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Il diario di Jane Somers – Doris Lessing – Feltrinelli

Jane “Janna” Somers è una persona di successo. Ha quarantanove anni, è bella, elegante e indipendente. Vicedirettrice della rivista “Lilith”, tutto quel che ha lo ha ottenuto lavorando duramente. Eppure qualcosa non va nella sua vita. La morte di suo marito prima e di sua madre poi la lasciano quasi indifferente come se non la riguardassero. Jane se ne accorge e prova un senso di colpa. Decide quindi di mettersi alla prova e comincia a prendersi cura di Maudie una vecchina sola, poverissima che vive nello squallore più totale, incapace di badare a se stessa. Ma Maudie non è una vecchia dolce e sensibile. Ha un carattere complesso. Come potrebbe essere altrimenti? E’ una persona reale, di novant’anni, con un passato molto difficile. Tra Jane e Maudie si instaura un’amicizia conflittuale. Jane si affeziona a Maudie e allo stesso tempo ne prova repulsione perché vede nella vecchia tanti comportamenti e tante situazioni che ritrova in se stessa: la stessa caparbietà, la stessa solitudine. Pian piano Jane cambia la sua vita. Dedica meno tempo alla ricerca del successo e alla cura del suo aspetto esteriore cioè all’apparenza e più tempo a ciò che le da davvero piacere. Prendendo spunto dai racconti dei ricordi di Maudie diventa scrittrice.
Tante altre storie si intrecciano a quella principale che parla del rapporto tra Jane e Maudie. Ci sono Joice e Phyllis, colleghe di Jane. Georgie, la sorella di Jane, e la sua famiglia. Le “buone vicine” che aiutano gli anziani della città, un lavoro molto duro.
È questo romanzo in forma di diario bello, sincero e ben scritto ma terribilmente triste. L’autrice non ci risparmia niente riguardo la realtà della vecchiaia. Jane Somers è lo pseudonimo di Doring Lessing. Attraverso questo romanzo critica diversi aspetti della società moderna e sopra tutti la paura di invecchiare e lo stato di abbandono, di invisibilità, in cui vivono tanti anziani. A questo proposito un passaggio importante del romanzo è quando Jane scrive uno dei suoi primi libri. I personaggi di cui scrive sono anziani dolci e adorabili. Quando qualcuno le fa notare che i personaggi non rispecchiano la realtà lei risponde che lo fa per adeguarsi al gusto dei lettori. I lettori vogliono leggere di anziani felici e gentili. Questa è una provocazione.
In realtà all’interno del libro aleggia un avvertimento: fai attenzione lettore. Non ignorare le persone come Maudie. Per quanto tu ti senta diverso da loro, così come pensava di essere Jane prima di conoscerla, quando avrai la sua età sarai molto simile a lei. Anzi, lo sei già.
Andrea Teodorani.

[...] Vidi una vecchia strega. Stavo guardando una vecchia e pensai, una strega. Questo perché avevo passato l’intera giornata a lavorare a un servizio, Stereotipi di donne, allora e adesso. Quell’allora non era specificato con esattezza, la tarda età vittoriana, forse, la vecchia signora di classe, la madre di tanti figli, la zia nubile e invalida, la Donna Nuova, la moglie del missionario, eccetera. Dovevo scegliere tra circa quaranta fotografie e schizzi. Tra questi, anche quello di una strega, ma l’avevo scartato. Ed ora era lì, accanto a me, in farmacia. Una donnina minuscola, curva, con un naso che scendeva a incontrare il mento, vestiti pesanti e polverosi, neri, e qualcosa di non troppo dissimile da una cuffia vittoriana in testa. Si accorse che la guardavo, mi mise in mano una ricetta medica e disse, “Cos’è questo? Me lo prenda lei.” Occhi azzurri bellicosi, sotto ripide sopracciglia grigie, ma c’era qualcosa di meravigliosamente dolce nel suo sguardo. Mi piacque subito, chissà perché. Presi la ricetta e sapevo che la cosa non sarebbe finita lì. “Certo,” le dissi. “Ma perché? Il farmacista è stato poco gentile con lei?” Scherzavo: e lei rispose subito, scuotendo vigorosamente la testa. “No, quel ragazzo non capisce e io non so mai di cosa sta parlando.” Il ragazzo era il giovane farmacista ritto dietro il banco con le mani appoggiate al ripiano, attento, sorridente: la conosceva bene, si vedeva. “La ricetta è per un sedativo,” dissi. Lei disse, “Questo lo so,” e piantò le dita sulla carta che avevo appoggiato, aperta, alla borsetta. “Ma non aspirina, no?” Dissi, “E’ una cosa di nome Valium.” “Proprio quel che pensavo. Non è un analgesico, è uno stupefacente,” disse lei. Il farmacista rise. “Ma no, niente di così drammatico,” disse. Io dissi, “L’ho preso anch’io qualche volta.” Lei disse, “L’ho detto, al dottore, aspirina – ecco cosa gli ho chiesto. Ma anche loro, i dottori, sono dei buoni a nulla.” Tutta questo aspra e tremante, con una sorta di gaiezza. Ce ne stavamo lì tutti e tre in piedi, a ridere, eppure lei era così arrabbiata. “Vuole che le dia dell’aspirina, Mrs. Fowler?” “Si, sì. Non ho intenzione di prendere questa roba che istupidisce.” Lui le diede l’aspirina, prese i soldi, che lei tirò fuori dalle profondità di una gran borsa color ruggine contandoli lentamente, una moneta dopo l’altra. Poi il farmacista prese i soldi dei miei acquisti – smalto per unghie, fard, ombretto, eye liner, rossetto, lucidalabbra, cipria, mascara. Tutto quanto: avevo finito ogni tipo di cosmetico. La vecchia restò a guardarmi, con un’espressione sua, caratteristica, ora lo so, l’espressione dura e riflessiva di chi vuol capire. Di chi cerca di afferrare un concetto. Adattai il mio passo al suo e uscii dal negozio con lei. Fuori, sul marciapiede, non mi guardò, ma c’era una richiesta nel suo comportamento. Le camminai accanto. Era difficile camminare così piano. Di solito io vado velocissima, ma non lo sapevo, me ne accorsi in quel momento. Lei faceva un passo, poi si fermava, guardava il marciapiede, e faceva un altro passo. Pensai al modo in cui giravo per le strade, tutti i giorni, velocissima, e a come non mi fossi mai accorta di Mrs. Fowler, che pure abitava vicino a me, e all’improvviso guardai su e giù per la strada e le vidi – donne anziane. Anche uomini anziani, naturalmente, ma per lo più erano donne. Camminavano lentamente. Si fermavano a coppie o a gruppetti, a parlare. Oppure sedevano sulla panchina all’angolo, sotto il platano. Non le avevo mai viste. Questo perché avevo paura di essere come loro. Avevo paura, mentre camminavo accanto alla vecchia. Era il suo odore, un odore dolce, acre, polveroso. Vidi la sporcizia sul suo vecchio colo sottile, e sulle sue mani. La casa aveva il parapetto rotto, i gradini rotti e scheggiati. Senza guardarmi, perché non aveva intenzione di chiedermi di entrare, la vecchia scese attentamente i gradini e si fermò davanti a una porta rabberciata alla meglio con una rozza asse di legno inchiodata di traverso. Quella porta non avrebbe tenuto a bada nemmeno un gatto deciso ad entrare, ma la vecchia frugò in cerca di una chiave, la trovò, finalmente, aguzzò lo sguardo in cerca della serratura, e aprì. Io entrai con lei, col cuore che mi doleva e lo stomaco in rivolta per via dell’odore. Che quel giorno era di pesce troppo cotto. Entrammo in un lungo corridoio buio. Lo percorremmo fino alla “cucina.” Non avevo mai visto niente del genere se non tra le foto della pratica “Indigenti” che tenevamo in ufficio, case destinate a essere abbattute e roba del genere. La cucina era un prolungamento del corridoio, con un vecchio fornello a gas, nero e unto, un vecchio lavandino di porcellana bianca, pieno di crepe e giallo di grasso, con un solo rubinetto, quello dell’acqua fredda, avvolto in vecchi stracci, che sgocciolavano metodicamente. Un vecchio tavolo di legno, piuttosto bello, con alcuni piatti evidentemente “lavati” ma incrostati di sudiciume. Le pareti umide e macchiate. L’intera stanza puzzava, un puzzo orribile… Mrs Fowler non mi guardò, mentre deponeva il pane, i biscotti e il cibo per i gatti. I colori brillanti, nitidi, delle confezioni e delle scatolette in quel posto orribile. Lei se ne vergognava, ma non aveva nessuna intenzione di scusarsi. Disse in tono brusco ma in un certo senso accattivante, “Lei vada nella mia stanza e si sieda dove vuole.” La stanza in cui entrai conteneva una vecchia stufa di ferro nero che mandava un luccichio di fiamme. Due poltrone vetuste e incredibilmente malridotte. Un altro bel tavolo di legno, vecchio, coperto di carta di giornale. Un divano pieno di vestiti e fagotti. E un gatto giallo sul pavimento. Era tutto così sudicio, squallido, triste, orribile. Pensai a tutte noi che scrivevamo di decorazioni, mobili e colori – a come cambiava il gusto, alla quantità di oggetti che buttavamo via, sempre stanche di tutto. E c’era questa cucina, la cui foto, se l’avessimo pubblicata, ci avrebbe sommerso di donazioni di lettori. Mrs. Fowler arrivò con una vecchia teiera marrone e un paio di tazze da tè, di porcellana, piuttosto graziose. Fu la cosa più difficile che avessi mai fatto, bere da quella tazza sporca. Non parlammo molto perché non volevo rivolgerle domande dirette, e lei tremava di orgoglio e dignità. Continuava ad accarezzare la gatta – “Bellezza mia, tesoro,” in tono duro ma con una sorta di dolcezza – e disse senza guardarmi, “Quand’ero giovane mio padre aveva un negozio, e poi abbiamo avuto una casa in St. John’s Wood, e così lo so come dovrebbero essere le cose.” E quando mi accomiatai disse, sempre senza guardarmi, “Suppongo che non ci vedremo più…” E io dissi, “Potremmo vederci, se vuole.” Allora mi guardò e c’era un leggero sorriso nei suoi occhi, e io dissi, “Verrò sabato pomeriggio a prendere il tè, se vuole.” “Oh, ma certo che voglio, certo che voglio.” E tra di noi si stabilì un attimo di intimità: ecco la parola giusta. Eppure lei era così orgogliosa, non voleva chiedermi niente, poi si voltò dall’altra parte e ricominciò ad accarezzare la gatta. Oh, carina, bellezza mia.
Quella sera tornai a casa in preda al panico. Mi ero compromessa, mi ero impegnata. Ero piena di disgusto. L’odore acre, sudicio permeava i miei vestiti e i miei capelli. Mi feci un bagno, mi lavai i capelli, mi vestii e mi truccai con cura, poi telefonai a Joyce e dissi, “Andiamo a cena fuori.” Consumammo un’ottima cena da Alfano, e parlammo. Io non dissi niente di Mrs. Fowler, naturalmente, eppure non feci che pensare a lei: seduta nel ristorante, con tutta quella gente ben vestita, pulita, continuavo a pensare, se lei entrasse in questo posto… be’, non glielo permetterebbero mai. Non potrebbe entrare qui, nemmeno come sguattera, o donna delle pulizie. [...]

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Luglio 17, 2010 Pubblicato in: Pagine   Leggi Tutto

Pagine/si parla troppo di silenzio

Aldo Nove, Si parla troppo di silenzio, Skira

Questa volta non voglio fare passare troppo tempo. Questa volta voglio parlarvi di un libro appena finito di leggere. Un libro che si legge in meno di un’ora. Ne avevo letto su una rivista, Il Venerdì di Repubblica, mi sembra, e una volta saputo di cosa si trattava non potevo proprio farmelo scappare. Sì, perché il libro racconta la storia di un incontro immaginario tra Edward Hopper e Raymond Carver e per quello che mi riguarda sono fra i miei autori preferiti in assoluto.

Quello di Aldo Nove (di cui in precedenza avevo letto solo un paio di racconti) è un sentito omaggio a questi due grandi artisti del novecento americano, al loro modo di sentire l’arte, di viverla e di esprimerla. Con un tono leggero e preciso racconta delle loro vite, dei loro percorsi. Quando i due si incontrano per caso è il 1958. Hopper è già un pittore affermato ed è in viaggio con la moglie Jo in California. Si fermano con la macchina in una cittadina chiamata Paradise e lì incontrano un giovane Carver, appena sposato, che si guadagna da vivere facendo disparati lavori.

Il loro incontro diventa il pretesto narrativo di Nove per mettere in luce le personalità dei due e attraverso le loro voci esprimere il significato dell’essere artisti, le idee che reggono le loro espressioni, l’impegno che sostiene le loro visioni. Il tocco in più di Nove sta nel fare emergere la figura di Jo, la moglie di Hopper, anch’essa pittrice, ma di minore successo. Oltre ad essere il soggetto di molti quadri di Hopper, Jo sembra un personaggio uscito dai racconti di Carver diventando così il legame non detto tra i due. Lei è testimone del processo creativo del marito la cui ombra oscura la sua figura di artista e in lei è chiara questa consapevolezza, ma al tempo stesso comprende che “…Lei è il vero motivo dei quadri di Edward Hopper”. Marco Lumini

Ci capita spesso di tornare a parlare di Carver, delle sue tecniche, dei suoi temi e questa è un’occasione in più. Oltre al fatto che al centro del laboratorio di questa stagione c’è il significato dell’essere artista.

“Negli ultimi anni ho fatto veramente di tutto. Ho lavorato in segheria, ho fatto l’uomo delle pulizie, il fattorino, ho lavorato in una stazione di servizio e ho fatto il garzone in un magazzino e poi ancora il raccoglitore di tulipani. Raccoglievo tulipani di giorno e di notte pulivo l’interno di un drive-in e spazzavo il parcheggio.”

“Un buon apprendistato”, dice il pittore.

“Tutto sommato sì. O meglio. Se potessi tornare indietro non so se rifarei tutte quelle cose. Ma probabilmente sì. E’dalla vita reale che si raccolgono le storie. E le storie più incredibili sono quelle quotidiane.”

“Sono d’accordo con te. E’ quasi scandaloso, per chi è in grado di accorgersene: quanta fantasia c’è nel reale, nella vita di tutti i giorni. Si tratta di ritrarla nel modo giusto, di darle forma o parola, ombra o silenzio, luce che immobilizza o buio che sospende”, continua Hopper guardando il cielo.

“Proprio così. Ma c’è un’altra cosa che considero fondamentale. E’ una cosa che chi fa arte deve avere a qualunque costo”, dice Carver.

E continua: “Anche a costo di apparire banale, parlo della capacità di rimanere a bocca aperta davanti a qualcosa, qualsiasi cosa.”

“Qualsiasi?”

“Ad esempio un frigorifero”, dice Carver.

“O un muro vuoto – replica Hopper -  che poi con la luce vuoto non è mai.”

“Un muro vuoto con davanti un frigorifero. Ecco, il frigorifero. Ricordo con che bocca aperta i miei ricevettero il primo grande frigorifero in casa nostra. E’ un oggetto che siamo abituati a considerare normale, di uso comune. Fa parte delle nostre vite e quindi sparisce nel flusso indistinto di tutto. Ma se una cosa ha avuto un tempo di attesa e magari anche di fine, tutto cambia.”

“Cosa intendi dire?”

“Quando mio padre ha avuto problemi con il lavoro la prima cosa che è sparita di casa è il frigorifero. Rimaneva persistente lo stupore della sua memoria e della sua mancanza. Intendo il frigorifero, non il lavoro di mio padre. Le cose hanno una forza immensa. Era parte della nostra famiglia, capisci? E noi eravamo parte di lui. C’è molto sentimentalismo nelle cose, ma non ha bisogno di essere detto, le cose lo hanno in sé.”

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Novembre 20, 2009 Pubblicato in: Pagine   Leggi Tutto

Pagine/Hoss:autobiografia di un nazista

Comandante ad Auschwitz – Rudolf Höss – Prefazione di Primo Levi, Con un articolo di Alberto Moravia. (Einaudi tascabili)

Rudolf Höss è stato un grande lavoratore. Una persona seria, amante dell’ordine e della disciplina. Severo con i disonesti, a volte duro ma sapeva anche essere amabile, gentile. Semplicemente dimostrava di aver carattere. Solitario ma non asociale. Padre e marito, considerava la famiglia un valore sacro. Al giorno d’oggi queste caratteristiche avrebbero fatto di lui un uomo stimato. Sarebbe potuto essere un nostro conoscente. Il nostro vicino di casa. La persona con cui parliamo dei nostri figli. Con cui pranziamo la domenica. Peccato sia nato nel luogo sbagliato al momento sbagliato. Peccato sia stato uno dei più grandi assassini della storia.

