Archive for Aprile, 2009

Racconto/Un amore

 

di valeria salvi

La mia classe è la quarta elementare, siamo 20 bambini di campagna, ignoranti, figli di genitori ignoranti e spesso analfabeti, non siamo bene educati, ma una buona dose di timidezza ci tiene a freno e la bacchetta di legno flessibile della maestra fa il resto.

Velia Rinaldi è la nostra maestra: corporatura bassa e grassoccia, viso largo, occhi neri piccoli e distanziati, nasino a patata , bocca larga con labbra sottili, ha collo corto guarnito da un rotolino di grasso sotto il mento, la bianchissima e mani grasse che si gira e sfrega spesso riscaldandole con lo scaldino di terra cotta pieno baci che si porta da casa.

La Rinaldi è una brava donna che fa lezione urlando spesso e usando spesso la sua bacchetta flessibile sui nostri geloni.

Le lezioni si tengono in un’aula fredda:l’unica fonte di riscaldamento è una stufa di terra cotta

rossa a tre piani, più che calore emette fumo, alle 8,30 si entra in classe, uno di noi è incaricato di andare a prendere la legna ed accenderla il che avviene dopo mezz’ora di tentativi. Si va avanti così fino alla primavera quando l’aria mite fa sì che noi la smettiamo di soffiarci sulle mani e la maestra di portarsi dietro lo scaldino .

In primavera , una volta alla settimana, andiamo su una collinetta seminata a lupini ed erba medica per una lezione di agraria; non ci viene impartita alcuna lezione, la maestra si riposa e noi ci scateniamo, sembriamo scarafaggi con il nostro grembiule nero e come scarafaggi corriamo in tutte

le direzioni.

Nel cielo chiaro passano rade nuvole, un vento leggero porta ore di erba e terra umida. Maschi e femmine si dividono in due gruppi, non andiamo molto d’accordo, spesso i maschi fanno scherzi pesanti e le liti sono frequenti.

Ora I maschi hanno trovato un nuovo gioco: il terreno umido è ottimo per fare palle da tirare alle femmine; mi sento arrivare un colpo fra le scapole, mi giro inviperita pronta a difendermi, vedo Pino che ride e sta preparando un’altra palla, lo guardo, mi sembra di vederlo per la prima volta, il sole lo illumina: è un ragazzino alto e magro dall’aspetto fragile e dai grossi denti, mi colpiscono gli occhi chiari fra il grigio ed il verde che risplendono sotto il ciuffo ispido dei capelli, sembra che una lampada gli arda dentro, irradiando allegria. Lo stomaco da un sussulto, io non protesto e rido. Credo di essermi innamorata di lui in quel momento, e pensare che l’avevo sempre preso in giro per la sua balbuzie.

Questo sentimento mi ha accompagnato fino all’età adulta, ma non l’ho mai svelato fino ad un certo giorno, ma questa è un’altra storia.

 

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Aprile 30, 2009 Pubblicato in: Racconti   Leggi Tutto

Racconto/Un biglietto

di marco lumini

Sono in macchina. Lui sta guidando. Ogni tanto si gira verso di me e mi sorride. Non so dove stiamo andando. E’ una giornata di sole. Vedo delle colline. Gli alberi ondeggiano, tira vento. Lui allunga una mano sulla mia gamba. Gliela prendo e la stringo fra le mie.

Delle voci lontane mi risvegliarono. All’inizio non capivo. Allungai la mano verso il comodino e cercai di leggere l’ora nella debole luce che filtrava dagli spiragli delle persiane. Non ci riuscii. Allora accesi la luce della lampada. Le otto. Era sabato. Ormai ero sveglia. Mi sedetti sul bordo del letto, i piedi nudi appoggiati sul tappeto di corda. Iniziai a distinguere le voci, venivano dalla televisione. Sfregai le mani sul viso. Sì, era la televisione. Lui era di là, non l’avevo sentito alzarsi, ma era di là, in soggiorno. Cominciai a ricordare la serata precedente, gli urli. Lui che girava per le stanze come un animale in gabbia. Io che dicevo che ero stanca, che non ne potevo più. Sentii riafforare l’amarezza e la rabbia che erano state offuscate dal sonno.

Aprii la porta, camminai scalza sul pavimento freddo. Il volume aumentò. Lui era seduto al tavolo del salotto, quello su cui ceniamo con gli amici o dove facciamo tardi a giocare a carte. Sul tavolo c’era una tazza da thè da cui si alzava ancora del fumo. Stava armeggiando con un foglio e una penna. In televisione passava un’edizione mattutina di un telegiornale. Mi appoggiai allo stipite della porta.

“Cosa stai facendo?”, gli chiesi.

Lui alzò la testa con ostentata lentezza. Mi guardò come se non si aspettasse di vedermi lì, come se la mia presenza fosse una sorpresa. “Non volevo svegliarti”, disse.

“La TV.” Feci un cenno col mento verso la televisione.

Guardò anche lui in quella direzione, come se anche la televisione accesa fosse una sorpresa.

“Giusto”, disse. “Scusa, non volevo.”

Poi la vidi. Non me ne ero accorta subito. La sua borsa nera, quella che usa per i viaggi brevi, era sul pavimento accanto al divano.

“Cos’è quella? Cosa stai facendo?” Il mio tono era agitato. Mi sentivo a disagio, non mi andava di discutere mentre ero ancora in pigiama. Provai una sensazione di freddo, mi strinsi nelle braccia.

Lui si staccò dal tavolo e si appoggiò allo schienale della sedia. Teneva le braccia protese come se volesse calmarmi, come un invito a non perdere la testa. Lo trovai irritante. Mi avvicinai alla borsa e la spostai con un piede, per valutarne il peso.

“Mi dici cosa stai facendo, per favore?!”. Una ciocca di capelli mi era finita sul viso, la spostai con un gesto brusco. Lui rigirava la penna tra le dita e fissava un punto sul tavolo.

“Lo sai cosa sto facendo”, disse con un tono freddo. Alzò lo sguardo verso di me. Per qualche ragione venni colta da una fatica improvvisa, sentivo le gambe svuotate di ogni energia. Mi sedetti sul bracciolo del divano. Continuava a guardarmi e a giocherellare con la penna.

“Te ne vuoi andare? Lasciare tutto?”

“Lasciare tutto”, ripeté con un filo di voce. “Cosa abbiamo adesso? Cosa è rimasto?” Rimase in silenzio senza smettere di guardarmi, poi disse: “Lo sapevi già che sarebbe andata così. Lo sai che è la cosa giusta da fare.”

“Come fai a dire una cosa del genere? Non ti vergogni?” Sentii il disprezzo crescere in me.

“Sara, ti sei accorta di quello che ci sta succedendo, di quello che facciamo? Litighiamo in continuazione. Solo questo.”

Ripensai alla sera prima. Era ritornato a casa poco prima delle otto. Io ero in cucina a preparare la cena. Gli chiesi se aveva fatto tardi al lavoro e lui mi rispose che si era fermato al bar di Alex con Andrea e Simone. Lo disse senza spiegazioni, senza aggiungere altro. Lo trovai irritante. Trovai indisponente il fatto che si fosse preso la libertà di fermarsi a prendere l’aperitivo con i suoi amici senza dire nulla, senza fare nemmeno una telefonata.

“Potevi almeno avvisare, sono le otto”, gli avevo detto.

“Ceniamo sempre dopo le otto”, aveva risposto lui, scocciato.

“E poi sono io che preparo la cena.” Lo dissi in modo molto acido.

“Non esagerare, per favore. Anche a te capita di far tardi e a me di preparare da mangiare.”

“Sì, ma io faccio tardi al lavoro o per fare la spesa, non perché mi fermo a bere al bar con gli amici.”

“Stai scherzando? Davvero vuoi rompere per una birra con i ragazzi?”

Il suo tono e quella sua aria di superiorità erano insopportabili. Mi guardava come se mi considerasse un’idiota. Odiavo quella sua stupida e adolescenziale presunzione.

“Mi infastidisce il tuo modo di fare”, dissi seccamente. “Sembra che non te ne freghi niente. Non hai rispetto.”

“Non è così,” sembrò giustificarsi. “Basta con queste storie. Sono stufo di queste scenate.”

Mi girai verso i fornelli e appoggiai le mani sul piano della cucina. Urlai. Un urlo breve e dolente. Avrei potuto prendere un piatto o una padella e scagliarla a terra o contro una parete, ma non lo feci. Urlai. Poi rimasi ferma, ancora appoggiata al piano e le mie braccia tremavano. Lui se ne stava alle mie spalle, in silenzio. Non si avvicinò, non disse niente.

Seduta sul bracciolo del divano lo guardavo rigirarsi quella penna tra le dita. “Tu stai scappando.” Lo dissi senza un filo di compassione.

Fece un profondo respiro. “Solo una settimana fà eri stata tu a dirmi che me ne dovevo andare.”

“Tu stai scappando.”

Si mordeva le labbra. “Non ho voglia di discutere anche questa mattina, non ci riesco. Non facciamo altro. Ti sembra possibile? Non è giusto per noi, per quello che siamo e per quello che eravamo.”

“Parli già al passato. Hai già deciso tutto, sai quello che vuoi e quello che io devo accettare. Devo stare in silenzio a guardarti andare via. Non devo disturbare.”

“Vedi cosa sta succedendo? Non siamo più in grado di parlare senza rancore. Ci attacchiamo, ci offendiamo.” Appoggiò i gomiti sul tavolo si prese la testa fra le mani, come se si stesse riposando dopo uno sforzo.

“E’ per questo che te ne vai? Secondo te non siamo più capaci di parlare?” Sentivo crescere in me una frustrazione rabbiosa.

