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Intervista/Cesare Picco in concerto per pianoforte solo

di laura pellegrini

Una stanza con mattoni a vista riverniciati di bianco in un unico ambiente. Il Quilombo di via del Carso è un ex magazzino di Pesaro.

Pianoforte a coda, nero, qualche sedia improvvisata platea e tappeti per contenere l’affluenza delle tante persone che sabato sera si sono ritrovate in un angolo di Via del Carso.

A esibirsi, per pianoforte solo, Cesare Picco, artista più famoso in Giappone che in Italia.

Non solo brani di repertorio, ma anche interpretazione libera, come suggerisce l’energia della serata che scivola fresca, di giugno.

Breve presentazione e si parte.

Cesare nasce nel 1969 a Bergamo. A quattro anni scopre di avere un pianoforte in casa, così inizia gli studi di rito. Da qui parte la sperimentazione, ancora in atto e che ora prende il nome di “nu-music”. Come un filo della corrente elettrica si lascia attraversare di volta in volta da un flusso di particelle cariche di segni opposti: la scintilla si riversa sulla tastiera che si accende e comincia il canto. Le sonorità attingono a vari repertori, dal jazz al contemporaneo, senza che nessuno prenda il sopravvento. Le note predominanti sono quelle improvvisate.

Tra i brani riproposti “My Room”, autobiografico, dove le note aleggiano a ripercorrere l’aria carica di attesa della stanza di un bambino che stava crescendo assieme al suo sogno diventato realtà. “Karakoum”, quintessenza polifonica di un viaggio intrapreso alla fine dell’anno 2001, sulla via della seta, da Instanbul a Samarcanda, assieme al fotografo Alberto Giuliani. Di qui nasce “Viaggio a Samarcanda”, spettacolo di musica e immagini presentato nel 2003 al Piccolo Teatro di Milano.

“Corale alla fine del giorno”, adagio, il suono morbido indugia su passaggi nei quali il giorno trascolora e la luce, zenitale, a poco poco si fa più sorda e ovattata.

Nasce dalla suggestione di un gesto compiuto dal monarca giapponese, “Kikari”, “luce”: egli è solito recarsi, una volta all’anno, nei Giardini Imperiali di Kioto, semplicemente a contemplare il tramonto, in rappresentanza del popolo giapponese tutto.

Dopo il concerto ho fatto a Cesare qualche domanda.

Il tuo approccio al piano è caldo: ti avvicini ai tasti, a caricarli d’ energia, poi, innescata la miccia, te ne allontani, lasciando il suono propagarsi libero..sembra tu stia iniziando un dialogo animato con lui..l’impatto visivo che ne esce è coinvolgente: cosa è per te suonare?

Ora, a quaranta anni, penso di aver capito almeno una cosa. Quale altro essere, se non il pianoforte, potrebbe sopportare un individuo che lo percuote (nel mio caso da 36 anni) senza mai lamentarsi, senza mandarti a quel paese, senza scioperare?

In quest’ottica, il piano è senza dubbio il miglior amico dell’uomo: fedele come il cane, ma molto più longevo. E non hai bisogno di portarlo fuori la notte.

Anzi, pensandoci, il mio pianoforte assisterà in silenzio al mio funerale e, forse, solo allora incomincerà a conoscere un certo senso di pace e tranquillità.

Non saprò mai se gli mancherò. Anche se in cuor mio spererei di sì.

Altra piccola cosa che penso di aver capito: il mio pianoforte è il mio psicanalista con il non trascurabile pregio di non doverlo pagare ogni volta (se escludiamo il costo di un tagliando annuale).

Sa tutto di me, riconosce quando sono allegro, triste, quando ho voglia di viaggiare oppure stare fermo due ore sulla stessa nota. Parlo attraverso di lui. Viaggio a occhi chiusi usando il suo motore ecologico: potrei anche andare in centro nelle zone eco-pass se solo fosse facile mettergli una vela sopra e sfruttare il vento. Ci proverò.

Tu fai parlare tante lingue al tuo piano: non solo la sua tastiera, ma anche le corde diventano co-protagoniste del suono, dal momento che le pizzichi; altri strumenti li lasci interagire con la melodia principale commistionandoli fisicamente al piano. Cosa gli stai chiedendo?

Non ho mai pensato che il pianoforte conoscesse solo un tipo di suono, un solo linguaggio.

Anche il suo cuore pulsante (le corde, il telaio, i martelletti…) ha una e cento voci e vale la pena sfruttarle. Può parlare tutte le lingue del mondo. Ultimamente stravede per la parlata aperta delle donne di Osaka.

Hai parlato dell’importanza della condivisione, riferendoti all’atmosfera della piccola stanza bianca dove hai suonato, così raccolta e comunicativa. Tu ci hai regalato una gamma ricchissima di sensazioni, cosa hai ricevuto, in cambio, dal tuo pubblico del Quilombo?

Trovarsi a un metro da un pianoforte al lavoro è cosa rara per il pubblico. Il più delle volte c’è sempre una grande distanza fisica e mentale da colmare tra palco e platea. A distanza così ravvicinata, invece, può veramente diventare tangibile lo scambio di energia, quel flusso di mille colori che gira nella stanza tra le note e con le note. Usando l’improvvisazione, ogni volta è come se portassi il pubblico con me in un viaggio senza destinazione conosciuta. E il viaggio funziona più si ha la capacità di conquistare la fiducia di chi ti ascolta. A quel punto, anche su un pullman disastrato, tra le strade dissestate del Perù ti seguirà e non avrà paura. Perché sarà troppo preso da ciò che può guardare oltre il finestrino.

