Archivio di Marzo, 2009

Racconto/Bambole

di stefano venturini

Giorgio stava leggendo un libro quando sentì qualcuno entrare nell’appartamento di fianco al suo. Per un attimo interruppe la lettura. La voce di una bambina continuava a ripetere: “Che casa grande papà, che casa grande”. Sentì anche le voci di un uomo e di una donna.

Che qualcuno venisse ad abitare in quella casa era un miracolo, pensò. L’appartamento era rimasto vuoto per così tanto tempo che aveva perso le speranze di avere dei vicini.

Era la fine dell’estate. In soggiorno c’era una mosca che volava zigzagando nell’aria; era insopportabile quando si posava sulla pelle.

Giorgio fece una pausa, e andò in cucina a prepararsi un caffè.

Sentì l’ascensore scendere e salire, un po’ di trambusto sul pianerottolo e la bambina dire: “Ti aiuto io papà, questa dalla a me”.

Sorseggiò il caffè seduto al tavolo della cucina, poi mise la tazzina nel lavandino e tornò a leggere in soggiorno.

Faceva molto caldo per essere settembre. Spalancò la porta finestra che dava sul balcone. Viveva al terzo piano di un condominio, e sotto di lui c’era una strada piena di negozi. Fu subito raggiunto dal rumore della città.

La mosca nel frattempo si era calmata. Era ferma sulla parete e si strofinava le zampe come se aspettasse che lui tornasse.

Giorgio pensò che quello fosse il momento giusto. Sferrò un violento schiaffo con la mano destra, ma l’insetto volò via, veloce, e dopo pochi secondi tornò a posarsi nello stesso punto. Che innato senso di sopravvivenza che hanno le mosche, possono permettersi di sfidare la morte, pensò.

Questa volta trattenne il respiro, e cercò di colpirla con meno forza ma più in fretta. Assestò un colpo secco e preciso. La mosca rimbalzò e cadde sul pavimento.

Fu allora che sentì l’uomo, nell’appartamento accanto, dire: “Amore, ho portato su tutto. Non abbiamo più niente in macchina”.

Giorgio guardò per terra, raccolse la mosca e la gettò sul balcone.

Si appoggiò allo schienale della poltrona, sventolò il libro per farsi aria. Poi tornò al racconto che stava leggendo.

Ogni volta che sfogliava una pagina si girava a guardare la mosca; ad un tratto vide che l’insetto si era spostato.

Si alzò tenendo il libro in mano e uscì sul balcone. Si accovacciò per guardare meglio, ma la mosca non si mise a volare. Avvicinò il dito indice per darle due o tre colpettini da dietro, ma quella si limitò a zampettare freneticamente a destra e a sinistra.

La mosca non aveva più le ali. “Te le ho spezzate”, disse.

La prese con la punta delle dita, l’avvicinò al proprio viso e improvvisamente a Giorgio quella scena sembrò crudele. La mosca non era più in grado di difendersi e torturarla in quel modo non aveva senso, era cattivo. La lasciò cadere sul pavimento.

Non aveva più alcuna possibilità di sopravvivere.

Giorgio immaginò ogni tipo di situazione. Un ragno, una cavalletta, un passero, qualunque insetto o animale che passava di lì poteva prendersi gioco di lei. Cacciarla, ucciderla e mangiarla.

Sentiva il traffico sulla strada. Lì sotto c’era il mondo. Pensò che a nessuno di quel mondo poteva interessare la sorte di una mosca senza ali.

La vicina disse: “Quella valigia mettila sul tuo letto, tesoro, che poi la mamma ti aiuta a sistemare i vestiti”, e la bambina rispose: “Ok, mamma”.

Con un piccolo balzo la bambina comparve sul balcone, si sedette e sistemò i capelli dietro le orecchie.

In mano teneva due bambole. “Ciao Paola, come stai?”, “Bene, sono appena tornata dalla parrucchiera, ti piace il mio nuovo taglio di capelli”?, “Sì, stai molto bene”, “Grazie Lucia, ti va di venire a casa mia a prendere un tè?”. Disse proprio queste parole la bambina.

Giorgio provò molta tenerezza. La provava sempre, quando osservava un bambino. Era l’ingenuità, pensava; il senso di fragilità che certi gesti rivelano.

Guardò la bambina e le sue bambole. Non riusciva a lasciare scorrere via le parole che lei aveva pronunciato, poco prima. La bambina guardò Giorgio con la coda dell’occhio. Lui le stava sorridendo. Li separava solo una sottile grata di legno. Lei sembrò sorpresa di trovare qualcuno seduto sul pavimento del balcone; distolse subito lo sguardo, e tornò a guardare le bambole.

Giocherellò per un po’ con le loro gambe, senza alcun senso, con l’aria distratta di chi è stato interrotto. Guardò ancora Giorgio, per pochi istanti. Sembrava si vergognasse di qualcosa, si alzò e rientrò in casa, lasciando le bambole sul pavimento.

Lui disse: “Ciao”, quindi aprì il libro e proseguì nella lettura.

Quello che stava leggendo era il racconto di uno scrittore che a lui piaceva molto. La storia era piena di malinconia, ma anche d’amore. Era la storia del signor Harrold, che decide di passare un week-end in montagna per andare a pescare, e pernotta in una baita. Fuori fa freddo e nevica. Lui è solo. I suoi pensieri vanno alla moglie che è a casa. Tra le righe traspariva un forte senso di solitudine.

Giorgio era stato colpito da alcuni particolari: il signor Harrold che mette la legna nella stufa per scaldarsi le mani; il signor Harrold che durante la notte guarda fuori dalla finestra e vede le luci del ristorante che a poco a poco si spengono; il signor Harrold che rimbocca le coperte mentre fuori nevica.

Quelle immagini lo avevano colpito. Lo avevano colpito emotivamente. Anche lui e Serena, la ex moglie, erano stati in montagna, quando c’era la neve. Si ricordava di come erano imbacuccati fino al collo. Avevano scarponi, guanti, sciarpe e cuffie. Andavano spesso al bar del paese. Si slacciavano i giacconi imbottiti, facevano riposare i piedi e respirare il viso. Ordinavano qualcosa di forte, come la grappa ai mirtilli. Lui adorava la grappa ai mirtilli.

In quel locale, al caldo, passavano il pomeriggio giocando a carte, leggendo il giornale o guardando la televisione. Avevano fatto amicizia con il proprietario, che poi gli aveva raccontato la storia di quella valle.

Quando verso sera rientravano, Giorgio raccoglieva la legna ammassata sotto la piccola veranda, e come il signor Harrold accendeva la stufa, mentre Serena preparava la cena. Dopo cena si mettevano seduti davanti al fuoco, e sfregavano le mani per scaldarsi. Poi lei portava due tazze di caffè caldo e bevevano in silenzio. A Giorgio piaceva quel momento. Lui diceva: “E’ bello stare qui con te”, e lei rispondeva con un sorriso. Serena andava a letto molto presto, lui rimaneva sveglio a leggere, facendosi cullare dalla sedia a dondolo.

Una sera si era messo davanti alla finestra a guardare il paese dall’alto. C’erano poche luci accese nelle case. Nessuno per le strade. Disse tra sé: “In montagna, di notte, c’è silenzio”.

Finì di leggere il racconto e chiuse il libro. Guardò il cielo quando uno stormo di rondini passò tagliando l’aria calda e pulita. Stava bene, dopo mesi; si sentiva animato da un sentimento forte ed avvolgente.

Si girò verso l’appartamento dei vicini. Sentiva solo il rumore della televisione accesa. Guardò le bambole, distese come se stessero prendendo il sole, e gli venne voglia di fare una telefonata.

Si alzò e rientrò senza riflettere su quello che stava per fare. Lo voleva fare e basta.

Alzò la cornetta e digitò il numero. Ci furono molti squilli e finalmente qualcuno rispose. “Pronto”, disse la voce di un uomo.

Giorgio rimase in silenzio.

“Pronto, chi parla?”. Giorgio rimase ancora in silenzio e la voce dell’uomo ripeté: “Pronto”.

Un istante più tardi sentì lei che, da lontano, chiese due volte: “Chi è?”.

“Non lo so, non parla nessuno”, disse l’uomo. E lei allora disse: “Metti giù”.

L’uomo riattaccò.

Giorgio restò immobile. La cornetta , vicino al suo orecchio, faceva tu-tu-tu.

Il calore del corpo salì all’improvviso, e sentì prudere dietro la testa. Lentamente posò il telefono, ma senza riattaccare.

