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Racconto/Il mare

Gennaio 29th, 2009

di angela faraoni

Avevo dimenticato sotto l’ ombrellone di mio fratello le ciabatte, ero salita lo stesso sulla

bicicletta pensando che mi sarebbe piaciuto pedalare scalza, la distanza non era poi tanta per

raggiungere la spiaggia libera di ponente. Quando sono arrivata, appena messo un piede sul

marciapiede, ho sentito pungermi. Non ho visto nulla che potesse avermi fatto male. Sotto i

piedi avevo solo i segni dei pedali. Ho appoggiato la bicicletta al muretto di pietra lì accanto e

ho proseguito a piedi, allargando le braccia e barcollando come se camminassi su un filo

sospeso da terra perchè la sabbia era mista a sassolini piccoli e pungenti.

Il sole era ancora caldo, ma un vento fresco rimasto dalla mareggiata del giorno prima non

faceva pensare ad un pomeriggio di mezzo agosto.

Ho portata una mano agli occhi, nonostante la visiera del mio cappello, per cercare mio cugino e sua moglie tra la gente. Non li ho visti e li ho chiamati al cellulare – Arriviamo – ha detto io cugino.

La banchina del molo formava una specie di scalino, mi sono seduta lì ad aspettarli, perchè

restare in piedi fra la gente stesa sui teli mi creava imbarazzo. Il fatto di essere vestita, fra tanti corpi nudi o quasi, mi faceva sentire più caldo di quello che avessi in realtà. Indossavo anch’ io il costume, ma sopra avevo una maglietta e i pantaloni erano lunghi, una volta seduta, ho sentito il bisogno di arrotolarli fino alle ginocchia. Guardavo il mare e vedevo capanni da pesca deliziosi come casette di marzapane uscite dalle favole dei Grimm, decine di gabbiani fendevano l’ aria con i loro gridi e inseguivano le imbarcazioni che uscivano ed entravano dal porto.

Lungo la banchina, a trenta, quaranta metri da me, c’ erano decine di persone che guardavano il mare verso uno stesso punto. Erano fermi, nessuno si agitava o parlava, guardavano e basta.

Anch’ io ho guardato, ma non ho visto niente di particolare, tranne il colore acceso del cielo che era rosa e giallo e il mare blu intenso. Mi sono sentita chiamare e, quando ho girato il viso, ho visto mio cugino che veniva verso di me, con una mano teneva la mano di sua moglie, con l’ altra mi salutava agitandola in aria.

Hanno indicato due asciugamani vuoti, stesi tra agli altri, proprio lì a pochi metri, e mi hanno

invitato a sedere.

Era da un pò che non li vedevo, ma non da tanto. Di solito ci vedevamo di rado.

- Non è buffo che tutti guardino nella stessa direzione, lì sul molo – domando, dopo avere notato che la situazione era uguale a quella di prima.

- Hanno perso un bambino in acqua – dice la moglie di mio cugino – sono tre ore che lo stanno cercando.

– Ah – abbasso gli occhi e non mi viene da dire altro.

Attorno c’ è silenzio, la gente parla tranquilla, qualcuno ascolta musica con le cuffie, qualcuno

legge. Un uomo alla mia destra stende il latte solare sulla schiena della sua donna, formando con le mani ampi gesti circolari, fino a sfiorarle l’ orlo dello slip.

Mio cugino dice che prima di arrivare a casa, devono andare a comprare il regalo di compleanno per la figlia di sua sorella. In quel momento una coppia a braccetto, si avvicina salutando in modo rumoroso mio cugino e sua moglie. Si sistemano sui teli stesi, senza chiedere permesso, e si fanno festa tra di loro, era da molto che non si vedevano.

Mi sento di troppo, saluto frettolosamente e torno indietro a passi sicuri, nonostante i sassolini e i piedi scalzi che mi fanno male. Salgo sulla bici ma non ho voglia di tornare subito in spiaggia da mio fratello.

Mentre pedalo mi domando che faccia abbia il bambino perso in mare. Lo Immagino annaspare, tentare di raggiungere la superficie dell’ acqua ed aprire la bocca.

Le immagini non sono chiare, allora stringo gli occhi e i denti, pedalo piano,

guadagno tempo, provo un peso nel petto come se ai miei polmoni mancasse l’ aria.

Mi ritrovo dalla parte opposta del molo e sento il bisogno di fermarmi. Il mare è ancora di un azzurro intenso, la luce del pomeriggio fa sembrare tutto rosa e dorato.

Il comando della capitaneria di porto è alle mie spalle, quando freno e poi scruto l’ orizzonte.

Arriva un uomo in bicicletta, così veloce che i freni stridono quando li tira e la bicicletta si ferma anche lei proprio alle mie spalle. Lui salta giù come se la bicicletta fosse un cavallo in corsa, in quello stesso momento la porta della capitaneria si apre, come se lo stessero aspettando. Un uomo in divisa bianca si affaccia e i due iniziano a parlare a voce bassissima agitando le mani. Non riesco a capire una sola parola, solo una domanda – Da quanto tempo sono fuori?

Non sento la risposta ma penso che parlino del bambino perso in acqua. I due si salutano con un gesto della testa e quello in divisa si ritira chiudendo la porta senza fare rumore, come l’ aveva aperta. L’ altro, con un balzo è sulla bicicletta, come se non fosse mai sceso, i piedi si staccano uno dietro l’altro dal cemento della banchina, un attimo dopo spingono sui pedali, il busto dell’ uomo è piegato sul manubrio per andare più forte, come per affrontare un vento forte, come se avesse dovuto prendere il volo, la bicicletta sparisce dietro la curva della strada.

Rimango di nuovo sola sul molo e ho la certezza che stia per succedere qualcosa.

Appoggio la bicicletta al lampione lì vicino, mi siedo e aspetto fiduciosa, non voglio perdermi nulla.

Passano due o tre minuti senza che accada niente, allora mi accendo una sigaretta.

Finalmente vedo le braccia del bambino in acqua che si agitano, le onde fanno schiuma lì

attorno, le dita delle sue mani si allungano, gli occhi si allargano, ma non riesco a mettere a fuoco il suo volto. Spero che arrivi qualcuno che lo veda, oltre a me, e lanci l’ allarme, io non riesco a parlare

– Lo abbiamo trovato – grida qualcuno. Io soffio fuori il fumo dalla bocca e accenno ad un

sorriso.

Allora mi tuffo, vado sotto di qualche metro, mi muovo faticosamente in una specie di gelatina

densa di colore verde, riesco a intravedere solo poche alghe aggrappate al cemento del porto, lunghe e mosse come se fossero capelli al vento.

Tengo gli occhi chiusi a fessura, la bocca sigillata, allungo le mani davanti a me per unirle, spingo sulle braccia, allontano le mani, agito le gambe, fatico a spostare l’ acqua, che mi sembra fango. Un pesce arriva dal niente, avanza indeciso, come se non sapesse nemmeno lui dove andare.

C’ è un micidiale silenzio. Vorrei aprire la bocca per chiamare il bambino, ma non posso per via dell’ acqua, allora sto zitta, tendo le orecchie, spero di sentire ancora un urlo lanciato da

qualcuno.

Un gabbiano sfreccia davanti a me e plana fra le onde, si fa cullare dall’ acqua che lo sostiene.

Inspiro, espiro, soffio fuori il fumo che mi rimane nei polmoni, spengo la sigaretta per terra, e mi ricordo che sono scalza.

Mi alzo, una mano sul manubrio, l’ altra in tasca, cammino lenta.

Alla curva, la stessa dove era scomparsa la bicicletta, mi ritrovo sulla strada principale, ingolfata di gente che passeggia, guarda le vetrine e mangia gelati.

Le bocche della gente si allungano e si deformano, le facce si girano e le braccia si muovono per salutare.

Continuo a vedere alghe e pesci.

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PerchèScrivo/Spade di latta e spade d’acciaio

Gennaio 28th, 2009

di claudio castellani

Karl Marx rideva di Robinson Crusoe.Diceva che aveva salvato dal naufragio orologio libro mastro penna e calamaio e subito aveva cominciato da buon inglese a tenere la contabilità di se stesso.Mi dispiace che Karl Marx possa ridere anche di me. Più che dispiacermi, provo un acuto dolore. Marx è stato il maestro che mi ha distratto dall’adolescenza prima che la mia adolescenza biologicamente terminasse (e oggi un po’ glielo rimprovero) .

Eppure libro mastro penna e calamaio sono anche per me oggetti salvati dal naufragio. E anche per me scrivere è tenere la contabilità di me stesso.

Forse sarebbe più pratico tenerla coi numeri, incolonnati dall’alto verso il basso. Ma io odio i numeri. Appena vedo un numero mi perdo. La mia mente si paralizza. Mia mamma dice che, già da bambino, davanti ai numeri tiravo giù la clerk, come chiamano la serranda a Milano. Questo perdersi davanti ai numeri è una forma di dislessia, mi sembra di aver capito. Allora tengo la contabilità incolonnando parole da sinistra verso destra.

Le parole in cui trasferisco la mia contabilità mi prelevano dal mondo dell’economia e del calcolo e mi trasferiscono in quello a me più congeniale dell’emozione e dell’evocazione.

Scrivere per me è come raccogliere una vita -la mia vita- che viene ormai da lontano. Come la luce del sole che impiega otto minuti prima di arrivare sulla terra. Quando arriva a noi è ormai acqua passata. Qualcosa di irrimediabile.

Quando scrivo mi chino su cose che sono già accadute. Le evoco con un certo stupore, come se mi domandassi: è davvero successo questo?

La mia vita, contabilizzata dalla mia penna, mi guarda con una solidità e con una certezza che la vita vera non possiede.

La vita vera è nebulosa, nebbiosa, frammentata, sfuggente. E’ elastica e sfuggente. Lì per lì è tutto e niente. Direi: illeggibile.

La vita contabilizzata dalla mia penna invece la posso guardare negli occhi. Lei sta ferma e si lascia osservare.

A volte mi domando se un episodio della mia vita che ho contabilizzato con la mia penna si è svolto proprio in quel modo. E’ un dubbio che mi assale spesso. Perché, quando de-scrivo un episodio della mia vita -a me interessa il mondo perché mi interessa soprattutto la mia vita e anche un po’ il contrario- da come l’ho de-scritto risulta sempre che avevo ragione io.

Ma alla fine non ho mai dubbi: l’episodio che ho de-scritto è la versione vera di quell’episodio, la sua interpretazione autentica. La sua interpretazione faziosamente autentica. La mia scrittura è più vera del vero. Se devo scegliere tra ciò che ho scritto e ciò che ricordo, scelgo senza esitazione ciò che ho scritto. Mente la mia memoria dubbiosa, non la mia penna. La mia penna contabilizza con spietatezza, con cinismo. Con tutto il cinismo di cui è capace un’emozione violenta. E’ vero: la penna è una spada. Di latta o d’acciaio, ma è una spada.

Non mi critico per questo: scrivo esattamente per scoprire le mie ragioni, anche se con otto minuti di ritardo.

Scrivere, la ragione profonda di questa mia contabilità all’inglese, il suo obiettivo, è costruire un mondo in cui non esiste l’ésprit de l’éscalier. Il quale èsprit, come è noto, è la situazione in cui riesci a formulare una risposta brillante, geniale, vincente, spiazzante, risolutiva, con una manciata di secondi di ritardo. Una manciata di secondi di ritardo che rende vana, inutile e inutilizzabile quella brillante, geniale, vincente, spiazzante, risposta risolutiva.

Scrivere è per me scoprire le mie ragioni. E’ vanificare l’ésprit de l’éscalier. Cancellare e annullare il ritardo. Creare un mondo in cui non esiste ritardo o in cui giungere in ritardo non conta. Non crea danni irreparabili. E’ irrilevante. Un mondo in cui conta la verità e non la rapidità con cui la spari fuori di te, con le parole o con i gesti. Scrivere è riaggiustare i danni che hai provocato agli altri o che gli altri hanno provocato a te. Risanare le sfasature spazio-temporali che ti rendono inerme di fronte all’esistenza.

A volte mi dico che vi è qualcosa di pateticamente fantozziano nello scrittore. Mi dico che lo scrittore recupera nella fantasia ciò che ha perduto nella realtà. Mi dico anche che questo è quanto di meno fantozziano esista al mondo. E’ la vittoria della sconfitta. Il mondo della scrittura è il mondo in cui vittoria e sconfitta possiedono ragioni di uguale forza. Un mondo in cui spade di latta e d’acciaio possono degnamente incrociarsi con uguali possibilità di vittoria.

Le guardo e finalmente le vedo, le mie ragioni, le mie faziosità, anche se con otto minuti di ritardo. Le vedo, le tocco e le riconosco.

Forse, a quel punto, qualcuno me le può anche rubare, le mie ragioni e le mie faziosità. Ma, una volta che le ho scritte, non è poi così importante che vadano di nuovo disperse.

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Poesia/Transitano piano

Gennaio 28th, 2009

di patrizia pirina

Transitano piano

due vecchie

foglie

sul fondo freddo

della fontana.

Calde

grida di sole

si stringono

addosso

come ombre

e rughe

di rame

e caffe’.

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PerchèScrivo?/Catturare le parole che navigano nell’aria

Gennaio 28th, 2009

gianni celati da Nord-Est n.6 1989

Mi sembra di aver capito alcuni ritmi della mia lingua e di affidarmi a quelli. Tutto incerto quello che si scrive, nessun valore intrinseco nelle parole, non si dimostra mai niente, non si stabilisce mai niente, non si arriva mai ad una salda roccia madre dove piantare le nostra bandiera e dire:«Ecco, voi dovete sapere che io scrivo per questo e per quest’altro».

Sì, si può farlo. Ma allora è come fare i professori universitari, si può dire tutto, una cosa vale l’altra, si parla solo perché si è su una cattedra. Noi ci attiriamo e respingiamo con i ritmi, i toni, le curve delle frasi, il cipiglio, il labbro duro o socchiuso, gli occhi spenti o gli occhi che fanno lumetti. Quello che diciamo, la sostanza, il contenuto, è l’antichissima illusione di parlare e di essere davvero diversi dagli altri benedetti animali.

