Racconto/Attraversare l’estate aspettando la luna levarsi in mezzo ai falò

Ottobre 31st, 2008

di paolo vachino

….

sudavano anche le ombre dei passanti nell’estate del 1950, a Torino, e gli abitanti si appiattivano tra le radure d’asfalto come gli animali che popolano le savane d’oltremediterraneo…

un gruppo di amici, all’alba della feria ferragostana si aggirava grugnente di sonno lungo i portici di piazza Vittorio, mentre i vapori della notte alonavano ancora di lattugine la mammellosa cupola della chiesa della Gran Madre…….

stavano riempendo l’esiguo baule di una macchina, fiattizzata nelle linee e nel motore, di cibi freschi e di fiaschi di vino, per la tradizionale merenda in campagna… e quell’anno Massimo, Fernanda, Natalia e Cesare avevano deciso di andare al lago, un piccolo lago alle pendici di una collina morenica – La Serra -, spartiacque terroso di furenti scontri – solo pochi anni prima – tra partigiani e truppe nemiche…..

Massimo era sempre allegro al volante, e amava cantare, insieme a Fernanda, seduta al suo fianco, con una bandana gialla ad avvolgerle i capelli rossi, riottosi alla spazzola; mentre Natalia iniziava a contumeliare Cesare, perche’ alle sette di mattina si accendeva la pipa in macchina, incurante delle altre, per lui nient’altro che lemurose, presenze, creando una cappa insopportabile di fumo lanuginoso, provocante piu’ solletico che fastidio agli alveoli ancora sbadiglianti……

Cesare si teneva la giacca certosinamente piegata sulle gambe, e guardava lo scorrere degli alberi lungo i fossi, inseguendo con la pupilla qualche movimento improvviso, qualche lampo tra l’erba, strizzando l’occhio per colpire meglio il bersaglio, un cacciatore disarmato di immagini e armato solo di fantasia, tanta fantasia………

l’arrivo al lago di Viverone è stato anticipato da un sorvolo di tarabusini impazziti, intimoriti dal risuonare di un colpo di fucile sparato in lontananza…..

appena scesi dalla macchina, con lo stesso entusiasmo del canto mattutino durante il tragitto, Massimo e Fernanda corrono goffamente verso l’acqua, senza nemmeno togliersi i sandali, perche’ sanno che i laghi sono sassosi e viscidi, quando non anche taglienti, sul fondale, tra i canneti, e le zanzare pronte alla tribale mattanza della punzecchiatura….

Natalia apre un asciugamano di tela ruvida e si distende voltando la schiena al sole, per indirizzare lo sguardo verso la Bella Dormiente, che pare scolpita in quel tratto di orizzonte montagnoso…..

Cesare apre bocca per dire che ha voglia di sgranchire le sue secche protesi inferiori, come amava chiamarle lui, e si incammina, senza attendere alcun cenno dagli amici, verso la collina acaciosa, in cui crescono funghi come coriandoli lungo le strade del carnevale…..

quel camminare a piccoli passi tra la salita ciottolosa della collina, che separa il lago da un piccolo paese pedemontano – Settimo Rottaro –, gli sta mettendo il buon umore, insieme a quell’aria croccante che vortica all’interno del naso e che grazie alla sua aquilinita’ pronunciata ne consente la discesa come una pioggia d’ossigeno nel sangue, che scorre nero in quei giorni, per colpa di quell’antico morbo che prende pian piano corpo dentro al corpo……

ma a un tratto Cesare e’ attratto dalla voce di un ragazzo, che corre veloce in mezzo a un filare e chiama con sbraiti giulivi una ragazza di nome Rina, che cammina lungo il bordo della strada…. Cesare avverte subito qualcosa di strano in quella camminata, e la prima cosa notata e’ quella di non essere notato dalla ragazza, la quale marciava a passi spediti ma con un sorriso isterico, quasi intimorito, causato forse, dallo sbattere lieve delle foglie di pesco sulla faccia…. la ragazza sembrava provare fastidio e allo stesso tempo un piacere immenso da quella clorofillacea carezza, di cui sembrava incurantemente curarsene, in cerca di raggiungere quella voce che la chiamava insistentemente, sempre piu’ forte, quasi sciamanicamente avvertita da quella lieve titubanza deambulatoria…..

quando la ragazza si trova a circa una decina di metri da lui, Cesare si accorge di essere stato improvvisamente avvistato; e ne nota la sinuosa magrezza accattivante, non scolpita dai pasti della campagna, dalla vita di stalla, o dall’esercizio del mondinaggio, ma da un consumo elettrico della carne; e quel corpo in all’erta d’incontro, si annichilisce, nella rarefazione del non respiro; sembra un papavero smarrito, seppur in quel vestito rosso acceso, in cui spicca il bianco dell’occhio, come una morte della luce, una falce che taglia lo sguardo, che sanguina camaleontandosi sul vestito, per scorrere giu’, in rivoli densi tra gli steli di erba brusca sul ciglio di campo…….

tutto trafelato sopraggiunge il ragazzo che la prende per mano e la strattona, urlandole “vieni… che ci sono dei grappoli d’ua americana che ci aspettano”……e la ragazza distoglie lo sguardo dallo sconosciuto, in uno stupore quasi preorgasmico, gridando: “Umberto, ma dove mi vuoi portare?!!!!!” scoppiando pero’ di felicita’ per l’ardore di quella prima stretta di mano, chiedendosi: “chissa se diventera’ anche una tenaglia tra i cuori……….”

