di marco lumini
1.
Appena entrato in casa, notai le due grosse valigie di Alice. Le aveva sistemate sotto lo specchio dell’ingresso dove lei si guarda prima di uscire. Senza togliermi il giubbotto sfiorai con le dita le due valigie. Afferrai il manico di una e la sollevai. Era pesante, ne doveva avere messa di roba. Sorrisi. La chiamai per sentire se era in casa. Nessuna risposta. Andai in cucina. Sulla tavola c’era un biglietto appoggiato al barattolo dello zucchero. Era andata a comperare le ultime cose per il viaggio.
Mi tolsi la borsa a tracolla e mi sedetti. Odiavo quella borsa, la trovavo da ragazzini e ormai non lo ero più da un pezzo. E’ che mi serviva per andare al lavoro, ci mettevo dentro di tutto, dalle comunicazioni dei fornitori alle copie degli ordini e documenti vari. Era comoda ed era meglio di una ventiquattrore. Specie per uno che ha un negozio di dischi. Bisogna concedere qualcosa allo stile. E poi me l’aveva regalata Alice.
Rimanevano ancora poche ore, poi sarebbe partita per Dublino. Doveva trattenersi lì sei mesi come curatrice di una mostra e organizzatrice di eventi collaterali. Ero fiero di lei. Allungai la mano per prendere il telecomando della piccola televisione della cucina. Misi il volume a zero e feci una rapida carrellata dei canali. Una volta. Due volte, tre volte. Poi spensi. Andai allo stereo. Misi su “Yankee Foxtrot Hotel” dei Wilco. Spinsi play. Sei mesi erano lunghi.
2.
Qualche settimana prima ero stato alla mostra mercato del disco di Bologna. Ne organizzano una in primavera e una all’inizio dell’inverno e ci vado ogni volta. Ormai più per soddisfare le richieste di qualche mio cliente che per me stesso. Avevo trovato alcuni 12” degli Smiths, il primo dei Feelies e un paio di prime stampe dei Jam. Per me avevo preso alcuni 45 giri di Billy Bragg e dei Redskins, più per la veste grafica che per le canzoni. Erano cose che comunque avevo già in CD. A volte i collezionisti non li capisco. Spendere centinaia di euro per una prima edizione o fare distinzione tra una stampa americana e una europea. Anche prima di avere il negozio io volevo conoscere i dischi, gli artisti, ascoltare quello che facevano, e non mi importava molto se “Medicine Show” era stato stampato negli USA o in Olanda, quello che contava era avere quel disco. Cercavo di recuperare il tempo perduto, colmare le mie lacune fregandomene del valore da collezionismo. La mia era fame. Una sorta di strano bisogno primario, conoscere gli artisti, le correnti, le scene musicali. Accumulare informazioni, notizie. Costruire un proprio catalogo scegliendo con cura quello che occorre assolutamente avere e quello che invece è da lasciare perdere. Conoscere e approfondire la conoscenza. Poi, in questa affannosa ricerca che non si interrompe mai, il pezzo da collezione capita, succede. Oppure succede che diventa da collezione qualcosa che avevi acquistato con poche migliaia di lire ad un mercatino dell’usato.
Rientrai nel tardo pomeriggio. Lo stereo era acceso. C’era su un CD di Dylan. Alice mi sentì e si affacciò dalla porta della cucina. Indossava il grembiule rosso che aveva comperato al mercatino estivo. Aveva legato i capelli con un elastico.
“Come è andata?”, mi chiese con un sorriso.
Sollevai in alto le buste. “Non c’è male”, risposi.
La seguii in cucina. Una pentola era sul fuoco. Prese a tagliare delle verdure. Appoggiai le buste con i vinili su un mobile e la abbracciai da dietro, baciandole il collo.
“Mi hanno chiesto di andare in Irlanda.” disse senza preamboli.
Lasciò andare il coltello e si girò verso di me. La guardai sorpreso.
Lei continuò: “C’è una sorta di festival europeo dell’arte e mi hanno chiesto se mi interessa curare l’organizzazione per gli espositori italiani.”
“Quando te l’hanno detto?”
“Mara me ne aveva parlato un paio di mesi fa’. Mi aveva detto che la nostra associazione era in corsa per curare il festival. A quanto pare ce l’abbiamo fatta. Poi, sai come sono fatti Mara e Antonio, non dicono mai niente e tirano fuori tutto all’improvviso. Mara mi ha telefonato oggi pomeriggio e mi ha fatto la proposta.”
Mi staccai da lei e mi appoggiai al piano della cucina.
“Per quanto tempo dovresti restare là?”, le chiesi. Cercavo di nascondere il mio malumore, ma il mio tono si era fatto ombroso.
“Almeno sei mesi, credo.”
“Cosa pensi di fare?”
“Non so, devo ancora decidere. Tu cosa ne pensi?”
“Mi sembra una cosa importante. Certo che sei mesi non sono pochi.”
“Non sono pochi per cosa?”
“Per noi due. Voglio dire… stare via per così tanto tempo… non so.”
“Hai paura?”
“Paura?”
“Sì, insomma, pensi che qualcosa possa cambiare fra noi, se sto via tutto quel tempo?”
“Non so, Ali. Sicuramente per te è un’occasione, però sei mesi sono molti. Non è nemmeno un anno che viviamo insieme, e alcuni mesi non fanno la differenza per due persone che si amano, però…”
Quelle ultime parole restarono come sospese per qualche secondo. Lei sembrava fissare le sue mani impegnate in un continuo intrecciarsi e districarsi di dita.
“Forse è questo il punto”, disse volgendo nuovamente lo sguardo verso di me.
“Cioè?”, dissi.
“Dai Fede, lo sai bene. Forse è arrivato il momento di affrontare l’argomento. E’ un po’ di tempo che lo teniamo in sospeso, ma lo sappiamo tutti e due.”
Sentii una vampata e le mani diventare gelide.
“Sì, penso di sì.” Mi uscii solo questa mezza frase. Nemmeno lei era serena. I suoi occhi avevano perso la loro luminosità.