Rudolf Höss è stato direttore del campo di concentramento ad Auschwitz dal 1941 al 1943. A guerra finita fu arrestato dagli alleati e consegnato alle autorità polacche (Auschwitz è in Polonia). In attesa del suo processo scrisse questa autobiografia. Confessò ogni cosa, fu condannato a morte e impiccato proprio ad Auschwitz il 16 aprile 1947.

Questo libro mette i brividi. Non tanto per i fatti, ormai arcinoti, ma per il tono freddo, distaccato dell’autore. Höss, come dice bene Alberto Moravia nell’articolo allegato al libro, descrive lo sterminio, le camere a gas, le cremazioni di massa come un direttore della Fiat descriverebbe, con dettagli tecnici, le fasi della produzione di automobili.

E’, credo, sbrigativo ridurre la figura di Höss ad un pazzo. Trovo che l’analisi di Moravia sia giusta.

Höss era una persona mediocre che idolatrava persone mediocri come Hitler e seguiva idee mediocri come il razzismo. L’aggettivo “mediocre” mi sembra davvero azzeccato. Questo aggettivo comprende in se diverse sfumature che si adattano a descrivere Höss. Höss non era uno stupido, ne un incapace. O per lo meno dipende da che punto di vista lo osserviamo. Per esempio era capace di lavorare duramente, di resistere alla disciplina più ferrea. Ma era un uomo che aveva dei limiti. Nonostante questa sua forza di volontà era un debole che aveva bisogno di ordini da eseguire. Non gli piaceva pensare. Lui stesso dice, parlando del periodo passato in carcere, prima di diventare un SS: “Nel penitenziario, poi, scelsi dei lavori che, per quanto era possibile, richiedessero anche la mia attenzione e non fossero puramente meccanici. Così ho potuto evitare di passare tante ore della giornata in pensieri sterili ed estenuanti, e a sera provavo soddisfazione di pensare non soltanto che una giornata era trascorsa ma che avevo compiuto una buona quantità di lavoro.”. In questa sua autobiografia, non fa che ripetere che le SS erano succubi dei loro superiori.  “Eicke (il suo superiore) aveva continuato a ripetere ai suoi SS il concetto di <nemici pericolosi dello Stato>, con tanta persuasiva insistenza, e continuò a predicarlo anche negli anni successivi da convincere chiunque non avesse la possibilità di migliore informazione. Così accadde anche a me.[...] Era intenzione di Eicke, attraverso la sistematica ripetizione delle sue teorie e le disposizioni destinate a neutralizzare la pericolosità criminale dei prigionieri, mobilitare radicalmente i suoi SS contro i prigionieri, <renderli duri>, cancellare in loro ogni più piccolo moto di compassione”. Lamenta quindi una specie di lavaggio del cervello. Ma nessuno lo costringe a iscriversi al partito nazista ed ad entrare nelle SS. Allo stesso tempo afferma: “come vecchio membro del partito, ero pienamente persuaso della necessità di un campo di concentramento” e ” Da nazionalsocialista fanatico, ero fermamente persuaso che la nostra idea si sarebbe fatta strada in tutti i paesi…”. E ancora: “Ero entrato liberamente al servizio delle SS attive, la divisa nera mi era diventata troppo cara perché potessi desiderare di spogliarmene” Queste parole smascherano il vero Höss. C’è qualcosa che non convince in questa autobiografia. Incongruenze, ambiguità. Lui era lì a fare il suo lavoro. Era un militare. Non era sua la colpa se gli ordini prevedevano di gasare uomini, donne e bambini. Dice:” Per volontà di Himmler, Auschwitz divenne il più grande centro di sterminio di tutti i tempi. Allorché, nell’estate del 1941, mi comunicò personalmente l’ordine di allestire ad Auschwitz un luogo che servisse allo sterminio di massa, e di realizzare io stesso tale operazione, non fui in grado di immaginarne minimamente la portata e gli effetti. In effetti era un ordine straordinario e mostruoso, ma le ragioni che mi fornì mi fecero apparire giusto questo processo di annientamento. A quel tempo non riflettevo: avevo ricevuto un ordine ed era mio dovere eseguirlo.” Mi chiedo perché usi la parola “straordinario”. Parla di ragioni che lo hanno convinto, eppure non le elenca. In questa autobiografia spesso Höss dice “non capivo”, “non riuscivo a comprendere”. Moravia parla di un uomo egocentrico in una società di egocentrici. Ha ragione. Troppo preso da se stesso non vede al di là del proprio naso. Un uomo che ad un certo punto della sua vita si è chiuso in una comoda corazza fatta di idee folli alimentate da una società anormale come quella nazista. Come può Höss parlare dei bambini zingari nel campo di concentramento “colpiti dall’epidemia infantile Noma, che non potevo mai guardare senza orrore e che mi ricordavano i lebbrosi che avevo visto a suo tempo in Palestina: i loro piccoli corpi erano consunti, e nella pelle delle guance grossi buchi permettevano addirittura di guardare da parte a parte; vivi ancora, imputridivano lentamente” e poi accennare ai suoi stessi figli “ogni domenica i bambini mi costringevano a fare lunghe passeggiate per i campi, a passare in rassegna le stalle, ne potevo trascurare i canili. [...] D’estate, sguazzavano nella vasca del giardino, o nella Sola (fiume a nord di Auschwitz). Ma la loro gioia più grande era di poter avere con sé il paparino Purtroppo, questi aveva poco tempo da dedicare ai giochi infantili.” senza collegare le due situazioni? Spesso dice di sentirsi a disagio, di soffrire per la sorte dei detenuti. Ma è evidente che si tratta solo narcisismo. Per quanto tenti di dire il contrario non c’è traccia in lui di incertezza riguardo il credo nazista. Vuole solo ingannare il lettore. Troppo spesso gli sfuggono frasi che rivelano la sua vera identità. Per esempio dice di provare “conforto” per aver trovato un metodo di sterminio tramite il gas che evitasse le sanguinose fucilazioni. Prima afferma di non avere nulla di personale contro gli ebrei. Poi dice che gli ebrei portano la corruzione ad Auschwitz, che sono insensibili alle sofferenze dei loro simili, che da loro non traspare il minimo turbamento anche di fronte alla morte dei loro parenti. Insomma non riesce a trattenere quelle che sono le sue vere idee. E fino all’ultimo ne rimane convinto. Ammette che lo sterminio degli ebrei fu un errore. Ma sembra parlarne come di un errore di strategia. In lui non c’è vero pentimento come dice Moravia e come Höss stesso afferma nelle ultime pagine:”io sono nazionalsocialista come prima, nel senso che questa è la mia concezione di vita.” Dopo aver letto questo libro provo più sfiducia nell’idea che gli uomini possano un giorno vivere in pace. Ancora oggi troppe persone cedono alla comodità di idee meschine per presunto pragmatismo e sono pronte a scaricare le eventuali colpe delle loro azioni alla situazione, alla società. Dice bene Moravia: Höss è una persona normale solo se inserito in una società anormale. Il vero pericolo è quindi che si crei un ambiente anormale in cui il razzismo sia considerato qualcosa di normale. Senza quest’ambiente il singolo razzista è debole. Mi chiedo se, al giorno d’oggi, siamo in grado di evitare il crearsi di una società anormale quando sembra che ottenere successo sia più importante di qualsiasi cosa. Andrea Teodorani.

[...] Nella primavera del 1942 giunsero i primi trasporti di ebrei dall’Alta Slesia, tutti individui da sterminare. Vennero condotti dal luogo dell’arrivo alla fattoria – il primo bunker – attraverso i prati di quello che sarebbe poi stato il settore numero 2. Aumeier, Palitzsch e altri Blockfuhrer li guidavano, discorrendo con loro degli argomenti più innocui e informandosi delle loro professioni e mestieri, per meglio ingannarli. Giunti alla fattoria, gli ebrei dovettero spogliarsi. All’inizio entrarono tranquillamente nelle sale dove dovevano subire la disinfestazione, ma in breve alcuni cominciarono ad agitarsi e a parlare di soffocamento, di sterminio. Nacque così un’atmosfera di panico, ma subito quelli che erano ancora fuori vennero spinti nelle sale e le porte sbarrate. Per i trasporti successivi, si provvide in tempo a individuare gli elementi più irrequieti, per poterli tenere d’occhio. Se cominciavano disordini, gli elementi turbolenti venivano portati dietro la casa senza dare nell’occhio, e qui uccisi con armi di piccolo calibro, affinché gli altri non si accorgessero di nulla. Anche la presenza del Sonderkommando (prigionieri ebrei usati come aiutanti dalle SS) e il suo contegno tranquillizzante servì a calmare gli irrequieti e i sospettosi. Ancor più induceva alla tranquillità il fatto che alcuni uomini del Sonderkommando entrassero con i deportati nelle sale e rimanessero con loro fino all’ultimo momento; anche un milite SS restava fino all’ultimo sulla porta, Era della massima importanza che tutta l’operazione dell’arrivo e della svestizione avvenisse in tutta calma, che non ci fosse grida, eccitazione. Se qualcuno non voleva spogliarsi, altri che l’avevano già fatto, oppure quelli del Sonderkommando, dovevano intervenire per aiutarli. Anche i più ostinati venivano così persuasi e spogliati, con le buone maniere. I prigionieri del Sonderkommando badavano anche a che l’operazione procedesse con grande rapidità, affinché le vittime non avessero troppo tempo per meditare su quanto sarebbe avvenuto. In generale, lo zelo con cui costoro provvedevano a far spogliare i deportati e a condurli dentro era assai singolare. Non ho mai saputo né visto che dicessero una mezza parola ai deportati sulla sorte che li attendeva. Al contrario facevano di tutto per ingannarli, e soprattutto per calmare i sospettosi. Anche se non credevano ai militi delle SS, costoro dovevano pur credere con piena fiducia ai loro compagni di razza (infatti i Sonderkommandos, appunto per infondere fiducia e tranquillità, erano composti sempre di ebrei provenienti dalle stesse regioni in cui erano in corso volta per volta le deportazioni). Si facevano raccontare della vita nel campo e, per lo più, si informavano delle condizioni di conoscenti o familiari giunti con trasporti precedenti. Ed erano interessanti le capacità di mentire da parte degli uomini del Sonderkommando e la loro forza di persuasione, i gesti con cui sottolineavano le proprie parole. Molte donne nascondevano i bambini lattanti nel mucchio degli abiti. Ma gli uomini del Sonderkommando vigilavano, e a forza di parole riuscivano a persuadere a riprendersi i bambini. Esse credevano che la disinfestazione potesse essere nociva ai piccoli, e per questo li nascondevano. I bambini piccoli per lo più piangevano durante la svestizione, impressionati da tante novità, ma quando le madri, oppure quelli del Sonderkommando, gli parlavano dolcemente, si calmavano e si avviavano tranquilli nelle camere a gas, stuzzicandosi l’un l’altro o tenendo in mano giocattoli. Ho notato che donne le quali intuivano o addirittura sapevano ciò che le attendeva, pur con l’angoscia della morte negli occhi, trovano la forza di scherzare con i figli, di parlargli amorevolmente. Una volta una donna passando mi venne vicina e sussurrò, indicandomi i suoi quattro figli, che aiutavano fraternamente i più piccoli a superare gli ostacoli del terreno: – Come potete avere il coraggio di ammazzare questi bambini? Ma non avete un cuore nel petto? – Un altro vecchio, nel passarmi davanti mormorò: – la Germania sconterà duramente questo assassinio in massa degli ebrei .- E i suoi occhi ardevano di odio. Pure, entrò coraggiosamente nella camera a gas, senza curarsi degli altri. Sopra tutti gli altri mi colpì una giovane, che correva freneticamente avanti e indietro, aiutando i bambini e gli anziani a spogliarsi. Durante la selezione aveva accanto a sé due bambini piccoli; mi avevano colpito la sua eccitazione e in generale il suo aspetto: non sembrava affatto un’ebrea. Ora      non aveva più i bambini accanto a sé. Fino all’ultimo si diede da fare per aiutare alcune donne che avevano parecchi bambini, parlando con loro gentilmente, calmando i bambini. Fu tra gli ultimi ad entrare nel bunker. Sulla soglia si fermò e disse:- Ho saputo fin da principio che ad Auschwitz saremmo stati gasati. Quando avete fatto la selezione ho evitato di essere messa tra gli abili al lavoro, perché volevo seguire i bambini. Volevo fare questa esperienza in piena coscienza. Spero che presto tutto sarà finito. Addio.  [...]

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Ottobre 16, 2009 Pubblicato in: Pagine   Leggi Tutto

Pagine/Nèmirovsky, Un bambino prodigio

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I racconti brevi di Irène Némirovsky sono dei gioielli. “Il ballo”, pubblicato da Adelphi, era la storia di una ragazzina figlia di parvenu: riceve una solida istruzione e questo è, oltre al comportamento della madre nei confronti della figlia, uno degli elementi che scatenano la sua rivolta nei confronti della famiglia. “Un bambino prodigio” è un altro gioiello. Era stato pubblicato alcuni anni fa dalla casa editrice Giuntina –una piccola casa editrice specializzata in cultura ebraica- e ora torna in libreria. E’ la storia di un ragazzino russo che vive nell’angiporto di una città russa. Oggi lo si direbbe un drop out. Frequenta taverne, scaricatori, ubriaconi, puttane. Inizia a comporre canzoni e a cantarle. Le sue canzoni sgorgano da una poesia semplice, ma spontanea che commuove gli adulti che lo ascoltano. Commuove anche un ricco signore, disperato per un amore infelice. Ed è grazie a lui che Ismaele Baruch viene donato ad una ricca signora, che è poi l’oggetto del disperato amore. Viene donato, in qualche modo, proprio come si donerebbe un cagnolino ammaestrato e capace di esercizi strabilianti. La ricca signora si commuove anche lei ad ascoltare le sue semplici, toccanti canzoni. Il bambino povero è un poeta. Anche a lui, come alla ragazzina de “Il ballo” , viene data la cultura, vengono fatti conoscere i grandi poeti. Ed è questo incontro che diventa, per Ismaele Baruch, la fine della sua poesia. Il racconto sembra riecheggiare –nella tematica, non certo nella tessitura della storia- “Il monaco nero” di Cechov. In comune i due racconti hanno un interrogativo: cosa è l’arte e, prima ancora, quale è la sua sorgente? E in ambedue i casi la risposta è la stessa: l’arte è la capacità di essere se stessi, di rispondere alle sollecitazioni, come direbbe James Hillman, del proprio Daimon. Vi propongo queste pagine. Claudio Castellani

Ad un tratto sentì che la donna in nerro gli toccava un braccio:
-Ti piace?…
Allora, spinto da una singolare spavalderia, rispose, alzando le spalle:
-Le mie canzoni sono molto più belle, e saranno per te, solo per te, principessa…Dopo non le udrà più nessuno.
-Allora canta- disse lei dolcemente.
-Falli uscire tutti quanti e ordina di portarmi una balalaica, principessa…
-Perché mi chiami così?
-Non sei una principessa? –domandò Ismaele con ingenuità.
Lei sorrise di nuovo:
-No, ma non importa…
Con un gesto della mano, pregò gli zigani di fermarsi e di andarsene. Se ne andarono ridendo, vuotando i bicchieri alla sua salute. Dettero a Ismaele una balalaica ed egli si sedette per tera con le gambe incrociate, appoggiato alla stufa. La principessa, con il volto appoggiato su una mano, lo guardava carezzando distrattamente con l’altra i capelli del suo amante, seduto ai suoi piedi, che le baciava le ginocchia attraverso la seta della gonna.
Ismaele levò verso di loro il volto stranamente ansioso e pallido, esitò un momento, poi si mise a cantare. Erano parole semplici e ingenue, le stesse che esprimevano così bene le pene e le gioie dei vagabondi del porto e, proprio per questo, toccavano strane corde del cuore. Non avevano né rima, né cadenza, ma un ritmo naturale, come quello del vento, del mare; un’armonia misteriosa e potente.
Il ragazzo cantava con voce leggera e pura; i suoi occhi fissi nel vuoto sembravano seguire uno spartito che solo lui vedeva; gli adolescenti della Bibbia animati dal soffio di Dio dovevano essere simili a lui.
Quando tacque, guardò la principessa con orgoglio semplice e profondo.
Lei taceva.
Infine disse:
-Piccolo mio, lo sai che un giorno sarai un grande poeta?
Ed aggiunse come per se stessa:
-Il genio…è questo, piccolo mio.
Ismaele non diceva niente. Cosa avrebbe potuto dire? Non capiva cosa succedesse.
Il barin, appoggiato a un gmito, disse con voce lontana, da ubriaco:
-Questo ragazzo…questo ragazzo…Che ti avevo promesso?
La principessa esclamò:
-Non può restare così…Guardalo…è miserabile, ignorante, affamato…un piccolo ebreo del porto….E tuttavia il genio è in lui…Non lo vedi?
Il barin stese stancamente la mano verso la caraffa di vodka:
-E’ felice così…E’ felice perché non conosce il suo genio…Il giorno che lo conoscerà sarà infelice. Anch’io ero un grande poeta…
-E ormai non sei che un ubriacone, lo so- concluse ei aspramente; poi voltandosi verso Ismaele chiese con durezza:
-Piccolo, non vuoi essere un giorno un grande poeta, essere ricco, essere illustre?
-Non lo so- mormorò Ismaele.
Un’angoscia immensa lo invadeva, la paura, la rivolta davanti a quella donna che voleva violentare la sua vita libera.
Ma lei continuò, fissandolo con i suoi occhi scuri, rotondi come quelli di un uccello da preda:
-…Vivere a casa mia?
Allora Ismaele , chinando la testa, disse:
-Sì.