ma nella testa di Cesare riprende lo stordente ronzio, innescato da quella parola insopportabile: “americana”……… “l’americana”……… “americana……….” e cosi’ si eclissano di nuovo il sole, i filari, l’erba, le anatre, e Massimo Fernanda e Natalia si animalizzano in cavalli neri, per cavalcare il suo ultimo giro di giostra…..

e per placare quell’arsura di spirito, Cesare pensava che tornera’ presto a Torino, citta’ dalle squallide ma cullose stanze d’albergo, e questa volta, insieme all’afa, nella quasi fine estate di centrosecolo, se ne potranno – finalmente – andare via anche il resto dei giorni, e gli inverni a venire……

……

quanta pace, adesso, nella testa di Cesare, quanto blu………. e nel suo sangue, che torna a scorrere rosso, come il langoso barbera delle sue aie, tornano a danzare le ballerine nelle luci della sera, a ridosso delle fisarmoniche e dei clarini, di quando si attraversava l’estate aspettando la luna levarsi in mezzo ai falo’, e si era bambini, proprio tanto bambini….

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I modi dello scrivere/Cecov e Ginzburg: Impegno o disimpegno?

Ottobre 31st, 2008

i brani di cecov sono tratti da senza trama e senza finale, edizioni minimum fax/ il brano della Ginzburg è tratto da E’ difficilile parlare di sé

lettera di anton cecov ad aleksej suvorin, 25 novembre 1892
Gli scrittori che noi diciamo immortali o semplicemente buoni e che ci ienbrano hanno, ricordatevelo, un contrassegno comune e assai importante: essi procedono in una data direzione e v’invitano a seguirli, e voi sentite  non con la mente ma con tutto l’essere che hanno uno scopo, come l’ombra del padree d’Amleto, la quale non senza motivo    appariva e turbava ’immaginazione.

A seconda del loro calibro alcuni perseguono scopi immediati: l’abolizione del servaggio, la liberazione della patria, la politica, la bellezza o semplicemente la vodka, come accade a Denis Davydov; altri invece hanno scopi lontani: Dio, la vita d’oltretomba, il bene dell’umanità, ecc. i migliori fra loro sono realisti e ritraggono la vita com’è, ma per il fatto che ogni loro riga è impregnata, come da un succo, dalla consapevolezza dello scopo voi, oltre a sentir la vita com’è, la sentite anche come dovrebbe essere, ed è questo che vi avvince.

E noi?! Noi rappresentiamo la vita com’è, punto e basta…Più in là non ci farete andare, nemmeno con la frusta. Non abbiamo scopi né immediati né lontani, e nella nostra anima c’è il vuoto assoluto. Non abbiamo concezione politica, non  crediamo nella rivoluzione, non abbiamo un Dio, non temiamo i fantasmi e, quanto a me, non temo neppure la morte e la cecità.


lettera  di anton cevov ad aleksej plescev, 4 ottobre 1888

Io non sono un liberale, non sono un conservatore, non sono   un progressista, non sono un monaco, non sono un indifferentista. Vorrei essere un libero artista, nient’altro, e mi duole che Dio non m’abbia dato la forza di esserlo. Odio la menzogna e la violenza sotto tutti i loro aspetti. . . Il mio sancta sanctorum è il corpo umano, la salute, l’intelletto, l’ingegno, l’ispirazione, l’amore e la libertà più assoluta, l’essere liberi dalla violenza e dalla menzogna, sotto qualunque aspetto si manifestino. Ecco il programma al quale mi atterrei, se fossi un grande artista.

Natalia Ginzburg:Io a un certo punto ho pensato che volevo il disimpegno… non che lo volevo, ma che era assolutamente necessario, indispensabile per un romanziere. Che un romanziere non doveva porsi il dovere di cercare di portare dei miglioramenti alla società, ma invece semplicemente scrivere meglio possibile i suoi romanzi. E di questo sono sicura. Io non ho mai scritto dei romanzi impegnati; l’idea del disimpegno a un certo punto mi è sembrata la sola giusta per un romanziere. Solo che essendo io una persona, come tutte le persone sono anche sensibile ai richiami  di impegno civile. E insomma, io sono un romanziere quando scrivo dei romanzi, ma quando non li scrivo, non lo sono. E allora sento il richiamo dell’impegno civile. Ogni tanto: ogni tanto…Io penso che i romanzieri raccontano la società, la vita come è, e la amano come è.


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I modi dello scrivere/L’epoca e le forme

Ottobre 31st, 2008

dall’intervista di roberto ciccarelli al filosofo francese jean-luc nancy, manifesto del 12 novembre 2005

[…] direi che il problema è quello della forma. La creatività non è una pura e semplice ebollizione e non è mai semplicemente individuale. La forma è l’espressione di un’epoca,. Mentre la creatività non è mai un’espressione individuale e non deriva da una programmazione. C’è sempre un equilibrio o uno squilibrio estremamente delicato tra una personalità e un’epoca che offre delle possibilità di creare delle forme. Non esiste un individuo creatore senza un’epoca che gli dia delle forme sulle quali operare.

In questo momento ho l’impressione che ci sia l’attesa che prendano corpo delle forme. Non si aspettano degli individui, dei grandi pensatori, degli artisti. E’ proprio il contrario. I grandi pensatori , i grandi artisti arrivano quando le forme sono date ed è allora che essi entrano in scena. Effettivamente ci sono delle epoche che hanno delle forme e delle non forme. Il grande sforzo dell’arte contemporanea è quello di trovare delle forme. Noi oggi siamo in una deformazione generale e questa deformazione è la realtà in cui viviamo. […] Per Nietzsche non si può uscire dal nichilismo se non a partire dal nichilismo stesso. Cioè dalla sua idea che nel mondo non esistono più i valori. Introdurre un nuovo senso, questo è il nostro scopo. A condizione che sia chiaro che anche questo scopo non ha senso. Questo lo trovo straordinario. Pensi all’esperienza  degli artisti , di quei poeti che hanno compreso che non esiste un senso ultimo delle cose. Eppure non c’è nulla di più importante per loro che portare a termine la loro opera.  Hanno esperito il niente, ma lo hanno anche rovesciato. Nel senso che hanno capito che il senso del niente sta proprio nel passaggio tra il nascere e il morire, tra il niente e il niente.