Entrò in bagno, e fece scendere l’acqua fredda nella vasca. La riempì fino all’orlo, si spogliò e ci si immerse dentro.

Si bagnò la testa, il viso e le spalle, poi chiuse gli occhi, trattenne il respiro, e si lasciò scivolare sul fondo. Restò così, ad ascoltare i rumori delle tubature, i passi delle persone, cercando di distinguere, tra tutti, quelli leggeri della bambina.

Sentì delle voci, confuse. Sentì la vicina domandare: “Avete voglia di un po’ di pastasciutta per cena?”.

Ripensò al racconto che stava leggendo, alla mosca, alle bambole e alle parole della bambina.

Aprì gli occhi e vide, attraverso lo schermo formato dall’acqua, il soffitto; fece uscire dalla bocca delle bollicine, e riemerse con un profondo respiro.

Uscì dalla vasca e si asciugò. Aveva i brividi e la pelle d’oca.

Non si vestì. Si limitò a pettinare i capelli all’indietro.

Prese una sigaretta dai pantaloni, e l’accese guardandosi allo specchio.

Camminò nudo per la casa, lasciando un’impronta per ogni mattonella; in camera da letto, in cucina, e in soggiorno.

Tirò fuori una bottiglia di scotch e un bicchiere.

Prese il libro, strappò il racconto del signor Harrold, e lo appallottolò.

Uscì sul balcone e si sedette. La mosca era ancora lì.

Coprì l’insetto con le pagine strappate, ci versò sopra dello scotch, e avvicinò la punta della sigaretta per dare fuoco.

Non riuscì più a vedere la mosca, confusa tra i pezzettini di carta bruciata.

Si girò versò la veranda dei vicini e guardò per un attimo le bambole.

Si versò tutto lo scotch nel bicchiere, e bevve.

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Marzo 31, 2009 Pubblicato in: Racconti   Leggi Tutto

Racconto/La casa

di silvia mantovani

La casa è vecchia. Due linee verticali, un tetto a triangolo, un camino con la cima coperta dal nido di un uccello di montagna; la facciata è interrotta da una porta e quattro finestre, due in basso e due in alto. La donna è in piedi, di fronte alla casa. Al primo piano la porta che si apre sul terrazzino è stata murata.

Scuri di legno verde penzolano da cardini arrugginiti. Squame di legno verde formano mucchietti sotto i davanzali di pietra. Solo una finestra, a sinistra, ha ancora le persiane chiuse e colorate di verde. Da quella parte, oltre la casa, inizia un bosco di abeti.

La porta è socchiusa, trattenuta da un catenaccio stretto da due lucchetti.

Di fronte alla casa i resti di un giardino: cespugli di rose inselvatichite, alti quasi quanto alberi, aiuole diventate cespugli e, tra l’erba ingiallita e indurita, si intravvedono piastrelle rosse che conducono dal cancello alla casa.

“E’ una vecchia casa di montagna”, le aveva detto il vecchio prima di morire. “Appartiene alla mia famiglia”.

Il viso pallido e grinzoso era ravvivato da macchie di vitiligine. Quando l’uomo aveva smesso di parlare e si era girato verso la finestra, Maria aveva pensato che fosse morto. Teneva gli occhi chiusi. Li riaprì e fece scivolare il braccio fuori dal lenzuolo su cui era stampato il marchio dell’ospedale. Nella mano teneva strette due chiavi. “Le prenda”, disse “Non ho figli o nipoti o altro”.

“Le prenda lei”, disse ancora. Le pupille lucide erano in parte nascoste dalle palpebre che formavano due lune rovesciate. Stirò la bocca in un sorriso.

Il braccio sottile ricoperto dalla pelle molle si stendeva come un bastone tra lei e la faccia dell’uomo, come il ferro che congiunge le ruote di un treno. Le chiavi dondolavano di fronte al viso della donna. Maria le prese. Lo fece in modo naturale, come se fossero sue, come se il vecchio gliele stesse restituendo. Le prese e si alzò dalla sedia che lui mise vicino al tavolo di fronte alla finestra, dove l’aveva trovata quando era entrata con la bottiglia della flebo in mano. Era stato lui a chiederle di sedersi, aveva fatto un cenno con la mano verso la sedia. Maria aveva pensato che fosse per il giornale. La donna lo teneva ancora in mano. Il vecchio le chiese di tornare dopo, per leggerlo. L’infermiera rispose con un movimento della testa che probabilmente il vecchio non era riuscito a vedere. Lasciò il giornale sul tavolo e uscì dalla stanza. Si allontanò di qualche passo poi si girò e, attraverso la porta ancora aperta, lo osservò. Era immobile, con la testa appoggiata sul cuscino, rivolta verso il soffitto. Forse sorrideva, ma non ne era sicura.

Nella stanzetta ancora semibuia, Maria appese la cuffia e il camice ad uno dei ganci dell’attaccapanni. Prese la borsa dall’armadietto e infilò il cappotto. Si ricordò delle chiavi che teneva ancora strette nella mano, quando, infilando la manica, caddero per terra. In quei minuti, dopo essere uscita dalla stanza, aveva pensato solo al sorriso del vecchio. Non aveva chiesto niente quando l’uomo le aveva dato le chiavi e aveva pronunciato quelle poche parole. Era stato come se a parlarle non fosse stato un uomo vecchio e solo, che voleva essere sicuro di lasciare a qualcuno l’unica cosa che gli era rimasta. Era stato come se le avesse sorriso Gesù. Il sorriso dell’uomo, con la bocca chiusa, leggero, le aveva ricordato l’unica immagine che aveva di Gesù . Probabilmente coincideva con quella che aveva visto sulla copertina di uno di quei libri che si regalano per la prima comunione o per la cresima.

Le chiavi erano due, una piccola e una grande. C’era anche una targhetta di plastica con un indirizzo. Fece scivolare le dita lungo il profilo seghettato di una delle due chiavi, ripeté lo stesso gesto diverse volte.

Il vecchio si chiamava Primo. Lo aveva letto sulla cartella clinica. Da quando lo aveva visto le era apparso strano. Il suo corpo era magro e stretto. Aveva avuto l’impressione che la sua magrezza fosse un modo per non disturbare: teneva anche le braccia e le gambe strette e dritte, come quando si incontra una persona lungo un corridoio o come un soldato sull’attenti. Era ricoverato da dieci giorni. Stava meglio, ma il medico che lo seguiva aveva preferito non dimetterlo, e lui non l’aveva chiesto. Maria si era accorta di lui per caso. Passando davanti alla camera, nell’orario delle visite, il vecchio era sempre solo, non c’erano amici o parenti. Anzi qualcuno ne approfittava per sedersi sul suo letto, come se lui non ci fosse. Il corpo del vecchio occupava solo il centro del materasso, lasciava intorno una zona intatta che, quando le sedie libere finivano, attirava l’attenzione di chi era rimasto in piedi.

Osservava le persone che entravano muovendo gli occhi lentamente, come quelli di un camaleonte fermo su un ramo; quando la stanza era vuota li richiudeva. La figlia adolescente del suo vicino di letto si era lamentata. “Quell’uomo mi guarda”, aveva detto al padre. Il vecchio in effetti fissava con curiosità la collana della ragazza, grosse sfere nere e lucide con una bambolina rosa che pendeva sulla cintura dei pantaloni. Anche la donna delle pulizie si era lamentata. “Dal vecchio guardone non ci vado più”, aveva detto un giorno uscendo dalla stanza sbattendo lo spazzolone più volte per terra. Il vecchio la guardava passare lo straccio sul pavimento, da dietro; la linea tonda del sedere formava il disegno di una zucca. A lui piacevano le zucche, aveva detto a Maria quando gli aveva chiesto spiegazioni. C’erano state molte lamentele.

“E’ un uomo solo”, lo aveva difeso Maria con la caposala.

“Non siamo un centro sociale”, aveva risposto la donna.

“Infatti.” Maria se n’era andata sbattendo la porta che si era riaperta. Il telefono aveva cominciato a suonare. La caposala non aveva risposto, guardava ancora la porta aperta. La caposala era una donna minuscola e si muoveva velocemente da una stanza all’altra. Controllava la regolazione della flebo, la temperatura sul termometro, e soprattutto non voleva fiori nelle stanze. Aveva fatto attaccare un cartello su ogni porta, i fiori di fuori, grazie, la caposala. Portano germi, diceva, se le chiedevano spiegazioni.