Lui rialzò la testa. Era pallido, sembrava che non avesse dormito.

“Non è solo questo. Qualcosa si è rotto e andare avanti così non ha senso. Continuiamo a girarci intorno senza prendere decisioni.”

“Cosa stai dicendo? Di quali decisioni parli? Tu hai già preso una decisione, ed è quella borsa che hai preparato in silenzio, mentre io dormivo. Senza fare rumore, senza dire niente.”

Incrociò le braccia sul petto e aggrottò le sopracciglia come a cercare una maggiore concentrazione. Volevo che mi parlasse, che mi dicesse cosa gli stava passando per la testa, che mi dicesse cosa ci stava succedendo.

“Perché te ne vuoi andare?” Quando glielo chiesi la mia voce aveva inspiegabilmente perduto ogni asprezza.

Lui volse nuovamente lo sguardo verso di me. “E’ la cosa giusta da fare. Non possiamo fingere e non voglio che continuiamo a distruggerci, giorno dopo giorno. Ci stiamo consumando lentamente. Troviamo tutto irritante, tutto sbagliato. Sono stanco, lo siamo entrambi.”

“E vuoi abbandonare tutto senza nemmeno provarci? Senza combattere? Non significa niente il tempo che abbiamo passato insieme?”

“Non è così, e lo sai.” La sua voce aveva preso un tono greve. “Non sono uno che scappa di fronte alle prime difficoltà. Ci ho pensato a lungo, mi sono fatto un sacco di domande. A un certo punto bisogna prendere una decisione e questa decisione costa, non è qualcosa che faccio con leggerezza. Credo che alla fine si debba essere onesti e chiari.” Le ultime parole erano cariche di amarezza. Sembrava stesse cercando la misura giusta per pronunciare quello che restava da dire.

“Sara”, riprese, “non avrei mai voluto che le cose andassero a finire in questo modo.” Poi si interruppe. Sembrava avesse altro da dire, ma non proseguì. Forse erano solo le stesse parole che giravano e non aveva più senso cercare di dare loro nuove forme.

Lo guardavo stordita. Avevo solo il pigiama addosso e avevo freddo anche se non era poi così freddo, in realtà. Chi era quello lì davanti a me? Non lo riconoscevo. Chi era? Da dove veniva? Di cosa stava parlando? Mi stava lasciando. Cercava di trovare le parole giuste per farlo, cercava inutilmente un modo per non ferirmi. Finiva tutto e non c’erano colpe, solo vittime. Nessun delitto per cui scontare una pena, solo la nuda consapevolezza di non potere restare insieme. Tutto finiva. Stava abbandonando la nostra casa. In realtà la casa era mia, era la casa che i miei genitori mi avevano lasciato quando avevano deciso di trasferirsi in quella di campagna. L’avevano pazientemente ristrutturata negli anni. Li avevo visti litigare così tante volte che da bambina pensavo non facessero altro. Invece avevano costruito una vita insieme, una famiglia e addirittura un’altra casa. Una casa nuova, un prolungamento della loro esistenza, un segno del loro passaggio.

Avevo creduto di essere migliore. Avevo pensato che non avrei commesso i loro errori. Invece loro si erano dimostrati più forti. Con le loro discussioni animate, le porte sbattute, le urla. Alla fine, loro erano andati avanti, insieme, con la loro vita e la loro casa.

Questa vecchia casa invece, questa casa costruita come ormai non si usa più, con le stanze grandi, ognuna con il suo scopo, dove la cucina è solo una cucina e il salotto solo un salotto, senza fraintendimenti, con gli spazi giusti, la casa di una famiglia, ora restava a me, a me solamente.

Restammo alcuni secondi in silenzio. Lui raccolse la penna dal tavolo.

“Cosa stavi facendo con quella penna e quel foglio?”

“Cosa?”, mi chiese, come se lo avessi distratto da qualche altro pensiero.

“Prima, quando mi sono alzata e sono venuta qui, sembrava che stessi scrivendo qualcosa.”

“Stavo provando a scrivere un biglietto per te. Volevo lasciarti un biglietto per spiegarti tutto questo.”

“Volevi uscire e lasciarmi con un biglietto?” Il mio tono era rimasto piatto.

“No, non mi veniva niente. Alla fine ti avrei svegliata.”

“Un biglietto”, ripetei e mi venne da sorridere. Pensai a quanto fosse infantile quell’idea. Come presa in prestito da un brutto film su un dramma di coppia.

Lui si alzò. Prese il giubbotto che aveva lasciato su un’altra sedia e venne vicino a me per raccogliere la borsa. Si infilò la tracolla su una spalla. Non era una borsa tanto grande, non aveva preso molte cose.

“Dove andrai ora?”

“Da mia sorella.”

“Lei lo sapeva già , allora?”

“No, non sa niente. Sa che le cose non andavano molto bene, come possono saperlo i nostri amici. Però non si aspetta certo di dovermi ospitare per qualche giorno. Le farò una sorpresa.”

Sorrise e lo feci anch’io. Mi sembrò strano farlo.

“Senti”, fece una pausa, “ verrò fra qualche giorno a prendere la mia roba. Ci vorrà un po’, giusto il tempo di organizzarmi. Ti chiamo prima, va bene?”

Feci segno di sì col capo.

Ci guardammo. Lui cercò di accarezzarmi il viso, ma io scostai la testa. Ritrasse la mano e strinse le labbra. Vattene, pensai. Lui si girò, dopo avermi salutato. Si diresse alla porta, la aprì e la richiuse senza far rumore. Rimasi seduta. Non mi alzai per andare alla finestra a vederlo andar via. Sentii lo sportello della macchina chiudersi, poi l’accensione del motore e la macchina che partiva. Poi più niente. Solo i soliti suoni che venivano dalla strada, quelli di tutti i giorni. Rimasi seduta.

Non riuscivo a piangere. Pensai che in quel momento sarebbe stato giusto piangere, eppure non ci riuscivo. Restai alcuni minuti a fissare la stanza cercando di dare un significato agli oggetti che la riempivano, recuperando ricordi. Poi mi alzai, presi dal tavolo la tazza da thè che lui aveva lasciato sul tavolo e andai in cucina, la svuotai nel lavello. Misi sul fornello dell’acqua per farmi anch’io un thè. Avevo i piedi freddi. Abbassai la fiamma sotto il pentolino. Andai in bagno a lavarmi e poi in camera a vestirmi. Indossai i calzoni di una tuta di felpa, una t-shirt di cotone bianca e le mie scarpe da jogging. Mi legai i capelli con un elastico. Quando tornai in cucina l’acqua stava già bollendo. La versai nella teiera con una bustina di thè. Feci passare un paio di minuti prima di versarmene una tazza. Non avevo fame. Bevvi il thè restando in piedi, appoggiata al piano della cucina. Guardai l’orologio appeso al muro, erano quasi le nove. Sciacquai le tazze, il bollitore e la teiera sotto l’acqua calda e misi tutto dentro la lavastoviglie. Da sotto il lavandino presi il detergente e lo spruzzai sul piano del lavandino e su quello di cottura. Strofinai con una spugna, la passai sotto l’acqua e ripassai i piani per togliere residui di schiuma. Feci lo stesso con i piani di lavoro e con la tavola. Andai nel ripostiglio e presi la scopa e l’aspirapolvere. Spazzai la cucina e rovesciai le sedie sopra al tavolo. Riempii una bacinella con dell’acqua calda e del detersivo per pavimenti e passai lo straccio sul pavimento della cucina. Mi tolsi i guanti di gomma e passai in salotto. Sistemai i cuscini del divano e delle due poltrone. Ammucchiai le riviste su un angolo del tavolino. Spolverai le mensole della libreria e anche i libri, poi ripassai le mensole con uno straccio imbevuto con un detergente per legno. Scostai le tende delle finestre per pulire i vetri. Accesi l’aspirapolvere e lo passai sul tappeto e poi sul pavimento in cotto. Poi diedi lo straccio. Andai in bagno, aprii le finestre, tolsi tutti gli asciugamani e li infilai dentro al cesto dei panni sporchi, tolsi anche i tappeti e li lasciai appoggiati al davanzale della finestra, dopo averli sbattutti con energia. Spazzai e poi pulii tutte le superfici e i rubinetti. Cambiai l’acqua nella bacinella e lo straccio per i pavimenti. Mi piaceva vedere come l’acqua portava via la schiuma per lasciare un aspetto lucido, senza aloni opachi. Dava una sensazione di appagamento. Gli odori forti dei detergenti mi pungevano le narici. Ripetei tutto anche nel piccolo bagno vicino all’ingresso. Ancora una volta tolsi i guanti. Tornai in cucina dove ormai il pavimento era asciutto. Mi lavai le mani col sapone liquido alla mandorla. Presi un bicchiere e bevvi una lunga sorsata di acqua fredda. Sentivo un po’ di affanno, non avevo mangiato niente. Aprii il frigorifero e presi un vasetto di yogurt bianco. Lo mangiai con due biscotti al miele. Buttai il vasetto vuoto nel bidone sotto al lavello e misi il cucchiaino nella lavastoviglie, dopo averlo passato sotto l’acqua. Andai in camera, aprii la finestra, il tepore primaverile entrò nella stanza. Dalla finestra si vedeva il giardino dei nostri vicini. Mi chiesi cosa avrebbero pensato, quando avessero saputo che ero rimasta sola, che Luca se ne era andato. Mi chiesi se per caso quella mattina l’avessero visto entrare in macchina con la sua borsa nera e l’avessero visto andare via. Forse, dopo qualche giorno avrebbero vinto l’imbarazzo, avrebbero suonato alla mia porta e mi avrebbero offerto il loro sostegno. Forse si sarebbero detti disponibili ad aiutarmi nel caso ne avessi avuto bisogno. Forse si sarebbero mostrati disposti ad ascoltarmi se avessi avuto voglia di sfogarmi o di confidarmi.

