Archivio di Novembre, 2008

Libri e autori/Yu Hua: Ho scritto dell’odio, non potendo scrivere dell’amore

Intervista di Maria Rita Masci dal sito www.treccani.it del 13-01-06

Yu Hua è considerato uno dei più importanti scrittori cinesi della nuova generazione. L’intervista curata da Maria Rita Masci, esperta di letteratura cinese contemporanea e traduttrice, di tutti i suoi libri, è stata realizzata in occasione della pubblicazione Einaudi della raccolta di racconti Torture.
Di seguito all’intervista, la bibliografia della letteratura cinese contemporanea tradotta in italiano

La tua forma narrativa ha subito trasformazioni dagli esordi a oggi? Che fase della tua produzione rappresentano i racconti che stanno uscendo in questi giorni in Italia?
Le mie opere hanno subito un cambiamento enorme. Prima degli anni 1986-87, periodo a cui risalgono i miei primi successi, risentivo molto dell’influenza di Kawabata e del suo stile accennato, tra il dire e il non dire. Negli anni ‘80 in Cina si produceva una narrativa in cui le cose venivano descritte in modo netto e preciso, se si trattava di lacrime si parlava di lacrime, se era odio di odio, mentre a me piaceva molto quel suo modo indiretto e sfumato di raccontare.
In seguito, però, quell’influenza si è trasformata in una forza inibente e ho cambiato stile. La svolta è stata rappresentata dal racconto A diciotto anni me ne sono andato di casa. Avevo letto su un giornale che un camion carico di mele era stato derubato. Storie del genere non è che non accadessero all’epoca, ma certo non venivano pubblicate sui giornali. Il fatto mi fece riflettere e decisi di scrivere una storia ispirata a quell’episodio. Il racconto narra di un ragazzo che lascia la sua casa per fare esperienza del mondo e viene derubato della borsa dal guidatore del camion di mele che a sua volta era stato depredato del carico di frutta. È stato un momento cruciale nello sviluppo di una mia forma narrativa, desideravo scrivere proprio una storia così, dove, senza ragione, un uomo deruba un ragazzino, peraltro non responsabile del furto da lui precedentemente subito. Mentre scrivevo, mi chiedevo se il racconto sarebbe stato pubblicato o ci sarebbero stati problemi, allora non era come oggi che tutte le riviste chiedono i miei contributi. Fortunatamente, in quel periodo “Letteratura di Pechino”, una rivista letteraria della capitale che aveva già pubblicato alcuni miei racconti, organizzò un convegno al quale venni invitato poiché mi consideravano uno scrittore con un futuro. Li Tuo, uno dei critici più importanti dell’epoca, trovò molto bello il racconto e lo promosse. Devo molto a Li Tuo e al suo sostegno.
I quattro racconti scelti per l’edizione italiana sono rappresentativi di alcune specificità della mia scrittura. 1986 è il primo racconto violento che ho scritto, dove un uomo si brucia il viso, si taglia le carni, si sega le ossa, emette lunghi gemiti, ma non si capisce se prova dolore. È stato un modo per narrare la Rivoluzione culturale ed è un racconto che mi ha molto turbato. Un tipo di realtà è il testo più maturo che ho scritto. Poi ho sperimentato una struttura narrativa priva di protagonista ma con molti personaggi, tutti sullo stesso piano e distinti non da nomi propri ma da lettere e numeri. Vivere! (Donzelli, 1997, trad. dal cinese di Nicoletta Pesaro) e Cronache di un venditore di sangue (Torino, Einaudi, 2000, trad. dal cinese e cura di Maria Rita Masci) segnano invece il ritorno a un tipo di romanzo più tradizionale. Io amo molto Vivere!, ma presenta dei problemi narrativi che ho invece completamente risolto in Cronache di un venditore di sangue.

Da dove viene la violenza che c’è nei tuoi racconti?
Il fatto è che io non sono uno scrittore di storie d’amore e poiché penso che due siano i sentimenti che più muovono la gente al mondo, l’amore e l’odio, non potendo scrivere dell’uno, ho scritto dell’altro. Mentre scrivevo quei racconti, di notte avevo degli incubi. Ho smesso di scriverne dopo Passato e castigo, perchè una notte ho sognato di essere io la vittima di una di quelle sessioni di critica di massa che avvenivano durante la Rivoluzione culturale, nel corso delle quali i contro-rivoluzionari venivano accusati di tutti i loro crimini e poi fucilati. Ho sognato di venir accusato come loro, di avere un grande cartello appeso al collo con sopra scritti i miei crimini. Mi accusavano di essere un assassino, di aver ucciso molta gente e mi condannavano a morte, e benché il mio cervello paralizzato dal terrore fosse completamente vuoto, pure desideravo fumare l’ultima sigaretta.

 

Questo terrore lo hai provato mai nella realtà?
Sì, è un sentimento che mi appartiene, sono cresciuto durante la Rivoluzione culturale. Scrivere queste cose lo trovo emozionante, è bello scrivere cose repellenti. Non descrivo la violenza per smascherarla o per oppormi a essa, è una specie di canto che le dedico, la tratto come una cosa da tener da conto, le tesso un’ode.

Nei tuoi racconti si nota un’attenzione alle azioni dei personaggi, a scapito di un’analisi della psicologia che le determina. Non seguiamo la loro interiorità, che ne spiegherebbe il comportamento, siamo solo testimoni delle loro azioni…
È un espediente a cui sono ricorso in Un tipo di realtà. Mi interrogavo sulla difficoltà di descrivere lo stato d’animo di una persona sconvolta, come Shangang dopo che ha ucciso il fratello. La soluzione è stata una descrizione dall’esterno: il cuore che quasi smette di battergli, gli occhi sbarrati e lo sguardo che si posa su quello che lo circonda e registra tutto, anche se in una sorta di stordimento. Ho deciso di rendere lo stato d’animo di un uomo che si trova bloccato in una situazione senza via d’uscita attraverso i movimenti dei suoi occhi.
Oltre alla descrizione degli stati d’animo estremi, un’altra difficoltà che lo scrittore deve superare è la stesura dei dialoghi. Nel mio romanzo Cronache di un venditore di sangue i dialoghi sono una parte importante del testo e li considero molto riusciti. Tra gli scrittori cinesi, i migliori autori di dialoghi sono Su Tong e Mo Yan, oltre al sottoscritto. Certi scrittori, invece, fanno parlare i contadini come fossero scienziati.

Quali sono i tuoi scrittori occidentali favoriti?
Kafka, il Calvino del racconto La formica argentina e Moravia, che ho letto nei primi anni ‘80 e del quale preferisco i racconti ai romanzi. Mi sono educato come scrittore alla letteratura straniera e ho poca dimestichezza con gli autori cinesi moderni. Gli scrittori della mia generazione hanno una caratteristica comune: negli anni della nostra formazione, durante la Rivoluzione culturale, non c’erano libri da leggere. Solo nel 1979, con il ritorno di Deng Xiaoping sono cominciate a comparire opere come la Divina Commedia o Spartaco. Facevamo la fila per comprarli in libreria, non erano in circolazione da oltre dieci anni. Vennero ripubblicate anche opere di letteratura cinese classica e moderna, ma a parte Il sogno della camera rossa nessun altro mi colpì particolarmente. Solo alla fine degli anni ‘80 ho scoperto testi come Il romanzo dei tre regni e autori moderni come Yu Dafu. Fondamentalmente, mi sento formato da un ambiente narrativo straniero, non trovo gli autori cinesi moderni all’altezza degli occidentali. È anche vero che non li ho letti in modo approfondito, io non possiedo un’educazione universitaria come Su Tong o Ge Fei.

Come vedi la situazione della letteratura cinese contemporanea?
La narrativa d’avanguardia, a cui sono stato ricondotto, appartiene a una fase ormai conclusa degli anni ‘80. E poi nessuno scrittore ama definirsi all’interno di un gruppo, le etichette le attribuiscono i critici.
Comunque sia, l’avanguardia ha avuto un’importanza enorme nella storia della letteratura cinese. Si può dire che dal 1949 al 1980, sotto il dominio del PCC, non ci sia stata sostanzialmente letteratura, mentre all’estero questa subiva una grande trasformazione. Poi negli anni ‘80 si è improvvisamente incominciato a produrre e la narrativa cercava di superare almeno un secolo di distanza con l’Occidente.
Si è incominciato con una letteratura che dava voce alle sofferenze patite durante la Rivoluzione culturale, poi la scena è stata dominata da due correnti: la ricerca delle radici, nella prima metà degli anni ‘80, e l’avanguardia, nella seconda. Sono state esperienze estremamente importanti per far maturare la letteratura cinese, al punto che i principali scrittori di oggi provengono da quelle due correnti.

Cosa ne pensi degli scrittori di oggi?
Oggi ci sono molti scrittori nuovi, ma non li leggo. Di solito uno scrittore si interessa di quelli che lo hanno preceduto, non di quelli che vengono dopo di lui. Ne ho sfogliati alcuni, ma non mi sono piaciuti. Mi sento uno scrittore degli anni ‘80, la linea di demarcazione è l’interpretazione della realtà, gli autori degli anni ‘90 riflettono l’atmosfera di questi anni, appartengono a questo clima più individualista.

 

 

Maria Rita Masci è esperta di letteratura cinese contemporanea, ha tradotto e/o curato la pubblicazione in Italia delle opere di Acheng, Su Tong, Mian Mian, Mo Yan, Han Shaogong, Xu Xing, Liu Sola, Sang Ye, Yu Hua. Dal 1988 al 2002 ha lavorato come esperto sinologo presso l’Ambasciata d’Italia a Pechino.  

