demone, che soltanto la scrittura curava, con l’impossibilità di essere felicementesé stesso, di accettarsi come uomo (e chi ne è capace, quando cala la notte, si disvelano gli specchi e la memoria mette in canna tanti colpi per quante volte la si è fatta franca?) Aveva un talento, oh certo. Ma chi ha un talento è il primo, talora l’unico a conoscerne il limite. E più il mondo lo esalta più pensa che il mondo è incapace di giudizio. Restano due tentazioni: il fallimento come liberazione o l’esilio come rimedio.
(…) Non pensate che sia diverso da voi, non dico superiore, dico appena diverso: mangia carote, starnutisce, fa la spesa (non fotografatelo per questo), se può si porta a letto le ragazzine. C’è un solo momento che lo rende differente, uno solo in cui una luce di taglio lo illumina, in cui non si tortura per nulla, non insegue niente e nessuno, ma si concede un atto di pura grazia (e ogni uomo ne ha uno, ma a volte passa la vita senza scoprirselo): è quando scrive. J.D. Salinger che scrive, non J.D. Salinger dentro un libro nelle tue mani: in quello si riconosceva, accettava, consolava. Lì ha voluto nascondersi negandoci (assai più che negandosi) ogni altra pubblicazione. Lì ogni tassello dentro di lui era la suo posto. Che abbia scritto ancora una frase o un mare di pagine. Che sia stato sereno per un minuto o per anni, lontano da noi: lì ha vissuto e lì si è sepolto. E lì, rispettosamente esclusi, lo lasciamo.”

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Febbraio 5, 2010 Pubblicato in: Pensieri spettinati   Leggi Tutto

Pensieri Spettinati/Pre-Mortem

di claudio castellani

L’altro giorno mi scrive una ragazza. In passato ha seguito i corsi di scrittura creativa di Rablè. Ora segue dei corsi di giornalismo. E’ una persona molto intelligente, scriveva bei racconti. E’ contenta dei corsi che segue ora, quelli giornalismo. Si parla e si imparano un sacco di cose interessanti, dice. E però conclude:”Fra famiglia e lavoro sono sempre più radicata al mio piccolo paesino di provincia dove non mi serviranno a molto queste nozioni. Nel frattempo studio il web, cerco di comprendere le possibilità che da un piccolo paesino di provincia ci sono permesse. Insomma, come al solito ho le idee confuse e ti riempio la posta di ciance.”
Roberta Aliventi, mi sembra, con ciò che ha scritto nei suoi pensieri spettinati – vedi Post Lauream – è un po’ sulla stessa lunghezza d’onda. Ho studiato, mi sono laureata. Ho imparato cose. Avevo voglia di fare cose che ho sempre rimandato a dopo la laurea e adesso mi trovo invece davanti al vuoto.
Sono discorsi che mi appassionano. Mi sembra siano discorsi molto importanti e che valga la pena di tirarli fuori da una dimensione da piagnisteo. Il piagnisteo non serve a nulla.
Perché non cominciamo a discuterne?
Cerco di svolgere il mio pensiero nel modo più semplice possibile, anche se correrò il rischio di semplificare troppo le cose. Dunque.
So benissimo in quale situazione si trovano oggi i giovani. Disoccupazione –e soprattutto disoccupazione giovanile- alle stelle. Scuola studio e ricerca, in Italia, sono una plaga depressa. Un continuo taglio di fondi. Se si è fortunati si trova un lavoro di ripiego in posta. Un lavoro come segretaria in un ufficio d’avvocati o cose del genere. Questa è la realtà e la si accoglie con rassegnazione. E’ così. E’ una realtà che ci sovrasta. Immodificabile. Accettiamola. Accettiamo il vuoto.
Mi chiedo: ma perché? Perché dovrebbe essere così? Vediamo alcune cose. Da tempo penso alcune banalità. Sono queste.
-Con un migliaio di euro oggi siamo in grado di comprare una cinepresa le cui prestazioni sono 100 volte superiori a una cinepresa che 60 anni fa costava centinaia di milioni di lire. Conseguenza: 60 anni fa per girare un film c’era necessariamente bisogno di un produttore e di una sofisticata sala di montaggio. Oggi non è più così. Anche il montaggio ce lo si fa in casa con un qualunque computerino. Conosco persone che hanno seguito corsi di sceneggiatura, si sono prese un diploma e poi se lo sono messe in tasca ad ammuffire. Domanda: perché?
-Aprire un blog costa un investimento di Zero Euro. Un blog è come un giornale. Per aprire un giornale e diffondere articoli, racconti, pensieri ecc, un tempo c’era bisogno di un editore che investisse miliardi di lire in una casa editrice. Bisognava anche essere fortunati, e trovare un editore disposto ad assumerti. Oggi non è più così. Mi chiedo: perché tanti blog sono un concentrato di banalità? Perché ci sono in giro giovani pieni di cultura e di idee e non usano lo strumento del blog per professionalizzare le loro capacità culturali?
-Se uno vuole pubblicare un libro, oggi può farlo con Il Mio Libro di Repubblica. Può stamparsi un libro e metterlo in vendita su quel sito. Sta per arrivare l’e-book. L’e-book è un’idea che provoca un moto di disgusto nel 99% delle persone a cui ne parlo. Ma l’e-book contribuirà ulteriormente a emancipare gli scrittori dagli editori. Perché non riflettere sulla cosa?
-Gli stessi ragionamenti valgono per musica, scultura, danza e ogni altra espressione artistica e culturale.
-Face Book. E’ un social network. È uno strumento che consente alle persone di conoscersi, di parlare e di discutere. Mi chiedo: perché bisogna usarlo SOLO per comunicare cazzate? Andate su Face Book e contate i post del tipo: “Ehi, gente, mi sto mangiando un gelato al pistacchio. Figo, eh!”. Mi domando perché Face Book non possa venir utilizzato per discutere ANCHE dei problemi importanti della vita. Perché non usarlo per unire attorno a noi altre persone che hanno i nostri stessi interessi e cercare di avviare, CONCRETAMENTE, dei progetti? Fare un film, creare un blog giornalistico? Mai sentito parlare del citizen-journalism? Perché i blog, FB, i social network, gli strumenti tecnologici a prezzo basso o quasi nullo non diventano strumenti per INVENTARSI UN MESTIERE o comunque una attività che dia senso alla propria vita?
Non mi dispiacerebbe se ci si mettesse a discutere e ad analizzare le ragioni di questa arrendevolezza, di questa inerzia che caratterizza l’Italia di oggi. Grazie

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Dicembre 7, 2009 Pubblicato in: Pensieri spettinati   Leggi Tutto