Se rinasco, farò la guida turistica.

Per finire: hai nominato le donne di Osaka, la stessa “Kikari” nasce da una suggestione che derivi dal popolo giapponese: perché proprio il Giappone, per la tua musica, c’è stato un evento in particolare che ha determinato tale scelta?

E’ il Giappone che ha scelto me. Una radio di Tokyo ha mandato in onda della mia musica (sei mesi fa, circa, l’emittente radiofonica J-Wave – una delle più importanti radio giapponesi – ha scoperto il pianista e compositore italiano, facendolo conoscere ai suoi ascoltatori n.d.r.) (senza che io lo sapessi) e la risposta del pubblico è stata tale che mi hanno contattato per dei concerti nei mesi successivi e la pubblicazione degli album. E’ cominciato così il mio amore per quella meravigliosa terra.

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Giugno 23, 2009 Pubblicato in: Interviste   Leggi Tutto

Autori/Haruki Murakami

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Riprendiamo da D di Repubblica questa intervista di Stefania Viti allo scrittore Haruki Murakami

Figura, secondo il New York Times, tra i dieci libri più belli del 2005. Umibe no Kafuka (Kafka sulla spiaggia), il romanzo di Haruki Murakami che uscirà per Einaudi nella traduzione di Giorgio Amitrano, ha raggiunto un traguardo raro per un giapponese. Possibile, però, se parliamo di Murakami. Da Tokyo Blues-Norwegian Wood, Feltrinelli, che vent’anni fa lo lanciò sulla scena internazionale, a Tutti i figli di Dio danzano e Dance Dance Dance, Einaudi, scritto durante il soggiorno in Italia, i suoi libri sono ormai classici da milioni di copie in tutto il mondo. Scrittore visionario e surreale, amatissimo dai ragazzi, è accompagnato dalla fama di uomo schivo, misterioso, allergico a interviste e mondanità.

E lui appare dal nulla, nella piccola stanza piena di libri nello studio di Aoyama, nel cuore di Tokyo. Haruki Murakami, classe 1949, è un uomo piccolo. Semplicissimo, in felpa e jeans blu.

Sembra uno dei protagonisti dei suoi romanzi, storie sospese tra il sogno e la realtà; isole immaginarie, in cui simbolo e metafora diventano gli antidoti per la sopravvivenza a un mondo troppo crudele, reinventato dallo scrittore in un universo parallelo dove tutto è possibile. Anche parlare con i gatti, come fa Nakata, uno dei protagonisti di Umibe no Kafuka. Libro a doppia trama, racconta la storia di Kafka, un ragazzo di Tokyo che fugge nel sud del Giappone in cerca della madre, ma anche quella di Nakata, un tipo “non troppo sveglio”, rimasto psicologicamente menomato da uno strano episodio avvenuto durante l’occupazione americana.

Umibe no Kafuka è una storia di destini e coincidenze, un libro che pone molte domande ma che poi dà poche risposte…

«Non è importante scoprire se i miei protagonisti trovano o meno quello che cercano, se Kafka trova la madre o no. Quello che a me interessa è il processo della ricerca, che ti fa incontrare persone che ti aiutano, anche senza motivo. Come capita a Kafka, come capita nella vita. Ricerca significa anche speranza».

E anche ricordo, memoria…

«Sì, è uno dei punti fondamentali dei miei romanzi. Se non ci fossero i ricordi, la vita sarebbe disadorna. Sono i ricordi, anche spiacevoli, a riscaldare la nostra vita. Scrivere, per me, è aprire i cassetti della memoria, dove ho riposto tante cose. Mi sono accorto che i lettori tengono chiusi quei cassetti, oppure, se provano ad aprirli, non riescono a farlo bene. Io so come fare, e, in un certo senso, li apro anche per loro».

Il titolo lascia un po’ disorientati: infatti Kakfa fa pensare allo scrittore… Perché lo ha scelto?

«È venuto fuori in maniera casuale, durante una conversazione. Kafka, comunque, è uno dei miei scrittori preferiti e metterlo in relazione con il mare mi sembrava piuttosto originale. Il titolo di un romanzo è molto importante: è la prima cosa che legge il lettore, la prima con cui posso colpirlo».

Kafka va in palestra, lei è un maratoneta. Che rapporto esiste tra sport e letteratura, tra il corpo e la scrittura?

«È un rapporto molto stretto. Scrivo tutti i giorni dalle quattro fino alle dieci di mattina. Durante la stesura di un romanzo non mi fermo nemmeno nel fine-settimana, e anche per un anno intero. È come fare una maratona. Infatti, in questo periodo, sto scrivendo un saggio, una sorta di riflessione personale sul rapporto tra salute fisica e mentale. Molti pensano che scrivere non significhi impegnarsi fisicamente, ma non è così. È un lavoro che richiede molte energie e regolarità, come lo sport. Di solito si pensa che l’immaginazione venga favorita da una vita sregolata: per me, invece, è l’opposto».

Quanta parte di lei c’è in quello che scrive? Come nascono i protagonisti dei suoi libri?

«Una parte di me si sovrappone a loro, però io sono un’altra persona. In un certo senso sono quello che sarei io se mi trovassi nei loro panni. Non mi devo sforzare per crearli: li aspetto e loro arrivano. Eseguo una sorta di rito: una doccia, un tè, mi rilasso e aspetto».