 

Letteratura cinese contemporanea tradotta in italiano:

 

 

AA. VV., Racconti dalla Cina, Milano, Oscar Mondadori, 1989, a cura di Rosanna Pilone e Yuan Huaqing
AA. VV., Rose di Cina. Racconti di scrittrici cinesi, Roma, Edizioni e/o, 2003, trad. di Maria Gottardo e Monica Morzenti
Acheng, Il re degli scacchi, Roma, Theoria, 1989, trad. dal cinese e introd. di Maria Rita Masci
Acheng, Il re degli alberi, Roma, Theoria, 1990, trad. dal cinese e cura di Maria Rita Masci
Acheng, Il re dei bambini, Roma, Theoria, 1991, trad. dal cinese e cura di Maria Rita Masci
Acheng, Vite minime, Roma, Theoria, 1991, trad. dal cinese e cura di Maria Rita Masci
Acheng (a cura di), Strade celesti, Roma, Theoria, 1994, trad. dal cinese di Silvia Calamandrei e Maria Rita Masci
Acheng, Diario veneziano, Roma, Theoria, 1994, trad. dal cinese di Maria Rita Masci
Acheng, Chiacchiere, Roma, Theoria, 1996, a cura di Maria Rita Masci
Alai, Rossi fiori del Tibet, Milano, Rizzoli, 2002
Anchee Min, Azalea rossa, Milano, Guanda, 1994, trad. dall’inglese di Dolores Musso
Anchee Min, Katherine, Milano, Guanda, 1995, trad. dall’inglese di Dolores Musso
Anchee Min, Il pavone rosso, Milano, Guanda, 2000, trad. dall’inglese di Dolores Musso
Anchee Min, L’Imperatrice Orchidea, Milano, Corbaccio, 2004
Bai Xianyong, Il maestro della notte, Torino, Einaudi, 2005, trad. dal cinese e cura di Maria Rita Masci
Can Xue, Dialoghi in Cielo, Roma, Theoria, 1991, trad. dal cinese e cura di Maria Rita Masci
Chen Yuanbin, La moglie di Wan va in tribunale, Roma, Theoria, 1992, trad. dal cinese di Fiorenzo Lafirenza
Chun Shu, Ragazza di Pechino, Milano, Guanda, 2003, trad. dal cinese di Mirella Fratamico
Dai Houying, Shanghai, Milano, Sperling & Kupfer, 1987, trad. dall’inglese di Giorgio Brunicci
Dai Sijie, Balzac e la piccola sarta cinese, Milano, Adelphi, 2001, trad. dal francese di Ena Marchi
Dai Sijie, Mou e la vergine cinese, Milano, Adelphi, 2004
Fang Fang, Il sole del crepuscolo, Milano, Garzanti, 2001, trad. dal cinese di Corinna Tomasi Ji Xinlo
Feng Jicai, La raccoglitrice di carta, Pavia, Liber Internazionale, 1993, trad. dal cinese di Giorgio Trentin
Feng Jicai, I cento fiori, EL, 1995, trad. di Giuseppe Pallavicini
Gao Xingjian, Una canna da pesca per mio nonno, Milano, Rizzoli, 2001, trad. dal cinese di Alessandra Lavagnino
Gao Xingjian, La montagna dell’anima, Milano, Rizzoli, 2002, trad. dal cinese di Mirella Fratamico
Gao Xingjian, Il libro di un uomo solo, Milano, Rizzoli, 2003, trad. dal cinese di Sandra Lavagnino
Ge Fei, Il nemico, Vicenza, Neri Pozza, 2001, trad. dal cinese di Nicoletta Pesaro
Gu Hua, La morte del re dei serpenti, Roma, Edizioni e/o, 1988, a cura di Vilma Costantini, trad. di Marina Grassini
Jung Chang, Cigni selvatici, Longanesi, 1994, trad. dall’inglese di Lidia Perria
Ha Jin, L’attesa, Vicenza, Neri Pozza, 2000, trad. dall’inglese di Monica Morzenti
Ha Jin, Mica facile trovare un ammazzatigri, Vicenza, Neri Pozza 2001
Ha Jin, Pazzia, Vicenza, Neri Pozza, 2003, trad. dall’inglese di Monica Morzenti
Han Shaogong, Pa pa pa, Roma, Theoria, 1992, trad. dal cinese e cura di Maria Rita Masci
Hong Ying, L’estate del tradimento, Milano, Mondadori, 1997, trad. di Rosa Lombardi
Hong Ying, La figlia del fiume, Milano, Mondadori, 1998, trad. dall’inglese di Federica Passi
Hong Ying, K, Milano, Garzanti 2005
Liu Sola, Il caos e tutto il resto, Roma, Theoria, 1995, a cura di Raffaella Gallio
Liu Yichang, Un incontro, trad. dal cinese e cura di Maria Rita Masci, Torino, Einaudi Stile libero, 2005
Lu Wenfu, Vita e passione di un gastronomo cinese, Milano, Guanda, 1991, a cura di Cristina Pisciotta
Ma Jian, Polvere rossa, Vicenza, Neri Pozza, 2002
Mang Ke, I giorni della bufera, Liber, 1994, trad. di Barbara Alighiero Animali
Mian Mian, Nove oggetti di desiderio, Torino, Einaudi Stile libero, 2001, trad. dal cinese e cura di Maria Rita Masci
Mo Yan, Sorgo rosso, Roma, Theoria, 1994, trad. dal cinese di Rosa Lombardi
Mo Yan, L’uomo che allevava i gatti, Torino, Einaudi, 1997
Mo Yan, Grande seno, fianchi larghi, Torino, Einaudi, 2002, trad. dal cinese di Giorgio Trentin
Mo Yan, Il supplizio del legno di sandalo, Torino, Einaudi 2005, trad. dal cinese di Patrizia Liberati
Qiu Xiaolong, La misteriosa morte della compagna Guan, Venezia, Marsilio, 2002
Qiu Xiaolong, Visto per Shanghai, Venezia, Marsilio, 2004
Su Tong, Mogli e concubine, Roma, Theoria, 1992, trad. dal cinese e cura di Maria Rita Masci
Su Tong, Cipria, Roma, Theoria, 1993, trad. dal cinese e cura di Maria Rita Masci
Su Tong, La casa dell’oppio, Roma, Theoria, 1995, a cura di Rosa Lombardi
Su Tong, Spiriti senza pace, Milano, Feltrinelli, 2000, trad. dal cinese di Rosa Lombardi
Su Tong, I due volti del mondo, Vicenza, Neri Pozza, 2000, trad. dal cinese di Fiorenzo Lafirenza
Su Tong, La mia vita da imperatore, Vicenza, Neri Pozza, 2004, trad. dal cinese di Maria Gottardo e Monica Morzenti
Wang Meng, Figure intercambiabili, Milano, Garzanti, 1989, a cura di Vilma Costantini
Wang Meng, Volete mettere la zuppa agropiccante?, Venezia, Marsilio, 1999, trad. dal cinese di Fiorenzo Lafirenza
Wang Shuo, Scherzando col fuoco, Milano, Mondadori, 1998, trad. dal cinese di Rosa Lombardi
Wang Shuo, Metà acqua, metà fuoco, Milano, Mondadori, 1999, trad. dal cinese di Rosa Lombardi
Xu Xing, Quel che resta è tuo, Roma, Theoria, 1995, trad. dal cinese di Antonella Ceccagno
Yang Jiang, Il tè dell’oblio, Torino, Einaudi, 1994, trad. dal cinese e cura di Silvia Calamandrei
Ye Zhaoyan, Nanchino 1937. Una storia d’amore, Milano, Rizzoli, 2003, trad. dal cinese di Nicoletta Pesaro
Yu Hua, Torture, Torino, Einaudi Stile libero, 1997, trad. dal cinese e cura di Maria Rita Masci
Yu Hua, Vivere!, Roma, Donzelli, 1997, trad. dal cinese di Nicoletta Pesaro
Yu Hua, L’eco della pioggia, Roma, Donzelli, 1998, trad. dal cinese di Nicoletta Pesaro
Yu Hua, Cronache di un venditore di sangue, Torino, Einaudi, 2000, trad. dal cinese e cura di Maria Rita Masci
Yu Hua, Le cose del mondo sono fumo, Torino, Einaudi, 2004, a cura di Maria Rita Masci
Zhang Jie, Mandarini cinesi, Milano, Feltrinelli, 1989, trad. dal cinese di Giuseppa Tamburello
Zhang Xinxin e Sang Ye, Homo pekinensis, Roma, Editori Riuniti, 1990, a cura di Silvia Calamandrei, Marco Mariani e Maria Rita Masci
Zhang Xianliang, Zuppa d’erba, Milano, Baldini & Castoldi, 1996, trad. dall’inglese di Mara Maruzzelli
Zhang Xianliang, Metà dell’uomo è donna, Genova, De Ferrari & Devega, 2005
Zhou Weihui, Shanghai baby, Milano, Rizzoli, 2001, trad. dal cinese di Yuan Huaqing
Zhou Weihui, Sposerò Buddha, Milano, Rizzoli, 2005, trad. dal cinese di Yuan Huaqing

 

Pubblicato il 13/01/2006

 

 

Share |

Novembre 20, 2008 Pubblicato in: Articoli   Leggi Tutto

Poesia/Scatola di cartone

di nevio semprini

Archivio aneliti di gloria

nella scatola di cartone

bianca fuori, dentro memoria.

 

Ammasso aliti, sbuffi,

soffi e respiri

lettere, medaglie

maglie e conchiglie

e due orecchini d’oro

doppio ricordo

d’un incanto sordo.

 

Per l’aria lascio un foro:

escono rimorsi

rimpianti entrano

rimangono le date

i ricordi sfuggono

amalgamati tra loro

oro lana perle.

Credo d’aver perso

la scatola di cartone

non aveva nome

tra scatole di scarpe

e scatole di menti care.

Share |

Novembre 20, 2008 Pubblicato in: Poesia   Leggi Tutto

Perchè scrivo/La pienezza del limite

di aurelia bucci

Scrivo per non dimenticarmi di certe emozioni, per impressionare su un foglio quello che non potrei fare con la fotografia.

Scrivo per sentirmi libera. Libera di scrivere quello che è successo, ma anche quello che non è successo, e anche quello che avrei voluto che succedesse, di creare una storia nuova più bella della realtà.

Mi piace quando inizio un racconto, lasciarmi andare, seguire i personaggi, assecondarli e vedere dove mi portano. Mi piace starci dentro al racconto, uscirne, ritornarci e vedere se i personaggi mi fanno entrare di nuovo, se vogliono dire ancora qualcosa oppure no. Mi piace quando decido che il racconto è finito e mi rilasso soddisfatta.

Scrivere per me è anche terapeutico, mi pone dei limiti, mi obbliga ad aspettare, a rivedere, a non avere fretta, a non avere tutto e subito.