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Settembre 22, 2009 Pubblicato in: Pagine   Leggi Tutto

Pagine/Rigoni Stern, Il sergente nella neve

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Il sergente nella neve – Mario Rigoni Stern (Einaudi super ET)

Questo libro racconta i ricordi del sergente maggiore Mario Rigoni Stern. Siamo in Russia, in riva al Don, tra le truppe italiane inviate in appoggio ai tedeschi dal governo fascista. E’ una testimonianza ma anche un romanzo che parla di uomini. Scritto in prima persona, il libro è diviso in due parti distinte ma continue. Nella prima intitolata “Il caposaldo”, MRS racconta la vita di trincea negli ultimi giorni prima della ritirata. Nella seconda “La sacca”, racconta la fuga disperata, nell’inverno russo, delle truppe Italiane e dei loro alleati.

Nella prima parte MRS usa una prosa con maggior descrizione dei fatti e dei luoghi. Le frasi sono più lunghe e articolate. Il modo in cui scrive serve a rendere l’idea dell’attesa (i soldati aspettano un probabile ordine di ritiro). Nella seconda parte la prosa cambia. Le frasi diventano brevi, affannate. Ci sono spesso ripetizioni di parole. L’autore vuole rendere l’idea dell’estrema fatica della marcia, passo dopo passo in mezzo alla neve, e della disumanità della guerra. In ogni pagina la guerra è mostrata come una follia che consuma le energie, corpo e mente degli uomini. C’è l’incessante ricerca di cibo. I soldati, per rimanere umani e non impazzire, restano uniti (MRS dice spesso ai suoi sottoposti: dobbiamo rimanere uniti), si aiutano l’un l’altro e nonostante tutto cercano attimi di felicità. In questa edizione Einaudi super ET vi è alla fine un breve scritto di Eraldo Affinati che analizza il romanzo. Devo dire che non mi trovo d’accordo su molte delle sue affermazioni. Ad un certo punto, durante una battaglia, MRS dice: “Anche i russi di certo dovevano averlo capito. Diavolo! Piantiamo qui tutto, ci sono tante belle ragazze e vino buono, no, Baroni? Loro hanno le Katiusce e le Maruske e la vodka e i campi di girasole; e noi le Marie e le Terese, vino e boschi d’ abeti. Ridevo, ma gli angoli della bocca mi facevano male e impugnavo il mitragliatore.” Affinati dice di intendere in queste parole un “sentimento nazionale lasciato trapelare senza enfasi retorica, come un rinnovamento d’identità capace di esaltarsi nel confronto con quella avversaria”. Non sono d’accordo. Qui a mio parere MRS vuole solo far intendere l’assurdità di una guerra fatta contro uomini come lui che amano le stesse cose che ama lui: le donne, il bere, la natura. Alla fine del capitolo “Il caposaldo” MRS rimane per pochi secondi solo nella trincea dopo la ritirata delle truppe e dice: “Erano vuote le tane. Sulla paglia che una volte era il tetto di un’isba giacevano calze sporche, pacchetti vuoti di sigarette, cucchiai, lettere gualcite: sui pali di sostegno erano inchiodate cartoline con fiori, fidanzati, paesi di montagna e bambini. Ed erano vuote le tane, vuote di tutto e io ero come le tane. Ero solo sulla trincea e guardavo nella notte buia. Non pensavo a nulla. Stringevo forte il mitragliatore. Premetti il grilletto, sparai tutto un caricatore; ne sparai un altro e piangevo mentre sparavo”. Affinati nella sua postfazione parla di indignazione di MRS contro l’inganno dei gerarchi militari, l’ingiustizia della storia, l’efficienza mancata dell’armata, del fatto che MRS ha compiuto il suo dovere combattendo e ora rischia di morire per causa di comandi superiori che pensano a conservare incolumità e privilegi. Io non percepisco nulla di questo. In tutto il racconto non c’è politica nè ideologia nè rabbia verso i “capi”. Qui si parla di persone semplici che spesso accettano quello che gli capita come fosse destino e cercano comunque di vivere in modo dignitoso. MRS e i suoi commilitoni vivono alla giornata felici per un pezzo di carne, un po’ di polenta e qualche sigaretta. Cercano, nonostante l’assurdità della situazione in cui si trovano, l’allegria, il piacere della compagnia, il calore umano. MRS dice di non pensare a nulla e sparare e piangere. Lui non pensa a nulla. Di certo gente come Mussolini e i fascisti che l’hanno spedito lì non gli deve stare simpatica ma la rabbia di MRS è, io credo, contro il destino avverso. Se lui ed i suoi commilitoni avessero davvero vissuto con la rabbia nel cuore, lì dentro il caposaldo, probabilmente non sarebbero sopravvissuti. Andrea Teodorani

Ho ancora nel naso l’odore che faceva il grasso sul fucile mitragliatore arroventato. Ho ancora nelle orecchie e sin dentro il cervello il rumore della neve che crocchiava sotto le scarpe, gli sternuti e i colpi di tosse delle vedette russe, il suono delle erbe secche battute dal vento sulle rive del Don. Ho ancora negli occhi il quadrato di Cassiopea che mi stava sopra la testa tutte le notti e i pali di sostegno del bunker che mi stavano sopra la testa di giorno. E quando ci penso provo il terrore di quella mattina di gennaio quando la Katiuscia, per la prima volta, ci scaraventò le sue settantadue bombarde. Prima che i russi attaccassero e pochi giorni dopo che si era arrivati si stava bene nel nostro caposaldo. Il nostro caposaldo era in un villaggio di pescatori in riva al Don nel paese dei cosacchi. Le postazioni e le trincee erano scavate nella scarpata che precipitava sul fiume gelato. Tanto a destra che a sinistra la scarpata declinava sino a diventare un lido coperto di erbe secche e di canneti che spuntavano ispidi tra la neve. Al di là del lido, a destra, il caposaldo del Morbegno; al di là del dell’altro, quello del tenete Cenci. Tra noi e Cenci, in una casa diroccata, la squadra del sergente Garrone con una pesante. Di fronte a noi, a meno di cinquanta metri, sull’altra riva del fiume, il caposaldo dei russi. Dove eravamo noi doveva essere stato un bel paese. Ora, invece, delle case rimanevano in piedi soltanto i camini di mattoni. La chiesa era metà; e nell’abside erano il comando di compagnia, un osservatorio e una postazione per la pesante. Scavando i camminamenti negli orti delle case che non c’erano più, uscivano fuori dalla terra e dalla neve patate, cavoli, carote, zucche. Qualche volta era roba buona e si faceva la minestra. Le uniche cose vive, animalmente vive, che erano rimaste nel villaggio, erano i gatti. Non più oche, cani, galline, vacche, ma solo gatti. Gatti grossi e scontrosi che vagavano fra le macerie delle case a caccia di topi. I topi non facevano parte del villaggio ma facevano parte della Russia, della terra, della steppa: erano dappertutto. C’erano topi nel caposaldo del tenente Sarpi scavato nel gesso. Quando si dormiva venivano sotto le coperte al caldo con noi. I topi! Per Natale volevo mangiarmi un gatto e farmi con la pelle un berretto. Avevo teso anche una trappola, ma erano furbi e non si lasciavano prendere. Avrei potuto ammazzarne qualcuno con un colpo di moschetto, ma ci penso soltanto adesso ed è tardi. Si vede proprio che ero intestardito di volerlo prendere con una trappola, e così non ho mangiato polenta e gatto e non mi sono fatto il berretto con il pelo. Quando si tornava dalla vedetta, si macinava segala: e così ci riscaldavamo prima di andare a dormire. La macina era fatta con due corti tronchi di rovere sovrapposti e dove questi combaciavano c’erano dei lunghi chiodi ribaditi. Si faceva colare il grano da un foro che stava sopra nel centro e da un altro foro, in corrispondenza dei chiodi, usciva la farina. Si girava con una manovella. Alla sera, prima che uscissero le pattuglie, era pronta la polenta calda. Diavolo! Era polenta dura, alla bergamasca, e fumava su un tagliere vero che aveva fatto Moreschi. Era senza dubbio migliore di quella che facevano nelle nostre case. Qualche volta veniva a mangiarla anche il tenente che era marchigiano. Diceva: – Com’è buona questa polenta!- e ne mangiava due fette grosse come mattoni. E poiché noi avevamo due sacchi di segala e due macine, alla vigilia di Natale mandammo una macina e un sacco al tenente Sarpi con augurio per i mitraglieri del nostro plotone che erano lassù al caposaldo. Si stava bene nei nostri bunker. Quando chiamavano al telefono e chiedevano: – Chi parla? – Chizzarri, l’attendente del tenente, rispondeva: – Campanelli! – Era questo il nome di convenienza del nostro caposaldo e quello di un alpino di Brescia che era morto in settembre, dall’altra parte del filo rispondevano: – Qui Valstagna: parla Beppo-. Valstagna è un paese sul fiume Brenta lontano dal mio dieci minuti di volo d’aquila mentre qui indicava il comando di compagnia, Beppo, il nostro capitano nativo di Valstagna. Pareva proprio di essere sulle nostre montagne e sentire i boscaioli chiamarsi fra loro. Specialmente di notte quando quelli del Morbegno, che erano nel caposaldo alla nostra destra, uscivano sulla riva del fiume a piantare reticolati e conducevano i muli davanti alle trincee e urlavano e bestemmiavano e battevano pali con le mazze. Chiamavano persino i russi e gridavano: – Paesani! Paruschi, spacoina noci! – I russi, stupefatti, stavano a sentire. [...]

[...] Si cammina e viene ancora notte. E’ freddo: più freddo di sempre, forse quaranta gradi. Il fiato si gela sulla barba e sui baffi; con la coperta tirata sulla testa si cammina in silenzio. Ci si ferma, non c’è niente. Non alberi, non case, neve e stelle e noi. Mi butto sulla neve; e sembra che non ci sia neanche la neve. Chiudo gli occhi sul niente. Forse sarà così la morte, o forse dormo. Sono in una nuvola bianca. Ma chi mi chiama? Chi mi dà questi scossoni? Lasciatemi stare. – Rigoni. Rigoni. Rigoni! In piedi. La colonna è partita. Svegliati, Rigoni-. E’ il tenente Moscioni che mi chiama quasi con angoscia e aprendo gli occhi lo vedo curvo su di me. Mi dà un paio di scossoni e vedo bene il suo viso ora, e i due occhi scuri che mi fissano, la barba dura e lucente di brina, la coperta sopra la testa. – Rigoni, prendi, – dice. E mi dà due piccole pastiglie. – Inghiotti, fatti forza, avanti -. Mi alzo, cammino con lui e a poco a poco raggiungiamo la compagnia e capisco tutto… Ma quanti che si sono buttati sulla neve non si alzeranno più? Cenci e Moscioni mi fanno salire sul cavallo. Ma è peggio che camminare; temo di congelarmi, ridiscendo e cammino. Cenci mi dà una sigaretta e fumiamo. – Di’ Rigoni, che desidereresti adesso? – Sorrido, sorridono anche loro. La sanno la risposta perché altre volte l’ho detta camminando nella notte. – Entrare in una casa, in una casa come le nostre, spogliarmi nudo, senza scarpe, senza giberne, senza coperte sulla testa; fare un bagno e poi mettermi una camicia di lino, bere una tazza di caffè-latte e poi buttarmi in un letto vero con materassi e lenzuola, e grande il letto e la stanza tiepida con un fuoco vivo e dormire, dormire e dormire ancora. Svegliarmi, poi, e sentire il suono delle campane e trovare una tavola imbandita: vino, pastasciutta, frutta: uva, ciliegie, fichi, e poi tornare a dormire e sentire una bella musica. – Cenci ride, Antonelli ride e anche i miei compagni ridono. – Eppure lo voglio fare, se ci ritorno, – dice Cenci, – e poi, – aggiunge, – un mese di mare alla spiaggia, sulla sabbia tutto nudo, solo con il sole che brucia-. Intanto camminiamo e Cenci vede il mare verde e io un letto vero. Ma Moscioni è serio, è il più consapevole tra noi, ha i piedi nella neve e vede steppa, alpini, muli, neve. Laggiù si vede un lume. Non è il mare verde, non è il letto vero, è solo un villaggio. Ma quel lume è come quello di una favola. Anzi è più lontano. Non ci si arriva mai. Il villaggio è piccolo e non c’è posto per tutti; siamo tra i primi, ma le isbe sono già tutte occupate. Dovremmo forse passare il resto della notte all’aperto. Il capitano, Cenci, Moscioni e una metà della già ridotta compagnia vanno in cerca di alloggio. Io rimango con il resto degli uomini e il mio plotone. Il mattino dopo il capitano mi disse che aveva mandato un portaordini: da loro c’era posto per tutti. Ma io non vidi arrivare nessun portaordini, quella notte. Parte dei miei compagni si sistemarono attorno a un pagliaio coprendosi con la paglia. Altri andarono non so dove, e io rimasi solo con Bodei davanti al fuoco. D’un tratto si sentì belare e Bodei si alzò, andò a prendere la pecora che aveva belato e l’uccise vicino al fuoco. Io l’aiutai a scuoiarla e sul fuoco vivo mettemmo ad arrostire una coscia della pecora ciascuno. La carne calda e sanguinolenta era incredibilmente buona. E dopo le cosce, abbrustolimmo il cuore, il fegato, i rognoni infilati alla bacchetta del fucile. Attorno al fuoco si abbrustoliva la carne della pecora e l’odore del fumo era grasso e buono. Mangiammo le braciole, e passavano le ore, poi il collo e le gambe anteriori. Vennero da noi, forse attratti dall’odore, due fanti italiani e un tedesco; finirono di mangiare la pecora; anzi spolparono le ossa che Bodei e io avevamo lasciato. Erano senza armi e al posto delle scarpe avevano stracci e paglia legati con filo di ferro. Facemmo loro un po’ di posto vicino al fuoco, e se ne stettero lì silenziosi. Non si alzavano nemmeno in cerca di legna e Bodei brontolava; nemmeno il fumo scansavano con la testa. Io avevo un gran sonno. Mi addormentai ma incominciava l’alba, e di lì a poco mi svegliarono i rumori che sembra procedere la partenza della colonna. Raduno i miei compagni di plotone. Si va, ma la colonna invece di proseguire, ritorna sula pista di ieri. Che succede? Vediamo già a destra un paese abbastanza grosso. Dicono che vi sono i russi e che bisogna conquistarlo per lasciare la strada aperta agli altri dei nostri che seguiranno. – Avanti il Vestone!- gridano in testa, e ci fanno passare. Ora son pronti a farci passare. Ci viene comunicato da che parte attaccare e andiamo ancora una volta. Il plotone di Cenci e Moscioni a destra, io al centro e un po’ arretrato con la pesante, poi le altre compagnie del battaglione, infine i tedeschi. Da un fosso vengono fuori dei soldati russi con le mani alzate e noi li disarmiamo. Si sente qualche sparo qua e là, ma fiacco. Il maggiore Bracchi ci segue e ogni tanto ci grida degli ordini. Vediamo altri soldati russi che se ne vanno. Non sembra una vera battaglia. La pesante non spara nemmeno un colpo. Noi siamo più in alto e vediamo tutto. Raggiungiamo le prime isbe e aggiriamo il paese. Troviamo un branco di oche che strepitano. Ne acciuffiamo alcune; e tiriamo loro il collo e ce le portiamo in spalla tenendole per la testa. E’ stata per le oche la battaglia. Dal centro del paese dove c’è la chiesa, gridano adunata. E’ già finito tutto. Andando in direzione della chiesa vediamo dei camion abbandonati di marca americana, vi sono anche dei cannoni piazzati con le munizioni accanto. Strano che i russi abbiano tanta artiglieria in un piccolo paese. Ma perché non hanno sparato? Era un caposaldo ben munito. Stanotte la colonna è passata sull’orlo della muraglia che sovrasta il paese. E’ stato là che io mi sono addormentato sulla neve. Non ci hanno sentiti. Eravamo veramente ombre. E mi ricordai di aver visto chiarore nelle vicinanze. E che mi ero detto: “Perché non andiamo lì?” Pensando a queste cose vedo un’isba con la porta aperta ed entro. Non mi accorgo che entrando ho scavalcato un morto, un russo, messo di traverso sulla soglia. Nell’isba mi guardo attorno per cercare qualcosa da mangiare. C’è già qualcun altro che mi ha preceduto; vedo cassetti aperti, biancheria, merletti sparsi sul pavimento e cassapanche aperte. Frugo in un cassetto, ma poi in un angolo vedo delle donne e dei ragazzi che piangono. Piangono singhiozzando forte con la testa fra le mani e le spalle che sussultano. Allora mi accorgo dell’uomo morto sulla soglia e vedo che lì vicino il pavimento è tutto rosso di sangue. Non so dire quello che ho provato, vergogna o disprezzo di me, dolore per loro o per me. Mi precipitai fuori come se fossi il colpevole. Vi è di nuovo adunata. Stavolta è davanti alla chiesa. Si vedono abbandonati dei camion italiani carichi di sacchi di patate secche tagliate a fette e mi riempio le tasche di queste. Sulla neve vi sono pure due botti di vino. Una è sfondata con dentro il vino gelato tutto a scaglie rosse. Mi riempio la gavetta di scaglie rosse e me ne metto qualcuna in bocca. Un ufficiale dice: – State attenti, potrebbe essere avvelenato-. Ma non era affatto avvelenato. I tedeschi si prendono tutti i prigionieri russi che abbiamo fatto, si allontanano e poi sentiamo numerose raffiche e qualche colpo. Nevica.