Tolsi il copriletto e lo appoggiai al davanzale della finestra, poi tolsi lenzuola e federe dai cuscini e li gettai in un angolo della stanza. Dal cassetto in basso dell’armadio presi delle lenzuola pulite e rifeci il letto. Raccolsi quelle a terra e andai nella lavanderia dietro al garage e le infilai nella lavatrice. Avviai il programma e tornai in camera da letto. Passai l’aspirapolvere, spolverai i comodini, la cassettiera e infine passai lo straccio anche lì.

Sistemai stracci, detergenti, scopa, aspirapolvere, scopettone dentro al ripostiglio. Raccolsi la bacinella con l’acqua ormai fredda e intorpidita, uscii di casa e la versai nella vasca grande, di fianco al garage. Era una di quelle vecchie vasche grigie in granito che usavano le lavandaie di una volta, quelle col piano inclinato e zigrinato che serviva a sfregare i panni con il sapone, prima di risciacquarlo. Mio padre l’aveva comprata quando io ero piccola. Lavava lì le bottiglie per il vino che comprava in damigiane da un suo amico agricoltore. Le bottiglie le lasciava poi scolare su un attrezzo costituito da un paletto di legno robusto piantato verticalmente su una larga e pesante base piatta. Sul paletto erano conficcati obliqui dei chiodi rivestiti di plastica morbida. Una volta che ci avevi infilato le bottiglie sembrava una strana scultura.

Mentre versavo l’acqua dentro alla vasca lo straccio cadde sul fondo con un tonfo sordo. Aprii l’acqua per sciacquare la bacinella. Aiutata dallo spruzzatore a pistola del tubo di gomma feci scivolare via anche le foglie che si erano depositate all’interno della vasca. Usciva un getto potente che si poteva regolare. Luca lo usava in estate per annaffiare il prato o per lavare la macchina. A volte lo stavo a guardare mentre lo faceva. Mi piaceva l’effetto della luce che attraversava le gocce d’acqua. Poi, come un ragazzino, faceva fare un arco al getto d’acqua per creare un piccolo arcobaleno. Diceva che era per me, un effetto speciale solo per me. Mi faceva ridere. Poi fingeva di spruzzarmi l’acqua addosso e io rientravo in casa di corsa.

Lasciai la bacinella rovesciata sul piano inclinato. Mi girai e arrivai al cancello per dare un’occhiata alla cassetta della posta. Non avevo le chiavi per aprirla con me. La scossi un po’ per sentire se ci fosse dentro qualcosa. Era vuota. Tornai in casa.

Girai un po’ per le stanze. Si respirava un profumo piacevole. Andai in camera da letto e aprii gli sportelli dell’armadio. Poi i cassetti. Non so se decisi in quel momento o se ci avessi pensato quando la porta si era chiusa dietro di lui, quella mattina. Andai in garage. Dal mobile degli attrezzi presi la busta che conteneva i sacchi per la spazzatura formato gigante e tornai in camera da letto. Cominciai a infilare nel primo sacco le sue T-shirt, le sue maglie, le sue felpe. Passai ad un secondo sacco. Poi fu la volta dei jeans e degli altri pantaloni. Le camicie le infilavo nei sacchi senza nemmeno sfilarle dalle gruccie. Tutto dentro ai sacchi. Mentre quei capi mi passavano per le mani ricordavo dove li aveva acquistati o se erano regali che gli avevo fatto io. Se doveva comprare una camicia o dei pantaloni voleva che lo accompagnassi. Voleva un mio giudizio. A volte bastava una mia smorfia su un maglione che stava provando per fargli cambiare idea. Era divertente. L’unica cosa che sceglieva in completa autonomia erano le scarpe. Lì, proprio non mi ascoltava.

Ricordavo momenti particolari, viaggi, cene. La polo grigia che portava al concerto di Paul Weller. Il completo scuro che indossava al matrimonio di Laura. La T-shirt rossa che aveva il primo giorno del nostro viaggio a Roma. Finiva tutto nei sacchi. Tutto dentro, tutto stipato. Anche le scarpe. Buttate dentro alla rinfusa, si sarebbero mescolate tra loro. Cominciai a chiudere i sacchi col nastro di carta gommata. Poi li portai sul portico, di fianco alla porta di ingresso. Li ammucchiai uno contro l’altro. Andai in bagno. Non c’era più niente di lui. Quando avevo pulito il bagno non ci avevo fatto caso. Aveva preso rasoio, schiuma da barba, spazzolino, dopobarba, accappatoio. Dentro il piccolo armadio del bagno ce n’era un altro. Nel sacco. Trascinai quel sacco dietro di me. Nel salotto passai il mio sguardo sulle mensole della libreria. Tutti i suoi libri. Poi i suoi CD, i suoi film in DVD. Mi lasciai cadere sulla poltrona. Tenevo ancora per un lembo il sacco della spazzatura. Ero stanca. Non volevo farlo. Non volevo buttare nei sacchi anche quelle cose. Qualcosa mi fermava. Qualche strano scrupolo mi impediva di comportarmi con quegli oggetti come con tutte le altre cose che avevo già buttato nei sacchi. Non riuscii a darmi una spiegazione, non volevo nemmeno pensarci troppo. Mi rialzai per depositare quell’ultimo sacco sotto al portico. Di fianco alla porta c’era il vaso porta ombrelli. Due erano i suoi. Dentro al sacco. Nello stesso vaso c’era la sua racchetta da tennis. Trovava divertente tenerla lì insieme agli ombrelli. Presi in mano la racchetta e richiusi la porta. Gli appoggiai contro la racchetta. Tornai in salotto. Sul mobile della TV c’era il mio cellulare. Volevo chiamare mia madre, raccontarle quello che era successo, dirle che era finita, che lui se ne era andato. Feci scorrere le chiamate recenti sul display, superai mia madre. Mi fermai per qualche secondo sul nome di Chiara. Avrei potuto chiamare lei, la mia amica, raccontarle tutto e magari piangere. E lei mi avrebbe ascoltato pazientemente. Con la sua voce calda mi avrebbe confortato, mi avrebbe detto di stare tranquilla. Sicuramente si sarebbe offerta di raggiungermi, di venire qui da me per abbracciarmi. Proseguii. Luca compariva più volte, tutte le chiamate che facevo per sapere dov’era, cosa faceva. I tentativi di trattenere qualcosa che ci stava sfuggendo dalle mani. I segnali dei miei dubbi, delle mie insicurezze e dei miei sospetti. Non ero arrivata a niente. Alla fine, non c’era niente da sospettare.

Riappoggiai il cellulare. Pensai che ci sarebbe stato tempo per chiamare e per spiegare quello che era successo.

Poco prima di sera prepararai qualcosa da mangiare. Lavai dell’insalata e vi aggiunsi dei pomodorini, del tonno e delle carote. Misi in tavola anche dei bocconcini di mozzarella di bufala e delle fette di pane tostato ai cereali. Non avevo voglia di mettermi attorno ai fornelli a cucinare. Una cena veloce e fresca. Poi andai a lavarmi i denti e feci una lunga doccia calda. Mi lavai i capelli e ci passai anche il balsamo.

In camera indossai un pigiama pulito che profumava di ammorbidente. Era delicato sulla pelle. Mi infilai sotto le lenzuola fresche. Dal comodino presi il libro di McEwan che stavo leggendo. Ero ferma a metà da diversi giorni. Dopo una quarantina di pagine sentii gli occhi chiudersi, spensi la luce.

Il mattino dopo mi svegliai quasi di soprassalto. Fu come riemergere da una lunga apnea. Mi tirai su a sedere, e mi appoggiai alla testata del letto. Tenevo il capo chinato e mi passavo i capelli tra le dita come per sciogliere nodi che in realtà non c’erano, profumavano ancora di shampoo e balsamo. Questa volta ero sicura di non avere sognato. Lui se ne era andato e io mi ero messa a ripulire la casa. Mi facevano male le braccia e la schiena come ai tempi delle partite di pallavolo. Diedi un’occhiata all’orologio, erano quasi le otto e mezza. Andai in bagno e fissai a lungo il mio viso allo specchio. Cercavo un segno, qualcosa di diverso. Mi chiesi quando sarebbe arrivata la consapevolezza reale di quello che stavo vivendo. Quando avessi finalmente colto la dimensione di tutto questo. La vita come la conoscevo era terminata la mattina prima, poi c’erano stati solo gesti, azioni meccaniche. Non mi ero voluta fermare a pensare a quello che andava perduto. Il movimento spostava in avanti il tempo delle riflessioni. Poi, sarebbero arrivate. Arrivano sempre. Avrei dovuto gestire la rabbia, l’amarezza. Il senso di sconfitta e di solitudine. Mi chiesi cosa avrei fatto nei giorni successivi. Davanti allo specchio ripetei sottovoce un passo alla volta, un passo alla volta. Le labbra si muovevano lente e pigre.