Share |

Novembre 20, 2008 Pubblicato in: I modi dello scrivere   Leggi Tutto

Poesia/Leggendo ‘Il cavaliere inestistente’ di Italo Calvino

di roberta aliventi

Questo è uno dei lavori che hanno vinto -ex equo- il Noblè di Rablè 2008 per la poesia

Si ritira l’ombra dal mondo
lasciando
un gusto di brina disciolta,
sbiadite sagome
a tracciar l’orizzonte.
Nell’aria rimane
un’incerta
parvenza d’esistere.

E dell’uomo
che l’universo misura,
l’anima indaga,
tremulo si fa il pensiero,
fluida la carne. Nulla
può( la volontà del possesso)
e nel languore dell’alba
si disperde.

Si ritira l’ombra dal mondo
E lasciando un vuoto
in cui, per non svanire,
inizia a contare l’uomo.

Share |

Novembre 19, 2008 Pubblicato in: Poesia   Leggi Tutto

I modi dello scrivere/Tutto l’amore di Bin Laden. Ovvero: un antidoto al fanatismo

di Amos Oz, tratto da Contro il fanatismo, Feltrinelli editore

Comincio a scrivere ogni mattina prima delle sei. A volte resto nello studio molte ore e produco una pagina, quando non solo un paio di frasi, o nulla di nulla. E tuttavia debbo stare lì. Non posso nemmeno leggere il giornale, andando al lavoro la mattina, dal momento che il mio studio è appena un piano di scale sotto la camera da letto, qualche passo e sono arrivato.

Ma non mi arrabbio più con me stesso, quando non produco. C’erano giorni in cui mi odiavo, per il semplice fatto di restare lì a non creare nulla. Specialmente quando vivevo in un kibbutz, e restavo tutta la mattina  seduto, scrivendo tre righe e cancellandone quattro, ritrovandomi in deficit rispetto al giorno prima. Poi andavo al refettorio e mi vergognavo di mangiare. A tavola c’era gente che aveva arato acri di terra, munto centinaia di mucche, che aveva tirato su un muro: mentre io, che avevo scritto quattro righe e ne avevo cancellate cinque, come osavo mangiare? Ma col passare degli anni mi sono adeguato alla prospettiva del commerciante: il mio lavoro è quello di uscire ogni mattina, aprire la saracinesca, sedermi e aspettare i clienti. Null’altro. Se ne arrivano, è stata una buona giornata. Altrimenti, continuo a fare il mio lavoro, a starmene in attesa. Non mi limito ad aspettare , perché, anche quando non scrivo, nella mia testa capitano cose   non dissimili da quelle che mi capitavano quando ero un marmocchio ansioso di gelato, in attesa che la conversazione dei genitori finisse. Osservo, immagino, fantastico. Mi metto nei panni, o nella pelle di altri. Quest’oggi non vi ho parlato di stile, o tecniche, di temi o parabole –gli esperti capiscono queste cose meglio di me. Volevo invece condividere con voi alcune fra le gioie del gusto di narrare. Donde viene l’impulso di scrivere, e come vive, anche nei tempi più brutti, nella sofferenza e nel pregiudizio e nella tragedia, nella disfatta e nella resa. Quanto questo impulso è primigenio. Credo esista in ogni essere umano, non solo in scrittori e romanzieri, il bisogno di raccontare una storia, di immaginare l’altro, di mettersi nei panni di qualcun altro, in fondo non è solo un’esperiuenza etica, un grande atto di umiltà, una buona direttiva politica. In fin dei conti (…) è anche un immenso piacere.

[…] Ritengo che  l’essenza del fanatismo stia nel desiderio di costringere gli altri a cambiare. Quell’inclinazione comune a rendere migliore il tuo vicino, educare il tuo coniuge, programmare tuo figlio, raddrizzare tuo fratello, piuttosto che lasciarli vivere. Il fanatico è la creatura più disinteressata che ci sia. Il fanatico è più interessato a te che a se stesso, di solito. Vuole salvarti l’anima, vuole affrancarti dal peccato, dall’errore, dal fumo, dalla tua fede o dalla tua incredulità, vuole migliorare le tue abitudini alimentari, vuole impedirti di bere o di votare nel modo sbagliato. Il fanatico si preoccupa assai di te, e o ti si butta al collo perché ti vuole bene sul serio o punta alla gola, nell’eventualità che ti dimostri irriducibile. In entrambi i casi, da un punto di vista topografico il gesto è più o meno lo stesso. In un modo o nell’altro, il fanatico è più interessato a voi che a se stesso, per la semplice ragione che il fanatico ha un io molto piccolo, quando non ce l’ha affatto. Il signor Bin Laden e la gente della sua fatta non è che odino l’Occidente. Non è questo il punto. Piuttosto, credo che loro vogliano salvare le vostre anime, liberare voi, noi dai nostri empi valori, dal materialismo, dal pluralismo, dalla democrazia, dalla libertà di parola, dall’emancipazione delle donne…(…)Bin Laden fondamentalmente vi ama. L’11 settembre è stato un travaglio d’amore. L’ha fatto per il vostro bene, vuole cambiarvi, vuole redimervi. Il più delle volte tutto questo comincia in famiglia. Il fanatismo, credo, prende le mosse in casa. Si inizia con l’impulso affatto comune di cambiare una persona amata, per il suo stesso bene, o l’impulso di sacrificare se stessi per la salvezza di un amato vicino, o con il dire a un figlio “devi diventare come me non come tua madre” oppure “devi diventare come me non come tuo padre” o ancora “ti prego, diventa qualcosa di diverso dai tuoi genitori”. O, per le coppie di coniugi, “devi cambiare, devi vedere le cose a modo mio, altrimenti questo matrimonio non funzionerà”. Molto spesso tutto comincia con il bisogno di vivere la propria vita attraverso quella di un altro. Rinunciare a se stessi, per facilitare la realizzazione dell’altro, il benessere delle generazione successiva.

Share |

Novembre 19, 2008 Pubblicato in: I modi dello scrivere   Leggi Tutto

Racconto/Tilde la sarta

di sara giardi

Fra le labbra stringeva cinque spilli, erano le cinque del pomeriggio e dalla piazza entravano i rintocchi della campana, qualche voce straniera e un caldo raggio di sole. A quell’ora, in maggio, il sole aveva già scaldato i tetti di Bologna, e un po’ alla volta si stendeva al di sotto dei portici, fin dentro le vetrine dei negozi di Piazza San Martino.
Uno di questi raggi si stava ora srotolando nella bottega di Tilde, attraversava i vetri e faceva brillare cinque spilli fra le sue labbra.