Il giorno in cui era stato ricoverato faceva freddo. Le foglie ingiallite avevano formato un tappeto scivoloso ai piedi della panchina su cu si era seduto, nell’unico punto illuminato dal sole. Viveva in un appartamento assegnatogli dal Comune, in un quartiere di case popolari abitato soprattutto da pensionati e giovani coppie.“Si ricordi che non è sua”, aveva detto l’impiegato dell’ufficio, un uomo vestito di bianco, grasso e sudato, mentre gli faceva firmare il modulo per l’assegnazione. Si ricordi che non è sua. Aveva vissuto così. Ricordandosi che non era sua. Trascorreva la maggior parte del tempo fuori casa.

Quel giorno era uscito per una passeggiata. Nonostante la casa si trovasse proprio di fronte al parco e il sentiero che lo percorreva arrivasse fino al centro della città, il vecchio preferiva camminare lungo la strada, di fianco alle macchine e i cartelloni pubblicitari e ogni tanto si fermava per leggerli. Si riposava, tra un cartellone e l’altro, sedendosi sulle panchine rivolte verso il parco dove guardava giocare i cani e i bambini.

“Si sente bene?”, aveva chiesto un uomo che indossava un cappuccio e che si era fermato proprio di fronte al vecchio. L’uomo teneva per mano una bambina con un paraorecchi di pelliccia bianca. Il vecchio non aveva risposto. Si teneva stretto il braccio sinistro, come se avesse paura di perderlo. L’uomo con il cappuccio aveva chiamato un’autoambulanza e se n’era andato. La bambina si era girata per guardare il vecchio. “Non si guardano le persone anziane”, aveva detto l’uomo con il cappuccio.

Il comodino del vecchio era vuoto. Non c’erano biscotti, bottigliette d’acqua, fazzoletti da naso, orologi, giornali, arance. Anche il cassetto era vuoto. Quando era arrivato, aveva appeso il suo vestito di panno blu e la camicia bianca nell’armadietto che gli aveva indicato l’infermiera, una ragazza con un caschetto nero e un leggero strabismo. Gli aveva anche detto di mettersi il pigiama. Non si era accorta che il vecchio non aveva una valigia, e neppure un sacchetto con le sue cose. Non aveva niente, solo il vestito blu e la camicia bianca. Se l’era tolto ed era rimasto in canottiera e mutande vicino all’armadietto.

“Si deve mettere il pigiama, quello è il suo letto”, gli aveva detto la ragazza con il caschetto rientrando nella stanza con un termometro in mano. Poi, quando l’aveva visto andare verso il letto in canottiera e mutande, era uscita e tornata con un pigiama di colore beige con piccoli aeroplanini disegnati sopra. Lo aiutò ad infilarlo e se ne andò di nuovo sbuffando.

Nessuno era venuto a parlare con il primario delle condizioni di salute dell’uomo. E neppure lui aveva chiesto niente.

“Non ha parenti?”, gli aveva chiesto un giorno la caposala, incuriosita dal fatto che nessuno fosse ancora andato a trovarlo.

“Ancora no”, aveva risposto lui.

“Cosa vuol dire ancora no? I parenti o si hanno o non si hanno”. Gli aveva detto la donna, mentre gli occhi dell’uomo erano fissi sulle mani con le unghie rosse che si muovevano veloci intorno alla flebo.

“Vuol dire che la verranno a trovare nei prossimi giorni?”, insistette la donna con tono più materno, nella speranza di avere una risposta più completa.

“Sì”, rispose il vecchio.

La caposala l’aveva guardato. Aveva l’impressione che quel sì non c’entrasse niente con la sua domanda e che il vecchio fosse un po’ strano e che forse non stesse ancora bene dopo l’infarto. Decise che avrebbe parlato con il primario del reparto.

“Ho chiamato a casa sua”, disse la caposala al telefono. “Non risponde nessuno, penso che chiamerò i carabinieri. “ Ci fu una pausa “Bisogna informare qualcuno delle sue condizioni.”, disse ancora. Ci fu un’altra pausa. “Va bene professore”, disse poi e riattaccò. La stanza era piccola, con le pareti bianche. Dalle fessure delle veneziane filtrava la luce opaca del pomeriggio. Sul tavolo, di fianco al telefono, un vaso di ciclamini.

Maria era rimasta di fianco alla scrivania per tutta la telefonata. Era curiosa di sapere che cosa ne sarebbe stato del vecchio. “Ha detto di aspettare,” le disse la caposala delusa. “Aspettiamo che si riprenda. Nel frattempo, forse, qualcuno si farò vivo.” La donna le parlava e intanto guardava i ciclamini. “Hanno bisogno di un po’ d’acqua”, disse.

L’uomo aveva chiesto a Maria di leggergli il giornale. Era successo un giorno mentre Maria preparava la macchina per l’elettrocardiogramma. Gli altri due letti erano vuoti, i pazienti erano stati dimessi la mattina. La donna sentiva gli occhi del vecchio seguire i suoi movimenti, lungo le braccia e le mani.

Maria aveva dita lunghe e rosa, le unghie corte, per lavorare meglio. Il vecchio la osservava muoversi intorno al letto, sistemargli la coperta, sistemare il ciuffo di capelli biondo uscito dalla cuffia.

“Scusi”, le aveva detto all’improvviso.

“Dica”. Aveva risposto lei senza fermarsi.

“Mi può leggere il giornale?”.

La donna aveva aggrottato la fronte. “Ora non posso, non vede che sto lavorando?”. Aveva risposto in modo brusco. Stava per finire il turno, il ciuffo di capelli continuava a uscirle dalla cuffia e i piedi le facevano male. Poi si pentì e disse che sarebbe venuta più tardi, dopo il turno, se per lui andava bene.

“Sì, grazie”, aveva risposto l’uomo scoprendo una fila di denti bianchi e gialli.

Il vecchio si era addormentato.

Nessuna infermiera l’aveva mai fatto, lei non l’aveva mai fatto, tenere compagnia ad un paziente. Non rientrava tra i suoi compiti. Era stata una delle prime cose che aveva imparato in ospedale. “Non siamo come a casa”, aveva detto la caposala a Maria e alle altre ragazze del corso il primo giorno di tirocinio “in ospedale curiamo non teniamo compagnia. A quello ci pensano i parenti”.

Il vecchio però non aveva parenti. Non erano ancora arrivati e nessuno sapeva se sarebbero mai arrivati. Per questo Maria aveva accettato di leggergli il giornale.

Mentre sistemava le pagine del quotidiano che aveva trovato nella sala d’aspetto, l’uomo la osservava. Alla fine della giornata, il rossetto sulla bocca era scomparso, era rimasto solo il contorno della matita rossa.

“Cosa vuole che le legga?”, gli aveva chiesto.

“Tutto, grazie”, aveva risposto.

Maria non pensava che il vecchio dicesse sul serio. Ci sarebbe voluta più di un’ora per leggerlo tutto. Pensò che fosse una battuta. Una volta finite le notizie locali si alzò per andarsene. Di fronte all’espressione delusa dell’uomo si sedette e riprese a leggere.

“Io ho una casa”, le aveva detto un giorno all’improvviso, interrompendo la lettura del giornale. Era la terza volta quella settimana che Maria si fermava dopo il turno per leggere il giornale al vecchio. Era stanca, desiderava solo farsi una doccia calda e godersi il tepore umido del suo accappatoio rosa.

“Ah, si, bene”, aveva risposto senza interesse. Poi aveva ricominciato a leggere, voleva finire in fretta.

“E’ in montagna”, l’aveva interrotta ancora. “E’ mia, sa?”.

La donna piegò il giornale e lo lasciò sul letto, di fianco al vecchio che, nel frattempo, si era sollevato con la schiena e aveva cominciato a gesticolare. Muoveva le dita sottili nell’aria come se fossero rametti esposti al vento. Il movimento era debole ma preciso. “C’è anche il giardino. Adesso i fiori non ci saranno ma c’è un sentiero di mattonelle rosse”, raccontava con entusiasmo. Maria lo ascoltava. Aveva l’impressione che il vecchio la volesse convincere di qualcosa. Si ricordò della doccia e dell’accappatoio e lo salutò.

Mentre guidava pensava al disegno che avevano formato le dita dell’uomo, il tetto, la porta, le finestre. Assomigliava al disegno di un bambino.