Pensieri spettinati/Tutto il pane e tutto il silenzio del mondo

di silvia mantovani

I genitori di Stefano Cucchi avrebbero dichiarato che il figlio, che pesava 43 kg, non soffriva di anoressia. Dicono che in carcere ne ha persi altri 7, di kg, ma insistono nel dire che non era affatto anoressico.
Ancora. Leggo sul Corriere Romagna di ieri che due ex (?) tossicodipendenti muoiono di overdose, e che i parenti dichiarano che ne erano usciti, che non se lo spiegano.
Ancora. Mi raccontano di una ragazza di venti anni, anoressica, che pesa poco più di 40 kg. Secondo i genitori la sua anoressia sarebbe iniziata con una dieta concordata tra amiche. Mi raccontano proprio così, che è stata tutta colpa di una dieta e che tra poco dovrà essere ricoverata. Continua a dimagrire e non si spiegano, i genitori, perché continui a dimagrire, dal momento che è seguita da psicologi da più di un anno. La ragazza ne ha cambiati diversi, perché in realtà non ne voleva nessuno (ma va! Che strano, no?, che una persona anoressica, che non si nutre più, che strano dico, che non voglio nessuna cura).
Quante ne sento, e quanta rabbia mi viene ogni volta. Me ne viene così tanta che ogni volta vorrei salire sulla prima sedia che trovo e urlarla, urlarla tutta la rabbia che ho dentro.
Conosco i problemi alimentari, so cosa vuol dire cercare nel cibo pace e tranquillità, calore, affetto. So ogni cosa e so anche cosa c’è dietro una dipendenza (cibo, droga), dietro una fragilità che può ucciderti. Lo so perché ho letto e ho cercato di capire,.
Non c’è bisogno di laurearsi in psicologia o di comprare tomi voluminosi per capire gli elementi basilari di queste malattie, non ce n’è bisogno.
Si può comprare il libro di Fabiola De Clercq “Tutto il pane del mondo”, o “Donne che mangiano troppo”, della psicologa tedesca Renate Gockel, o si può andare su internet e chiamare su google, anoressia, bulimia, obesità. Si può anche guardare semplicemente negli occhi una persona che soffre di disturbi alimentari. Lì dentro si trovano molte cose.
Ma basta, basta, basta per favore dire stronzate, stronzate che placano l’anima, che mettono tutto a posto, che abbattono i sensi di colpa, che fanno riprendere la vita come era prima, anzi che noia questa pausa di sospensione, che fatica eh, che fatica guardare le cose in faccia, che fatica dover vedere tutti questi scheletri che si muovono per le strade, sepolti sotto strati di abiti scuri, e dover girare la faccia dall’altra parte, per non vedere.
Che fatica sentirseli accanto, sul tram, sentire il loro corpo che si muove a scatti, il loro odore di vecchio, o le loro carni molli ed enormi che invadono anche il tuo seggiolino, o vedere macchie di vomito sui giacconi, o vedere gli occhi infossati, i lividi sulle braccia, i buchi nelle guance, le ossa scure sotto la pelle secca come carta vetrata, o i ventri giganteschi su gambe che mano a mano si stringono verso le caviglie sostenute da piedi gonfi come palloncini. Che fatica dover ascoltare le urla di questi corpi. E poi quanti ce ne sono, quanti se ne vedono, ma perché circolano, perché si muovono tra le strade, non potrebbero restarsene a casa loro? Anche perché sono loro che lo vogliono, no?, il loro star male.
Poi leggiamo di quelli che muoiono, e allora diciamo un sacco di stronzate, diciamo che una persona che pesa 40 kg, uomo o donna che sia, non è anoressico, diciamo che una persona che non si droga da un po’ di tempo è uscita dalla droga. Diciamo che l’anoressia è tutta colpa di una dieta eccetera eccetera. Quello che vorrei dire è che le persone che hanno o hanno avuto delle dipendenze, dalla droga, dal cibo, dal non cibo, dai soldi, dallo shopping ecc. ecc. sono persone piene di fragilità, di punti fragili, dei talloni di Achille. I talloni di Achille nei momenti di difficoltà tornano a fare male.
Con tutta tranquillità, vorrei solo dire che è normale. Quando nella vita ci troviamo ad affrontare difficoltà, dei momenti di tristezza, può succedere che si ricada in una dipendenza, perchè quella dipendenza, all’origine, ci ha dato felicità, tranquillità, serenità, pace. Poi si è trasformata in un mostro, ma all’inizio era il paradiso. Non è così strano che, pur uscendone, ci si possa ricadere. E per di più queste dipendenze sono accumuli di cose che riempiono buchi, carenze di affetto, di amore e nascono da lì, dai buchi.
E un’altra cosa, di miopia si può morire e si può far morire.

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Novembre 6, 2009 Pubblicato in: Pensieri spettinati   Leggi Tutto

Pensieri Spettinati/Disorientati

di roberta aliventi

“E poi ha imboccato una Statale, la 255, non ha potuto fare altro seguire la direzione imposta dall’asfalto, dai cavalcavia, l’alternativa sarebbe stata saltare dentro un canale, prendere delle decisioni che invece non è in grado di prendere. Le strade servono a questo, qualcuno le ha progettate per te, per te ha calcolato le distanze, fatto raffronti, deciso quale fosse la soluzione migliore, il percorso più breve, quello possibile.”

(Strada Provinciale tre di Simona Vinci, Einaudi)

Non avevo mai pensato alle strade come a percorsi obbligati, stabiliti per te da qualcun altro. Viaggiando in macchina ho sempre avuto l’impressione di spostarmi liberamente

e senza condizionamenti, forse perché sono priva di qualunque senso dell’ orientamento. Per spostarmi in zone che non conosco perfettamente porto sempre dietro una mappa, faccio fatica a trovare le vie e mi perdo facilmente.

Proprio della perdita del senso dell’orientamento nell’uomo parla l’articolo “Non sai che ti perdi”, pubblicato su Internazionale di questa settimana (p.50). In un passo è riportato lo studio dell’antropologo Claudio Porta sul comportamento delle nuove generazioni di cacciatori inuit, che hanno iniziato ad usare, per i loro spostamenti, i navigatori satellitari. La lingua di questo popolo non  possedeva, fino a poco fa, una parola che indicasse il concetto di “perdersi” e ora i giovani cacciatori, senza l’uso della tecnologia, non sono più in grado di orientarsi.

La tecnologia, dalla semplice costruzione di una strada al complicato meccanismo di un navigatore satellitare, ha come scopo quella di migliorare e facilitare la vita umana.

Migliorarsi, andare oltre ai risultati precedentemente raggiunti è nel Dna dell’essere umano ma la tendenza dilagante a facilitare e programmare ogni dettaglio della nostra vita porta ad avere un ideale di comodità e perfezione che nella realtà non può esistere. La quotidianità è fatta di intoppi e imprevisti, che qualsiasi tecnologia non può eliminare. La pubblicità mostra la tecnologia come uno strumento al nostro servizio. Con i cellulari è possibile telefonare, fotografare, navigare su internet, chattare e organizzare la propria agenda. Con un solo telecomando in casa si può accendere e spegnere televisore, stereo, luce e garage. Seduto in camera tua, davanti a un computer, puoi essere ovunque e fare qualunque cosa. Tutto questo non è sbagliato in sé ma è sbagliato vedere nella tecnologia la soluzione di ogni problema e la pianificazione di ogni imprevisto. Non ci stiamo accorgendo che con essa stiamo diventando più pigri, impreparati ad affrontare da soli le difficoltà, proprio come i giovani cacciatori inuit.

Lo strumento da manipolare rischia di diventare il manipolatore.

Il modo di guardare la strada, suggerito dalla Vinci, esemplifica perfettamente questa situazione. Ci sentiamo liberi ma non lo siamo fino in fondo. La strada ti obbliga ad avere sempre lo stesso punto di vista omologato sul mondo che attraversi. La tecnologia non è né giusta né sbagliata è l’uso ad esserlo.  Non possiamo opporci a tutto quello che ci offre la società ma neanche accettare in modo acritico ogni cosa. La soluzione, se di soluzione si può parlare, è nell’essere consapevoli. Io, per ora, so che non comprerò un navigatore satellitare. Mi piace perdermi, non ricordare le strade in cui sono passata e non capire da che verso guardare la cartina. Non è comodo ma mi sono organizzata, arrivo in ritardo o parto un’ora prima.

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Settembre 25, 2009 Pubblicato in: Pensieri spettinati   Leggi Tutto

Pensieri Spettinati/Il suicidio come estremo gesto creativo?

di nevio semprini

Un gesto estremo, un messaggio definitivo al mondo. Un modo per farsi sentire, farsi prepotentemente presenti sulla scena nell’attimo della propria definitiva assenza? Mi chiedo cosa cerca l’artista, il poeta in questo caso, quando sceglie di togliersi la vita. Non credo alle cronache che addebitano, semplicisticamente, ad una lunga depressione la scelta improvvisa di un gesto pazzoide.
La mente di un vero artista è abituata a calarsi nella follia della creatività, è allenata a risalire in apnea fino all’apparente normalità del vivere. Questo mi fa pensare che togliersi la vita può essere un gesto calcolato, un apice creativo oltre al limite dell’arte, una sorta di performance artistica che coinvolge sensi ed emozioni attraverso l’auto-estinzione del creatore stesso dell’opera d’arte. Opera e autore si fondono in un magma ultimo.
Mi chiedo: ci sono artisti che si è spingono nei più profondi cunicoli della vita e che, dopo ogni discesa, risalgono portando con loro una maggior sensibilità e comprensione? E un eccesso di luce e di conoscenza li possono convincere che è inutile andare oltre?
O dietro al gesto c’è solo una mente logorata da questo andare e tornare dalla follia creatrice estrema, che ha perso di vista la semplicità delle cose banali, le esigenze primarie degli uomini?
Mi piacerebbe conoscere la vostra opinione.
Qui di seguito riporto un pezzo, apparso su Nazione Indiana, che parla di un poeta, Simone Cattaneo, che si è appunto tolto la vita. Aveva molto da dire, mi sembra, e lo diceva con graffiti nudi, come incisioni rupestri primitive, dense di messaggi semplici e chiari. Era vivo, è vivo in questa poesia semplice, diretta, ma dai solchi profondi, senza mezze misure.
L’articolo di Nazione Indiana è di Flavio Santi ed è seguito da alcune poesie di Simone Cattaneo.