Mentre prende fra le dita il primo spillo, Tilde pensa alla zia suora. Di questa zia le aveva parlato sua madre. Raccontava che mentre rammendava un qualche vestito, perché un tempo erano i conventi che facevano questi lavori per i signori, era morta soffocata da tre spilli. Un colpo di tosse o che altro, Tilde non se lo ricorda, e aveva ingoiato tutto. A dire il vero, a questa storia non aveva mai creduto, del resto anche sua madre Dorina teneva gli spilli così. L’aveva visto fare a lei e l’aveva imitata. Le sembrava il modo più comodo, comunque la storia della zia suora le veniva sempre in mente.
Tilde appoggia un lembo della seta che ha in mano sui fianchi del manichino nero e lì punta lo spillo.
Anche Dorina era una sarta. Lavorava in casa e Tilde la aiutava quando tornava da scuola. In quella casa erano rimaste solo loro due dopo la guerra. Suo padre non ne era mai tornato anche se per molto tempo Dorina aveva continuato a pregare. I suoi fratelli più grandi se n’erano andati quasi subito a lavorare fuori, chi in America, chi in Belgio. Tilde non ricorda le facce di nessuno di loro. Non si ricorda di nessun uomo in quella casa. Ricorda bene, invece, che avevano bisogno di soldi, lei aveva lasciato la scuola per aiutare Dorina. Ancora per un anno o due cucirono per lo più vestiti pesanti e brutti, molti cappotti. Le signore non avevano ripreso ad uscire e al massimo si facevano preparare spessi tailleur neri, mandavano le misure senza neanche provarli. Risparmiando per due anni, si erano comperate la Singer e l’avevano messa in salotto. Avevano tirato fuori lo specchio e il paravento, per quando le ricche signore sarebbero tornate a vestir seta e velluto.
Tilde si fa scorrere dieci centimetri di stoffa fra le dita, piega in una piccola onda la seta bianca e con il secondo spillo la attraversa. Poi spinge col dito lo spillo fin nella gommapiuma del manichino. Prende il terzo dalle labbra.
Dorina era bravissima a cucire la seta a mano e a ricamarla. Quando le famiglie che erano state ricche avevano una figlia da sposare, durante la guerra o anche dopo, portavano a Dorina lenzuola di seta, a volte solo di lino e magari dei pizzi. Sua madre creava vestiti da sposa meravigliosi con niente. C’erano sempre delle file di perle cucite sulla stoffa.
Tilde allunga ancora un po’ di seta fra le dita, la misura ad occhio. Punta. Spinge. Altro spillo.
In piazza San Martino ci si arriva da via Oberdan. E’ una via molto frequentata, con negozi di dischi e di vestiti, locali aperti la sera e bar per gli universitari. I giovani che arrivano fino alla piazza, si dividono fra il Blu bar e il Golem, il caffé degli artisti. I turisti e gli studiosi d’arte, invece, vengono in piazza per vedere la basilica del santo. Da piazza San Martino si entra in chiesa dall’ingresso secondario, sul lato est, ma in principio qui c’era la facciata. La chiesa aveva una storia antichissima, fondata dai Carmelitani nel XIII secolo era poi stata ricostruita molte volte. Alcuni visitatori entrano per ammirare gli affreschi del Cinquecento, alcuni solo per uscire dall’altro ingresso, quello principale che ora sta in via Marsala. La bottega di Tilde è sul lato opposto della piazza, circa a metà del portico, numero civico 11. Sta lì dal 1969, in quella piazza è la cosa più antica, dopo la chiesa. Se passate davanti al negozio adesso, potete vedere Tilde mentre lavora: prepara il vestito da sposa per Clara, sua nipote.
Tilde tiene le mani sui fianchi del manichino e gli fa un mezzo giro intorno attenta a non calpestare la stoffa. Punta il quarto spillo.
Due ragazze si sono fermate davanti alla vetrina di Tilde ma non guardano dentro, parlano fra loro e ridono. E’ probabile che dal Blu Bar qualcuno stia dichiarando loro amore. In quel bar si radunano tutti i cascamorti di Bologna, pensa Tilde. Dal suo negozio non li vede, ma li sente bene; se ne stanno seduti ai tavolini di fuori senza far niente dalla mattina alla sera. Quando passa una ragazza, commenti, quando ne passa una bella, fischi. C’erano volte in cui si incuriosiva anche lei e allora aspettava di vederla passare davanti al negozio. Delle belle guardava il vestito, ma era raro che quei perdigiorno si scaldassero per donne di gusto. La classe è cosa d’altri tempi, pensa Tilde, di prima che arrivassero gli americani.
Tilde prende l’ultimo spillo e allenta le labbra, finisce il giro intorno al manichino, le dita scorrono oltre, fermano ancora un pò di stoffa. Finito.
Ora fa due passi in dietro, in modo da togliersi il sole dagli occhi, poi altri due per meglio vedere l’insieme. Non aveva ancora tagliato l’altezza, perciò la stoffa proseguiva oltre al piedistallo del manichino, in tante piegoline e onde allargate sul pavimento. Venti centimetri circa, pensa.
La bottega di Tilde è un lungo corridoio. Un tempo era l’ingresso del palazzo accanto. Negli anni Sessanta le Assicurazioni Intesa si comprarono tutto il complesso, ma dovettero fare dei lavori. Non avevano calcolato che i loro ascensori moderni avevano bisogno di pareti moderne. Buttarono giù quel che poterono, e tirarono su muri dritti di cemento armato.
Tilde pensa che Bologna è una bella città perché ci sono i portici, che fanno stare la gente più vicina e trattengono le loro storie.
A Bologna i portici sono patrimonio storico e culturale, la legge non permette di demolirli o danneggiarli, perciò le Assicurazioni Intesa si erano dovute tenere almeno la facciata così com’era, che l’apprezzassero o meno. Avevano scelto per loro l’ingresso su via Oberdan e venduto quel che non gli serviva. Era stato così che Tilde aveva ottenuto a poco prezzo quel ritaglio di palazzo, sotto un bel portico, davanti a una bella piazza.
Tilde, ieri, ha chiuso il negozio alle sei, di solito resta almeno fino alle sette. Ha abbassato la saracinesca e ha raggiunto il portone della chiesa passando sotto i portici. Prima di entrare si è girata a guardare dall’altra parte della piazza verso il suo negozio chiuso. C’erano ancora molti di quei ragazzi fuori dal bar e le voci che sentiva da dentro il negozio ora rimbalzavano amplificate, quasi fastidiose. Poi Tilde è entrata in chiesa e senza neanche voltarsi verso l’altare, l’ha attraversata in diagonale. E’ uscita dall’altro ingresso, in via Marsala, da qui ha girato in via Indipendenza, poi si è fermata un attimo, perchè c’era molta confusione e la gente le stringeva addosso. La merceria Soardi non doveva essere lontana, ma era parecchio che non ci veniva e non si sentiva sicura.
Fili e bottoni, ormai, lì comprava vicino a casa, alla merceria Costa.
Era una piccola merceria, ma per le sue clienti andava più che bene. Le signore di oggi non si fanno più fare i vestiti su misura, adesso si vestono tutte in via Farini. Non importa se i commessi non sanno neanche come si chiamano. Le sue clienti invece, lei le conosceva tutte per nome: la Silvana Consoli, la Marina Berti, la vedova di Zanni. Carolina. Loro sì, erano state signore di classe, e Tilde conosceva a memoria le loro misure. Ma ormai le sue clienti sono solo vecchie signore, come lei del resto. Come lei vestono bluse a quattro bottoni e gonne dritte, di lana scura in inverno e di cotone pesante in estate. Anche le misure ormai sono le stesse per tutte, misure da vecchie.
La merceria Soardi era la più antica merceria di Bologna, e anche la più fornita. Ieri, Tilde, ci era andata per comprare il filo più sottile e resistente che ci fosse, le perle forate grandi mezz’unghia, e l’ago da ricamo più fine, perché la seta non ne soffrisse.
Adesso Tilde chiude a chiave la porta d’ingresso. Se fosse arrivato qualcuno avrebbe bussato ai vetri e lei lo avrebbe sentito. Prende la scatola di perle dal cassetto del tavolo di lavoro. Attraversa lentamente tutto il corridoio, diretta al capo opposto della lunga stanza. Di là ci tiene una poltrona dove si siede quando ricama e cuce a mano. C’è anche un paravento per le clienti e lo specchio alla parete. A lato della poltrona ha messo la vecchia Singer nera, che ormai non funziona più e allora resta chiusa nel suo mobiletto. Ha un cassetto in cui Tilde tiene fili e occhiali, e sembra un comodino. Sul piano tiene un vaso di fiori finti e una lampada da tavolo.
Tilde si siede in poltrona, accende la lampada e guarda le perle. Sono proprio quelle che usava Dorina. Avrebbe fatto lunghe file, per ricamare il corpetto, e quelle che avanzavano le avrebbe cucite sulla gonna, vicino all’orlo.
Il giorno tramonta rosso su Bologna, e si riflette attenuato in rosa, di là nell’ingresso, sul vestito di Clara.
Tilde apre il cassetto della vecchia Singer, prende gli occhiali e una busta. La apre e stende i due fogli. Vuole rileggerla ancora, l’ha letta già molte volte da quando è arrivata, due giorni fa. Infila gli occhiali.

1 maggio 2006
Cara Tilde,
sono tuo fratello Lazzaro. Chissà se questa lettera ti arriverà? Ho poca speranza. Attraverserà tutta l’America? e tutto l’Oceano? E una volta in Europa, troverà l’Italia, Bologna, te? Io non ce l’ho mai fatta, ma oggi si può fare tutto.
Se dico che ho poca speranza è perché l’unico indirizzo che ho è quello del negozio di sartoria, ma tu ci sarai ancora? Me ne avevi parlato in una lettera, era tanto tempo fa: il 1972, quando morì mamma.
Se potrai leggere le mie righe, allora vorrà dire che sei rimasta a Bologna, che hai continuato con la tua carriera di sarta e spero che tutto ti sia andato per il meglio.
Tu naturalmente sei più giovane di me e ancora, mi auguro, non starai a far bilanci della vita. Io invece sono ormai un vecchio malandato, non mi muovo più dal letto e di notte mi si ferma il respiro. Non ti scrivo questo per farti preoccupare, io ho vissuto bene, ho cresciuto la mia famiglia e sono nonno da molti anni, sono riuscito a mettere da parte abbastanza denaro, per quando non ci sarò più.
Mia cara sorellina, forse è tardi per dirti che non ti ho mai dimenticato, tu eri ancora una bambina quando me ne sono andato. Nostra madre mi scriveva che eri brava a scuola, e che la aiutavi a casa. Devi aver imparato a cucire molto bene perché avevi la maestra migliore e sono sicuro che il tuo negozio è stato un successo. Ho un ricordo molto bello di te, mia piccola Tilde. Il giorno che io e Gianni siamo tornati dalla guerra, tu ha corso tutti i portici della via, per venirci ad abbracciare per prima. Forse non lo ricordi, eri molto piccola.
Quando io e Gianni siamo ripartiti, abbiamo preso strade separate, lui in Belgio, io in America, credo che sia stato per via della guerra. Ci aveva portato via nostro padre e sia io che lui non eravamo stati buoni di far niente, neanche di dirlo a mamma. Lo sapevamo, sai? L’avevamo visto con i nostri occhi. Dopo non è stato più possibile per me guardarvi in faccia, né a te, nè a mamma, neanche a Gianni. Sono partito e mi sono rifatto una vita, ho risposto un paio di volte alle lettere di nostra madre, poi ho smesso.
Se questa lettera ti arriverà, allora la mia Clara non tarderà a trovarti. E’ mia nipote, figlia di mia figlia Dora. Partirà domani per l’Italia, dice che vuole venire a conoscere le sue origini. Tra due mesi si sposa e questo viaggio ha una gran importanza per lei. Le ho lasciato questo indirizzo, che è l’unica cosa che mi rimane di te.
Forse quello che ti chiederò ora ti sembrerà assurdo, ma ho un desiderio grande che vorrei esaudire e solo tu puoi aiutarmi. Ho promesso a Clara un regalo prezioso per il suo matrimonio, prezioso per lei, ma ancor più per me. Vorrei tanto che fossi tu a prepararle il vestito per le nozze, e vorrei che fosse semplice e bellissimo come quelli che faceva nostra madre. Qui in America puoi comprare un vestito da sposa anche in un grande magazzino e ne esistono di tutti i tipi, ma io non ne ho mai visti di simili a quelli.
La mia Clara è così bella, è alta e mora, da bambina ti assomigliava. Ti mando una foto, così la potrai riconoscere.
Tilde, sorella mia, non ho mai avuto speranza di rivederti, e posso solo immaginarti come ti ricordo, quando mi sei corsa incontro felice sotto i portici di casa.
Spero davvero che la tua vita sia stata meravigliosa, e sarebbe bello ritrovarci un giorno in paradiso. Staremo vicini come le perle nei vestiti che cuciva nostra madre, il filo non si romperà questa volta.
Ti abbraccio forte. Lazzaro.