*

Si alzò dalla panca. Si ricordò che non aveva ancora letto il giornale al vecchio. L’avrebbe fatto e gli avrebbe anche restituito le chiavi. Pensò ai suoi denti gialli, agli aeroplanini sul pigiama e al suo braccio, steso di fronte a lei, imponente nonostante la sua fragilità. Quando entrò nella stanza trovò l’uomo steso su un fianco, girato verso la finestra, da dove entrava la luce di mezzogiorno.

Si avvicinò per sentirgli il polso. Dormiva. Controllò che il liquido nella flebo scendesse regolare e se ne andò. Sarebbe tornata il giorno dopo.

Infilò la chiave nel primo lucchetto che si aprì di scatto. Il secondo invece fece più resistenza, ma alla fine si aprì. La porta era dura, le ante si erano dilatate per l’umidità. La donna spinse con una spalla contro una delle due ante che strisciò fastidiosamente sul pavimento.

La invase un’aria umida e maleodorante. Puzzava di marcio e di escrementi di topo. Si chiuse il cappotto che aveva aperto di fronte al primo sole di primavera. Nonostante fosse giorno e alcune finestre fossero rotte, la stanza era semibuia.

La porta sul retro era sbarrata da un bastone di ferro.

Al centro del soggiorno, un tavolo ricoperto da un telo di plastica e circondato da sedie disposte in modo ordinato occupava la stanza. Attraverso l’apertura di un vano si intravedeva un lavandino grigio.

Di fronte al camino, un divano di velluto rosso.

Tutti i mobili erano ricoperti da teli di plastica trasparente, fermati da nastro adesivo. La polvere aveva creato uno strato grigio e untuoso.

Una scala, di fianco alla porta, saliva al piano superiore, dove un corridoio percorreva la lunghezza della casa. Due stanze da letto e un bagno. Anche i letti erano ricoperti da teli di plastica. In bagno, come in cucina, il bianco era diventato grigio.

Entrò in una delle camere, tolse la plastica e si distese sul materasso. Non era stanca per il viaggio. Era abituata alla stanchezza. Era più che altro una pesantezza, una tensione. Forse paura. Infilò i piedi scalzi sotto il cappotto. Di fuori, il rumore monotono di un’anta mossa dal vento la fece addormentare.

Il vecchio era morto il giorno dopo che le aveva dato le chiavi. Era successo durante il turno di Giulia, l’infermiera con il caschetto. Giulia non le aveva detto niente. Non si conoscevano bene. Maria aveva trovato il letto vuoto.

Era uscita dallo stanzino con il camice e le chiavi in mano ed era andata dal vecchio. Il letto vuoto le aveva provocato una sensazione di calore dalle braccia fino al collo. Aveva provato a fermare Giulia ma lei aveva detto che non aveva tempo, che aveva un’urgenza e se poteva chiamarla più tardi. Maria aveva pensato che non avesse nulla da dirle. Quando la chiamò, più tardi, le rispose con affanno che il vecchio era morto nel pomeriggio, che no non aveva detto niente e che non era stato trovato nessun parente, poi aveva riagganciato perché stava guidando.

Maria si pentì di non avere insistito, di non averle spiegato. Avrebbe dovuto raccontarle delle chiavi, della casa, forse si sarebbe ricordata di qualche particolare in più, di qualche parola.

La richiamò ma il cellulare era staccato.

Quando si svegliò era pomeriggio. Da una delle fessure delle persiane vedeva il sole scendere. Si alzò e andò a prendere la valigia che aveva lasciato davanti alla porta ancora aperta. Guardò il camino pulito e si accorse di avere freddo. Nel giardino, vicino al bosco, aveva visto della legna accatastata. Andò a prenderne un po’. Diede fuoco alla legna usando dei fogli di carta e l’accendino che teneva dentro un pacchetto di sigarette. In attesa che il fuoco scaldasse la casa, si accese una sigaretta e uscì in giardino. Sul retro si stendeva un campo di terra. Lo percorse fino in fondo, dove si allungava in discesa per qualche decina di metri. Dietro uno steccato fatto con rami e corda trovò un piccolo cimitero. Quattro croci di pietra grigia erano disposte in fila, una di fianco all’altra. Si avvicinò sprofondando nell’erba verde punteggiata dai primi fiori. Le croci non avevano nomi. La sigaretta era finita. Tornò in casa.

Si sedette al tavolo, nel centro della stanza e guardò, fuori dalla finestra, il campo con in fondo il cimitero.

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Marzo 16, 2009 Pubblicato in: Racconti   Leggi Tutto

Racconto/A cena da sconosciuti

di angela faraoni

Avevo fame ma non volevo rovinarmi l’ appetito, mancava solo un’ ora all’ appuntamento e avrei mangiato a sbafo.

Un invito a cena tra sconosciuti poteva essere interessante. Silvia li faceva spesso di questi inviti, le piaceva fare incontrare chi conosceva. In casa sua il mangiare non mancava mai.

Lo sapevano anche i cani e i gatti.

In un’ anta della sua cucina si trovavano vari tipi di crocchette destinate a randagi o agli animali dei vicini di casa, quando si avvicinavano alla sua porta e si strofinavano contro la schiena.

Il mio frigo invece era quasi sempre vuoto, come in quel momento, non mi restava che sperare di mangiare molto e bene.

Avevo risposto con un ok via sms, quando mi era arrivato quello di Silvia alle due del pomeriggio. Cena da me, non so ancora chi viene. Ti aspetto.

Dovevo decidermi a preparami e sfilarmi di dosso il pigiama che non mi ero ancora tolta, dalla mattina. Le domeniche invernali le passavo spesso così. Quando arrivava la sera mi sentivo furba, perchè evitavo, almeno in parte, i momenti terribili che precedono l’ andare a letto d’ inverno: spogliarsi e infilarsi il pigiama alla velocità della luce .

Il pigiama può anche essere di flanella, i termosifoni possono essere rimasti accesi tutto il giorno, ma togliersi i vestiti, infilarsi il pigiama e strisciare dentro al letto prima che ridiventi

tiepido, sono momenti terribili, non c’ è niente da fare.

Anche quella domenica era passata così: pigiama sotto, pantaloni della tuta sopra, maglione di lana col collo alto sopra, maglia del pigiama sotto. Due paia di calzini che mi sarei tolta sotto le lenzuola, quando la temperatura del letto fosse ridiventata accogliente. Le vacanze di Natale mi avevano resa più pigra e svogliata del solito, anche un po’ triste senza un

vero motivo. A volte, quando sono a casa per le ferie, mi annoio.

Non avevo voglia di pensare a come vestirmi, ma andare da Silvia voleva dire anche fare questo sforzo: lei era impeccabile anche quando non era in forma, rossetto e calze colorate, dalla mattina presto alla sera tardi. Una volta mi sono chiesta se lei se le togliesse, le calze e il trucco, prima di andare a letto. Mi sono risposta che sicuramente sì, non l’ ho mai vista con lo stesso rossetto o con le calze dello stesso colore.

Per la serata ho scelto un paio di jeans che mi stavano particolarmente bene, per via delle tasche al posto giusto sul di dietro e le gambe che cascavano strette, il maglione era nuovo e rigorosamente nero. Ho preparato tutto sul letto per svestirmi e rivestirmi in fretta. I calzetti li ho tenuti addosso. Ho aggiunto dell’ ombretto agli occhi.

Alle sette e trenta dovevo essere da lei, non si poteva arrivare prima o dopo, perchè lei faceva la ramanzina, allora ho pensato di andare a piedi. In quindici minuti sarei arrivata e sarei stata puntuale. Prima di uscire ho ripensato al cartone di vino che l’ azienda mi aveva regalato per Natale, l’ho aperto, ho preso una bottiglia di Pandolfa e me la sono messa sotto braccio. Camminavo veloce per via del freddo ma i piedi mi bollivano dentro le scarpe, quando sono arrivata e ho suonato il campanello. Si è aperto il cancello e dietro la porta c’ era Silvia. Mi ha accolto con il suo solito sorriso che smbra dire – tutto è perfetto e io sono perfetta.

Nel soggiorno cucina, vicino al divanetto a due posti, c’ era suo fratello in piedi, teneva le braccia conserte strette al busto e spostava il corpo da un piede all’ altro

– Ciaaaooo, sono ravvreddato e devo avere la vebbre, – ha detto.

Ho sorriso e ho pensato, Stammi lontano, anche se un po’ di febbre al rientro dalle vacanze non guasta mai.