Ecco un buon numero di paradossi. Il tuo lavoro deve significare tutto. Ma se significa troppo, se non è sufficientemente spensierato, l’immaginazione non è libera. In particolare ai giovani scrittori accade di lavorare sullo stesso brano troppo a lungo: non riescono a lasciarlo perdere, andare avanti o cominciare qualcosa di nuovo. Quel particolare lavoro porta un carico troppo pesante di speranza, aspettative e paura.

Hai paura di finire un lavoro, perché allora, quando lo consegni, comincia il giudizio. Si viene criticati e denigrati. Sarà come tornare giovane, quando eri esposto alle critiche degli altri e ti sentivi incapace di difenderti, sebbene gran parte della disapprovazione che si deve affrontare sia stata interiorizzata e venga dall’interno. A volte hai voglia di dire: nessuno disprezza il mio lavoro quanto lo disprezzo io. Di recente mi è capitato di parlare con un’amica, una scrittrice professionista, che è conscia di non aver lavorato bene quanto avrebbe dovuto, e non ha scritto niente da un po’. Si lamentava del suo lavoro. “Non è per niente buono, e questo è il problema”, continuava a dire. Ma buono quanto? Buono quanto Shakespeare?

Non vuoi fare sbagli perché non vuoi un fallimento che ti renda ancora più debole. Ma se non fai sbagli non arrivi da nessuna parte. A volte devi sentirti libero di scrivere male, ma ci vuole fiducia per capire che in un certo senso la cattiva scrittura può garantire la buona scrittura, che la quantità può portare alla qualità. A volte, poi, anche quando hai finito di scrivere un lavoro, devi lasciarci dentro i difetti: fanno parte del testo. Non possono essere eliminati senza che vada perso qualcosa di importante, un cero sapore o un’energia necessaria. Non puoi rendere tutto perfetto, ma devi provare a farlo.

Una volta immaginavo che se avessi scritto come gli altri, se avessi imitato gli scrittori che mi piacevano, sarei riuscito a mostrarmi solo dietro una maschera. L’ho fatto per un po’, ma il mio vero io continuava ad emergere. Mi ci è voluto del tempo per capire che il problema non è di scoprire la tua voce, ma di comprendere che hai già una voce, proprio come hai una personalità, e che se continui a scrivere non hai altra scelta che quella di parlare, scrivere e viverci dentro. Quello che devi fare, in un certo senso, è prendere possesso di te stesso. L’essere umano e lo scrittore sono la stessa persona.

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I modi dello scrivere/Scrittori e territorio

Ottobre 29th, 2008

di flannery o’connor, da ‘nel territorio del diavolo’  edizioni minimum fax

Con l’eccezione di un solo racconto, nessuno ha praticamente fatto uso dell’idioma locale (…). I personaggi parlavano come se non avessero mai sentito un linguaggio diverso da quello uscito da un televisore. È evidente che qualcosa non quadra.Due sono le qualità che fanno la narrativa: una è il senso del mistero, l’altra è il senso della maniere. Quest’ultimo lo ricaviamo dal tessuto dell’esistenza che ci circonda. Il grande vantaggio di essere uno scrittore del Sud è quello di non dover andare lontano a cercarsele;buone o cattive che siano, ne abbiamo in abbondanza. Noi del Sud viviamo in una società ricca di contraddizioni, d’ironia, di contrasti, ma soprattutto ricca nella lingua. Eppure, ecco qua sei racconti di gente del Sud dove non si fa quasi uso delle nostre ricchezze.

Forse il motivo è che avete assistito a un tale abuso di questi elementi da sentirvi imbarazzati nel continuare a usarli. Non c’è niente di peggio di uno scrittore che, invece di far uso delle ricchezze regionali, ci sguazzano dentro. allora tutto diventa così tipicamente meridionale da risultare stomachevole, così locale da essere incomprensibile, così riprodotto alla lettera da non comunicare più niente. Il generale si perde nel particolare, anziché svelarsi attraverso di esso.

D’altra parte se la vita che ci circonda viene completamente ignorata e i nostri modelli di linguaggio del tutto trascurati, allora c’è qualcosa che non va. Lo scrittore dovrebbe chiedersi se non sta per caso rincorrendo un tipo di vita che gli è innaturale.

Una società è caratterizzata dal suo idioma, e ignorandolo si rischia di ignorare anche l’intero tessuto sociale che rende significativo un personaggio. Se tagli fuori i personaggi dalla società in cui vivono, non potrai dire molto di loro in quanto individui. Non si può dire niente d’interessante sul mistero di una personalità, senza inserirla in un contesto sociale credibile e significativo. E il modo migliore per farlo è mediante l’idioma stesso del personaggio (…).

Scoprire di essere vincolati attraverso i sensi a una società, a una storia, a un idioma e a suoni particolari, è per lo scrittore l’inizio di un’identificazione che per la prima volta pone il suo lavoro in quella che per lui costituisce un’autentica prospettiva umana (…).

Lo scrittore di narrativa, se non subito almeno col tempo, si accorge che, precludendosi le immagini e i suoni che hanno sviluppato una vita autonoma nei suoi sensi, non farà un passo avanti. Al romanziere interessa il mistero della personalità, e non si può dire molto di significativo in proposito, a meno che i personaggi creati non rechino i tratti di una società plausibile (…).