Tornai in camera e mi vestii per uscire. Dopo aver aperto la finestra rifeci con cura il letto. Infilai un cardigan sopra la camicia. Rimasi qualche secondo al davanzale della finestra per respirare l’aria fresca del mattino. Richiusi le persiane e presi dall’armadio la mia giacca di pelle. Diedi un’occhiata alla parte vuota dell’armadio. Il passaggio di un saccheggio ordinato. Una pulizia meticolosa, chirurgica. Mi sentivo soddisfatta nel vedere quello spazio libero. Indossai il giubbotto. Poi notai sul suo comodino un mazzo di chiavi. Nella frenesia del giorno prima mi era sfuggito. Lo presi, erano le chiavi del suo ufficio. C’era anche una di quelle chiavette per i distributori automatici di cibo e bevande. Lo infilai nella tasca del giubbotto. Poi presi dall’armadio una delle mie borse, la riempii con le solite cose e uscii dalla stanza. Sulla porta presi in mano la racchetta da tennis, uscii e chiusi la porta. I sacchetti sotto al portico erano leggermente bagnati dall’umidità della notte. Attraverso la plastica si intravedevano forme e colori di maglie, jeans e scarpe che conoscevo. Formavano un ammasso triste e stanco. Sfilai dalla spalla la mia borsa e la appoggiai a terra vicino agli scalini. Impugnai la racchetta da tennis con entrambe le mani e colpii con forza lo spigolo di una colonna del portico. La testa della racchetta si piegò. Diedi un altro colpo, forte, e il telaio cedette completamente. La testa rimaneva attaccata al manico solo per una paio di corde, le altre si muovevano nervose per poi afflosciarsi. Gettai i resti della racchetta sul mucchio dei sacchi. Sulla colonna erano evidenti i segni neri della fibra di carbonio. Mi guardai attorno per vedere se qualcuno mi avesse vista. Nessuno. Dall’altra parte della strada c’erano i cassonetti dell’immondizia. Guardai i sacchi e per alcuni istanti pensai di gettarli dentro. Poi raccolsi la mia borsa, la infilai a tracolla, percorsi il vialetto e uscii dal cancello. Attraversai la strada. Misi una mano in tasca per prendere il mazzo di chiavi del suo ufficio. Lo guardai e lo feci saltellare un paio di volte sulla mano, poi lo buttai senza pensarci nella fessura del cassonetto per la raccolta della plastica.

Mi girai e mi avviai verso il centro. Avevo voglia di camminare, di respirare l’aria della domenica mattina e di fermarmi a fare colazione in un bar, leggendo i giornali.

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Aprile 30, 2009 Pubblicato in: Racconti   Leggi Tutto

Racconto/Fare anima

di serena sartini

-Sa dirmi cosa prova?-

-Dolore-

Pronunciò la parola senza guardare negli occhi la donna che aveva di fronte, ma subito dopo cercò il suo sguardo. Le sembrò che fosse, nello stesso tempo, intenso e distaccato. Le sembrò che sulle labbra avesse un sorriso benevolo.

Le due donne potevano essere per età anagrafica madre e figlia.

Insopportabile, aggiunse Elda mentalmente; distolse lo sguardo dall’altra donna e lo abbassò sui propri piedi.

Forse aveva inciampato senza neppure accorgersene, pensò, perchè la punta di uno degli stivali neri era sbucciata e impolverata. Silenzio. Sollevò di nuovo lo sguardo sul viso immobile di quella minuta figura femminile che non tradiva alcuna emozione. Elda non riuscì a sostenere quello sguardo che ora le sembrava del tutto inespressivo. Lo spostò sulla poltrona bianca su cui sedeva la donna: era identica a quella sulla quale sedeva lei, posta esattamente di fronte. Notò il contrasto tra il bianco e il verde bottiglia dell’abito di lana pesante che indossava la signora; un abito sobrio che le copriva le ginocchia; portava calze dello stesso color glicine del foulard di seta, con gli angoli appoggiati sul petto come uno scialle. Le scarpe erano scure, un po’ tozze, -un po’ fuori moda- pensò Elda continuando ad indagare la donna che sedeva con la schiena leggermente reclinata all’indietro: teneva le mani l’una dentro il palmo dell’altra appoggiate sulle cosce. Si chiese se fosse rilassata come sembrava. Al contrario si accorse di avere le gambe ripiegate contro il ventre e che le braccia incrociate le comprimevano il diaframma.

Si domandò quanto tempo fosse passato dall’inizio di quell’incontro; dieci minuti, forse; nove trascorsi in silenzio.

-Dove sente dolore?-

Elda poteva solo pensare. E pensava che se avesse avuto un preciso dolore fisico da riferire ad un medico non avrebbe avuto difficoltà a rispondere. Ma era lì per ben altro e lei, quella sofferenza psichica che le procurava dolore nel corpo, non sapeva riferirla. E taceva.

-Cosa vorrebbe in questo momento?-

Quella domanda provocò ad Elda un’emozione che ammorbidì la sua rigidità. Sperò di aver almeno incontrato la psicologa giusta. Ora piangeva. Sentiva le lacrime scenderle sulle guance come rigagnoli, alcune le entravano in bocca, altre cadevano dagli zigomi sulle pieghe del kilt. Riuscì solo ad indicare il punto tra il cuore e la bocca dello stomaco premendolo con tutte le falangi della mano e sussurrare: -Non provare questo dolore qui-.

-Non risponda che vorrebbe star bene, mi dica cosa vorrebbe-

Elsa si disse che non aveva senso risponderle perché sapeva fin troppo bene che non poteva avere la persona che avrebbe voluto, l’uomo che aveva conosciuto solo tre mesi prima e che, in quei tre mesi, aveva imparato ad amare. Provò lo struggente desiderio di potergli parlare in quel momento, aveva bisogno di ascoltare la sua voce, di dirgli che lui riusciva a farla sentire migliore e nello stesso tempo se stessa. Le venne in mente di aver letto che all’American Institute of Parapsycology era stato fatto un esperimento di trasmissione del pensiero a dimostrazione dell’esistenza dell’energia sottile. -Chiamami!- Disse mentalmente.

Si ricordò la domanda: –Cosa vorrebbe?-

-Non lo so- si sentì rispondere.

Tentò di asciugarsi le lacrime con la punta delle dita. –Usi questi- disse gentilmente la dottoressa porgendole una scatola di kleenex.

La stanza era tornata nitida: la scrivania scura, sistemata di fianco alla poltrona della dottoressa, e la sedia erano certamente dei primi del novecento perché le ricordavano i mobili d’ufficio di suo nonno; provò un senso di familiarità confortante. Una luce calda proveniva dalla lampada di vetro opalino color arancio appoggiata sulla scrivania. Immaginò che fosse orientale il tappeto steso tra le due poltrone messe l’una di fronte all’altra, sui lati opposti del quale le due donne appoggiavano i piedi. Una tenda bianca di tessuto simile a quello delle poltrone pendeva da un bastone di legno con gli anelli e lasciava filtrare una debole luce grigiastra. Forse aveva cominciato a piovere, pensò. Pensò anche che l’ambiente così piacevole stonava con la sensazione di fallimento che provava per il solo fatto d’essere li.

-Vuole parlare invece del dolore che prova?-

Elda aprì la bocca solo per riuscire a respirare meglio. Era lì, di sua volontà e pagava per esserci, pur sapendo che solo lui poteva renderla serena, ed era consapevole che questo non sarebbe potuto più accadere. Mai-più, ripeté mentalmente e il cuore ricominciò ad accelerare nel petto, in gola, nelle tempie: -E’ un dolore tremendo- si sentì dire –non riesco a parlare.-

-Non è costretta a farlo, anche i silenzi hanno profondi significati, vanno analizzati, ma si sentirà meglio se riuscirà a parlare- e aggiunse: -La parola guarisce.-

-Jung-, si disse Elda. Conosceva la sua teoria sull’importanza della parola e a memoria ricordò: ““fare anima” che permette la consapevolezza del logos”. Si ricordò anche del film sulla vita dello psicanalista, le sfuggiva però il titolo.Era la storia d’amore tra Jung e una sua giovane paziente. Si chiese se tutte queste cose che stava pensando avrebbe dovuto dirle ad alta voce. Forse.

Guardava invece silenziosa verso la finestra indugiando nel ricordo delle scene..“Prendimi l’anima”. Era questo il titolo che improvvisamente si ricordava!

Lei l’anima gliela aveva offerta, insieme al corpo ed alla mente, con tutto l’amore di cui era capace. Questo pensiero scatenò un dolore tale che il cuore sembrava volerle uscire dal petto.

-Mi ha lasciato- disse frignando senza ritegno, come fanno i bambini.

-Me ne parli-.

-Di lui?

-Di tutto quello che le viene in mente-

Il problema di Elda era proprio quello: dipanare tutto ciò che si era affollato nella sua mente negli ultimi tre mesi. Aveva creato in computer un’apposita cartella dove aveva archiviato le 342 e-mail che si erano scritti da Settembre. Lui l’aveva chiamata ogni giorno.

-Non vive in Italia- disse Elda – ma abbiamo comunicato più intensamente e profondamente di due persone che vivono nella stessa città, abbiamo creato un’intimità che una coppia non raggiunge in tutta la vita. Me lo aveva fatto notare lui.

La parola intimità la costrinse a deglutire per ricacciare indietro le lacrime; le sembrava che il suo turbamento e quello che diceva non procurassero alcuna reazione nell’altra donna che restava impassibile ma concentrata su quello che le raccontava. Sembrava insensibile. E pensò –Beata lei.- Chissà se era felice, si chiese, se era innamorata, se aveva figli, una famiglia-. Non sapeva nulla di quella donna che avrebbe potuto anche essere di pietra se non fosse stato per i piccoli movimenti degli occhi, o lenti, morbidi cambi di posizione delle braccia o delle gambe Elda la vedeva ogni tanto sbirciare da dietro le lenti, in direzione della scrivania, a lato della poltrona, e si accorse che sopra c’era una piccola sveglia color oro, poco più grande di una moneta da due euro. Non l’aveva vista prima, ora capiva come riusciva a controllare il tempo senza farsi troppo notare. Un’ora di tempo. Devo parlare,- si disse- raccontare. Questo però la costringeva a ricordare, a rimpiangere, a desiderare quell’uomo lontano, oltre l’oceano; era come se l’avesse incorporato, doveva dissanguarsi per liberarsi di lui. Il ricordo le procurava emozioni che voleva invece cancellare. Disse ciò che pensava: -Vorrei poter dimenticare, adesso, subito.- Rivolse alla dottoressa uno sguardo supplichevole. In quel momento avrebbe pregato se avesse saputo chi pregare.