Questa mia risposta è chiaramente un momento di malumore contro il totalitarismo corrente, quello che interpreta tutto in base alla presenza o assenza di «realismo». Ma i nostri ritmi non c’entrano niente con il realismo, loro sono proprio fatti perché le parole navighino nell’aria, siano emissione di fiato, battito, musica.

Tutti i racconti nascono da toni sentiti, annidati nelle parole, e se nascono da un’idea realistica si vede subito, perché sono musicalmente grevi. Ritmi morti sulla pagina e sordità dell’orecchio: non c’è mica da vantarsi, ma lo sanno tutti che uno stonato non ha la minima idea di cosa lo separi dalla musica.

Andarglielo a spiegare? Impossibile, di nuovo si vede che le parole non servono. Può darsi che un giorno s’innamori, o gli caschi il tetto sulla testa, e allora apre un occhio, scruta, ascolta e sente qualcosa: il resto riguarda solo lui, e l’amore che ha per la lingua.

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I modi dello scrivere/Acquistare talento

Gennaio 28th, 2009

giacomo leopardi, Zibaldone

Il talento non è altro che la facoltà di imparare, cioè di attendere e di assuefarsi. Per imparare intendo anche la facoltà d’inventare, di pensare, di sentire, di giudicare ecc. Nessuno impara le sue proprie invenzioni, pensieri, sentimenti o giudizi particolari ch’egli porta, ma impara a farlo e non lo può fare se non l’ha imparato, e se non ha acquistato con maggior o minor esercizio e copia di sensazioni, cioè di esperienze, queste tali facoltà, che paiono affatto innate, e sono realmente acquisite più o meno facilmente. La nostra mente in origine non ha altro che maggiore o minore delicatezza e suscettibilità di organi, cioè facilità di essere in diversi modi affetta, capacità e adattabilità, o a tutti o a qualche determinato genere di apprensioni, di assuefazioni, concezioni, attenzioni. Questa non è propriamente facoltà, ma semplice disposizione. Nella mente nostra non esiste originariamente nessuna facoltà, neppure quella di ricordarsi. Bensì ell’è disposta in maniera che le acquista, alcune al più presto, alcune più tardi, mediante l’esercizio; ed in alcuni ne acquista (gli altri dicono sviluppa) più, in altri meno facilmente, in alcuni così, in altri così modificate secondo le circostanze, che diversificano quasi i generi di una stessa facoltà.

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Poesia/Rughe

Gennaio 28th, 2009

di roberto sapucci

Sfioro quel solco

che ti attraversa il viso.

Ha il sapore di notti insonni,

dolori insopiti,

passioni vissute in trincea.

Sorridi,

e una lacrima lo inonda.

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Poesia/Due binari

Gennaio 26th, 2009

di silvia mantovani

Due binari

si muovono cullosi,

tu vivi tra fogli graffati e rombi inquinati,

trattieni la lingua

dei fili dispersi,

io griffo bilanci

lordati.

Cerchi l’oro sonetto

tra i tintinnii sireni

del verso perfetto

ti ho perso

tra i mulini del caffè

mi chiesi, lui dov’è?

la faglia si chiuse con ponti di prose

perlate di sudore

di cuore

E’ dolce ora l’ora,

lo sbuffo quieto

mi riporta

alla porta

la casa

la vecchia

“aloura”?

“acsè”

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Racconto/La residenza di caccia

Gennaio 19th, 2009

di aurelia bucci

- Domenica mattina, ore dieci, appuntamento in piazza, puntuali, pic nic a casa Vittorini, previsioni del tempo favorevoli – Questo era il messaggio che Francesco aveva mandato sabato mattina a un gruppo ristretto di amici. Ne avevamo parlato diverse volte di questa uscita, l’avevamo organizzata mentalmente. Casa Vittorini è una grande casa antica fuori città, su una collinetta, nascosta in mezzo a una vecchia pineta. Abbandonata da parecchi anni, aveva qualcosa di misterioso che ci affascinava.

Era stata la residenza di caccia di una nobile famiglia di conti e contesse che vantava anche un papa tra i suoi antenati.

Lasciata poi andare, da quando l’ultimo erede, ridotto in povertà, aveva dovuto vendere tutti gli arredi, mobili, quadri e argenteria. Erano rimasti gli affreschi ai soffitti e si diceva fossero molto belli. Avevamo saputo che era stata comperata da un ricco agente immobiliare. Sicuramente sarebbe andato tutto distrutto per farci un condominio o delle case a schiera. Conoscevamo di vista quella persona, era un avido senza scrupoli, così era descritto da chi ci aveva avuto a che fare. Aveva la pelle del viso butterata, piena di cicatrici da acne giovanile, camminava un pò curvo e con fare circospetto.

Dicevano di lui, che viveva solo, non si fidava di nessuno, e che fosse un misantropo.

Eravamo molto dispiaciuti della fine che avrebbe fatto fare a quel pezzo di storia della nostra città. Così volevamo andarla a vedere almeno da fuori e goderci il parco per un giorno.

Spesso quando ci trovavamo per l’aperitivo dicevamo – allora casa Vittorini, a quando? -

Era arrivato il momento. Faccio qualche telefonata per sapere chi viene e per metterci daccordo su cosa portare. Vengono tutti. Michele con la sua ragazza Alberta. Michele è il don giovanni del gruppo. Un bel ragazzo, simpatico, eterno adolescente. Un Peter Pan che ispira protezione, ma con un caratterino non tanto malleabile. Alberta è una ragazza matura, equilibrata, tollerante, serena, non l’ho mai vista nè triste, nè arrabbiata. Mi è simpatica. Siamo uscite qualche volta insieme e ci siamo trovate bene. Abbiamo gli stessi gusti, apprezziamo certe scelte fatte l’una dell’altra e ci stimiamo a vicenda.

Enrico con la sua amante Beatrice. Enrico è il mio grande amico, di quelli che quando li incontri la prima volta hai un feeling immediato, ti capisci al volo, basta uno sguardo. Ci somigliavamo, ma non come gusti o interessi, più per il modo di vedere la vita, di stare con gli altri, nell’essere sempre allegri e ottimisti. Per me era un compagno di scherzi e di battute.

Beatrice era mia amica ancora prima che conoscessi tutti loro. Era fidanzata dal primo anno del liceo e da un po’ di tempo molto in crisi. Le avevo fatto conoscere io Enrico ed era stato per tutti e due, un colpo di fulmine. Lui l’aveva corteggiata per molto tempo, lei aveva cercato di resistere finchè alla fine aveva ceduto. Lui la faceva ridere e sapeva essere anche molto tenero e premuroso con lei. Questo credo che per lei sia stato irresistibile. Erano così diversi, lui trasgessivo, lei ben educata e piena di certezze, eppure li vedevo bene insieme. C’ero io e il mio ragazzo Corrado. Facevamo coppia da un paio d’anni. Quelli erano i suoi amici che io aveva cominciato a frequentare con lui.

Corrado è il leader del gruppo e gli piaceva esserlo. E’ sempre stato egocentrico e narcisista, gli piaceva essere considerato quello che aveva una marcia in più. Più grande di me di sei anni, e di qualche anno rispetto ai suoi amici. Un uomo intelligente, colto, pieno d’interessi, di passioni, molto impaziente, introverso, ansioso e irrequieto. Difficile stargli vicino e una gran fatica seguirlo, ma proprio per queste sue caratteristiche, era molto stimolante e mi aveva conquistato. Ci eravamo conosciuti all’università, stessa facoltà, filosofia.

Ora eravamo allo stesso anno, lui abbondantemente fuori corso.

C’era Guido che si faceva vedere ogni tanto, in occasione di feste o compleanni. Era molto amico di Michele, gli altri ragazzi lo conoscevano meno bene.

L’avevo sempre visto da solo, senza un’amica o una compagna.

Mi stava simpatico, era molto serio, educato, di quella educazione all’antica, galante, riservato e misterioso. Sembrava molto più maturo della sua età, e credo che avesse qualche anno più degli altri. Parlava poco, e molto poco di se stesso, mi dava l’idea che nascondesse chissà quali segreti e responsabilità, come se avesse dovuto imparare ad affrontare in fretta le difficoltà della vita. Sapevo che l’anno scorso gli era morto il padre e che si era dovuto laureare in fretta per aiutare la madre a gestire l’azienda di famiglia.Vestiva in modo insolito per un ragazzo. Portava sempre pantaloni classici, larghi, giacche di velluto e sotto camicie di flanella, scarpe a pianta larga, allacciate, comode e solide, mi ricordavano quelle di mio nonno. Per questo mi ispirava fiducia e sicurezza. Aveva un modo di fare discreto e protettivo.

Poi c’era Francesco amico storico di Corrado. Corrado era il suo idolo. Un carattere remissivo, triste, sempre in credito dalla vita. Un sognatore, capace di grandi passioni e di illusioni d’amore. Spesso era vittima di grandi delusioni che lo facevano soffrire. Un ragazzo molto sensibile, troppo, non aveva difese, ogni volta si buttava in una storia con tutto sè stesso, senza paracadute, e inevitabilmente si faceva male. Era un bel ragazzo – Assomigli a James Dean – gli aveva detto un giorno una mia amica e lui ne era orgoglioso. Gli volevo bene e lo consideravo un amico fidato. Aveva corteggiato anche me prima che mi fidanzassi con Corrado e io l’avevo rifiutato, non era l’uomo per me, anche se risvegliava le mie doti di salvatrice, era troppo vittima. Non avrebbe funzionato. Avevo visto che ci era rimasto molto male e questo mi dispiaceva tanto, ma non sapevo cosa avrei potuto fare. Francesco ispirava nelle donne sentimenti di amicizia, era tenero, era tranquillo, si parlava bene con lui, forse troppo buono, troppo educato, troppo bravo ragazzo per attirare noi ragazze a quell’età. Francesco avrebbe portato due amiche, che aveva conosciuto da poco. Stava intortando da qualche giorno la più carina, quella con i capelli rossi.

Arriviamo all’appuntamento, siamo tutti allegri e su di giri. E’ una bella giornata di sole di inizio primavera, fa fresco, ma presto l’aria si sarebbe riscaldata.

Ci salutiamo, baci e abbracci, facciamo qualche battuta, conosciamo le ragazze nuove.

Le conoscevo di vista. Anna, carina, con lunghi capelli rossi, lisci, legati in un’unica treccia con un nastro blu, occhi azzurri, gelidi, stava un po’ in disparte. Manuela più aperta e ciarliera, mora capelli molto corti, occhi scuri, meno carina, ma più simpatica. Ha un bel sorriso e dei bei denti bianchi e diritti.

Controlliamo se non ci siamo dimenticati di niente, e partiamo – siamo un bel gruppo affiatato – penso.

All’ultimo momento ci vengono degli scrupoli che non avevamo avuto prima.

E se arriva il proprietario, cosa facciamo ? Cosa gli diciamo? Ma in fondo il parco non era recintato, forse non c’era scritto neanche proprietà privata, e poi potevamo sempre fare finta di non aver visto il cartello. Ce li facciamo passare in fretta i ripensamenti, non era il caso di preoccuparsi, non avremmo fatto nulla di male, e poi ormai era deciso e certe cose si fanno senza pensarci troppo, è lì il bello. Su questo siamo tutti daccordo e partiamo decisi.

Arrivati fuori città, ad una curva a destra sotto una collinetta, imbocchiamo la strada sterrata che porta alla casa.

Dalla strada si vede solo un fitta pineta e rovi cresciuti in libertà, la casa è completamente nascosta. Sulla stradina c’è un cartello “proprietà privata” bianco con la scritta nera, nuovo e pulito, bene in vista. Arriviamo ad uno spiazzo abbastanza grande con l’erba bassa e rada, ci sono tre grandi noci vicini, era la corte davanti della casa. Attorno, vecchi pini piegati dal vento e dal tempo, alcuni toccano terra, altri hanno rami spezzati diventati secchi, ma ancora attaccati alla pianta. Qualche cedro del Libano alto, diritto, con pochi rami e senza punta, sovrasta la pineta. Decidiamo che lì, sotto i noci, era perfetto. Parcheggiamo le macchine di fianco alla casa, all’ombra e nascoste, in modo che non ci deturpino il paesaggio. Scarichiamo i viveri, stendiamo i nostri plaid scozzesi a colori vivaci.

Due li mettiamo affiancati, nel mezzo, con sopra i cestini delle vivande, altri alla base dei noci, per poter stare seduti appoggiati ai tronchi. La casa è molto grande, tutta in mattoni a vista. Sembra abbandonata da molto tempo. Una parte più bassa sulla destra, la più antica, fatiscente, con il tetto pericolante, grosse crepe nel muro di mattoni consumati e delle aperture senza più porte, nè finestre. E’ la stalla, ci sono delle mangiatoie in pietra e degli anelli di ferro al muro. L’altra parte quella più ampia, il corpo principale della casa, ancora solida, con il portone, le finestre al primo piano con le persiane, con qualche stecca mancante qua e là, e a piano terra finestre con inferriate senza persiane. Facciamo un giro di perlustrazione dietro la casa, ma è tutto pieno di rovi e di erba alta, solo lì davanti è praticabile, forse l’ombra dei noci non ha fatto crescere troppo l’erba.

Vediamo una strana costruzione circolare, ci sono degli alberi davanti , non si vede bene.