Il romanzo cattolico mancato è, di solito, quello dal quale sfide del genere sono assenti. È un romanzo che non viene alle prese con alcuna cultura in particolare (…).Il romanzo cattolico mancato è un romanzo nel quale , non essendoci un senso del luogo, diminuisce di conseguenza  il sentimento. L’azione avviene in un contesto astratto che potrebbe essere ovunque o in nessun luogo. Questo lo ridimensiona sìdrasticamente e riduce quelle tensioni che impediscono alla narrativa di essere corriva e artefatta.

(…) un tempo l’alienazione era una diagnosi, ma in molta della narrativa contemporanea è diventata un ideale. L’eroe moderno è l’escluso. La sua esperienza è priva di radici. Può andare ovunque. Non appartiene a nessun luogo. Non essendo estraneo a nulla, finisce per estraniarsi da qualunque tipo di comunità basata su gusti e interessi comuni. I confini del suo Paese sono le pareti del suo cranio.

(…) Ma il buono e il cattivo di ogni cultura sembrano inscindibili, e per quanto riguarda la creazione di un’opera di narrativa, il sociale è superiore al puramente personale. Meglio un posto che nessun posto. Meglio maniere tradizionali, per squilibrate che siano, che l’assenza di maniere.

(…) Quando parliamo della terra dello scrittore, siamo inclini a dimenticarci che, qualunque terra sia, essa è dentro come fuori di lui. L’arte richiede un delicato adattamento tra il mondo esteriore e quello interiore, in modo che, senza snaturarsi, possano essere l’uno il riflesso dell’altro. Conoscere se stessi è conoscere la propria regione. È anche conoscere il mondo ed è altresì, paradossalmente, una forma di esilio dal mondo.

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Libri e autori/Marcello Fois:conoscere il passato

Ottobre 28th, 2008

In occasione dell’uscita in Francia del suo romanzo Memoria del vuoto, Marcello Fois ha rilasciato al sito francese Evene (linkato qui a fianco) un’intervista in cui sottolinea l’importanza, per la coscienza critica di una nazione, di colmare l’oblio del passato. Ecco alcuni passaggi dell’intervista.

E’ il lavoro dello scrittore, combattere l’oblio, ma non solo: è quello dell’intellettuale, in senso ampio. La missione del filosofo, del pittore o del poeta è di aiutare la costruzione di un senso critico. Il periodo in cui viviamo è terribile, perché non vedo in giro molti intellettuali che si sentano coinvolti. Alimentano la società consumista, si esibiscono in televisione, ma non partecipano all’elaborazione di questo senso critico. La loro unica preoccupazione è divertire. Lo trovo inquietante.

La letteratura italiana contemporanea ha come obiettivo quello di riprendere in mano la storia italiana, perché, se non conosciamo la nostra storia, non conosciamo noi stessi.

Penso che il romanzo storico permetta di parlare della realtà contemporanea. Anzi, grazie a questa scappatoia è perfino più facile. Noi non siamo giornalisti, noi abbiamo il dovere di scrivere artisticamente. È molto importante riuscire a trovare un modo per raccontare la realtà contemporanea, ma all’interno di un quadro storico, per lo meno in apparenza…L’attualità affonda le sue radici nel passato. Non è possibile fare qualcosa senza un contatto con il passato, non ci credo.

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Perchè scrivo/L’alfabetosfera dell’essere

Ottobre 28th, 2008

di paolo vachino

Alla domanda: “perché scrivo?” – formulata oggi – ho senza dubbio una risposta, che mi piacerebbe tradurre in scrittura. Trovo però delle resistenze, delle arrendevoli titubanze, perché ho provato a formularla ai tanti me che mi hanno accompagnato fino a qui, e ogni volta, ho udito da loro delle risposte molto diverse, bizzarre, per certi versi quasi aliene al me che credo di essere oggi.

All’alfabeto sono stato avviato da mia madre, in età prescolastica: sono arrivato al mio primo giorno di scuola sapendo, quindi, già scrivere. E mi è piaciuto subito avere una matita tra le mani; non mi è stato difficile quindi, comprendere molti anni dopo, cosa vuol dire Erri De Luca quando afferma che “scrivere è fare con le mani”. Per il me bambino è stato proprio questo: un fare con le mani; un fare diverso rispetto allo sprofondare le dita nell’umido della terra, e arrivare a cena con le unghie aureolate di nero, suscitando le ire genitoriali per l’affronto reso a tovaglie e stoviglie, imbandenti deschi domestici con cibi preparati dall’amorevole dedizione materna.

Ma questa mia voracità di apprendere la meravigliosa arte del tracciare dei segni sulla carta, era acuita dal piacere immenso che ne seguiva: quei segni che lentamente imparavo a fabbricare, li trovavo ovunque intorno a me: sulla estesa facciata della chiesa, eclissante ogni mattina il levarsi del sole dai campi ammantellati intorno al lago morenico, incastonato tra mammellose colline, sul giornale che mio padre acquistava (poteva economicamente acquistare) solo alla domenica mattina, dentro allo schermo della televisione, sui barattoli golosi di cioccolata. Quei segni dovevano avere dei poteri magici: perché, quando saltavo sulle spalle di mio padre che amava leggere il giornale sugli scalini di pietra in giardino, e a fatica compitavo le seguenti sillabe: “domenica di sole al…”, improvvisamente vedevo una luce sfavillare sulla pagina, e non capivo più il senso di quello che stava accadendo, e se il sole, che mi appariva in tutto il suo brillio, stesse adagiato tra le mani di mio padre che continuava ignaro a sfogliare le pagine lenzuolose del giornale, o invece pattinasse infrapalpebralmente sui miei occhi; o, peggio ancora, avesse violato la superficie del mio corpo e fosse penetrato dentro di me, in chissà quale territorio che credevo inviolabile. Alzavo gli occhi per vedere se per caso il sole non fosse anche lì dove doveva essere: nel cielo; e invece c’erano solo delle nuvole al guinzaglio di tanti altri occhi, che le stavano osservando nello stesso istante.