Fabio ha solo un anno in più di me e di sua sorella, ma chiunque li veda vicini penserebbe che sono gemelli e lo penso anch’io ogni volta che li vedo. Ogni volta devo sforzarmi per non passare lo sguardo prima su uno, poi sull’ altra ripetutamente: Silvia al maschile, Fabio al femminile, Silvia al maschile e Fabio al femminile. E’ imbarazzante perchè non sono belli e soprattutto perchè tutte e due credono di essere super femmina lei, e super maschio lui.

Hanno occhi lunghi e infossati, labbra sottili e grandissime come quelle del jolly delle carte, i capelli corti, grossi e biondi, sempre gonfi, come se avessero fatto la permanente dieci

minuti prima, la voce grossa lui, la voce acuta lei, Big Gim lui, Barbie lei.

- Uno sconosciuto che conosco! Ciao Fabio, solo felice di vederti. Dov’ è Alessandra?

- L’ ha mollato, la stronza! Non tocchiamo l’ argomento, è stata una vera stronza !– ha anticipato Silvia che era corsa a girare qualcosa sui fornelli.

Lui ha fatto sì con la testa, si è stretto un po’ di più con le braccia e ha tirato su col naso.

Ho detto – Ooh – allargando gli occhi – è difficile da credere, eravate così belli – ma poi mi sono pentita di averlo detto.

Con un entusiasmo esagerato ho tirato fuori da sotto braccio la bottiglia di vino e ho aggiunto per riparare – Ci beviamo su? – Lui ha risposto – Non bosso, ho breso un’ asbirina – e Silvia – Io noooo, non mi sento di bere stasera, solo per acqua e cibo leggero, con tutte ‘ste feste!

Stavo in mezzo alla stanza col braccio a mezz’ aria e tenevo la bottiglia sospesa, il sorriso mi si spegneva sulle labbra, ma lui guardava per terra e lei era ancora girata verso i fornelli.

Ho ripensato al pigiama di flanella rosa che mi ero strappata di dosso. Mi sono avvicinata alla tavola per appoggiare la bottiglia e ho visto che la tavola era apparecchiata per quattro.

Anche Silvia era stata mollata qualche mese prima dal suo fidanzato. Dopo un breve

periodo di lutto ( durante il quale forse anche lei stava in pigiama) aveva ricominciato a rivestirsi con le calze viola, rosso, giallo limone e rosa confetto. L’ ultima volta che l’ avevo vista, anche se forse era passato già un mese, sembrava in ottima forma. Aveva calze gialle e una gonna marrone che doveva essere calda, ma era così corta che a malapena le copriva il sedere. Il bomber era giallo come le calze. La sciarpa era bianca come un foglio di carta e faceva il giro intorno al suo collo così tante volte che sembrava un collare ortopedico.

Anche le scarpe erano bianche, lucide e piatte come quella di una ballerina, e così io, che non sono alta, quella volta ero più alta di lei di tre, quattro dita, dal momento che avevo i tacchi alti. Lei non sopportava che i suoi occhi fossero marroni, li avrebbe voluti verdi, così si ostinava a cerchiarli con una matita verde, adesso che ci penso il colore del suo ombretto era sempre lo stesso, verde, verde e verde.

- Sto bene, non trovi? – mi aveva chiesto – Avevo voglia di un pò di colore e vorrei che qualcuno mi vedesse e crepasse di invidia! – aveva riso come un puledro, agitando la

testa a destra e a manca.

Quando Silvia non era depressa, era battagliera. Avrebbe potuto distruggere chiunque si

trovasse sulla sua strada – lo diceva spesso anche se poi, quasi sempre, subito dopo aggiungeva frasi docili e senza senso, per attutire il colpo.

Il momento più duro era passato, ma la cosa strana, quella sera, era che Silvia indossava una tuta da ginnastica rosso fuoco e il rossetto era dello stesso colore, le scarpette erano bianche con i laccetti rosa, Barbie in tuta, ma in tuta da ginnastica, io Silvia non l’ avevo mai vista!

Mi chiedevo chi fosse il quarto ospite, ma escludevo che fosse qualcuno che potesse interessarle, per via della tuta. Non si sarebbe mai fatta trovare così da un uomo che poteva piacerle, al massimo solo da suo fratello e, appunto, da me.

Come se avesse letto i miei pensieri, rimanendo china sui fornelli Silvia dice – Non ha accettato nessuno l’ invito, con questo freddo bisognava avere un bel coraggio ad uscire di casa! Solo tu e Luca siete stati coraggiosi. Fra poco lo vedrai, non lo conosci ma è un bravo ragazzo.

Mentre mi sfilavo il giubbotto, il mio pensiero tornava di continuo al pigiama di flanella.

La fame mi graffiava le pareti dello stomaco e avrei voluto mettermi in bocca qualcosa, ma sulla tavola non c’ era nemmeno un pezzo di pane, un grissino o un cracker. Tovagliette di carta e quattro piatti, posate e bicchieri. Una bottiglia di acqua ancora chiusa.

Fabio continuava a guardare il pavimento e continuava a calpestarlo con la punta di un piede. Vedevo il riflesso della scarpa farsi piccolo e poi grande, sulla mattonella di ceramica bianca che sembrava la superficie di un lago ghiacciato.

Niente musica, niente televisione accesa, Silvia non parlava come faceva di solito, non parlava affatto.

- E’ morto qualcuno? – Avrei voluto sdrammatizzare, ma poi ho ripensato ad Alessandra che aveva mollato Fabio e non l’ ho detto. Mi sono seduta a tavola e ho sospirato piano per non farmi sentire.

Avevo sete, anzi mi era venuta una voglia improvvisa di bere tutto di un fiato il vino che

avevo portato e ho sperato che il quarto invitato fosse astemio.

Bussano alla porta, Fabio non si muove, cambia solo piede e Silvia lascia le padelle come se fino ad un attimo prima avesse fatto finta di cucinare, scrolla i capelli con un gesto schizzato e violento della testa e si mette in posa, prima di sfoderare il suo sorriso che sembra sempre dire – sono perfetta e la mia casa è perfetta.

– Ciaaaoooooooo – urla, e scompare, sporgendosi dietro la porta, un piede ben piantato sul pavimento e l’ altro per aria, come in un passo di valzer. Sento due baci che schioccano e l’ invitato appare nella stanza con una scatola sotto il braccio.

-E’ da mangiare – dice, porgendo la scatola alla padrona di casa. – E’ un dolcetto svizzero -

Lui e Fabio si salutano, a me stringe la mano. Io non mi alzo ma gli porgo la mia.

- Piacere- dico.

Aveva i capelli corti e sottili, indossava pantaloni classici, camicia e maglioncino. Silvia lo aiuta a sfilare il cappotto e torna ai fornelli, mentre lui si sfrega le mani come per scaldarsi, racconta di essere appena tornato dalla Svizzera, dove era stato a trovare i nonni materni.

Si parla delle vacanze natalizie che sono finite e della poca voglia che tutti hanno di tornare al lavoro. Parliamo anche del tempo e delle temperature glaciali. Eravamo d’ accordo su tutto, anche Fabio aveva detto sì, sì, più di una volta.

Silvia continuava a rimescolare dentro la padella alta ed io morivo dalla voglia di sapere cosa ci fosse, lì dentro, perchè nella stanza non si sentiva nessun odore.

Ad un certo punto Silvia dice che è pronto e anche gli altri si avvicinano al tavolo. Lei viene verso di noi, tenendo per i manici la padella, ma ad un passo dalla tavola torna verso i fornelli e dice – passatemi i piatti, li faccio da qui -

Luca passa il suo senza alzarsi, lei lo afferra e lo riempie. Il piatto torna indietro carico di fusilli con in mezzo qualcosa di verde, capisco che sono erbette. Il mio braccio e quello di Fabio sono stesi allo stesso modo, i nostri piatti sono uno vicino all’ altro, pronti per essere riempiti, lei prende quello di lui, io ritraggo il mio. Lo tengo stretto come se fosse il volante di un’ automobile e lo muovo come se dovessi girare a desta e a sinistra.

Finalmente arriva il mio turno. Il piatto torna indietro, dentro ci sono una quindicina di fusilli. Al massimo. Lo guardo, paragonandolo a quello degli altri, che già sono chini a mangiare.

Non dico niente, sorrido a Silvia che si siede davanti a me con il suo piatto visibilmente poco pieno, come il mio.

- Ce ne sono altri, se volete – aggiunge, allora non mi allarmo e inizio a mangiare.