In memoria di Simone Cattaneo

Simone Cattaneo [Come m'ha scritto attonito, via email, Flavio Santi, "in questi giorni è successa una cosa assurda: Simone Cattaneo, giovane poeta, ha deciso di andarsene". Abbiamo deciso perciò, per ricordarlo, di pubblicare qui su NI un articolo di Flavio uscito tempo addietro su "Il Riformista" e poi, a seguire, alcune poesie di Simone. G.B.]

La carriera del poeta
di Flavio Santi

Strana la carriera del poeta. Strana soprattutto in Italia. Prendete ad es. uno come Simone Cattaneo. In Inghilterra o in America sarebbe una star, un poeta conteso da reading e salotti buoni, programmi tivù e seminari universitari. Che è quello che succede ai suoi colleghi Armitage – con cui condivide fra l’altro lo stesso nome – , Paul Muldoon e soci. Quello che voglio dire è che Cattaneo fa una poesia al vetriolo, tra il sociale e il vuoto per dirla con i Baustelle, amatissima all’estero. Cattaneo è il nostro Armitage (per dimostrare questa tesi una volta ho fatto uno scherzo tremendo a un critico: gli ho passato un gruzzolo di poesie di Cattaneo spacciandole per primizie di Armitage. Non vi dico l’entusiasmo dell’illustre studioso per quegli “inediti”…).
C’è un piccolo problema (tale in Italia, no di certo all’estero): Cattaneo è come la sua poesia, franco e schietto, non fa la corte a nessun potente di turno, critico e poeta, lui pensa a vivere e a scrivere. Ma nel nostro bel paese questo significa una sola cosa: isolarsi. Per questo Cattaneo non è ancora valutato come merita. Lo vedete nelle antologie che contano? Ai festival di tendenza? No. No, perché – sembrerebbe un paradosso, ma è così – Cattaneo pensa a scrivere, e non a – prendo in prestito la brutalità del suo linguaggio – leccare il culo. Si fa presto a esibirsi in impeccabili analisi testuali, retoriche e stilistiche – chi non ne è capace? –, quando invece il problema è a monte, ed è di natura morale (e dunque molto più arduo): come essere in grado di compiere scelte di qualità e non di interesse. Non dico sempre (siamo esseri umani, suvvia, peccatori ed esposti al richiamo delle sirene), ma almeno nella maggior parte dei casi. Per fare un esempio: se Thomas Pynchon vivesse in Italia, con lo stile di vita che conduce, sarebbe inedito e dimenticato. Qua in Italia per avere un minimo di riscontro bisogna pensare al come, non al cosa. Crearsi una rete di rapporti, costruirsi una figura pubblica, e poi su quelle basi innestare tutto il resto – che in una concezione normale di arte sarebbe invece il dato primario. Bisogna ripensare i modi di fruizione dell’arte: il marchio, il brand sta diventando una presenza troppo ingombrante anche in questo campo. Così facendo il rischio principale è di oscurare autori di indubbio valore ma dalla vita sociale “normale” e non compromessa a qualcuno o qualcosa. In cambio, si sa, abbiamo autori deboli ma presenzialisti (l’elenco è chilometrico, per non fare torto a nessuno applico il teorema di Sturgeon: il 90% di tutto è spazzatura. Funziona benissimo anche in letteratura italiana).
Del resto l’Italia che emerge dalle poesie di Cattaneo è proprio un’Italia di questo tipo: meschina, approfittatrice, paracula, senza dignità, votata al più bieco compromesso. Ma Cattaneo non odia quest’Italia; a suo modo la ama. Di un amore struggente e autodistruttivo, poco lenitivo e molto disperante. Come scrive Pasolini: “Questa è l’Italia, e / non è questa l’Italia: insieme / la preistoria e la storia che / in essa sono convivano, se / la luce è frutto di un buio seme”. Cattaneo racconta la storia di un paese perso e smarrito. Al tracollo morale e culturale. »

*

Poesie di Simone Cattaneo

Made in Italy

Non mi importa niente dei bambini del Burchina Faso che muoiono di fame,
non ne voglio sapere delle mine antiuomo,
se si scannassero tutti a vicenda sarei contento.
Voglio solo salute,soldi e belle fighe. Giovani belle fighe, è chiaro.
Che gli appestati restino appestati, i malati siano malati e
i bastardi che vivono in un polmone d’ acciaio
fondano come formaggio in un forno a microonde. Voglio bei vestiti,
una bella casa e tanta bella figa. Buttiamo gli spastici giù dalle rupi,
strappiamo fegato e reni ai figli della strada
ma datemi una Mercedes nera con i vetri affumicati.
Niente piani per la salvaguardia delle risorse energetiche planetarie
vorrei solo scopare quelle belle liceali che sfilano tutti i sabato pomeriggio
con la bandiera della pace. Non ho soldi e la botta è finita.
Ma sono un uomo rapace, per le vacanze pasquali
quindici milioni di italiani andranno in ferie lasciando
le loro comode case vuote.
Alla fine non sono razzista. Bianchi, neri, gialli e rossi
non mi interessano un granché.

*

Mi sono svegliato di colpo e ho visto le finestre aperte della camera da letto
e un’aria densa e grigia che mi faceva tremare dalla testa ai piedi.
La mia ragazza ucraina nuda sul davanzale mi indica il confondersi
senza retorica della luna con il sole attraversato
da un lampo d’aeroplano schiacciato.
L’avrei voluta strangolare sul posto con la cintura dei pantaloni
se solo li avessi avuti addosso. Quindi le ho chiesto gentilmente di chiudere
le finestre e di tornare a letto per un ultimo chiarimento.
Due giorni dopo l’ho prestata al mio migliore amico in cambio
di tre prime linee di Versace e di un aperitivo al bar.
Perchè l’amicizia è sempre l’amicizia.

*

Troppo bello per essere un pugile,
troppo brutto per fare il magnaccia
camminavo nel centro di Buccinasco
senza lavoro e inzuppato di grano
aspettando l’ora dell’aperitivo
quando mi sale la voglia di farmi fare le carte dalla vecchia strega del quartiere.
In realtà i suoi tarocchi non sono altro che
pezzi di bibite strappati a dentate ma alla fine ci si arrangia con quel che si può.
Rifilato un carico da venti alla vecchia le chiedo brutale
quando morirò, lei mi sorride e risponde presto a ventisette compiuti.
La informo dei miei ventinove e la mia anziana strega di Buccinasco mi
conforta dicendomi, vedi allora sei un uomo fortunato.
I soldi migliori spesi negli ultimi dieci anni.

*

Si è tagliata le vene e ha disegnato con il sangue
sul muro che costeggia il mio palazzo dei dolci gabbiani d’amore.
Non è servito l’intervento di pulizia del comune, un po’ di pioggia
nella notte ha cancellato tutto. Chi fosse questa strana tipa
non si è voluto mai sapere, aveva solo una specie di ponteggio
che le reggeva il mento. Sarà stata una grave malattia dal decorso fulminante.
Certo è che novizi, discepoli e santoni
portano tutti gli stessi cognomi
contraggono il viso ed è un omicidio,
credono nell’ospitalità di un’unica soluzione,
una sola dimensione, una fatale emarginazione.

*

Non luogo a procedere.
Guardo dalla finestra di casa lo scheletro di una lavatrice
partorire sotto i platani del viale una nidiata di conigli elettrici,
alzo la testa e vedo un soffitto di stagno rosso arancio
sbilanciarsi in avanti con rumori assordanti, cammino rasente i muri
con la paura di inciampare nel materasso di lana arrotolato e
fracassarmi di nuovo la clavicola.
Vorrei che qualcuno mi picchiasse sulla schiena con degli asciugamani bagnati
e mi scaricasse fra le macchine abbandonate in zone isolate.