Il mio primo me bambino avrebbe risposto alla domanda “perché scrivo?”: “per imparare a fabbricare quei segni che mi avrebbero prima di tutto permesso di riconoscere gli stessi segni tracciati da altri”. Quei segni erano la prima cosa che apprendevo essere comune a tutti, erano di tutti. Proprio come avrei capito essere la Poesia, molti anni dopo: essere come il pane, come il pane di tutti, per tutti. E poi erano magici, quei segni, quella famiglia di lettere, perché dall’unione di alcune di loro avrei potuto vedere, dopo aver semplicemente letto un cartello stradale, mandrie di mucche al pascolo, quando in realtà c’erano solo prati verdi ricoperti di erba qua e là morbillosa di corolle colorate.

Quei segni erano un punto di incontro tra me e il mondo: apparentemente muti esplodevano in una fantasmagoria di immagini, come tante bolle di sapone sulla scia di un soffio. Ma non accadeva ogni volta la stessa cosa, e questo dipendeva non solo e non tanto dal segno tracciato, ma molto anche dal me osservante, dalla mia energia di lettore in erba. Proprio come nelle palestre: pesi da sollevare per tornire i muscoli della mente, dell’immaginazione, della fantasia. Avevo paura a volte delle immagini che la mia fantasia convocava alla consapevolezza, stimolata dall’incontro con quei segni tracciati da altri. Non sapevo ancora che l’etimo di fantasia (= phaìno) volesse significare “mostro”. E così mi atterriva ancor di più l’idea di poter dare vita a dei mostri, di poter spaventare altri come loro stavano facendo con me.

Partendo da quel mio primo me, le riflessioni che si stanno componendo intorno all’interrogativo “perché scrivo?” vanno via via formandosi attraverso la seduta plenaria dei tanti altri me susseguitisi nel tempo. E uno di questi che ha preso energicamente la parola proprio in quest’istante, e sta rivendicando forte il diritto di essere ascoltato, dice che “scrivere è incontrare qualcuno senza che occorra la sua presenza”, “è instaurare una relazione con un inter-locutore assente”, “un gioco tra le parti dove una parte non c’è, anzi, sceglie di essere presente in un’altra forma: un assentire attraverso l’assenza a essere presenti attraverso l’essenza travasata in un segno”, “alchimia interiore”. “Scrivere come atto di rinuncia a essere presenti al momento dell’apertura del pacco pieno di parole: pacco dono / pacco bomba”. “Benefattori. Terroristi”. “Angeli. Demoni”.

Dall’ascolto del me che ha appena ceduto il microfono a un altro me, mi sembra di capire che la terribilità della scrittura consista proprio in questo: passare in un soffio dalla vita alla morte, dal dolore al piacere. Si elidono i tempi dell’innesco delle emozioni: si entra in un universo parallelo alla vita. L’alfabetosfera dell’essere.

Nell’assemblea dei miei me sta avvenendo un concitato avvampo di urla: tutti vogliono prendere la parola, quella parlata, avente il sopravvento quindi su quella scritta, che si assilenzia per consentire, appunto, il pacifico svolgimento dell’adunanza, quell’ad-unare necessario al ricompattamento dell’Uno che si sta accingendo a prendere la bicicletta per andare a incontrare l’umore del mare di oggi.

Non fosse altro perché in più di uno si sta scomodi sulla sella.

Una anche lei.

Una anche lei?

Chissà.

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Racconto/The big night

Ottobre 28th, 2008

di piero macrelli

La persiana pendeva, attaccata ad un solo cardine, minacciosa come una lama di ghigliottina. Attraverso il tetto crollato della casa si scorgeva la luna piena. Il cielo notturno era limpido e pieno di stelle.La casa abbandonata era a pochi metri sulla sinistra del sentiero in salita che stava percorrendo. Era una di quelle case coloniche che si trovano spesso percorrendo i sentieri dell’Appennino. I cespugli e i rovi che le erano cresciuti attorno nascondevano l’ingresso e tutto il piano terra e le dava un aspetto sinistro. Di lì partiva un altro sentiero che piegava a destra, ma lui doveva passare proprio sotto la casa, se voleva seguire le indicazioni. Sulla destra c’era un ruscello che scendeva giù dalla collina verso il punto dove aveva lasciato la macchina, prima di mettersi in cammino. Di giorno sarebbe sembrato un ambiente allegro, ma di notte tutto cambiava aspetto. Attraversare quel bosco di notte, da solo non era stata una grande idea, e adesso si trovava bloccato da quell’ostacolo che sembrava insormontabile.
Allora e’ deciso, disse. Io vi raggiungo sabato notte.

Avevano trovato un buon contatto per passare un fine settimana in un rifugio in collina. Si chiamava “Libera Repubblica di Trebbana”. Era la casa di un prete che la metteva a disposizione dei ragazzi della parrocchia. Si trovava sulle colline dalle parti di Marradi. I tre amici andavano spesso a fare passeggiate lungo i percorsi di trekking. Potevano considerasi esperti escursionisti. Questa volta si sarebbero aggregati al gruppo che usava quel rifugio. Ci sarebbero state una ventina di persone fra ragazzi e ragazze. Tutti trentenni, più o meno.