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Settembre 11, 2009 Pubblicato in: Pagine   Leggi Tutto

Pagine/Magris, L’infinito viaggiare

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L’infinito viaggiare di Claudio Magris (edito da Mondadori negli Oscar) si apre con una prefazione che non è una semplice introduzione al libro ma una riflessione sul significato stesso del viaggio. Viaggio inteso come condizione esistenziale ed essenziale dell’uomo, come esperienza fisica e intellettuale. Attraverso il viaggio l’uomo sfida se stesso, si conosce e si perde.

Il viaggio è l’esperienza cardine e imprescindibile nella vita di un uomo. Magris affronta questa tematica anche, anzi soprattutto, attraverso la letteratura. Egli dialoga, discute con i grandi scrittori che hanno affrontato la tematica del viaggio. Così crea, con la sua prefazione, una mappa sul viaggio che permette al lettore di navigare secondo le sue inclinazioni.

Magris, in questo libro, raccoglie le pagine scritte durante i suoi viaggi che coprono un vasto arco temporale, dal 1981 al 2004, e un altrettanta vasta area geografica, dalla Spagna alla Cina, dalla Germania al Medio-oriente. Il filo conduttore è l’esperienza personale del viaggiatore-scrittore Magris ed è attraverso di essa che il mondo viene filtrato e descritto. Le sue pagine sono fedelmente ancorate al tempo e allo spazio in cui sono state vissute. La Storia, individuale e collettiva, diviene la trama che permette di tessere le diverse esperienze raccontate. La Storia -di etnie dimenticate, di luoghi poco conosciuti, di persone comuni, di vicende personali- è il punto di partenza da cui si dipanano gli intrecci che la collegano alla Storia dell’umanità, a importanti avvenimenti storici e politici, come la caduta del muro di Berlino, il conflitto tra Italia e Juguslavia, il difficile rapporto tra Occidente e Medio-oriente. Un legame intricato e complesso tra micro e macrocosmo che Magris svela in modo lucido e consapevole.

Leggendo il libro ci si accorge come scrittura e viaggio creino un binomio inscindibile. Non solo perché queste sono pagine di viaggio, ma perché l’autore cita innumerevoli scrittori e romanzi che permettono a Magris di capire in modo più profondo e completo la realtà in cui si trova a viaggiare. La letteratura serve all’autore-viaggiatore e al lettore-viaggiatore come chiave per penetrare nella realtà descritta.

Qui riporto due brani estrapolati dalla prefazione e, di seguito, uno dei capitoli del libro. Roberta Aliventi

Dall’introduzione:

“…Il viaggio sempre ricomincia, ha sempre da ricominciare, come l’esistenza, e ogni sua annotazione è un prologo; se il percorso nel mondo si trasferisce nella scrittura, esso si prolunga nel trasoloco dalla realtà alla carta- scrivere appunti, ritoccarli, cancellarli parzialmente, riscriverli, spostarli, variarne la disposizione. Montaggio delle parole e delle immagini, colte dal finestrino del treno o attraversando a piedi una strada e girando l’angolo. Solo con la morte, ricorda Karl Rahner, grande teologo in cammino, cessa lo status viatoris dell’uomo, la sua condizione esistenziale di viaggiatore. Viaggiare dunque ha a che fare con la morte, come ben sapevano Baudelaire o Gadda, ma è anche un differire la morte; rimandare il più possibile l’arrivo, l’incontro con l’essenziale, come la prefazione differisce la vera e propria lettura, il momento del bilancio definitivo e del giudizio. Viaggiare non per arrivare ma per viaggiare, per arrivare più tardi possibile, per non arrivare possibilmente mai.”

“… Paesaggio è passaggio; è anche un’andatura, come uno stile della scrittura. Ognuno attraversa un luogo con un suo ritmo. Uno va svelto, uno ciondola. Una città – una pagina- si percorre in mille modi: attento, lento, sincopato, frettoloso, distratto, sintetico, analitico, dispersivo.

Il viaggio-scrittura è un’archeologia del paesaggio; il viaggiatore- lo scrittore- scende come un archeologo nei vari strati della realtà, per leggere anche i segni nascosti sotto altri segni, per raccogliere quante più esistenze e storie possibili e salvarle dal fiume del tempo, dall’onda cancellatrice dell’oblio, quasi costruendo una fragile arca di Noè di carta, sebbene ironicamente consapevole della sua precarietà. Il paesaggio è pure cimitero, ossario, divenuto concime e linfa di vita, i tumuli che a Verdun sembrano colline, ma create dalle bombe e dai morti.

Muovendosi avanti e indietro nello spazio, senza seguire percorsi obbligati e affidandosi alla digressione più che alla linea retta, il viaggiatore per qualche breve momento sospende il tempo, lo tiene un po’ in scacco come il giocoliere che lancia e lascia per qualche attimo sospesi in aria tanti bastoncini, anche se sa che, prima o poi, gli cadranno tutti sulla testa.”

LA TRAGEDIA E L’INCUBO

La vita, è stato detto più volte, imita la letteratura. Nel romanzo Piccola apocalisse di Tadeus Konwicki, uno dei più significativi scrittori polacchi contemporanei, il protagonista viene invitato – da due amici che militano in un’indefinita opposizione – a cospargersi di benzina ed a darsi fuoco, in segno di protesta, davanti alla sede del Partito, a Varsavia. Due settimane fa un uomo si è dato realmente fuoco, in Polonia, ma – almeno secondo le versioni ufficiali – sembrerebbe averlo fatto per esprimere la sua ansia dinnanzi agli scioperi ed alla rivolta del Paese; la televisione polacca, premurosa di ribadire quest’interpretazione (probabilmente veritiera, ma comunque gradita al governo) , ha esibito la sua immagine e le sue ferite, per fortuna non mortali, con un gusto dell’effetto sensazionale assai vicino a quella ricerca ed a quel consumo di eccitanti visivi che di solito caratterizzano lo stile sociale dell’Occidente.

Ma la vita procede e si trasforma più velocemtne della letteratura; dopo neanche due anni, il romanzo di Konwicki appare quasi scavalcato dagli eventi, da una realtà che è divenuta diversa, da una vita che è stata nuovamente inventata, con una fantasia più audace di quella che occorre per innovare un linguaggio poetico o per escogitare un racconto.

La Varsavia che, in queste settimane, si mostra al visitatore non è la spettrale città che evapora nel nulla evocata da Konwicki nel suo romanzo, non è l’irreale o surreale scenario di una piccola e insinuante fine del mondo. La Polonia rivela oggi un volto del tutto diverso e sembra incarnare – forse perché si trova sull’orlo di un possibile disastro, guardato serenamente in faccia – una realtà compatta e concreta, piena di contraddizioni ma scevra di ambiguità, ricca di sentimenti e valori, una realtà alla quale noi, eredi dell’ambivalenza e dell’incertezza, non siamo più abituati. Se ci si sente estranei o stranieri, non è per la sensazione di essere uomini che s’avventurano in un paese di nebbia, ma piuttosto per la sensazione di essere noi creature di nebbia o giochi di ombre che camminano tra persone vive, un po’ più minacciate dalla morte di quanto lo siamo noi, ma vive. In Polonia si sente la tragedia, non l’incubo; e la tragedia implica una dimensione umana di grandezza e di forza, un senso integro e intero della vita che viene aggredita o distrutta, l’intuizione di un destino e di un significato. La caduta tragica non rimpicciolisce l’individuo; lo precipita giù dal carro come un guerriero omerico colpito nella battaglia, non lo sminuzza e non lo dissolve nel nulla come accade a chi viene risucchiato negli irreali meandri dell’incubo.

La tragedia c’è, ma non si vede, ed è proprio questo che colpisce maggiormente. Tranne le lunghe ma compostissime file davanti ai negozi alimentari, per le strade non si avverte alcuna eccitazione o inquietudine, non si sente quell’atmosfera tesa che si forma nelle nostre città, come una corrente elettrica ad alta tensione, non appena qualche incidente turba la routine quotidiana. Le bandiere nazionali esposte sugli edifici indicano, con un linguaggio convenzionale intenzionalmente non provocatorio, l’adesione a Solidarnosc e la disponibilità allo sciopero, ma uno spettatore ignaro potrebbe credere ch’esse sventolino, festose e patriottiche, senza scopo particolare.

Lunedì 30 marzo, quando per alcune ore molti si preparavano al peggio e si accentuava la possibilità di uno scontro, che sarebbe stato probabilmente sanguinoso, un turista che non sapesse il polacco e non avesse occasione di parlare con qualche amico non si sarebbe accorto di nulla. L’incombere della tragedia non disturbava la normale esistenza giornaliera. Ero ospite delle università di Varsavia e Cracovia, in occasione di un convegno dedicato alla letteratura austriaca, ed ero partito con un ovvio sentimento d’imbarazzo, perché mi sembrava penosamente comico discettare di Musil davanti a persone che dovevano misurarsi concretamente con la fame e con l’eventualità dei carri armati. Ma il convegno era invece culturalmente appassionato e festosamente ospitale; gli studenti ponevano domande sulla tecnica narrativa di Schnitzler e i colleghi discutevano l’interpretazione del Cavaliere della rosa di Hofmannsthal o della lirica espressionista. Gli invitati, provenienti come me dall’Italia o per lo più dall’Austria o dalla Jugoslavia, potevano facilmente dimenticarsi che, fra una seduta del convegno e l’altra, i loro ospiti si recavano nei loro comitati di lotta per organizzare il vettovagliamento e l’assistenza medica nel caso si fosse decisa l’occupazione dell’università, che essi partecipavano alle riunioni sindacali e si preparavano materialmente alla possibilità di un tragico scontro.

Questa grande ombra non offuscava la piacevole cordialità dell’incontro. I caffè di Cracovia erano accoglienti nella loro amabile tranquillità absburgica; i discorsi, che certo vertevano sulla tensione del momento e sulla continua attesa di notizie che potevano essere decisive, divagavano presto sulle curiosità storiche e artistiche dell’una e dell’altra città, indulgevano allo scherzo e alla bonaria piacevolezza, alla grande arte del ridere.

Colpiva l’assenza di enfasi con la quale i nostri amici erano pronti a mettere in gioco tutta la loro esistenza, sperando di non doverlo fare. Una giovane giornalista del quotidiano “Zycie Warszawy” diceva che, il giorno precedente, le era balenato per un attimo il pensiero di fuggire col primo aereo, ma poi, dopo aver raccontato l’intervista fatta a Walesa qualche ora prima, passava a descrivere allegramente un soggiorno e un servizio in Giappone. Pensavo che, al loro posto, sarei stato inceppato dal timore o eccitato da un’esaltazione monomaniaca. La lezione che ci veniva da quel coraggio non derivava soltanto dalla disponibilità a rischiare, ma soprattutto dall’amore per la consuetudine e per l’armonia d’ogni giorno che trapelava in quegli uomini e in quelle donne, capaci ma non certo desiderosi di affrontare il caos, l’avvenimento eccezionale. Noi dimentichiamo spesso quest’amore della familiarità quotidiana, la capacità di sentirsi appagati e felici della ripetizione sempre nuova, di ciò che rende incantevole lo scorrere del tempo: guardare, passeggiare, costruire, leggere, mettersi a tavola fra volti cari, parlare, incontrarsi, amare, essere amici. Chi ha tutto questo è un privilegiato e deve sapere di esserlo, dev’essere consapevole che la sua felicità è questo fluire, consueto e normale ma sempre nuovo, delle ore d’ogni giorno. Chi ha una più grande capacità d’amare sa rinunciare a questo suo bene per lottare affinché lo ricevano gli altri, che ne sono privati da avversità naturali o sociali; l’agire del rivoluzionario, come quello del cristiano, è la generosità di chi, a malincuore, sacrifica la gioiosa armonia della sua esistenza e affronta il disordine per amore degli altri, esclusi da quell’armonia.

Quest’amore, capace di rinunciare al piacere di vivere, ma non certo asceticamente compiaciuto bensì rammaricato di tale rinuncia, non ha nulla in comune con quella smaniosa inettitudine alla gioia e all’appagamento quotidiano che spinge tante anime scontente e meschine a cercare il disordine per amore del disordine, a trovar conforto nell’eccezionale e nel drammatico, ad eccitarsi per ogni tensione e per ogni disastro, piccolo o grande, che diano loro l’illusione di recitare un ruolo esaltante.

La vita, in Occidente, è spesso drogata da quest’impotente infantilismo, che produce fallimenti pubblici e privati. A questa diffusa inconsistenza i drammi e i fermenti che hanno luogo nei paesi comunisti contrappongono una grande lezione di realtà e verità, di umiltà; una collega di Varsavia mi raccontava che, dopo uno sciopero all’università, gli studenti, che vi avevano partecipato, le avevano chiesto di riprendere subito il consueto seminario di letteratura.

Lunedì 30 marzo io mi auguravo, come tutti, un esito pacifico di quel conflitto, ma mi rendevo conto di augurarmelo spinto anzitutto dal mio piccolo interesse personale, dal desiderio che tutto resti sostanzialmente com’è, che non si alteri con nessuna scossa violenta quell’equilibrio dal quale anch’io traggo un modesto tornaconto, i rapporti e gli scambi con i colleghi, i convegni ed i viaggi…

Nelle mie reazioni istintive esprimevo, come tutti, l’Occidente, che s’allieta di ogni difficoltà dei regimi comunisti, purché essa rimanga contenuta in modo da non mutare nulla. Sedevo accanto ai miei amici, ma di lì a pochi giorni sarei partito; non condividevo, nei punti essenziali del vivere e del sopravvivere, il loro destino. L’ironia della storia intreccia queste vicinanze e scava queste lontananze; la tragica storia della Polonia è solcata da tale ironia.

C’è forse anche un volto polacco, un’espressione del viso segnata, come da rughe, dalle vicende di questo destino. E’ il volto di certi vecchi, per esempio di un vecchietto impassibile e canzonatorio che suonava un complicato tamburo al Mercato dei Tessuti di Cracovia: un volto composto di riguardosa malinconia e indifferente derisione, come la maschera dei grandi comici. La familiarità con le catastrofi ha prodotto questo viso. E’ anche il viso di Poldy Beck, che ha condensato nel suo Libro dei fischi, una specie di parodistico trattato in versi sull’arte di fischiare, la sua fuga senza fine da un disastro all’altro, dallo sfacelo dell’impero absburgico al nazismo allo stalinismo. Serio e imperturbabile, Poldy Beck – ebreo austriaco che vive a Lodz, fra la casa e il caffè – è un narratore di barzellette di professione, che lascia cadere pezzetti della Storia come cenere dal sigaro. “S’immagini” mi diceva, “un giovane critico ha parlato d’impegno politico a proposito del Libro dei fischi; l’unica politica che m’interessa è quella dello struzzo.”

