di angela faraoni
Avevo fame ma non volevo rovinarmi l’ appetito, mancava solo un’ ora all’ appuntamento e avrei mangiato a sbafo.
Un invito a cena tra sconosciuti poteva essere interessante. Silvia li faceva spesso di questi inviti, le piaceva fare incontrare chi conosceva. In casa sua il mangiare non mancava mai.
Lo sapevano anche i cani e i gatti.
In un’ anta della sua cucina si trovavano vari tipi di crocchette destinate a randagi o agli animali dei vicini di casa, quando si avvicinavano alla sua porta e si strofinavano contro la schiena.
Il mio frigo invece era quasi sempre vuoto, come in quel momento, non mi restava che sperare di mangiare molto e bene.
Avevo risposto con un ok via sms, quando mi era arrivato quello di Silvia alle due del pomeriggio. Cena da me, non so ancora chi viene. Ti aspetto.
Dovevo decidermi a preparami e sfilarmi di dosso il pigiama che non mi ero ancora tolta, dalla mattina. Le domeniche invernali le passavo spesso così. Quando arrivava la sera mi sentivo furba, perchè evitavo, almeno in parte, i momenti terribili che precedono l’ andare a letto d’ inverno: spogliarsi e infilarsi il pigiama alla velocità della luce .
Il pigiama può anche essere di flanella, i termosifoni possono essere rimasti accesi tutto il giorno, ma togliersi i vestiti, infilarsi il pigiama e strisciare dentro al letto prima che ridiventi
tiepido, sono momenti terribili, non c’ è niente da fare.
Anche quella domenica era passata così: pigiama sotto, pantaloni della tuta sopra, maglione di lana col collo alto sopra, maglia del pigiama sotto. Due paia di calzini che mi sarei tolta sotto le lenzuola, quando la temperatura del letto fosse ridiventata accogliente. Le vacanze di Natale mi avevano resa più pigra e svogliata del solito, anche un po’ triste senza un
vero motivo. A volte, quando sono a casa per le ferie, mi annoio.
Non avevo voglia di pensare a come vestirmi, ma andare da Silvia voleva dire anche fare questo sforzo: lei era impeccabile anche quando non era in forma, rossetto e calze colorate, dalla mattina presto alla sera tardi. Una volta mi sono chiesta se lei se le togliesse, le calze e il trucco, prima di andare a letto. Mi sono risposta che sicuramente sì, non l’ ho mai vista con lo stesso rossetto o con le calze dello stesso colore.
Per la serata ho scelto un paio di jeans che mi stavano particolarmente bene, per via delle tasche al posto giusto sul di dietro e le gambe che cascavano strette, il maglione era nuovo e rigorosamente nero. Ho preparato tutto sul letto per svestirmi e rivestirmi in fretta. I calzetti li ho tenuti addosso. Ho aggiunto dell’ ombretto agli occhi.
Alle sette e trenta dovevo essere da lei, non si poteva arrivare prima o dopo, perchè lei faceva la ramanzina, allora ho pensato di andare a piedi. In quindici minuti sarei arrivata e sarei stata puntuale. Prima di uscire ho ripensato al cartone di vino che l’ azienda mi aveva regalato per Natale, l’ho aperto, ho preso una bottiglia di Pandolfa e me la sono messa sotto braccio. Camminavo veloce per via del freddo ma i piedi mi bollivano dentro le scarpe, quando sono arrivata e ho suonato il campanello. Si è aperto il cancello e dietro la porta c’ era Silvia. Mi ha accolto con il suo solito sorriso che smbra dire – tutto è perfetto e io sono perfetta.
Nel soggiorno cucina, vicino al divanetto a due posti, c’ era suo fratello in piedi, teneva le braccia conserte strette al busto e spostava il corpo da un piede all’ altro
– Ciaaaooo, sono ravvreddato e devo avere la vebbre, – ha detto.
Ho sorriso e ho pensato, Stammi lontano, anche se un po’ di febbre al rientro dalle vacanze non guasta mai.