Sei sicuro di trovarci?, gli dissero i due amici. Non siamo mai stati da quelle parti.

Lui aspettava proprio quella domanda , per fare sfoggio della sua competenza. Si trovava solo da quella parte del tavolo del bar, mentre i suoi amici erano seduti di fronte a lui.

Ho tutto sotto controllo, disse soddisfatto, mentre spostava i bicchieri della birra per far spazio sul tavolo. Da una tasca del giaccone appoggiato su una sedia al suo fianco, tirò fuori una cartina già piegata in modo da mettere in evidenza la zona. Era una di quelle mappe dettagliate che riportano con precisione tutti i sentieri.
Esco a Faenza e prendo in direzione di Brisighella e poi vado per Marradi. Quando sono in zona troverò la strada con facilità.
Indicò con un dito la cartina dove aveva evidenziato, con un pennarello, il punto di inizio del sentiero e il percorso che avrebbe dovuto affrontare.
Vedete?, molto probabilmente e’ uno di quei sentieri segnati del “Cai”. E questa- spostò il dito sulla cartina- e’ senza dubbio la casa del prete.
Fece una lunga pausa ad effetto,bevve un buon sorso di birra, si appoggiò allo schienale della sedia e li squadrò a lungo.
Non penserete mica che io vi lasci andare soli con tutte quelle ragazze, vero?

Trovò con facilità l’inizio del sentiero che doveva percorrere. Si trovava subito dopo un gruppo di case lungo una via di campagna. Aveva puntato i fari della macchina in modo da illuminare la zona e aveva visto sul tronco degli alberi, lungo il ciglio della strada, i tipici segni convenzionali che indicavano i sentieri di: due righe orizzontali di vernice rossa, in mezzo una riga bianca e la cifra, in nero, che indicava il numero del sentiero.
Quasi troppo facile, pensò fra sé.

Cominciò a cambiarsi sul ciglio della strada. Prendeva le cose di cui aveva bisogno dallo sportello del bagagliaio lasciato aperto. Aveva già addosso una tuta sportiva, ma cambiò le scarpe da ginnastica – più adatte a guidare – con pesanti scarponi. Aveva una maglia di “pile” pesante a collo alto con i bottoni, ma prese anche una leggera giacca a vento leggera con la cerniera. Se avesse avuto caldo, se la sarebbe sfilata con facilità e non avrebbe dato impiccio, una volta legata in vita o infilata in una cinghia esterna dello zaino. Fissò ai fianchi, lasciandola lenta quanto bastava, una cintura che sorreggeva un fodero, anche esso in cuoio, di un lungo coltello, quasi un machete. Aveva il manico rivestito dello stesso cuoio del fodero, avvolto come il nastro nei manubri delle biciclette da corsa di una volta. La lama, lunga e ricurva, era affilata da un lato e seghettata dall’ altro. Dal punto di vista pratico non serviva a nulla. Assolveva ad una funzione puramente estetica e molto probabilmente era illegale portarselo in giro.

Quando ebbe finito di vestirsi, fece un piccolo inventario per assicurarsi di non aver dimenticato nulla. La pila, di quelle che si mettono in testa per poter avere le mani libere e si fissano alla fronte con una cinghia, l’aveva presa e la cartina dettagliata del sentiero che doveva percorrere era nella tasca della giacca a vento. Sembrava tutto a posto. Il resto era tutto stipato in un capiente zaino tecnico da escursione. Doveva passare solo una notte al rifugio, ma non voleva farsi mancare nulla. E poi c’erano le ragazze e voleva fare bella figura. Tolse lo zaino dal bagagliaio della macchina, che parcheggiò meglio, oltre il ciglio della strada, dove non avrebbe dato fastidio fino all’indomani sera, quando sarebbe tornato a riprenderla.

Dopo aver parcheggiato l’auto e spento i fari, che aveva tenuto accesi per vederci meglio mentre si preparava, si ritrovò finalmente solo, al buio, in mezzo alla strada deserta e silenziosa. Il cielo era stellato e la luna piena illuminava in modo vago e sinistro l’imboccatura del sentiero proprio davanti a lui.

La sua sicurezza ebbe un leggero fremito. Aveva lasciato Rimini solo un paio di ore prima e si era portato dietro tutta la confusione, il traffico, i rumori del sabato sera. Ma adesso, che stava per mettersi in cammino, si accorse che quell’ invisibile cordone ombelicale che lo legava alla vita cittadina, era stato reciso. Era solo, di notte, davanti a un bosco buio e silenzioso che doveva attraversare. Camminò, per un po’, avanti indietro in mezzo alla strada senza decidersi a partire.

In quanti saremo a passare la notte nel rifugio?, chiese agli amici che dovevano essere più informati di lui.
Una ventina fra ragazzi e ragazze, disse uno degli amici. Tutti trentenni come noi, più o meno.
“Libera Repubblica di Trebbana”: bel nome, disse lui. Cosa sappiamo di questo posto?
La località si chiama Trebbana , e da qui a preso il nome la casa. E’ un edificio a due piani. Quello sopra è ad uso esclusivo del prete, mentre il pian terreno è a disposizione. Lo si affitta con poco. Naturalmente bisogna conoscere qualcuno della parrocchia. Non danno le chiavi a tutti.
Ottimo. Nelle parrocchie sono sempre organizzati bene. Ci divertiremo.
I tre amici parlarono ancora un po’ della gita, poi tornarono alle birre e alla musica che invadeva locale. Tutti i tavoli erano pieni e c’era gente in piedi con i bicchieri in mano. Era venerdì sera e c’era molta gente in giro.