*

« Simone Cattaneo (1974 – 2009). Sue poesie sono state pubblicate su “Atelier”, “La clessidra”, “Hebenon”, “ Poesia”, “Letture”, “Graphie”, “Tratti” e “Clandestino”. E’ stato incluso nel testo curato da Giuliano Ladolfi, L’opera comune. Antologia di poeti nati negli anni settanta (Atelier, 1999). Suoi testi, con una presentazione di Roberto Roversi, sono presenti nell’antologia Dieci poeti italiani (Pendragon, 2002), a cura di Maurizio Clementi. È stato incluso in Lavori di scavo. Antologia dei poeti nati negli anni ‘70 (Antologia web di Railibro, 2004) e in 100 Poesie di odio e di invettiva a cura di Antonio Veneziani (Coniglio Editore, 2007). Il suo primo libro di poesia, Nome e soprannome, è stato edito nel 2001 nella collana di poesia della casa editrice Atelier.

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Settembre 18, 2009 Pubblicato in: Pensieri spettinati   Leggi Tutto

Pensieri Spettinati/L’Italia ipnotizzata

di silvia mantovani

Leggo su Repubblica del 6 settembre: otto milioni di italiani ricorrono all’ipnosi. “Sesso, amore, libertà, prestigio e autorealizzazione. Ci vanno per questo uomini e donne dai 18 ai 65 anni, da nord a sud… . Cercano amore e amicizia soprattutto, vogliono risolvere problemi di coppia (27 per cento), poi libertà e indipendenza, anche dalle cose più o meno importanti come smettere di fumare o piacersi di più (23 per cento), infine per sentirsi più è meglio realizzati (il 20 per cento). Città che vai, bisogno che trovi. A Roma la maggior parte delle persone cerca amore e amicizia, è invece il sesso che interessa di più i napoletani, il prestigio i milanesi…”.
Mi chiedo se non dovrebbe essere il contrario, non dovrebbero essere i milanesi a cercare sesso e amicizia e romani e napoletani il prestigio legato al lavoro? Pregiudizi, forse, e continuo la lettura. Trovo un indizio di come si svolge la seduta: “…nella seduta si decodificano tutti quegli atti comunicativi non verbali che sono privi di significato razionale, segni e gesti portatori di sensi analogici, cioè emotivi.”
Rileggo dall’inizio un po’ incredula, otto milioni, lo stesso numero degli studenti che rientreranno nella aule italiane domani.

Devo ammettere che sono rimasta sbalordita. Non pensavo che così tante persone avessero il coraggio di farsi ipnotizzare. Di rinunciare alla propria coscienza per consegnarla ad un’altra persona.
Sono rimasta sconcertata perché si passa dal quasi niente della psicoterapia tradizionale, almeno in Italia mi sembra che non sia molto praticata e chi la pratica non lo dice, al mare di otto milioni di persone che si rivolgono ad un ipnologo.
Perché? E’ indice di un vero cambiamento, o meglio di un vero desiderio di cambiamento interiore, o è indice di qualcosa d’altro, forse di un peggioramento? Voglio dire, questa notizia ci sta dicendo che c’è una maggiore sensibilità verso la psicologia o vuole dire il contrario, che questi otto milioni non hanno voluto conoscere le cause dei loro problemi e hanno delegato ad altri la soluzione dei loro problemi?
Non so. Rileggendo le statistiche ho l’impressione che si tratti più di un desiderio di delega che di un desiderio di conoscere. Ormai tutti sanno che esiste l’inconscio, che alcuni problemi risiedono lì, vediamo di risolverli in fretta. Risolviamo in fretta senza stare troppo a soffermarci. Mi sembra questo il bisogno che trapela.

Sono stata paziente di una terapeuta per alcuni anni. Non ho mai saputo, perchè non l’ho mai chiesto, se si trattasse di una analisi junghiana o freudiana. Se qualcuno me lo chiedeva, mi dicevo che la volta seguente l’avrei chiesto. Ma non l’ho mai fatto, non me lo sono mai ricordata. Non è stato casuale. Gli smottamenti interiori della mia terapia sono stati così intensi che mi sentivo sempre come una bambina che guarda qualcosa per la prima volta. Non c’era tempo per nient’altro. Per me la terapia è stato come tessere la tela della mia vita. Non avevo ricordi prima di allora. Non pensavo che fossero importanti. Effettivamente non ho neanche mai pensato che la terapia mi avrebbe riportata agli eventi del passato. E invece è stato così. Piano piano, settimana dopo settimana ho raccontato la mia vita. Ho ripescato ricordi lontani. E’ come se avessi riaperto una finestra sul passato. Non che non ricordassi eventi appannati dal tempo, ma in terapia lo fai in modo diverso. E’ come se togliessi veli, è come il restauro di un quadro che ha perso la vivacità dei colori.
Non sono qui a difendere la psicoterapia. Voglio solo dire quale è stata la mia esperienza perchè possa essere utile a chi deciderà di intraprendere un cammino di ricerca interiore. Ho spesso l’impressione che non si parli abbastanza di psicoterapia, in Italia e che ci si vergogni a farlo. Anche io mi sono vergognata e ancora oggi fatico a parlarne liberamente. Vedo occhi un po’ sconcertati intorno a me, come se il fatto di essere stata da una psicoterapeuta rivelasse una malattia gravissima e inaccettabile.
La mia psicoterapeuta mi diceva spesso una cosa: che le persone che vanno da un’analista spesso ne hanno meno bisogno di chi non ci andrà mai.

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Settembre 15, 2009 Pubblicato in: Pensieri spettinati   Leggi Tutto

Pensieri Spettinati/Insegnare

Vorrei farvi leggere un articolo scritto da Ilvo Diamanti per la Repubblica del 25 luglio 2008 e poi alcune mie riflessioni in proposito. Grazie, Ettore Mularoni