Lei è un appassionato di musica. Ha gestito un jazz club, il Peter Cat, e i suoi libri sono accompagnati da vere e proprie colonne sonore, pagine dedicate a pezzi e autori…

«Ascolto tantissima musica. Ho iniziato a scrivere all’improvviso, senza possedere una tecnica. Mi sono chiesto come avrei potuto fare e ho capito che per me scrivere è seguire la mia musica interiore. Il ritmo appartiene anche alla scrittura: se non c’è, il lettore non ti segue». Uno dei personaggi del libro parla coi gatti. Lei li ama molto…

«Sono stato con loro sempre, fin da piccolo. I gatti sono un po’ individualisti, e a me piace questo lato. Quand’ero giovane, e non avevo molti soldi, anzi ne avevo talmente pochi da non potermi permettere una stufa a gas, erano i gatti che mi tenevano caldo quando andavo a dormire. Ne avevamo tre e entravano nel futon con me e mia moglie. Riscaldano un sacco. Si può fare persino a meno del riscaldamento».

Ci può raccontare la storia di come ha iniziato a scrivere. Ormai è quasi una leggenda…

«Ho iniziato tardi, a 29 anni. Ho sempre letto molto, ma non avevo mai pensato di scrivere. Poi, un giorno, mentre guardavo una partita di baseball, ho sentito qualcosa investirmi dall’alto, scendere su di me. È stata un’epifania… Mi rendo conto di dire una cosa strana, ma mi sono sentito così. È la cosa più bella che mi sia successa in tutta la vita: da allora non ho più smesso di scrivere. Non ho mai avuto il blocco dello scrittore, non ho mai sentito di non poterlo fare. Semplicemente, scrivere mi rende felice».

Ha vissuto in Italia e adesso abita negli Stati Uniti. Ma perché ha lasciato il Giappone, il suo Paese?

«Mi sento e mi sono sempre sentito un outsider, qui. Per questo vent’anni fa mi sono trasferito all’estero, proprio in Italia. La società giapponese è rigida, fondata su modelli di comportamento predefiniti. Se si seguono le regole, tutto va bene, altrimenti si viene presi in giro. A me è capitato. Io volevo sentirmi libero di vivere la mia vita senza costrizioni, di scrivere quello che mi pareva quando mi pareva».

Che cosa legge? Quali sono i suoi autori preferiti?

«Adoro Dostoevskij e Kafka, naturalmente. Sono loro gli autori della mia formazione. Adesso leggo gli scrittori che traduco, Carver, Fitzgerald. Adoro la letteratura americana contemporanea, tradurre per me è un hobby: mi piace e non mi affatica. Quando non scrivo romanzi, traduco. E viceversa. Leggo una frase in inglese e inizio a chiedermi come potrei renderla altrettanto bella in giapponese: è come risolvere un’equazione matematica».

Nonostante prenda le distanze dalla società giapponese, ne ha trascritto i dolori in Underground (Einaudi), il saggio che raccoglie le testimonianze delle vittime dell’attentato alla metropolitana di Tokyo, del 1995, opera della setta Aum Shinri-kyo…

«Quell’esperienza mi ha cambiato molto. Fino a quel momento non mi ero mai interessato alla vita dei salaryman, degli impiegati che tutti i giorni prendono il treno alla stessa ora, lavorano fino a tardi, tornano a casa e il giorno dopo iniziano da capo. Non mi riconoscevo in quel conformismo. Ascoltare le testimonianze delle vittime mi ha però avvicinato a loro. Penso veramente di aver fatto bene a scrivere quel libro».

Com’è andata quando si è trovato di fronte i terroristi e il loro leader, Shoko Asahara?

«Ho intervistato i membri della Aum Shinri-kyo perché volevo capire il motivo di quel gesto. Mi sono ritrovato a parlare con degli studenti, degli intellettuali capaci di discutere in modo approfondito molti problemi. Però, per quei ragazzi tutto si ferma alla testa. Le vittime, invece, mi hanno aperto il loro cuore. Le persone che hanno aderito a quella setta si sentivano insoddisfatte, e hanno abbracciato le idee del loro leader pensando che se si univano a lui sarebbero diventati più forti. È lo stesso processo sul quale si basa oggi ogni fondamentalismo. Dopo l’11 settembre è il problema più grosso che la società contemporanea si trovi ad affrontare. Prima esistevano due blocchi opposti, il comunismo e il capitalismo. Dopo la caduta del muro di Berlino, tutti abbiamo pensato che il mondo avrebbe conosciuto un periodo di pace, e invece sono cresciuti sentimenti di odio razziale. Io ho iniziato a essere famoso proprio in quel periodo. Penso che forse, in tutto questo caos in cui il mondo si è venuto a trovare, i miei libri siano stati una strada alternativa a questa confusione».

In Giappone esiste la pena di morte e Shoko Asahara vi è stato condannato. Cosa ne pensa?

«Sono contrario. Alcuni credono che ripagare una morte con un’altra morte sia il modo più semplice e veloce per dimenticare il dolore. Ma è sbagliato. Piuttosto dovremmo riflettere sul perché si sia potuto arrivare a tanto. Ho seguito il processo e mi sono fatto l’idea che questi criminali, nonostante tutto, non siano persone malvagie. Chiunque, anche la persona più pacifica, se finisse nella trappola del fondamentalismo potrebbe fare cose che non avrebbe mai pensato di fare».