Fabio ha solo un anno in più di me e di sua sorella, ma chiunque li veda vicini penserebbe che sono gemelli e lo penso anch’io ogni volta che li vedo. Ogni volta devo sforzarmi per non passare lo sguardo prima su uno, poi sull’ altra ripetutamente: Silvia al maschile, Fabio al femminile, Silvia al maschile e Fabio al femminile. E’ imbarazzante perchè non sono belli e soprattutto perchè tutte e due credono di essere super femmina lei, e super maschio lui.
Hanno occhi lunghi e infossati, labbra sottili e grandissime come quelle del jolly delle carte, i capelli corti, grossi e biondi, sempre gonfi, come se avessero fatto la permanente dieci
minuti prima, la voce grossa lui, la voce acuta lei, Big Gim lui, Barbie lei.
- Uno sconosciuto che conosco! Ciao Fabio, solo felice di vederti. Dov’ è Alessandra?
- L’ ha mollato, la stronza! Non tocchiamo l’ argomento, è stata una vera stronza !– ha anticipato Silvia che era corsa a girare qualcosa sui fornelli.
Lui ha fatto sì con la testa, si è stretto un po’ di più con le braccia e ha tirato su col naso.
Ho detto – Ooh – allargando gli occhi – è difficile da credere, eravate così belli – ma poi mi sono pentita di averlo detto.
Con un entusiasmo esagerato ho tirato fuori da sotto braccio la bottiglia di vino e ho aggiunto per riparare – Ci beviamo su? – Lui ha risposto – Non bosso, ho breso un’ asbirina – e Silvia – Io noooo, non mi sento di bere stasera, solo per acqua e cibo leggero, con tutte ‘ste feste!
Stavo in mezzo alla stanza col braccio a mezz’ aria e tenevo la bottiglia sospesa, il sorriso mi si spegneva sulle labbra, ma lui guardava per terra e lei era ancora girata verso i fornelli.
Ho ripensato al pigiama di flanella rosa che mi ero strappata di dosso. Mi sono avvicinata alla tavola per appoggiare la bottiglia e ho visto che la tavola era apparecchiata per quattro.
Anche Silvia era stata mollata qualche mese prima dal suo fidanzato. Dopo un breve
periodo di lutto ( durante il quale forse anche lei stava in pigiama) aveva ricominciato a rivestirsi con le calze viola, rosso, giallo limone e rosa confetto. L’ ultima volta che l’ avevo vista, anche se forse era passato già un mese, sembrava in ottima forma. Aveva calze gialle e una gonna marrone che doveva essere calda, ma era così corta che a malapena le copriva il sedere. Il bomber era giallo come le calze. La sciarpa era bianca come un foglio di carta e faceva il giro intorno al suo collo così tante volte che sembrava un collare ortopedico.
Anche le scarpe erano bianche, lucide e piatte come quella di una ballerina, e così io, che non sono alta, quella volta ero più alta di lei di tre, quattro dita, dal momento che avevo i tacchi alti. Lei non sopportava che i suoi occhi fossero marroni, li avrebbe voluti verdi, così si ostinava a cerchiarli con una matita verde, adesso che ci penso il colore del suo ombretto era sempre lo stesso, verde, verde e verde.
- Sto bene, non trovi? – mi aveva chiesto – Avevo voglia di un pò di colore e vorrei che qualcuno mi vedesse e crepasse di invidia! – aveva riso come un puledro, agitando la
testa a destra e a manca.
Quando Silvia non era depressa, era battagliera. Avrebbe potuto distruggere chiunque si
trovasse sulla sua strada – lo diceva spesso anche se poi, quasi sempre, subito dopo aggiungeva frasi docili e senza senso, per attutire il colpo.
Il momento più duro era passato, ma la cosa strana, quella sera, era che Silvia indossava una tuta da ginnastica rosso fuoco e il rossetto era dello stesso colore, le scarpette erano bianche con i laccetti rosa, Barbie in tuta, ma in tuta da ginnastica, io Silvia non l’ avevo mai vista!
Mi chiedevo chi fosse il quarto ospite, ma escludevo che fosse qualcuno che potesse interessarle, per via della tuta. Non si sarebbe mai fatta trovare così da un uomo che poteva piacerle, al massimo solo da suo fratello e, appunto, da me.
Come se avesse letto i miei pensieri, rimanendo china sui fornelli Silvia dice – Non ha accettato nessuno l’ invito, con questo freddo bisognava avere un bel coraggio ad uscire di casa! Solo tu e Luca siete stati coraggiosi. Fra poco lo vedrai, non lo conosci ma è un bravo ragazzo.