“Maledetti professori” di Ilvo Diamanti
IL “PROFESSORE”, ormai, primeggia solo fra le professioni in declino. Che insegni alle medie o alle superiori ma anche all’università: non importa. La sua reputazione non è più quella di un tempo. Anzitutto nel suo ambiente. Nella scuola, nella stessa classe in cui insegna. Gli studenti guardano i professori senza deferenza particolare. E senza timore. In fondo, hanno stipendi da operai specializzati (ma forse nemmeno) e un’immagine sociale senza luce. Non possono essere presi a “modello” dai giovani, nel progettare la carriera futura. Molti genitori hanno redditi e posizione professionale superiori. E poi, la cultura e la conoscenza, oggi, non vanno di moda. E’ almeno da vent’anni che tira un’aria sfavorevoleper le professioni intellettuali. Guardate con sospetto e sufficienza. Siamo nell’era del “mito imprenditore” . Dell’uomo di successo che si è fatto da sé. Piccolo ma bello. E ricco. Il lavoratore autonomo, l’artigiano e il commerciante. L’immobiliarista. E’
“l’Italia che produce”. Ha conquistato il benessere, anzi: qualcosa di più. Studiando poco. O meglio: senza bisogno di studiare troppo. In qualche caso, sfruttando conoscenze e competenze che la scuola non dà. Si pensi a quanti, giovanissimi, prima ancora di concludere gli studi, hanno intrapreso una carriera di successo nel campo della comunicazione e delle nuove tecnologie. Competenze apprese “fuori” da scuola. Così i professori sono scivolati lungo la scala della mobilità sociale. Ai margini del mercato del lavoro. Figure laterali di un sistema – la suola pubblica – divenuto, a sua volta, laterale. Poco rispettati dagli studenti, ma anche dai genitori. I quali li criticano perché non sanno trasmettere certezze e autorità; perché non premiano il merito. Presumendo che i loro figli siano sempre meritevoli. i pensi all’invettiva contro i “professori meridionali” lanciata da Bossi nei giorni scorsi. Con gli occhi rivolti – anche se non unicamente – alla commissione che ha bocciato “suo figlio” agli esami di maturità. Naturalmente in base a un pregiudizio anti-padano. I più critici e insofferenti nei confronti dei professori sono, peraltro, i genitori che di professione fanno i professori. Pronti a criticare i metodi e la competenza dei loro colleghi, quando si permettono di giudicare negativamente i propri figli. Allora non ci vedono più. Perché loro la scuola e la materia la conoscono. Altro che i professori dei loro figli. Che studino di più, che si preparino meglio. (I professori, naturalmente, non i loro figli). Va detto che i professori hanno contribuito ad alimentare questo clima. Attraverso i loro sindacati, che hanno ostacolato provvedimenti e riforme volti a promuovere percorsi di verifica e valutazione. A premiare i più presenti, i più attivi, i più aggiornati, i più qualificati. Così è sopravvissuto questo sistema, che penalizza – e scoraggia – i docenti preparati, motivati, capaci, appassionati. Peraltro, molti, moltissimi. La maggioranza. In tanti hanno preferito, piuttosto, investire in altre attività professionali, per integrare il reddito. O per ottenere le soddisfazioni che l’insegnamento, ridotto a routine, non è più in grado di offrire. Sono (siamo) diventati una categoria triste. Negli ultimi tempi, tuttavia, il declino dei professori è divenuto più rapido. Non solo per inerzia, ma per “progetto” – dichiarato, senza infingimenti e senza giri di parole. Basta valutare le risorse destinate alla scuola e ai docenti dalle finanziarie. Basta ascoltare gli echi dei programmi di governo. Che prevedono riduzioni consistenti (di personale, ma anche di reddito): alle medie, alle superiori, all’università. Meno insegnanti, quindi. Mentre i fondi pubblici destinati alla ricerca e all’insegnamento calano di continuo. Dovrebbe subentrare il privato. Che, però, in generale se ne guarda bene. Ad eccezione delle Fondazioni bancarie. Che tanto private non sono. D’altra parte, chissenefrega. I professori, come tutti gli statali, sono una banda di fannulloni. O almeno: una categoria da tenere sotto controllo, perché spesso disamorati e impreparati. Maledetti professori. Soprattutto del Sud. Soprattutto della scuola pubblica. E – si sa – gran parte dei professori sono statali e meridionali. Maledetti professori. Responsabili di questa generazione senza qualità e senza cultura. Senza valori. Senza regole. Senza disciplina. Mentre i genitori, le famiglie, i predicatori, i media, gli imprenditori. Loro sì che il buon esempio lo danno quotidianamente. Partecipi e protagonisti di questa società (in)civile. Ordinata, integrata, ispirata da buoni principi e tolleranza reciproca. Per non parlare del ceto politico. Pronto a supplire alle inadempienze e ai limiti della scuola. Guardate la nuova ministra: appena arrivata, ha già deciso di attribuire un ruolo determinante al voto in condotta. Con successo di pubblico e di critica. Maledetti professori. Pretendono di insegnare in una società dove nessuno – o quasi – ritiene di aver qualcosa da imparare. Pretendono di educare in una società dove ogni categoria, ogni gruppo, ogni cellula, ogni molecola ritiene di avere il monopolio dei diritti e
dei valori. Pretendono di trasmettere cultura in una società dove più della cultura conta il culturismo. Più delle conoscenze: i muscoli. Più dell’informazione critica: le veline. Una società in cui conti – anzi: esisti – solo se vai in tivù. Dove puoi dire la tua, diventare “opinionista” anche (soprattutto?) se non sai nulla. Se sei una “pupa ignorante”, un tronista o un “amico” palestrato, che legge solo i titoli della stampa gossip. Una società dove nessuno ritiene di aver qualcosa da imparare. E non sopporta chi pretende – per professione – di aver qualcosa da insegnare agli altri. Dunque, una società senza “studenti”. Perché dovrebbe aver bisogno di docenti? Maledetti professori. Non servono più a nulla. Meglio abolirli per legge. E mandarli, finalmente, a lavorare.

Questo articolo mi ha toccato profondamente forse perché insegno e adoro farlo. Ho sempre pensato che dare un senso alla mia vita significava lasciare un segno del mio passaggio. Le possibilità sono tante, ma ho sempre creduto che trasmettere le proprie conoscenze a qualcuno potesse lasciare una traccia indelebile. Un po’ come leggere e scrivere. Leggo per crescere e scrivo per trasmettere delle conoscenze. Quello che sta accadendo al mondo della scuola mi rattrista profondamente perché, come dice Diamanti, il ruolo del docente è stato sminuito. Un tempo l’insegnante era anche un educatore, oggi gli è stato tolto questo ruolo. Per di più, chi cerca di fornire regole che aiutino una coabitazione civile, che presuppone comunque rispetto per l’autorità, viene accusato con il solito ritornello: “lei non si deve permettere di dire a mio figlio come si deve comportare…”.
Il problema è che sono sempre meno numerose le famiglie che insegnano delle regole ai propri figli, spesso vengono abbandonati davanti alla Tv , dove vedono schifezze, o sono abituati ad avere tutto ciò che desiderano purché non rompano le scatole.
La scuola secondo me dovrebbe rappresentare il primo luogo di coesistenza sociale. Qui lo studente dovrebbe imparare a stare con gli altri, a condividere, a confrontarsi, a vivere, poi imparare a leggere o imparare quale è la capitale dell’Azerbaigian (io ignoro quale sia!). E l’insegnante dovrebbe essere una guida, un moderatore. Ora questo è scomparso e l’insegnante è ridotto a fare il “dispenser” di nozioni.

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Settembre 14, 2009 Pubblicato in: Pensieri spettinati   Leggi Tutto

Pensieri Spettinati/ A che stadio è la letteratura italiana?

di claudio castellani

Ci sono momenti in cui si sente il bisogno di scrivere qualcosa anche se non ci si sente pronti a scriverne. La mente è confusa. Forse sarebbe il caso di tacere. Ma poi ci si dice che sforzarsi a parlare può essere un passo per uscire dalla nebbia. Proviamoci.
Devo confessare che mi ha colpito molto il dibattito che nei giorni scorsi si è sviluppato su questo blog, scaturito dalla pubblicazione di un bozzetto di Ettore Mularoni e di un racconto di Angela Faraoni. Mi ha colpito per il modo in cui si è svolto, per i toni che ha assunto e, di conseguenza, per i contenuti che si è dato. Toni accesi. Accuse, controaccuse. Non sai scrivere dunque taci. Chi sei tu per parlare così? Vieni giù che te la faccio vedere io. Te la faccio vedere io, piuttosto, leggi qua, leggi cosa ho scritto io. Lo vedi? E’ così che si scrive.
Nell’antica Grecia si chiamava ubris. In linguaggio corrente io la chiamo rissa da stadio. L’altro giorno mi telefona un’amica. Hai visto su Nazione Indiana, mi dice. Hanno pubblicato un racconto di Rosella Postorino e adesso c’è un dibattito che si svolge secondo dinamiche non diverse da quello che si svolge da noi, su Rablè. Vado a vedere. Leggo. Ha ragione. Anche lì si levano alte urla e negli interventi e contro interventi di Rosella Postorino sembra di cogliere stupore, smarrimento, dolore. Neanche a me piace Rosella Postorino. Non mi è piaciuto l’Estate che perdemmo Dio e non mi è piaciuto il racconto pubblicato da Nazione Indiana. Ma non è questo il punto. Che uno scrittore, quando decide di pubblicare le cose che scrive, debba mettere in conto voci di dissenso, giudizi negativi, stroncature eccetera mi sembra ovvio. Quel che mi sembra meno ovvio è che una stroncatura debba suscitare l’urlo viscerale che si leva di fronte ad un rigore sbagliato.
Si può obiettare: cosa succede alla Scala di Milano quando un tenore infila una stecca? Viene giù il palco. Vero. Ma un blog è, dovrebbe essere, il luogo della riflessione che viene DOPO l’urlo. Mi domando perché l’urlo prosegua invece anche nel luogo della riflessione. Ciò che colgo, in queste risse letterarie, è un rancore sordo. Come se l’urlo di dissenso viscerale nascondesse un latente pensiero: Ora ti faccio vedere chi sono io. Anche questo fa parte del gioco? Assolutamente sì. Basta leggere A colazione da Truman (l’ha pubblicato Minimum Fax) per vedere come Truman Capote, una delle voci più interessanti della letteratura americana del 900, si esercitasse metodicamente nell’arte della maldicenza contro i suoi colleghi scrittori.
Ciò che mi stupisce è dunque qualcosa d’altro. Percepisco questo rancore e il conseguente urlo viscerale come una sorta di guerra tra poveri. Nella mia testa si insinua questo pensiero: Ma guarda te, mi dico, in una Italia in cui diminuisce il numero di libri venduti, in cui aumentano analfabeti di andata e di ritorno, in cui anche i laureati, anche loro, si ostinano a non comperare libri, appena uno si azzarda a scrivere qualcosa corre subito il rischio di venir sbranato. E’ un’Italia in cui il dissenso o la critica non diventano occasione per argomentare e riflettere, ma per saltare a piedi uniti sul corpo dell’altro e dimostrare che si è meglio di lui. Tirati via, paraculo, si grida dagli spalti, che ti faccio vedere io come si tirano i calci di rigore. E’ questo, esattamente, quel che mi sembra una guerra tra poveri.
A me sembra che questo rancore, e l’egotismo frustrato che esso nasconde, sia il riflesso esatto di quel che è l’Italia di oggi. Un’Italia in cui alla cultura si è sempre dato poco credito e poco denaro. Un’Italia che assiste impotente alla fuga dei suoi cervelli. Un’Italia in cui, spesso, anche volendolo i cervelli non possono fuggire. Poche settimane fa Tiziano Scarpa ha fatto su Repubblica un’osservazione molto intelligente. Uno scrittore non può fuggire all’estero come un chimico o un matematico. Uno scrittore è prigioniero della sua lingua e dunque del suo paese, ha detto.
Questo crea frustrazione, ed è logico e umano. Quel che mi stupisce è che questa frustrazione non sappia diventare un progetto. Un progetto alternativo, concreto.
La scrittura non richiede grandi investimenti come la matematica, la fisica o la biochimica. Penso che le nuove tecnologie hanno proprio questo di miracoloso: permettono di fare cultura, e seriamente, con pochi soldi. Eppure, troppo spesso, non vengono utilizzate per questo. Non vengono utilizzate per creare una Rete di relazioni, di intelligenza, di ricerca, di riflessione, di scrittura. A volte sembra che vengano utilizzate proprio in senso contrario. Non per creare relazioni, ma per esprimere il proprio rancore e la propria incapacità a creare relazioni. Per distruggere. Che la rete venga troppo spesso utilizzata per esprimere il proprio rancore e la propria frustrazione, invece che per costruire qualcosa. Ci si ferma al rancore sordo. La frustrazione non sa diventare energia per scrivere il proprio romanzo. Ci sono troppi intellettuali, in giro, mi sembra, che coabitano per tutta la vita con i propri romanzi non scritti e/o non pubblicati dai grandi editori. Troppe persone pensano che scrivere sia facile. Non lo è. Ma siccome non lo sanno, esercitano la propria critica radicale sul primo racconto o romanzo che non gli piace. Urlano. Vorrei terminare con un pensiero di Saul Bellow: “Il criticismo radicale richiede conoscenza, non superficialità, non ha bisogno di propaganda , né di declamazioni (…) Per fare i radicali veri bisogna fare i compiti a casa: pensare.”

