di piero macrelli
La persiana pendeva, attaccata ad un solo cardine, minacciosa come una lama di ghigliottina. Attraverso il tetto crollato della casa si scorgeva la luna piena. Il cielo notturno era limpido e pieno di stelle.La casa abbandonata era a pochi metri sulla sinistra del sentiero in salita che stava percorrendo. Era una di quelle case coloniche che si trovano spesso percorrendo i sentieri dell’Appennino. I cespugli e i rovi che le erano cresciuti attorno nascondevano l’ingresso e tutto il piano terra e le dava un aspetto sinistro. Di lì partiva un altro sentiero che piegava a destra, ma lui doveva passare proprio sotto la casa, se voleva seguire le indicazioni. Sulla destra c’era un ruscello che scendeva giù dalla collina verso il punto dove aveva lasciato la macchina, prima di mettersi in cammino. Di giorno sarebbe sembrato un ambiente allegro, ma di notte tutto cambiava aspetto. Attraversare quel bosco di notte, da solo non era stata una grande idea, e adesso si trovava bloccato da quell’ostacolo che sembrava insormontabile.
Allora e’ deciso, disse. Io vi raggiungo sabato notte.
Avevano trovato un buon contatto per passare un fine settimana in un rifugio in collina. Si chiamava “Libera Repubblica di Trebbana”. Era la casa di un prete che la metteva a disposizione dei ragazzi della parrocchia. Si trovava sulle colline dalle parti di Marradi. I tre amici andavano spesso a fare passeggiate lungo i percorsi di trekking. Potevano considerasi esperti escursionisti. Questa volta si sarebbero aggregati al gruppo che usava quel rifugio. Ci sarebbero state una ventina di persone fra ragazzi e ragazze. Tutti trentenni, più o meno.
Sei sicuro di trovarci?, gli dissero i due amici. Non siamo mai stati da quelle parti.
Lui aspettava proprio quella domanda , per fare sfoggio della sua competenza. Si trovava solo da quella parte del tavolo del bar, mentre i suoi amici erano seduti di fronte a lui.
Ho tutto sotto controllo, disse soddisfatto, mentre spostava i bicchieri della birra per far spazio sul tavolo. Da una tasca del giaccone appoggiato su una sedia al suo fianco, tirò fuori una cartina già piegata in modo da mettere in evidenza la zona. Era una di quelle mappe dettagliate che riportano con precisione tutti i sentieri.
Esco a Faenza e prendo in direzione di Brisighella e poi vado per Marradi. Quando sono in zona troverò la strada con facilità.
Indicò con un dito la cartina dove aveva evidenziato, con un pennarello, il punto di inizio del sentiero e il percorso che avrebbe dovuto affrontare.
Vedete?, molto probabilmente e’ uno di quei sentieri segnati del “Cai”. E questa- spostò il dito sulla cartina- e’ senza dubbio la casa del prete.
Fece una lunga pausa ad effetto,bevve un buon sorso di birra, si appoggiò allo schienale della sedia e li squadrò a lungo.
Non penserete mica che io vi lasci andare soli con tutte quelle ragazze, vero?
Trovò con facilità l’inizio del sentiero che doveva percorrere. Si trovava subito dopo un gruppo di case lungo una via di campagna. Aveva puntato i fari della macchina in modo da illuminare la zona e aveva visto sul tronco degli alberi, lungo il ciglio della strada, i tipici segni convenzionali che indicavano i sentieri di: due righe orizzontali di vernice rossa, in mezzo una riga bianca e la cifra, in nero, che indicava il numero del sentiero.
Quasi troppo facile, pensò fra sé.
Cominciò a cambiarsi sul ciglio della strada. Prendeva le cose di cui aveva bisogno dallo sportello del bagagliaio lasciato aperto. Aveva già addosso una tuta sportiva, ma cambiò le scarpe da ginnastica – più adatte a guidare – con pesanti scarponi. Aveva una maglia di “pile” pesante a collo alto con i bottoni, ma prese anche una leggera giacca a vento leggera con la cerniera. Se avesse avuto caldo, se la sarebbe sfilata con facilità e non avrebbe dato impiccio, una volta legata in vita o infilata in una cinghia esterna dello zaino. Fissò ai fianchi, lasciandola lenta quanto bastava, una cintura che sorreggeva un fodero, anche esso in cuoio, di un lungo coltello, quasi un machete. Aveva il manico rivestito dello stesso cuoio del fodero, avvolto come il nastro nei manubri delle biciclette da corsa di una volta. La lama, lunga e ricurva, era affilata da un lato e seghettata dall’ altro. Dal punto di vista pratico non serviva a nulla. Assolveva ad una funzione puramente estetica e molto probabilmente era illegale portarselo in giro.