Mentre mi sfilavo il giubbotto, il mio pensiero tornava di continuo al pigiama di flanella.
La fame mi graffiava le pareti dello stomaco e avrei voluto mettermi in bocca qualcosa, ma sulla tavola non c’ era nemmeno un pezzo di pane, un grissino o un cracker. Tovagliette di carta e quattro piatti, posate e bicchieri. Una bottiglia di acqua ancora chiusa.
Fabio continuava a guardare il pavimento e continuava a calpestarlo con la punta di un piede. Vedevo il riflesso della scarpa farsi piccolo e poi grande, sulla mattonella di ceramica bianca che sembrava la superficie di un lago ghiacciato.
Niente musica, niente televisione accesa, Silvia non parlava come faceva di solito, non parlava affatto.
- E’ morto qualcuno? – Avrei voluto sdrammatizzare, ma poi ho ripensato ad Alessandra che aveva mollato Fabio e non l’ ho detto. Mi sono seduta a tavola e ho sospirato piano per non farmi sentire.
Avevo sete, anzi mi era venuta una voglia improvvisa di bere tutto di un fiato il vino che
avevo portato e ho sperato che il quarto invitato fosse astemio.
Bussano alla porta, Fabio non si muove, cambia solo piede e Silvia lascia le padelle come se fino ad un attimo prima avesse fatto finta di cucinare, scrolla i capelli con un gesto schizzato e violento della testa e si mette in posa, prima di sfoderare il suo sorriso che sembra sempre dire – sono perfetta e la mia casa è perfetta.
– Ciaaaoooooooo – urla, e scompare, sporgendosi dietro la porta, un piede ben piantato sul pavimento e l’ altro per aria, come in un passo di valzer. Sento due baci che schioccano e l’ invitato appare nella stanza con una scatola sotto il braccio.
-E’ da mangiare – dice, porgendo la scatola alla padrona di casa. – E’ un dolcetto svizzero -
Lui e Fabio si salutano, a me stringe la mano. Io non mi alzo ma gli porgo la mia.
- Piacere- dico.
Aveva i capelli corti e sottili, indossava pantaloni classici, camicia e maglioncino. Silvia lo aiuta a sfilare il cappotto e torna ai fornelli, mentre lui si sfrega le mani come per scaldarsi, racconta di essere appena tornato dalla Svizzera, dove era stato a trovare i nonni materni.
Si parla delle vacanze natalizie che sono finite e della poca voglia che tutti hanno di tornare al lavoro. Parliamo anche del tempo e delle temperature glaciali. Eravamo d’ accordo su tutto, anche Fabio aveva detto sì, sì, più di una volta.
Silvia continuava a rimescolare dentro la padella alta ed io morivo dalla voglia di sapere cosa ci fosse, lì dentro, perchè nella stanza non si sentiva nessun odore.
Ad un certo punto Silvia dice che è pronto e anche gli altri si avvicinano al tavolo. Lei viene verso di noi, tenendo per i manici la padella, ma ad un passo dalla tavola torna verso i fornelli e dice – passatemi i piatti, li faccio da qui -
Luca passa il suo senza alzarsi, lei lo afferra e lo riempie. Il piatto torna indietro carico di fusilli con in mezzo qualcosa di verde, capisco che sono erbette. Il mio braccio e quello di Fabio sono stesi allo stesso modo, i nostri piatti sono uno vicino all’ altro, pronti per essere riempiti, lei prende quello di lui, io ritraggo il mio. Lo tengo stretto come se fosse il volante di un’ automobile e lo muovo come se dovessi girare a desta e a sinistra.
Finalmente arriva il mio turno. Il piatto torna indietro, dentro ci sono una quindicina di fusilli. Al massimo. Lo guardo, paragonandolo a quello degli altri, che già sono chini a mangiare.
Non dico niente, sorrido a Silvia che si siede davanti a me con il suo piatto visibilmente poco pieno, come il mio.
- Ce ne sono altri, se volete – aggiunge, allora non mi allarmo e inizio a mangiare.