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Settembre 11, 2009 Pubblicato in: Pensieri spettinati   Leggi Tutto

Pensieri Spettinati/Travaglio estivo

di paolo vachino

Come ogni anno la rassegna estiva riminese MobyCult ha ospitato nella tensostruttura, allestita sul Porto Canale, il giornalista Marco Travaglio, in compagnia questa volta di Antonio Padellaro, per dare insieme l’annuncio della prossima uscita nelle edicole italiane del nuovo quotidiano IL FATTO QUOTIDIANO.
Come ogni anno ad attendere Marco Travaglio c’è una platea variegata e colorata, che rasenta le mille persone: un anfiteatro di carne ammassata che stipa compostamente il piazzale del porto per compiere il rito ablutorio nelle parole espresse con fervore pacato dal suo beniamino.
Come ogni anno Marco Travaglio manda alle stampe un libro avente per tema le peripezie politico-giudiziario-sessualmagnaccesche del capo del Governo italiano – Silvio Berlusconi -, e porta nelle piazze il vessillo delle sue accurate ricostruzioni miranti a screditare l’immagine e il corpo del leader politico e dei suoi cortigiani.
Come ogni anno il bersaglio colpisce veementemente anche i leader dell’Opposizione, ridotta a pallido simulacro di sé e vittima delle sue interne contraddizioni.
Come ogni anno la platea si diverte alle colorate invettive esposte dal giornalista con calligrafica perizia narrativa: si anima, applaude, incita, acclama.
Come ogni anno prendo parte a questo evento: esercizi di cittadinanza, li chiamo tra me e me, la sana abitudine allo stare nell’unico posto che ho sentito da sempre come la mia casa: la piazza, le strade. Malato non immaginario di agorafilìa, una sorta di panico cosmico nascente ogni volta che chiudo la porta di casa dopo esserci entrato; ipocondria da spazio perimetrale chiuso.
Come ogni anno, dopo l’alluvionale esposizione di Marco Travaglio, sono pervaso da un senso di incompiutezza, di insoddisfazione: come se avvertissi una sincope improvvisa, una stasi calante sul flusso verbale appena udito.
Come ogni anno rimugino sul senso di quelle parole, di quella platea così numerosa e accaldata, attenta e prodiga nell’acclamo, di quel rompere le righe finali e tornarsene a casa, carichi di un’energia, per me, inspiegabilmente muta.
Come ogni anno giungo a delle conclusioni che non sono sempre le stesse: segno che la vita è meravigliosa e complessa, e che ogni giorno e ogni volta sono diversi da quelli/e prima.
Quest’anno ho pensato questo.
Noi italiani preferiamo da tempo immemore le assoluzioni piuttosto che le soluzioni. Penso derivi dal nostro retaggio cattolico: peccato, confessione, pentimento, assoluzione. L’assoluzione la sentiamo nostra, solo per noi. La soluzione invece è per tutti: per questo ci piace meno. Non si confessano i peccati del mondo intero ma i solo nostri. Mentre i problemi sono spesso causati proprio dal nostro vivere sociale, e trovar loro una soluzione significa spesso trovarla per tutti. Per cui siamo meno stimolati ad agire, sperando sempre di potere beneficiare noi di una soluzione giungenteci per osmosi transitiva dell’azione di qualcun altro.
Per cui all’invettiva di Travaglio contro il capo del Governo e contro un degenerato modo di governare, e parallelamente di esercitare una sana opposizione, la platea adorante il relatore se ne va assolta e beata perché convinta di non avere nulla a che spartire con cotanto male a malaffare, incurante della soluzione, invece, per porre decisivo rimedio a cotanto male e malaffare, di cui appena udita tanta e tale dotta e doviziosa testimonianza.
La conferma del nostro primitivismo di ritorno, di imbarbarimento post-civilizzazione, è dato proprio dall’opera e dall’operato di Marco Travaglio e dall’impatto sui suoi seguaci: l’aver creato nella figura e nell’uomo – Silvio Berlusconi – il Capro Espiatorio, sul quale parafulminare tutti i mali di una società in avanzato stato di cancrenica decomposizione democratica; con effetto collaterale di essere diventato l’Idolo sotto la cui egida verbale si posizionano i cittadini insoddisfatti di tale degenerazione. Prova ne è che un anziano signore, avvicinatosi al palco dell’oratore per formulare la sua domanda, attardandosi nel raccontare preambolicamente la sua esperienza di lavoratore, sempre battutosi per la causa degli sfruttati, è stato prontamente azzittito dalla moderatrice, avallata dal brusio sempre più rumoreggiante di scontento plateale, invitandolo categoricamente, quindi ordinandogli, di fare subito una domanda. Perché il fulcro di tutte le attenzioni era il solo e unico Marco Travaglio.
Silvio Berlusconi e Marco Travaglio.
Il Capro Espiatorio e l’Idolo.
La platea era lì per assistere a questo rituale di laica religiosità.
E in mezzo scorre il fiume, era il titolo di un famoso quanto noioso film americano: scorre il fiume degli assolti, quelli che pensano che il loro dovere consista solo nel comprendere che Berlusconi rappresenti il Male e Travaglio il Bene.
La poesia salverà il mondo, ne sono certo, perché Montale aveva capito molti decenni fa che solo questo possiamo dire: “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Ora, nonostante abbia il sospetto che Travaglio non conosca a fondo, non tanto Montale, ma il senso di questi versi straordinari, mi sembra che la pars destruens sia ormai definitivamente esaurita. Altrimenti si corre questo rischio: Travaglio mi ricorda quei trombettieri che hanno il compito di suonare la carica all’esercito che sta per intraprendere la battaglia: il suono della tromba deve essere potente, acuto, cristallino, suadente, puro; come lo è stato senza dubbio fino a ora l’opera del giornalista tanto amato. Ma mi è giunto il sospetto che, da un po’ di tempo a questa parte, il trombettiere si sia innamorato di quel suono, e si stia sempre più orfeizzando in musico, contemplante ed esteta della sua stessa musica, unitamente allo stesso esercito che, deposte le armi a terra, si stringe intorno al suo trombettiere “come un anfiteatro di carne ammassata”, e si dimentica che alle spalle c’è un nemico da combattere, che non smette di tramare e di agire contro quello stesso esercito in estatico ascolto.
E contro coloro i quali tramano e agiscono occorre non tremare e reagire.
Come?
Beh, il primo modo è quello suggerito dalla mitica fotografa statunitense di origini russe, morta prematuramente, Diane Arbus: “quando vedo qualche cosa che è fuori posto provo a mettermi a posto io”. Straordinaria.
Che vuol dire semplicemente: non cercare sempre e a tutti i costi l’assoluzione ma trovare la soluzione a un problema.
Che vuol dire: di pensare che questo settantenne, che in pose laoocontesche si dimena tutto incremato e impomatato tra donne ragazze e (ahimè) ragazzine minorenni, è lo specchio di tanta Italia che alle stesse condizioni farebbe (e fa) le stesse cose, e che purtroppo le fa nella forma ancora più squallida, dovuta solamente al minor potere e al minor denaro di cui disporre.
Ma le cosce di una minorenne non colgono questa differenza: è lo stesso squallidissimo e deprecabile sfruttamento, lo stesso fottutissimo schifo.
Per cui cominciamo a metterci a posto noi, a mettere a posto il nostro essere (a volte) fuori posto: ricaricare le armi della nostra bellezza, dei nostri valori, della nostra leggerezza di pensiero, della capacità di cogliere ma soprattutto di accettare le differenze, di dialogare seriamente con l’altro.
Poi, sappiamo che il Trombettiere c’è.
Poi, dobbiamo persuaderci a cominciare davvero la battaglia contro ogni tipo di arroganza: nessuno può arrogarsi il diritto di essere libero per noi.
Si comincia la battaglia fondamentale di tutti i tempi: per la Libertà; questa volta, però, per la Libertà di tutti.
Un mio vecchio amico piemontese, ai tempi delle “risse terrose di campi cortili e di strada” diceva sempre, suonandoci la carica a modo suo: “MATOIT!!! (ragazzi): chi ha paura stia a casa”.
Lì è nata la mia agorafilìa: vinta la paura di stare (a casa) per la voglia di esserci (in strada).
Lì è nato il mio Noi: il pronome più difficile da realizzare, perché contempla il Tutti.
Per questo da me il più amato.
Noi: finalmente senza Capri Espiatori e senza Idoli.
Finalmente noi tutti.
TUTTI NOI