Share |

Novembre 17, 2008 Pubblicato in: Racconti   Leggi Tutto

Quantità/Elogio della lentezza

di andrea teodorani

La parola “quantità” mi ha riportato alla mente una scena del film “Quarto potere” di Orson Welles.Alcune persone (si tratta di giornalisti) si trovano all’interno di un palazzo, in una sala enorme, circondati da innumerevoli oggetti di valore e opere d’arteUn gruppo di operai lavora alla catalogazione degli oggetti e uno di loro getta nel fuoco del camino una vecchia slitta di legno con su scritto la parola “Rosabella”.Probabilmente l’operaio la riteneva insignificante in confronto a tutto il resto. “Rosabella” è la parola che Charles Foster Kane pronuncia in punto di morte. Il film racconta la sua vita ricostruita dai giornalisti alla ricerca di una risposta su chi o cosa fosse “Rosabella”.Kane apparentemente ha avuto tutto: ricchezza, fama, potere. Ma è stato felice? Per tutta la vita ha rincorso la felicità impegnandosi in mille progetti e acculando oggetti. L’ultimo pensiero è per il suo giocattolo di bambino. E’ credo, una forte critica al sogno americano o almeno a quello che è diventato, un consumismo schizofrenico di oggetti ed emozioni.Una paura di non aver vissuto se non si ha avuto che di conseguenza trasforma chi è consapevole dell’impossibilità di avere in persone ciniche e superficiali.Il tempo, inteso come giorni, ore, minuti, è diventata la cosa più importante eppure non facciamo che riempire le nostre giornate di attività. Sembra quasi che vogliamo dimenticare di essere vivi.La scena che mi aveva colpito, la sala enorme dove la voce delle persone aveva un’eco e tutti gli oggetti ammucchiati come un centro commerciale dopo la chiusura, mi ha dato una sensazione di grande solitudine.
“Quantità” spesso si contrappone a “qualità”. Non credo sia una regola assoluta. La ricchezza in se non è negativa, anzi, è la povertà che non dovrebbe essere tollerata. Qualcuno potrebbe dire che in fondo tutto è relativo. Ma è davvero così?Ricordo che tempo fa un amico mi parlava con entusiasmo di una serie televisiva di grande successo. Qualcosa avevo visto anch’io, un paio di puntate, ma non avevo capito molto, perché non avevo seguito le puntate precedenti.Questi telefilm hanno tutti delle cose in comune: una trama intricata e un ritmo forsennato di avvenimenti. Lo spettatore deve seguire con attenzione ma non si annoia mai, viene quasi ipnotizzato, deve sapere come andrà a finire, i colpi di scena si susseguono ma il lieto fine è bene o male assicurato. E’ tutto molto rassicurante.Devo dire che da un certo punto di vista sono ben costruiti ma ogni argomento è trattato con molta superficialità e li ho sempre trovati noiosi.Quando ho detto questo al mio amico, lui è rimasto sorpreso.In questi giorni leggo “Per chi suona la campana”, un romanzo di Hemingway. Penso abbia una capacità eccezionale di descrivere l’anima degli esseri umani. Per raccontare due giorni di vita di cinque, sei persone, utilizza trecento pagine. Ma non è mai ripetitivo. Ad ogni riga scopriamo un nuovo tassello che ci fa capire quale mistero impossibile da decifrare completamente siano gli esseri umani.

Conosco persone che reputano intelligenti ma che non leggono perché non ne hanno voglia, perché pensano sia un passatempo noioso. Allora è solo una questione di gusto? Non credo. La letteratura non è solo un piacere.

Forse la mia è una considerazione banale ma la vita di oggigiorno, il lavoro, la famiglia, gli amici, le consuetudini insomma anestetizzano le emozioni e tutto diventa incolore o senza sapore. Le persone sentono il bisogno di pietanze dai sapori forti anche se banali e ripetitive.

Credo nella scrittura come un effetto sfiammante. Una lettera alla volta, una parola dietro l’altra. Per quanto si è veloci con la penna o a premere tasti, per quanto si sia nel momento d’ispirazione non c’è scampo ad una certa salutare lentezza.

Share |

Novembre 17, 2008 Pubblicato in: Pensieri spettinati   Leggi Tutto

I modi dello scrivere/I dieci comandamenti di uno scrittore

testo  tratto da Stephen Vizinczey, I dieci comandamenti di uno scrittore, Marsilio  editore

1.Ti asterrai dal fumare, dal bere, dall’assurgere droghe
Per essere uno scrittore hai bisogno di tutto il cervello che hai
2.Ti asterrai dall’avere abitudini dispendiose
Per fare uno scrittore ci vogliono talento e tempo –tempo per osservare, per studiare, per pensare. Il che significa che non puoi permetterti di perdere nemmeno un’ora per guadagnare denaro destinato al superfluo. A meno di non avere la fortuna di essere nato ricco, val la pena che ti prepari a vivere senza disporre di troppi beni materiali. Certo, Balzac trasse particolare ispirazione dall’aver accumulato debiti ingenti e dall’aver dilapidato il proprio denaro, ma quasi tutti coloro che hanno abitudini dispendiose tendono a fallire come scrittori.

Dopo la sconfitta della rivoluzione ungherese , mi ritrovai in Canada conoscendo appena una cinquantina di parola in inglese. Quando mi resi conto che a quel punto ero uno scrittore senza lingua, salii in ascensore in cima a un alto edificio che si affacciava su Dorchester Street , a Montreal, deciso a buttarmi giù.Mentre guardavo in basso dall’alto del tetto, col terrore di morire ma ancor più spaventato all’idea di spezzarmi la spina dorsale e trascorrere quindi il resto della mia vita in sedia a rotelle, presi invece la decisione di diventare uno scrittore inglese. Alla fin fine, imparare a scrivere in un’altra lingua si rivelò meno difficile che scrivere qualcosa di buono e io vissi ai limiti dell’indigenza per sei anni prima di essere pronto a scrivere l’Elogio delle donne mature.

Non avrei potuto farcela se avessi attribuito importanza a vestiti o automobili –in realtà se la sola alternativa a mia disposizione non fosse statali tetto di quel grattacielo. Alcuni scrittori immigrati di mia conoscenza hanno fatto i camerieri o i rappresentanti per risparmiare e crearsi ‘una base finanziaria’ prima di provare a vivere di scrittura; uno di loro possiede oggi un’intera catena di ristoranti ed è più ricco di quanto potrei mai esserlo io, ma, né lui, né gli altri, si sono rimessi a scrivere.

Sta a te decidere quale sia, per te, la cosa più importante: vivere bene o scrivere bene. Non tormentarti in preda ad ambizioni contradditorie.

3.Sognerai e scriverai e sognerai e riscriverai

Non lasciare  che nessuno ti dica che stai perdendo il tuo tempo se fissi il vuoto. Non esiste altro modo di concepire un mondo immaginario.

Io non mi siedo mai di fronte a una pagina bianca per inventare qualcosa. Sogno a occhi aperti i miei personaggi, le loro vite e le loro battaglia, e quando una scena è stata recitata nella mia immaginazione e ritengo di sapere che cosa provano, dicono e fanno i miei personaggi, allora prendo carta e penna e cerco di riportare ciò di cui sono stato testimone.

Una volta scritto e battuto a macchina il mio rapporto lo rileggo e scopro che la maggior parte di quanto ho scritto è (a) oscuro o (b) inesatto o (c) pesante o (d) semplicemente inverosimile. In tal modo la bozza che ho battuto a macchina funziona come una sorta di rapporto critico su quanto ho immaginato, e a quel punto mi rimetto a sognare il tutto per migliorarlo. E’ stato questo modo di lavorare che mi ha permesso di rendermi conto, ai tempi in cui stavo imparando  l’inglese, che il mio problema principale non era la lingua ma, come sempre, mettere ordine tra le idee che mi frullavano per la testa.

4. Non sarai vanitoso

Molti brutti libri sono tali poiché i loro autori sono impegnati a cercare di giustificare se stessi. Se un autore vanitoso è un alcolista, allora nel suo libro il personaggio ritratto con maggiore simpatia sarà quello di un alcolista. Questo genere di cose è estremamente noioso per il lettore. Se pensate di essere saggi, razionali, buoni, una benedizione per il sesso opposto, una vittima delle circostanze, allora non vi conoscete abbastanza per scrivere.

Ho smesso di prendermi sul serio quando avevo ventisette anni e da allora mi sono considerato semplice materia prima. Mi sono servito di me come un attore si serve di se stesso: tutti i personaggi dei miei libri –uomini e donne, buoni e cattivi- scaturiscono da me e dalle mie osservazioni.

5. Non sarai modesto

La modestia è una scusa per la sciatteria, la pigrizia e l’indulgenza nei confronti di se stessi;ambizioni ridotte chiamano sforzi ridotti. Non ho mai conosciuto un buono scrittore che non cercasse di essere un grande scrittore.

6. Penserai senza tregua a coloro che sono veramente grandi

“Le opere di genio sono bagnate di lacrime”, scrisse Balzac Nelle Illusioni perdute. Rifiuti, derisione, povertà, fallimenti, una lotta costante contro i propri limiti: questi sono gli eventi fondamentali nella vita delle maggior parte dei grandi artisti, e se aspiri a condividerne la sorte dovrai fortificarti imparando da loro. […]

7. Non lascerai che passi giorno senza rileggere qualcosa di grande

Durante l’adolescenza ho studiato per diventare direttore d’orchestra, e dalla mia formazione musicale ho tratto un’abitudine che ritengo essenziale anche per gli scrittori: lo studio costante e quotidiano dei capolavori. Quasi tutti i musicisti di professione, qualunque sia il loro livello, conoscono centinaia di partiture a memoria; quasi tutti gli scrittori, invece, dei classici possiedono solo vaghissimi ricordi –una delle ragioni per cui vi sono più abili musicisti che abili scrittori. Un violinista che disponesse delle competenze tecniche della maggior parte dei romanzieri che vengono pubblicati non troverebbe mai un’orchestra in cui suonare. Vero è che solo assorbendo opere perfette, solo assimilando le modalità specifiche intentate dai grandi maestri per sviluppare un tema, costruire una frase , un paragrafo, un capitolo, riuscirai forse a imparare quanto c’è da imparare sulla tecnica.

Nulla di quanto è già stato fatto può suggerirti come fare qualcosa di nuovo, ma se capirai le tecniche dei maestri, avrai maggiori opportunità di sviluppare la tua. Per dirla in termini scacchistici: non è ancora mai esistito un Grande Naestro che non conoscesse a memoria le partite giocate dai suoi predecessori.

Essere ben informato ti permetterà di brillare alle feste ma non ti servirà assolutamente a nulla in quanto scrittore. Leggere un libro per poterne parlare non equivale a comprenderlo. È molto più utile leggere e rileggere pochi grandi romanzi finchè non riuscirai a capire cosa fa sì che funzionino e il modo in cui gli scrittori li hanno costruiti. Per poter  afferrare la struttura di un romanzo, individuarne la forza drammatica, ciò che dà l’andamento e lo slancio, bisogna averlo letto almeno cinque volte. Prendiamo per esempio le variazioni nel ritmo e nella durata del tempo: l’autore descrive un minuto in due pagine e in seguito dedica a due anni una sola frase: perché? Quando hai capito questo avrai realmente imparato qualcosa.