E’ dalla parte opposta della casa, sempre sul dietro, ma più distante. Passiamo davanti alla casa e poi dietro la parte vecchia, sulla destra. Riusciamo a farci largo in mezzo ai cespugli avvinghiati dalle vitalbe e arriviamo a questa curiosa costruzione circolare. Sembra una cappella. Le due ante del portoncino tutte storte e non più combacianti sono tenute chiuse da un grosso lucchetto che però lascia un certo movimento alle due parti. Si crea così, spingendo, una fessura abbastanza larga, dalla quale diamo una sbirciatina. Il pavimento è sconnesso e in parte ricoperto da muschio e ciuffi d’erba cresciuti tra un mattone e l’altro, il soffitto a volta tiene ancora. Sul soffitto e alle pareti si vedono segni di antichi affreschi. Si distinguono delle figure colorate sbiadite, ammuffite, mancano delle parti staccate dall’umidità. Corrado ci vede delle figure di dei e di animali, un carro, e a guardarci meglio, ora le vediamo anche noi. Corrado ci spiega che era un tempietto pagano. Si usava costruirlo nel periodo rinascimentale, vicino a case signorili. Era uno sfizio intellettuale di nobili sensibili all’arte e alla cultura greco romana. Sulla volta del soffitto ci fa notare i resti di quello che doveva essere il carro di Apollo-sole trainato da un leone e da un cinghiale e il carro di Diana-luna trainato da due cavalli. Alle pareti erano state dipinte le stagioni e le ore del giorno rappresentate da leggiadre fanciulle divine, ornate di fiori e tralicci di foglie, protettrici della vegetazione e custodi dei fenomeni atmosferici. Ora tutti vogliamo vedere meglio. Uno alla volta, lo spazio è limitato e anche la fessura, ci mettiamo in osservazione di quella meravigliosa scoperta, e cerchiamo di godercela immaginando come doveva essere l’affresco quando era integro. Corrado è contrariato – non è possibile abbandonare così un opera d’arte, domani voglio parlare con un mio amico che lavora per la sovraintendenza delle belle arti e voglio denunciare questo posto. – Sono daccordo, certe opere andrebbero salvate – risponde Guido – il guaio è che in Italia ce ne sono troppe e non ci si fa molto caso. Inizia una discussione, ognuno dice la sua, ma conveniamo che certe opere andrebbero restaurate e protette. Siamo compiaciuti di aver fatto quella scoperta e di aver deciso di fare quell’uscita, in quel posto. Corrado più contento di tutti, la prima idea di andare a casa Vittorini era stata la sua, ora è soddisfatto, come se pensasse – Ci avevo visto giusto, me lo sentivo che ne valeva la pena di vederlo.

Chiacchierando e stando attenti a dove mettevamo i piedi, tornavamo al nostro accampamento.

Io, Beatrice e Alberta ci tenevamo a braccetto, cercavamo di non inciampare nei rami secchi che incontravamo e di non cadere negli avvallamenti del terreno. La terra era così arida che aveva formato delle grosse crepe. Procedevamo barcollando, ci sostenevamo a vicenda, scherzavamo e ridevamo ogni volta che una di noi metteva un piede storto. Siamo quasi arrivate alla casa quando Enrico e Michele sbucano fuori, urlando, da un grosso cespuglio. Nessuna di noi si era accorta che si erano nascosti. Ci vengono incontro con le braccia protese in avanti e cercano di prenderci alle gambe. Noi gridiamo come pazze per la sorpresa e lo spavento, poi ci mettiamo a ridere tutti insieme, di un riso liberatorio, quasi esagerato. Enrico racconta un barzelletta, poi un altra, e un’altra ancora. Ci ha preso gusto. Risate su risate a non finire. Avevamo tutti una gran voglia di allegria, a volte cominciavamo a ridere che la barzelletta non era ancora finita.

Decidiamo di giocare ai cavalli per scaldarci e per mantenere la gioisa atmosfera.

Le donne a cavalcioni sulle spalle degli uomini, le coppie si avvicinano e si danno delle spinte cercando di far cadere gli avversari. E’ un gioco molto divertente, tra la paura di cadere di chi sta sopra e la fatica che deve sopportare chi sta sotto, le risate che ti fanno perdere le forze, e l’equilibrio. Io ero sulle spalle di Enrico, ridevo da morire, lui mi incitava a distruggere i nostri avversari, faceva il cavallo imbizzarrito, abbassava e alzava la testa continuamente, io non riuscivo a stare diritta e in più, per complicare il tutto, ogni tanto faceva finta di inciampare, di stare per cadere, per poi riprendersi all’ultimo momento. Anna era sulle spalle di Francesco, Manuela su quelle di Guido, Beatrice di Michele. Alberta era rimasta a terra, forse perchè aveva una gonna di jeans molto corta e stretta, ma partecipava facendo il tifo, ci girava attorno e ci incitava.

Corrado che è un antisportivo per eccellenza, ci fotografava. Giochiamo finchè non siamo sfiniti, poi ci stendiamo sulle coperte a goderci un pò di riposo. C’era una bella luce che filtrava dai rami dei grossi noci, anche l’aria si era intiepidita, ora si stava bene. I discorsi si fanno più rilassati, qualcuno sta ad occhi chiusi. Corrado continua a fare foto alla casa, a noi, ci fa anche dei primi piani, soprattutto a me, da varie angolazioni, diceva che c’era la luce giusta. E’ una vera passione la sua, per la fotografia. E’ molto bravo, ha partecipato a delle mostre e vinto anche dei premi.

Io sto guardando la casa, così, senza un punto preciso, con lo sguardo perso nel vuoto. All’improvviso mi sembra di veder un movimento ad una finestra del primo piano. Era l’unica che aveva le persiane aperte, anzi a pensarci bene un anta era mancante, e l’altra era socchiusa. C’erano i vetri e dietro delle tende chiare e leggere. Mi era sembrato di vedere muovere la tenda. Lo dico forte. Silenzio assoluto. Tutti guardano lì. Cominciamo a fare delle ipotesi – E se ci fosse qualcuno ? Un barbone che vive lì ? Se ci fosse un ricercato che si nasconde ? Potrebbe essere pericoloso. Poi la tensione si allenta e la buttiamo sul ridere. Michele propone di entrare nella casa per vedere com’è.

Il portone è chiuso a chiave, ma spingendo sembra cedevole. Ci avviciniamo, guardiamo a turno da un grosso buco lasciato da una vecchia serratura che era stata tolta. Ognuno ci vede qualcosa di diverso. Chi vede una tavola apparecchiata, chi dei mobili aperti con dentro degli oggetti antichi, chi un fucile appoggiato in un angolo, chi un’ombra che si muove. Siamo incuriositi e anche impauriti, ma siamo un gruppo compatto e ci sentiamo forti.

Ha prevalso la curiosità. Michele da un’occhiata d’intesa a Guido, che è il più robusto, poi Guido guarda Michele e grida – Ora! – Partono insieme contro la porta che si apre subito, senza la minima resistenza, sarebbe bastato uno solo. Entriamo, c’è una luce giallastra che filtra da una finestra laterale, con inferriata, senza persiane con i vetri rotti. La stanza era la cucina, forse quello era l’ingresso posteriore della casa, quello principale era dalla parte opposta, ora impraticabile. Lì in cucina, c’è un lungo tavolo di legno, da una parte delle briciole, un sacchetto di carta bianca e unta, stropicciato, vuoto e aperto, un bicchiere vuoto, due tappi di sughero, un pezzo di corda e una mezza candela bianca usata e sporca. Una credenza con dei cassetti, dentro pezzi di cose inutili. Quello che era sembrato un fucile è in realtà un bastone che fa da manico ad una scopa fatta di rami secchi, appoggiata al muro. Vicino, appesa ad un chiodo, una spessa striscia di cuoio consumato e rinsecchito. Poteva sembrare la tracolla di un fucile.

Sul mobile c’è molta polvere, sul tavolo meno, sembrava che fosse stato usato da poco.

Sulla parete di fronte ci sono due porte, una chiusa a sinistra e una aperta sulla destra che lascia intravedere un salone vuoto. In fondo al salone, in penombra, si distingue una ampia scala di cotto con una ringhiera a riccioli di ferro nero che porta al piano superiore. Entriamo, il salone è completamente vuoto. Ci colpisce immediatamente il soffitto affrescato con una scena di caccia. Caccia al cinghiale. É molto bello anche se i colori sono piuttosto scoloriti, ci sono grandi macchie giallo scuro sparse qua e la’ e molte parti scrostate. E’ raffigurato un bosco, attraversato da un fiume, in primo piano un grosso cinghiale accerchiato da una decina di cani, cacciatori a piedi e a cavallo. Da lì si accede ad un’altra sala sulla sinistra che è comunicante con la cucina dalla porta che è chiusa. Qui un altro soffitto affrescato. Ai quattro angoli sono raffigurate le muse che simboleggiano le arti. La musa della poesia rappresentata con una tromba e una pergamena, la musa del canto con una corona d’oro in testa e in mano un libro, la musa della tragedia reggente una maschera tragica, e quella della danza che suona la lira. Al centro, nove muse protettrici delle arti, danzano con Apollo. Nella stanza sono accatastati diversi mobili coperti con dei teli che gli danno un aspetto inquietante. Potrebbero nascondere qualsiasi cosa o qualcuno, sento un brivido di freddo sulle spalle. Ci passo una mano sopra, per scaldarmi un po’.

Si sente un rumore improvviso, sembra provenire dalla cucina, rimaniamo immobili in ascolto.

E’ un battito d’ali impazzito, un piccione deve essere entrato dalla finestra con i vetri rotti e ora non riesce più ad uscire. Guido apre la finestra, la spalanca e cerca di farci andare il piccione. In realtà non era un piccione, ma una tortora e comunque riesce a tornare all’aperto. Usciamo anche noi, c’era venuta, fame. Ci mettiamo in cerchio seduti sui due plaid, attorno ai cestini di cibo. Apriamo l’acqua, il vino, le birre, scartiamo i panini, c’è anche una pasta fredda e un insalata di riso con tonno e uova sode. Uva bianca e nera già lavata, della ciambella e anche un termos di caffè caldo. Finito di mangiare, Beatrice si mette al sole distesa sull’erba, Alberta pure, due patite del sole fino all’ultimo raggio. Michele con fare indifferente, si avvicina ad Alberta e cerca di allungarle la gonna verso le ginocchia. Lei aveva incrociato le gambe e la gonna corta le era salita sulle cosce. Le lasciava scoperta la parte posteriore della coscia accavallata e anche nel mezzo delle gambe. Lui l’aveva fatto scherzando, ma penso che fosse veramente geloso, non la perdeva mai di vista.

E comunque, solo lui se ne era accorto.

Gli altri sparsi sulle coperte all’ombra. I discorsi si vanno diradando, le voci affievolendo, fino al silenzio assoluto, una quiete interrotta ogni tanto da un cinguettare discreto proveniente dalle chiome dei noci.

Francesco e la rossa con gli occhi azzurri, erano spariti, non li vedevo da un po’, immagino che si fossero appartati, anche se mi sembrava strano. Avevo avuto l’impressione che lei non fosse molto interessata a Francesco, ma forse aveva cambiato idea. Forse era riuscito a convincerla , era dalla mattina che le parlava ininterrottamente, e che le stava sempre vicino. Forse aveva ceduto per sfinimento. Quando sto per chiudere gli occhi, ecco che li vedo affacciati alla finestra di sopra, quella con la persiana rotta. L’avevano aperta. Certo, penso, Francesco aveva dimostrato un bel coraggio a portarla lì, da solo. Se non l’aveva conquistata così, non c’era proprio speranza. Sorrido e penso – Più tardi voglio vedere anche io cosa c’è al piano superiore – poi mi appisolo.

Mi sveglia il motore di un fuoristrada che sta facendo manovra proprio lì vicino a noi. Dentro, una giovane coppia, un ragazzo e una ragazza. Non so quanto ho dormito, mezz’ora, un’ora, c’è ancora un debole sole che sta per tramontare. La grossa auto nera se ne va, dopo aver visto che il posto è occupato, forse non è la prima volta che quei ragazzi vengono lì. Seduta vicino a me c’è Alberta, parla con Manuela che è in piedi appoggiata all’albero. Sul plaid vicino c’è Corrado che parla a voce alta di calcio, ha la radiolina accesa, sono finite le partite e stanno trasmettendo i risultati. Davanti a lui Michele e Guido lo ascoltano e fanno fatica a entrare nel discorso, Corrado non gli da’ spazio.

Più lontano Enrico e Beatrice giocano, lei è carponi e lui fa’ finta di tenerla al guinzaglio, poi lui le si appoggia sulla schiena, come se la cavalcasse, finchè cadono a terra. Lei si mette stesa supina in segno di resa e lui, in piedi, le appoggia un piede sulla pancia come se avesse sconfitto la preda.

Lei si ribella, cerca di sfuggirgli e cominciano a fare la lotta, aggrovigliandosi e rotolandosi per terra, lui la immobilizza di nuovo tenendogli ferme le braccia girate sulla schiena, lei rivolta a pancia in giù e lui a cavalcioni sopra di lei.

Chiedo agli altri di Francesco e Anna, nessuno li ha più visti. Mi alzo do’ un’occhiata in giro, guardo la finestra al primo piano, era stata richiusa.

Intanto le ragazze cominciano a raccogliere i piatti di carta sporchi da buttare, i bicchieri, i tovaglioli, tutto in un grande sacco nero. Ripongono le cose da portare a casa, dividono quelle da mettere in una macchina o nell’altra, cominciano a piegare i plaid. Francesco e Anna non si vedono ancora. La luce sta calando, comincia a fare fresco. Li chiamo a voce alta ripetutamente, anche gli altri li chiamano, prima con tono ironico e scherzoso, poi serio e preoccupato. Decidiamo di entrare in casa e di andare a vedere di sopra, speriamo che non sia successo qualcosa di grave.

In quel momento Francesco esce di corsa dal portone socchiuso, ci viene quasi addosso, é agitato, fa’ fatica a parlare, non si capisce cosa dice, vuole dire troppe cose in una volta, è terrorizzato.

Ci fa cenno di seguirlo.

Lo seguiamo mentre torna di sopra, intanto riesce a dire – Presto, Anna sta malissimo – corriamo dietro di lui, in silenzio. C’è poca luce, ma lui si muove sicuro. Arriva in cima alle scale, c’è un ampia stanza vuota con attorno diverse porte, alcune aperte, altre chiuse, non ha esitazioni, si infila in una delle porte aperte, noi dietro. Entriamo tutti. Si sente ansimare forte e un rantolo continuo. Vedo, in un angolo, vicino alla finestra, un letto con le sponde di ferro, sopra una sagoma che si agita a scatti.

-Sembra in preda ad un attacco epilettico.

-Fate un po’ di luce non si vede niente ! Si sente una voce non so di chi .

S’infiammano degli accendini e s’illuminano d’azzurro i cellulari.

Anna è lì, distesa, abbandonata su un materasso vecchio.