In Giappone tra i manga più venduti ci sono quelli di Ko Bunyu contro la Corea o la Cina, e tra i giovani si sta diffondendo il neonazionalismo…

«È una cosa molto pericolosa e Koizumi in questo ha una grossa responsabilità. Continua a fare le visite allo Yasukuni Jinja (il tempio del milite ignoto giapponese che raccoglie anche le spoglie di 14 criminali di guerra, ndr)… Ero negli Stati Uniti quando ho letto dei manga razzisti e mi sono arrabbiato. I miei libri sono molto letti anche in Corea e in Cina. Viceversa i drama coreani sono molto popolari in Giappone. Apparteniamo tutti alla stessa area culturale, quella asiatica. Mi chiedo perché ci sia bisogno di fare azioni che ci dividono, anziché unirci. I giapponesi devono ancora fare i conti col passato e riconoscere i propri errori. È fondamentale».

Che rapporto ha con i suoi lettori?

«Buono, infatti quando posso apro il sito e rispondo direttamente alle mail. Per uno scrittore credo sia necessario confrontarsi con i propri lettori. Per me è anche un modo per stare in contatto col mondo esterno».

Non è una vita semplice, specialmente in Giappone…

«No, infatti. In Giappone se non si fa vita sociale si è tagliati fuori. Se rifiuto gli inviti, poi mi danno dell’arrogante. Ma per me il tempo è una cosa importante, e voglio utilizzare il mio per scrivere. Non è che ogni tanto non mi piaccia divertirmi, ma quando rifiuto poi la gente mi odia. E questo mi dispiace…».

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Giugno 21, 2009 Pubblicato in: Interviste   Leggi Tutto

Autori/Ishiguro, Le mie storie sono canzoni

LONDRA «È come un album musicale con cinque brani. Alcuni malinconicie altri spassosi, come un sorta di sollievo comico. A tratti sono piccole commedie amare, un po’ come certi vecchi film di Woody Allen. Il tipo di storie dove non sai se ridere o piangere. Mi è sempre piaciuto quello speciale humour ambivalente dove la tristezza preme sotto la superficie del riso». Kazuo Ishiguro, autore di best-seller pluripremiati come Quel che resta del giornoe Non lasciarmi, parla della sua prima raccolta di racconti, Notturni Cinque storie di musica e crepuscolo, oggi pronta all’ uscita in Italia (Einaudi, pagg. 191, euro 19, traduzione di Susanna Basso) con tempi record rispetto alla pubblicazione in Inghilterra, avvenuta all’ inizio di maggio, «e subito il libro è salito ai primi posti delle classifiche di vendita», avverte con serena soddisfazione lo scrittore, «il che è assai raro per una collezione di short-stories, genere, chissà perché, poco gradito al mercato e agli editori». Vestito col suo rituale abito nero, divisa consueta di «Ish», come lo chiamano i tanti fan del suo mondo letterario giocato su sfumature e dissolvenze, Ishiguro accoglie l’ intervista in una sala da tè di Piccadilly estranea al suono frastornante del centro di Londra. Camerieri e avventori ci scivolano attorno con ovattata discrezione, forse per via del rispetto che incute con naturalezza questo signore quieto e lieve, nato a Nagasaki, la città dell’ atomica, nel 1954, e radicato fin dal ‘ 60 in Inghilterra, dove ha studiatoe nella cui lingua scrive con stile nitido ed esatto nell’ arte dell’ implicito, che evoca, richiama, sottintende, pesca nella fragilità del tempo e delle cose. Accade in parte anche in Notturni, piccole-grandi storie di spaesamenti e labirinti percettivi dove la musica costituisce il nesso di ogni trama, e il flusso è onirico come quello di uno schizzo chopiniano, vedi il nostalgico racconto Violoncellisti, dove un’ ispirata musicista non può più suonare perché persa nell’ ossessione di proteggere dagli altri il suo talento; oppure il ritmo è irresistibile e incalzante, da comiche del cinema muto, come nei flash quasi charlottiani di Come rain or come shine, dove l’ insegnante di lingue Raymond, devoto al repertorio delle più magiche canzoni di Broadway, vezzo tipico degli omini goffi e sentimentali alla Provaci ancora Sam, tenta di rimediare a una serie di incongruenti imprese, compiute a casa di amici e in loro assenza, inscenando l’ avvenuta incursione di un cane, e fa bollire in pentola uno stivale per simularne la puzza. Quest’ esplicita comicità emerge come un volto nuovo di Ishiguro. «A me pare che l’ umorismo sia stato una componente di tutti i miei romanzi. In Quel che resta del giorno, per esempio, affioravano passaggi esilaranti, eppure il libro è considerato triste perché lo era il bel film di James Ivory che ne è stato tratto. Le immagini stralunate e irriverenti hanno sempre fatto parte delle mie trame. Solo che nella forma breve del racconto lo humour colpisce di più in quanto è concentrato». Perché ha scelto la musica come collante? «È una passione antica e coltivata. Fin da bambino suono il pianofortee fin da adolescente la chitarra, e quand’ ero giovane sognavo di essere un cantautore come Bob Dylan o Leonard Cohen o il vostro Fabrizio De André. Tra i quindici e i ventitré anni ho composto un centinaio di pezzi passando per tanti stili, dall’ autocontemplativo allo sperimentale e al poetico-visionario. Poi ho smesso, ma non molto tempo fa ho scritto testi di canzoni per l’ album Breakfast in the Morning, della cantante americana jazz Stacey Kent. Subito dopo mi sono messo a scrivere questi racconti, e lo stile è lo stesso, come confluito da un territorio all’ altro: leggerezza, parsimonia di parole, significato che si cela tra le righe, bando all’ autobiografia e alla prosa ricercata. Nelle canzoni si lavora in sottrazione, delegando alla musica gli aspetti emozionali. Così nel flusso dei racconti, dove il significato respira tra le righe». Come mai usa l’ io narrante? «È un’ abitudine di sempre. Ciò che importa non è quanto succede, ma quel che pensa e sente il narratore rispetto a quel che accade nella sua vita. È il motivo per cui mi riesce difficile fare testi per il cinema, dove tutto va scritto in terza persona, dato che è la cinepresa a guardare il personaggio dall’ esterno. Però talvolta l’ ho fatto, scrivendo per esempio La contessa bianca, un film di Ivory con Ralph Fiennes e Natasha Richardson. Ma non ho mai voluto scrivere lo script di un film preso dai miei romanzi. Adoro il cinema, e da giovane non facevo che seguirlo, molto più che leggere libri. Amavo Bergman, giapponesi come Ozu e Kurosawa, i primi Fellini e ancora Bertolucci, Rosi, Olmi, e poi John Ford, Sergio Leone… Quando ho deciso di scrivere romanzi ho voluto adottare una prospettiva “altra” rispetto allo sguardo cinematografico che mi aveva tanto alimentato, per differenziarmi entrando nella testa di chi narra ed esplorando intrecci temporali e di memoria». Eppure la sua fama mondiale è nata anche dal successo della trasposizione cinematografica di Quel che resta del giorno. «È il mio paradosso: i miei libri nascono per prendere le distanze dal cinema, e poi ne vengono comprati i diritti da qualcuno che vuol farne un film. Ma proprio per questo non ho mai voluto sceneggiare un mio romanzo. Lo lascio fare gli altri, che intervengono e trasformano. Anche Non lasciarmi sta per diventare un film, con regia di Mark Romanek e alcuni tra i migliori attori della più giovane generazione inglese, come Kerry Mulligan e Keira Knightley». I suoi finali sono sospesi, incompiuti, il che comunica al lettore un senso d’ inquietudine e al tempo stesso di intensa vitalità. «Perché così vanno le cose nella vita. Difficile che sentimenti e situazioni trovino una soluzione definitiva. Inoltre penso che i racconti riescano meglio quando il finale è aperto, come in Cechov, e come accade in scrittori contemporanei come Alice Monroe e Raymond Carver, che usano in modo eccellente questa tecnica». Si è detto che la sua letteratura trae molta originalità dall’ essere in bilico tra due culture, quella giapponese e la britannica. È d’ accordo? «Sempre meno. In passato ho scritto molto sul Giappone, cercando di ricostruire antichi ricordi e il rapporto col paese della mia prima infanzia. Ma negli anni la realtà si è globalizzata, io sono sempre più profondamente occidentale, a Londra circolano banchieri giapponesi che ragionano come inglesi e un sommo scrittore come Murakami, figura dominante dell’ odierna letteratura giapponese, crea ambientazioni che potrebbero vedersi ovunque». – LEONETTA BENTIVOGLIO

