Quantità/Come al cinema

Febbraio 11th, 2009
di aurelia bucci
Quantità io l’associo a qualcosa di troppo, di opprimente, di soffocante, qualcosa che mi schiaccia.
La prima cosa che mi viene in mente è la quantità di persone che ci sono in una sala cinematografica. Mi piace molto andare al cinema, ci vado anche due volte alla settimana, se ci sono film interessanti. Il mio posto preferito è a destra della sala, sul davanti, in terza, quarta, massimo quinta fila e verso l’esterno. Non riesco a stare nel mezzo con tutte le persone attorno, davanti, di fianco e dietro. Mi sento soffocare, stretta, chiusa, accerchiata, impedita alla fuga in caso di pericolo. Sento troppe presenze ognuna diversa, con i versi, i movimenti che fanno, gli odori e i profumi che hanno. E quando sono al mio posto raramente mi giro indietro a guardare tutte quelle persone. Guardo avanti, ne vedo poche e sto bene. Così riesco ad isolarmi e a godermi meglio il film.
Un’altra cosa che mi viene in mente pensando alla quantità è il mare. Quella massa enorme e sconfinata di acqua.
Mi attira, ma nello stesso tempo mi fa paura.
Mi piace guardarlo da lontano, quando è calmo e quando è arrabbiato, mai uguale. Mi piace sentire il suo rumore e camminarci dentro. Mi piace farmi bagnare dalle sue onde, è come se volesse giocare con me, come se mi volesse far credere che lui è buono.E mi sfida e mi attira, ma so che non mi posso fidare. Vediamo se mi bagna, o se riesco a ritirarmi in tempo prima che l’onda mi assalga.
Quando raramente mi ci immergo, non sono tranquilla, ho paura che mi venga a mancare la sabbia sotto i piedi.
Ricordo un giorno d’estate di parecchi anni fa, un uscita in mare con degli amici. Avrò avuto quindici anni. Ero con dei miei coetanei e una coppia più grande, i proprietari del grosso gommone a motore con cui eravamo usciti per una breve gita. Io non sapevo nuotare, ma non l’avevo detto a nessuno. Ci fermiamo, qualcuno vuole fare il bagno. Io non ci pensavo neanche e me ne stavo tranquilla e incosciente seduta sul bordo del gommone con le gambe a penzoloni nell’acqua, e le agitavo provocando un sacco di spruzzi.
Ero tutta bagnata, forse per gli spruzzi,. Ad un certo punto mi sento scivolare piano piano dentro l’acqua senza che potessi far niente per impedirlo. Entro nell’acqua diritta, con le braccia lungo i fianchi, il modo migliore per affondare, ma io non lo sapevo.
Ero paralizzata, non riuscivo a reagire. Ricordo quei momenti lunghissimi mentre scendevo verso il fondo con gli occhi aperti.
Vedevo intorno solo acqua, acqua che si faceva sempre più scura. Poi mi vedo risalire senza che io avessi mosso un solo muscolo. Risalgo, esco con la testa fuori dell’acqua, vedo gli altri, bevo. Continuo a bere. Riscendo giù, poi di nuovo su, non chiedo aiuto. Continuo a bere, ma non chiedo aiuto. Rischio di affogare, ma non chiedo aiuto. Vedo gli altri che mi guardano, qualcuno si accorge che sono in difficoltà, un ragazzo si butta, mi prende per un braccio e mi porta vicino al gommone. Io non reagisco, non cerco neanche di aggrapparmi a lui. Un altro sul gommone si allunga, mi prende sotto le ascelle e mi tira su.
Ricordo bene la paralisi, il terrore, la vergogna.  Ho imparato a nuotare molti anni dopo, cercando di vincere la paura dell’acqua alta. Ho imparato che se ci si mette orizzontali si sta a galla. Ho imparato che basta muovere le braccia e le gambe per non affondare. Quella massa d’acqua sotto di me, sopra di me, tutt’attorno a me, tutta quella quantità d’acqua  sembra tranquilla, ma può essere mortale. E’ come un mostro gigantesco che sta fermo, ma se vuole può inghiottirti da un momento all’altro.
Tu vai lì, ti avvicini, ti immergi, lo provochi da vicino, ci giochi, lui gioca con te, ti spinge, ti avvolge, ti accarezza, ti bagna, ti coccola, ma se vuole può prenderti e farla finita.
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Poesia/E’ vent

Febbraio 11th, 2009

di nevio semprini

Da burdël a credéva

che e’ vent e’ vnes dal pienti

ch’al muvéva al remi cme un vantaj

e andéva a voida di dri de’ bosch

s’u j éra e’ vent. E s’u j éra

a zirchéva un’enta pienta.

Adës ch’a so vëc al so

che la pienta ch’la fa partoi e’ vent

la è trop d’long da cvè.

Il vento

Da bambino credevo

che il vento venisse dagli alberi

che muovevano i rami come un ventaglio

e andavo a vedere dietro al bosco

se c’era il vento. Se c’era

cercavo un’altra pianta.

Adesso che sono vecchio, so

che la pianta che fa partire il vento

è troppo lontana da qui.

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I modi dello scrivere/Dell’ironia

Febbraio 2nd, 2009

di rainer maria rilke, Lettere ad un giovane poeta, edizioni Adelphi

Non vi lasciate dominare dall’ironia, soprattutto nei momenti di aridità. Nei fecondi, tentate di servirvene come di un mezzo in più di afferrare la vita. Usata con purezza, è anch’essa pura, e non bisogna vergognarsene; e se vi sentite troppo in confidenza con essa, se temete questa crescente confidenza, rivolgetevi allora a grandi e gravi oggetti, davanti ai quali essa si fa piccola e inerme. Cercate la profondità delle cose: fin laggiù l’ironia non scende mai – e quando sfiorate così il margine della grandezza, saggiate nello stesso tempo se questo modo di vedere nasca da una necessità del vostro essere.

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Poesia/Subway heart

Febbraio 2nd, 2009

di nevio semprini

Portava occhi disegnati sulle lenti

narici di gomma

lobi da masticare

sordidi piaceri.

La riconobbi

viso da sarto scucito e ricucito

fiocchi di rafia su capelli di saggina.

Non mi assaggia.

Ascolta con i denti parole cariate

ottura le interiezioni ovattate.

Ho sognato con le dita di toccare i suoni

della sua pelle di velluto muto.

Ho tirato la coulisse della sua felpa verde

ne uscì polvere di lana grigia.

Poi le luci rosse del treno divennero buio

e l’odore di galleria disperse la polvere di lei.

di nevio semprini

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Poesia/Nel frutteto di macerie

Febbraio 2nd, 2009

di patrizia pirina

Nel frutteto di macerie

crolli silenziosi

di futile acribia

mucchi di pietre

acquiescenti,

cantilene di tegole

svogliate.

Qui

la prima pietra

per ricominciare.

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