13 aprile 1981

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Settembre 8, 2009 Pubblicato in: Pagine   Leggi Tutto

Pagine/Yates, Revolutionary road

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Richard Yates, Revolutionary road, Minimum Fax

“Revolutionary road” è il magnifico romanzo di esordio di Richard Yates. Pubblicato nel 1961, presentava sulla quarta di copertina una frase di Tennesse Williams che la casa editrice Minimum Fax ha mantenuto per questa edizione italiana: “Se nella letteratura americana moderna ci vuole qualcos’altro per fare un capolavoro, non saprei dire cosa.”

Narra le vicende di una coppia middle-class, Frank ed April Wheeler, colta nella metà degli anni cinquanta. Vivono nella zona residenziale del Connecticut occidentale, dove risiedono molti impiegati che fanno da pendolari con New York, con i loro due bambini piccoli. L’apparente “normalità” delle loro vite, simile a quella dei loro vicini, nasconde un coacervo di tensioni, di illusioni, di frustrazioni e di insoddisfazioni. I Wheeler si sforzano di essere meno conformisti dei loro amici vicini, sognano un futuro meno grigio, vorrebbero fuggire dallo stereotipo borghese nel quale temono di essere caduti. Una ricerca della felicità continuamente ostacolata da ritrattazioni, ripensamenti, timori, indolenza. I personaggi vorrebbero essere sempre qualcos’altro da quello che sono, ma sembrano non volersi impegnare fino in fondo per diventarlo.

Yates scava nella profondità delle loro personalità, mette a nudo i loro pensieri e le loro sensazioni. I loro pensieri si accavallano continuamente, un ragionamento ne nasconde uno successivo che potrebbe anche essere il contrario di quello precedente. Il suo non è un semplice atto d’accusa verso uno stile di vita “borghese” americano di quegli anni (peraltro valido anche in altre epoche e altri luoghi), ma qualcosa che va oltre. La sua è un’osservazione attenta e scrupolosa nei caratteri degli uomini e delle donne che vivono in quelle pagine, sulle loro idee e le loro convinzioni. Sulle forze che condizionano le loro esistenze. Richard Ford nella prefazione al romanzo parla di effetto narcotizzante che l’area suburbana (cuscinetto fra due esperienze di vita più dinamica, campagna/città) esercita sugli abitanti: “…gli stessi abitanti di quelle aree non sembrano altro che bestiame al pascolo affamato e inutile in cerca di una vita non migliore, ma solo più facile e meno responsabile. Tutti i personaggi di Revolutionary road non hanno un’idea precisa di chi siano veramente. Anzi, spesso sono pronti ad ammetterlo essi stessi.”

Emerge uno sguardo a tratti impietoso, eppure partecipe, non distaccato, e condito da uno spirito caustico. Yates ci costringe a guardare negli angoli meno accessibili delle personalità dei suoi personaggi e ci fa comprendere quanto siano vicini. Sempre Ford dice: “…ci ha mantenuto a una distanza dalla quale possiamo esercitare la nostra facoltà di giudizio e provare sollievo al pensiero che noi non siamo i Wheeler. (…) Ci invita a fare attenzione, a stare all’erta, a badare bene, e a vivere la vita come se avesse importanza quello che facciamo, poiché fare di meno mette in pericolo tutto quanto.” Marco Lumini

“April doveva aver passato la mattinata in preda a pensieri angoscianti, percorrendo su e giù le stanze di una casa mortalmente silenziosa, mortalmente pulita, e torcendosi le mani fino a farsele dolere; doveva aver passato un pomeriggio di attività frenetica al centro commerciale, guidando rabbiosamente la macchina tra una selva di sensi unici e agenti stradali irritabili, correndo dentro e fuori dai negozi per comprare i regali e il manzo da fare arrosto e la torta e il grembiulino. L’intera sua giornata era stata un’eroica preparazione di questo istante di autoumiliazione; e ora il momento era giunto, e che le prendesse un colpo se permetteva a qualcuno la minima interferenza.

“E’ stato quando eravamo in Bethune Street”, disse. “Quando sono rimasta incinta di Jennifer e ti ho detto che volevo… insomma, abortire, liberarmi di lei. Voglio dire, fino a quel momento tu non volevi un bambino più di quanto lo volessi io – e perchéavresti dovuto volerlo, poi? – ma poi sono andata a comprare quella siringa di gomma e ho scaricato su di te tutta la faccenda. Era come dire: D’accordo, allora, se proprio lo vuoi questo bambino, la responsabilità sarà tua, solo tua. Dovrai farti in quattro per provvedere a noi. Dovrai rinunciare all’idea di essere qualcosa d’altro, in questo mondo, all’infuori di un padre. Oh, Frank, se solo tu mi avessi fatto quel che mi meritavo – se solo mi avessi dato della stronza e m’avessi voltato le spalle, avresti scoperto subito il mio bluff. Con tutta probabilità non ce l’avrei fatta ad andare fino in fondo – Tanto per cominciare, non ne avrei avuto il coraggio – ma tu, niente. Eri troppo buono, tu, troppo giovane, e spaventato; hai continuato a darmi corda, ed è così che tutto è cominciato. E’ stato così che noi due abbiamo accettato quest’enorme illusione, perché di questo si tratta: un’enorme illusione: l’idea che, una volta messa su famiglia, la gente debba rinunciare alla vita reale e “sistemarsi”. E’ la grande menzogna sentimentalistica piccolo borghese, la menzogna che ti ho obbligato ad accettare per tutto questo tempo. Ti ho obbligato a vivere secondo questa menzogna! Dio mio, sono giunta al punto di creare questa immagine di me stessa completamente melensa, da dramma borghese – e penso che sia stato proprio questo ad aprirmi gli occhi – quest’immaginedi me stessa come la ragazza che avrebbe potuto diventare l’Attrice con la a maiuscola, se non si fosse sposata troppo giovane. E tu sai perfettamente che non sono mai stata un’attrce e non ho mai davvero aspirato a diventarlo; sai benissimo che se mi sono iscritta alla scuola di recitazione è stato solo per andarmene di casa, e io lo so quanto te. L’ho sempre saputo. Ed ecco che per tre mesi di fila mi sono portata stampata in faccia questa nobile espressione dolce-amara. Fino a che punto ci si può illudere, mi chiedo? Ti rendi conto che è roba da nevrosi? Volevo avere tutte e due le cose, io: non mi bastava averti rovinato l’esistenza volevo anche che il cerchio di questa mostruosità si chiudesse, e che fossi tu a far la figura di aver rovinato la mia, in modo da poter sembrare io la vittima, alla fine. Non è spaventoso? Eppure è vero, è vero!”

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Settembre 7, 2009 Pubblicato in: Pagine   Leggi Tutto

Pagine/Simona Vinci, Dei bambini non si sa niente

Sarà che quando l’ho finito era notte, sarà che l’ho letto tutto d’un fiato, ma questo libro l’ho trovato troppo doloroso, troppo. Anche questa mattina, dopo avere atteso un po’ che si attenuasse prima di scriverne. A tratti anche disgustoso. Sono uscita sconfitta dalla lettura di ”Dei bambini non si sa niente” di Simona Vinci, edizione Einaudi-Stile libero. Non c’è alcuna redenzione, in nessuna parte del romanzo. Non dico che ci debba essere sempre e per forza ma qui ho come avuto l’impressione che il male fosse gratuito, che tutto questo dolore e il senso di schifo fossero stati messi ad arte.
Si tratta della storia di un gruppetto di bambini, tre di dieci anni e due sui quattordici, che vengono condotti da uno dei due quattordicenni sulla strada della conoscenza sessuale, all’inizio, e poi della perversione e infine della morte di uno di loro. E’ ambientato nelle campagne bolognesi e, a differenza di Cesare Garboli della Repubblica che, nella quarta di copertina, dice: “A leggere la Vinci mi è venuta voglia di ripassare di là. Chissà cosa sono diventati, Budrio e Medicina…”, come se si trattasse del racconto di un’allegra scampagnata, io per un po’ non ci voglio passare.
Il tema dell’infanzia è attuale, non tanto e non solo perché è frequente nella letteratura più nuova, mi viene in mente anche Rosella Postorino con “L’estate che perdemmo Dio” sempre di Einaudi, ma perché, per contrappasso, ho come l’impressione che ci sia un rifiuto del tema. Perché quando propongo un libro o un racconto sull’infanzia sono io stessa trattenuta dal farlo e dopo vedo anche una certa ritrosia in chi riceve la mia proposta. Che cosa ci spaventa così tanto dell’infanzia, dei suoi dolori e anche delle sue gioie? Forse il fatto, mi rispondo da sola, che si tratta di qualcosa di passato, di irrimediabile? Forse il fatto che è più salutare guardare il bicchiere mezzo pieno, il presente intendo, nel caso in cui si abbia sofferto nel passato?
E poi mi chiedo chi sono stati questi scrittori giovani contemporanei venti, trent’anni fa, com’era l’infanzia di venti, trent’anni fa? Così tremenda? Così sola? Così disperata? E forse nel passato solo Dickens si è occupato di infanzia in questo modo così persistente?
Scusate questa lista di domande, sono solo una parte.
L’impressione che ho è che ci sia ancora molto da dire, che non si sia detto ancora bene che cosa un’infanzia dolorosa è, o cosa è stata, intendo un’infanzia dolorosa contemporanea e ambientata nell’opulento occidente. Penso sia troppo facile scrivere di questo tema come ha fatto la Vinci, troppo facile disgustare in questo modo e addolorare in questo modo. Chiunque ne uscirà disgustato e addolorato.
Pensiamo forse che non esistano le violenze sessuali tra e su i bambini? Il telegiornale ce ne risparmia forse qualcuna? Non ci dispiace quando ne leggiamo o ne vediamo? Certo che soffriamo. Ne leggiamo, ascoltiamo tutta la storia, i dettagli e soffriamo. Ma la letteratura non deva fare lo stesso gioco della televisione e dei giornali, non deve fare spettacolo, deva farci vedere.
Io vivo qui, ho vissuto qui, tra gli europei benestanti, tra la gente apparentemente serena, con un lavoro, una casa, gli amici, il cinema il sabato sera, il pranzo con i nonni la domenica e quindi parlo di questo. Ecco, in questa realtà piccolo borghese i bambini hanno comunque sofferto, anche i bambini hanno sofferto. Ma si tratta di un dolore subdolo, indicibile, inscrivibile, silenzioso, piccolo. Un dolore nascosto tra le pieghe della quotidianità, difficile da rendere. E’ faticoso lavorare sui silenzi, sui gesti, sulla solitudine. E’ difficile rendere la stessa esplosione di una morte per violenza sessuale.
Questo capitolo, che riporto integralmente, rappresenta l’inizio del secondo momento di svolta del romanzo. Dalla conoscenza sessuale alla perversione sessuale. Silvia Mantovani

Capitolo 16
“All’improvviso era successo qualcosa. Ancora una volta, uno spostamento impercettibile, un deragliamento. Era qualcosa che succedeva dentro di loro, non era chiaro se prima dentro uno e subito dopo in tutti gli altri, come un virus contagioso, o piuttosto come una febbre comune che era cresciuta allo stesso ritmo nel gruppo, come se il gruppo fosse un organismo indipendente, che li raccoglieva dentro di sé annullando le differenze. Un cuore composto, grosso, che batteva a un ritmo proprio. Un ritmo violento e inarrestabile.
Era stata una specie di ridefinizione delle gerarchie interne. Mirko aveva allargato un poco i confini del suo potere, lo aveva ribadito, inserendo delle varianti ai giochi, ma gli altri non avevano opposto alcuna resistenza, non avevano fatto domande, non sembravano nemmeno stupiti, avevano accettato che il capo riconosciuto affermasse il suo potere ancora una volta. Non si trattava di passività, semplicemente, i suggerimenti di Mirko erano le cose che si sarebbero dovute fare comunque, l’evoluzione necessaria.

Dentro il capannone c’era un silenzio afoso. Il registratore era spento. Stavano seduti sul materasso, zitti, senza muoversi. Aspettavano. Aspettavano che Mirko facesse qualcosa, perché era chiaro, si vedeva dalla sua faccia, che quello era un pomeriggio diverso, che c’era qualcosa che non sapevano, qualcosa di nuovo. Poi Mirko aveva aperto lo zaino e buttato sul letto un fascio di giornali. Atterrando, avevano fatto un rumore rapido e violento, come lo schiocco di una frusta.

Le riviste questa volta erano diverse dalle altre, diverse davvero da tutte quelli che avevano usato finora. Ironiche, alcune, con tutte queste persone vestite da pagliacci con mutandoni di cuoio, borchie dappertutto e fruste in mano. Le espressioni divertite e un po’ ebeti. Alcuni con la faccia cattiva, ma si capiva che era una finta. Poi, dal mucchio, ne era saltata fuori una diversa. Era stato Mirko a farla scivolare in mezzo alle altre con una mossa rapida della mano. Dal suo zaino, al mucchio. Bianco e nero, sobria, da passare inosservata, con le pagine più piccole.
L’avevano sfogliata in silenzio. Senza fare commenti. Greta aguzzava gli occhi perché stava in fondo al letto, dalla parte del muro, e le schiene degli altri seduti sul bordo del materasso le coprivano la visuale. Martina stava tra le braccia di Mirko, seduta in mezzo alle sue cosce aperte, la schiena appoggiata al petto di lui. Uno schiocco di pelle sudata tutte le volte che si muoveva.
Le foto erano brutte, sovraesposte o scurissime, molto sgranate. Sembravano fotocopie di fotocopie.
Nessuno di loro aveva mai chiesto a Mirko da dove venissero le riviste, però questa volta la domanda era venuta spontanea.
Mirko non aveva risposto, si era acceso una sigaretta tirandola fuori coi denti dal pacchetto e aveva sbuffato il fumo verso l’alto. Una spirale azzurra in salita verso la finestrella aperta.
La prima foto: un uomo, età apparente trenta, trentacinque anni, le mani legate con una corda e fermate a un gancio, le braccia sollevate in alto. Un arpione da balene conficcato nel ventre e un ferro lungo e sottile infilato nell’apertura del sesso. Gli occhi, due orbite vuote.
Un uomo, anche questo sui trenta, lo scroto inchiodato a una tavoletta di legno e il prepuzio cucito con un grosso filo di nylon.
Una donna non troppo giovane, nemmeno tanto bella, nuda, i polsi legati, gettata per terra a pancia sotto, con i capelli avvolti intorno al collo e un oggetto che spuntava dal solco delle natiche. Un oggetto stretto e lungo, un bastone forse, ma non si capiva.
Poi una serie di foto collegate, un servizio intitolato Branding: Nella prima foto, una donna di spalle, le braccia sollevate sulla testa e legate per i polsi con una corda fissata al soffitto, le gambe divaricate su tacchi spropositati e il culo offerto alla telecamera, proprio al centro della fotografia. Un culo candido e perfetto, a mandolino. Di fianco a lei, in ginocchio, un uomo incappucciato, il braccio muscoloso che regge un attrezzo simile a un enorme timbro, sta avvicinando l’estremità fumante alla natica sinistra della donna.
Nella pagina seguente l’uomo incappucciato era scomparso, scomparsi anche il braccio muscoloso e l’enorme timbro. L’obiettivo ha inquadrato soltanto la natica della donna, marchiata a fuoco. La pelle gonfia e rossa intorno al disegno di una rosa con le spine, carne cotta, color bistecca al sangue.
Nel pacco delle riviste nuove ce n’era un’altra in bianco e nero. Le foto erano belle, i corpi levigati e abbronzati, le pose sensuali e languide. Erano bambini, bambini come loro. Correvano sua una spiaggia, si lanciavano tra i flutti con i muscoli delle gambe tesi e lucidi di olio solare, la pelle liscia e tenera, i capelli spettinati. C’erano delle ragazzine allungate tra rocce calcaree, bucherellate dalla onde. Guardavano l’obiettivo con occhi fondo e sgranati. Senza sorriso. Le ossa del bacino sporgevano dai fianchi stretti e dalle linee tese del ventre. Erano foto tranquille, fuori dal tempo, sembravano piccoli dèi del mare e dei boschi. Esiliati da tutto. Erano come loro, sì, però erano anche diversi.
Quella rivista, l’avevano sfogliata senza troppo interesse. Senza convinzione. In fondo, tra le ultime due pagine c’erano delle altre fotografie tenute assieme da una graffetta. Erano sempre ragazzini. Alcuni molto piccoli. E le foto non erano belle come quelle precedenti, assomigliavano a quelle della rivista di prima, erano scure, sottoesposte. Le ombre mordevano i volti e li facevano diventare paurosi. Non c’erano adulti, nelle foto, ma la loro presenza si sentiva, erano lì, tutt’intorno, animali in agguato, con gli artigli già piantati dentro la carne delle vittime. Ragazzini attorcigliati tra loro, travestiti, truccati, le mani affondate nella carne, le bocche piene di pezzi di altri corpi, dita, sessi, capelli. Giocavano con degli oggetti, falli di gomma, bottiglie.