[…]

9. Scriverai per far piacere a te stesso

[…] non c’è nessuna ragione per importi di interessarti a qualcosa che ti annoia. Quand’ero giovane , ho sprecato molto tempo a cercare di descrivere abiti e mobili. Personalmente non avevo il benché minimo interesse nei confronti di abiti e mobili, ma Balzac aveva una vera e propria passione e, a leggerlo, riusciva a comunicarmela, e dunque io pensavo che se volevo diventare un buon romanziere dovevo per forza padroneggiare l’arte di scrivere paragrafi eccitanti sugli armadi. I miei sforzi erano vani e così facendo io esaurivo ogni entusiasmo per scrivere quello che invece mi stava a cuore.

Oggi scrivo solo su quanto mi interessa. Non cerco soggetti; tutto quello a cui non posso smettere di pensare: ecco, il mio soggetto è quello! Stendhal diceva che la letteratura è l’arte di omettere e io ometto tutto quello che non mi sembra importante. Descrivo le persone solo in termini di atti, parole, pensieri, sentimenti che mi hanno scioccato/meravigliato/divertito/ deliziato in me stesso o negli altri.

Non è facile , naturalmente , restare fedeli alle cose cui teniamo; a tutti noi piacerebbe essere visti come individui curiosi di tutto. Chi non ha mai partecipato a una festa senza aver fatto finta di interessarsi a questa o a quella cosa? Ma quando scrivi, devi resistere alla tentazione, e quando rileggi quanto hai scritto devi chiederti:”Ma questa cosa mi interessa veramente?”

10. Sarà difficile soddisfartiQuasi tutti i nuovi libri che leggo mi danno l’impressione di essere incompiuti. L’autore era soddisfatto di aver scritto qualcosa che andava più o meno bene e a quel punto era passato ad altro. Scrivere diventa per me veramente appassionante quando riprendo in mano un capitolo un paio di mesi dopo averlo scritto. In questa fase lo esamino più come lettore che come autore –e non importa quante volte io abbia riscritto originariamente il capitolo in questione, posso ancora scoprire frasi che sono vaghe, aggettivi inesatti o ridondanti. Scopro addirittura scene intere che per quanto vere non aggiungono nulla alla mia comprensione dei personaggi o della storia, e che quindi possono essere soppresse.

È in questa fase che io rimugino il capitolo fino a impararlo a memoria –lo recito parola per parola a chiunque voglia ascoltarmi – e se c’è qualcosa che non riesco a ricordare, scopro di solito che questo qualcosa non andava bene. La memoria è un ottimo critico.

Share |

Novembre 17, 2008 Pubblicato in: I modi dello scrivere   Leggi Tutto

Poesia/Caporali

di paolo vachino


Scendere in strada è stare in trincea
la logorrea è il nemico peggiore
edicolanti, portieri, lacchè,
parlan di nomos, di logos, di archè
senza sapere perché o percome
e non san differenza tra avverbio
o pronome, importa parlare
ascoltarsi la voce alzarsi potente
fluttuando dal tutto al niente
in un battibaleno battente
alla porta dell’alma sudata
affogante nel mare mediocre
della doxa acre e beota,
aureolata dall’istituzione
che forgia sudditi proni e triviali,
perché ormai lo sappiamo:
non siamo più uomini ma caporali!

Share |

Novembre 16, 2008 Pubblicato in: Poesia   Leggi Tutto

Racconto/Le scarpe del prete

di silvia mantovani

Tra una settimana è Pasqua. L’aria è ancora fresca, l’inverno è finito. Il cielo è azzurro e le rondini volano veloci da un tetto all’altro. Dall’alto le persone sembrano figurine colorate. Alcune vanno diritte e veloci per la loro strada, altre si fermano, tornano indietro, si uniscono ad un gruppo di altre figurine e restano lì, per un po’.

Ce ne sono alcune che camminano lente, tra quelle che vanno veloci, e si muovono in senso circolare, si avvicinano ad una vetrina, la guardano, se ne allontanano, si dirigono verso un gruppo di altre figurine. Il gruppo non si apre per fare entrare la nuova figurina, non la conosce. Allora lei si avvicina ad un’altra figurina che legge il giornale su una panchina, vi si siede a fianco e resta lì, fino a quando piega il giornale, si alza e se ne va. Sopra, le rondini volano veloci, il loro grido è di gioia. La felicità non finirà mai, sembra che dicano.

Una figurina completamente nera, solo un sottile bordo bianco avvolge il collo, cammina veloce, il passo cadenzato è sempre uguale e deciso. Le scarpe scricchiolano come rametti secchi spezzati. Sono nere e lucide. Il vestito lungo sfiora le caviglie e le scarpe e muovendosi emette un leggero fruscio. L’uomo è magro. I tendini della mano spingono sotto la pelle come se volessero uscirne. La mano stringe una borsa di pelle nera. La borsa è afflosciata su se stessa. Lui la stringe così forte che i tendini spingono ancora di più verso l’esterno. La testa è bassa, lo sguardo fissa la strada di fronte a sè. Il viso stanco è più asciutto della sua naturale magrezza. Le ossa formano linee dritte che scavano una conca su ogni guancia.

E’ pomeriggio. Le benedizioni nelle case sono terminate. Il prete cammina veloce, non si guarda attorno. E’ arrivato alle spalle del Tempio Malatestiano, sfiora con la mano il marmo bianco. Parmensis poetae, le incisioni delle lapidi scorrono nella sua mente mentre supera le tombe in fila, una dietro all’altra come un lungo corteo funebre.

Spinge il portone di legno scuro ed entra in chiesa. L’odore dell’incenso lo sorprende ogni volta, come un odore inatteso e sgradevole. Nella sua mente un’immagine passa veloce: una croce davanti ad una bara, fiori bianchi e gialli e un prete che ci cammina attorno e muove lento l’incensiere d’argento, la catenella a cui è appeso tintinna dolcemente. L’incenso, nell’aria, assume la forma di un serpente che si muove sinuoso sopra la bara, tra le persone sedute. Lui sente l’odore scendergli nei polmoni prima che possa dire “Sono pronto”. L’immagine nella mente svanisce.

In fondo alla chiesa, vicino all’altare, una donna sfrega il pavimento con un vecchio spazzolone sdentato, avanti e indietro, di fianco ha un secchio di plastica azzurra. Le scarpe nere e lucide percorrono veloci la navata e si dirigono verso la donna. La donna non sente, continua a pulire. E’ vecchia, il viso solcato da rughe profonde. “Non ha finito?”. La voce del prete le provoca un piccolo ma acuto dolore all’interno dell’orecchio sordo, la donna si appoggia al bastone di legno e vi fa scorrere lentamente le mani fino ad arrivare in cima. Gli occhi velati restano un po’ abbassati, come la schiena, ma il luccichio nell’angolo dell’occhio destro rivela una felicità costante. “Ho quasi finito”, dice. La vecchia pulisce pavimenti. La mattina quelli degli androni dei vecchi palazzi del centro. Mentre è lì, china, osserva le scale che portano agli uffici e agli appartamenti e pensa alla sua schiena, è stanca. Le case hanno mattonelle lucide e colorate o pavimenti in legno profumato, pensa, mentre gli androni che deve pulire sono vecchi. Li sfrega tutte le mattine vorrebbe che ritornassero ancora lucidi, come una volta, ma la pietra è vecchia, opaca e consumata. A volte nell’androne trova un piccione, accovacciato di fianco alla parete, immobile. Lei si avvicina, gli parla, si china ma lui resta lì con l’occhio semichiuso, e aspetta.

“Si muova e pulisca meglio il pavimento vicino all’entrata, ci sono impronte di fango”, la rimprovera il prete e con una mano le fa cenno di sbrigarsi. La paga ad ore con le offerte della chiesa, che non sono mai molte e che servono anche per le bollette della luce, le candele e i libretti per la messa che qualcuno ogni tanto si porta via.

La vecchia scivola lentamente sul bastone di legno dello spazzolone che sostiene la sua schiena e sfrega nello stesso punto di prima.

La porta della chiesa sbatte. La vecchia non sente. E’ entrata una donna con un fazzoletto di raso nero in testa. Un bambino sui quattro anni l’accompagna. Ha una testa piccola per la sua età, con capelli sottili castano chiaro pettinati con la riga da una parte. La sua mano è nascosta dentro quella della donna. Il piccolo ha pianto, gli occhi sono rossi e stropicciati e una lacrima è ancora ferma di fianco alla bocca. La chiesa è vuota. Il bambino non piange più e guarda in fondo, nell’abside, l’enorme crocifisso appeso. Solo le panche interrompono la via dello sguardo.

La donna si fa il segno della croce con l’acqua e bagna con la sua mano la mano del bambino che compie lo stesso gesto. Percorrono la navata di lato ,vicino alle cappelle. La vecchia, in fondo, è ancora impegnata a pulire lo stesso punto. Si fermano. La donna con il fazzoletto infila una moneta nella cassetta delle candele e lascia che il bambino ne sfili una, poi lo solleva da terra con entrambe le mani e lo aiuta ad accenderla. Ci sono solo due candele accese e sono nell’ultima fila, una accanto all’altra.

Una porta vicino alla vecchia sbatte. Lo scalpiccio delle scarpe rimbomba nell’aria. “Cosa fate, è tardi?”. La voce del prete è secca e infastidita, in una mano tiene le chiavi del portone della chiesa e le muove di fronte al viso del piccolo. “Lasci che il bambino accenda una candela e dica una preghiera, è per la sua mamma che non sta bene”. La donna tiene la testa un po’ piegata in avanti, come se quel gesto potesse aiutare la sua supplica. “E’ tardi, venga domani mattina, ora chiudo”. Il prete tiene le braccia allargate e le mani aperte come se dovesse allontanare delle pecore o delle mucche.

La donna prende la mano del piccolo. Si china verso di lui, gli dice qualcosa all’orecchio poi gli fa una carezza leggera sui capelli sottili.