Sobbalzò per il rumore di un volo di piccioni che passò rasente alla finestra. Sicuramente erano stati disturbati e si erano alzati tutti contemporaneamente dal selciato della piazza. Quando arrivava allo studio li guardava affaccendati a cercare cibo tra i sanpietrini che pavimentano la piazza. A volte era lei che, involontariamente, li faceva volare via, passando davanti al bar dove loro si accalcavano per contendersi le briciole, cadute a clienti frettolosi che uscivano mangiando.

Lo studio di psicoterapia della Cesari era al terzo piano, a due numeri civici di distanza dal bar nella continuità degli edifici che circondano le piazze. Si era domandata se inconsciamente non avesse scelto lei come analista perché si chiamava Cesari come sua madre da ragazza. Chissà! Aveva però un problema più urgente da risolvere e non poteva permettersi di sfiorare neppure, quello del rapporto con sua madre.

Clic! Sussultò riportando i pensieri nella stanza. La dottoressa, senza alzarsi aveva acceso la lampada a stelo che aveva a portata di mano. E solo in quel momento si accorse che si era fatto buio.

-Forse se avessi fatto l’amore con lui ora sarebbe più facile…- Non era certa di voler fare un’affermazione o una domanda.

-La nostra ora è terminata- disse la dottoressa mentre si alzava dalla poltrona sorridendo. -Se vuole riprenderemo da qui, si ricordi-. Elda era ancora seduta e sorpresa da quella brusca interruzione anche se conosceva la regola: la fine dell’incontro coincideva con la fine dell’ora; senza deroghe. Sempre sorridendo, con garbo, la dottoressa le porse la mano e la invitò ad alzarsi: -Ci vediamo giovedì prossimo-. Continuava a sorriderle mentre Elda raccoglieva dalla poltrona la borsa, il piumino e si avviava alla porta. –Sì, arrivederci- disse Elda, -Arrivederci- rispose l’altra.

Alle quattro del pomeriggio di dicembre la luce ha già il colore del tramonto. Anche quel giovedì Elda era tornata a sedersi sulla poltrona bianca mentre il sole risucchiava gli ultimi raggi dalla piccola stanza calando dietro gli edifici sull’altro lato della piazza. Quando partiva dalla sua casa vicino al mare, e poi durante il tragitto in auto, attraversando il centro storico della cittadina turistica, pensava a cosa avrebbe raccontato alla dottoressa. Ferma ad un semaforo, aveva guardato i passanti che s’incrociavano davanti a lei sulle strisce pedonali. Da un po’ di tempo, da quando la sofferenza aveva alterato la sua percezione di sé, si chiedeva se gli sconosciuti che incontrava fossero persone felici. Pensò a Gabriella. Avevano riso pochi giorni prima dicendosi che tra non molto avrebbero evitato con cura di festeggiare l’arrivo dei loro quarantacinque anni.

L’amica, che tutti consideravano la sosia di Mag Ryan, aveva trovato aiuto nella stessa stanza, in cui, una volta alla settimana, si ritrovava Elda. Era stata lei a consigliarle la dottoressa Cesari. Aveva confidato ad Elda di aver trovato lì la forza di lasciare suo marito e il coraggio di restare sola con due figli adolescenti in aperto conflitto con lei; non vedeva l’ora, le aveva raccontato, che passasse la settimana per ritornare “dalla Cesari” e poter parlare. Non era così per Elda. Per lei dover ricordare era un supplemento di sofferenza e la nostalgia diventava disperante. Gabriella l’aveva consigliata di fidarsi della dottoressa. Fidarsi! Di chi si era mai fidata nella sua vita, si era chiesta. Provava imbarazzo ad iniziare quegli incontri. Si sentiva a disagio, come si era sentita da bambina tutte le volte che sua madre esasperava un rimprovero fissandola in silenzio. Non era mai stata in grado di sostenere quello sguardo. Cercava di non piangere ma sentiva il mento vibrare senza poterlo controllare e le lacrime uscivano contro la sua volontà. Nel silenzio dello studio, mentre si sentiva osservata dalla dottoressa era tentata di parlarle di sua madre, della distanza che c’era stata tra loro. Alzò lo sguardo per incontrare volutamente gli occhi della donna immobile che aveva di fronte. Eccoli lì, puntati nei suoi; a differenza di quelli di sua madre erano sopra labbra atteggiate ad un impercettibile, benevolo, sorriso. Sentì il bisogno di confessare che non aveva mai ricevuto un bacio da sua madre, che non ricordava nessun contatto fisico con lei. Sua mamma le aggiustava in silenzio le coperte, spegneva la lampada sul comodino, usciva dalla camera nell’oscurità rischiarata dalla luce accesa nel corridoio accostando dietro di se la porta, si affacciava dallo stipite e le diceva: -Che Dio ti benedica- Il suo viso era controluce ed Elda non vedeva mai il suo sguardo. Restava sola in un vuoto che riempiva con il desiderio di essere abbracciata e baciata.

-Cosa le ricorda questo?- la voce pacata proveniva dall’altra poltrona verso cui Elda non guardò. Restò silenziosa a fissare il rammendo sul ginocchio dei suoi jeans scoloriti dall’uso e cominciò a tormentarlo con l’unghia dell’indice; nella stanza si sentiva solo il cric-cric di quel movimento sulla stoffa. Si ricordò la frase di Graham Greene letta in “Fine di una storia” che Gabriella le aveva regalato a Natale: “Il vuoto stesso era colmo di lei”. Aveva appena finito di leggere il libro e sapeva che prima o poi gli avrebbe scritto quella citazione in un’email sostituendo “lei” con “lui”, e non avrebbe aggiunto altro.Aveva però capito il senso della domanda della dottoressa, sapeva che si aspettava da lei un’associazione tra lui e sua madre.

Perchè? Lui l’amore per lei l’aveva dichiarato, giurato, in quei mesi, ogni giorno. Lui non era sua madre. Non c’era nessuna proiezione, perché lui l’aveva pregata di credere che l’amava e che la desiderava -dolorosamente-; glielo aveva ripetuto in centinaia di telefonate, scritto in centinaia d’email:

“Elda,
ascolta. Ho incontrato pochissime donne così colte, intelligenti, sensibili, altruiste come te, pur girando in tutto il mondo. Ma non ne ho mai incontrata una con tanta ricchezza di sentimenti, sogni, ideali, con tanto da dare ad un uomo. E’ quello che mi affascina di te, che fa correre il tempo quando ti sento o penso. Non sei la mia donna angelicata, se la mia Elda vera e amata.Ti adoro.”

Anche lei lo adorava. “Barthes si starà rigirando nella tomba per tutta quest’adorazione”, gli aveva detto al telefono, “adorare qualcuno, lui diceva che è stupido, lo sai? Per lui siamo due rincitrulliti!” Ridevano insieme fino a sentire mal di stomaco; a Elda veniva una risata incontenibile e si contagiavano a vicenda.Quella volta di Barthes voleva aggiungere: -…due scemi!- Ma più tentava di dirlo più le veniva da ridere e ciò che emetteva era solo un sibilo; lui, che si sforzava inutilmente di capire, rideva allo stesso modo. La vita sembrava più leggera ad entrambi. Avevano riempito l’etere dei loro sentimenti, dei turbamenti, delle loro paure, delle confessioni, avevano riso, pianto, letto insieme brani d’autori che amavano, avevano ascoltato la musica che Elda gli inviava con youtube come avrebbe fatto una teenager al primo amore. No, sua madre non le aveva mai detto ti voglio bene, lei l’aveva invece amata disperatamente. Oggi soffrirebbe meno se sua madre l’avesse abbracciata, se l’avesse consolata, se non fosse stata così fredda, severa, esigente fino a renderla così fragile? Le era impossibile non commuoversi mentre faceva questa domanda alla dottoressa, guardandola.

La donna seduta di fronte taceva; si limitò a farle un cenno interrogativo alzando le sopracciglia, spalancando un po’ gli occhi e piegando il capo all’indietro, rimbalzandole la stessa domanda con l’espressione del viso. –Ecco! – Elda parlava a se stessa con rabbia: -Lei non parla, mia madre taceva, lui ha messo il silenzio tra noi, a cosa serve stare qui?-. Capiva che in quel momento la dottoressa era il bersaglio della rabbia che non aveva mai espresso a sua madre, né ora a lui. A voce alta domandò: -La rabbia fa parte dell’elaborazione del lutto vero?-

-Non deve intellettualizzare sempre, ora non le serve, parli senza cercare le parole giuste, soprattutto senza cercare di capire i processi, è la liberazione delle parole, anche di quella più insignificante, che può esserle d’aiuto.-.

Rabbia, rabbia, rabbia. Elda voleva urlare quella parola all’infinito.