- Io non ho fame, ho davvero mangiato trooooppo durante le feste e devo rimettermi in riga -

Aggiunge, ma nessuno le risponde.

Anch’ io avevo mangiato più del solito e mi chiedevo se Silvia pensasse che tutte le

donne dovessero mettersi in riga, compresa me.

I fusilli sono insipidi e le erbette sanno di bruciato. Per un po’ mangio senza alzare gli occhi.

Luca parla ancora del suo viaggio in Svizzera e dei suoi parenti, ma io sono distratta dai fusilli e dai miei pensieri. Pensavo a ciò che avevo mangiato e a quello che non avevo mangiato, durante le feste.

Tra un fusillo e l’ altro guardo la facciona tonda di Luca e gli occhi dietro gli occhiali, che si vedono appena per via delle luci che si riflettono sulle lenti. Ha le mani grassocce come il viso e le muove davanti al piatto mentre racconta, come un pianista davanti ad una tastiera. Muove una mano sola,in realtà, con l’ altra tiene stretta la forchetta e ogni tanto le fa fare un giro in aria.

I miei fusilli finiscono presto, chiedo se posso averne ancora. Silvia dice sì, ma non si alza, finisce i suoi, poi prende la padella e fa un secondo giro, quattro fusilli per ognuno.

Sospiro, la mia fame non si è placata. Confido in un secondo, forse è nascosto in frigo o nel forno. Mi aspetto che Silvia tiri fuori le sue prelibatezze senza avvisare, lei che prepara sempre verdure, zuppe e torte, e poi le congela per ogni evenienza.

Non c’ è niente che lasci intendere che ciò possa accadere, i fornelli sono spenti, la cucina è in ordine, l’ unica padella che è stata usata è quella dei fusilli, che ora è vuota.

Ho voglia di bere un po’ del vino che ho portato, lo apro, nessuno lo vuole, beviamo solo io e Luca. E’ corposo e profumato, mi scalda e mi viene quasi voglia di parlare, mi viene quasi

voglia di dire che ho ancora fame. Invece faccio finta di essere interessata alla vacanza di Luca.

Silvia sembra soddisfatta e dice – Apriamo il torrone Svizzero?

Non c’è nessun secondo, non c’è neppure lo stufato di verdure.

Io detesto i torroni. Il torrone non è come i nostri, spiega Luca, è come una mattonella di burro morbidissima, solo a toccarlo rimangono impresse le impronte, è scuro perchè fatto di zucchero caramellato. Silvia lo porta in tavola già scartato, la mattonella è quadrata e marrone, l’ aspetto è orribile e quando lo vedo sento lo stomaco che un po’ mi si chiude. Lo affetta, ma il coltello rimane attaccato al dolce e occorre staccarlo con

le mani.

- Delizioooosooo – dice leccandosi il medio e l’ indice. Fabio trema e avvicina alla bocca

un minuscolo pezzettino di torrone che è rimasto attaccato al coltello, lo morde come se fosse uno scoiattolo di fronte ad una nocciolina. Luca sorride soddisfatto e se ne prende un bel pezzo. Ne assaggio un po’ anch’ io. Mi si attacca al palato, ai denti e alla lingua. L’ acqua è ancora chiusa nella sua bottiglia, mi attacco al bicchiere di vino.

- Uhmmm, sì, buono – aggiungo con un po’ di vergogna, mentre svito in tappo dell’ acqua.

Silvia e Luca allungano le mani verso il piatto del dolce, lo strappano con le dita come se fosse un pezzo di pane.

Fabio con un filo di voce – Mi sendo male, devo avere la vebbre alta, vi disbiace se vado a gasa?

- Noooo fratellinoooo, ma mettiti subito a letto con un’ aspirina e vedrai che domani starai meglio. Ti telefono nel pomeriggio, così avrai il tempo di riposare.

Luca e Silvia hanno un’ espressione seria, lo guardano indossare il cappotto, Luca gli raccomanda di coprirsi uscendo, per via del freddo. Anch’ io cerco di assumere un’ aria apprensiva, ma vorrei essere al suo posto.

Saluta frettoloso – Meglio non bagiarvi, buonanotte.

Rimaniamo a guardarci, Luca mi guarda da dietro le sue lenti, io tengo la fronte appoggiata su una mano, penso al mio pigiama e penso ad una scusa per seguire Fabio.

- Vuoi ancora? – fa Luca, porgendomi il torrone. Gli rispondo di no e bevo un sorso di vino

che è rimasto nel mio bicchiere.

Silvia toglie i piatti dal tavolo. – Caffè?

- Volentieri – fa lui, io dico di sì con un gesto del capo.

- Come vi conoscete tu e Silvia?

Non avevo una gran voglia di parlare, la mia bocca era diventata un blocco solo, a causa del torrone e non riuscivo ad aprirla. Ma forse era stato il vino. Sorrido e guardo Silvia, spero mi venga in aiuto. Inizia infatti a raccontare di quando eravamo piccole, dieci anni al massimo, e passavamo i pomeriggi alla mitica e infame montagnola delle Vigne a guardare i maschi che giocavano a pallone, mentre noi e altre femmine, restavamo sedute sulle panchine a parlare di cosa poi non so. Da li a poco ci eravamo perse di vista perchè le medie le avevo fatte in un altro quartiere, e le superiori in un’ altra città, così erano passati ventidue anni, fino all’ estate scorsa, quando ci siamo di nuovo incontrate al mare. Dopo tanti anni scoprivamo di

abitare ancora vicine.

- E che lavoro fai?- Sapevo che qui Silvia non mi avrebbe aiutato, del mio lavoro non aveva mai capito niente, mi toccava staccare la lingua dal palato e fare lo sforzo di rispondere.

- Un lavoro noioso e ripetitivo, allo stesso tempo stressante, ci sono i clienti, gli agenti, gli sponsor, gli orari… – Ho cercato di essere sintetica.

- Lavora in una televisione – aggiunge Silvia, ancora più sintetica di me, muovendo la mano come se dovesse scacciare una mosca.

Mi sento stupida per avere usato tante parole, ma Luca esclama – Interessante!- e spinge il

medio contro la montatura degli occhiali, all’ altezza delle sopracciglia. Lui faceva l’ insegnante di matematica e scienze, in una media di un paese vicino a Cesena. Io ho sempre odiato la matematica e le scienze, così non avevo niente da chiedergli.

Silvia parla col suo tono da comizio – C’ è la crisi, nessuno mi chiama per i miei lavori

grafici, ma mai e poi mai, rinuncerei al mio lavoro! -

Ignoro la frase, anche se capisco che ha voluto alludere a me. Scolo il mio bicchiere, che avevo riempito un’ altra volta, alzo le sopracciglia e le spalle, come unico

gesto di replica. Silvia mi guarda con un’espressione convinta e fiera.

Lei continua – piuttosto muoio di fame, ma mai e poi mai ripiegherei su un lavoro qualunque dove la mia creatività non fosse al centro dell’ attenzione -

Vorrei andarmene e guardo fuori dalla finestra accanto a me.Vedo un gattone che guarda attraverso i vetri, seduto come una sfinge. Sembrava finto, perchè era immobile, ma la punta della coda vibrava come se fosse stata quella di un cobra.

Sorrido e apro la finestra – Entra micio, c’ è da mangiare per tutti -

- Tesoooooro! Questo è il gatto dei vicini – spiega a Luca – Lo sa che da me può seeempre entrare – Si avvicina all’ anta dell’armadietto della cucina dove nasconde le crocchette.

Il gatto salta sul tavolo inarcando la schiena, emette un miagolio strozzato dalla gola.

Con un balzo è sul pavimento ma non si avvicina alle crocchette, va diritto verso il termosifone e ci si sdraia sotto.

- Lui si che l’ ha capita! – esclama Luca, come se avesse trovato la soluzione ad una difficile

equazione algebrica.

Sorrido anch’ io finalmente, e riesco a dire – Mi sento stanca, vado a casa, grazie della cena

- Di giààààààààà? Almeno finiiitee il dolce! Non voglio avere avanzi per domani!

Il mio braccio si allunga per prendere l’ ultimo pezzo di dolce e incontro la mano di Luca che si è allungata verso il piatto nello stesso momento, per lo stesso motivo. Gli dico, Prego, prego, finiscilo pure tu. Indosso la giacca, saluto ed esco. Cammino veloce.

Ho voglia di indossare il mio pigiama di flanella.