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Agosto 31, 2009 Pubblicato in: Pensieri spettinati   Leggi Tutto

Pensieri Spettinati/Quando i libri si spengono, diventano lampadine

di claudio castellani

Giulio Lattanzi dirige, da quasi cinque anni, la divisione libri della Rizzoli, altrimenti detta Rcs. Antonio Gnoli lo intervista oggi su Repubblica e lo invita a rispondere a una precedente intervista rilasciata, sempre a Repubblica, dall’editore Giuseppe Laterza. Laterza, per riassumere, sosteneva che spesso l’editoria italiana pecca di spocchiosità e che proprio a causa di questa spocchiosità vende meno libri di quanti potrebbe. Rimprovero, a me sembra, per niente infondato e anzi benevolo.
Oggi Lattanzi contro-rimprovera Laterza. Laterza sosteneva per esempio che le case editrici vengono troppo spesso affidate a manager che di libri non capiscono molto e che dirigono le case editrici come se dirigessero fabbriche di lampadine o di saponette o di frullatori. Lattanzi ribatte:”Il manager è un’esperienza più complessa, meno caricaturale di come Giuseppe Laterza l’ha dipinta.”
Ho lavorato in Mondadori e in Rizzoli, anche se nelle redazioni dei giornali e non in quelle dei libri, in un arco di tempo compreso tra 1972 al 1990. E proprio in questo periodo di tempo si è andata accelerando la tendenza, all’interno delle due maggiori case editrici italiane, volta ad affidare le loro strutture a manager che si erano formati, professionalmente, in settori industriali diversi dall’editoria. Il principio che regolava questa scelta era il medesimo che ribadisce oggi Lattanzi nella sua intervista: ”Il profitto non è un obiettivo, è un vincolo che vale tanto per l’azienda automobilistica, quanto per quella che produce libri.”
Ora, se Giuseppe Laterza è stato “caricaturale” nel descrivere i manager che trattano i libri come lampadine, i dipendenti di Mondadori e Rizzoli, quando quella tendenza si affermò in modo radicale, una trentina e più di anni fa, furono decisamente più sbrigativi e crudi. I manager cominciarono a chiamarli “monager”. E, dal momento che questa rivoluzione si svolgeva a Milano, recuperarono, per descrivere la situazione, un antico e stercorario detto popolare che recita: “Quan che la mèrda la monta in scàgn, o che la spussa o che la fa dànn” (Tradotto liberamente: quando la merda sale sul trono, o che puzza o che fa danno).
Dispiace per i solidi convincimenti di Lattanzi, ma ci vorrebbero cinque o sei Bianciardi per descrivere il mutamento, sua umano che culturale, introdotto nelle maggiori case editrici italiane dalla rivoluzione “monogeriale”. Se ne può intravvedere qualcosa leggendo il Padrone di Parise, romanzo che risale però alla metà degli anni ’60, e dunque di una decina d’anni precedente il periodo in cui la rivoluzione “monageriale” raggiunse il suo periodo di splendore. Nelle redazioni dei giornali si vissero periodi dominati dalla tragedia (culturale e a volte farmacologica), sostituiti successivamente da periodi in cui si preferì buttarla sul ridere. In Rizzoli, per esempio, fu un’epopea simile a quella raccontata dalla Secchia rapita il tentativo di innalzare, o di mantenere alta, la tiratura del settimanale “Oggi”, regalando ad ogni lettore una fialetta di acqua di Lourdes. Vi fu un momento in cui i “monager” lanciarono l’idea di inzeppare di pubblicità del Dash o del Chivas Regal le pagine di Madame Bovary. E sarebbe anche utile ricordare che, in Mondadori e Rizzoli, ci si snervava quotidianamente, di fronte alle proposte bizzarre formulate dai “monager”. Qui sarebbe lungo e noioso illustrare la bizzarria di quelle proposte, formulate proprio per restare fedeli al profitto quale “vincolo”. Per riassumere diciamo così: che quelle proposte prescindevano dalla conoscenza della costituzione fisica dei libri o dei giornali. Insomma, come se io andassi a dirigere la Fiat e volessi dare direttive ai progettisti senza sapere che ogni auto deve necessariamente avere quattro ruote e un volante.
Il Bianciardi che ci racconterà di quegli anni arriverà presto, e di sicuro: la brillante gestione di Mondadori e Rizzoli da parte dei “monager” porterà le due case editrici a licenziare e/o pre-pensionare, dal prossimo settembre, un centinaio di giornalisti cadauna. Tra tutti questi giornalisti ci sarà ben qualcuno che avrà voglia di mettersi al computer e riandare ai bei tempi antichi. E raccontare le lontane origini della crisi di oggi. Che, secondo me, vanno individuate, troppo spesso, proprio nel principio che “il profitto deve essere un vincolo” anche in una casa editrice (il che può essere anche vero, ma a patto di conoscere le caratteristiche fisiche e culturali dei libri). Fu grazie a quel principio che i giornali italiani cominciarono a venir subappaltati –culturalmente ed editorialmente- alle industrie che investivano soldi, sotto forma di pubblicità, in quei medesimi giornali. La bassa, e spesso bassissima qualità, della stampa italiana contemporanea nasce esattamente dal desiderio dei “monager” editoriali di fare cassa, e in fretta. Di compiacere la Fiat, gli Armani, l’Unilever e via enumerando. La stampa italiana e la sua bassa qualità rispecchiano il basso profilo culturale e la miopia dei “monager” e dell’industria nazionale (e non solo editoriale. Qualcosa del genere, infatti, è accaduto e accade con le aziende che producono merci e che sono state acquistate da società finanziarie, ma questa è un’altra storia). Per capirsi in fretta: è questa miopia culturale, editoriale e industriale la ragione per cui in Italia non è mai nato un giornale come National Geographic. Che è un giornale che investe sul futuro, capace di mantenere un giornalista o un fotografo anche per un anno intero, in Indonesia, se decide di realizzare un servizio sulle foreste Indonesiane. Questo discorso andrebbe esteso anche alle maggiori reti televisive nazionali, da troppo tempo incapaci, organicamente, di investire su progetti caratterizzati da uno spessore meno millimetrico del Grande Fratello.
Bei tempi antichi ma, da quel che mi sembra, non del tutto passati né trascorsi. A fine intervista, Giulio Lattanzi deve rispondere a una domanda di Gnoli. Che chiede:”Ci sono buoni libri che non vendono. Lei è disposto a finanziarli con libri di successo?”. Lattanzi risponde:”E’ pericoloso sostenere che si pubblicano libri che hanno successo per farne altri che hanno solo un valore culturale. In sé non c’è niente di sbagliato, intendiamoci.” Se Lattanzi si fosse fermato qui, avrei sofferto un po’, ma pazienza. Invece è andato avanti e ha aggiunto:”Ma chi decide sul valore del libro? Se un libro non vende è quasi sempre un libro sbagliato.”
E’ qui che ho capito che i bei tempi antichi non sono né passati né trascorsi. Che certi manager editoriali sono peggio, davvero, della presunta caricatura che ne avrebbe fatto Giuseppe Laterza. Sono ancora i “monager” che non conoscono i libri, non sanno niente di libri e non solo non sanno come sono fatti, fisicamente, ma neanche culturalmente. Come se io volessi davvero dare direttive ai progettisti della Fiat senza sapere che le auto devono necessariamente avere un volante e quattro ruote. Insomma , ho capito che ci vorrebbe qualcuno, in Rizzoli, che avesse il coraggio di parlare e spiegasse a Lattanzi una verità urgente e allarmante: non è vero che un libro che non vende è quasi sempre un libro sbagliato. Se così fosse, Lattanzi dovrebbe cancellare dal catalogo della sua casa editrice una grande, grandissima fetta dei suoi titoli più prestigiosi. Detto con un linguaggio comprensibile anche a chi non conosce molto bene i libri: tagliare il ramo sul quale si sta seduti.
P.s Vorrei approfittare di questo pensiero spettinato per fare una considerazione. Ma avete mai preso in mano un libro scolastico? Uno di quei libri che ti rifilano alle elementari e poi alle medie e poi alle superiori? Sono disgustosi. Sono i libri più brutti della terra. Brutti e mal fatti. Come se un’intera nazione, la nostra, facesse ogni sforzo per convincere i propri giovani che i libri è meglio lasciarli perdere, e in fretta.