E’ scomposta, rigida, i vestiti in disordine, i capelli sciolti, in parte sul viso.

E’ in preda agli spasmi, testa all’indietro, bava alla bocca e denti serrati.

La sua amica Manuela dice subito che ha una crisi di ipoglicemia, Anna è diabetica, insulinodipendente.

Ci vuole subito dello zucchero o del glucagone, che Anna dovrebbe avere sempre con sè.

Manuela si mette a cercare la borsa di Anna, deve essere lì vicino, non se ne separa mai.

Trova la borsa, è per terra, dall’altra parte del letto. La apre, fruga, rovescia per terra tutto quello che c’è dentro, qualcuno le fa luce, non c’è nessuna fiala di glucagone e neanche una bustina di zucchero. – Come è possibile ? – Le chiedo – Sai, a volte le succede di dimenticarselo – mi risponde – dopo tanti anni di malattia ci prendi troppa confidenza, pensi di averla sempre sotto controllo, invece la crisi arriva all’improvviso e ti sorprende – Decido di andare in giardino, a cercare dello zucchero, doveva essere rimasto, l’avevamo usato per il caffè. Viene con me Beatrice che aveva riposto le cose rimaste. Intanto Manuela cerca di mettere qualcosa sotto la testa di Anna, per sollevarla un pò, ogni volta che respira sembra che affoghi. Ci raggiunge correndo Guido e dice di portare anche un bicchiere d’acqua per sciogliere lo zucchero, e un cucchiaino, gliel’ha detto Manuela, è importante. Sento Corrado in preda ad un panico totale, va avanti e indietro, urla come un ossesso – chiamiamo un’ambulanza, è grave, questa ci muore qui – non c’è tempo da perdere, non facciamo cazzate.

Manuela dice che basta trovare dello zucchero, si fa prima che a far arrivare l’ambulanza.

Troviamo lo zucchero e anche l’acqua, e un bicchiere, torniamo su di corsa, sciogliamo un bel po’ di zucchero nell’acqua, poi cerchiamo di mandarglielo giù. Impossibile, lo ributta fuori, spruzzandolo. Ansima così forte e il respiro è troppo corto. Cerco di stare calma. Mi faccio aiutare, le giriamo la testa da una parte in modo che non le vada a traverso l’acqua. E’ così rigida, dalla testa ai piedi, che si ha paura di spezzarla. Provo a dargliela con il cucchiaino cercando di fargliela passare tra i denti stretti e la guancia quando inspira, e interrompo quando espira. Uno, due, giù, poi uno, due, ferma. Funziona, ogni tanto tossisce, le va di traverso lo stesso, ma riesco a mandarle giù l’acqua con lo zucchero. Stabiliamo che se entro due minuti non si riprende, chiamiamo il pronto soccorso. Trascorrono dei secondi lunghissimi, ma in meno di un minuto Anna manifesta dei segnali di ripresa. Gli spasmi sono meno intensi e più diradati, il respiro meno forte, si sta calmando. Ora è meno pallida, sta riprendendo colore e non è più rigida. Prima era come morta, fredda, di marmo, i muscoli tutti tesi. Sembrava che non fosse più con noi, solo il suo corpo era lì. Adesso stava tornando alla vita, era più morbida, si vedeva, anche senza toccarla. Continuo a darle l’acqua zuccherata, lei sta meglio, tossisce, gira la testa chiude le labbra, si rifiuta di bere.

Gli occhi sempre chiusi, ma, sotto le palpebre, si muovono. Anche le dita delle mani cominciano a muoversi, e poi anche le gambe, piega leggermente le ginocchia, ci prova.

Cerco di darle ancora da bere, lei apre la bocca, le esce un rivolo di sangue. Le scende sulla guancia le arriva fino al collo, poi lo vedo sparire dietro la nuca. Siamo allarmati, impauriti, ormai c’è pochissima luce, era stata aperta anche la finestra e acceso il pezzo di candela che era in cucina, qualcuno se n’era ricordato. Arriva Francesco con una pila, fa luce su Anna che si gira dall’altra parte, le da’ fastidio la luce, ormai è quasi sveglia. A tratti apre gli occhi e poi li richiude, come se facesse fatica a tenerli aperti.

Dalla bocca le esce saliva mista a sangue – si deve essere morsa la lingua quando ha serrato i denti – dice Manuela, – non è la prima volta che le capita.

Anna apre bene gli occhi, è spaesata, meravigliata, si guarda intorno, non capisce dove si trova e cosa è successo.

Ci vede, ci osserva, ci guarda uno per uno, sembrava che non ci avesse mai visto prima.

Guarda la stanza, guarda in terra, il letto, il materasso, vede Manuela seduta vicino a lei, la riconosce, sembra tranquillizzarsi per un momento, poi riprende quello sguardo vuoto e perso, ma non lontano come prima, come quello di un cieco, ora è uno sguardo più vicino, sta fissando un punto preciso come se pensasse ad una cosa in particolare oppure stesse raccogliendo le idee.

Tutto in lei ricomincia a funzionare, a poco a poco.

I muscoli, i nervi, il tatto, la vista, il gusto, l’udito, si stanno riprendendo.

I pensieri si vanno formando di nuovo, prima più semplici, poi articolati, più complessi.

E’ come quando si riaccendono delle lampadine dopo che è andata via la luce, ma, non in modo immediato come delle lampadine normali, più come dei neon che faticano ad accendersi all’inizio e continuano a lampeggiare finchè non rimangono accesi.

Manuela le prende una mano, gliela stringe, con l’altra le accarezza i capelli, poi con con tutte e due le mani glieli raccoglie e comincia a fare una treccia ordinata.

Intanto le parla dolcemente – Hai avuto una crisi – e Anna quasi seccata – Ma cosa dici? Non è possibile, sto bene, non me ne sono accorta, non mi ricordo. Ma sei sicura? – E Manuela – Stai tranquilla, ora è tutto a posto – Intanto, noi, in silenzio, usciamo uno alla volta dalla stanza, in fila, senza voltarci indietro, come se fosse più facile renderci invisibili. Non volevamo disturbare quel momento delicato in cui Anna ritornava nel suo corpo e riprendeva la sua vita.

E invece di darle il benvenuto, abbiamo preferito sparire in punta di piedi e rispettare la sua rinascita.

Sentiamo solo la voce rassicurante di Manuela che cerca di spiegare ad Anna cosa è successo. Non le racconta tutti i particolari, sa che Anna si vergogna e si colpevolizza di questi episodi. Le dice solo che era durata poco, che era rimasta vicino a lei, e che adesso stava bene.

Doveva solo riposarsi un pochino, poi sarebbero tornate a casa. – Ti accompagno io – dice Manuela – Sì, ma non dire a mia madre cosa è successo, altrimenti si preoccupa e non mi lascia più da sola – sussurra Anna, ancora con una debole voce rauca – Certo che non glielo dico, se vuoi glielo dirai tu – risponde Manuela con un tono dolce, ma fermo, e poi – La prossima volta, però non ti dimenticare lo zucchero. -

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I modi dello scrivere/L’arte della spugna

Gennaio 18th, 2009

di boris pasternak, da Quintessenza

Le correnti contemporanee hanno immaginato l’arte come una fontana, mentre essa è una spugna. Hanno deciso che l’arte deve zampillare, mentre essa deve succhiare e lasciarsi impregnare. Hanno ritenuto che l’arte si possa scomporre in metodi di rappresentazione, mentre essa è formata dagli organi di percezione. Deve essere sempre tra gli spettatori e guardare tutti in maniera più pura, più ricettiva, più fedele; ma ai nostri giorni l’arte ha conosciuto la cipria, il camerino, e si esibisce sul palcoscenico del varietà: come se al mondo ci fossero due specie di arte, e una potesse permettersi il lusso (visto che c’è l’altra di riserva) di autotravisarsi, che è poi un suicidio. Essa si esibisce: invece dovrebbe affondare nel loggione, nell’anonimità, quasi senza sapere che si fa sempre riconoscere, e anche se lasciata in un angolo, essa viene incendiata dalla trasparenza luminosa e dalla fosforescenza, come da una malattia, e che, celando e mordendosi le unghie, essa scintilla e acceca, sottoposta di schiena ai raggi x dal signore Iddio.

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Racconto/Finale

Gennaio 18th, 2009

di marco lumini

1.

Appena entrato in casa, notai le due grosse valigie di Alice. Le aveva sistemate sotto lo specchio dell’ingresso dove lei si guarda prima di uscire. Senza togliermi il giubbotto sfiorai con le dita le due valigie. Afferrai il manico di una e la sollevai. Era pesante, ne doveva avere messa di roba. Sorrisi. La chiamai per sentire se era in casa. Nessuna risposta. Andai in cucina. Sulla tavola c’era un biglietto appoggiato al barattolo dello zucchero. Era andata a comperare le ultime cose per il viaggio.

Mi tolsi la borsa a tracolla e mi sedetti. Odiavo quella borsa, la trovavo da ragazzini e ormai non lo ero più da un pezzo. E’ che mi serviva per andare al lavoro, ci mettevo dentro di tutto, dalle comunicazioni dei fornitori alle copie degli ordini e documenti vari. Era comoda ed era meglio di una ventiquattrore. Specie per uno che ha un negozio di dischi. Bisogna concedere qualcosa allo stile. E poi me l’aveva regalata Alice.

Rimanevano ancora poche ore, poi sarebbe partita per Dublino. Doveva trattenersi lì sei mesi come curatrice di una mostra e organizzatrice di eventi collaterali. Ero fiero di lei. Allungai la mano per prendere il telecomando della piccola televisione della cucina. Misi il volume a zero e feci una rapida carrellata dei canali. Una volta. Due volte, tre volte. Poi spensi. Andai allo stereo. Misi su “Yankee Foxtrot Hotel” dei Wilco. Spinsi play. Sei mesi erano lunghi.

2.

Qualche settimana prima ero stato alla mostra mercato del disco di Bologna. Ne organizzano una in primavera e una all’inizio dell’inverno e ci vado ogni volta. Ormai più per soddisfare le richieste di qualche mio cliente che per me stesso. Avevo trovato alcuni 12” degli Smiths, il primo dei Feelies e un paio di prime stampe dei Jam. Per me avevo preso alcuni 45 giri di Billy Bragg e dei Redskins, più per la veste grafica che per le canzoni. Erano cose che comunque avevo già in CD. A volte i collezionisti non li capisco. Spendere centinaia di euro per una prima edizione o fare distinzione tra una stampa americana e una europea. Anche prima di avere il negozio io volevo conoscere i dischi, gli artisti, ascoltare quello che facevano, e non mi importava molto se “Medicine Show” era stato stampato negli USA o in Olanda, quello che contava era avere quel disco. Cercavo di recuperare il tempo perduto, colmare le mie lacune fregandomene del valore da collezionismo. La mia era fame. Una sorta di strano bisogno primario, conoscere gli artisti, le correnti, le scene musicali. Accumulare informazioni, notizie. Costruire un proprio catalogo scegliendo con cura quello che occorre assolutamente avere e quello che invece è da lasciare perdere. Conoscere e approfondire la conoscenza. Poi, in questa affannosa ricerca che non si interrompe mai, il pezzo da collezione capita, succede. Oppure succede che diventa da collezione qualcosa che avevi acquistato con poche migliaia di lire ad un mercatino dell’usato.

Rientrai nel tardo pomeriggio. Lo stereo era acceso. C’era su un CD di Dylan. Alice mi sentì e si affacciò dalla porta della cucina. Indossava il grembiule rosso che aveva comperato al mercatino estivo. Aveva legato i capelli con un elastico.

“Come è andata?”, mi chiese con un sorriso.

Sollevai in alto le buste. “Non c’è male”, risposi.

La seguii in cucina. Una pentola era sul fuoco. Prese a tagliare delle verdure. Appoggiai le buste con i vinili su un mobile e la abbracciai da dietro, baciandole il collo.

“Mi hanno chiesto di andare in Irlanda.” disse senza preamboli.

Lasciò andare il coltello e si girò verso di me. La guardai sorpreso.

Lei continuò: “C’è una sorta di festival europeo dell’arte e mi hanno chiesto se mi interessa curare l’organizzazione per gli espositori italiani.”

“Quando te l’hanno detto?”

“Mara me ne aveva parlato un paio di mesi fa’. Mi aveva detto che la nostra associazione era in corsa per curare il festival. A quanto pare ce l’abbiamo fatta. Poi, sai come sono fatti Mara e Antonio, non dicono mai niente e tirano fuori tutto all’improvviso. Mara mi ha telefonato oggi pomeriggio e mi ha fatto la proposta.”

Mi staccai da lei e mi appoggiai al piano della cucina.

“Per quanto tempo dovresti restare là?”, le chiesi. Cercavo di nascondere il mio malumore, ma il mio tono si era fatto ombroso.

“Almeno sei mesi, credo.”

“Cosa pensi di fare?”

“Non so, devo ancora decidere. Tu cosa ne pensi?”

“Mi sembra una cosa importante. Certo che sei mesi non sono pochi.”

“Non sono pochi per cosa?”

“Per noi due. Voglio dire… stare via per così tanto tempo… non so.”

“Hai paura?”

“Paura?”

“Sì, insomma, pensi che qualcosa possa cambiare fra noi, se sto via tutto quel tempo?”

“Non so, Ali. Sicuramente per te è un’occasione, però sei mesi sono molti. Non è nemmeno un anno che viviamo insieme, e alcuni mesi non fanno la differenza per due persone che si amano, però…”

Quelle ultime parole restarono come sospese per qualche secondo. Lei sembrava fissare le sue mani impegnate in un continuo intrecciarsi e districarsi di dita.

“Forse è questo il punto”, disse volgendo nuovamente lo sguardo verso di me.

“Cioè?”, dissi.

“Dai Fede, lo sai bene. Forse è arrivato il momento di affrontare l’argomento. E’ un po’ di tempo che lo teniamo in sospeso, ma lo sappiamo tutti e due.”

Sentii una vampata e le mani diventare gelide.

“Sì, penso di sì.” Mi uscii solo questa mezza frase. Nemmeno lei era serena. I suoi occhi avevano perso la loro luminosità.