“Fede, voglio sapere una cosa da te: pensi che vada tutto bene fra noi? Non credi che qualcosa sia cambiato negli ultimi tempi?”
La guardai senza rispondere. Aveva ragione, qualcosa era cambiato. Non sapevo precisamente cosa, però sentivo come smorzato l’entusiasmo che ci aveva unito, e che ci aveva portato a convivere. Continuavo ad essere innamorato di lei, eppure mi sentivo spento. Era come se mi fossi fermato. Avevo lei, il nostro appartamento, il lavoro. Tutto era cristallizato, tutto si ripeteva con un moto uniforme.
Senza perdere la pazienza di fronte al mio silenzio, Ali sorrise e si avvicinò
“Insomma Fede”, continuò, “dobbiamo capire quello che vogliamo e quello di cui abbiamo bisogno e se possiamo trovarlo insieme. Se restiamo in silenzio non risolviamo nulla. Non voglio che fra noi ci sia quasi un’indifferenza, non voglio che tutto sia scontato, prevedibile. Voglio qualcosa di più vivo. Al limite, voglio che tu ti arrabbi se qualcosa non ti piace, se ti sembrano sbagliate certe cose che faccio o che dico. Non voglio che accetti passivamente tutto quello che viene, in nome di un assurdo quieto vivere. Siamo troppo giovani per questo. Devi tirare fuori quello che non va. Poi, se si litiga, si supera tutto. Di cosa hai paura? Di perdermi se per caso discutiamo?”
Come al solito aveva detto tutto in maniera impeccabile. Amo Ali perché ha questa lucidità. E rimane serena. Non è che non le costi. Adesso tremava leggermente, la voce era un po’ incrinata e sapevo bene che anche lei era spaventata da quello che stava pensando e da quello che stava dicendo. Quello che aveva tirato fuori lasciava trasparire la pericolosa possibilità di una fine dolorosa. Eppure aveva trovato il coraggio di affrontare la questione.
Io mi nascondevo. Non sapevo ancora cosa volevo veramente. Era come se avessi disperatamente bisogno di lei, ma allo stesso tempo volessi sentirmi libero da vincoli. Da una parte c’era il mio lato adulto, quello che voleva costruire qualcosa di significativo insieme ad Alice e dall’altra c’era il ragazzo inquieto, insofferente ai legami e alle responsabilità. In fondo avevo passato diversi anni da solo, senza avere a fianco una persona che sapesse rendermi sereno e soddisfatto di me, di quello che sono. Ali era riuscita ad aprirsi un varco nella mia barriera di indifferenza e lo aveva fatto con una tale spensieratezza e con una tale gioia che non potei far altro che accoglierla con entusiasmo. Lei era stata la mia salvezza. Era la risposta al grigio di giorni tutti uguali. Sapevo però anche che quel grigio tornava a riaffacciarsi in me. Tornavano a galla dubbi, insoddisfazioni, disinteresse. Avevo paura della routine. Di sentirmi fermo, bloccato. Poi lei mi guardava e nella profondità dei suoi occhi scuri ritrovavo il senso di me, di quello che cercavo. Ritrovavo la pace e mi sentivo uno stupido per aver solo dubitato di quello che avevo. Volevo mettere ordine e capire come mantenerlo. Con lei era facile riuscirci il più delle volte. Volevo essere in grado di riuscirci anche da solo, ma non volevo perderla. E volevo parlarle di questo caleidoscopio di sensazioni, di tutte queste contraddizioni che vivevano in me, ma non lo feci. Per un attimo pensai di farlo, poi mi vidi impacciato, che incespicavo nelle parole cercando di spiegare qualcosa che non era chiaro nemmeno a me. Mi vidi insicuro e debole e odiavo quella pallida imitazione di me, la rifiutavo. In fondo, non si trattava di essere freddi, non era un atteggiamento da “duro”. In me c’era la consapevolezza di sentirsi fortunato ad avere incontrato lei, ma per qualche assurda e futile ragione mi sentivo appeso a un filo, quasi come se quella fortuna fosse immeritata. Eppure Ali era stata chiara con me, quello che le piaceva di me, l’attrazione e tutto il resto. Diceva che queste inquietudini facevano parte di me, che non le sarebbe piaciuto qualcuno che non aveva mai dubbi. Diceva che non c’erano regole precise nel mettere insieme le persone. Scherzava con me per il fatto che tendevo a complicare le cose più del normale.
Poi prese le mie mani e le accarezzò fra le sue. Mi disse di stare tranquillo, che noi siamo forti, che non ci devono essere paure. Mi disse che lei voleva me più di ogni altra cosa. Mi disse che non ci saremmo persi.
La abbracciai. La mia mano scivolò fra i suoi capelli fino alla nuca. Lei appoggiò il viso contro di me. Le sfiorai la fronte con le labbra e le dissi che l’amavo. Anche io, mi rispose.
3.
Nei giorni che seguirono Ali decise che sarebbe partita per l’Irlanda. Aveva sistemato le cose con l’associazione per la quale lavora, preso accordi, trovato una sistemazione a Dublino, lasciato direttive e consigli per i suoi colleghi che restavano, contattato i referenti in Irlanda, spiegato la situazione ai suoi genitori, rincuorato la sorellina. Ali è estremamente efficiente. In tutta quella frenesia aveva trovato tempo perfino per me. Io, più che altro, cercavo di non ostacolarla.
Facevamo qualche passeggiata sulla spiaggia parlando del più e del meno, degli amici. Lei mi spiegava quello che avrebbe fatto a Dublino, come sarebbero passati i mesi a venire, anche se poi nemmeno lei lo sapeva fino in fondo. Eravamo a metà di marzo e non era più freddo, il vento cominciava a scaldarsi leggermente. La spiaggia era quasi deserta, ogni tanto incrociavamo qualcuno che portava a spasso il cane o qualcun altro che faceva jogging. Tutto qui. Eravamo io ed Ali.
“Allora ci siamo quasi, eh?!”, mi disse.