Seduto al tavolo, con la schiena verso il muro , per osservare il locale, pensava ai suoi due amici e ai delicati meccanismi che li tenevano legati. Formavano un fragile triumvirato. Non si era mai affermata una vera leadership ma li accomunava una reciproca simpatia e un atteggiamento disincantato e ironico nei confronti della vita e delle ragazze. Meno morbosa di una coppia, il gruppo a tre aveva comunque i suoi limiti e difetti. Nessuno lasciava gli altri due uscire da soli:troppo alto era il rischio che incappassero nella più grande delle avventure notturne. Per il resto della vita si sarebbe parlato di quella volta che era successo l’incredibile, mentre il terzo era rimasto a casa. La chiamavano “Sindrome da Big Night”. Tutti i ragazzi la conoscono. Chiunque esce alla sera e va in giro per i locali a divertirsi sa, che prima o poi, gli capiterà di vivere la serata perfetta, la notte che segna la differenza fra chi si è veramente divertito nella vita e chi non ha mai vissuto veramente. La “Big night” era il premio ambito da chi conduce una vita notturna e mondana. Il premio per aver saputo attendere, con la birra in mano, che l’incredibile fosse alla portata di mano. Era un misto fra una filosofia orientale- che ci consiglia di aspettare sul bordo del fiume- e una sorta di distorta interpretazione di “Comunismo Estremo” per cui, anche se non facevi un cazzo di niente per impegnarti, un minimo sindacale di successo ti era, comunque, sempre dovuto.
Dunque era un errore imperdonabile rimanere a casa mentre gli altri due se ne andavano in giro. Era un continuo controllarsi a vicenda. Bisognava uscire assieme, anche la volte che proprio non se ne aveva voglia e sarebbe stato più utile rimanere a casa a riposarsi o a leggere un buon libro.
Ne ridevano sempre. Qualcuno diceva che era un comportamento infantile e irrazionale, ma nessuno osava negare l’esistenza di “The Big Night”.

Dirò di più. Avete presente quel salmo della Bibbia in cui si esortano i servi a stare sempre svegli e attenti, perché non si sa quando il padrone ritornerà a casa? Ecco, lo stesso severo consiglio è valido anche per chi crede nel dogma laico della “Big Night”. Se il giorno , o meglio la notte, in cui la “Big Night” dovesse bussare alla vostra porta e non vi trovasse presente e desto, come vi giustificherete? Direte che eravate stanchi, che siete rimasti a casa o, peggio, che eravate ad un “reading” di poesia a Santarcangelo ? Per carità! Poi non dite che non vi avevo avvisato, perché è lì, dove la fede vacilla, che le cose cominciano a funzionare male come effetto di una giusta nemesi. Tutte le volte che si parlerà di quella “Big Night” a voi non resterà altro che stare in disparte a mangiarvi il fegato perché non c’eravate. All’inizio non sembrerà così grave, ma poi a poco a poco il vostro smalto e la vostra sicumera diminuirà, le cose cominceranno a girare male, gli amici non vi aspetteranno e le ragazze non vi sorrideranno più. Sarà la fine per voi, e quando morirete, perché sarete il primo a morire e probabilmente male, i vostri amici, presenti alla sepoltura quando il trattorino dei becchini ricoprirà di terra la vostra tomba, di voi si ricorderanno solo di quella volta che non eravate presente durante la “Big Night”. Se ne andranno via scuotendo la testa per non tornare mai più a trovarvi e sulla vostra tomba cresceranno solo erbacce perché nessuno vi porterà mai dei fiori.

Il sentiero procedeva in salita e descriveva dolci tornanti a fianco al corso del torrente che scendeva a destra. La pila era inutile, con la luce della luna piena che filtrava fra la fitta vegetazione si vedeva bene. Erano piante piuttosto basse e rovi che non riuscivano a chiudere il sentiero. Una volta si era trovato a camminare, a pomeriggio inoltrato, in una faggeta. Quegli alberi dritti, ad alto fusto, erano veramente inquietanti. Sono piante che non permettono la crescita di un sottobosco, non ci sono sentieri ben delimitati dai cespugli, la vista spazia lontano ed è facilissimo perdersi. Sembra più facile camminare lì che in un bosco intricato, ma non è vero. Per fortuna qui il sentiero era ben segnato, il torrente a destra era un ottimo riferimento, i cespugli di rovi, che facevano da sponda al sentiero, impedivano di perdere la strada, ma limitavano la vista a pochi metri. La cosa metteva un po’ a disagio. Anzi, faceva paura.

Adesso era lì, bloccato da quella casa che sembrava non volerlo lasciar passare indenne. Cominciò a pizzicargli il collo e la colonna vertebrale. Avrebbe voluto voltarsi per vedere chi c’era. Il torrente che fino a quel momento scorreva placido, sembrò diventare impetuoso e l’innocuo mormorio dell’acqua si trasformò in voci che lo chiamavano come sirene. Sembrava che il torrente fosse in grado di percepire i suoi pensieri, amplificarli e diffonderli fra gli alberi. Estrasse con un gesto rabbioso il grosso coltello. Si mise a correre come un pazzo per superare la casa. Tutte le sue paure infantili sembravano essersi materializzate e date appuntamento dentro quel rudere. Si mise anche a urlare e la voce era proprio quella di un bambino di dieci anni, che si sveglia per un incubo notturno e grida che vuole andare nel letto della mamma. Con l’ultimo briciolo di volontà rimastogli, si impose di non girasi indietro a guardare, perché, se lo avesse fatto si sarebbe trasformato sicuramente in una statua di sale.