Di colpo, mentre guardava le foto, a Mirko era venuto in mente quello che gli aveva detto il vecchio, il tizio che guidava la macchina bianca e che scherzava con lui recitando la parte del giovane, come se avessero la stessa età e fossero entrambi scafati e pronti a tutto. Lo faceva sentire a disagio, a volte gli faceva anche un po’ pena.
Se tu e i tuoi amici vi faceste qualche foto, così per giocare, qualche scatto, c’è da farci dei bei soldi…non ti fa schifo no, avere qualche soldo in tasca?
Pensaci.
Era stato un lampo. Poteva farlo, sì. Non avrebbe detto niente, l’avrebbe fatto e basta, senza avvertirli. Li avrebbe presi a tradimento, non avrebbero capito niente e di sicuro non si sarebbero opposti, non a lui. Di soldi, c’era sempre bisogno. E con due foto, non faceva male a nessuno.

Non era stata più la stessa cosa, dopo quelle riviste. Avevano lasciato perdere, per un po’. La piazzetta sembrava un deserto. Mirko era stato due giorni via senza dire dove andava, a Martina era venuta la febbre. Greta era partita per il mare.
Però era durata poco, dopo neanche una settimana erano di nuovo al capannone, tutti. Anche Greta: sua nonna era stata male e tutta la famiglia era dovuta tornare indietro.
Avevano ricominciato dall’inizio, come se quelle riviste, le ultime, non ci fossero mai state. Avevano provato i giochi di prima, quelli semplici che conoscevano bene. Però sentivano che c’era qualcosa di strano, qualcosa che non si poteva dire con le parole, era una specie di bugia muta.
Non erano più uguali a prima.

Quel pomeriggio che avevano ricominciato, Greta era strana, diceva di aver fame e poi sonno e poi noia, una lamentela continua fino a che Martina non aveva cominciato a baciarle il collo pianissimo, come le piaceva, e allora si era calmata, come ipnotizzata.
L’avevano legata, era stata Martina a farlo, seguendo le istruzioni di Mirko. Gli altri due stavano a guardare. Greta rideva, le sembrava di essere un cotechino con tutti quei giri di corda avvolti intorno alle gambe e ai fianchi. Però, quando Mirko si era avvicinato e aveva tirato le estremità della corda per bene, aveva smesso di ridere, erano troppo stretti quei nodi e la pelle aveva già cominciato a diventare livida e a pizzicare. Un esercito di formiche che le camminava addosso e la mordeva. Le girava la testa, adesso aveva un giro di corda intorno al collo e il respiro era diventato più lento. Si era assopita, abbandonandosi sul materasso.

L’avevano lasciata lì, stesa sul letto con le caviglie legate e i polsi fermati con un moschettone grande. La cera di una candela rossa sciolta sul collo, sulla pancia e la pelle arrossata, a chiazze. Martina era imbavagliata e Luca stava sopra di lei tenendole le mani ferme con le sue. Mirko era in piedi davanti al materasso, con una corda avvolta intorno alla mano destra e l’estremità tesa nella sinistra, una specie di frusta.
Era stato divertente per un po’. Non era serio, ridevano anche. Martina, più tardi, tra le braccia di Mirco, con la sua mano tra le cosce, sul posto segreto, aveva fatto quel gioco che sapevano, un gioco che finiva con due o tre guizzi fortissimi e il batticuore. I suoi denti appuntiti avevano lasciato un segno rosso sulla spalla di lui. Una mezzaluna dentata, perfetta.

Erano stati tutti zitti. Si erano alzati e avevano messo a posto: corde, candele, moschettoni, tutto raccolto dentro lo zaino di Luca, nascosto dietro una cassa nel capannone. Si erano salutati davanti al portone del palazzo, senza fare programmi.
Il sole era già sceso dietro i campi.

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Agosto 27, 2009 Pubblicato in: Pagine   Leggi Tutto

Pagine/Everyman, Philip Roth

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“Everyman” – Philip Roth Einaudi

Un uomo qualunque, oppure un uomo come tanti altri, con la sua vita fatta di momenti da ricordare, di gioie e di dolori. Una storia di morte, di malattie, di errori e di rimpianti. Del decadimento di un corpo, del nostro corpo e della paura che ci accompagna nel percorso verso la mortalità.

Senza seguire un filo cronologico Roth ci porta nella vita di un ex pubblicitario aprendo il romanzo con il suo funerale per poi andare a ritroso nella sua vita facendo avanti e indietro come su un nastro. Ci racconta così delle sue tre mogli, dei due figli maschi che lo odiano e della figlia Nancy che lui adora. Del fratello che stima immensamente e che arriva poi ad invidiare. Dell’amore immenso per la seconda moglie, che ha buttato via per un irrefrenabile impulso al tradimento, e che comunque lo accompagna tristemente fino alla fine dei suoi giorni. Marco Lumini

“L’anno dopo i tre stent fu messo kappaò per breve tempo su un tavolo operatorio mentre gli inserivano in modo permanente un defibrillatore come salvaguardia contro i nuovi sviluppi che mettevano in pericolo la sua vita e che, insieme alla cicatrice nella parete posteriore del cuore e alla sua eiezione borderline, lo trasformavano in un candidato a una fatale aritmia cardiaca. I l defibrillatore era una scatolina metallica grande come un accendino; si trovava nella parete superiore del torace, sotto la pelle, a pochi centimetri dalla spalla sinistra, con i fili attaccati al suo cuore vulnerabile, pronto a dare una scossa per correggere il battito cardiaco – e confondere la morte - se esso diventa pericolosamente irregolare.

Nancy era stata con lui anche per questa procedura, e dopo, quando lui tornùò nella sua stanza e abbassò un lato del camice per mostrarle il visibile gonfiore del defibrillatore incastonato sotto la pelle lei fu costretta a distogliere lo sguardo. – Tesoro, – le disse lui, – è solo per proteggermi… Non c’è ragione per agitarsi. – Lo so che è per proteggerti. Sono contenta che esista una cosa capace di proteggerti. E’ solo uno shock da vedere perché… – ed essendo andata troppo oltre nella frase per trovare una bugia consolatoria, disse: – perché tu sei sempre stato così giovanile. – Be’, sarò più giovanile col defibrillatore che senza. Potrò fare tutto quello che voglio, senza però dovermi preoccupare che l’aritmia mi faccia correre un grave pericolo – . Ma l’impotenza l’aveva fatta impallidire, e Nancy non riuscì a impedire alle lacrime di scorrerle sul viso: voleva solo che suo padre fosse com’era quando lei aveva dieci e undici e dodici e tredici anni, senza impadimenti o invalidità: la stessa cosa che voleva lui. Non poteva volerlo quanto lo voleva lui, ma in quel momento lui trovò il proprio dolore più facile da accettare di quello di sua figlia. Forte era il desiderio di dire qualcosa di tenero per alleviare i suoi timori, come se, ancora una volta, la più vulnerabile dei due fosse lei.”

“Quando era fuggito da New York aveva scelto la costa come nuova casa perché aveva sempre amato nuotare tra i marosi e battersi contro le onde, e per i bei ricordi d’infanzia che aveva di quel tratto di spiaggia del NewJersey, e perché, anche se Nancy non si fosse unita a lui, si sarebbe trovato a poco più di un’ora di macchina da lei, e perché vivere in un ambiente rilassante e confortevole avrebbe sicuramente giovato alla sua salute. Nella sua vita non c’erano altre donne. Sua figlia non mancava mai una volta di telefonargli la mattina prima di andare al lavoro, ma per il resto il suo telefono squillava di rado. Non cercava più l’affetto dei figli di primo letto; né per la loro madre né per loro aveva mai fatto nulla di giusto, e opporsi all’insistenza di queste accuse richiedeva una dose di combattività che era ormai scomparsa dal suo arsenale. La combattività era stata rimpiazzata da una grande malinconia. Se nella solitudine delle sue lunghe serate cedeva alla tentazione di qualcuno di loro, dopo si sentiva sempre rattristato, rattristato ed esausto.

Randy e Lonny erano la fonte dei suoi rimorsi più profondi, ma non poteva continuare a spiegargli il suo comportamento. Ci aveva provato spesso quando erano dei ragazzi: ma allora erano troppo giovani e arrabbiati per capire, e adesso erano troppo vecchi e arrabbiati per capire. E in fondo cosa c’era da capire? Gli riusciva inspiegabile, l’emozione che ancora riuscivano seriamente a ricavare dalla sua condanna. Aveva fatto quello che aveva fatto nel modo in cui l’aveva fatto così come loro facevano quello che facevano nel modo in cui lo facevano. Era forse più scusabile la loro posizione, quella irremovibile di chi non perdona? O forse meno nociva nei suoi effetti? Lui non era altro che uno dei milioni di americani coinvolti in una causa di divorzio che aveva smembrato una famiglia. Ma aveva forse picchiato la loro madre? Aveva forse picchiato anche loro? Aveva mancato di mantenere la loro madre o mancato di mantenere anche loro? (…) Cos’avrebbe potuto fare, di diverso, che lo avrebbe reso più accettabile, tranne ciò che non poteva fare, cioè continuare a essere sposato e a vivere con la loro madre? O la capivano o non la capivano; e tristemente per lui (e per loro) non lo capivano. Così come avrebbero mai potuto capire che lui aveva perso la stessa famiglia che avevano perso loro. E senza dubbio c’erano delle cose che era lui a non poter capire. Se quello era il caso, non era meno triste. Nessuno poteva dire che non ci fosse abbastanza tristezza per tutti, o abbastanza rimorsi per suggerire la filza di domande con cui cercava di difendere la storia della sua vita.”

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Agosto 24, 2009 Pubblicato in: Pagine   Leggi Tutto

Pagine/Un ragazzo, di Nick Hornby

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Un ragazzo – Nick Hornby

Questo romanzo (pubblicato da Guanda) è molto piacevole, si legge in poco tempo, intelligente e sincero. E’, credo, la prova di come sia possibile scrivere cose belle senza per forza cercare il dramma. O per meglio dire, del dramma c’è ma non è vissuto in modo così tragico da non lasciare speranze.

La storia è racconta dell’incontro tra un ragazzo di dodici anni di nome Marcus e un uomo di trentasei anni di nome Will. Marcus è un ragazzo che ha difficoltà ad avere amici. I suoi genitori sono separati e vive con la madre che lo ha educato a pensare che è più importante come sei dentro di come appari E’ vittima dei bulli della sua scuola perché è un po’ strambo per la sua età. E lui ne è cosciente. Veste abiti scombinati, ha un taglio di capelli strano fatto dalla madre, ascolta la musica Joni Mitchell, è vegetariano e ogni tanto canta ad alta voce, senza volerlo, canzoni che gli passano per la testa. I suoi gusti sono i gusti della madre. In parole povere è un ragazzo che non sa come essere ragazzo. Will è un uomo di trentasei anni che non ha mai lavorato un giorno in vita sua e vive grazie alla rendita sui diritti d’autore per una canzone natalizia, che lui detesta, scritta tempo prima dal padre. Non ha veri amici, solo compagni di pizza e cinema, gente che conosce al pub o nel negozio di musica. Gli piacciono molto le donne ma non vuole impegnarsi in una relazione seria ed è terrorizzato all’idea di avere figli. Non vive la sua vita, preferisce guardare quella degli altri come se guardasse un film alla tv. E’ un uomo che non vuole crescere. Quando le loro vite si incrociano è un po’ come se si scambiassero i ruoli. Marcus osservando Will imparerà da lui ad essere un po’ più ragazzo e Will, prendendosi a cuore i problemi di Marcus, ad essere un po’ uomo.

Il modo di scrivere di Nick Hornby è brillante, pieno di umorismo e, direi, lineare. Al pensiero corrisponde una azione a cui corrisponde una conseguenza. Le descrizioni dei luoghi sono ridotte al minimo come se fossero gli sfondi di cartapesta di un teatro. Personalmente devo dire che sento la mancanza dei luoghi e della loro descrizione. Poi, manca qualcos’altro in questo romanzo. Non so, forse è un desiderio comune la presenza di un dramma senza via di scampo in una storia. Mi sembra che manchino, o siano troppo poche, le parole che escono dalle viscere dell’autore. Perché l’arte non si può fare solo con la mente per quanto questa sia intelligente.

Andrea Teodorani.

[...] Non era più necessario avere una vita propria: bastava dare una sbirciatina alla vita di qualcun altro, come veniva vissuta nei giornali e in EastEnders, nei film e nelle canzoni jazz squisitamente tristi o nei rap duri. A vent’anni Will sarebbe stato sorpreso e forse deluso di sapere che a trentasei anni non avrebbe avuto ancora una vita propria, ma a trentasei Will non ne soffriva un granché; c’erano anche meno casini. Casino! L’appartamento di un suo amico, John, ne era pieno. John e Christine avevano due bambini – il secondo era nato la settimana prima, perciò Will dovette andare a trovarli – e un appartamento che, non poteva fare a meno di pensarlo, era una vergogna. Pezzi di plastica dai colori vivaci sparsi dappertutto sul pavimento, videocassette senza custodia vicino al televisore, il copridivano bianco che sembrava fosse stato usato come un gigantesco pezzo di carta igienica, anche se Will preferiva pensare che le macchie fossero di cioccolata… Com’era possibile vivere così? Christine entrò tenendo in braccio il neonato mentre John, in cucina, gli preparava una tazza di tè. “Questa è Imogen” disse. “Oh” disse Will. “Bene”. E poi che cosa doveva dire? Sapeva che c’era qualcos’altro ma per nulla al mondo riusciva a ricordarsi cosa. “E’…” No. Niente da fare. Allora concentrò i suoi sforzi comunicativi su Christine. “E tu come stai, Chris?”. “Eh, sai. Un po’ svuotata”. “Troppo lavoro?”. “No. Ho solo avuto una figlia”. “Ah. Già.” Il discorso tornava sempre a quella fottuta neonata. “Dev’essere piuttosto stancante, immagino”. Aveva aspettato apposta una settimana per non dover parlare di questo genere di cose, ma non era servito a molto. Ne stavano parlando comunque. John entrò con un vassoio e tre grosse tazze di tè. “Barney è andato dalla nonna oggi” disse, senza alcuna ragione evidente, almeno per Will. “Come stà Barney?” Barney aveva due anni, ecco come stava Barney, e quindi non era di alcun interesse per nessuno tranne che per i suoi genitori, ma, di nuovo, per ragioni che Will non riusciva a spiegarsi, un commento da parte sua sembrava necessario. “Sta bene, grazie” disse ohn. “E’ proprio un diavoletto, sai e non ha ancora capito bene che farsene di Imogen, ma …è adorabile.” Will aveva già visto Barney, e sapeva per certo che non era adorabile, perciò decise di lasciar cadere quei discorsi senza né capo né coda. “E tu come stai Will?” “Sto bene, grazie” “Ancora nessun desiderio di una famiglia tutta tua?” Preferirei mangiarmi uno dei pannolini sporchi di Barney, pensò. “Non ancora.” “Ci preoccupi.”disse Christine. “Sto bene così, grazie.” “Sarà.” disse Christine in modo un po’ compiaciuto. Quei due cominciavano a fargli venire il mal di pancia. Era già abbastanza brutto che avessero dei bambini loro; perché mai volevano peggiorare le cose incoraggiando gli amici a fare lo stesso? Da alcuni anni ormai Will era convinto che fosse possibile barcamenarsi senza doversi rendere infelici come John e Christine stavano facendo (ed era sicuro che fossero infelici, anche se il lavaggio del cervello, nel loro caso, era ad uno stadio così avanzato da impedirgli di prendere atto della loro stessa infelicità). Dovevi avere soldi, certo – l’unica ragione per fare figli, per come la vedeva Will, era che così potevano prendersi cura di te quando eri vecchio, inutile e al verde – ma lui aveva i soldi, il che significava poter evitare il casino e il copridivano modello carta igienica e la patetica necessità di convincere gli amici a rendersi tanto infelici quanto te, Una volta John e Christine erano in gamba, davvero. Quando Will stava con Jessica, avevano l’abitudine di andare a ballare tutti e quattro assieme un paio di volte la settimana. Jessica e Will si lasciarono quando a Jessica venne voglia di scambiare la futilità e la frivolezza per qualcosa di più solido; a Will era mancata, per un po’, ma gli sarebbe mancato di più l’andare a ballare. (La vedeva ancora, ogni tanto, a pranzo, per una pizza. Lei gli faceva vedere le foto dei suoi bambini, gli diceva che lui stava buttando via la sua vita e che non sapeva com’era e lui le diceva quanto era fortunato a non sapere com’era e lei gli diceva che non c’era comunque tagliato e lui le rispondeva che non aveva alcuna intenzione di scoprire se aveva ragione o meno; poi sedevano in silenzio e si guardavano in cagnesco.) Adesso John e Christine avevano imboccato la via dell’oblio già presa da Jessica e lui non sapeva proprio che farsene di loro. Non voleva conoscere Imogen, o sapere come stava Barney e non voleva sentire quanto era stanca Christine. Per loro ormai non c’era che questo. Non avrebbe più perso tempo con loro. “Ci chiedevamo” disse John “se ti piacerebbe fare da padrino a Imogen.” Erano tutti e due lì seduti con un sorriso pieno di speranza sul volto, quasi lui fosse sul punto di balzare in piedi, scoppiare in lacrime e scaraventarli sul tappeto in un euforico abbraccio. Will rise nervosamente. “Padrino? Chiesa e via dicendo? Regali di compleanno? Adozione se morite in un incidente aereo?” “Esatto” “State scherzando” “ Abbiamo sempre pensati che tu abbia delle profondità nascoste” disse John. “Ah, ma vedete anche voi che non le ho. Sono davvero così superficiale.” Stavano ancora sorridendo. Non avevano afferrato. “Sentite: sono commosso che me lo abbiate chiesto. Ma non riesco a pensare a una cosa peggiore. Davvero. E’ proprio che non è il mio genere di cose.” Non si trattenne ancora a lungo. [...]