“Già.”
“Come ti senti?”
“Strano. E tu?”
“Sono emozionata. E spaventata. E’ un po’ un salto nel buio, non so come potrà andare.”
“Puoi sempre tornare indietro”, dissi, ma mi sentii un’idiota.
“Immagino di sì.” Dal suo sguardo capii che non voleva infierire. Non aveva voglia di litigare. Avevo detto una cosa stupida, ma non me l’aveva rinfacciata.
“Vedrai che andrà tutto bene. Sei in gamba, te la caverai alla grande.”
“Grazie.”
Ci fermammo. La guardai. I capelli le finivano sul viso per via del vento. Con una mano li spostava. Le sfiorai una guancia. “Mi mancherai”, le dissi, “mi mancherai moltissimo.”
Lei sorrise. Si avvicinò e mi abbracciò. Col viso contro la mia spalla disse: “Lo so”, e rise. Una risata breve e dolce. Risi anch’io e la strinsi a me.
Restammo un po’ silenzio. Poi, riprendemmo a camminare sulla sabbia morbida. L’aria era buona. Nella testa avevo un turbinio di parole che avrei voluto dire, di ricordi, di sensazioni, di preoccupazioni che non riuscivo ancora a mettere a fuoco bene. Un ribollire silenzioso che non voleva emergere. Una parte di me voleva che quel momento passasse in fretta, che Ali salisse su quell’aereo per Dublino prima possibile, che si portasse via tutti quegli ultimi tentennamenti e il senso di insoddisfazione latente che si era insinuato fra noi e che cercavamo di combattere, ognuno a modo suo. Quello stato di attesa dell’inevitabile mi stava stancando. Era come quando si aspetta di dare un esame all’università. A un certo punto tanto vale affrontarlo per quanto difficile possa essere piuttosto che stare a consumarsi nell’ansia dell’attesa. L’assenza di Ali sarebbe stato il mio esame. Il mio banco di prova.
4.
Era una giornata splendida. C’era una brezza leggera e il caldo non era afoso. Le nuvole passavano rapide e bianchissime. Me ne stavo seduto sull’erba, all’ombra di un enorme tiglio in cima a una delle collinette del parco. Davanti a me, più in basso, c’era la chiesa di Sant’Andrea. La cerimonia stava quasi per finire, alcune persone erano già uscite. Di fronte all’ingresso era parcheggiato un vecchio maggiolino rosso tirato a lucido con la capote bianca abbassata. Un paio di bambini giocavano a rincorrersi attorno alla macchina. Improvvisamente le campane cominciarono a suonare. Poco alla volta le persone uscirono con i loro eleganti vestiti di cotone. Il vento scompigliava i capelli delle donne e le loro gonne. Si sistemarono vicino all’ingresso e cominciarono ad armarsi di riso.
Dopo pochi istanti arrivò anche lei. Mi sembrò bellissima. I capelli raccolti, le spalle scoperte, l’abito bianco, semplice e leggero. Sembrava raggiante. Si stringeva a lui e rideva sotto la pioggia incessante di riso.
Sorrisi. Mi pareva così assurdo starmene lì nascosto a cercare di strappare brandelli di felicità altrui. Mi alzai e me ne andai.
5.
Dopo aver girovagato un po’ a vuoto tornai a casa e decisi di telefonare ad Alice. Era a Dublino da due mesi. Rispose Margaret, la padrona di casa. Il direttore del museo dove si sarebbe svolta l’esposizione le aveva procurato un alloggio. Ali mi aveva spiegato che era una donna molto bella e molto simpatica. Aveva tre figli e un marito, Joseph, che lavorava come dirigente di un importante canale televisivo. Avevano dato ad Ali una stanza da letto molto accogliente e un bagno tutto per lei. In camera aveva un televisore e un piccolo stereo. Diceva che poteva tenere acceso lo stereo anche di sera, perché non dava fastidio, le stanze degli altri erano su un altro piano e lontane. Aveva le sue chiavi ed era indipendente. Ali mi aveva raccontato che fin dai primi giorni i Farrelly si erano dimostrati affettuosi e cordiali nei suoi confronti. Ogni tanto uscivano tutti insieme per andare in un ristorante a cena oppure per andare al cinema. Capitava anche che qualche collega di Ali si unisse a loro. Questo idillio mi procurava un sottile fastidio.
Ali arrivò al telefono.
“Fede, ciao! Che bella sorpresa!”
“Ciao Ali, come stai?”
“Benissimo! Qui siamo nel pieno dei preparativi.”
“Perché? Cosa succede?”
“Questa sera facciamo un barbecue in giardino, verranno i fratelli di Margaret con le loro famiglie.”
“Hai da fare? Vuoi che ti chiami più tardi?”
“Stai scherzando?! Mi chiami così poco!”
“Adesso ti ho chiamata.”
“Non ti sforzare, mi raccomando. Allora? Come stai?”
“Bene, bene. E tu? Come vanno le cose?”
“Lavoriamo un sacco, comunque l’organizzazione della mostra sta procedendo bene. Fede, dovresti vedere, ci sono dei tipi veramente “fuori”, gli artisti intendo. Abbiamo degli incontri con loro perché così ci mostrano i loro lavori e cercano di spiegarceli, a volte. Parliamo con loro delle scelte da fare, degli spazi a disposizione, delle attrezzature che occorrono. Alcuni ci raccontano le loro storie, dovresti sentirle, ce ne sono di davvero belle. Ah, poi alcuni hanno addirittura gli agenti, fanno le star capito? Magari hanno fatto un paio di mostre e si sentono già Andy Wahrol.”
“E come sono questi?”
“Chi? Gli agenti? In genere sono persone tranquille. Fanno il loro lavoro, cercano di ottenere il meglio per i loro artisti. Altri invece sono arroganti, un po’ fuori sintonia con lo spirito di questa esposizione.”
“Ti sento molto coinvolta.”
“Sì, è vero.” Fece una pausa, poi disse: “Madonna, che bello sentirti. Come va laggiù? Sarà già caldissimo, vero?!”