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Marzo 12, 2009 Pubblicato in: Racconti   Leggi Tutto

PensieriSpettinati/Siamo seri…

di marco lumini

mi inserisco anch’io nel dibattito, anche se arrivo sempre un po’ in ritardo…

Silvia ha sollevato una questione fondante dello scrivere, almeno per noi che frequentiamo il Laboratorio di scrittura permanente. Il tema riguarda il valore del racconto che si forma, del work in progress.

Ora, sulla questione devo dire che ho concordato con quello che aveva detto Paolo nell’ultimo incontro e cioè di presentare un racconto in qualche modo completo, che abbia una sua struttura, un suo messaggio se lo vuole avere, un racconto, insomma, per certi versi “finito”. Questa “finitezza” (chissà se il termine è giusto?) non significa che però il racconto diventa intoccabile e inattaccabile. Il racconto può presentare spunti che lo possono arricchire, ci possono essere parti capaci di aprire nuove possibilità, altre che invece non servono, che vanno tagliate, smussate, altre ancora che non sono funzionali. Perché il racconto a volte diventa un meccanismo, togliendo a questo termine la sua natura inumana, le sue parti devono incastrarsi e dare vita a qualcosa che è di più della somma di queste.

In tutto questo, credo che Paolo volesse spingere tutti verso un atteggiamento più serio nei confronti della scrittura e in qualche modo più “impegnato”. Credo che a volte non basti dire “…volevo dire un’altra cosa…. devo finire….mancano delle parti…” Credo che tutti noi siamo arrivati ad un livello che ci deve rendere consapevoli che queste sono scuse. Poi, è chiaro che delle volte il racconto su cui lavoriamo non è finito, che sappiamo che è da sviluppare, da arricchire, da migliorare, però credo anche che nel momento in cui lo presentiamo dobbiamo cercare di renderlo più completo possibile. Le parole che diciamo dopo per giustificarci valgono fino a un certo punto.

Silvia, e mi rivolgo direttamente a te, io ammiro molto quello che scrivi e il modo in cui lo scrivi. Trovo che hai delle idee molto valide e gli spunti delle tue storie non sono mai banali. A volte mi chiedo dove vai a pescare i soggetti delle tue storie. Me lo chiedo perché io sembro sempre impantanato a raccontare le solite storie di crisi di coppie e il tema a volte diventa pesante e ripetitivo. Comunque, al di là di questo, penso che alcuni tuoi racconti, e quello del vecchio e l’infermiera in particolare, siano in grado di aprire un ventaglio larghissimo di possibilità. Claudio e Paolo vogliono, secondo me, invitarti a riflettere su questo ventaglio, sulla possibilità di esplorare gli spazi che apri nella tua narrazione.

Poi sono d’accordo con te che ogni volta che rimetti mano ad un racconto che ritenevi già finito il tuo approccio sia diverso, che le sensazioni cambino, che le emozioni siano mutate. Ogni volta che accendiamo il computer per scrivere siamo diversi dal giorno prima, gli umori cambiano, qualche esperienza in più, anche futile, ci ha resi diversi da quelli di ieri, magari impercettibilmente, ma è così. Se mi metto a fare una classifica dei miei dischi preferiti quelli che metto oggi forse sono diversi da quelli che potrei mettere domani. Magari 7 o 8 sono gli stessi, ma 2 o 3 sono diversi.

E sì, ci sono le versioni originali, le prime stesure che hanno valore, certo, a volte ci possono piacere di più di un’edizione definitiva, ma se l’autore ci ha lavorato ancora significa che cercava qualcos’altro rispetto alla prima versione (Si potrebbe anche aprire una parentesi su che peso abbia l’intervento di un editore su tutto questo, ma allargherebbe molto il fuoco della discussione). Per tornare ad un parallelo con la musica esistono le versioni demo delle canzoni, dove l’artista canta e magari si accompagna solo con una chitarra acustica. A volte sono affascinanti queste versioni, a volte migliori di brani che possono risultare troppo tronfi e debordanti di suoni ed arrangiamenti, però altre volte la produzione che va rivestire la versione demo è davvero quella giusta, quella che funziona, quella che fa fare al brano il salto di qualità.

Il tuo non era un racconto incompleto, semplicemente può portare tanto altro ancora, e allora perché no?! Perché non lavorarci ancora e vedere dove ti porta? Sì, magari eri partita con un’idea e adesso questa ti sta sfuggendo a favore di altre, e con questo? Se queste nuove idee comunque ti emozionano e le senti giuste per il racconto, allora vanno seguite. Il corpo del racconto è quello, cambiano i vestiti magari, ma sei sempre tu che decidi quali fargli indossare.

Il nostro lavoro al laboratorio comprende anche il cercare di essere più completi nel raccontare una storia, più netti. Poi, analizzati i testi, lavorarci ancora per ripulirli, per renderli più chiari, per far sì che le nostre intenzioni e i nostri messaggi emergano in maniera sicura. Non trovo sia un problema presentare più volte lo stesso racconto se su questo c’è un radicale lavoro di scrittura e riscrittura. Credo che Claudio quest’anno voglia spingerci sull’allargamento della nostra narrazione, aprire più porte, quando questo è possibile.

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Marzo 7, 2009 Pubblicato in: Pensieri spettinati   Leggi Tutto

PensieriSpettinati/Un racconto provvisorio è un dono scartocciato

di paolo vachino

Io adoro l’approccio di Silvia Mantovani con il suo mestiere di scrivere: lieve e carezzevole quanto feroce e furente…… così ostinatamente attenta a tutti gli spunti, i suggerimenti, le riflessioni……

la mia risposta era pro-vocatoria, per convocarti – Silvia -  al confronto……

pensa alle tue poesie: ne hai forse scritta qualcuna a tratti?…. forse si, forse no, ma di certo le hai sempre sottoposte al gruppo del Laboratorio di Poesia quando ritenevi fossero ultimate……..

perché il racconto ti richiede tempi diversi?

vorrei solo dirti questo: scrivere è un dono che si porge al prossimo, al lettore….

immagina di dovere fare dei regali al tuo fidanzato: ti fai scorgere prima di impacchettarli?…. No, scegli cosa regalare e poi confezioni il pacchetto, lo porgi e attendi una reazione…

perché non entri nello stesso ordine di idee quando scrivi un racconto?

esauriscilo e donalo: solo così scopri se è gradito, se è sufficiente,oppure se risulta misero e austero…….

comprendo bene la gestazione di una storia da raccontare: il mio è soltanto un invito a porgere a
qualcuno qualcosa di compiuto….. solo così comprendi limiti e potenzialità del tuo narrare…..

ti invito a fare esattamente quello che facciamo tutti i giorni parlando con le persone: proviamo a dare un senso del nostro dire, invochiamo un ascolto, tentiamo l’esaurienza verbale……

scrivere è prendersi del tempo: come direbbe Erri De Luca: il tempo salvato dal quotidiano incedere del vivere; come leggere, è vivere il tempo della pace; perché non si legge in mezzo ai
conflitti…

io faccio così: non procaccio lusinghe di lettura, non accenno, non abbozzo: compio il senso del mio dire…

purtroppo il nostro dire, il nostro raccontare, il nostro scrivere,  sta svaporando sempre più in fretta, come bolle di sapone dopo il soffio alitante del bambino in cerca di fantasmagoria…..

quella breve orbita saponosa che si inscia nell’aria come un pianeta trasparentemente intriso di sogni è la durata ultima del nostro poetare: ogni bolla è una parte di noi che non si ripeterà…..

perché indugiare in ulteriori frammentazioni…

soffiare, soffiare forte, soffiare sempre più forte….fino a quando la bolla non si stacca dal
soffio ed entra negli occhi di si incometa…..

rifletti e fletti solo quando sei convinta da uno stimolo, quale il mio voleva essere……

altrimenti persisti e assisti con forza il tuo destino, ahimè segnato di scrittrice……


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Marzo 7, 2009 Pubblicato in: Pensieri spettinati   Leggi Tutto

PensieriSpettinati/Il confine della vergogna

di claudio castellani

Volevo anticipare alcune riflessioni per il prossimo Laboratorio di Scrittura Permanente.

All’inizio dell’anno avevamo stabilito alcune parole chiave su cui riflettere. Una di questa era Confine.

E’ una parola che non vorrei affrontare frontalmente. Vorrei entrarci da una porta laterale. Cioè attraverso la Vergogna.

Parto da questa idea: Una persona che non ha nulla di cui vergognarsi -nella vita- è una persona che non ha vissuto- che non vive.