“Fede, voglio sapere una cosa da te: pensi che vada tutto bene fra noi? Non credi che qualcosa sia cambiato negli ultimi tempi?”

La guardai senza rispondere. Aveva ragione, qualcosa era cambiato. Non sapevo precisamente cosa, però sentivo come smorzato l’entusiasmo che ci aveva unito, e che ci aveva portato a convivere. Continuavo ad essere innamorato di lei, eppure mi sentivo spento. Era come se mi fossi fermato. Avevo lei, il nostro appartamento, il lavoro. Tutto era cristallizato, tutto si ripeteva con un moto uniforme.

Senza perdere la pazienza di fronte al mio silenzio, Ali sorrise e si avvicinò

“Insomma Fede”, continuò, “dobbiamo capire quello che vogliamo e quello di cui abbiamo bisogno e se possiamo trovarlo insieme. Se restiamo in silenzio non risolviamo nulla. Non voglio che fra noi ci sia quasi un’indifferenza, non voglio che tutto sia scontato, prevedibile. Voglio qualcosa di più vivo. Al limite, voglio che tu ti arrabbi se qualcosa non ti piace, se ti sembrano sbagliate certe cose che faccio o che dico. Non voglio che accetti passivamente tutto quello che viene, in nome di un assurdo quieto vivere. Siamo troppo giovani per questo. Devi tirare fuori quello che non va. Poi, se si litiga, si supera tutto. Di cosa hai paura? Di perdermi se per caso discutiamo?”

Come al solito aveva detto tutto in maniera impeccabile. Amo Ali perché ha questa lucidità. E rimane serena. Non è che non le costi. Adesso tremava leggermente, la voce era un po’ incrinata e sapevo bene che anche lei era spaventata da quello che stava pensando e da quello che stava dicendo. Quello che aveva tirato fuori lasciava trasparire la pericolosa possibilità di una fine dolorosa. Eppure aveva trovato il coraggio di affrontare la questione.

Io mi nascondevo. Non sapevo ancora cosa volevo veramente. Era come se avessi disperatamente bisogno di lei, ma allo stesso tempo volessi sentirmi libero da vincoli. Da una parte c’era il mio lato adulto, quello che voleva costruire qualcosa di significativo insieme ad Alice e dall’altra c’era il ragazzo inquieto, insofferente ai legami e alle responsabilità. In fondo avevo passato diversi anni da solo, senza avere a fianco una persona che sapesse rendermi sereno e soddisfatto di me, di quello che sono. Ali era riuscita ad aprirsi un varco nella mia barriera di indifferenza e lo aveva fatto con una tale spensieratezza e con una tale gioia che non potei far altro che accoglierla con entusiasmo. Lei era stata la mia salvezza. Era la risposta al grigio di giorni tutti uguali. Sapevo però anche che quel grigio tornava a riaffacciarsi in me. Tornavano a galla dubbi, insoddisfazioni, disinteresse. Avevo paura della routine. Di sentirmi fermo, bloccato. Poi lei mi guardava e nella profondità dei suoi occhi scuri ritrovavo il senso di me, di quello che cercavo. Ritrovavo la pace e mi sentivo uno stupido per aver solo dubitato di quello che avevo. Volevo mettere ordine e capire come mantenerlo. Con lei era facile riuscirci il più delle volte. Volevo essere in grado di riuscirci anche da solo, ma non volevo perderla. E volevo parlarle di questo caleidoscopio di sensazioni, di tutte queste contraddizioni che vivevano in me, ma non lo feci. Per un attimo pensai di farlo, poi mi vidi impacciato, che incespicavo nelle parole cercando di spiegare qualcosa che non era chiaro nemmeno a me. Mi vidi insicuro e debole e odiavo quella pallida imitazione di me, la rifiutavo. In fondo, non si trattava di essere freddi, non era un atteggiamento da “duro”. In me c’era la consapevolezza di sentirsi fortunato ad avere incontrato lei, ma per qualche assurda e futile ragione mi sentivo appeso a un filo, quasi come se quella fortuna fosse immeritata. Eppure Ali era stata chiara con me, quello che le piaceva di me, l’attrazione e tutto il resto. Diceva che queste inquietudini facevano parte di me, che non le sarebbe piaciuto qualcuno che non aveva mai dubbi. Diceva che non c’erano regole precise nel mettere insieme le persone. Scherzava con me per il fatto che tendevo a complicare le cose più del normale.

Poi prese le mie mani e le accarezzò fra le sue. Mi disse di stare tranquillo, che noi siamo forti, che non ci devono essere paure. Mi disse che lei voleva me più di ogni altra cosa. Mi disse che non ci saremmo persi.

La abbracciai. La mia mano scivolò fra i suoi capelli fino alla nuca. Lei appoggiò il viso contro di me. Le sfiorai la fronte con le labbra e le dissi che l’amavo. Anche io, mi rispose.

3.

Nei giorni che seguirono Ali decise che sarebbe partita per l’Irlanda. Aveva sistemato le cose con l’associazione per la quale lavora, preso accordi, trovato una sistemazione a Dublino, lasciato direttive e consigli per i suoi colleghi che restavano, contattato i referenti in Irlanda, spiegato la situazione ai suoi genitori, rincuorato la sorellina. Ali è estremamente efficiente. In tutta quella frenesia aveva trovato tempo perfino per me. Io, più che altro, cercavo di non ostacolarla.

Facevamo qualche passeggiata sulla spiaggia parlando del più e del meno, degli amici. Lei mi spiegava quello che avrebbe fatto a Dublino, come sarebbero passati i mesi a venire, anche se poi nemmeno lei lo sapeva fino in fondo. Eravamo a metà di marzo e non era più freddo, il vento cominciava a scaldarsi leggermente. La spiaggia era quasi deserta, ogni tanto incrociavamo qualcuno che portava a spasso il cane o qualcun altro che faceva jogging. Tutto qui. Eravamo io ed Ali.

“Allora ci siamo quasi, eh?!”, mi disse.

“Già.”

“Come ti senti?”

“Strano. E tu?”

“Sono emozionata. E spaventata. E’ un po’ un salto nel buio, non so come potrà andare.”

“Puoi sempre tornare indietro”, dissi, ma mi sentii un’idiota.

“Immagino di sì.” Dal suo sguardo capii che non voleva infierire. Non aveva voglia di litigare. Avevo detto una cosa stupida, ma non me l’aveva rinfacciata.

“Vedrai che andrà tutto bene. Sei in gamba, te la caverai alla grande.”

“Grazie.”

Ci fermammo. La guardai. I capelli le finivano sul viso per via del vento. Con una mano li spostava. Le sfiorai una guancia. “Mi mancherai”, le dissi, “mi mancherai moltissimo.”

Lei sorrise. Si avvicinò e mi abbracciò. Col viso contro la mia spalla disse: “Lo so”, e rise. Una risata breve e dolce. Risi anch’io e la strinsi a me.

Restammo un po’ silenzio. Poi, riprendemmo a camminare sulla sabbia morbida. L’aria era buona. Nella testa avevo un turbinio di parole che avrei voluto dire, di ricordi, di sensazioni, di preoccupazioni che non riuscivo ancora a mettere a fuoco bene. Un ribollire silenzioso che non voleva emergere. Una parte di me voleva che quel momento passasse in fretta, che Ali salisse su quell’aereo per Dublino prima possibile, che si portasse via tutti quegli ultimi tentennamenti e il senso di insoddisfazione latente che si era insinuato fra noi e che cercavamo di combattere, ognuno a modo suo. Quello stato di attesa dell’inevitabile mi stava stancando. Era come quando si aspetta di dare un esame all’università. A un certo punto tanto vale affrontarlo per quanto difficile possa essere piuttosto che stare a consumarsi nell’ansia dell’attesa. L’assenza di Ali sarebbe stato il mio esame. Il mio banco di prova.

4.

Era una giornata splendida. C’era una brezza leggera e il caldo non era afoso. Le nuvole passavano rapide e bianchissime. Me ne stavo seduto sull’erba, all’ombra di un enorme tiglio in cima a una delle collinette del parco. Davanti a me, più in basso, c’era la chiesa di Sant’Andrea. La cerimonia stava quasi per finire, alcune persone erano già uscite. Di fronte all’ingresso era parcheggiato un vecchio maggiolino rosso tirato a lucido con la capote bianca abbassata. Un paio di bambini giocavano a rincorrersi attorno alla macchina. Improvvisamente le campane cominciarono a suonare. Poco alla volta le persone uscirono con i loro eleganti vestiti di cotone. Il vento scompigliava i capelli delle donne e le loro gonne. Si sistemarono vicino all’ingresso e cominciarono ad armarsi di riso.

Dopo pochi istanti arrivò anche lei. Mi sembrò bellissima. I capelli raccolti, le spalle scoperte, l’abito bianco, semplice e leggero. Sembrava raggiante. Si stringeva a lui e rideva sotto la pioggia incessante di riso.

Sorrisi. Mi pareva così assurdo starmene lì nascosto a cercare di strappare brandelli di felicità altrui. Mi alzai e me ne andai.

5.

Dopo aver girovagato un po’ a vuoto tornai a casa e decisi di telefonare ad Alice. Era a Dublino da due mesi. Rispose Margaret, la padrona di casa. Il direttore del museo dove si sarebbe svolta l’esposizione le aveva procurato un alloggio. Ali mi aveva spiegato che era una donna molto bella e molto simpatica. Aveva tre figli e un marito, Joseph, che lavorava come dirigente di un importante canale televisivo. Avevano dato ad Ali una stanza da letto molto accogliente e un bagno tutto per lei. In camera aveva un televisore e un piccolo stereo. Diceva che poteva tenere acceso lo stereo anche di sera, perché non dava fastidio, le stanze degli altri erano su un altro piano e lontane. Aveva le sue chiavi ed era indipendente. Ali mi aveva raccontato che fin dai primi giorni i Farrelly si erano dimostrati affettuosi e cordiali nei suoi confronti. Ogni tanto uscivano tutti insieme per andare in un ristorante a cena oppure per andare al cinema. Capitava anche che qualche collega di Ali si unisse a loro. Questo idillio mi procurava un sottile fastidio.

Ali arrivò al telefono.

“Fede, ciao! Che bella sorpresa!”

“Ciao Ali, come stai?”

“Benissimo! Qui siamo nel pieno dei preparativi.”

“Perché? Cosa succede?”

“Questa sera facciamo un barbecue in giardino, verranno i fratelli di Margaret con le loro famiglie.”

“Hai da fare? Vuoi che ti chiami più tardi?”

“Stai scherzando?! Mi chiami così poco!”

“Adesso ti ho chiamata.”

“Non ti sforzare, mi raccomando. Allora? Come stai?”

“Bene, bene. E tu? Come vanno le cose?”

“Lavoriamo un sacco, comunque l’organizzazione della mostra sta procedendo bene. Fede, dovresti vedere, ci sono dei tipi veramente “fuori”, gli artisti intendo. Abbiamo degli incontri con loro perché così ci mostrano i loro lavori e cercano di spiegarceli, a volte. Parliamo con loro delle scelte da fare, degli spazi a disposizione, delle attrezzature che occorrono. Alcuni ci raccontano le loro storie, dovresti sentirle, ce ne sono di davvero belle. Ah, poi alcuni hanno addirittura gli agenti, fanno le star capito? Magari hanno fatto un paio di mostre e si sentono già Andy Wahrol.”

“E come sono questi?”

“Chi? Gli agenti? In genere sono persone tranquille. Fanno il loro lavoro, cercano di ottenere il meglio per i loro artisti. Altri invece sono arroganti, un po’ fuori sintonia con lo spirito di questa esposizione.”

“Ti sento molto coinvolta.”

“Sì, è vero.” Fece una pausa, poi disse: “Madonna, che bello sentirti. Come va laggiù? Sarà già caldissimo, vero?!”

“Sì, è caldo, però oggi si sta proprio bene.”

“Che cosa hai fatto oggi? Sei andato al mare?”

“No, oggi no… sono andato ad un matrimonio.”

“Ah,” aveva già capito di quale matrimonio si trattava. “Dovevi proprio andarci, vero?! Non potevi farne a meno. E come è stato? Ti sei divertito?”. Lo disse senza un filo di astio nelle parole, con serenità.

“In realtà non ci sono proprio andato, sono rimasto un po’ lontano, ho dato solo un’occhiata.”

“Mmm, quasi un guardone, insomma. E come ti sei sentito?”

“Stupido.”

“Bene, mi hai risparmiato di dirtelo.” Mi prendeva in giro con classe.

“Mi dispiace, Ali.”

“E di cosa?”

“Di questo, di quello che faccio.”

“Vedi Fede, io potrei anche arrabbiarmi per questo. Insomma, cosa sei andato a fare a questo matrimonio? Un ultimo sguardo a un vecchio amore? Però non mi arrabbio, non avrebbe senso. Io so che adesso sei con me, so quello che provi. E poi scusa, vuoi mettere me con quella? Non c’è confronto.” Si mette a ridere.

Anch’io rido. “Giusto”, dico.

“Quello che non capisco, Fede, è cosa cerchi. Perché non ti lasci qualcosa alle spalle? Non puoi portare tutto con te. Continuare ad accumulare, tenere tutto. E’ ora che lasci indietro qualcosa. Insomma, le cose cambiano, ed è anche giusto che sia così, in qualche modo, non trovi?”

“…”

“Ci sei ancora?”

“Sì, sì ci sono… mi manchi.”

“Anche tu. Non ce la fai proprio a venire a trovarmi?”

“No, non credo. Tu non riesci a staccare per qualche giorno, vero?”

“Come faccio? Non mi conviene. Ne avevamo già parlato, ricordi?”

“Già.”

“Non voglio sentirti così, lo sai.”

“Sì, hai ragione.”

“Senti, non è che hai degli altri matrimoni a cui andare?” e si mette a ridere.

“Tranquilla sono finiti.” Ali riesce a dare alle cose il giusto peso. E’ obiettiva e ironica, anche. Mi veniva da sorridere pensando allo stupido bisogno di sbirciare nel passato, alle combinazioni che non si sono avverate, alle coincidenze smarrite, alle possibili direzioni non prese.