“Sì, è caldo, però oggi si sta proprio bene.”
“Che cosa hai fatto oggi? Sei andato al mare?”
“No, oggi no… sono andato ad un matrimonio.”
“Ah,” aveva già capito di quale matrimonio si trattava. “Dovevi proprio andarci, vero?! Non potevi farne a meno. E come è stato? Ti sei divertito?”. Lo disse senza un filo di astio nelle parole, con serenità.
“In realtà non ci sono proprio andato, sono rimasto un po’ lontano, ho dato solo un’occhiata.”
“Mmm, quasi un guardone, insomma. E come ti sei sentito?”
“Stupido.”
“Bene, mi hai risparmiato di dirtelo.” Mi prendeva in giro con classe.
“Mi dispiace, Ali.”
“E di cosa?”
“Di questo, di quello che faccio.”
“Vedi Fede, io potrei anche arrabbiarmi per questo. Insomma, cosa sei andato a fare a questo matrimonio? Un ultimo sguardo a un vecchio amore? Però non mi arrabbio, non avrebbe senso. Io so che adesso sei con me, so quello che provi. E poi scusa, vuoi mettere me con quella? Non c’è confronto.” Si mette a ridere.
Anch’io rido. “Giusto”, dico.
“Quello che non capisco, Fede, è cosa cerchi. Perché non ti lasci qualcosa alle spalle? Non puoi portare tutto con te. Continuare ad accumulare, tenere tutto. E’ ora che lasci indietro qualcosa. Insomma, le cose cambiano, ed è anche giusto che sia così, in qualche modo, non trovi?”
“…”
“Ci sei ancora?”
“Sì, sì ci sono… mi manchi.”
“Anche tu. Non ce la fai proprio a venire a trovarmi?”
“No, non credo. Tu non riesci a staccare per qualche giorno, vero?”
“Come faccio? Non mi conviene. Ne avevamo già parlato, ricordi?”
“Già.”
“Non voglio sentirti così, lo sai.”
“Sì, hai ragione.”
“Senti, non è che hai degli altri matrimoni a cui andare?” e si mette a ridere.
“Tranquilla sono finiti.” Ali riesce a dare alle cose il giusto peso. E’ obiettiva e ironica, anche. Mi veniva da sorridere pensando allo stupido bisogno di sbirciare nel passato, alle combinazioni che non si sono avverate, alle coincidenze smarrite, alle possibili direzioni non prese.
“Come ti senti, Fede?”
“Meglio, adesso va meglio… Ali, io ci sto provando. Forse il problema è che non ti parlo abbastanza, mi tengo dentro troppe cose. Devo imparare a tirarle fuori. Forse ci vorrà un po’ di tempo, ma voglio riuscirci.”
“Bene, ho fiducia in te.”
Restammo qualche secondo in silenzio.
“Forse adesso è meglio che vada”, mi dice.
“OK, d’accordo. Ci sentiamo nei prossimi giorni.”
“Sì, certo. Ti chiamo. Anche tu, chiamami più spesso.”
“Sì, hai ragione.”
“Mi dai ragione un sacco di volte oggi.”
“Hai visto?!”
“Ciao Fede, stai bene, mi raccomando. Un bacio.”
“Ciao.”
Riagganciai e andai a sedermi sugli scalini dietro casa. La luce che precedeva il tramonto era bellissima, l’aria era piacevolmente calda, ancora. Restai a fissare i campi non ancora trasformati in area edilizia, l’erba si tingeva di arancione per qualche istante.
6.
Avevo conosciuto Alice da pochi giorni. Giusto i primi approcci, la proposta di bere una birra insieme.
Guardavo la fronte alta di Francesca e i suoi grandi occhi verdi. Per qualche strana ragione avevo notato delle sottili strisce grigie nell’iride alle quali non avevo mai fatto caso. “Perché mi guardi così?”, mi chiese. Era seduta con le gambe nude incrociate sul letto. Indossava solo le mutandine e una canotta grigia sportiva e attillata.
“Così come?”
“Non so, mi sembri strano… si vede che c’è qualcosa che non va.”
“No, sono solo un po’ stanco.”
“Senti, se non ti va di restare non è un problema. Di cosa hai paura? Che ti fai vedere solo per una scopata e poi scompari? Che io pensi questo?”
“Lo pensi davvero?”, cercai di sembrare indignato, ma non sapevo nemmeno io se esserlo.
“Non hai voglia di restare qui, né tanto meno di stare con me. Cerca di essere sincero, per favore.”
Aveva ragione. Ero già innamorato di Alice. Pensavo a lei in continuazione da quando l’avevo conosciuta, non riuscivo a togliermela dalla mente. Eravamo usciti insieme. Non avevo detto niente a Francesca. Ancora restavo in silenzio.
“Ho il diritto di sapere se qualcosa non va, non credi?!”
“Sì.”
“Allora?”
“Allora cosa?”
Cominciava ad innervosirsi. “Voglio che tu sia chiaro: a che punto siamo io e te?”
“Non lo so.”
“Ti si è incantato il disco. Sai solo dire “non lo so”, e a me non basta. Magari a te sì, così non sei costretto ad addentrarti in discorsi che ti possono fare male, ma io ho bisogno di sapere come stanno le cose. Non ho tempo né voglia di un rapporto che si trascina, non me ne faccio niente.”
“Non c’era nessun accordo, nessun progetto fra di noi.” Suonava offensivo.
“Perfetto”, stava scoprendo la sua rabbia, si sentiva ferita da una persona che aveva giudicato diversamente, “adesso le cose stanno venendo a galla. Perché sei ancora qui? Il sesso c’è già stato, sei a posto, no?!”
“Non è questo, lo sai.”
“No che non lo so, come faccio a saperlo? Tu non parli con me, non mi racconti niente, non so se stai bene, se sei contento, non so niente…”
“Hai ragione, davvero.”
“Non mi interessa avere ragione.”