- Io non ho fame, ho davvero mangiato trooooppo durante le feste e devo rimettermi in riga -
Aggiunge, ma nessuno le risponde.
Anch’ io avevo mangiato più del solito e mi chiedevo se Silvia pensasse che tutte le
donne dovessero mettersi in riga, compresa me.
I fusilli sono insipidi e le erbette sanno di bruciato. Per un po’ mangio senza alzare gli occhi.
Luca parla ancora del suo viaggio in Svizzera e dei suoi parenti, ma io sono distratta dai fusilli e dai miei pensieri. Pensavo a ciò che avevo mangiato e a quello che non avevo mangiato, durante le feste.
Tra un fusillo e l’ altro guardo la facciona tonda di Luca e gli occhi dietro gli occhiali, che si vedono appena per via delle luci che si riflettono sulle lenti. Ha le mani grassocce come il viso e le muove davanti al piatto mentre racconta, come un pianista davanti ad una tastiera. Muove una mano sola,in realtà, con l’ altra tiene stretta la forchetta e ogni tanto le fa fare un giro in aria.
I miei fusilli finiscono presto, chiedo se posso averne ancora. Silvia dice sì, ma non si alza, finisce i suoi, poi prende la padella e fa un secondo giro, quattro fusilli per ognuno.
Sospiro, la mia fame non si è placata. Confido in un secondo, forse è nascosto in frigo o nel forno. Mi aspetto che Silvia tiri fuori le sue prelibatezze senza avvisare, lei che prepara sempre verdure, zuppe e torte, e poi le congela per ogni evenienza.
Non c’ è niente che lasci intendere che ciò possa accadere, i fornelli sono spenti, la cucina è in ordine, l’ unica padella che è stata usata è quella dei fusilli, che ora è vuota.
Ho voglia di bere un po’ del vino che ho portato, lo apro, nessuno lo vuole, beviamo solo io e Luca. E’ corposo e profumato, mi scalda e mi viene quasi voglia di parlare, mi viene quasi
voglia di dire che ho ancora fame. Invece faccio finta di essere interessata alla vacanza di Luca.
Silvia sembra soddisfatta e dice – Apriamo il torrone Svizzero?
Non c’è nessun secondo, non c’è neppure lo stufato di verdure.
Io detesto i torroni. Il torrone non è come i nostri, spiega Luca, è come una mattonella di burro morbidissima, solo a toccarlo rimangono impresse le impronte, è scuro perchè fatto di zucchero caramellato. Silvia lo porta in tavola già scartato, la mattonella è quadrata e marrone, l’ aspetto è orribile e quando lo vedo sento lo stomaco che un po’ mi si chiude. Lo affetta, ma il coltello rimane attaccato al dolce e occorre staccarlo con
le mani.
- Delizioooosooo – dice leccandosi il medio e l’ indice. Fabio trema e avvicina alla bocca
un minuscolo pezzettino di torrone che è rimasto attaccato al coltello, lo morde come se fosse uno scoiattolo di fronte ad una nocciolina. Luca sorride soddisfatto e se ne prende un bel pezzo. Ne assaggio un po’ anch’ io. Mi si attacca al palato, ai denti e alla lingua. L’ acqua è ancora chiusa nella sua bottiglia, mi attacco al bicchiere di vino.
- Uhmmm, sì, buono – aggiungo con un po’ di vergogna, mentre svito in tappo dell’ acqua.
Silvia e Luca allungano le mani verso il piatto del dolce, lo strappano con le dita come se fosse un pezzo di pane.
Fabio con un filo di voce – Mi sendo male, devo avere la vebbre alta, vi disbiace se vado a gasa?
- Noooo fratellinoooo, ma mettiti subito a letto con un’ aspirina e vedrai che domani starai meglio. Ti telefono nel pomeriggio, così avrai il tempo di riposare.
Luca e Silvia hanno un’ espressione seria, lo guardano indossare il cappotto, Luca gli raccomanda di coprirsi uscendo, per via del freddo. Anch’ io cerco di assumere un’ aria apprensiva, ma vorrei essere al suo posto.
Saluta frettoloso – Meglio non bagiarvi, buonanotte.
Rimaniamo a guardarci, Luca mi guarda da dietro le sue lenti, io tengo la fronte appoggiata su una mano, penso al mio pigiama e penso ad una scusa per seguire Fabio.