[...] Marcus non si era stupito di Will, non molto. Se gli avessero chiesto chi era il suo miglior amico, avrebbe detto Ellie: non solo perché era gentile con lui e lo era sempre stata, a parte la prima volta che l’aveva incontrata, quando l’aveva chiamato piccolo insulso bastardello di merda. Quella volta non era stata molto gentile. Non sarebbe stato giusto neppure dire che Will non era stato gentile con lui: gli aveva comprato le scarpe da ginnastica, due videogiochi, gli offriva le focaccine e così via, ma era giusto dire che a volte Will non sembrava entusiasta di vederlo, soprattutto se andava a trovarlo per quattro o cinque giorni di fila. Ellie, invece, gli gettava sempre le braccia al collo e lo riempiva di attenzioni, e quello, pensava Marcus, doveva voler dir qualcosa. Stavolta però non sembrava impazzire di gioia di vederlo. Aveva l’aria distratta e un po’ giù, e quando andò a trovarla in classe durante l’intervallo non disse niente, figuriamoci se fece qualcosa. Zoe era seduta vicino a lei, la guardava e le teneva la mano. “Cos’è successo?” “ Non hai sentito?” disse Zoe. Marcus non sopportava la gente che gli diceva così, perché lui non sentiva mai niente. “Mi sa di no” “Kurt Cobain.” “Cosa gli è successo?” “Ha tentato di suicidarsi. Si è fatto un’overdose.” “Adesso sta bene?” “Crediamo di sì. Gli hanno fatto la lavanda gastrica.” “Bene.” “Bene un cavolo” disse Ellie. “No” disse Marcus. “Ma…” “Ci riuscirà, sai” disse Ellie. “Alla fine, ci riescono sempre. Vuole morire. Non era un grido d’aiuto. Odia questo mondo.” Marcus d’un tratto si sentì male. Da quando aveva lasciato l’appartamento di Will, la sera prima, aveva continuato ad immaginare questa conversazione con Ellie, e lei che lo tirava su di morale come Will non avrebbe mai potuto fare, e invece non era affatto così; al contario, la stanza stava cominciando lentamente a girare, e a svuotarsi di ogni colore. “Come lo sai? Come lo sai che non stava facendo qualche cavolata? Scommetto che non farà più niente di simile.” “Tu non lo conosci” disse Ellie. “Neanche tu” le urlò Marcus. “Non è neanche una persona reale. E’ solo un cantante. E’ solo una faccia su una felpa. Non è mica come se fosse la mamma di qualcuno.” “No, è il papà di qualcuno, scemotto.” disse Ellie. “E’ il papà di Frances Bean. Ha una splendida bambina ma vuole morire lo stesso. Quindi…” Marcus sapeva, o almeno credeva di sapere. Si voltò e corse via. Decise di saltare le due ore di lezione successive. Se fosse andato a matematica, si sarebbe seduto a sognare e sarebbe stato chiamato e deriso mente tentava di rispondere a una domanda che era stata fatta un’ora o un mese prima, o che non era stata fatta per niente. Aveva voglia di starsene da solo a pensare un po’ come si deve, senza essere interrotto per cose che non c’entravano, quindi andò nel bagno dei ragazzi vicino alla palestra e si chiuse in quello di destra, perché lungo il muro passavano dei tubi di acqua calda sui quali ci si poteva quasi accoccolare. Dopo qualche minuto arrivò qualcuno che iniziò a dare calci alla porta. “Marcus sei lì dentro? Mi dispiace. Mi ero dimenticata di tua mamma. E’ vero. Non è come Kurt.” Lui restò fermo un attimo, poi aprì la porta e diede un’occhiata intorno. “Come fai a saperlo?” “Perché hai ragione. Lui non è una persona reale.” “Lo dici solo per farmi star meglio.” “Ok, è una persona reale. Ma è un genere diverso di persona reale.” “In che modo?” “Non so. E’ così. E’ come James Dean e Marilyn Monroe e Jimi Hendrix e tutta quella gente lì. Sai che morirà, ma va bene così.” “Andrà bene per chi? Non per…come si chiama?” “Frances Bean?” “Si. Perché dovrebbe andar bene per lei? Non andrà bene per lei. Va bene solo per te.” Un ragazzo dell’anno di Ellie entrò per usare il bagno. “Fuo-ri” disse Ellie, come se lo avesse già detto un centinaio di volte, e come se il ragazzo non avesse comunque avuto alcun diritto di fare la pipì. “Stiamo parlando.” Lui aprì la bocca, poi vide con chi stava per iniziare a discutere e se ne andò. “Posso entrare?” disse Ellie quando uscì. “Se c’è posto.” Si schiacciarono uno accanto all’altra sui tubi caldi, ed Ellie tirò la porta verso di lei e mise il chiavistello. “Tu pensi che io so delle cose, ma non è vero” disse Ellie. “In realtà non le so. Non so niente di tutte queste storie. Non so perché lui sta come sta, o perché la tua mamma sta come sta. E non so come si sta a essere te. Penso che deve fare piuttosto paura.” “ Si.” Allora Marcus cominciò a piangere. Non era come un pianto rumoroso, gli occhi gli si riempirono di lacrime che iniziarono a rigargli le guance, ma era comunque imbarazzante. Non avrebbe mai pensato di poter piangere davanti ad Ellie. Lei gli mise un braccio intorno al collo. “Quello che più voglio dire è che non devi ascoltarmi. Queste cose, le sai più tu di me. Dovresti essere tu a dirmi qualcosa.” “Non so cosa dire.” “Allora parliamo di qualcos’altro.” Ma per un po’ non parlarono di niente. Se ne stettero lì seduti sui tubi, spostando il sedere quando avevano troppo caldo, e aspettando finché non ebbero voglia di ritornare nel mondo.

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Agosto 20, 2009 Pubblicato in: Pagine   Leggi Tutto

Pagine/Elsa Morante, La storia

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La Storia di Elsa Morante (Einaudi Super ET) è ambientata a Roma durante la seconda guerra mondiale. Il romanzo mette in contrasto la storia, così come la possiamo leggere sui libri, con la storia vissuta sulla propria pelle da una famiglia.

Ida è una vedova che vive con il figlio ribelle, Nino. Un giorno un soldato tedesco le usa violenza e da questa nasce Useppe (in realtà si chiama Giuseppe), un bambino fragile dai grandi occhi azzurri. Mentre Ida scappa da Roma, e poi vi ritorna, con Useppe, per sopravvivere alla guerra, Nino partirà come soldato fascista per tornare partigiano. Ma la guerra lascia delle cicatrici che non guariscono facilmente. Qui non c’è un lieto fine, è inutile nasconderlo al lettore, si capisce bene fin dalla prima pagina. La famiglia Mancuso, la madre Ida, i figli Nino e Useppe subiscono, loro malgrado, gli avvenimenti della Storia e ne pagano le conseguenze. Soprattutto il piccolo Useppe, che forse simboleggia la purezza della natura, nato da una violenza, troppo sensibile per la violenza del mondo. E’ un atto di accusa contro i potenti: sono gli innocenti a pagare per le loro scelte.

La prosa di Elsa Morante è come un ricamo, densa e continua. All’apparenza semplice e quasi infantile in realtà non lo è affatto. E’ anzi voluta per accentuare ancora di più il contrasto tra la storia dei libri con quella veramente vissuta. La Morante non nasconde nulla, ci dice tutto. E’ dalla storia nel suo insieme che il lettore deve trarre le proprie conclusioni.

Andrea Teodorani.

“Verso la carreggiata obliqua di accesso ai binari, il suono aumentò di volume. Non era, come Ida s’era già indotta a credere, il grido degli animali ammucchiati nei trasporti, che a volte s’udivano echeggiare in questa zona. Era un vocio di folla umana, proveniente, pareva, dal fondo delle rampe, e Ida andò dietro a quel segnale, per quanto nessun assembramento di folla fosse visibile fra le rotaie di smistamento e di manovra che s’incrociavano sulla massicciata intorno a lei. [...]

L’invisibile vocio si andava avvicinando e cresceva, anche se, in quel modo, suonava inaccessibile quasi venisse da un luogo isolato e contaminato. Richiamava insieme certi clamori degli asili, dei lazzaretti e dei reclusorii: però tutti rimescolati alla rinfusa, come frantumi buttati dentro la stessa macchina. In fondo alla rampa, su un binario morto rettilineo, stazionava un treno che pareva, a Ida, di lunghezza sterminata. Il vocio veniva da là dentro. Erano forse una ventina di vagoni bestiame, alcuni spalancati e vuoti, altri sprangati con lunghe barre di ferro ai portelli esterni. Secondo il modello comune di quei trasporti, i carri non avevano alcuna finestra, se non una minuscola apertura a grata posta in alto. A qualcuna di quelle grate, si scorgevano due mani aggrappate o un paio d’occhi fissi. In quel momento non c’era nessuna guardia al treno. La signora Di Segni era là, che correva avanti e indietro sulla piattaforma scoperta, con le sue gambucce senza calze, corte e magre, di una bianchezza malaticcia, e il suo spolverino di mezza stagione sventolante dietro il corpo sformato. Correva sguaiatamente urlando lungo tutta la fila dei vagoni con voce quasi oscena: “Settimio! Settimio!… Graziella!… Manuele!…Settimio!…Settimio!Esterina!…Manuele!…Angelino!…”. Dall’interno del convoglio, qualche voce la raggiunse per gridare d’andare via: se no quelli, tornando fra poco, avrebbero preso lei pure: “Nooo! No, che nun me ne vado!” essa in risposta inveì minacciosa e inferocita, picchiando i pugni contro i carri, “qua c’è la mia famiglia! Chiamateli! Di Segni! Famiglia Di Segni!”…”Settimioo!!” eruppe d’un tratto, accorrendo protesa verso uno dei vagoni e attaccandosi alla spranga del portello, nel tentativo impossibile di sforzarlo. Dietro la graticciòla in alto, era comparsa una piccola testa di vecchio. Si vedevano i suoi occhiali tralucere fra il buio retrostante, sul suo naso macilento, e le sue mani minute aggrappate ai ferri. “Settimio!! e gli altri?! Sono qua con te?”. “Vattene, Celeste”, le disse il marito, “Ti dico vattene subito, che quelli stanno per tornare…” Ida riconobbe la sua voce lenta e sentenziosa. Era la stessa che, a volte, nel suo bugigattolo pieno di roba vecchia, le aveva detto, per esempio, con savio e ponderato criterio: “Questo, Signora, non vale nemmeno il prezzo della riparazione…” oppure:”Di tutto questo, in blocco, posso darle sei lire…” ma oggi suonava atona, estranea, come da un atroce paradiso di là da ogni recapito. L’interno dei carri, scottati dal sole ancora estivo, rintronava sempre di quel vocio incessante. Nel suo disordine, s’accalcavano vagiti, degli alterchi, delle salmodie da processione, dei parlottii senza senso, delle voci senili che chiamavano la madre; delle altre che conversavano appartate, quasi cerimoniose, e delle altre che perfino ridacchiavano. E a tratti su tutto questo si levavano dei gridi sterili agghiaccianti; oppure altri, di una fisicità bestiale, esclamanti parole elementari come “bere!” “aria!”. Da uno dei vagoni estremi, sorpassando tutte le altre voci, una donna giovane rompeva a tratti in certe urla convulse e laceranti, tipiche delle doglie del parto. E Ida riconosceva questo coro confuso. Non meno che le strida quasi indecenti della signora, e che gli accenti sentenziosi del vecchio Di Segni, tutto questo misero vocio dei carri la adescava con una dolcezza struggente, per una memoria continua che non le tornava dai tempi, ma da un altro canale: di là stesso dove la ninnavano le canzoncine calabresi di suo padre, o la poesia anonima della notte avanti, o i bacetti che le bisbigliavano carina carina. Era un punto di riposo che la tirava di basso, nella tana promiscua di un’unica famiglia sterminata.

“E’ tutta la mattina che sto a girà…” La signora Di Segni protesa verso quel viso occhialuto alla graticciòla, s’era messa a chiacchierare frettolosamente, in una specie di pettegolezzo febbrile, ma pure nella maniera familiare, e quasi corrente, di una sposa che rende conto del proprio tempo allo sposo. Raccontava come stamattina verso le dieci, secondo il previsto, era tornata da Fara Sabina con due fiaschi d’olio d’oliva che ci aveva rimediato. E arrivando aveva trovato il quartiere deserto, le porte sbarrate, nessuno nelle case, nessuno nella via. Nessuno. E s’era informata, aveva chiesto qua, là, al caffettiere ariano, al giornalaio ariano. E domanda qua, e domanda là. Pure il Tempio deserto. “…e corri de qua, e corri de là, e da uno e da un artro…Stanno ar Colleggio Militare…a Termini…alla Tibburtina…”. “Vattene, Celeste”. “No che non me ne vado!! Io pure so’ giudia! Vojo montà pur’io su questo treno!!”. “Resciùd, Celeste, in nome di Dio, vattene, prima che quelli tornino”. “Noooo! No! Settimio! E dove stanno gli altri? Manuele? Graziella? Er pupetto?… Perché nun se fanno véde?” D’un tratto, come una pazza, ruppe di nuovo a urlare: “Angelinoo! Esterinaa! Manuele!! Graziella!!”[...] Della presenza di Ida, rimasta un poco indietro al limite della rampa, non s’interessava ancora nessuno; e lei pure s’era quasi smemorata di se stessa. Si sentiva invasa da una debolezza estrema; e per quanto, lì all’aperto sulla piattaforma, il calore non fosse eccessivo, s’era coperta di sudore come avesse la febbre a quaranta gradi. Però, si lasciava a questa debolezza del suo corpo come all’ultima dolcezza possibile, che la faceva smarrire in quella folla, mescolata con glia altri sudori. Sentì suonare delle campane; e le passò nella testa l’avviso che bisognava correre a concludere il giro della spesa giornaliera, forse le botteghe già chiudevano. Poi sentì dei colpo fondi e ritmati, che rimbombavano da qualche parte vicino a lei; e li credette, lì per lì, i soffi della macchina in movimento, immaginando che forse il treno si preparasse alla partenza. Però subitamente si rese conto che quei colpi l’avevano accompagnata per tutto il tempo ch’era stata qua sulla piattaforma, anche se lei non ci aveva badato prima; e che essi risuonavano vicinissimi a lei, proprio accosto al suo corpo. Difatti era il cuore di Useppe che batteva a quel modo. Il bambino stava tranquillo, rannicchiato sul suo braccio, col fianco sinistro contro il suo petto; ma teneva la testa girata a guardare il treno. In realtà non s’era più mosso da quella posizione fino dal primo istante. E nello sporgersi a scrutarlo, lei lo vide che seguitava a fissare il treno con la faccina immobile, la bocca semiaperta, e gli occhi spalancati in uno sguardo indescrivibile di orrore. “Useppe…” lo chiamò a bassa voce. Useppe si girò al suo richiamo, però gli rimaneva negli occhi lo stesso sguardo fisso, che pure all’incontrarsi col suo, non la interrogava.