“No, voglio dire che sono stato ingiusto con te, non mi sono aperto mai, e questa cose si pagano, mi dispiace. Sicuramente adesso non serve a nulla, ma se c’era qualcosa fra noi non era solo per sesso e in questo sono sincero, se ancora riesci a credermi un minimo. Tu mi piacevi davvero… è solo che a un certo punto le cose sono cambiate e non è colpa di nessuno, è solo successo.”
Mi guardava tenendo le mascelle serrate, si sentiva tradita e delusa. Come sono facili da leggere gli stati d’animo, a volte. Questo continuo ferirsi tra le persone rende tutti noi abili nel comprendere le sensazioni. Sentivo un peso enorme, sapevo cosa vuol dire sentirsi allontanati, rifiutati. E’ come se la strada che percorri venisse improvvisamente bloccata e non hai alternative, sei senza vie d’uscita. Ti senti soffocare.
Eppure c’era stato un momento in cui ero stato attratto da Francesca, era una ragazza affascinante. Solo, stavo improvvisamente scoprendo che non bastava. Non ero innamorato di lei. Non lo ero mai stato, e nemmeno lei, posso assicurarlo. Ci siamo incontrati e abbiamo diviso dei momenti.
Avevo lei di fronte e pensavo solo ad Alice e alla mia voglia di rivederla. Un’urgenza che è impossibile non ascoltare e a un certo punto si deve smettere di simulare e scegliere la lealtà, per quanto dolorosa possa essere.
Tutto sarebbe passato in pochi giorni. Quel rancore soffocato, quella luce, quella stanza, quella canotta, quegli occhi. Avrei accatastato tutto in un angolo, come faccio sempre. Anche lei lo avrebbe fatto, e forse prima di me. Senza dimenticare, per quel che può valere.
7.
Tommaso mi aspettava nell’area di parcheggio di fronte all’aeroporto. Se ne stava appoggiato alla Taunus blu con le mani infilate nelle tasche dei jeans. Il sole era alto e caldo, il volo di Alice era appena partito. Tommaso ci aveva accompagnato all’aeroporto di Bologna con la sua macchina, la mia era fuori uso, e poi era contento di farlo, voleva bene ad Ali.
Senza dire niente salii in macchina. Tommaso mise in moto, mi diede un’occhiata e mi strizzò una spalla, poi prese la tangenziale per entrare in autostrada.
Accese la sua vecchia radio, c’era una cassetta di Ray Charles. Gli occhiali da sole mi proteggevano dalla luce livida. Tirai indietro il sedile e distesi le gambe. L’asfalto correva liscio e aderente sotto di noi. Leggevo i cartelloni pubblicitari di pastifici, di concessionarie d’auto, di ceramiche, di agenzie immobiliari. Leggevo i chilometri che ci separavano dal mare.
“Allora? Come è andata?”, mi chiese.
“Mmm, bene… bene.”
“Sì, certo. Infatti, si vede benissimo.” Stava ridendo, dovevo avere l’aspetto di uno zombie. Sorrisi. Tom mi faceva stare sempre di buon umore
“Non lo so… sto pensando a come mi sentirò fra qualche giorno. Mi sa che mi arriverà una buona mazzata.”
“Eh, già. Molto probabile, di solito è così che funziona.”
“Beh, grazie davvero.”
“Nessun problema, sono qui apposta.”
“E’ strano, in un certo senso non capisco ancora se sono arrivato alla fine di qualcosa.”
“Fra te ed Alice? Scusa, ma come stavano le cose?”
“Insomma… non proprio al massimo negli ultimi tempi.”
“Dipende da questo viaggio di Ali?”
“Ho come l’impressione che questo suo viaggio funzioni come una pausa fra noi due. E io odio le pause, in un rapporto. Quando si dice prendiamoci una pausa non si arriva mai a nulla di buono. La relazione è già bella che andata.”
“Ma voi ve lo siete detti?”
“No.”
“Quindi?”
“… ho una strana sensazione. Come se lei fosse stanca.”
“Non volevi che partisse.”
“No, no. Doveva partire, era un’opportunità che non poteva lasciarsi sfuggire. Sai come vanno le cose. Da una parte si è estremamente razionali, era un’occasione importante, doveva andare. Poi c’è la parte che teme che possa succedere qualcosa che ci possa allontanare. La distanza, il non vedersi per tanto tempo. Viene da chiedersi se la relazione sopravviverà. Però…”
“Però?”
“Quasi lo volevo che partisse.”
“In che senso?”
“Io amo Ali, davvero. Eppure qualcosa non andava. Non riuscivo a stare bene, a essere tranquillo. Non so, era come se non volessi che una persona stesse così bene con me, che si dedicasse a me così tanto. E di riflesso vedevo che lei aspettava qualcosa da me, vedevo che cercava di comprendere cosa stava succedendo.”
Tom mi guarda in maniera esplicita.
“Sì, sono uno stupido.”, dissi.
“Ecco!”
“Ripenso ai nostri primi giorni. Hai presente l’emozione dei primi giorni? Quel piacere della scoperta, lasciarsi andare. E’ chiaro che non può durare per sempre, però mi manca e tutto mi sembra troppo diverso.”
“Sei noioso. Cos’hai quindici anni? Una relazione non è fatta solo dei “primi tempi”, una relazione cresce, diventa adulta. Prova a diventarlo anche tu.”
“Stavo proprio ragionando su questo negli ultimi giorni.”
Ci guardiamo per un paio di secondi e sorridiamo.
“Lei come affronta questa cosa?”
“Lei è in gamba, lo sai. Affronta tutto con pazienza. Scherza sui miei presunti malumori, sul mio essere indeciso. Lei crede in me, crede in noi due.”
“E’ innamorata di te.”
“Lo so, e anch’io lo sono.”
“Io dico che tu hai paura?”
“Paura?”