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Maggio 26, 2009 Pubblicato in: Interviste   Leggi Tutto

Intervista/Gao Xingjian, La scrittura non è un monologo

 

 http://www.wuz.it/mm/740/00052478_b.jpg

di Francesca di Mattia, dal sito Wuz- Cultura e spettacolo (http://www.wuz.it/intervista/740/intervista-gao-francesca.html)

La prima volta che sono stata a casa di Gao Xingjian era un pomeriggio di settembre, nel 2006. Di passaggio. Di ritorno dall’Italia e quasi in partenza per la Russia, di nuovo immersa in questa spirale continua che si allarga verso l’alto. Avevo preso appuntamento con lui per telefono. Mi aveva colpito la sua voce sommessa. Lenta. Un contrasto di toni e accenti che rimbombava sereno nel mio affanno, mentre attraversavo le strade vicino al Palais Royal e alla Comédie Française, emblemi della grandeur parigina. Quella voce che Gao registra, che si scrive da sola e crea la musica, il suono dei suoi libri. Non lontano da qui si trova la via dove Gao abita, brulicante di ristoranti asiatici, un microcosmo interetnico. E a pochi passi si trova anche l’atelier, il luogo in cui lavora senza sosta, prova con gli attori, gira alcune scene.
Volevo vederlo per parlargli di un progetto da realizzare insieme in Italia e in Francia, e non immaginavo che sarei tornata spesso, che il nostro incontro si sarebbe trasformato in un’amicizia, in un unico lungo discorso sulla scrittura, sulla vera vita che l’arte sa donare. Gao è uno dei rari scrittori – e aggiungo pittore, saggista, regista – che lascia spazio e tempo per parlare, che semplicemente presta attenzione, che è rimasto curioso nonostante i percorsi impervi che ha superato, o forse proprio per questo. Senza moine e atteggiamenti altisonanti. Un interlocutore prezioso e nobile per chi cerca nella scrittura uno dei modi, forse l’unico possibile, per esprimersi.
Adesso gli angoli e le aperture mi sono familiari, eppure ogni volta che entro in questo arco di pace mi stupisco.
Mi muovo tra foto di maschere veneziane e libri d’arte, oggetti di design raffinato e antichi mobili in legno, i quadri sulle pareti ad avvolgersi in una nuova stanza e uno specchio, un grande specchio tra due finestre, una terza finestra che aspira la luce e l’ombra dei quadri, e la figura di Gao, uomo minuto, magro, asciutto, che sembra aver condensato tutte le sofferenze passate in una sobrietà che irradia l’essenziale. Come in queste due pitture appese al silenzio, fissate su carta di riso negli ultimi giorni e finite ieri notte, che partiranno presto per una mostra in Germania, in cui colgo grotte, precipizi, persone in lontananza, ponti tra cielo e terra, abissi e cime.