Quando ebbe finito di vestirsi, fece un piccolo inventario per assicurarsi di non aver dimenticato nulla. La pila, di quelle che si mettono in testa per poter avere le mani libere e si fissano alla fronte con una cinghia, l’aveva presa e la cartina dettagliata del sentiero che doveva percorrere era nella tasca della giacca a vento. Sembrava tutto a posto. Il resto era tutto stipato in un capiente zaino tecnico da escursione. Doveva passare solo una notte al rifugio, ma non voleva farsi mancare nulla. E poi c’erano le ragazze e voleva fare bella figura. Tolse lo zaino dal bagagliaio della macchina, che parcheggiò meglio, oltre il ciglio della strada, dove non avrebbe dato fastidio fino all’indomani sera, quando sarebbe tornato a riprenderla.
Dopo aver parcheggiato l’auto e spento i fari, che aveva tenuto accesi per vederci meglio mentre si preparava, si ritrovò finalmente solo, al buio, in mezzo alla strada deserta e silenziosa. Il cielo era stellato e la luna piena illuminava in modo vago e sinistro l’imboccatura del sentiero proprio davanti a lui.
La sua sicurezza ebbe un leggero fremito. Aveva lasciato Rimini solo un paio di ore prima e si era portato dietro tutta la confusione, il traffico, i rumori del sabato sera. Ma adesso, che stava per mettersi in cammino, si accorse che quell’ invisibile cordone ombelicale che lo legava alla vita cittadina, era stato reciso. Era solo, di notte, davanti a un bosco buio e silenzioso che doveva attraversare. Camminò, per un po’, avanti indietro in mezzo alla strada senza decidersi a partire.
In quanti saremo a passare la notte nel rifugio?, chiese agli amici che dovevano essere più informati di lui.
Una ventina fra ragazzi e ragazze, disse uno degli amici. Tutti trentenni come noi, più o meno.
“Libera Repubblica di Trebbana”: bel nome, disse lui. Cosa sappiamo di questo posto?
La località si chiama Trebbana , e da qui a preso il nome la casa. E’ un edificio a due piani. Quello sopra è ad uso esclusivo del prete, mentre il pian terreno è a disposizione. Lo si affitta con poco. Naturalmente bisogna conoscere qualcuno della parrocchia. Non danno le chiavi a tutti.
Ottimo. Nelle parrocchie sono sempre organizzati bene. Ci divertiremo.
I tre amici parlarono ancora un po’ della gita, poi tornarono alle birre e alla musica che invadeva locale. Tutti i tavoli erano pieni e c’era gente in piedi con i bicchieri in mano. Era venerdì sera e c’era molta gente in giro.
Seduto al tavolo, con la schiena verso il muro , per osservare il locale, pensava ai suoi due amici e ai delicati meccanismi che li tenevano legati. Formavano un fragile triumvirato. Non si era mai affermata una vera leadership ma li accomunava una reciproca simpatia e un atteggiamento disincantato e ironico nei confronti della vita e delle ragazze. Meno morbosa di una coppia, il gruppo a tre aveva comunque i suoi limiti e difetti. Nessuno lasciava gli altri due uscire da soli:troppo alto era il rischio che incappassero nella più grande delle avventure notturne. Per il resto della vita si sarebbe parlato di quella volta che era successo l’incredibile, mentre il terzo era rimasto a casa. La chiamavano “Sindrome da Big Night”. Tutti i ragazzi la conoscono. Chiunque esce alla sera e va in giro per i locali a divertirsi sa, che prima o poi, gli capiterà di vivere la serata perfetta, la notte che segna la differenza fra chi si è veramente divertito nella vita e chi non ha mai vissuto veramente. La “Big night” era il premio ambito da chi conduce una vita notturna e mondana. Il premio per aver saputo attendere, con la birra in mano, che l’incredibile fosse alla portata di mano. Era un misto fra una filosofia orientale- che ci consiglia di aspettare sul bordo del fiume- e una sorta di distorta interpretazione di “Comunismo Estremo” per cui, anche se non facevi un cazzo di niente per impegnarti, un minimo sindacale di successo ti era, comunque, sempre dovuto.
Dunque era un errore imperdonabile rimanere a casa mentre gli altri due se ne andavano in giro. Era un continuo controllarsi a vicenda. Bisognava uscire assieme, anche la volte che proprio non se ne aveva voglia e sarebbe stato più utile rimanere a casa a riposarsi o a leggere un buon libro.
Ne ridevano sempre. Qualcuno diceva che era un comportamento infantile e irrazionale, ma nessuno osava negare l’esistenza di “The Big Night”.