“Sì, in un certo senso, negli anni, ti sei abituato a stare da solo. Anche quando avevi una ragazza, sapevi già che non sarebbe durata. Ti sei crogiolato così a lungo in questa condizione di solitario che hai cominciato a credere che sia il tuo ruolo per sempre. Ora che invece hai trovato Alice, hai compreso la possibilità di un rapporto con un futuro, la possibilità di costruire qualcosa con una persona. Questo ti spaventa, ha messo in crisi il tuo sistema. Così, invece di impegnarti, di dedicarti a lei e a qualcosa di nuovo, ti chiudi, resti passivo e in più ti lamenti.”
“Io non mi lamento.”
“Sì, che lo fai.”
Si girò verso di me sorridendo. Con la sinistra teneva il volante e appoggiò la destra alla base del mio collo, sotto la nuca, stringendo appena. Un gesto d’affetto di qualcuno che si preoccupa un po’. Sorrisi anch’io. Sentii che la mia testa ciondolava.
Dalla tasca dei jeans tirai fuori una piccola scatola di velluto nero. “Guarda”, dissi, “le avevo preso questo e non ho avuto il coraggio di darglielo.”
“Che cosa è?”
“Un anello.” Aprii il coperchio con un leggero scatto. Un anello molto semplice, di argento, con degli intarsi che formavano una specie di decorazione o di disegno, al centro c’era una piccola pietra di colore azzurro. La proprietaria mi aveva detto il nome della pietra, ma l’avevo dimenticato appena uscito dal negozio. Mi aveva anche detto che ad Alice sarebbe piaciuto moltissimo. Potevo fidarmi di quella donna, conosceva Ali da molti anni. Ad Ali piacciono molto le cose in argento, specie se sono d’epoca. Non me ne intendevo molto, comunque era un anello carino, l’avevo notato subito e per qualche motivo l’avevo associato ad Ali.
“E non glielo hai dato. Perché?”
“Non lo so. Ero lì che stringevo la scatola dentro la tasca e non l’ho tirata fuori. Non so, non mi è venuto.”
“Come è andata per il resto?”
“Siamo stati quasi sempre abbracciati. Le dicevo che mi sarebbe mancata e lei mi diceva lo stesso. Ha anche pianto un po’ e mi ha detto che quando ritornerà dovremo sistemare le cose.”
“E tu?”
“Le ho detto che aveva ragione e che ci proveremo.”
“Perché le avevi preso quell’anello?”
“Mi piaceva. Avevo in mente questa cosa da qualche giorno. Una sorta di pegno d’amore, una promessa… glielo dovevo dare, sono stato stupido…”
“Non è certo da quello che dipende il tutto.”
Richiusi la scatola. Per qualche minuto la osservai rigirandomela fra le dita. Pensai alla luce fredda e indifferente dell’aeroporto. Gli occhi di Ali erano cosi scuri e sinceri che provai una fitta nel pensare a quanto mi sarebbero mancati. Rimisi in tasca la scatola e mi abbandonai alla musica.
8.
Mancavano poco più di due mesi al ritorno di Alice e cominciai a non rispondere al telefono, cominciai a non risponderle. Certo, era ignobile e stupido. Era come se sentissi il bisogno di fare del male e di subire del male.
Una sera rientrai a casa e c’era un messaggio nella segreteria telefonica. Era Ali. Mi diceva che stava bene e voleva sapere come stessi io. Disse che aveva voglia di vedermi e mi invitò a richiamarla, appena avessi sentito il messaggio. Non la richiamai. Tenni il cellulare spento. Lo riaccesi il giorno dopo, e anche allora ascoltai un breve messaggio di Ali.
La sera successiva trovai un nuovo messaggio: si chiedeva perché non l’avessi richiamata. Pochi minuti dopo il telefono squillò, ma non alzai il ricevitore.
Nel messaggio della sera successiva colsi una lieve irritazione, ma la sua voce era ferma e fiera nonostante si avvertisse un’incomprensione verso il mio atteggiamento. Mi telefonò mia madre. Disse che l’aveva chiamata Alice, che era preoccupata perché non mi sentiva da qualche giorno. Mi chiese cosa stessi combinando e se ero diventato stupido del tutto. Anche lei era irritata. Le dissi che era tutto a posto, che ero semplicemente incasinato con il lavoro. Non sembrò convinta della mia risposta. Mi disse di chiamare Alice e di passare da casa. Pensai che lei avrebbe chiamato Ali, se non altro per rassicurarla, non certo per proteggermi. Voleva molto bene ad Alice, ma allo stesso tempo era sempre molto attenta a non intromettersi.
Passarono due giorni senza messaggi. Infine ne arrivò un altro. La sua voce si era inasprita, si era fatta tesa. Mi chiedeva cosa stessi facendo, il perché del mio comportamento. Diceva di essere delusa e stanca, doveva aver pianto anche. Diceva che ero ingiusto e di non capire il perché, che non era quello il modo di risolvere i problemi.
Ali era lontana e per paradosso io cercavo una lontananza totale, assoluta. Volevo farla sentire persa. Io mi ero sentito così. Volevo, in qualche modo, che si sentisse simile a me, anche se già sapevo che sarebbe stato un tentativo vano. Senza alcun senso, volevo che perdesse, in parte, quelle certezze che non l’abbandonavano, quella sicurezza che la rendeva forte, quella capacità lucida di affrontare gli eventi e le persone. Come per una perversione assurda volevo che si sentisse delusa da me.
Infine risposi. Sembravo un pugile inchiodato all’angolo da un avversario forte e agile sulle gambe. Resisto inspiegabilmente in piedi ancora per qualche secondo in attesa di finire sepolto da una serie impressionante di colpi. Ad Ali non mancavano certo le parole. Ali non era mai acida o ingiusta. Aveva bisogno di spiegazioni. Diceva che non poteva accettare un simile comportamento, che preferiva la franchezza, che per lei era difficile, stando così lontani. Che, a volte, non mi capiva. Tutto questo senza tirare fuori nemmeno un insulto.
Esitai ancora qualche secondo. Invece avrei dovuto dirle quanto l’amavo. Avrei dovuto dirle che avevo solo bisogno di lei e di sentire le sue braccia intorno a me. Mi appoggiai alla parete e scivolai con la schiena fino a sedermi sul pavimento freddo.
