Il diario di Jane Somers – Doris Lessing – Feltrinelli
Jane “Janna” Somers è una persona di successo. Ha quarantanove anni, è bella, elegante e indipendente. Vicedirettrice della rivista “Lilith”, tutto quel che ha lo ha ottenuto lavorando duramente. Eppure qualcosa non va nella sua vita. La morte di suo marito prima e di sua madre poi la lasciano quasi indifferente come se non la riguardassero. Jane se ne accorge e prova un senso di colpa. Decide quindi di mettersi alla prova e comincia a prendersi cura di Maudie una vecchina sola, poverissima che vive nello squallore più totale, incapace di badare a se stessa. Ma Maudie non è una vecchia dolce e sensibile. Ha un carattere complesso. Come potrebbe essere altrimenti? E’ una persona reale, di novant’anni, con un passato molto difficile. Tra Jane e Maudie si instaura un’amicizia conflittuale. Jane si affeziona a Maudie e allo stesso tempo ne prova repulsione perché vede nella vecchia tanti comportamenti e tante situazioni che ritrova in se stessa: la stessa caparbietà, la stessa solitudine. Pian piano Jane cambia la sua vita. Dedica meno tempo alla ricerca del successo e alla cura del suo aspetto esteriore cioè all’apparenza e più tempo a ciò che le da davvero piacere. Prendendo spunto dai racconti dei ricordi di Maudie diventa scrittrice.
Tante altre storie si intrecciano a quella principale che parla del rapporto tra Jane e Maudie. Ci sono Joice e Phyllis, colleghe di Jane. Georgie, la sorella di Jane, e la sua famiglia. Le “buone vicine” che aiutano gli anziani della città, un lavoro molto duro.
È questo romanzo in forma di diario bello, sincero e ben scritto ma terribilmente triste. L’autrice non ci risparmia niente riguardo la realtà della vecchiaia. Jane Somers è lo pseudonimo di Doring Lessing. Attraverso questo romanzo critica diversi aspetti della società moderna e sopra tutti la paura di invecchiare e lo stato di abbandono, di invisibilità, in cui vivono tanti anziani. A questo proposito un passaggio importante del romanzo è quando Jane scrive uno dei suoi primi libri. I personaggi di cui scrive sono anziani dolci e adorabili. Quando qualcuno le fa notare che i personaggi non rispecchiano la realtà lei risponde che lo fa per adeguarsi al gusto dei lettori. I lettori vogliono leggere di anziani felici e gentili. Questa è una provocazione.
In realtà all’interno del libro aleggia un avvertimento: fai attenzione lettore. Non ignorare le persone come Maudie. Per quanto tu ti senta diverso da loro, così come pensava di essere Jane prima di conoscerla, quando avrai la sua età sarai molto simile a lei. Anzi, lo sei già.
Andrea Teodorani.