Il vecchio prete segue i loro passi. Li osserva mentre si inchinano e fanno il segno della croce. Dopo che sono usciti, sbarra la porta. Quando si gira vede la vecchia ancora china. Le scarpe ripercorrono lo stesso tragitto di prima, “Per oggi ha finito, vada a casa”,dice, poi le toglie il bastone dalla mano. La vecchia non dice niente. Resta nella stessa posizione, prende il secchio azzurro e cammina verso la sagrestia.

Il prete appoggia il bastone dietro una porta. Si piega sulle ginocchia per guardare il pavimento in controluce, scuote la testa. Non è contento del lavoro della donna. Si rialza e cammina sul pavimento bagnato. Di fronte all’altare si inchina e fa il segno della croce. Quando si gira vede la candela che aveva acceso il bambino, sola nella prima fila. Le altre due candele dietro sono consumate e si stanno spegnendo. Soffia con rabbia sopra la candela accesa dal piccolo e se ne va.

Ripercorre la navata verso la sacrestia. Apre la porta e mentre guarda le luci accese che pendono dal soffitto, spinge dei bottoni dietro lo stipite della porta scura.

Presto è notte. Sotto gli alberi folti di fronte alla chiesa, l’ombra leggera di aprile si trasforma in tenebra, interrotta qua e là da chiazze bianche di luce di luna satinata. La luce gialla dei lampioni non arriva dentro la chiesa dalle finestre troppo alte. Il prete ritorna indietro, gli sembra che una candela sia rimasta accesa. Si incammina nel buio, guidato dalla fiammella di fronte a lui. Le scarpe rimbombano ancora più forte di prima. Quando giunge di fronte al candeliere vede che la candela del bambino è ancora accesa e la fiamma in cima si muove allegra. “Non l’ho spenta bene”, pensa il vecchio, e dopo avere soffiato un’altra volta si bagna le dita con la saliva e bagna lo stoppino. Di nuovo le scarpe rimbombano con forza verso la sagrestia, il rumore è costante cik ciak cik ciak e nel buio sembra ancora più forte. Il vecchio è abituato a muoversi al buio, conosce bene la chiesa. Non ha paura del buio, da piccolo si alzava la notte per andare in bagno e lo faceva al buio. “Non si sa mai quello che può capitare, mentre dormi”, gli diceva ogni sera suo padre, dopo avere staccato l’interruttore della luce. A lui piaceva camminare per la casa silenziosa, cercando di ricordare la posizione dei mobili.

Il vecchio prete sente nella mano la maniglia fredda della porta della sagrestia, sono arrivato, pensa. Una sensazione strana gli impedisce di muoversi. Un alito caldo arriva alle sue spalle e sfiora una guancia. Poi una luce gialla e tremula illumina la porta della sacrestia. Sente la schiena irrigidirsi e piegarsi in avanti. Un brivido parte dai piedi e attraversa le gambe. Si gira. La chiesa è illuminata. Ai due lati della navata, le candele strette tra le molle di metallo dei candelieri si sono accese. Il vecchio vorrebbe muoversi, andare via ma non riesce. Apre la porta e preme velocemente tutto gli interruttori per riaccendere le luci. Sono stanco, pensa, potrebbe essere un’allucinazione. Le candele sono ancora accese.

Il prete entra nella sagrestia, chiude la porta e vi si appoggia, per un attimo. Il cuore batte forte sotto il vestito nero. Cammina veloce fino alla sua stanza. Si siede di fronte al tavolo e appoggia la testa tra le mani. Una sensazione calda gli percorre la schiena fino alle gambe e ai piedi. Le labbra si aprono appena. “Perdono”, dice sottovoce. Si toglie le scarpe e le allontana; toglie anche le calze e rimane con i piedi nudi appoggiati sulle mattonelle fredde e ruvide. Il vecchio si alza e sfila l’abito scuro. Poi si toglie tutti i vestiti e resta nudo al centro della stanza, il viso rivolto verso il soffitto buio. Le ginocchia si piegano e il corpo cade, steso, per terra. Ora non sente più il freddo del pavimento né il caldo delle lacrime sul viso, vede solo le sue scarpe, nere e lucide.

Share |

Novembre 16, 2008 Pubblicato in: Racconti   Leggi Tutto

I modi dello scrivere/Lo scrittore di lettere

di daniele del giudice, da Lo stadio di Wmbledon, Einaudi

Alcuni di noi furono dei suoi personaggi. Lui se ne liberò lasciando questa città; però li perse, e fu una delle sue innumerevoli perdite. Lei sa che ci si libera dei personaggi solo attraverso il racconto, e forse neanche.

Con noi aveva fatto una cosa diversa, e invecchiando potemmo riconoscerci: non descritti in una pagina, come sarebbe stato normale, ma messi in movimento da lui. Trovava sempre il punto da cui dare progressione alle situazioni, o alle persona. Forse per questo non è mai più tornato, o è tornato di nascosto, e comunque non l’abbiamo più visto. La gente che scriveva, qui, lo ascoltava parecchio, ma lui si interessava soprattutto a noi, perché alla fine si è sempre annoiato delle persone che scrivevano, come se da loro si aspettasse di più, su un altro piano. Forse era deluso che ad un poeta non corrispondesse un brav’uomo. Lui diceva:”Un tizio vive e fa bei versi. Ma se un tizio non vive per fare bei versi, come sono brutti i versi del tizio che non vive per fare bei versi”. Forse per questo spariva. È sempre sparito. Con le donne si comportava da amico non da amante. L’amico si mette fuori della competizione e conserva senza mai sciuparle tutte le possibilità, anzi le deposita all’inizio come garanzia, e la sua seduzione è lenta e salda. Un amico come lui, poi! Le parlo di come si comportava con le donne perché è la cosa che più somiglia a come si comportava con lo scrivere. Tutto si svolgeva attorno e a fianco, anche se credo che per lui tutto fosse dolorosamente centrale. Forse lei preferirebbe che si fosse trattato di un singolare ipogeo nella parabola dello scrivere, o vorrebbe trovare immagini del cerchio, del centro, della circonferenza, o dei pieni e dei vuoti. Ma per lui tutto doveva servire a saper vivere: troppo essenzialmente , troppo autenticamente e troppo direttamente perché potesse anche scrivere. Aveva imparato a scrivere a macchina battendo ogni giorno parecchi fogli. Credo che cercasse un lavoro. Poi conservò le pagine e le chiamò “La lotta con la macchina da scrivere”. Cercava di scrivere veloce, di scrivere e basta; scriveva tutto quello che gli veniva in mente, l’importante era riempire i fogli: era ironico, e molto sentimentale. Scrisse anche “mi diverto un mondo e mezzo” o “ la mia celebre mania di interessarmi delle cose degli altri per mancanza di mia vita”. Avrà avuto una ventina d’anni o poco più, ma si vede già che sarebbe stato un amico delle scrivere, e non uno che scrive. Essere amici dello scrivere è complementare allo scrivere solo per gli amici. Quante lettere! Lo scrittore di lettere non si mette a repentaglio nella forma, dato che la forma della lettera non è in quello che c’è scritto, ma in una relazione di vita. È l’unico scrittore che si è già guadagnato il suo lettore, probabilmente con non meno fatica , anche se su un altro piano. Scriveva poesie come regali per le sue amiche; era come se prendesse la forma per gioco, dato che è indubbio che la conoscesse. È strano, uno che poi avrebbe scritto un libro incompiuto sul grande viaggio, uno rionico come lui, era talmente austero da non prendere sul serio, o con una leggerezza diversa, la peripezia della forma. Forse si può decidere di scrivere soltanto note in fondo, ma il rischio è sempre sulla pagina. Alcini di noi erano dei suoi personaggi, e lui ci ha cambiati, sebbene qualcuno può pensare che nel proprio aso non fosse del tutto necessario. Magari anche lui sarà cambiato, col tempo. Ci ha lasciati come una cosa vecchia e insopportabile. Credo che sia il disagio di chi si rinnova continuamente, per strappi; il passato gli appare come una pelle secca, vuota di sé, inammissibile. In questo senso è stato un errante, anche se non saprei dirle se fosse qui l’errore che quel capitano si chiedeva sempre dove fosse.

Share |

Novembre 16, 2008 Pubblicato in: I modi dello scrivere   Leggi Tutto

I modi dello scrivere/Lo scrittore è un criminale

di honorè de balzac, dall’introduzione del 1831 a La pelle di zigrino, Garzanti

L’arte letteraria, avendo come scopo quello di riprodurre la natura attraverso il pensiero, è la più complicata fra tutte le arti.
Raffigurare un sentimento, far rivivere i colori, le luci, le mezzetinte, le sfumature, saper dare il giusto rilievo a una piccola scena, mare o paesaggio, uomini o monumenti, questo significa saper dipingere.

La scultura ha risorse ancora pù limitate. Per esprimere la più ricca delle nature, il sentimento nelle forme umane, possiede solo la pietra e un colore: perciò nel marmo lo scultore cela un immane lavorio di idealizzazione che solo poche persone gli riconoscono.

Più vaste, invece, le idee comprendono tutto: lo scrittore deve avere familiarità con tutto ciò che accade, con tutte le nature. È costretto a tenere dentro di sé una specie di specchio concentrico nel quale, secondo la sua fantasia, si dovrà riflettere l’universo; altrimenti non esistono né il poeta né lo stesso osservatore; non si tratta infatti, soltanto di vedere, bisogna anche ricordarsi e fissare poi le proprie impressioni in una scelta precisa di parole, e abbellirle di tutta la grazia delle immagini o comunicare loro l’immediatezza delle originarie sensazioni…

Ora, senza entrare nei minuziosi aristotelismi creati da ogni autore per la sua opera, da ogni pedante per le sue teorizzazioni, l’autore pensa di essere d’accordo con ogni persona intelligente, di grande o modesta intelligenza, dal momento che considera l’arte letteraria composta di due parti ben distinte: l’osservazione-l’espressione.