Con pacatezza mi offre il tè verde, e mi viene in mente il primo incontro, quando mi ha parlato della sua opera teatrale Au bord de la vie (inserita nel volume Gao Xingjian, théâtre 1, Lansman, 2000) il monologo di una donna che confessa in terza persona lo sfacelo della sua vita. Gao ascolta storie, quelle che solo le donne sanno raccontare, dice lui. E’ come un registratore acceso, in grado di captare ogni linea, soffio e abbandono non sospetti, di incamerarli e amplificarli per propagarne le onde fino alle montagne.
Mi ha chiesto di parlargli del mio libro, e mi ha incoraggiata. Una volta gli ho letto alcuni brani in italiano, e anche se non conosce la lingua sentiva la scrittura nella mia voce. “Continua a scrivere per te stessa, se ami quello che fai e trovi il piacere in quello che scrivi hai già raggiunto la meta”. Frasi lancinanti, brevi, come i suoi passi per strada, come quando mi dice che tutto è possibile nella vera realtà, quella del suo universo interiore.
Gli accenno a questa intervista e accetta con piacere. Vorrei che le sue parole fossero piccole cascate. Gli lancio qualche pista, ma la sua è una lunga traccia che si posa su un nastro invisibile, che parte da lui e a lui ritorna.

Raccontami di quando hai lasciato la Cina e sei venuto in Francia. Come ti sei sentito in questo nuovo paese, in cui hai inventato una nuova vita?

Ho lasciato la Cina alla fine del 1987. In quel momento avevo quarantasette anni. Avevo percorso metà della mia vita, avevo assistito alla morte di Mao Tse Tung e alla fine della rivoluzione cinese. La chiamo la mia prima vita, anche se non la considero affatto vera vita.
A trentotto anni ho pubblicato i miei primi libri, alcuni saggi e racconti. Avevo già scritto una gran quantità di cose, in precedenza, ma i manoscritti erano rimasti nascosti. E quand’ero in campagna, nel periodo di rieducazione, li avevo sotterrati. Una forma di autocensura prima della censura stessa, che mi ha comunque impedito di pubblicare in seguito. Un periodo drammatico e delicato. Non volevo lasciare la Cina definitivamente, sapevo che in questo modo non avrei più potuto lavorare né far rappresentare le opere teatrali in cui credevo. Ma l’anno successivo, quando ero già a Parigi, dopo i fatti di Tien An Men, ho capito che non sarei mai potuto tornare. E questo è stato il momento che ha segnato la fine della mia prima vita. Ne ho affrontata un’altra, in Occidente, in esilio. Una condizione che ho voluto, di cui ero cosciente. Da allora ho avuto la possibilità di esprimermi totalmente, ma ho incontrato altre difficoltà, legate soprattutto al mercato, per pubblicare i miei libri e mettere in scena le mie opere. In Cina ho rifiutato la censura, perché in Francia avrei dovuto accettare una nuova forma di costrizione per far piacere agli editori e ai lettori? No, non era per questo che avevo scelto l’esilio. Ho passato metà della vita a battermi per la libertà d’espressione e della creazione. Questa situazione mi ha portato a riflettere.

Come hai reagito di fronte a questi nuovi problemi?

All’inizio non è stato facile essere accettato. Ma il fatto di essere pittore, oltre che scrittore, mi ha aiutato molto. Nonostante avessi dipinto fin dall’infanzia, in Cina non ero riconosciuto come artista. Per questo occorreva essere membro dell’associazione degli artisti ufficiali. Per fortuna, una volta venuto in Francia i miei quadri sono stati apprezzati e comprati, anche se non andavano di moda come le opere dell’arte concettuale, che non mi interessava.
Alcune gallerie d’arte e grandi collezionisti si sono interessati al mio lavoro, e questo ha fatto sì che la mia libertà, che non ho mai dato per scontata, trovasse il suo compimento.
Sono riuscito a fare quello che volevo, che scrivevo, che pensavo. In nome della libertà ho rifiutato le offerte di alcuni produttori cinematografici, non solo francesi. Ancora oggi non accetto alcuna modifica, alcun ritocco dall’esterno. Niente compromessi. Ho pagato molto per avere questa nuova vita, la seconda vita, ma in compenso ho ottenuto un riconoscimento a livello internazionale. Le mie opere erano rappresentate in molti paesi anche prima del Premio Nobel, i miei libri hanno cominciato ad essere pubblicati prima in lingua svedese, poi in francese e in inglese.

È stato l’inizio di un grande volo.

Sì, per dodici anni ho lavorato intensamente, senza fine settimana, senza vacanze, ho dovuto recuperare il tempo perduto. Ho fatto molto teatro, e mi sono occupato io stesso della regia delle mie opere. Le produzioni teatrali, dalla fine degli anni ’80 a oggi, sono circa settanta, in tutto il mondo. Nello stesso periodo ho cominciato a esporre i miei quadri, e finora ho tenuto circa sessanta mostre personali. Volevo contare sui miei propri mezzi. Mi accontentavo della mia situazione in esilio e di aver pubblicato, anche senza il successo commerciale. Per esempio, a Taiwan la prima edizione de “La montagna dell’anima” è stata stampata in duemila esemplari, di cui è stato venduto solo qualche centinaio, e io ne comprati più di cento per i miei amici. La pubblicazione era già importante, perché questo era il libro che volevo scrivere, un romanzo che consideravo di grande valore. E avevo ragione.