[...] Vidi una vecchia strega. Stavo guardando una vecchia e pensai, una strega. Questo perché avevo passato l’intera giornata a lavorare a un servizio, Stereotipi di donne, allora e adesso. Quell’allora non era specificato con esattezza, la tarda età vittoriana, forse, la vecchia signora di classe, la madre di tanti figli, la zia nubile e invalida, la Donna Nuova, la moglie del missionario, eccetera. Dovevo scegliere tra circa quaranta fotografie e schizzi. Tra questi, anche quello di una strega, ma l’avevo scartato. Ed ora era lì, accanto a me, in farmacia. Una donnina minuscola, curva, con un naso che scendeva a incontrare il mento, vestiti pesanti e polverosi, neri, e qualcosa di non troppo dissimile da una cuffia vittoriana in testa. Si accorse che la guardavo, mi mise in mano una ricetta medica e disse, “Cos’è questo? Me lo prenda lei.” Occhi azzurri bellicosi, sotto ripide sopracciglia grigie, ma c’era qualcosa di meravigliosamente dolce nel suo sguardo. Mi piacque subito, chissà perché. Presi la ricetta e sapevo che la cosa non sarebbe finita lì. “Certo,” le dissi. “Ma perché? Il farmacista è stato poco gentile con lei?” Scherzavo: e lei rispose subito, scuotendo vigorosamente la testa. “No, quel ragazzo non capisce e io non so mai di cosa sta parlando.” Il ragazzo era il giovane farmacista ritto dietro il banco con le mani appoggiate al ripiano, attento, sorridente: la conosceva bene, si vedeva. “La ricetta è per un sedativo,” dissi. Lei disse, “Questo lo so,” e piantò le dita sulla carta che avevo appoggiato, aperta, alla borsetta. “Ma non aspirina, no?” Dissi, “E’ una cosa di nome Valium.” “Proprio quel che pensavo. Non è un analgesico, è uno stupefacente,” disse lei. Il farmacista rise. “Ma no, niente di così drammatico,” disse. Io dissi, “L’ho preso anch’io qualche volta.” Lei disse, “L’ho detto, al dottore, aspirina – ecco cosa gli ho chiesto. Ma anche loro, i dottori, sono dei buoni a nulla.” Tutta questo aspra e tremante, con una sorta di gaiezza. Ce ne stavamo lì tutti e tre in piedi, a ridere, eppure lei era così arrabbiata. “Vuole che le dia dell’aspirina, Mrs. Fowler?” “Si, sì. Non ho intenzione di prendere questa roba che istupidisce.” Lui le diede l’aspirina, prese i soldi, che lei tirò fuori dalle profondità di una gran borsa color ruggine contandoli lentamente, una moneta dopo l’altra. Poi il farmacista prese i soldi dei miei acquisti – smalto per unghie, fard, ombretto, eye liner, rossetto, lucidalabbra, cipria, mascara. Tutto quanto: avevo finito ogni tipo di cosmetico. La vecchia restò a guardarmi, con un’espressione sua, caratteristica, ora lo so, l’espressione dura e riflessiva di chi vuol capire. Di chi cerca di afferrare un concetto. Adattai il mio passo al suo e uscii dal negozio con lei. Fuori, sul marciapiede, non mi guardò, ma c’era una richiesta nel suo comportamento. Le camminai accanto. Era difficile camminare così piano. Di solito io vado velocissima, ma non lo sapevo, me ne accorsi in quel momento. Lei faceva un passo, poi si fermava, guardava il marciapiede, e faceva un altro passo. Pensai al modo in cui giravo per le strade, tutti i giorni, velocissima, e a come non mi fossi mai accorta di Mrs. Fowler, che pure abitava vicino a me, e all’improvviso guardai su e giù per la strada e le vidi – donne anziane. Anche uomini anziani, naturalmente, ma per lo più erano donne. Camminavano lentamente. Si fermavano a coppie o a gruppetti, a parlare. Oppure sedevano sulla panchina all’angolo, sotto il platano. Non le avevo mai viste. Questo perché avevo paura di essere come loro. Avevo paura, mentre camminavo accanto alla vecchia. Era il suo odore, un odore dolce, acre, polveroso. Vidi la sporcizia sul suo vecchio colo sottile, e sulle sue mani. La casa aveva il parapetto rotto, i gradini rotti e scheggiati. Senza guardarmi, perché non aveva intenzione di chiedermi di entrare, la vecchia