Molti uomini notevoli sono dotati del talento di osservazione, senza possedere quello che riesce a dar forma viva ai loro pensieri; così come altri scrittori, pur dotati di uno stile meraviglioso, non sono guidati dal genio perspicace e curioso che vede e registra ogni cosa. Da queste due disposizioni intellettuali derivano, in qualche modo, una vista e un tatto letterari. A uno tocca la capacità di attuazione; all’altro quella di concezione; l’uno sa suonare la lira ma non può concepire una sola di quelle sublimi armonie che inducono a piangere o a pensare; l’altro compone dei poemi soltanto per sé, essendo privo di strumento.

Le due capacità riunite rendono completo l’uomo; ma questo raro e felice accordo non è ancora il genio, o, più semplicemente, non costituisce la volontà che produce un’opera d’arte.

Oltre a queste due condizioni essenziali al talento, nei poeti o negli scrittori realmente filosofi, si riscontra un fenomeno morale, inesplicabile, inaudito, di cui la scienza difficilmente riesce a tener conto. Si tratta di una specie di seconda vista che consente loro di intuire la verità in tutte le situazioni possibili; o, meglio ancora, una sorta di capacità che li trasferisce là dove essi devono o vogliono essere. Per analogia, inventano il vero; oppure vedono l’oggetto che devono descrivere, sia che questo si sposti verso di loro, sia che loro stessi si spostino verso l’oggetto.

L’autore si limita a porre i termini del problema, senza cercarne la soluzione; per lui si tratta, infatti, di un’indicazione e non di una teoria filosofica da dimostrare.

Lo scrittore, dunque, prima di scrivere un libro, deve aver studiato i vari caratteri, essersi adeguato a tutte le usanze, aver percorso l’intero globo terrestre, provato tutte le passioni; oppure le passioni, i paesi, le usanze, i caratteri, i fenomeni naturali, i casi morali, tutto succede nella sua mente. È avaro, oppure momentaneamente accoglie in sé l’avarizia, se disegna il ritratto del Signore di Dumbiediks. E’ un criminale, è capace di concepire il crimine, o lo desidera e ne resta affascinato, se scrive Lara. […] L’uomo di genio può andare, in spirito, attraverso gli spazi, con la stessa facilità con cui le cose da lui un tempo osservate fedelmente gli rinascono dentro, belle della grazia o terribili dell’orrore originario che l’avevano colpito. Egli ha visto realmente il mondo, oppure la sua anima glielo ha rivelato attraverso l’intuizione.

Share |

Novembre 16, 2008 Pubblicato in: I modi dello scrivere   Leggi Tutto

Quantità/Il coraggio di fare la rivoluzione

di loretta napoleoni, da internazionale del 14 novembre 2008

Il moderno capitalismo e il suo opposto, il marxismo, hanno un identico cuore: lo sfruttamento ad infinitum delle risorse, per produrre una crescita economica altrettanto infinita. ma da Smith a Marx, da Keynes a Friedman, tutti analizzano un mondo che non esiste, un pianeta che possiede risorse illimitate.

Il problema di queste teorie è che sono costruite su ipotesi sbagliate. Per salvare il mondo ci vuole una rivoluzione teorica della stessa portata di quella scatenata dalla rivoluzione industriale. Il nuovo presidente degli Stati Uniti deve incoraggiare  gli economisti a guardare al futuro immaginando il mondo del 2050, quando le risorse scarseggeranno ovunque. Fino ad oggi nessuno l’ha fatto perchè gli sforzi sono concentrati sul settore finanziario, dove negli ultimi vent’anni è successo di tutto e dove confluisce la ricchezza prodotta dalla globalizzazione. Il difficile compito di difendere il pianeta dalla devastazione prodotta dalla crescita economica è ricaduto sulle spalle  degli scienziati, che possono solo continuare a denunciare la catastrofe ambientale provocata dall’economia globalizzata.

E’ inutile cercare la soluzione nelle teorie economiche del passato. Il Presidente Obama se ne accorgerà quando dovrà farsi rieleggere: meglio indebitarsi ulteriormente o aumentare le tasse sulla benzina per finanziare il programma di assistenza sanitaria ai poveri? Neanche limitare lo sfruttamento delle risorse è sufficiente, perchè il problema non è congiunturale, è di sistema. Anche se gli Stati UNiti diventassero improvvisamente ecologisti come i paesi scandinavi, il pianeta continuerebbe l’inesorabile discesa verso l’inquinamento globale. Il modello di sviluppo economico, per la Cina comunista come per l’India capitalista e per la Norvegia ecologista, poggia sullo sfruttamento illimitato delle risorse. Un modello alternativo non esiste. Per uscire dalla gabbia di questa teoria economica c’è bisogno di un gesto radicale: inventare una teoria nuova.

…Forse l’unico modo per spingere gli economisti a sviluppare una teoria nuova, che funzioni in un pianeta a risorse limitate, è partire  proprio dalla crisi del credito, che è stata un pallido anticipo di quello che succederà quando si esauriranno le risorse del pianeta. Non possiamo permetterci di aspettare che la crisi peggiori per poterla risolvere. Oggi dobbiamo farci con la stessa urgenza delle domande scomode: come risolvere il problema dell’acqua? Gli economisti classici questo problema se lo sono posto e una soluzione l’hanno trovata: chi non si potrà permettere l’acqua morirà di sete, e la popolazione mondiale si ridurrà fino al punto in cui ci sarà acqua a sufficienza per i sopravvissuti…Bisogna aiutare il mondo a riprendersi dalle tragiche conseguenze dello sfruttamento irrazionale che distrugge più ricchezza di quanta ne produca.

Share |

Novembre 16, 2008 Pubblicato in: Pensieri spettinati   Leggi Tutto

Quantità/Fotografare il tutto

di massimo rastelli
Nella teoria economica neoclassica l’utilità marginale di un bene è definita: incremento del livello di utilità rapportata ad aumenti marginali nel consumo del bene, dato e costante il consumo di tutti gli altri beni. Esiste una formula per calcolare l’utilità marginale.
Con parole semplici, l’aumento del consumo di un bene porta inesorabilmente al decadere della sua utilità. Un esempio: l’utilità marginale di un bicchiere d’acqua è altissima per un assetato, potrebbe arrivare ad uccidere per averlo; prossima a zero per noi che ne abbiamo in quantità pressoché illimitata. Ammesso che il piacere si possa considerare la soddisfazione di un necessità, c’è un limite invalicabile nel piacere, dato non tanto dalla disponibilità di beni, quanto dalle necessità da soddisfare. La teoria dell’utilità marginale ci dice: i beni materiali non portano alla felicità.
Ho deciso di scrivere di quantità rapportandola al cibo. Mangiare è una allegoria della soddisfazione di tutti gli appetiti umani. Con scarsità e abbondanza di cibo si possono raccontare vicende. Il cibo è stato il primo soggetto dei racconti che ho ascoltato. Nelle favole: la balena ingoia Pinocchio; il lupo mangia Cappuccetto Rosso e la nonna; la strega divora Hansel e Gretel. Nei racconti dei vecchi: la fame dell’inverno del ’29, la pellagra quando si mangiava solo polenta, i gatti mangiati negli anni della guerra. Dalle parti di Monte Grimano cacciavano i tassi per mangiarli, la rupe del monte Titano era l’orto dei poveri; le persone più misere coltivavano piccoli rettangoli di terra a ridosso degli strapiombi.
In una gag in dialetto di Ivano Marescotti, un giovane, chiede ad una vecchia del periodo della guerra: ‘Se ca magnivti?’. La donna risponde ‘Gnint’ , ‘Ma com gnint, se an’avest magned gnint ades an saresvi qua’ ‘Gnint! At deg che an magnimi gnint!’. (‘Cosa mangiavate?’’Niente’’Ma come niente, se non aveste mangiato niente, non sareste qua’ ‘Niente!, ti dico che non mangiavamo niente!’).
Nei racconti del dopoguerra, la quantità cambia: il matrimonio di Giuseppe con portate che non finivano mai; la cucina dell’Avvocato Guidi, era una fortuna lavorare al suo giardino, c’era poi da mangiare a volontà. L’avvento dell’abbondanza generale oltre alle cose da mangiare ha travolto l’informazione, il sesso, le immagini, le parole.
Anche il cinema ha registrato il cambiamento nella quantità. La scarsità è rappresentata dai film sulla realtà contadina ‘L’albero degli zoccoli’ di Pietro Olmi, dai film di Pier Paolo Pasolini, dalle minestre che Totò scrocca nelle misere cucine del dopoguerra. Il punto in cui il rapporto con la quantità di cibo arriva ad una svolta è ‘La grande abbuffata’ del regista Marco Ferreri; i protagonisti muoio per il tanto mangiare. Anche ‘L’ingorgo’ di Luigi Comencini, ribalta i termini; la quantità di auto, di velocità si trasformano in eccesso, in immobilità.
Sino agli ultimi decenni del novecento, la quantità fa la storia. Il ventesimo secolo è un viaggio dalla scarsità all’abbondanza, la teoria dell’utilità marginale è sufficiente, regge ancora. Poi la quantità esplode, tracima; c’è una teoria per definire la nausea? Si può calcolare matematicamente il punto da cui si passa dalla soddisfazione all’indigestione? E la fame, la miseria? anche quelle moltiplicate a dismisura in mille immagini. Come ci si difende dalla quantità che ci assedia? Internet, la televisione, la radio, i cellulari hanno poi dato il via all’abbondanza immateriale.
Mia sorella ha un negozio di bigiotteria, la crisi economica si è fatta sentire e i turisti sono pochi e non hanno soldi da spendere. Mi racconta di una nuova mania, le persone non si possono permettere di acquistare ma fotografano di tutto. Dalle scarpette in miniatura fabbricate in Cina del suo negozietto, agli orologi da migliaia di euro dell’oreficeria vicina. La quantità ha superato ogni limite, dal reale al virtuale ci si abbuffa di ogni cosa.

Share |

Novembre 14, 2008 Pubblicato in: Pensieri spettinati   Leggi Tutto

I modi dello scrivere/Come volere

di sandro penna

Come volere che il popolo, in genere così sano e gagliardo, ami una povera cosa [la letteratura] che è fuori della natura e appartiene alla patologia? Siamo tutti lontani dal ‘vivo’ della natura e vogliamo divertirci ed allontanarcene sempre di più, a cercare nel vuoto i colori decisi e splendenti di essa?

Share |

Novembre 13, 2008 Pubblicato in: I modi dello scrivere   Leggi Tutto