Pubblicare è un salto. Vuol dire esporsi agli altri, al loro giudizio. Cosa hai provato quando hai potuto condividere le tue opere con i lettori?

L’atto della creazione dell’artista non è un monologo intimo. È rivolto alla società. E la comunicazione con gli altri è fondamentale, non tanto per piacere, ma per far sentire la propria voce.
La mia esperienza mi ha fatto capire che chi scrive è il migliore lettore di se stesso. E il lettore deve essere esigente come l’autore. Io ho un criterio: immagino un lettore, un pubblico come me stesso, come te. E in questo caso entra in gioco un altro criterio estetico ed etico, di valore supremo: la sincerità. Quando l’artista mostra in sincerità il meglio di sé, senza barare, ha già ricevuto la sua conferma. Il lettore sconosciuto, se si emoziona leggendomi, conferma il valore di quello che faccio, e questo è indispensabile per continuare.
Fortunatamente ho degli amici che seguono il mio lavoro da anni, tra cui alcuni traduttori molto fedeli, due inglesi e uno svedese, che mi hanno cercato molti anni fa, persino in Cina, quando ero sconosciuto. Sono riusciti a superare le barriere politiche. Il traduttore svedese è riuscito a trovarmi grazie all’Ambasciata del suo paese, e in seguito la mia opera è stata messa in scena al Teatro reale di Svezia. È incredibile. In quel momento era difficile trovare un editore, e loro hanno lottato per me. Con questo sostegno so che il mio lavoro può colpire un francese, un inglese. Sento che nella mia opera c’è qualcosa di universale, che va al di là della lingue e delle culture. Tutte le grandi letterature e le arti parlano al mondo intero.
Inizialmente scrivo e dipingo per me stesso, in tutto quello che faccio sento la necessità di esprimermi a livello personale, ma c’è sempre una cerchia di amici che mi incoraggia. Quando finisco un libro o un quadro loro sono i primi a leggere, a guardare. Se l’opera li ha toccati ho la conferma della qualità di quello che ho fatto. E non mi preoccupo del largo pubblico. Condividere questo con i lettori amici diventa una responsabilità, un’esigenza etica, estetica, che porta a sforzarsi, a trovare la forma migliore per esprimersi: l’essenza dell’artista.

E poi, tutt’a un tratto, nel 2000, è arrivato il Premio Nobel.

Sì, e sono diventato una celebrità mondiale. Il premio è stato una grande felicità, ma ha rappresentato anche un periodo di grande pressione e fatica. Dopo due anni mi sono seriamente ammalato. È stata una prova estremamente dura. Sarebbe stato molto facile accontentarmi di questo successo, avrei potuto viaggiare e vivere di privilegi, ma il mio vero ruolo di artista sarebbe finito. Sarei diventato un intellettuale prêt à porter per ogni occasione, una medaglietta adatta ad ogni tipo di politica e mercato. Ma non era la vita che volevo.
Prima di me ci sono stati dei Premi Nobel suicidi. Perché dopo questo riconoscimento una situazione simile, mi chiedevo? Dopo aver vinto il premio ho capito. Se non si è capaci di battersi per proteggersi da questa pressione martellante si può arrivare alla morte, o al suicidio della propria creazione artistica
Io ero malato, ma mi sono battuto. Ho avuto un leggero attacco, sono stato operato due volte. Tutto è andato bene. Mi sono ristabilito, ma subito dopo ho ricominciato a ricevere inviti dappertutto. Ho dovuto riflettere di nuovo. Nei due anni successivi ho ripreso le mie attività creative. Ho montato il mio primo film, ho messo in scena alcune opere teatrali, ho portato a termine quello che avevo cominciato prima. E mi sono detto: “Bisogna cominciare la terza vita, quella dell’arte, della creazione”. Ho deciso di selezionare al massimo gli inviti. Se la proposta che ricevo non corrisponde alla mia vita di artista rifiuto, perché il mio tempo è prezioso, devo lavorare. La vita dell’artista è una sfida alla convenzione. Se si vuole continuare a mostrare la vera voce bisogna saper cogliere e coltivare questa indipendenza.
E ora, più di prima, faccio quello che voglio. Sono lontano dalla politica, anche se la politica continua ad occuparsi di me, e questo è affar suo. So che l’arte supera la sua stessa epoca. È al di là del tempo.Tutti gli artisti scomparsi parlano ancora attraverso le loro opere.
Questa mia terza vita è un rifugio. Una sorta di eremitaggio.

Mi ha fatto molto pensare una tua frase: “Lo scrittore deve restare ai margini della società”. Come interpreti la solitudine dell’artista?