- Vuoi ancora? – fa Luca, porgendomi il torrone. Gli rispondo di no e bevo un sorso di vino
che è rimasto nel mio bicchiere.
Silvia toglie i piatti dal tavolo. – Caffè?
- Volentieri – fa lui, io dico di sì con un gesto del capo.
- Come vi conoscete tu e Silvia?
Non avevo una gran voglia di parlare, la mia bocca era diventata un blocco solo, a causa del torrone e non riuscivo ad aprirla. Ma forse era stato il vino. Sorrido e guardo Silvia, spero mi venga in aiuto. Inizia infatti a raccontare di quando eravamo piccole, dieci anni al massimo, e passavamo i pomeriggi alla mitica e infame montagnola delle Vigne a guardare i maschi che giocavano a pallone, mentre noi e altre femmine, restavamo sedute sulle panchine a parlare di cosa poi non so. Da li a poco ci eravamo perse di vista perchè le medie le avevo fatte in un altro quartiere, e le superiori in un’ altra città, così erano passati ventidue anni, fino all’ estate scorsa, quando ci siamo di nuovo incontrate al mare. Dopo tanti anni scoprivamo di
abitare ancora vicine.
- E che lavoro fai?- Sapevo che qui Silvia non mi avrebbe aiutato, del mio lavoro non aveva mai capito niente, mi toccava staccare la lingua dal palato e fare lo sforzo di rispondere.
- Un lavoro noioso e ripetitivo, allo stesso tempo stressante, ci sono i clienti, gli agenti, gli sponsor, gli orari… – Ho cercato di essere sintetica.
- Lavora in una televisione – aggiunge Silvia, ancora più sintetica di me, muovendo la mano come se dovesse scacciare una mosca.
Mi sento stupida per avere usato tante parole, ma Luca esclama – Interessante!- e spinge il
medio contro la montatura degli occhiali, all’ altezza delle sopracciglia. Lui faceva l’ insegnante di matematica e scienze, in una media di un paese vicino a Cesena. Io ho sempre odiato la matematica e le scienze, così non avevo niente da chiedergli.
Silvia parla col suo tono da comizio – C’ è la crisi, nessuno mi chiama per i miei lavori
grafici, ma mai e poi mai, rinuncerei al mio lavoro! -
Ignoro la frase, anche se capisco che ha voluto alludere a me. Scolo il mio bicchiere, che avevo riempito un’ altra volta, alzo le sopracciglia e le spalle, come unico
gesto di replica. Silvia mi guarda con un’espressione convinta e fiera.
Lei continua – piuttosto muoio di fame, ma mai e poi mai ripiegherei su un lavoro qualunque dove la mia creatività non fosse al centro dell’ attenzione -
Vorrei andarmene e guardo fuori dalla finestra accanto a me.Vedo un gattone che guarda attraverso i vetri, seduto come una sfinge. Sembrava finto, perchè era immobile, ma la punta della coda vibrava come se fosse stata quella di un cobra.
Sorrido e apro la finestra – Entra micio, c’ è da mangiare per tutti -
- Tesoooooro! Questo è il gatto dei vicini – spiega a Luca – Lo sa che da me può seeempre entrare – Si avvicina all’ anta dell’armadietto della cucina dove nasconde le crocchette.
Il gatto salta sul tavolo inarcando la schiena, emette un miagolio strozzato dalla gola.
Con un balzo è sul pavimento ma non si avvicina alle crocchette, va diritto verso il termosifone e ci si sdraia sotto.
- Lui si che l’ ha capita! – esclama Luca, come se avesse trovato la soluzione ad una difficile
equazione algebrica.
Sorrido anch’ io finalmente, e riesco a dire – Mi sento stanca, vado a casa, grazie della cena
- Di giààààààààà? Almeno finiiitee il dolce! Non voglio avere avanzi per domani!
Il mio braccio si allunga per prendere l’ ultimo pezzo di dolce e incontro la mano di Luca che si è allungata verso il piatto nello stesso momento, per lo stesso motivo. Gli dico, Prego, prego, finiscilo pure tu. Indosso la giacca, saluto ed esco. Cammino veloce.
Ho voglia di indossare il mio pigiama di flanella.