Era negativa e detestava sentirsi così. Negativa al punto che non sopportava neppure il profumo che proveniva dal rametto di calicantus messo sulla scrivania, accanto alla lampada, in una di quelle sottili bottiglie di vetro che contengono un solo stelo. Qualche settimana prima, al posto di quei piccoli soli gialli profumatissimi, c’era una rosa invernale. Elda non si era potuta trattenere dal dire che le sembrava ingiusto recidere i fiori, e che non avrebbe mai tagliato dal suo ramo una rosa invernale per metterla nella semioscurità di una stanza riscaldata. Lo stesso pensò del rametto di Calicantus che fiorisce nel gelo, e per un attimo la sua rabbia lasciò il posto alla pena. Forse in quel momento fece l’associazione: -cosa c’è di diverso tra la morte e un addio definitivo? – domandò a se stessa.

Se si fosse risposta ascoltando le proprie emozioni, avrebbe detto: -Niente-. Ma un’altra parola si faceva razionalmente strada nella sua mente ed era “reversibilità”. Ciò che l’aveva più angosciata nei recenti giorni della morte di suo padre, era proprio il senso dell’evento definitivo, la certezza dell’impossibilità del ritorno: non l’avrebbe rivisto mai più. -MAI-PIU’-. Detestava quelle due parole che ritornavano riportando lo stesso pensiero: “ a volte non è necessario essere morti per non esserci più”. Certo lui era vivo ma separato da lei dalle paure e dai sensi di colpa. Una barriera invalicabile. Elda odiava i sensi di colpa più di quanto si possa odiare un amante con il quale si è stati traditi e quelli che lui provava erano nemici contro cui lei non poteva lottare; il senso di colpa era per Elda un fantasma paralizzante del quale era riuscita a liberarsi affrancandosi da Dio. La colpa, il peccato mortale, il sacrilegio, il castigo, l’inferno… pensava che chiunque inculcasse quelle parole nella mente di un bambino avrebbe dovuto essere perseguito e punito. Non ricordava in vita sua un’atmosfera più cupa e spaventosa di quella delle ore di dottrina passate nella parrocchia “Del Crocefisso” per prepararsi alla prima Comunione. Il parroco di allora le disse che non avrebbe mai più dovuto spogliarsi per fare il bagno perchè solo gli animali stanno nudi. Quel giorno tornò a casa e disse subito a sua mamma che avrebbe dovuto lasciarle tenere le mutande quando l’aiutava a lavarsi. Il rifiuto di sua madre la gettò nella disperazione ma aprì il conflitto e forse, già da allora, cominciò a smettere di credere in Dio dovendo scegliere tra lui e sua madre. Più avanti, il suo percorso d’autocoscienza l’aiutò a non credere più né a Dio né a sua madre. Ora le capitava spesso di pensare ai credenti, al fatto che chi ha fede trova consolazione nella preghiera, spera e chiede il miracolo, crede nel ricongiungimento. Lei la consolazione non poteva cercarla neppure in sua madre che l’avrebbe disapprovata e rimproverata per essersi innamorata di un uomo sposato. Chissà se lui aveva pregato il suo Dio per farsi aiutare a superare la paura dell’amore che provava per lei. O se era stato proprio il suo Dio a suggerirgli parole come tradimento, inganno, peccato, colpa!. Non potendo odiare lui perché lo amava le sembrava di odiare Dio; come potesse un’atea odiare Dio non sapeva spiegarselo. Fece un profondo respiro staccando le spalle dalla poltrona, si curvò in avanti e con le dita incrociate si strinse le ginocchia unite fissando un punto al centro del tappeto.

Così non può…- cominciò la dottoressa mentre Elda già diceva : -Mi sento…- e s’interruppe perché avevano cominciato a parlare sovrapponendosi. – Non può respirare bene – riprese la dottoressa- cerchi di stare eretta con il busto- e aggiunse: –continui pure-. – Mi sento sola e provo rancore nei suoi confronti per l’ultima lettera.. No, non per la lettera ma perchè ha preferito scrivere invece di parlarmi. Potrei leggerle le sue lettere?…- Si fermò per chiedere l’ora temendo di arrivare ad un momento doloroso e doversi interrompere perché non c’era più tempo. Non voleva uscire di lì senza trovare alcun conforto. –Dobbiamo avviarci a chiudere, può leggere qui le lettere se crede. Vuole pagare come d’accordo ogni tre incontri? -Si – Elda si alzò per andare verso la scrivania. Passando davanti alla finestra guardò fuori: i lampioni e le insegne nella piazza erano accese, i colombi erano rientrati nei nidi dentro le nicchie, tra i mattoni mancanti nella facciata del rudere del teatro che non era stato ricostruito nei sessant’anni trascorsi dai bombardamenti del ’44. Notò anche che così in alto non arrivavano le voci della gente che andava e veniva nella piazza. Le due donne si scambiarono denaro e ricevute; si sorrisero a vicenda, -A giovedì prossimo- Elda fece un sorriso e annuì passando il giaccone di lana blu sull’altro braccio per liberare la mano destra e stringere quella della dottoressa. Mentre scendeva a piedi i tre piani di scale pensò che tutto ciò che desiderava era arrivare a casa, accendere il computer per cercare un antidolorifico nella sua prima e-mail. Poteva dirla a memoria tanto l’aveva letta e riletta.

Elda,

del nostro primo incontro ricordo ogni istante, il morbido calore della tua mano quando ci siamo presentati, la dolce seduzione del tuo sorriso, il tremendo impulso di sedermi accanto a te più tardi, a tavola da Clara. Avevi capito che mi ero tenuto lontano affinché non fosse evidente quanto ero attratto da te? E che poi mi sono arreso perchè altrimenti troppo fugace e breve sarebbe stata la tua compagnia? Ricordi i saluti, quando ti ho sfiorato il seno, senza volerlo, e sono corso via per celarti il mio rossore?
Non riesco a trovare le lettere di Ariadna Efron e Pasternak, Amazon non ha neppure più l’edizione francese, “Lettres d’exil” del 2001, che, ho scoperto, erano prima disponibili. Continuerò a cercarle, ormai sono parte di te. Ma non so se avrò la stessa fortuna che ho avuto nel conoscerti. Per ora, aspetto che tu mi racconti di te. Le tue letture e la tua emotività, una dote, sono rivelatrici. Ma vorrei sapere che bambina sei stata. Bella certamente e biricchina. E che cos’altro? Un bacio.

Andò diretta a casa. Sentiva la testa così intasata di pensieri che le sembrava di avere della bambagia al posto del cervello. Sono i pensieri circolari, avrebbe detto la Cesari. Arrivata, entrò nel silenzio che sempre l’accoglieva quando rientrava. L’unico rumore era quello della valvola “tre-vie” della caldaia che scattava quando la temperatura dell’acqua raggiungeva quella indicata nel termostato.

Prese il cordless per ascoltare i messaggi. –Segreteria- disse dovendo rispondere alla voce registrata che le chiedeva: -Se già conosce il nome del servizio, dica: segreteria.-

L’unico messaggio era di sua madre. –Ciao Elda, sono la mamma. Volevo dirti che ti ho preparato i libri del babbo. Quando vuoi venirli a prendere….Come stai? Ciao bella figlia.-

Mai che dica figlia intelligente, pensò. I libri di suo padre avrebbe voluto essere lei a sceglierli, toccarli, lì dove lui li aveva riposti, dopo averli letti l’ultima volta. Quale aveva lasciato sul comodino? Sua madre aveva immediatamente rimosso tutto ciò che gli apparteneva senza coinvolgerla: abiti, carte, libri, oggetti personali; tutto archiviato e reso invisibile. Poteva comprendere quel bisogno contrario al suo, quel tentativo di far sparire il dolore insieme alle sue cose. Lei avrebbe invece lasciato tutto come si trovava al momento della sua morte e chissà per quanto tempo. Non sopportava che sua madre, anche in quella circostanza, avesse avocato tutto a sé.

Non aveva fame e decise di non cenare. Non sentiva neppure il desiderio del rito della tisana serale:

una miscela d’erbe cinesi che metteva nella teiera di ghisa in cui versava acqua minerale caldissima, ma non bollita, sei minuti d’infusione, poi colava il caldo liquido ambrato nella tazza di vetro di Murano. Doveva andare in bagno. Avrebbe voluto liberarsi con la stessa facilità, sia di tutta quella pipì impellente, che di tutta la tristezza che l’opprimeva. Passò in cucina e si versò dell’acqua in un bicchiere. Poi entrò nello studio spinta dal desiderio di aprire la posta elettronica e trovare una sua e-mail. Fissò il portatile nero, chiuso, appoggiato sul piano di vetro della scrivania di noce che era stata per cinquant’anni nell’ufficio di suo nonno. Seduta, con i polsi appoggiati di fianco al pc lottò un po’ con l’idea di non accenderlo. Non trovare una sua lettera era ogni volta un’overdose di dolore.

Mentre si apriva la casella della “posta arrivata” serrò le labbra e scosse la testa. Non le aveva scritto.

Si chiese dove potesse essere in quel momento; fece, come sempre, il rapido calcolo delle sei ore di fuso che li separava. Forse stava scrivendo, o cercando il personaggio per l’intervista, o stava mangiando il panino surrogato del pranzo…

Aprì la cartella di posta “Lui” che conteneva tutte le loro email. Cliccò sull’ultima, senza oggetto:

Elda,

come hai di certo intuito negli ultimi giorni, è giunto per me il momento di decidere. Perdonami il male che ti faccio, che faccio ad entrambi, e la mia brutalità. Non mi sento di lasciare la famiglia. Per tutta la vita ho evitato di tenere il piede in due staffe e so che se ti rivedessi cercherei di fare esattamente quello. Te lo scrivo vigliaccamente, anziché dirtelo a voce, perchè mi vergogno di me stesso. Rimettere piede in Italia mi ha costretto ad affrontare la realtà: incontrarti sarebbe per me il paradiso, ma mi precipiterebbe in un inferno.