“Come ti senti, Fede?”

“Meglio, adesso va meglio… Ali, io ci sto provando. Forse il problema è che non ti parlo abbastanza, mi tengo dentro troppe cose. Devo imparare a tirarle fuori. Forse ci vorrà un po’ di tempo, ma voglio riuscirci.”

“Bene, ho fiducia in te.”

Restammo qualche secondo in silenzio.

“Forse adesso è meglio che vada”, mi dice.

“OK, d’accordo. Ci sentiamo nei prossimi giorni.”

“Sì, certo. Ti chiamo. Anche tu, chiamami più spesso.”

“Sì, hai ragione.”

“Mi dai ragione un sacco di volte oggi.”

“Hai visto?!”

“Ciao Fede, stai bene, mi raccomando. Un bacio.”

“Ciao.”

Riagganciai e andai a sedermi sugli scalini dietro casa. La luce che precedeva il tramonto era bellissima, l’aria era piacevolmente calda, ancora. Restai a fissare i campi non ancora trasformati in area edilizia, l’erba si tingeva di arancione per qualche istante.

6.

Avevo conosciuto Alice da pochi giorni. Giusto i primi approcci, la proposta di bere una birra insieme.

Guardavo la fronte alta di Francesca e i suoi grandi occhi verdi. Per qualche strana ragione avevo notato delle sottili strisce grigie nell’iride alle quali non avevo mai fatto caso. “Perché mi guardi così?”, mi chiese. Era seduta con le gambe nude incrociate sul letto. Indossava solo le mutandine e una canotta grigia sportiva e attillata.

“Così come?”

“Non so, mi sembri strano… si vede che c’è qualcosa che non va.”

“No, sono solo un po’ stanco.”

“Senti, se non ti va di restare non è un problema. Di cosa hai paura? Che ti fai vedere solo per una scopata e poi scompari? Che io pensi questo?”

“Lo pensi davvero?”, cercai di sembrare indignato, ma non sapevo nemmeno io se esserlo.

“Non hai voglia di restare qui, né tanto meno di stare con me. Cerca di essere sincero, per favore.”

Aveva ragione. Ero già innamorato di Alice. Pensavo a lei in continuazione da quando l’avevo conosciuta, non riuscivo a togliermela dalla mente. Eravamo usciti insieme. Non avevo detto niente a Francesca. Ancora restavo in silenzio.

“Ho il diritto di sapere se qualcosa non va, non credi?!”

“Sì.”

“Allora?”

“Allora cosa?”

Cominciava ad innervosirsi. “Voglio che tu sia chiaro: a che punto siamo io e te?”

“Non lo so.”

“Ti si è incantato il disco. Sai solo dire “non lo so”, e a me non basta. Magari a te sì, così non sei costretto ad addentrarti in discorsi che ti possono fare male, ma io ho bisogno di sapere come stanno le cose. Non ho tempo né voglia di un rapporto che si trascina, non me ne faccio niente.”

“Non c’era nessun accordo, nessun progetto fra di noi.” Suonava offensivo.

“Perfetto”, stava scoprendo la sua rabbia, si sentiva ferita da una persona che aveva giudicato diversamente, “adesso le cose stanno venendo a galla. Perché sei ancora qui? Il sesso c’è già stato, sei a posto, no?!”

“Non è questo, lo sai.”

“No che non lo so, come faccio a saperlo? Tu non parli con me, non mi racconti niente, non so se stai bene, se sei contento, non so niente…”

“Hai ragione, davvero.”

“Non mi interessa avere ragione.”

“No, voglio dire che sono stato ingiusto con te, non mi sono aperto mai, e questa cose si pagano, mi dispiace. Sicuramente adesso non serve a nulla, ma se c’era qualcosa fra noi non era solo per sesso e in questo sono sincero, se ancora riesci a credermi un minimo. Tu mi piacevi davvero… è solo che a un certo punto le cose sono cambiate e non è colpa di nessuno, è solo successo.”

Mi guardava tenendo le mascelle serrate, si sentiva tradita e delusa. Come sono facili da leggere gli stati d’animo, a volte. Questo continuo ferirsi tra le persone rende tutti noi abili nel comprendere le sensazioni. Sentivo un peso enorme, sapevo cosa vuol dire sentirsi allontanati, rifiutati. E’ come se la strada che percorri venisse improvvisamente bloccata e non hai alternative, sei senza vie d’uscita. Ti senti soffocare.

Eppure c’era stato un momento in cui ero stato attratto da Francesca, era una ragazza affascinante. Solo, stavo improvvisamente scoprendo che non bastava. Non ero innamorato di lei. Non lo ero mai stato, e nemmeno lei, posso assicurarlo. Ci siamo incontrati e abbiamo diviso dei momenti.

Avevo lei di fronte e pensavo solo ad Alice e alla mia voglia di rivederla. Un’urgenza che è impossibile non ascoltare e a un certo punto si deve smettere di simulare e scegliere la lealtà, per quanto dolorosa possa essere.

Tutto sarebbe passato in pochi giorni. Quel rancore soffocato, quella luce, quella stanza, quella canotta, quegli occhi. Avrei accatastato tutto in un angolo, come faccio sempre. Anche lei lo avrebbe fatto, e forse prima di me. Senza dimenticare, per quel che può valere.

7.

Tommaso mi aspettava nell’area di parcheggio di fronte all’aeroporto. Se ne stava appoggiato alla Taunus blu con le mani infilate nelle tasche dei jeans. Il sole era alto e caldo, il volo di Alice era appena partito. Tommaso ci aveva accompagnato all’aeroporto di Bologna con la sua macchina, la mia era fuori uso, e poi era contento di farlo, voleva bene ad Ali.

Senza dire niente salii in macchina. Tommaso mise in moto, mi diede un’occhiata e mi strizzò una spalla, poi prese la tangenziale per entrare in autostrada.

Accese la sua vecchia radio, c’era una cassetta di Ray Charles. Gli occhiali da sole mi proteggevano dalla luce livida. Tirai indietro il sedile e distesi le gambe. L’asfalto correva liscio e aderente sotto di noi. Leggevo i cartelloni pubblicitari di pastifici, di concessionarie d’auto, di ceramiche, di agenzie immobiliari. Leggevo i chilometri che ci separavano dal mare.

“Allora? Come è andata?”, mi chiese.

“Mmm, bene… bene.”

“Sì, certo. Infatti, si vede benissimo.” Stava ridendo, dovevo avere l’aspetto di uno zombie. Sorrisi. Tom mi faceva stare sempre di buon umore

“Non lo so… sto pensando a come mi sentirò fra qualche giorno. Mi sa che mi arriverà una buona mazzata.”

“Eh, già. Molto probabile, di solito è così che funziona.”

“Beh, grazie davvero.”

“Nessun problema, sono qui apposta.”

“E’ strano, in un certo senso non capisco ancora se sono arrivato alla fine di qualcosa.”

“Fra te ed Alice? Scusa, ma come stavano le cose?”

“Insomma… non proprio al massimo negli ultimi tempi.”

“Dipende da questo viaggio di Ali?”

“Ho come l’impressione che questo suo viaggio funzioni come una pausa fra noi due. E io odio le pause, in un rapporto. Quando si dice prendiamoci una pausa non si arriva mai a nulla di buono. La relazione è già bella che andata.”

“Ma voi ve lo siete detti?”

“No.”

“Quindi?”

“… ho una strana sensazione. Come se lei fosse stanca.”

“Non volevi che partisse.”

“No, no. Doveva partire, era un’opportunità che non poteva lasciarsi sfuggire. Sai come vanno le cose. Da una parte si è estremamente razionali, era un’occasione importante, doveva andare. Poi c’è la parte che teme che possa succedere qualcosa che ci possa allontanare. La distanza, il non vedersi per tanto tempo. Viene da chiedersi se la relazione sopravviverà. Però…”

“Però?”

“Quasi lo volevo che partisse.”

“In che senso?”

“Io amo Ali, davvero. Eppure qualcosa non andava. Non riuscivo a stare bene, a essere tranquillo. Non so, era come se non volessi che una persona stesse così bene con me, che si dedicasse a me così tanto. E di riflesso vedevo che lei aspettava qualcosa da me, vedevo che cercava di comprendere cosa stava succedendo.”

Tom mi guarda in maniera esplicita.

“Sì, sono uno stupido.”, dissi.

“Ecco!”

“Ripenso ai nostri primi giorni. Hai presente l’emozione dei primi giorni? Quel piacere della scoperta, lasciarsi andare. E’ chiaro che non può durare per sempre, però mi manca e tutto mi sembra troppo diverso.”

“Sei noioso. Cos’hai quindici anni? Una relazione non è fatta solo dei “primi tempi”, una relazione cresce, diventa adulta. Prova a diventarlo anche tu.”

“Stavo proprio ragionando su questo negli ultimi giorni.”

Ci guardiamo per un paio di secondi e sorridiamo.

“Lei come affronta questa cosa?”

“Lei è in gamba, lo sai. Affronta tutto con pazienza. Scherza sui miei presunti malumori, sul mio essere indeciso. Lei crede in me, crede in noi due.”

“E’ innamorata di te.”

“Lo so, e anch’io lo sono.”

“Io dico che tu hai paura?”

“Paura?”

“Sì, in un certo senso, negli anni, ti sei abituato a stare da solo. Anche quando avevi una ragazza, sapevi già che non sarebbe durata. Ti sei crogiolato così a lungo in questa condizione di solitario che hai cominciato a credere che sia il tuo ruolo per sempre. Ora che invece hai trovato Alice, hai compreso la possibilità di un rapporto con un futuro, la possibilità di costruire qualcosa con una persona. Questo ti spaventa, ha messo in crisi il tuo sistema. Così, invece di impegnarti, di dedicarti a lei e a qualcosa di nuovo, ti chiudi, resti passivo e in più ti lamenti.”

“Io non mi lamento.”

“Sì, che lo fai.”

Si girò verso di me sorridendo. Con la sinistra teneva il volante e appoggiò la destra alla base del mio collo, sotto la nuca, stringendo appena. Un gesto d’affetto di qualcuno che si preoccupa un po’. Sorrisi anch’io. Sentii che la mia testa ciondolava.

Dalla tasca dei jeans tirai fuori una piccola scatola di velluto nero. “Guarda”, dissi, “le avevo preso questo e non ho avuto il coraggio di darglielo.”

“Che cosa è?”

“Un anello.” Aprii il coperchio con un leggero scatto. Un anello molto semplice, di argento, con degli intarsi che formavano una specie di decorazione o di disegno, al centro c’era una piccola pietra di colore azzurro. La proprietaria mi aveva detto il nome della pietra, ma l’avevo dimenticato appena uscito dal negozio. Mi aveva anche detto che ad Alice sarebbe piaciuto moltissimo. Potevo fidarmi di quella donna, conosceva Ali da molti anni. Ad Ali piacciono molto le cose in argento, specie se sono d’epoca. Non me ne intendevo molto, comunque era un anello carino, l’avevo notato subito e per qualche motivo l’avevo associato ad Ali.

“E non glielo hai dato. Perché?”

“Non lo so. Ero lì che stringevo la scatola dentro la tasca e non l’ho tirata fuori. Non so, non mi è venuto.”

“Come è andata per il resto?”

“Siamo stati quasi sempre abbracciati. Le dicevo che mi sarebbe mancata e lei mi diceva lo stesso. Ha anche pianto un po’ e mi ha detto che quando ritornerà dovremo sistemare le cose.”

“E tu?”

“Le ho detto che aveva ragione e che ci proveremo.”

“Perché le avevi preso quell’anello?”

“Mi piaceva. Avevo in mente questa cosa da qualche giorno. Una sorta di pegno d’amore, una promessa… glielo dovevo dare, sono stato stupido…”

“Non è certo da quello che dipende il tutto.”

Richiusi la scatola. Per qualche minuto la osservai rigirandomela fra le dita. Pensai alla luce fredda e indifferente dell’aeroporto. Gli occhi di Ali erano cosi scuri e sinceri che provai una fitta nel pensare a quanto mi sarebbero mancati. Rimisi in tasca la scatola e mi abbandonai alla musica.

8.

Mancavano poco più di due mesi al ritorno di Alice e cominciai a non rispondere al telefono, cominciai a non risponderle. Certo, era ignobile e stupido. Era come se sentissi il bisogno di fare del male e di subire del male.

Una sera rientrai a casa e c’era un messaggio nella segreteria telefonica. Era Ali. Mi diceva che stava bene e voleva sapere come stessi io. Disse che aveva voglia di vedermi e mi invitò a richiamarla, appena avessi sentito il messaggio. Non la richiamai. Tenni il cellulare spento. Lo riaccesi il giorno dopo, e anche allora ascoltai un breve messaggio di Ali.

La sera successiva trovai un nuovo messaggio: si chiedeva perché non l’avessi richiamata. Pochi minuti dopo il telefono squillò, ma non alzai il ricevitore.

Nel messaggio della sera successiva colsi una lieve irritazione, ma la sua voce era ferma e fiera nonostante si avvertisse un’incomprensione verso il mio atteggiamento. Mi telefonò mia madre. Disse che l’aveva chiamata Alice, che era preoccupata perché non mi sentiva da qualche giorno. Mi chiese cosa stessi combinando e se ero diventato stupido del tutto. Anche lei era irritata. Le dissi che era tutto a posto, che ero semplicemente incasinato con il lavoro. Non sembrò convinta della mia risposta. Mi disse di chiamare Alice e di passare da casa. Pensai che lei avrebbe chiamato Ali, se non altro per rassicurarla, non certo per proteggermi. Voleva molto bene ad Alice, ma allo stesso tempo era sempre molto attenta a non intromettersi.

Passarono due giorni senza messaggi. Infine ne arrivò un altro. La sua voce si era inasprita, si era fatta tesa. Mi chiedeva cosa stessi facendo, il perché del mio comportamento. Diceva di essere delusa e stanca, doveva aver pianto anche. Diceva che ero ingiusto e di non capire il perché, che non era quello il modo di risolvere i problemi.