Restai ad ascoltare quel fiume in piena e mi sentii pronto. Compresi quello che c’era da dire, compresi quello che andava fatto. Basta con i silenzi, basta con i finti tormenti da eterno indeciso.
La confessione arrivò. Senza che ci fosse la luce di una lampada puntata contro i miei occhi. Era giunto il momento di parlare, di tirare fuori tutto e di consegnarsi a lei incondizionatamente.
9.
Avevo capito una cosa che era stata dura da accettare: ero invidioso di lei.
Credevo di essere immune da un sentimento così meschino. Forse è umano sentirsi invidiosi nei confronti di qualcun altro, fa parte di noi, ma questo non riesce a consolarti.
Quando Alice mi ha detto che sarebbe partita per Dublino sono entrato in un caos di idee ed immagini. Ero invidioso del suo successo, in un certo senso. Ali è in gamba, è una persona che si dà da fare, che si pone degli obiettivi e che si impegna per raggiungerli e che spesso ci riesce.
Ero invidioso di questo, del suo impegno, del sapersi porre degli scopi, del fatto che ci riuscisse. Io ero così diverso, ancorato alla vita di tutti i giorni, senza progetti.
Avevo paura di perderla, che non mi ritenesse adatto a lei, che mi vedesse come uno che si lascia andare e non avrebbe avuto nemmeno tutti i torti. Per qualche assurdo motivo avevo sottovalutato i suoi sentimenti e avevo finito per colpirla in un modo subdolo. Restammo più di un’ora al telefono, come se fosse la mia unica via di salvezza, e in qualche modo lo fu. Riconobbi le mie colpe, il comportamento sleale, l’atteggiamento infantile e crudele allo stesso tempo. Parlare in modo aperto di tutto quello che era successo mi fece sentire meglio. Mentre mi liberavo di tutte quelle ombre, mi sentivo di fronte ad una svolta. Ali ascoltò senza interrompermi, in silenzio, come se dovesse catalogare tutte le informazioni che le stavo fornendo. Poi mi fermai, lei prese un profondo respiro. “Vedi”, mi disse, “tu sbagli a vedermi così. E’ come se tu mi avessi messa su un piedistallo, tu mi vedi perfetta. Io non sono così e nemmeno voglio esserlo. Non sono così decisa e determinata come mi vedi tu. Se lo fossi forse ti avrei mollato dopo quelle telefonate senza risposta. Ho i miei dubbi, le mie paure. Allo stesso tempo non mi piace che tu ti veda pieno di difetti. Sei invidioso di quello che combino? Se non sei soddisfatto di quello che hai o che fai, sta solo in te cambiare, però ascolta la notizia: a me piace come sei. A me piace l’entusiasmo che ancora dimostri verso i tuoi interessi e la capacità che hai di mantenerli. Mi piace la tua ironia, mi piace il fatto che ti senti ancora così legato agli amici. Mi piace anche che ti senti così tormentato da mettere in crisi una relazione. Questo significa qualcosa. Significa che non ti adagi sulle cose, sulle persone. Ti fai delle domande e cerchi le risposte. Non ti fermi a guardare scorrere i giorni uno dopo l’altro, tutti uguali.”
Inspiegabilmente mi dava ancora una possibilità e dovevo afferrarla. Nonostante il male, le ferite, la mancanza di rispetto ancora credeva assurdamente in me e in quello che avevamo costruito insieme. Per quanto strano possa sembrare, ci credevo anch’io. Perché in quel momento vedevo più chiaramente quello che avevo. Quello che ero. Vedevo lei, noi due. Avevo un’occasione da non sciupare. Potevo solo risalire.
10.
Non ci voleva poi molto. Entrare in un’agenzia, informarsi, ed uscire tenendo in mano un biglietto andata e ritorno per Dublino e la prenotazione per un paio di notti in un Bed & Breakfast con stanza singola. Avevo deciso, dovevo vedere Alice, non potevo farne a meno. Non le avevo fatto sapere niente, il mio era un viaggio in incognito, un blitz.
Sistemai le mie cose nel Bed & Breakfast e andai in centro. Aiutato da una mappa di Dublino individuai il museo dove Ali lavorava. Erano le quattro del pomeriggio e non avevo mangiato. Entrai in un pub che dava sulla piazza di fronte al museo e mi sedetti al bancone. Ordinai una birra rossa e un paio di sandwich. Stavo pensando a quello che avrei detto ad Alice, quando l’avessi vista. Pensai alla sua reazione nel vedermi. Al suo viso. Immaginai che mi avrebbe abbracciato. Dalle vetrate scure del pub vedevo la grigia scalinata che portava al museo e poi la vidi. Era insieme ad altre due ragazze, forse un po’ più grandi di lei e ad un tipo alto con un vestito scuro e che portava gli occhiali. Parlavano sorridendo e si erano fermati a metà della scalinata. Rimasi quasi stordito dalla sua figura, dalla sua bellezza semplice e fresca e provai dolore per i giorni durante i quali ne ero stato privo. Ci sarebbe voluto pochissimo a saltare giù dallo sgabello e correre verso di lei. Ma non lo feci. Continuai a guardarla finché non entrò nel museo. Pagai e girai un po’ per la città. Entrai in qualche negozio di dischi e comprai un paio di CD, infine tornai al Bed & Breakfast. Era ormai sera. Entrai in camera, mi sedetti sul letto e tirai fuori il cellulare. Selezionai il numero di Alice. Rispose dopo un paio di squilli. Dopo quella lunga telefonata di qualche giorno prima, eravamo impegnati nel riallacciare i fili della nostra storia. La rabbia di lei si era diluita in fretta e io avevo perduto i tentennamenti irritanti che avevano contraddistinto gli ultimi mesi della nostra convivenza. Era come se avessi finalmente preso coscienza di quello che volevo e di quello che avevo. C’era una nuova quiete in me, qualcosa che forse nemmeno nei primi giorni con Alice avevo avuto. Avevo accantonato i silenzi e le omissioni. Le idee erano chiare e ferme. La voce usciva sicura, senza increspature. Parlammo dei nostri lavori, degli amici che lei aveva voglia di rivedere, delle cose che avremmo fatto al suo ritorno. Ci ritrovammo nuovi.