Mi sento colpevole perché quando tu troncasti brevemente il nostro rapporto io volli riallacciarlo. Forse indovinasti quando mi dicesti che a Los Angeles vivevo in uno stato d’alienazione, e mi aggrappavo a te. Ti ho conosciuto e ho adorato (e continuo a farlo) in un momento in cui sono molto vulnerabile e lo rimarrò a lungo. Ho paura di te, emotivamente, intellettualmente, sensualmente –sei una sfida alla quotidianità- e, ripeto, mi sento colpevole di vivere nell’inganno verso la mia famiglia. Ma già avverto in maniera terribile la tua mancanza. Non cambia nulla di ciò che provo per te, ti adoro come sempre. Ma è tardi, troppo tardi per reclamare la mia libertà da chi dipende da me.

Questa e mail è una ferita nel mio fianco. Non dormo di notte pensando a te. La mia esistenza è stata costellata di rinunce, il prezzo inevitabile di ciò che ho costruito fin qui. Una rinuncia così dolorosa non l’avrei mai immaginata. Di nuovo, perdonami. A.

Tutto ritornava vivido e cocente. Impossibile amarsi in questo modo e restare separati, è disumano, pensò. Posò il bicchiere, vuoto. Lo guardò con occhi fissi, immersi nei pensieri, senza vederlo. Alcune settimane dopo aver ricevuto la sua lettera aveva scritto in una email la frase di Green: “Il vuoto stesso era colmo di lui”, ma non era riuscita ad inviargli neppure quelle sette parole.

Quella sera invece aprì una nuova mail, un nuovo documento di Word che avrebbe allegato, e gli scrisse:

Ho smesso di leggere “Norman X e Monique Z”. Loro si sono incontrati dopo tre mesi di scambio di email. Lei da Parigi è volata a Los Angeles.
Nell’arco di due settimane si sono amati follemente e si sono lasciati, consapevoli che nessuno dei due avrebbe potuto abbandonare la propria vita.
Il fatto che non sia un romanzo, ma la vera storia di Norman e Monique, curata da Giuseppe Salza, che ha pubblicato tutte le loro email originali, mi turba molto. Troppo.
Perché a me manca una base per l’elaborazione della nostra di storia. Se almeno avessimo potuto verificare di non piacerci sessualmente, se avessimo potuto dirci: – Ok ci siamo sbagliati, non c’è quello che credevamo-. Invece silenziosamente d’accordo abbiamo censurato parole e sentimenti. Ma la repressione non è guaritrice. E il vuoto svuota.
Forse scrivendo tento un esorcismo. Dovrei dissanguarmi, così forse uscirai da me. La nostalgia è disperante. Neppure la tua lettera d’addio, brutale per tua stessa ammissione, mi aiuta a mandartici, finalmente.
Tu neppure credi, che cosa ho provato, provo e sento. Ma questo non cambia nulla. Parlo con te sempre. Sei l’ultimo pensiero prima di dormire, quello che resta con me se non c’è il sonno, il primo appena apro gli occhi. Hai messo tra noi i tuoi sensi di colpa perché sai che sbarrano ogni strada, perché io li detesto, li rigetto, ma so che li devo rispettare nell’altro.

E tu come fai? Preghi? Hai chiesto al tuo Dio perdono per aver pensato di amarmi? Oppure gli hai chiesto veramente aiuto per potermi amare e lui ha continuato a suggeriti le parole peccato, inganno, colpa, colpa! No tu non hai chiesto aiuto per noi. E l’aiuto per me sola non lo voglio, né da te né da Lui. Sappilo. Evita di pregarlo per me. Lui, che procura a me eccedente cibo quotidiano e ad altri gli orrori che sono sotto gli occhi di tutti. Non posso e non so odiare te. Odio lui, che non amo perchè non lo credo. Tu cerchi invece il perdono da Lui vero? Io non ho niente da farmi perdonare, né da perdonare a te. “Non sono quasi sempre innocenti gli amanti? Non hanno commesso alcun delitto, sono sicuri della propria coscienza, di non aver fatto nulla di male -finché nessuno, salvo me stesso, ne soffre-” (G.Green.). Intercedo amore mio: -Dio liberalo dalle Tue colpe. Condanna me, perchè lo amo, all’inferno, che non sarà in nessun luogo, ma già qui-.

Elda

Riuscì appena a premere invio. Il bicchiere cadde e si sbriciolò sul pavimento senza alterare il silenzio.

Non tornò mai-più nella piccola stanza.

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Aprile 3, 2009 Pubblicato in: Racconti   Leggi Tutto

Racconto/Posso venire a dormire da te?

di aurelia bucci

Telefono a Carla, chiacchieriamo, ci aggiorniamo, poi dobbiamo interrompere, lei ha un avviso di chiamata, è il suo fidanzato, la solita telefonata serale. Rimandiamo a più tardi la seconda puntata.

Chiamo Giulio, so che va sempre a letto tardi e lo trovo sveglio anche all’una di notte, quando non riesco a dormire. Con Giulio ho una bella amicizia telefonica, mi piace soprattutto sentirlo al telefono più che vederlo di persona. Lui non è molto d’accordo perché ha una repulsione per il cellulare, ma in questo caso fa un’eccezione. Ha una simpatia per me fin dai tempi del liceo, mi corteggia ancora, dopo tanti anni, io lo prendo come un gioco e faccio finta di non capire, anzi gli racconto di quanto sono innamorata di Giovanni, mi sfogo quando sono arrabbiata, ascolto i suoi consigli. Forse anche per lui corteggiarmi è un gioco che non ha mai fine, e gli piace così, come a me.

Quello che cerco di fargli capire, e non ci riesco, è che mi fa piacere parlare con lui, ma mantenendo una certa distanza tra noi. Per me è un vero amico, mi fido di lui, più di una volta ha dimostrato di meritarsi la mia stima. Di lui non approvo la sua vita improvvisata, decisa giorno per giorno, ora per ora, il suo disordine, i suoi tempi lenti, le sue non regole, la sua dipendenza da farmaci, la sua ipocondria, le sue insicurezze, la sua diversità da me, il suo volermi convincere delle sue idee. Quando mi dice – Perché non fai così, dovresti fare così – O quando mi chiede di uscire e insiste e non capisce che non mi va. Per questo io scappo e sto alla larga da lui, e prendo solo quello che mi fa stare bene, queste belle telefonate divertenti, a volte anche tristi, ironiche, profonde, sincere, confidenziali.

Ma soprattutto mi sento libera di dire quello che sento, senza timore di essere giudicata e fraintesa, libera di chiedere un consiglio ad un amico leale che mi vuole bene, che mi darà la risposta giusta, quella che io voglio sentirmi dire. A volte si arrabbia o se la prende, se mi invita a cena e io gli rispondo con l’ennesima scusa, allora stiamo senza sentirci per un po’ di tempo, poi uno dei due si fa vivo. Siamo stati dei mesi senza sentirci, anche degli anni. Lui abita in un’altra città, dove si è trasferito per lavoro subito dopo la laurea. Ogni tanto viene a passare un fine settimana nella sua vecchia casa d’infanzia, dove ora vive solo un’anziana zia, sorella di sua madre, unica superstite della sua famiglia.

Conversiamo per un bel po’, intanto io cammino in centro sotto i portici, guardo le vetrine chiuse e illuminate, mi faccio una lunga passeggiata prima di tornare a casa, dopo una giornata di lavoro. Ho già cenato, cena di lavoro. Ho bisogno di aria fresca, di rigenerarmi, di vagare senza pensare.

All’inizio la telefonata è divertente, è molto che non ci sentiamo, gli devo raccontare un sacco di cose. Ho fatto pace con Giovanni, nessuno delle mie amiche lo credeva più possibile ormai, dopo sette mesi che ci eravamo lasciati. Sono andata io da lui per chiarire, per capire bene cosa era successo. Quando ne avevo parlato con Giulio, lui era stato l’unico ad appoggiarmi, anzi si era offerto di accompagnarmi, mi diceva che facevo bene ad andarci, se era quello che sentivo di voler fare. Sarebbe anche venuto a prendermi, nel caso io mi fossi rotta le ossa, come diceva lui, e avessi avuto bisogno di aiuto e di conforto. Ricordo che pensai che non vedeva l’ora di consolarmi e di raccogliere i miei pezzi, ma non mi importò, quelle sue parole mi scaldarono il cuore e mi dettero una bella spinta. Finalmente qualcuno mi appoggiava, mi sosteneva e mi salvava, anche, in caso di bisogno.

Prima di fare il numero di Giulio sono un po’ titubante, forse è con la sua donna, mi sforzo di ricordare il suo nome, ma non mi viene in mente. Certo, può essere con lei, anche se non vivono insieme, oppure sarà con degli amici e comunque ha una sua vita privata, non è a mia disposizione. Anzi, dato che i suoi amici lo considerano un dongiovanni, deve averla anche piuttosto movimentata, la vita, anche se non lo dà a vedere e gestisce tutto con molta calma e discrezione. Ci mette un po’, prima di rispondere, come sempre il cellulare lo usa pochissimo e lo lascia in giro nei posti più impensati. – Pronto? – quando risponde non sa mai chi è, non ci guarda, anche perché non ha gli occhiali sottomano e non ha voglia di cercarli, poi disordinato com’è chissà dove sono, tanto che differenza fa sapere prima chi è ? – Sei sveglio ? – dico io. Lui appena sente la mia voce fa una gran risata e poi mi dice – Sei felice o sei triste ? Com’è andata ? – rispondo – Sono felice, tutto bene, abbiamo fatto pace. – Ah! Colpo di scena! Ti sento bene, molto bene, sono contento per te – gli racconto gli alti e bassi dei giorni trascorsi con Giovanni. Prima gli alti, il rivederlo, sentire la sua voce, vedere i suoi occhi, abbracciarlo di nuovo. Poi i bassi, parlargli, difendermi, chiarire, discutere, trattenermi dallo scappare di corsa e non tornare mai più, chiedermi cosa sono andata a fare e cosa speravo che accadesse, come avevo fatto a non capire quello che era così evidente, Giovanni stava bene anche senza di me. Poi gli alti di nuovo, fare pace, sentirmi di nuovo desiderata, anche se con delle riserve, la paura di illudermi di nuovo, certe parole affettuose che lui si lasciava sfuggire, certe occhiate di nascosto, il mio lasciarmi andare, tanto vada come vada non me ne frega niente del futuro, mi importa solo di ora, qui, adesso, io, lui, noi due insieme una cosa sola, tutto il resto non esiste più.