scese attentamente i gradini e si fermò davanti a una porta rabberciata alla meglio con una rozza asse di legno inchiodata di traverso. Quella porta non avrebbe tenuto a bada nemmeno un gatto deciso ad entrare, ma la vecchia frugò in cerca di una chiave, la trovò, finalmente, aguzzò lo sguardo in cerca della serratura, e aprì. Io entrai con lei, col cuore che mi doleva e lo stomaco in rivolta per via dell’odore. Che quel giorno era di pesce troppo cotto. Entrammo in un lungo corridoio buio. Lo percorremmo fino alla “cucina.” Non avevo mai visto niente del genere se non tra le foto della pratica “Indigenti” che tenevamo in ufficio, case destinate a essere abbattute e roba del genere. La cucina era un prolungamento del corridoio, con un vecchio fornello a gas, nero e unto, un vecchio lavandino di porcellana bianca, pieno di crepe e giallo di grasso, con un solo rubinetto, quello dell’acqua fredda, avvolto in vecchi stracci, che sgocciolavano metodicamente. Un vecchio tavolo di legno, piuttosto bello, con alcuni piatti evidentemente “lavati” ma incrostati di sudiciume. Le pareti umide e macchiate. L’intera stanza puzzava, un puzzo orribile… Mrs Fowler non mi guardò, mentre deponeva il pane, i biscotti e il cibo per i gatti. I colori brillanti, nitidi, delle confezioni e delle scatolette in quel posto orribile. Lei se ne vergognava, ma non aveva nessuna intenzione di scusarsi. Disse in tono brusco ma in un certo senso accattivante, “Lei vada nella mia stanza e si sieda dove vuole.” La stanza in cui entrai conteneva una vecchia stufa di ferro nero che mandava un luccichio di fiamme. Due poltrone vetuste e incredibilmente malridotte. Un altro bel tavolo di legno, vecchio, coperto di carta di giornale. Un divano pieno di vestiti e fagotti. E un gatto giallo sul pavimento. Era tutto così sudicio, squallido, triste, orribile. Pensai a tutte noi che scrivevamo di decorazioni, mobili e colori – a come cambiava il gusto, alla quantità di oggetti che buttavamo via, sempre stanche di tutto. E c’era questa cucina, la cui foto, se l’avessimo pubblicata, ci avrebbe sommerso di donazioni di lettori. Mrs. Fowler arrivò con una vecchia teiera marrone e un paio di tazze da tè, di porcellana, piuttosto graziose. Fu la cosa più difficile che avessi mai fatto, bere da quella tazza sporca. Non parlammo molto perché non volevo rivolgerle domande dirette, e lei tremava di orgoglio e dignità. Continuava ad accarezzare la gatta – “Bellezza mia, tesoro,” in tono duro ma con una sorta di dolcezza – e disse senza guardarmi, “Quand’ero giovane mio padre aveva un negozio, e poi abbiamo avuto una casa in St. John’s Wood, e così lo so come dovrebbero essere le cose.” E quando mi accomiatai disse, sempre senza guardarmi, “Suppongo che non ci vedremo più…” E io dissi, “Potremmo vederci, se vuole.” Allora mi guardò e c’era un leggero sorriso nei suoi occhi, e io dissi, “Verrò sabato pomeriggio a prendere il tè, se vuole.” “Oh, ma certo che voglio, certo che voglio.” E tra di noi si stabilì un attimo di intimità: ecco la parola giusta. Eppure lei era così orgogliosa, non voleva chiedermi niente, poi si voltò dall’altra parte e ricominciò ad accarezzare la gatta. Oh, carina, bellezza mia.
Quella sera tornai a casa in preda al panico. Mi ero compromessa, mi ero impegnata. Ero piena di disgusto. L’odore acre, sudicio permeava i miei vestiti e i miei capelli. Mi feci un bagno, mi lavai i capelli, mi vestii e mi truccai con cura, poi telefonai a Joyce e dissi, “Andiamo a cena fuori.” Consumammo un’ottima cena da Alfano, e parlammo. Io non dissi niente di Mrs. Fowler, naturalmente, eppure non feci che pensare a lei: seduta nel ristorante, con tutta quella gente ben vestita, pulita, continuavo a pensare, se lei entrasse in questo posto… be’, non glielo permetterebbero mai. Non potrebbe entrare qui, nemmeno come sguattera, o donna delle pulizie. [...]

