Rallentò la corsa solo quando non ce la fece più. Oramai la casa abbandonata distava qualche centinaio di metri, aveva superato un paio di tornanti e il rudere era scomparso alla vista. Aveva raggiunto il crinale, gli alberi non erano più così fitti, anzi si cominciava a scorgere dominare un ampio tratto di panorama. Era in cammino da un paio di ore e il rifugio non doveva essere distante. Si fermò a riprendere fiato, rimise il coltello nel fodero e giurò a sé stesso che nessuno avrebbe mai saputo della paura che aveva provato. Specialmente le ragazze.

In pochi minuti raggiunse il rifugio, immerso nel silenzio. Il cielo era pieno di stelle. La luna piena grande e bianchissima illuminava il panorama. Si slacciò lo zaino e lo fece cadere a terra, si mise a sedere su un masso che affiorava da terra. Voleva prendersi qualche minuto per sé, prima di andare a bussare alla porta del rifugio.
Dovette fare un giro dell’edificio per individuare la porta del pian terreno, dove dormivano i ragazzi. Era una grande casa colonica. Probabilmente in passato aveva ospitato più di una famiglia. Era stata ristrutturata in economia, ma era solida e ben tenuta.
Un ragazzo gli venne ad aprire dopo un bel po’ che lui bussava. Erano tutti a dormire – saranno state le tre o le quattro del mattino quando arrivò al rifugio- ma ora si erano alzati per salutarlo ed erano imbacuccati in pesanti tute da ginnastica e felpe con il cappuccio per sopportare il freddo della notte in quella casa senza riscaldamento. Il portone in legno del rifugio si apriva da sotto un porticato e permetteva di accedere a una stanza lunga e stretta. Sulla sinistra c’era un passaggio, senza porta, che dava su una stanza più piccola, piena di letti a castello. I materassi, appoggiati su reti sfondate, erano vecchi e un po’ luridi. Sembravano dei pagliericci sui quali erano stati stesi i sacchi a pelo.

Nella stanza principale c’era un camino. La brace covava sotto la cenere. Davanti al camino, appoggiato alla parete di destra c’era un divano scassato, poi un grande tavolo in legno massiccio con molte sedie una diversa dall’altra. In fondo alla stanza c’era una stufa a legna e una cucina a gas, di quelle con le bombole a fianco. C’erano grossi pentoloni in alluminio, anneriti dall’uso e con i manici rotti o sostituiti alla buona. Padelle ammaccate, piatti, bicchieri e posate di forme e misure diverse in gran quantità e tutta una serie di utensili adatti alle numerose comitive che frequentavano quel posto. Ad ogni passaggio di ospiti c’era qualcosa che si rompeva o andava perso, ma anche cose che venivano lasciate o dimenticate che andavano a modificare continuamente l’inventario della cucina.

Gettò con noncuranza lo zaino da una parte e con il grosso coltello -che aveva nuovamente sfoderato prima di entrare- fece il gesto di pulire la lama sulla coscia dei pantaloni. Poi lo piantò con gesto teatrale sul tavolone il legno e disse che lo avrebbero dovuto avvisare prima, che nel bosco c’erano i lupi. Poi guardò tutti con aria spavalda e con un sorriso soddisfatto.

Nella stanza si era fatto silenzio. Probabilmente tutti sovrastimavano la passeggiata notturna in solitario nel bosco e lui si guardò bene dal ridimensionare la cosa. Poco dopo tutti cominciarono a parlare contemporaneamente e gli fecero ressa attorno. Si complimentavano con lui per l’impresa compiuta. Vedeva l’ammirazione, mista ad invidia, sulle facce dei maschi, specialmente quella dei suoi due amici. Le ragazze se lo bevevano con gli occhi, specialmente una. I loro sguardi si incrociavano continuamente, ma in quella situazione non poteva attaccar bottone come avrebbe voluto. Infagottata come tutti, nascondeva le forme del corpo sotto una pesante coperta che si teneva avvolta, ma si muoveva per la stanza con una sensualità che lo intrigava. Portava in testa una papalina rossa che teneva calata sugli occhi e le nascondeva i capelli e parte dei lineamenti. Lui cercava in tutti i modi di riuscire ad inquadrarla meglio, per poter approfondire la conoscenza appena possibile la mattina dopo. Non conoscendone il nome, la chiamò “Cappuccetto Rosso”.

A poco a poco, tutti tornarono a dormire nella stanza di là. Lui disse che era troppo eccitato dalla camminata notturna per mettersi a dormire e sarebbe rimasto a sedere sul divano davanti al fuoco che aveva ravvivato con nuovi ciocchi di legna presi. La casa era tornata nel silenzio e lui sedeva sul divano, i pedi appoggiati su una sedia che si era messo davanti. Assorto nei suoi pensieri osservava ipnotizzato il fuoco nel camino. Si sentiva pervaso da un forte senso di trascendenza, come devono provare i profeti o i santi in procinto di ricevere un dono o una rivelazione dagli dei, quando apparve sulla soglia della stanza “Capuccetto Rosso” ancora avvolta nella coperta di prima. Disse che non riusciva più ad addormentarsi e chiedeva se poteva tenergli compagnia accanto al fuoco. Andò a sedersi ad una estremità del divano, si sistemò la coperta e infilo i piedi sotto le cosce di lui, come per volerseli scaldare. Si tolse la papalina per mettere in mostra i lunghi capelli neri e ondulati che si sistemò scuotendo energicamente la testa.
Ma come e’ di fuori al buio, nel bosco? gli chiese con voce nasale.
E’ una gran notte, Cappuccetto Rosso, una vera “Big Night”, le disse con un sorriso da lupo, mentre la tirava a sé per baciarla.

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