Dirò di più. Avete presente quel salmo della Bibbia in cui si esortano i servi a stare sempre svegli e attenti, perché non si sa quando il padrone ritornerà a casa? Ecco, lo stesso severo consiglio è valido anche per chi crede nel dogma laico della “Big Night”. Se il giorno , o meglio la notte, in cui la “Big Night” dovesse bussare alla vostra porta e non vi trovasse presente e desto, come vi giustificherete? Direte che eravate stanchi, che siete rimasti a casa o, peggio, che eravate ad un “reading” di poesia a Santarcangelo ? Per carità! Poi non dite che non vi avevo avvisato, perché è lì, dove la fede vacilla, che le cose cominciano a funzionare male come effetto di una giusta nemesi. Tutte le volte che si parlerà di quella “Big Night” a voi non resterà altro che stare in disparte a mangiarvi il fegato perché non c’eravate. All’inizio non sembrerà così grave, ma poi a poco a poco il vostro smalto e la vostra sicumera diminuirà, le cose cominceranno a girare male, gli amici non vi aspetteranno e le ragazze non vi sorrideranno più. Sarà la fine per voi, e quando morirete, perché sarete il primo a morire e probabilmente male, i vostri amici, presenti alla sepoltura quando il trattorino dei becchini ricoprirà di terra la vostra tomba, di voi si ricorderanno solo di quella volta che non eravate presente durante la “Big Night”. Se ne andranno via scuotendo la testa per non tornare mai più a trovarvi e sulla vostra tomba cresceranno solo erbacce perché nessuno vi porterà mai dei fiori.
Il sentiero procedeva in salita e descriveva dolci tornanti a fianco al corso del torrente che scendeva a destra. La pila era inutile, con la luce della luna piena che filtrava fra la fitta vegetazione si vedeva bene. Erano piante piuttosto basse e rovi che non riuscivano a chiudere il sentiero. Una volta si era trovato a camminare, a pomeriggio inoltrato, in una faggeta. Quegli alberi dritti, ad alto fusto, erano veramente inquietanti. Sono piante che non permettono la crescita di un sottobosco, non ci sono sentieri ben delimitati dai cespugli, la vista spazia lontano ed è facilissimo perdersi. Sembra più facile camminare lì che in un bosco intricato, ma non è vero. Per fortuna qui il sentiero era ben segnato, il torrente a destra era un ottimo riferimento, i cespugli di rovi, che facevano da sponda al sentiero, impedivano di perdere la strada, ma limitavano la vista a pochi metri. La cosa metteva un po’ a disagio. Anzi, faceva paura.
Adesso era lì, bloccato da quella casa che sembrava non volerlo lasciar passare indenne. Cominciò a pizzicargli il collo e la colonna vertebrale. Avrebbe voluto voltarsi per vedere chi c’era. Il torrente che fino a quel momento scorreva placido, sembrò diventare impetuoso e l’innocuo mormorio dell’acqua si trasformò in voci che lo chiamavano come sirene. Sembrava che il torrente fosse in grado di percepire i suoi pensieri, amplificarli e diffonderli fra gli alberi. Estrasse con un gesto rabbioso il grosso coltello. Si mise a correre come un pazzo per superare la casa. Tutte le sue paure infantili sembravano essersi materializzate e date appuntamento dentro quel rudere. Si mise anche a urlare e la voce era proprio quella di un bambino di dieci anni, che si sveglia per un incubo notturno e grida che vuole andare nel letto della mamma. Con l’ultimo briciolo di volontà rimastogli, si impose di non girasi indietro a guardare, perché, se lo avesse fatto si sarebbe trasformato sicuramente in una statua di sale.
Rallentò la corsa solo quando non ce la fece più. Oramai la casa abbandonata distava qualche centinaio di metri, aveva superato un paio di tornanti e il rudere era scomparso alla vista. Aveva raggiunto il crinale, gli alberi non erano più così fitti, anzi si cominciava a scorgere dominare un ampio tratto di panorama. Era in cammino da un paio di ore e il rifugio non doveva essere distante. Si fermò a riprendere fiato, rimise il coltello nel fodero e giurò a sé stesso che nessuno avrebbe mai saputo della paura che aveva provato. Specialmente le ragazze.
In pochi minuti raggiunse il rifugio, immerso nel silenzio. Il cielo era pieno di stelle. La luna piena grande e bianchissima illuminava il panorama. Si slacciò lo zaino e lo fece cadere a terra, si mise a sedere su un masso che affiorava da terra. Voleva prendersi qualche minuto per sé, prima di andare a bussare alla porta del rifugio.