Per me è una condizione necessaria. Ma questo non vuol dire essere indifferenti. Mi interesso alla società, a tutti i grandi problemi – e non ai falsi problemi, che la politica inventa per questioni di potere. Non ci si può staccare dalla società, ma almeno si può restare ai margini. Perché questa distanza è necessaria all’osservazione, per sviluppare la lucidità, il senso critico. L’ho chiamato il “terzo occhio”, che ti fa vedere più chiaramente ciò che accade in questo mondo. L’estetica è un prendere le distanze: al di sopra di tutto questo si vedono le cose.
Nel ruolo dell’artista e dello scrittore per me non rientra l’impegno politico, che oggi va molto di moda. L’artista deve andare oltre, altrimenti non può osservare con coscienza. L’individuo non può sostituirsi a Dio. Trovo presuntuoso voler salvare il mondo, è già tanto se non siamo vittime e marionette del gioco degli altri, della politica, del mercato.
Un’altra responsabilità etica dell’artista è farsi testimone dell’epoca in cui vive. Nella mia scrittura, sia nelle opere teatrali che nei romanzi, porto l’attualità, anzi la realtà sociale. Nel Libro di un uomo solo parlo della situazione cinese e di quella francese.
Essere testimoni è necessario per salvare se stessi e gli altri, per vedere come un individuo si pone di fronte alla società, come può reagire e resistere alle difficoltà, come battersi. E in quel momento la letteratura, l’arte, noi ci siamo.
(Gao pronuncia quest’ultima frase con tono deciso, in crescendo. “Noi ci siamo” echeggia nella stanza e sembra risuonare in ogni dettaglio che vedo)
Bisogna tener conto di due aspetti: quello della lucidità per osservare la realtà in cui ci si trova e si vive. L’individuo non è il salvatore o il portavoce della giustizia di un popolo o di una nazione. Perché l’individuo stesso è pieno di problemi e debolezze, come la società. Ed ecco il secondo punto: bisogna salvarsi anche da se stessi. E questo richiede una distanza interiore. Bisogna osservarsi, senza glissare. Spesso gli scrittori hanno un ego gonfiato, cieco, e questo è ridicolo, falso. Per questo la filosofia di Sartre ha dei limiti. Sartre ha detto bene: “Gli altri sono l’inferno”, ma agli occhi degli altri anche tu sei, anch’io sono un inferno. La debolezza della sua filosofia sta nel dimenticare la presenza dell’inferno anche in se stessi, se non si è abbastanza lucidi.
La letteratura ha un grande ruolo: risvegliare la coscienza degli esseri umani, indicare a ciascuno come leggersi interiormente, altrimenti ci si trova nella cecità, nell’incubo. La letteratura non ha un’utilità materiale, ma è grazie ad essa se oggi mi sento indipendente, forte, pronto a resistere a tutte le oppressioni, alle pressioni sociali e politiche, a vivere con coscienza.

Quanto ha contato per te la lettura?

Ha avuto un ruolo determinante. Ho letto molto in Cina. Quando ero giovane cercavo le traduzioni dei classici. Ho letto tutti i grandi autori, tra cui Goethe, che è stato importante per me.
Quando in Cina si respirava un’atmosfera totalmente inquinata dalla politica la mia coscienza si è risvegliata. La grande ricchezza della letteratura mondiale mi ha fatto capire che esisteva la possibilità di un’altra vita, perché è nella letteratura che si trova la testimonianza, molto più autentica di quello che si ascolta ogni giorno, della propaganda. È la vera vita ed è bene scriverci dentro. Oggi vorrei leggere di più, ma non ho abbastanza tempo.

Esistono autori viventi con i quali sei in sintonia, con cui senti di condividere la tua responsabilità d’artista?

Ho da poco incontrato Kenzaburô Ôé, lo scrittore giapponese che ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura nel 1994, e ammiro il suo lavoro. Abbiamo parlato a lungo durante la Fête du Livre a Aix-en-Provence, sul tema In cammino. Una discussione molto interessante, animata dallo scrittore francese Philippe Forest. È un autore sincero, ho letto alcune sue opere, e mi commuove.

Quali sono i tuoi progetti per quest’anno?

Sto prepararando una grande mostra dei miei quadri, che si terrà in Germania questa primavera e negli Stati Uniti, a settembre. E devo finire due libri, un saggio sulla letteratura estetica e un libro-intervista con il mio traduttore inglese, una summa teorica sul mio teatro e sul teatro contemporaneo. È ancora il lavoro della mia seconda vita, ma utilizzo la terza vita per portare a temine quello che non ho finito prima.
(Gao sorride, ride. Sembra essere arrivato a un punto fermo, da cui riprendere il respiro).

Oggi si parla molto di autopubblicazione su Internet. I blog letterari sono in espansione, e sono spesso considerati un’alternativa ai canali tradizionali del mercato editoriale.

È un fenomeno importante, assolutamente nuovo. Ognuno può pubblicare ciò che vuole. Ma ci sono lati positivi e negativi. Nell’insieme penso: perché no? Internet è una vetrina, rappresenta una possibilità di esprimersi liberamente, perché tutti hanno bisogno di esprimersi, anche se il più delle volte non si trovano testi di qualità. Bisogna selezionare, cercare. C’è di tutto, ma sta a te scegliere. Se si seguono delle buone piste, si possono trovare delle cose belle, serie. Ma la presenza su Internet non sostituisce la pubblicazione su carta, che per me resta il luogo della grande letteratura. Se esiste qualcosa veramente valido l’autore può trovare, col tempo, il modo di farsi pubblicare e conoscere, come in ogni epoca. Tutti i grandi scrittori hanno avuto questo problema. In questo senso la società non è cambiata

Continuiamo a parlare, l’aria diventa un folletto. Poi torno tra la gente, fluttuante, nel ritmo delle lancette, nell’accavallarsi delle immagini e delle spinte in metropolitana. Restano visioni e suoni registrati in profondità, che mi accompagneranno fino al prossimo incontro.

29 gennaio 2007

 

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Maggio 18, 2009 Pubblicato in: I modi dello scrivere, Interviste   Leggi Tutto