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Agosto 13, 2009 Pubblicato in: Pagine   Leggi Tutto

Pagine/Giordano, La solitudine dei numeri primi

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Ho finito “La solitudine dei numeri primi” di Paolo Giordano, edizioni Mondadori, Premio Strega 2008. L’avevo cominciato intorno a natale, letto in brevissimo tempo le prime duecento pagine, sospeso e ripreso ora. Ho finito le ultime cento pagine con la stessa velocità delle prime. Perché questo è effettivamente un libro veloce, si legge in fretta, si butta giù come un bicchiere d’acqua. Si trangugia alla continua ricerca di qualcosa, alla ricerca di una profondità maggiore della semplice descrizione esterna degli eventi. Lo chiudi e non ti resta niente, nessun retrogusto, probabilmente qualche lacrima qualcuno l’avrà versata ma non è certo un libro che ti svela i misteri della vita. C’è, come ormai spesso accade, anzi ci sono, due traumi infantili, e ci sono due vite condotte con il continuo eco di questi traumi. Ma non c’è altro. Non c’è analisi, e questo è un paradosso visto che il protagonista è un matematico, non c’è analisi della vita, non c’è profondità, non c’è mistero, non c’è lo stare dentro la scena tutto il tempo necessario per sentire che cosa sta accadendo e come questa scena finisce. Non c’è lo svolgimento del teorema. C’è fretta, la fretta di arrivare alla fine, anch’essa deludente. Sebbene mi trovi a mio agio nei cosiddetti finali aperti, sospesi, dove la vita entra da sola senza che sia lo scrittore a dire cosa deve fare la vita, ecco qui non l’avrei voluto, perché qui era tutto il libro che era così, sospeso, purtroppo sul niente. C’è un punto, verso il finale, in cui sembra ci sia una grande svolta, un’occasione che la vita offre a questi due sfortunati ragazzi ma l’autore non la coglie e torna a dare un senso di vuoto, di vacuità, ma senza saggezza. Penso però anche che sia difficile che un ragazzo di venticinque anni scriva un romanzo diverso da questo. Voglio dire che, salve le eccezioni e questa a mio parere non lo è, la saggezza è fonte di tempo, comunque, indipendentemente da quanto tragica è stata la tua vita.

Il capitolo 38, di cui riporto qualche riga, è l’unico in cui ho sentito svilupparsi per intero tutto il sentire di Alice, una dei due protagonisti. Silvia Mantovani

“La sera mangiava foglie di insalata, pescandole direttamente dal sacchetto di plastica. Erano croccanti e fatte di niente. Il solo sapore che ne usciva era quello dell’acqua. Non le mangiava per riempirsi lo stomaco, ma soltanto per sostituire il rito della cena e occupare in qualche modo quel tempo, di cui non avrebbe saputo che altro fare. Masticava insalata finchè non le veniva la nausea di quella roba inconsistente.

Si svuotava di Fabio e di sé, di tutti gli sforzi inutili che aveva fatto per arrivare fino a lì e non trovarci niente. Osservava con distaccata curiosità il riaffiorare delle sue debolezze, delle sue ossessioni. Questa volta avrebbe lasciato decidere loro, tanto lei non era riuscita a combinare niente. Contro certe parti di sé si rimane impotenti, si diceva, mentre regrediva piacevolmente ai tempi in cui era ragazza. Al momento in cui Mattia era partito e da lì a poco anche sue madre, per due viaggi diversi ma altrettanto distanti da lei. Mattia. Ecco. Ci pensava spesso. Di nuovo. Era come un’altra delle sue malattie, dalla quale non voleva veramente guarire. Ci si può ammalare anche solo di un ricordo e lei era ammalata di quel pomeriggio nella macchina, di fronte al parco, quando con il proprio viso aveva coperto il suo per togliergli davanti il luogo di quell’orrore.”

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Luglio 27, 2009 Pubblicato in: Pagine   Leggi Tutto

Pagine/Anna Mongiardo

Ho scoperto una raccolta di poesie di Anna Mongiardo. E’ nata nel 1939, in provincia di Catanzaro, dove vive. Ha pubblicato quattro romanzi. L’ultimo , ‘Nudo e crudo’, uscito nel 1981, ha vinto il Premio Internazionale Bordighera per la letteratura umoristica. Qui riporto tre poesie: sono versi liberi su temi come l’amore, la follia, la mancanza. Mi sembrano esempi di poesia moderna, intimistica, che però concede poco o nulla al ‘poetese’. Roberto Sapucci

Doppia identificazione

Hai voluto dimostrare a tutti
che per te ero meno che niente
ma non l’hai dimostrato a te stesso
La prova del nove
è ciò che stai passando
Mi dicono
che stai peggio di me
ma non ci credo
Tu stai esattamente come me
Castrandomi ti sei castrato
Distruggendomi
ti sei distrutto
Come hai potuto pensare
di farla franca?
D’accordo
mi sono identificata in te
ma pure tu
in me
Questa doppia morte civile
è la misura del nostro amore
o della nostra follia
se preferisci
Te l’avevo detto
che solo la Morte
poteva slegarci
Ora che finalmente mi credi
come me la invochi
e la senti passare vicino
ma poi ridendo si allontana
Quanto tempo ancora
dovremo espiare
la storia
che non abbiamo saputo vivere
e che nessuno di noi racconterà?

Cavia umana

Ho verificato
sulla mia pelle
la tua teoria, Bataille
la tua teoria, Freud
ed eccomi qua
povera e pazza
La follia è una strada
senza ritorno
e il bubbone non si estirpa
Le sue radici
sono oltre il limite
oltre la morte

Lutto stretto

L’agonia più lunga
è quella che segue alla morte
Da troppi anni
sopravvivo a me stessa
sono la mia superstite
Ecco perché
questo lutto stretto
Non posso smetterlo
È per me
di me orfana e vedova
Ma non poteva essere altrimenti
dopo che io
per paura di essere decapitata
avevo messo
a guardia della testa
il boia

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Luglio 14, 2009 Pubblicato in: Pagine   Leggi Tutto

Pagine/Amélie Nothomb, Causa di forza maggiore

Amélie Nothomb, Causa di forza maggiore, Voland

E’ un racconto lungo, che va giù, gradevolmente fresco, come le coppe di champagne gelato che sono le vere protagoniste di questa storia, un po’ Pirandello, un po’ noir e molto fiaba. Un signore sente suonare il campanello, va ad aprire, un secondo signore gli chiede di poter fare una telefonata, alza la cornetta, compone un numero e muore. Il primo signore decide di prendere il suo posto nel mondo. Si ritrova in una villa principesca, abitata da una donna bellissima (ma non c’è traccia di sesso in tutte le pagine), da ogni ben di dio (alimentare) e da una piscina piena di acqua, ghiaccio e un’infinita quantità di bottiglie di champagne. Basta. Non posso raccontare altro per non rovinare la sorpresa. Il racconto, come dicevo, è un sorbetto gradevole da gustare in una pigra giornata estiva. Finisce in fretta e, secondo me, un po’ senza senso, come se la Nothomb a un certo punto si fosse stancata di scrivere e avesse buttato giù le ultime quattro pagine per consegnare il manoscritto all’editore e schiantarla lì.
Lei, Amélie Nothomb è nata in Giappone nel 1967 da padre diplomatico belga e al Giappone è sempre rimasta legata, anche letterariamente (ho letto ‘Stupore e tremori’, che mi era parso un po’ infantile). E’ al sedicesimo romanzo, con cui ha conquistato successo e premi di grande prestigio. Claudio Castellani

Passarono alcune ore in questo modo. Ero troppo assorto nell’osservazione degli effetti dello champagne per contare le bottiglie.
I continenti possiedono una linea di demarcazione delle acque, luogo misterioso a partire dal quale i fiumi decidono di scorrere verso est o verso ovest, verso nord o verso sud. Il corpo umano possiede una linea di demarcazione dello champagne, geografia ancora più misteriosa, a partire dalla quale il vino dorato smette di scorrere verso l’intelligenza per refluire in direzione del grande caos.
Avevamo raggiunto lo stadio del misticismo. Nella Bibbia c’è scritto:”E’ per l’abbondanza del cuore che la bocca parla.” Ormai noi parlavamo in modo conforme alle Scritture.
-Santa Teresa d’Avila ha ragione:”Tutto quello che accade è adorabile”. Questa canicola, per esempio,: non so perché la gente se ne lamenta. Questa canicola è adorabile.
-Soprattutto quando non si lavora e si bevono litri di champagne ghiacciato.
-Chi le dice che io non lavoro? La verità è che ho finalmente risolto il problema principale degli uomini: l’impiego del tempo. E ho salvato lei, Sigrid, da un falso problema: faceva di tutto per tenersi occupata, shopping, musei. In realtà, ascolti quanto le dico: il tempo non deve essere impiegato. Non bisogna tenersi occupati, bisogna lasciarsi liberi.
-A condizione di avere del denaro.
-Lei ha il bancomat di Olaf, no?
-Sì. Non so quanto ha sul conto. Un giorno gliel’ho chiesto e mi ha risposto”Molto.” Quando ritiro i soldi, il bancomat rifiuta di darmi il saldo.
-Il bancomat di Olaf è l’olio della vedova.
-Parlando di vedove, vado a prenderne una in cantina.
Sigrid avanzò diritta, nonostante i tacchi vertiginosi e il tasso alcolico. Tornò su senza titubare e aprì la bottiglia con gesti sicuri.
-Non è ubriaca, Sigrid?
-Lo sono. Lo so che non si vede.
-Da cosa si capisce che è sbronza?
-Quando lo sono, smetto di avere paura.
-Paura di che?
-Non ne ho idea. Ho sempre paura, credo che faccia parte della vita.
-E solo lo champagne dissipa questa paura. Lo champagne contiene etanolo, lo smacchiatore migliore del mondo. Bisogna concluderne che la paura è una macchia. Beviamo, Sigrid, per pulircene.
Mi scolai il calice. Le sorsate mi aprirono la testa.
-E se la paura fosse il peccato originale, Sigrid? Se l’ebbrezza fosse il modo di ritrovare il mondo di prima della caduta?
-Cammini un po’, Olaf.
Mi alzai, portai avanti una gamba e mi accasciai.
-Vede, è il mondo di dopo la caduta.
-Ma lei, Sigrid, lei riesce a camminare!
-Vuole che la aiuti a rimettersi in piedi?
-No, sto bene qui.
Il pavimento della cucina era piacevolmente fresco. Piombai in una specie di coma voluttuoso. La mia ultima sensazione fu quella della rotazione della terra.

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Giugno 25, 2009 Pubblicato in: Pagine   Leggi Tutto

Pagine/Sillitoe, la solitudine del maratoneta

 

Alan Sillitoe, La solitudine del maratoneta, Minimum Fax – 2009

Questo è un estratto dal racconto che dà il titolo alla raccolta pubblicata da Minimum Fax a cinquant’anni dalla sua prima apparizione. Sillitoe (1928) ambienta le sue storie nei sobborghi inglesi di Nottingham, a cavallo della seconda Guerra Mondiale. Ci mostra con stile asciutto e innovativo le condizioni della working class. La lotta per la sopravvivenza tra l’industrializzazione del paese e la povertà sullo sfondo di scenari angusti e grigi, gli slums delle periferie industriali. Per la carica rabbiosa e vibrante delle sue pagine, il suo nome è stato accostato ad una generazione di scrittori inglesi passati poi alla storia come Angry Young Men. Marco Lumini

La prima volta che dissero che dovevo allenarmi per la maratona senza una guardia che pedalasse al mio fianco in bicicletta stentai a credere alle mie orecchie; ma loro dissero che era un istituto progressista e moderno, anche se a me non la danno a bere perché so che è tale e quale agli altri riformatori, stando alle storie che ho sentito, a parte il fatto che mi lasciano trottare qua e là. Qualunque cosa facciano, il riformatorio è il riformatorio; ma in ogni modo io brontolai che non era giusto mandarmi fuori così presto per fare otto chilometri di corsa a stomaco vuoto, finché loro non mi convinsero che non era poi tanto brutto -cosa che avevo sempre saputo- finché dissero che ero un bravo ragazzo e mi batterono la mano sulla spalla quando risposi che l’avrei fatto e che avrei cercato di fargli vincere la Coppa Nastro Azzurro dei Riformatori per la Maratona (gara aperta a tutta l’Inghilterra). E ora, quando fa il solito giro, il direttore mi parla quasi come parlerebbe al suo prezioso cavallo da corsa, se ne avesse uno.

“Tutto a posto Smith?”, chiede.

“Sissignore”, rispondo io.

Lui si arriccia i baffi grigi: “Come andiamo con gli allenamenti?”

“Mi sono messo a fare dei giri nel cortile dopo cena tanto per tenermi in esercizio, signore”, gli dico io.

Al che il bastardo panciuto dall’occhio bovino si ringalluzisce tutto: “Ben fatto. Sono sicuro che ci farai vincere quella coppa”, dice.

E io bestemmio tra i denti: “Perdio, se la vincerò”. No, quella coppa non gliela farò vincere, anche se lo stupido bastardo che si arriccia i baffi ha riposto in me tutte le sue speranze. Perché, mi domando, che significa la sua balorda speranza? Clop- Clop- Clop-, Paf-paf-paf, oltre il ruscello e dentro il bosco dov’è quasi buio e i rametti coperti di brina mi sferzano le gambe. Per me non significa un tubo, solo per lui, e per lui stesso ha lo stesso significato che avrebbe per me se raccattassi il giornale ippico e puntassi su un cavallo che non conosco, che non ho mai visto e che non mi importa un fico secco di vedere. Ecco quello che significa per lui. E io perderò la gara, perché non sono un cavallo da corsa, e glielo dimostrerò quando starò per uscire, se non faccio fagotto ancora prima della gara. Accidenti se lo farò. Sono un essere umano e ho dentro di me pensieri e segreti e un accidente di vita la cui presenza lui non sospetta neppure, e non saprà mai di che si tratta perché è uno stupido. Voialtri riderete, immagino, sentendomi dire che il direttore è uno stupido bastardo quando io so appena scriivere e lui sa leggere e scrivere e far di conto come un professore. Ma quello che dico è verissimo. Lui è uno stupido, e io no, perché io vedo più a fondo nei tipi come lui di quanto lui veda nei tipi come me. D’accordo, siamo furbi tutti e due, ma io sono più furbo e alla fine vincerò anche se crepo in galera a ottantadue anni, perché avro tratto dalla mia vita più fuoco e godimento di quello che tirerà mai fuori dalla sua. Lui ha letto un migliaio di libri, scommetto, e per quanto ne so potrebbe anche averne scritto qualcuno, eppure io so con assoluta certezza, quant’è vero che sono qui seduto, che quello che sto scarabocchiando vale un milione di volte quello che potrebbe mai scarabocchiare lui. Me ne infischio di ciò che dice la gente, ma la verità è questa e non può essere negata. Io so, quando mi parla e guardo quel suo brutto muso da militare, che io sono vivo e lui è morto. E’ morto stecchito. Se facesse dieci metri di corsa schiatterebbe. Se facesse dieci metri dentro quello che succede nelle mie budella schiatterebbe ugualmente: dalla sorpresa. Per il momento sono i morti come lui ad avere il coltello dalla parte del manico nei riguardi dei tipi come me, e io sono quasi certo che sarà sempre così, ma in ogni caso, perdio, preferisco essere come sono -sempre in fuga e a scassinare le botteghe per un pacchetto di sigarette e un barattolo di marmellata- piuttosto che mettermi qualcun altro sotto i piedi ed essere morto dalle unghie in su. Forse si muore appena si mettono i piedi sul collo di qualcuno. Perdio, per formulare quest’ultima frase mi ci è voluto qualche centinaio di chilometri di corsa. Prima avrei fatto più fatica a dirla che a tirar fuori dalla tasca dei pantaloni un biglietto da un milione di sterline. Ma è vero, sapete, ora che ci ripenso, ed è sempre stato vero, e sarà sempre vero, e ne sono più sicuro ogni volta che vedo il direttore aprire quella porta e dire Buongiorno ragazzi.

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Giugno 22, 2009 Pubblicato in: Pagine   Leggi Tutto