Lei disse: “Ci vediamo fra un mese. Mi vieni a prendere all’aeroporto?”
Non le dissi che ero a Dublino. Forse un giorno me ne sarei pentito e se glielo avessi raccontato si sarebbe arrabbiata, ma non aveva importanza. In quel momento mi parve la cosa giusta da fare. Ora era superfluo vedersi. Le parole, le nostre parole, le nostre voci avevano lavorato per noi. Avevano riparato una situazione che stava deteriorandosi per miseri motivi. Non serviva altro. Il giorno dopo tornai a casa.
11.
Quel mese passò. Fu un periodo di ricostruzione, in un certo senso. Pensai a lungo alla questione dell’accumulare. Era vero, dovevo disfarmi di alcune cose che non contavano più. Si deve lasciare indietro qualcosa. Come in una collezione di dischi. Alcuni sono stati comprati per curiosità, altri per sentirsi completi. Poi si lasciano indietro. Sono lì, sugli scaffali, sappiamo che ci sono, che sono stati parte del percorso, ma non ci interessa più ascoltarli, li abbiamo superati. Un giorno finiscono in uno scatolone in cantina e fanno posto a qualcos’altro.
Ci telefonavamo spesso, ma non tutti i giorni, alla fine non sono uno da telefonata quotidiana. Stavo aspettando Ali e la cosa non mi creava ansie o dubbi, mi sentivo leggero e deciso allo stesso tempo. All’aeroporto la strinsi a lungo, le mie braccia non avevano perso memoria del suo corpo.
Era così eccitante ed appagante averla ritrovata, assaporare la sua pelle, fare l’amore con lei, che mi veniva da pensare che era così che dovevano funzionare le cose. Affrontando il rischio di perdersi. Se ci si ritrova significa che davvero c’è qualcosa, altrimenti… Forse sono solo fortunato. Mi era andata bene.
Le relazioni sono qualcosa di strano, che non può essere ingabbiato in una formula. Alcune procedono per abitudine, per convenienza, per mancanza di alternative e tutti siamo pronti a puntare il dito, a indignarci contro questo grigiore. Poi, se abbiamo fortuna, troviamo la persona della quale non possiamo fare a meno. Però occorre metterci impegno e semplicità.
12.
Era una domenica pomeriggio. Fuori pioveva. Alice era seduta sul divano con le gambe piegate e leggeva una rivista, altre erano sparse sul tappeto. C’erano anche un libro e delle foto che aveva intenzione di mettere in ordine in alcuni album che aveva comperato a Dublino. Ascoltava un CD di PJ Harvey. Io ero al computer con le cuffie sulle orecchie. Avevo selezionato una pila di CD. Stavo preparando una compilation per lei.
Pensavo a quello che aveva scritto Nick Hornby sulla preparazione di una compilation in “Alta fedeltà”. Ha descritto perfettamente le regole della preparazione di una simile opera che tutti gli appassionati creatori di compilation conoscono. Quello della compilation è un lavoro difficile, perché usiamo la poetica di qualcun altro per esprimere nostri sentimenti. Pensai di aggiungere una postilla alle istruzioni di Hornby, e cioè che alla fine questo lavoro rischia di non essere compreso. Voglio dire, io faccio una attenta ricerca, metto insieme un certo numero di pezzi, poi li seleziono, non solo in base al mio gusto personale. No, non basta, la canzone deve essere importante, mi deve comunicare qualcosa, mi deve emozionare. Certe canzoni sono in grado di smuovere qualcosa dentro di noi, ci fanno viaggiare, evocano in noi delle immagini. Alcune contengono una frase che in qualche modo intendiamo indirizzare al destinatario della compilation, una frase che nella nostra mente rappresenta le nostre emozioni, quello che proviamo nei suoi confronti, quello che ci lega. Naturalmente se è una ragazza che mi piace e da cui sono attratto. Se il destinatario è un amico, o qualcun altro, le intenzioni e le regole cambiano, anche se non deve venir meno la competenza, il saper legare bene i pezzi, che ci sia un discorso armonico fra autori diversi, ci deve essere una conseguenza tematica, logica. Non ha senso mettere Billie Holiday e poi i Saints a meno che il tema della compilation non sia l’illogicità.
Ora, Alice avrebbe sicuramente apprezzato il CD, alcune canzoni le sarebbero piaciute molto e le avrebbe riascoltate a lungo, però so che non avrebbe colto fino in fondo il senso di quei pezzi, il mio messaggio in codice per lei. Non per una questione di competenza. Nel suo modo di ascoltare musica c’è la ricerca di un piacere immediato, non quella di significati nascosti. Conta il momento, l’ascolto fine a sé stesso. E l’emozione che deriva dal momento. E alla fine non mi importa. Quello che conta è che il CD le piaccia, che ci canti sopra mentre guida o mentre sta facendo i lavori di casa. Che ci siano delle canzoni che la scaldino, che la divertano o che possano emozionarla. Io continuerò a fare delle compilation con queste intenzioni.
Sfilai il CD di Damien Rice dal masterizzatore. Mi tolsi le cuffie. Tastai la tasca dei jeans. Sì, c’era ancora, l’avevo presa poco prima. Andai a sedermi sul tavolino davanti al divano. Tirai fuori dalla tasca la piccola scatola di velluto nero e la rigirai un po’ fra le mani. Alice mi guardava sorridendo. Aveva nei capelli la trasandatezza delle domeniche pomeriggio passate in casa. Le porsi la piccola scatola. Poi dissi una cosa senza senso. Dissi una cosa stupida e inattesa. Dissi una cosa che nemmeno io sapevo da dove potesse arrivare. Dissi una cosa inadeguata e pericolosa. Una cosa folle e fuori luogo. Dissi una cosa irrazionale e inspiegabile.
Dissi: “Mi vuoi sposare?”