Pensieri spettinati/Da dove nasce la poesia?
di Silvia Mantovani
Capita immancabilmente e per fortuna, che durante la presentazione di un libro di poesie (così come è successo per la nostra raccolta “Presente ricaricabile” edizioni Indiebook) qualcuno in mezzo al pubblico ponga questa domanda: “Perché si scrivono poesie?”
La risposta in alcuni casi può sembrare sorprendente, per chi è estraneo al mondo della poesia: “Perché la poesia è una forma di avvicinamento a Dio”.
Questa è anche la mia risposta. La poesia è per me come una forma inconsapevole di preghiera.
Le poesie nascono all’interno del mio corpo ed escono dalle mie mani, non devo far altro che “aspettare con le mani aperte” così come dice Mariangela Gualtieri. Non esiste quasi mai un’intenzione consapevole di scrivere una poesia. Lascio andare le mani, poi leggo e scopro quel che ho scritto. Ho quindi capito che la poesia è per me qualcosa di misterioso, che mi unisce al cielo. Qualsiasi sia la divinità in cui io credo. Attraverso la poesia io vengo in contatto con il mio Dio.
A questo proposito vorrei riportare un brano dal “Trattatello in laude di Dante” scritto da Boccaccio (edizioni Garzanti i grandi libri). il Trattatello e’ un omaggio che Boccaccio rese al suo amico Dante, dopo che questi morì in esilio a Ravenna, abbandonato dalla sua città, Firenze. La lingua è ostica, un volgare del 1300, ma la difficoltà si può superare con le note.
In queste poche righe, Boccaccio riporta la sua teoria su come e perché sia nata la poesia, rifacendosi a una lettera scritta da Petrarca: prima di tutto l’uomo ha sentito l’urgenza di spiegarsi la verità delle cose, il movimento della terra, del cielo, l’ordine delle cose. E per farlo ha creato le sue divinità. Poi c’è stata la necessità di un luogo in cui onorarle, i templi, e di uomini che vi si dedicassero, senza occuparsi di cose terrene, i sacerdoti. E poi c’è stato bisogno di parole “d’alto sono”, la poesia.
“Ma, perciò che spessa quistione si fa tra le genti, e che cosa sia la poesì e che il poeta, e donde sia questo nome venuto e perché di lauro sieno coronati i poeti, e da pochi pare essere stato mostrato; mi piace qui di fare alcuna trasgressione (digressione), nella quale io questo alquanto dichiari, tornando, come più tosto potrò, al proposito.
La prima gente ne’ primi secoli, come che rozzissima e inculta fosse, ardentissima fu di conoscere il vero con istudio, sì come noi veggiamo ancora naturalmente disiderare a ciascuno. La quale veggendo il cielo muoversi con ordinata legge continuo (sempre), e le cose terrene avere certo ordine e diverse operazioni in diversi tempi, pensarono di necessità dovere essere alcuna cosa, dalla quale tutte queste cose procedessero, e che tutte l’altre ordinasse, sì come superiore potenzia da niuna altra potenziata. E, questa investigazione seco diligentemente avuta, s’immaginarono quella, la quale “divinità” ovvero “deità” nominarono, con ogni coltivazione, con ogni onore e con più che umano servigio essere da venerare. E perciò ordinarono, a reverenza del nome di questa suprema potenzia, ampissime e egregie case, le quali ancora estimarono fossero da separare così di nome, come di forma separare erano, da quelle che generalmente per gli uomini s’abitavano; e nominaronle “templi”. E similmente avvisarono doversi ministri, li quali fossero sacri e, da ogni altra mondana sollecitudine rimoti, solamente a’ divini servigi vacassero (attendessero), per maturità, per età e per abito, più che gli altri uomini, reverendi; gli quali appellarono “sacerdoti”. E oltre a questo, in rappresenta mento (per raffigurare) della imaginata essenzia divina, fecero in varie forme magnifiche statue, e a’ servigi di quella vasellamenti d’oro e mense marmoree e purpurei vestimenti e altri apparati assai pertinenti a’ sacrificii per loro istabiliti. E, acciò che a questa cotale potenzia tacito onore o quasi mutolo non si facesse, parve loro che con parole d’alto suono (di forma solenne) essa fosse da umiliare (placare, mitigare) e alle loro necessità rendere propizia. E così come essi estimavano questa eccedere ciascuna altra cosa di nobilità, così vollono che, di lunghi da ogni plebeio o publico stilo di parlare (il linguaggio comune e quotidiano) , si trovassero parole degne di ragionare (essere pronunziate) dinanzi alla divinità, nelle quali si porgessero sacrate lusinghe (preghiere). E oltre a questo, acciò che queste parole paressero avere più efficacia, vollero che fossero sotto legge di certi numeri composte, per li quali alcuna dolcezza si sentisse, e cacciassesi il rincrescimento e la noia. E certo, questo non in volgar forma o usitata, ma con artificiosa e esquisita e nuova convenne che si facesse. La quale forma li Greci appellano poetes; laonde nacque, che quello che in cotale forma fatto s’appellasse poesis; e quegli che ciò facessero o cotale modo di parlare usassono, si chiamassero “poeti”.
Questa dunque fu la prima origine del nome della poesia, e per conseguente de’ poeti, come che altri n’assegnino altre ragioni, forse buone: ma questa mi piace più”.
Le note tra parentesi le ho riprese dal testo e sono di Luigi Sasso.