Ali era lontana e per paradosso io cercavo una lontananza totale, assoluta. Volevo farla sentire persa. Io mi ero sentito così. Volevo, in qualche modo, che si sentisse simile a me, anche se già sapevo che sarebbe stato un tentativo vano. Senza alcun senso, volevo che perdesse, in parte, quelle certezze che non l’abbandonavano, quella sicurezza che la rendeva forte, quella capacità lucida di affrontare gli eventi e le persone. Come per una perversione assurda volevo che si sentisse delusa da me.

Infine risposi. Sembravo un pugile inchiodato all’angolo da un avversario forte e agile sulle gambe. Resisto inspiegabilmente in piedi ancora per qualche secondo in attesa di finire sepolto da una serie impressionante di colpi. Ad Ali non mancavano certo le parole. Ali non era mai acida o ingiusta. Aveva bisogno di spiegazioni. Diceva che non poteva accettare un simile comportamento, che preferiva la franchezza, che per lei era difficile, stando così lontani. Che, a volte, non mi capiva. Tutto questo senza tirare fuori nemmeno un insulto.

Esitai ancora qualche secondo. Invece avrei dovuto dirle quanto l’amavo. Avrei dovuto dirle che avevo solo bisogno di lei e di sentire le sue braccia intorno a me. Mi appoggiai alla parete e scivolai con la schiena fino a sedermi sul pavimento freddo.

Restai ad ascoltare quel fiume in piena e mi sentii pronto. Compresi quello che c’era da dire, compresi quello che andava fatto. Basta con i silenzi, basta con i finti tormenti da eterno indeciso.

La confessione arrivò. Senza che ci fosse la luce di una lampada puntata contro i miei occhi. Era giunto il momento di parlare, di tirare fuori tutto e di consegnarsi a lei incondizionatamente.

9.

Avevo capito una cosa che era stata dura da accettare: ero invidioso di lei.

Credevo di essere immune da un sentimento così meschino. Forse è umano sentirsi invidiosi nei confronti di qualcun altro, fa parte di noi, ma questo non riesce a consolarti.

Quando Alice mi ha detto che sarebbe partita per Dublino sono entrato in un caos di idee ed immagini. Ero invidioso del suo successo, in un certo senso. Ali è in gamba, è una persona che si dà da fare, che si pone degli obiettivi e che si impegna per raggiungerli e che spesso ci riesce.

Ero invidioso di questo, del suo impegno, del sapersi porre degli scopi, del fatto che ci riuscisse. Io ero così diverso, ancorato alla vita di tutti i giorni, senza progetti.

Avevo paura di perderla, che non mi ritenesse adatto a lei, che mi vedesse come uno che si lascia andare e non avrebbe avuto nemmeno tutti i torti. Per qualche assurdo motivo avevo sottovalutato i suoi sentimenti e avevo finito per colpirla in un modo subdolo. Restammo più di un’ora al telefono, come se fosse la mia unica via di salvezza, e in qualche modo lo fu. Riconobbi le mie colpe, il comportamento sleale, l’atteggiamento infantile e crudele allo stesso tempo. Parlare in modo aperto di tutto quello che era successo mi fece sentire meglio. Mentre mi liberavo di tutte quelle ombre, mi sentivo di fronte ad una svolta. Ali ascoltò senza interrompermi, in silenzio, come se dovesse catalogare tutte le informazioni che le stavo fornendo. Poi mi fermai, lei prese un profondo respiro. “Vedi”, mi disse, “tu sbagli a vedermi così. E’ come se tu mi avessi messa su un piedistallo, tu mi vedi perfetta. Io non sono così e nemmeno voglio esserlo. Non sono così decisa e determinata come mi vedi tu. Se lo fossi forse ti avrei mollato dopo quelle telefonate senza risposta. Ho i miei dubbi, le mie paure. Allo stesso tempo non mi piace che tu ti veda pieno di difetti. Sei invidioso di quello che combino? Se non sei soddisfatto di quello che hai o che fai, sta solo in te cambiare, però ascolta la notizia: a me piace come sei. A me piace l’entusiasmo che ancora dimostri verso i tuoi interessi e la capacità che hai di mantenerli. Mi piace la tua ironia, mi piace il fatto che ti senti ancora così legato agli amici. Mi piace anche che ti senti così tormentato da mettere in crisi una relazione. Questo significa qualcosa. Significa che non ti adagi sulle cose, sulle persone. Ti fai delle domande e cerchi le risposte. Non ti fermi a guardare scorrere i giorni uno dopo l’altro, tutti uguali.”

Inspiegabilmente mi dava ancora una possibilità e dovevo afferrarla. Nonostante il male, le ferite, la mancanza di rispetto ancora credeva assurdamente in me e in quello che avevamo costruito insieme. Per quanto strano possa sembrare, ci credevo anch’io. Perché in quel momento vedevo più chiaramente quello che avevo. Quello che ero. Vedevo lei, noi due. Avevo un’occasione da non sciupare. Potevo solo risalire.

10.

Non ci voleva poi molto. Entrare in un’agenzia, informarsi, ed uscire tenendo in mano un biglietto andata e ritorno per Dublino e la prenotazione per un paio di notti in un Bed & Breakfast con stanza singola. Avevo deciso, dovevo vedere Alice, non potevo farne a meno. Non le avevo fatto sapere niente, il mio era un viaggio in incognito, un blitz.

Sistemai le mie cose nel Bed & Breakfast e andai in centro. Aiutato da una mappa di Dublino individuai il museo dove Ali lavorava. Erano le quattro del pomeriggio e non avevo mangiato. Entrai in un pub che dava sulla piazza di fronte al museo e mi sedetti al bancone. Ordinai una birra rossa e un paio di sandwich. Stavo pensando a quello che avrei detto ad Alice, quando l’avessi vista. Pensai alla sua reazione nel vedermi. Al suo viso. Immaginai che mi avrebbe abbracciato. Dalle vetrate scure del pub vedevo la grigia scalinata che portava al museo e poi la vidi. Era insieme ad altre due ragazze, forse un po’ più grandi di lei e ad un tipo alto con un vestito scuro e che portava gli occhiali. Parlavano sorridendo e si erano fermati a metà della scalinata. Rimasi quasi stordito dalla sua figura, dalla sua bellezza semplice e fresca e provai dolore per i giorni durante i quali ne ero stato privo. Ci sarebbe voluto pochissimo a saltare giù dallo sgabello e correre verso di lei. Ma non lo feci. Continuai a guardarla finché non entrò nel museo. Pagai e girai un po’ per la città. Entrai in qualche negozio di dischi e comprai un paio di CD, infine tornai al Bed & Breakfast. Era ormai sera. Entrai in camera, mi sedetti sul letto e tirai fuori il cellulare. Selezionai il numero di Alice. Rispose dopo un paio di squilli. Dopo quella lunga telefonata di qualche giorno prima, eravamo impegnati nel riallacciare i fili della nostra storia. La rabbia di lei si era diluita in fretta e io avevo perduto i tentennamenti irritanti che avevano contraddistinto gli ultimi mesi della nostra convivenza. Era come se avessi finalmente preso coscienza di quello che volevo e di quello che avevo. C’era una nuova quiete in me, qualcosa che forse nemmeno nei primi giorni con Alice avevo avuto. Avevo accantonato i silenzi e le omissioni. Le idee erano chiare e ferme. La voce usciva sicura, senza increspature. Parlammo dei nostri lavori, degli amici che lei aveva voglia di rivedere, delle cose che avremmo fatto al suo ritorno. Ci ritrovammo nuovi.

Lei disse: “Ci vediamo fra un mese. Mi vieni a prendere all’aeroporto?”

Non le dissi che ero a Dublino. Forse un giorno me ne sarei pentito e se glielo avessi raccontato si sarebbe arrabbiata, ma non aveva importanza. In quel momento mi parve la cosa giusta da fare. Ora era superfluo vedersi. Le parole, le nostre parole, le nostre voci avevano lavorato per noi. Avevano riparato una situazione che stava deteriorandosi per miseri motivi. Non serviva altro. Il giorno dopo tornai a casa.

11.

Quel mese passò. Fu un periodo di ricostruzione, in un certo senso. Pensai a lungo alla questione dell’accumulare. Era vero, dovevo disfarmi di alcune cose che non contavano più. Si deve lasciare indietro qualcosa. Come in una collezione di dischi. Alcuni sono stati comprati per curiosità, altri per sentirsi completi. Poi si lasciano indietro. Sono lì, sugli scaffali, sappiamo che ci sono, che sono stati parte del percorso, ma non ci interessa più ascoltarli, li abbiamo superati. Un giorno finiscono in uno scatolone in cantina e fanno posto a qualcos’altro.

Ci telefonavamo spesso, ma non tutti i giorni, alla fine non sono uno da telefonata quotidiana. Stavo aspettando Ali e la cosa non mi creava ansie o dubbi, mi sentivo leggero e deciso allo stesso tempo. All’aeroporto la strinsi a lungo, le mie braccia non avevano perso memoria del suo corpo.

Era così eccitante ed appagante averla ritrovata, assaporare la sua pelle, fare l’amore con lei, che mi veniva da pensare che era così che dovevano funzionare le cose. Affrontando il rischio di perdersi. Se ci si ritrova significa che davvero c’è qualcosa, altrimenti… Forse sono solo fortunato. Mi era andata bene.

Le relazioni sono qualcosa di strano, che non può essere ingabbiato in una formula. Alcune procedono per abitudine, per convenienza, per mancanza di alternative e tutti siamo pronti a puntare il dito, a indignarci contro questo grigiore. Poi, se abbiamo fortuna, troviamo la persona della quale non possiamo fare a meno. Però occorre metterci impegno e semplicità.

12.

Era una domenica pomeriggio. Fuori pioveva. Alice era seduta sul divano con le gambe piegate e leggeva una rivista, altre erano sparse sul tappeto. C’erano anche un libro e delle foto che aveva intenzione di mettere in ordine in alcuni album che aveva comperato a Dublino. Ascoltava un CD di PJ Harvey. Io ero al computer con le cuffie sulle orecchie. Avevo selezionato una pila di CD. Stavo preparando una compilation per lei.

Pensavo a quello che aveva scritto Nick Hornby sulla preparazione di una compilation in “Alta fedeltà”. Ha descritto perfettamente le regole della preparazione di una simile opera che tutti gli appassionati creatori di compilation conoscono. Quello della compilation è un lavoro difficile, perché usiamo la poetica di qualcun altro per esprimere nostri sentimenti. Pensai di aggiungere una postilla alle istruzioni di Hornby, e cioè che alla fine questo lavoro rischia di non essere compreso. Voglio dire, io faccio una attenta ricerca, metto insieme un certo numero di pezzi, poi li seleziono, non solo in base al mio gusto personale. No, non basta, la canzone deve essere importante, mi deve comunicare qualcosa, mi deve emozionare. Certe canzoni sono in grado di smuovere qualcosa dentro di noi, ci fanno viaggiare, evocano in noi delle immagini. Alcune contengono una frase che in qualche modo intendiamo indirizzare al destinatario della compilation, una frase che nella nostra mente rappresenta le nostre emozioni, quello che proviamo nei suoi confronti, quello che ci lega. Naturalmente se è una ragazza che mi piace e da cui sono attratto. Se il destinatario è un amico, o qualcun altro, le intenzioni e le regole cambiano, anche se non deve venir meno la competenza, il saper legare bene i pezzi, che ci sia un discorso armonico fra autori diversi, ci deve essere una conseguenza tematica, logica. Non ha senso mettere Billie Holiday e poi i Saints a meno che il tema della compilation non sia l’illogicità.

Ora, Alice avrebbe sicuramente apprezzato il CD, alcune canzoni le sarebbero piaciute molto e le avrebbe riascoltate a lungo, però so che non avrebbe colto fino in fondo il senso di quei pezzi, il mio messaggio in codice per lei. Non per una questione di competenza. Nel suo modo di ascoltare musica c’è la ricerca di un piacere immediato, non quella di significati nascosti. Conta il momento, l’ascolto fine a sé stesso. E l’emozione che deriva dal momento. E alla fine non mi importa. Quello che conta è che il CD le piaccia, che ci canti sopra mentre guida o mentre sta facendo i lavori di casa. Che ci siano delle canzoni che la scaldino, che la divertano o che possano emozionarla. Io continuerò a fare delle compilation con queste intenzioni.

Sfilai il CD di Damien Rice dal masterizzatore. Mi tolsi le cuffie. Tastai la tasca dei jeans. Sì, c’era ancora, l’avevo presa poco prima. Andai a sedermi sul tavolino davanti al divano. Tirai fuori dalla tasca la piccola scatola di velluto nero e la rigirai un po’ fra le mani. Alice mi guardava sorridendo. Aveva nei capelli la trasandatezza delle domeniche pomeriggio passate in casa. Le porsi la piccola scatola. Poi dissi una cosa senza senso. Dissi una cosa stupida e inattesa. Dissi una cosa che nemmeno io sapevo da dove potesse arrivare. Dissi una cosa inadeguata e pericolosa. Una cosa folle e fuori luogo. Dissi una cosa irrazionale e inspiegabile.

Dissi: “Mi vuoi sposare?”

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Racconto/Bonnie and Clide

Gennaio 12th, 2009

di ettore tombesi

Quella sera al bar quando gli dissero di Marina, morì una parte di lui.

Marina era soprannominata Bonnie e lui stava bene con lei.

Forse l’amava. Anche quando spariva per una settimana, lui sapeva che lei c’era, e lui era contento

perché forse l’amava.

Lei era un maschiaccio cafone ed aveva l’Alfetta blu, come tutti i cafoni e i delinquenti di allora.

A Marina l’Alfetta la faceva ancora più cafona, essendo donna.

L’auto era del padre, un pregiudicato che aveva un banco di abbigliamento al mercato e che giocava d’azzardo nelle bische fra Rimini e Riccione. Perdeva e vinceva.

L’auto era frutto di una buona giocata a poker e l’aveva regalata alla Bonnie.

Un regalo che poteva sempre essere ripreso e rigiocato. Ma questo non accadde.

La loro storia andava avanti da qualche mese, senza impegno e senza futuro.

Non c’era futuro per la loro storia perché lei si drogava. Era eroinomane.

Stava con lui perché voleva uscirne e perché aveva pochi soldi.