Credo sia un buon punto da cui partire.

Cosa è la vergogna? Si potrebbe dire: ci vergogniamo quando emettiamo un verdetto su di noi. Ci osserviamo con gli occhi degli altri. Giudichiamo noi stessi, comunque. Come se nella vergogna ci fosse uno sdoppiamento. Dunque anche la vergogna è un elemento relazionale e culturale. Ci giudichiamo come gli altri ci giudicherebbero -o come pensiamo che ci giudicherebbero (Cristo diceva: non giudicate, perchè da come voi giudicate di voi sarà giudicato).

Credo che nella vergogna ci sia un tira e molla tra la persona -tra l’individuo e la collettività- tra soggettività e pluralità.

Compiamo qualcosa di vergognoso quando ci permettiamo -per un coraggio che poi magari ci rimangiamo-per sbadataggine -per confusione ecc- di violare i codici collettivi di pensiero e di comportamento.

Nella vergogna mi piace vedere il cammino verso un confine: il bisogno di attraversare le colonne d’Ercole -o il tentare di attraversarle- la tentazione di- Ci permettiamo di peccare. O ci sorprendiamo a peccare -peccare se non ricordo male etimologicamente vuol dire mancare il bersaglio. Ci permettiamo -sia pure a volte non consapevolmente- di trasgredire. Ci permettiamo di essere criminali, ladri, maniaci sessuali ed esibizionisti, ubriaconi, vandali, idioti, maleducati, teppisti, spocchiosi e ignoranti.

La vergogna è l’umano vaso di Pandora . Ed è un vaso, secondo me, collocato appunto sulla linea di confine che divide la società civile dalla società incivile. Il mondo e il non-mondo. Il mondo, come quello di Ulisse-dove si mangia il pane e si venerano gli dei- e il mondo di Polifemo dove non si mangia il pane e non si venerano gli dei.

Vi è ovviamente qualcosa di contradditorio, nella Vergogna. Superiamo la linea di confine, ma poi ce ne torniamo indietro-ci vergogniamo, appunto. Andare avanti -continuare ad andare avanti- significa lasciarci il mondo alle spalle-distaccarci dal mondo- qualunque esso sia e comunque lo giudichiamo.

L’ammirazione-in fondo- il rispetto segreto che proviamo nei confronti di compie qualcosa di estremo -uccide- o uccide più volte e divora le carni delle vittime- chi decide di diventare un clochard-o un ubriacone cronico (so che ci sarebbe molto da discutere su questo ‘Chi decide’, ma per ora lasciamo perdere, non è questo il punto) -la grandezza del male-voglio dire- il rispetto -o il silenzio che ci coglie di fronte alla grandezza del male- nasce dalla segreta ammirazione che proviamo nei confronti di chi ha deciso- ha avuto il coraggio di trasgredire e di trasgredire stabilmente-di non tornare indietro- di mettersi di traverso al mondo senza provare vergogna.

Il maledetto -ma in fondo anche l’alpinista, anche chi discende in batiscafo a 10 km sotto il livello del mare- è colui che sperimenta le possibilità dell’essere.

La vergogna in genere è il nostro esplorare transitoriamente- occasionalmente- le possibilità dell’essere.

Chi si vergogna trasgredisce -entra nel territorio del diavolo e poi subito torna sui propri passi. Il criminale incallito è chi non torna indietro- non si vergogna. Segretamente lo ammiriamo perchè non è da tutti possedere la forza di non vergognarsi. Ci sono dei mafiosi che -arrestati- si mostrano a viso aperto davanti alle telecamere ma ce ne sono molti che nascondono il viso.

Andiamo di là e poi torniamo indietro. Compiamo un’unica-sporadica azione trasgressiva- vergogna è un unico passo nel territorio del diavolo. Abbiamo solo allentato-e solo per un attimo- i nostri legami col mondo.

Avere la forza di non vergognarsi è avere la forza di essere soli- di non temere la solitudine.

Penso che scrivere in fondo è proprio avere il coraggio della solitudine. Avere il coraggio di andare a pescare nel torbido. Non vi è qualcosa di estremo e di radicale nello scrittore? Non vi è qualcosa di vergognoso, nel lavoro dello scrittore, come in quello dell’attore e in quello dell’artista in generale?

Goethe diceva che lo scrittore è un individuo che si alza un mattino e decide di sputtanarsi in pubblico. Si sputtana perchè mostra in pubblico le proprie vergogne-i propri gesti sbagliati- i gesti reietti-li potremmo definire. oppure perchè indaga l’altrui gesto reietto. ma è logico che per potere fare questo deve saper vedere e capire -vedere dentro di sè ciò che lo rende -lo potrebbe rendere un reietto. deve indagare-conoscere- il territorio del diavolo-deve sapersi mescolare alla sozzura- cercarla e indagarla negli altri e dentro di sè.

Questo crea vergogna? C’è una vergogna dello e nello scrivere? Credo di sì. Zola ha gridato con tutto il proprio fiato che Teresa Raquin -per cui era stato accusato di sconcezza e immoralità- era un’indagine medica- scientifica. Si è protetto con il mantello della scienza. si è giustificato e nella giustificazione vi è già il seme e forse qualcosa di più della vergogna.

Ma un punto su cui vorrei attirare la vostra attenzione è che nella scrittura lo scrittore si autolegittima al possesso di un passaporto che gli consente di circolare in tutti i territori dell’umano- anche quando essi vengono definiti i territori del diavolo.

Senza questa radicalità non c’è-non ci può essere scrittura- perchè non ci può essere conoscenza. La scrittura -la vera letteratura- non può essere perbenista.

C’è una frase di Marguerite Duras che mi pare riassuma bene queste cose: “Bisognerebbe -notate il condizionale! La cautela del condizionale!- aprire all’empio, al proibito, affinchè l’ignoto delle cose entri e si mostri.”

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Marzo 7, 2009 Pubblicato in: Pensieri spettinati   Leggi Tutto

PensieriSpettinati/Racconti provvisori

di silvia mantovani

Mi frulla da giorni lo stesso pensiero in merito al discorso che si faceva la volta scorsa al Laboratorio Permanente di Scrittura. Si tratta, per ora, di una convinzione che va contro il pensiero di Paolo Vachino. Ovvero:

Credo nel racconto che si forma in progressione. Penso che ogni volta che porto un racconto che penso di non sapere dove vada a parare in realtà pari già da qualche parte, esiste già la sua struttura, esiste già la casa con il tetto e tutto il resto. Perchè esiste il racconto del momento in cui l’ho scritto, esiste il racconto che riflette lo stato d’animo in cui l’ho scritto.

Non so se si può parlare veramente di fasi successive di scrittura di un racconto, oppure di tanti racconti successivi, ognuno di essi compiuti, rispetto al momento in cui li ho scritti.

Altrimenti, perchè si andrebbero a cercare le prime versioni dei romanzi, delle poesie?

Perchè sono realtà effettive, racconti veri del momento in cui sono stati scritti.

Perchè ci dicono cosa in quel momento lo scrittore voleva dire.

Non esistono d’altronde più versioni dei Promessi sposi? Molto diverse tra loro. Manzoni non sapeva bene qual era il suo messaggio originario? Non valgono niente le prime versioni?

Dopo, è ovvio,vi annoierete magari a rileggere lo stesso racconto, in una nuova versione.

Oppure l’opposto, vedere ogni volta il racconto come un nuovo racconto.

lo dico perchè ieri ho lavorato ad un mio racconto e mi sono resa conto di come siano diverse le sensazioni e i pensieri oggi.

Di come basti veramente poco, un tocco, per cambiare il discorso

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Marzo 7, 2009 Pubblicato in: Pensieri spettinati   Leggi Tutto

Poesia/Meridiana per notti sole

di nevio semprini

Sedie sedute addosso all’ingresso una sull’altra,
una, solitaria, sorregge ossa grasse di uomo:
la fronte s’appoggia sul palmo e
scivola giù sul lampione annegato nella fòrmica blù.

Occhi di vetro opaco incontrano,
tra vetrine di bar e riflessi di neon,
l’uomo d’intatti sogni e sbriciolate notti
nell’attesa dell’attimo.

L’attimo esatto che sorprende l’uomo distratto:
quando l’asta disegna un’ombra immobile
sul quadrante della meridiana, nell’istante indefinito
d’ogni notte nel quale l’ora è giusta.

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Marzo 7, 2009 Pubblicato in: Poesia   Leggi Tutto