Dovette fare un giro dell’edificio per individuare la porta del pian terreno, dove dormivano i ragazzi. Era una grande casa colonica. Probabilmente in passato aveva ospitato più di una famiglia. Era stata ristrutturata in economia, ma era solida e ben tenuta.
Un ragazzo gli venne ad aprire dopo un bel po’ che lui bussava. Erano tutti a dormire – saranno state le tre o le quattro del mattino quando arrivò al rifugio- ma ora si erano alzati per salutarlo ed erano imbacuccati in pesanti tute da ginnastica e felpe con il cappuccio per sopportare il freddo della notte in quella casa senza riscaldamento. Il portone in legno del rifugio si apriva da sotto un porticato e permetteva di accedere a una stanza lunga e stretta. Sulla sinistra c’era un passaggio, senza porta, che dava su una stanza più piccola, piena di letti a castello. I materassi, appoggiati su reti sfondate, erano vecchi e un po’ luridi. Sembravano dei pagliericci sui quali erano stati stesi i sacchi a pelo.
Nella stanza principale c’era un camino. La brace covava sotto la cenere. Davanti al camino, appoggiato alla parete di destra c’era un divano scassato, poi un grande tavolo in legno massiccio con molte sedie una diversa dall’altra. In fondo alla stanza c’era una stufa a legna e una cucina a gas, di quelle con le bombole a fianco. C’erano grossi pentoloni in alluminio, anneriti dall’uso e con i manici rotti o sostituiti alla buona. Padelle ammaccate, piatti, bicchieri e posate di forme e misure diverse in gran quantità e tutta una serie di utensili adatti alle numerose comitive che frequentavano quel posto. Ad ogni passaggio di ospiti c’era qualcosa che si rompeva o andava perso, ma anche cose che venivano lasciate o dimenticate che andavano a modificare continuamente l’inventario della cucina.
Gettò con noncuranza lo zaino da una parte e con il grosso coltello -che aveva nuovamente sfoderato prima di entrare- fece il gesto di pulire la lama sulla coscia dei pantaloni. Poi lo piantò con gesto teatrale sul tavolone il legno e disse che lo avrebbero dovuto avvisare prima, che nel bosco c’erano i lupi. Poi guardò tutti con aria spavalda e con un sorriso soddisfatto.
Nella stanza si era fatto silenzio. Probabilmente tutti sovrastimavano la passeggiata notturna in solitario nel bosco e lui si guardò bene dal ridimensionare la cosa. Poco dopo tutti cominciarono a parlare contemporaneamente e gli fecero ressa attorno. Si complimentavano con lui per l’impresa compiuta. Vedeva l’ammirazione, mista ad invidia, sulle facce dei maschi, specialmente quella dei suoi due amici. Le ragazze se lo bevevano con gli occhi, specialmente una. I loro sguardi si incrociavano continuamente, ma in quella situazione non poteva attaccar bottone come avrebbe voluto. Infagottata come tutti, nascondeva le forme del corpo sotto una pesante coperta che si teneva avvolta, ma si muoveva per la stanza con una sensualità che lo intrigava. Portava in testa una papalina rossa che teneva calata sugli occhi e le nascondeva i capelli e parte dei lineamenti. Lui cercava in tutti i modi di riuscire ad inquadrarla meglio, per poter approfondire la conoscenza appena possibile la mattina dopo. Non conoscendone il nome, la chiamò “Cappuccetto Rosso”.
A poco a poco, tutti tornarono a dormire nella stanza di là. Lui disse che era troppo eccitato dalla camminata notturna per mettersi a dormire e sarebbe rimasto a sedere sul divano davanti al fuoco che aveva ravvivato con nuovi ciocchi di legna presi. La casa era tornata nel silenzio e lui sedeva sul divano, i pedi appoggiati su una sedia che si era messo davanti. Assorto nei suoi pensieri osservava ipnotizzato il fuoco nel camino. Si sentiva pervaso da un forte senso di trascendenza, come devono provare i profeti o i santi in procinto di ricevere un dono o una rivelazione dagli dei, quando apparve sulla soglia della stanza “Capuccetto Rosso” ancora avvolta nella coperta di prima. Disse che non riusciva più ad addormentarsi e chiedeva se poteva tenergli compagnia accanto al fuoco. Andò a sedersi ad una estremità del divano, si sistemò la coperta e infilo i piedi sotto le cosce di lui, come per volerseli scaldare. Si tolse la papalina per mettere in mostra i lunghi capelli neri e ondulati che si sistemò scuotendo energicamente la testa.
Ma come e’ di fuori al buio, nel bosco? gli chiese con voce nasale.
E’ una gran notte, Cappuccetto Rosso, una vera “Big Night”, le disse con un sorriso da lupo, mentre la tirava a sé per baciarla.