Stavano insieme giorno e notte e si divertivano come fanno i bimbi piccoli o come fanno gli innamorati. Passavano dalla sala giochi alle rincorse in riva al mare.

In fondo chi è innamorato o cerca di esserlo, è un po’ un bimbo piccolo. Un rincoglionito.

Dormivano da lui o da lei quando non c’era il padre. Ma erano sempre da lui.

Lui, i suoi genitori riusciva a gestirli. Viveva all’ultimo piano di un albergo e nessuno sapeva di loro.

Forse la madre. Le mamme sanno sempre tutto.

Bonnie è stata trovata cadavere in un pozzo. Strangolata e gettata in un pozzo nella campagna fuori Rimini.

Nessuno sapeva di loro e nessuno venne a chiedere qualcosa a lui. Ad interrogarlo.

La loro storia non aveva futuro, ma così non gli è piaciuto.

Lei non lo amava, lui non era il tipo giusto per lei. Lui era “regolare” e non gli interessavano le sue storie maledette.

Lei aveva bisogno di soldi in continuazione ma a lui non ne ha mai chiesti.

Usavano i soldi di lui per rifugiarsi nella normalità.

Li spendevano per mangiare, per andare al cinema o a ballare.

Assomigliava a Patty Smith. Alta e con un pò di gobba, i capelli castani scuri lisci , tagliati sulle spalle e sfrangiati sul davanti. Il seno piccolo e un bel sedere. Sempre con un paio di Levi’s aperti sopra le ginocchia e una maglietta bianca a maniche corte.

Si cambiava spesso da lui. Qualche volta stava male e non dormiva e lui stava sveglio con lei.

Scalciava alla vita maledetta che faceva e si vedeva che ci provava e cercava di resistere.

Il richiamo era troppo forte. Si svegliava al mattino e lei era sparita.

Lui era già pronto per ricominciare un altro giorno favoloso e lei non c’era.

Il volto della Bonnie non era bellissimo. Assomigliava ad un maschiaccio, ma si era così abituato a vederla come se fosse un amico che la sua bellezza per lui era diventata irrilevante.

A volte lei esagerava con la spericolatezza nel fare le cose.

Sfidava chiunque e non aveva paura di nessuno.

Andavano in alcuni locali malfamati e lei si trasformava, diventava la Bonnie del soprannome.

Se doveva avere dei soldi da qualcuno per una qualche storia, non c’era nulla che la fermasse e partiva con gli urli e gli spintoni e il locale diventava una bolgia e si finiva sempre per scappare e quando erano fuori, usciva dal personaggio e tornava Marina.

Tornava a ridere ed ricominciava un’altra storia.

Riusciva anche ad essere affettuosa e si baciavamo dove capitava ed andavano oltre ed il mondo era il loro e niente e nessuno poteva fermarli. Solo lei riusciva a rinunciare a tutto questo.

Andava via e spariva per giorni o settimane.

Qualche volta, le sere che spariva, gli mancava e lui ritornava a gironzolare nei locali dove lei lo portava di solito.

Nessuno sapeva dove si fosse cacciata. Lui non era nessuno e nessuno lo conosceva.

Gli era molto difficile avere sue informazioni e così tornava a casa. Continuava la sua vita da bar.

Una vita buia senza Marina.

Lui non sapeva se Bonnie faceva la puttana, ma era troppo dinoccolata e maschia per andare a battere.

Piuttosto andava a rubare o spacciava o faceva altre storie, ma non batteva.

Ne era sicuro. I loro pochi amici erano sicuri che non avesse mai battuto.

Lui se ne sarebbe accorto. Non era una donna da tailleur , tacchi a spillo, gonne o pulizie della casa.

La sua vita era la strada, lo sballo, la violenza. Ma non batteva.

Cercava in lui la regolarità di un amore semplice e conforme alla loro età, una coppia di giovani spensierati come tanti.

Una sera lei arrivò di corsa al bar e lo caricò in auto in fretta.

Aveva un occhio nero e la maglietta sporca di sangue. Gli disse che aveva fatto a botte con uno per della roba e si era messa a piangere e che questo qui, mentre la stava infamando di parole, si era distratto un attimo e lei gli aveva rubato tutti i soldi che aveva e poi era scappata via.

E adesso il tipo la cercava per vendicarsi e riprendersi i soldi.

Avevano passato cinque giorni nascosti in albergo da lui, ed avevano sempre cazzeggiato, mescolando giorno e notte al buio delle persiane chiuse, ordinando colazioni e cene per telefono e spendendo molti soldi.

Lui si svegliò e lei se ne era andata. Non era un tipo adatto a lei.

Lei aveva bisogno di un duro che gli facesse fare quello che l’uomo dice di fare.

Magari un balordo che veniva da fuori, con tatuaggi e fedina penale inguardabile.

Un animale con il mento quadrato e i basettoni, con i peli del petto spolverati da una massiccia catena in oro. Con la barba che gli cresce in fretta e se la deve fare ogni due ore.

Mentre lui non aveva ancora incominciato a bestemmiare. Non aveva mai rubato. Lui era solo un gioco, un aiuto, una vacanza, la regolarità della vita, il ragazzo segreto di Marina.

Una Marina che si faceva sempre più debole e che lasciava troppo spazio alla Bonnie.

Lui non era Clide, ne mai lo sarebbe diventato.

Non avevano vent’anni.

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Edgar Morin/Liberi dal pensiero unico

Gennaio 11th, 2009

Questione di punti di vista. I crolli dell’ economia e della finanza per Edgar Morin sono una «straordinaria opportunità». Mentre molti tremano pensando all’ anno che ci aspetta, il più grande sociologo francese intravede una «metamorfosi di cui la nostra civiltà ha bisogno oggi più che mai». «Ci sono voluti quarant’ anni per liberarci dal pensiero unico – spiega – . Oggi la crisi può finalmente aprire di nuovo le menti. Si torna alla complessità». L’ intellettuale, che a 87 anni continua a scrivere libri e ad immaginare il futuro, si iscrive di ufficio al partito degli ottimisti. Ma ci arriva a modo suo, senza salti nel vuoto. E’ consapevole delle difficoltà, paventa «uno scenario catastrofico» come possibile conclusione di questo ciclo. Ma si dice convinto che non andrà così, il nostro mondo saprà accettare la sfida che arriva da questa congiuntura. «C’ è anche lo scenario che invece prevede alcune modifiche del nostro sistema, concertate a livello internazionale, e una nuova forma di rilancio dell’ ecologia». Il nuovo disordine mondiale, dice, sarà rigeneratore. E’ dal caos che nasce la vita. Un primo effetto benefico, spiega Morin, è stata l’ elezione di Barack Obama. «Mi domando se sarebbe potuto diventare presidente senza la crisi morale provocata dalla guerra in Iraq e dalla recessione». Cita il poeta tedesco Friedrich Holderlin: «Laddove cresce il pericolo, cresce anche la salvezza». «Abbiamo finalmente l’ occasione di ripensare la nostra civiltà prima che sia troppo tardi» ha detto il sociologo in una lunga intervista al Journal du Dimanche. «Per troppo tempo abbiamo creduto che lo sviluppo tecnologico ed economico sarebbe stato la locomotiva della democrazia e del benessere. Oggi bisogna cambiare l’ egemonia della quantità in favore della qualità e di beni immateriali come l’ amore e la felicità». Per il pensatore della modernità, la crisi economica è «l’ epifenomeno», il sintomo collaterale delle sfide che la nostra civiltà deve affrontare. Bisogna considerare i problemi come «un tutto» e non solo singole emergenze. E’ il famoso «approccio interdisciplinare» che da anni cerca di promuovere. «Ci hanno insegnato a pensare per compartimenti fissi, a seconda delle specializzazioni e così manca un metodo per collegare le diverse conoscenze. Non si possono, per esempio, separare le riforme economiche da quelle sociali». «Il nostro futuro si è fermato negli anni Sessanta e Settanta, con la fine delle ideologie». Ma non è il momento di tornare a vecchie ortodossie collettive: bisogna anzi avere una «pensiero complesso» capace di trovare soluzioni tagliate su misura all’ esperienza dei singoli. Morin prevede la nascita di piccole, nuove utopie. Come il micro-credito, il telelavoro, l’ esodo da metropoli «disumane» verso la campagna, l’ incremento dell’ agricoltura biologica, la cura delle persone anziane. In una frase: «Il ritorno dell’ etica». La cultura materialista, sentenzia il sociologo, avrà un declino inesorabile. Ci vorranno ancora anni, forse decenni. Ma prima o poi sarà sostituita dalla cultura dell’ immateriale. «E’ anche l’ unico modo che ci rimane per consentire a tutti di vivere sulla stessa Terra» aggiunge. «Stiamo combattendo la battaglia più difficile: quella per la sopravvivenza dell’ umanità». L’ anziano pensatore non si cura degli indicatori economici, e fa professione di un ostinato ottimismo. «Impossibile prevedere il nuovo guardando al passato. Un osservatore che fosse capitato sulla Terra quindicimila anni fa non avrebbe potuto immaginare la nostra civiltà industriale. E’ già successo che ciò che era ritenuto improbabile sia diventato realtà. Succederà ancora». 

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I modi dello scrivere/La poesia del non fare

Gennaio 11th, 2009

di milan kundera, da L’arte del romanzo, Adelphi

Fra tutti i romanzi di quell’epoca, il mio preferito è Tristam Shandy di Laurence Sterne. Uno strano romanzo. Sterne lo apre con la rievocazione della notte in cui Tristam fu concepito, ma ha appena incominciato a parlarne che viene sedotto da un’altra idea, e questa, per libera associazione, richiama un’altra riflessione, e poi un altro aneddoto, cosicché a una digressione ne segue un’altra e Tristam, l’eroe del libro, viene dimenticato per un buon centinaio di pagine.

Questa maniera stravagante di costruire il romanzo potrebbe sembrare un semplice gioco formale. Ma, nell’arte, la forma è sempre qualcosa di più di una forma. Ogni romanzo, che lo voglia o no, propone una risposta alla domanda: che cosa è l’esistenza umana e dove sta la sua poesia? I contemporanei di Sterne, Fielding per esempio, hanno saputo gustare soprattutto il fascino straordinario dell’azione e dell’avventura. Diversa è la risposta sottintesa nel romanzo di Sterne: per lui la poesia non sta nell’azione, ma nell’interruzione dell’azione.

Forse qui, indirettamente, si è avviato un grande dialogo fra il romanzo e la filosofia. Il razionalismo del Settecento si fonda sulla famosa frase di Leibniz: nihil est sine ratione. Nulla di ciò che esiste è senza ragione. Spinta da questa convinzione, la scienza si accanisce a esaminare il perché di ogni cosa, col risultato  che tutto ciò che esiste sembra spiegabile, dunque calcolabile. L’uomo cui preme che la sua vita abbia un senso rinuncia a qualunque gesto che non abbia una sua causa e un suo scopo. Tutte le biografie sono scritte in questo modo. La vita appare come una luminosa traiettoria di cause, di effetti, di fallimenti e di successi, e l’uomo, fissando lo sguardo impaziente sul concatenamento causale dei suoi atti, accelera ancor di più la sua folle corsa verso la morte.

Di fronte a questa riduzione del mondo alla successione causale degli avvenimenti, il romanzo di Sterne, con la sua sola forma, dichiara: la poesia non è nell’azione, ma là dove l’azione si ferma; là dove si spezza il ponte fra una causa e un effetto, e dove il pensiero vagabonda in una libertà dolce e oziosa. La poesia dell’esistenza, dice il romanzo di Sterne, è nella digressione. È nell’incalcolabile. È agli antipodi della causalità. È sine ratione, senza ragione. È agli antipodi della frase di Leibniz

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I modi dello scrivere/Martin Amis e Ian McEwan: Parole e immagini

Gennaio 11th, 2009

Da La Repubblica del 2 giugno 2007. Intervista di Antonio Monda

Martin Amis e Ian McEwan hanno discusso del rapporto tra cinema e letteratura a Capri, in un incontro pubblico che ha rappresentato l’evento centrale della seconda edizione delle Conversazioni. Su questo stesso tema, che ha assunto un’importanza e un ruolo diverso nelle rispettive carriere, hanno accettato di dialogare in anteprima e in esclusiva per La Repubblica.

Le immagini sostituiranno la parola scritta?
McEwan: Non sono d’accordo. Credo che letteratura abbia dimostrato di poter coesistere con il cinema, e nonostante quello che si teorizza ultimamente, credo che il cinema sia debitore e in molti casi dipendente dalla letteratura. Mi riferisco all’utilizzazione dei personaggi, alla costruzione dei plot, persino all’uso dei simboli.
Amis: Sono d’accordo con Ian e credo che le due forme di espressione possano certamente convivere. Il romanzo è sopravvissuto non solo al cinema ma anche alla televisione. Per semplificare direi che il linguaggio della letteratura è interiore, mentre quello delle immagini è esteriore. Ma entrambi hanno i loro sistemi, ed i loro codici. Sono come due regni diversi nei quali è possibile generare intrattenimento e creare arte[…]

Ci sono emozioni o descrizioni che possono trovare una propria completezza espressiva solo attraverso uno dei due linguaggi?
McEwan: Ritengo che la letteratura sia una forma espressiva superiore al cinema. Il romanzo si è dimostrato uno strumento brillante per esprimere ad esempio gli stati d’animo e il flusso dei sentimenti. Riesce inoltre a rendere il vero sapore di cosa significhi essere qualcun altro. E’ difficile che i film riescano a rendere con eguale forza e precisione sensazioni del genere. Anche quando si ha a disposizione un buon attore, o si fa uso di una particolare fotografia, gli strumenti appaiono a mio avviso sempre insufficienti, e spesso artificiali. Pensa ad esempio all’uso della voce fuori campo. Su questo punto mi piace rispondere citando Conrad, che nell’introduzione al Negro del Narciso dice che quello che vuole più di ogni altra cosa è “far vedere” quello che racconta. Questa è la grande differenza: al cinema l’immagine è già lì, la vedi…La regola che do a me stesso quando scrivo è rendere bene l’aspetto visivo. Il resto viene di conseguenza. E posso dirti che non penso affatto al cinema.