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Agosto 26, 2009 Pubblicato in: Pensieri spettinati   Leggi Tutto

Pensieri Spettinati/Libertà vo’ cercando

di Magnus Eriksson (è uno dei membri del Pirate Bureau, il think tank svedese che lavora con il Partito Pirata. Vive a Malmö e il suo blog è www.blay.se)

da D di Repubblica del 22 agosto 2009

Chi vincerà la battaglia per la libertà di internet? Negli scontri di oggi è in gioco il futuro. Prima la rete era un sistema tecnico aperto sul quale si potevano costruire diverse economie e funzioni sociali. Oggi però la rete non è una piattaforma neutrale, ma un’entità che si ridefinisce continuamente, penetrata così in profondità nella società che la definizione stessa di internet è diventata una questione politica. In corso c’è una battaglia tra due versioni diverse di internet. Una è l’internet intelligente. A dispetto del nome, è quella cattiva. In un’internet intelligente le decisioni sono programmate all’interno della rete. Per esempio un utente può usare solo alcuni protocolli e applicazioni oppure la rete riesce a monitorare il suo traffico per capire se infrange il diritto d’autore, e disconnetterlo automaticamente. Addio file sharing e download gratuito. Questa è una rete chiusa in cui la tecnologia è usata come un’arma, perché le cose che erano lasciate alla scelta degli individui o al dibattito politico vengono scritte direttamente nel codice della rete. L’altra versione è la rete stupida, che si limita a trasferire informazioni e in cui la decisioni vengono prese alla fine. Ed è quella buona. Sinora internet è stata aperta, trasparente e stupida. È con questa rete che possiamo usare la tecnologia per motivi politici, per esempio per creare nuove configurazioni e sfidare i luoghi comuni. Tuttavia ci sono ragioni politiche ed economiche in favore della rete intelligente – e chiusa. L’industria dei contenuti ha una visione dell’economia digitale basata sull’uso di internet come canale di distribuzione per i servizi, un po’ come una tv via cavo o satellitare. Per esempio, gli editori vedono uno sviluppo lineare tra la vendita di libri di carta e quella di libri digitali, gli ebooks. Un sacco di provider che forniscono connessioni internet sono coinvolti anche in altri tipi di business, per esempio nella telefonia cellulare. E per questo non amano concorrenti come Skype, che permette di telefonare gratis. Così i provider vorrebbero far pagare di più le connessioni di chi utilizza Skype. I nuovi fondamentalisti digitali vogliono che più file, più pixel, più banda scorrano, purché controllati da loro. Il Pirate Party vuole portare l’energia del suo movimento dentro il parlamento europeo. Per farlo vogliamo aprire i processi politici, per esempio permettendo a tutti di trattare le leggi come software, analizzandole per trovare e riparare i loro difetti. Non parlo di prendere il potere ma di aprire spazi che permettano ai movimenti di cambiare le istituzioni e ridefinire i nuovi diritti dell’era di internet. Così l’apertura diventa in qualche modo sia il metodo, sia l’obiettivo. Karl Popper sosteneva che la democrazia ha bisogno di sistemi abbastanza aperti da poter essere abbattuti o trasformati. Se apriremo abbastanza l’infrastruttura dei processi politici, i problemi quotidiani della nostra vita online diventeranno domande politiche. E riusciremo a garantire che anche la rete resti aperta e libera.

* è uno dei membri del Pirate Bureau, il think tank svedese che lavora con il Partito Pirata. Vive a Malmö e il suo blog è www.blay.se

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Agosto 24, 2009 Pubblicato in: Pensieri spettinati   Leggi Tutto

Pensieri Spettinati/Pasaran?

di claudio castellani

Nonostante tutto io non cesso di stupirmi di come il pensiero conservatore –il pensiero di chi si scandalizza di fronte all’incessante movimento e caoticità della vita- sia pronto a conservare tutto e l’opposto di tutto. Vuole conservare l’esistente, per partito preso. Congelarlo tra le nevi di Ponte di Legno.
Quando ero piccolo e/o giovane, i conservatori, quelli che pochi anni più tardi si sarebbero vilmente auto soprannominati ‘Maggioranza silenziosa’, urlavano e protestavano perché il bikini era indecente. Brigitte Bardot sulla Croizette era un’inviata del diavolo eccetera eccetera. L’altro ieri una ragazza musulmana va in piscina a Verona e indossa il suo burkini. Una mamma cristiana si rivolge al direttore della piscina: dice che il suo bambino si spaventerà di sicuro, a vedere in piscina una donna vestita. Il sindaco di Varallo Sesia, provincia di Vercelli, raccoglie questo grido di paura e vieta con un’ordinanza il burkini. E vi dà un fondamento teorico: Qui siamo in Italia e noi facciamo il bagno nudi. Dunque le donne musulmane facciano COME TUTTI (dichiarazione resa a Sky 24).
Come tutti. Chiudete gli occhi, fate un respiro profondo e concedetevi un piccolo istante. Gustate il sapore di queste due parole. Come tutti.
Avvertite la piccola vertigine? Io l’avverto chiaramente. Mi consente di camminare in un solo istante tutte le strade del mondo e di vivere in pochi attimi tutte le epoche vissute dall’umanità. Quando gli uomini, per esempio, si battevano con la clava per conquistare le gole della valbrembana e poi facevano COME TUTTI e mangiavano i corpi dei nemici abbattuti.
Montaigne ha lasciato scritto così: “I selvaggi che arrostiscono e mangiano i corpi dei loro morti mi scandalizzano meno di coloro che perseguitano i vivi.”

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Agosto 20, 2009 Pubblicato in: Pensieri spettinati   Leggi Tutto