Ma che ne sanno gli altri, di noi, tutti vogliono dare consigli, il loro parere, tutti esperti, tutti bravi sulla nostra pelle . E ora che sono tornata vincitrice, tutti quelli che mi dicevano – non andare, ti fai del male – mi dicono – Hai fatto bene, sei stata brava a sistemare la situazione, non credevo che ce l’avresti fatta – ora che mi vedono felice mi approvano. Chissà perché, forse tutto dipende da quello che noi trasmettiamo agli altri. Con i messaggi negativi scatta il loro bisogno di protezione e salvamento, con quelli positivi comunichiamo pace e serenità, e allora niente interventi, solo qualche raccomandazione.

Finisco di raccontargli, poi gli chiedo come va con la sua compagna.

-Va così, né bene, né male, non è la donna della mia vita, lo sai, ma c’è qualcosa che mi tiene legato a lei. E’ tollerante, mi capisce, mi vuole bene, mi sopporta. Anche io sopporto lei. Ogni tanto ha dei periodi che si chiude in se stessa, è aggressiva, sulla difensiva, mi provoca, ha voglia di litigare, si sente vittima perseguitata. Io raccolgo la sfida, mi arrabbio a tal punto che perdo la testa e la ragione, divento un’altra persona, mi trasformo, mi prende una rabbia che non riesco a controllare e mi faccio paura da solo, non so dove vado a finire, dico frasi che non mi appartengono, la insulto, la offendo, divento un mostro e lei mi incita ancora di più come se ci provasse gusto a creare questa situazione.

Penso, un motivo in più per stare alla larga da Giulio, non ho mai sopportato le persone che perdono il controllo, come faceva mio padre.

E poi cosa succede ? – gli chiedo – Niente, ora ho imparato ad allontanarmi subito da lei,

quando riconosco queste modalità. Cerco di individuarle in tempo, mi scatta un campanello d’allarme e ovunque siamo mi allontano il prima possibile da lei. Per un po’ non ci sentiamo, né ci vediamo, poi è lei che mi viene a cercare quando le è passato, e tutto torna tranquillo e sereno.- Certo anche lei deve avere i suoi problemini da risolvere – mi ritrovo a dire, prima di averci pensato, ma so che con Giulio posso farlo.- Credo di sì, so che ha avuto un difficile rapporto con suo padre, e ultimamente anche con la madre, ma non ne so più di tanto, non ne parla volentieri. Cambiamo discorso, che è meglio, questo mi intristisce. Ricordati che ti ho comperato un libro, sono sicuro che ti piacerà, la prossima volta che ci vediamo te lo do, non ti dico niente così ti rimane la curiosità e ti decidi ad accettare un mio invito a cena. – Del libro me ne aveva già parlato nella nostra precedente telefonata e non mi aveva voluto dire, neanche allora, né il titolo né l’autrice, solo che era una scrittrice e anche una terapeuta.

Io insisto incuriosita, anche perché, gli dico – Potrei averlo già comperato e ci rimarresti male, se fosse. Potrebbe essere un libro che mi ha regalato da poco qualcun altro. – Nel qual caso – gli dico, – Farò finta di niente, così non se te la prenderai.

- Giulio si irrita a queste mie elucubrazioni barocche, così le chiama, e si irrita ancora di più quando gli faccio notare che si era irritato.

Cerca di darsi un tono, di non darlo a vedere, ma si sente, ha cambiato timbro di voce e anche linguaggio, più aggressivo, ci ridiamo anche un po’ su, poi la telefonata va scemando e ci salutiamo promettendo di vederci per un pranzo in un ristorante sul mare, che stiamo rimandando da qualche mese e chissà per quanto tempo ancora.

Chiudo, controllo se intanto mi aveva richiamato Carla e non me ne ero accorta, niente, allora mi dirigo verso la macchina, si era fatto abbastanza tardi.

Si stava alzando un gran vento e portava grossi nuvoloni neri carichi di pioggia. Bene, ho pensato, questa notte si dormirà meglio.

Arrivo alla macchina, vado con passo veloce, non incontro nessuno, preparo le chiavi, mentre cammino intanto penso – se qualcuno mi aggredisce, cosa faccio ? Urlo, al fuoco, al fuoco ! Potrebbe distrarlo un attimo, il tempo di scappare o di farmi sentire da qualcuno. Mi pento in quel momento di aver parcheggiato in un vicolo buio e deserto, ma questa mattina c’era il sole e non ci avevo pensato.

Mi rimangono gli ultimi metri, intanto faccio scattare la serratura. Spero, al buio, di non sbagliare l’apertura con la chiusura. Quella sopra è la chiusura, quella sotto l’apertura. Scatta. E’ giusta, si apre, salgo in fretta e serro gli sportelli. Sono salva.

Ora spero che si metta in moto, devo stare calma, non che non mi parta di solito, ma non si sa mai, quando ti prende l’ansia può capitare di tutto e fai tutto da sola, ti crei il mostro e ne hai paura.

La macchina parte, mi guardo in giro, non c’è anima viva, solo un forte vento che fa piegare gli alberi. Comincia a piovere, ma ormai sono al sicuro.

Squilla il cellulare è Carla, – Era ora!- ha finito la telefonata con lui, è stata più lunga del solito. Dovevano chiarire una questione pratica e mettere a punto le ultime cose per un viaggio che avrebbero fatto a breve. Non che avessero litigato, loro non litigano mai, lui è molto tranquillo e accomodante e lei quando è con lui sta bene e non vuole crearsi dei problemi. Si vedono solo il fine settimana a casa di lui, per il resto dei giorni ognuno a casa propria. Funziona bene così, già da qualche anno.

Non posso fare a meno di pensare che io con uno così mi annoierei da morire, troppo prevedibile, troppo programmato, troppo metodico.

Ed è per questo, mi chiedo, che mi sono innamorata di un uomo che mi fa soffrire, che mi tiene sulla corda, che non mi dà certezze, né futuro, che non si concede se non a piccole dosi, che mi fa aspettare e mi mette alla prova continuamente ? E’ per questo ? Per non annoiarmi ? Per sentirmi sempre innamorata ? Ma questo è amore? Non ne sono sicura, sto ancora riflettendo, aspettando e cercando di capire.

Ogni volta che faccio qualcosa per compiacerlo e cerco di convincermi che va bene anche a me, che è quello che voglio anch’io, poi mi chiedo se lo faccio perché se sta bene lui poi fa stare bene anche me, se è veramente quello che desidero anche io, se farei le stesse scelte con un uomo diverso.

Ma io un uomo diverso non lo vorrei, io voglio lui.

Mentre facevo queste riflessioni ad alta voce con Carla mi arriva un messaggio, penso a Giulio – forse è ancora sveglio e mi vuole dire qualcosa. Giovanni è impossibile, va a letto presto, mia figlia avrebbe fatto uno squillo, per essere richiamata. Sono curiosa chi può essere a quest’ora ?

Intanto sono quasi arrivata a casa. Saluto Carla, con la promessa che se il messaggio è qualcosa di interessante, la richiamo, è curiosa anche lei.

Sono arrivata, apro il cancello elettrico, meno male che c’è, con quella bufera, benedico il giorno che l’ho messo. Entro con la macchina in giardino, spengo il motore, e lì al buio, con la luce intermittente dei lampioni della strada che a tratti venivano coperti dagli alberi spostati dal forte vento, decido di leggere il messaggio. Era un numero che non conoscevo, il messaggio diceva – Sono Monica, se puoi chiamami, ho bisogno di parlarti, è importante, sento che posso fidarmi di te. – Monica? Non conoscevo nessuna Monica. Forse il messaggio non era indirizzato a me.

Anzi, sicuramente. A meno che, vuoi vedere il caso quando ci si mette? Monica deve essere il nome della fidanzata di Giulio. Che sia lei ? Possibile? E come ha fatto ad avere il mio numero? Non ricordo di averglielo dato. Può averlo chiesto a qualcuno che mi conosce, può averlo preso dal cellulare di Giulio. Certo, potrebbe averlo fatto. Ma a quest’ora, e proprio a me, non mi sembrava di essergli simpatica e poi l’avevo vista due volte, non di più. Deve essere proprio nei guai.

Salgo le scale, entro in casa, accendo la luce, il mio cane e già lì dietro la porta, pronto a farmi le feste, assonnato, ma non meno fedele.

Mi chiudo a chiave, mi siedo sul divano e compongo il numero del messaggio. – Sii? – sento una debole voce, cerco di capire se è lei, ma non ne sono sicura. – Ho visto il messaggio – dico – Ciao , scusami, pensavo che non mi chiamassi più a quest’ora. Hai fatto bene a chiamarmi tanto io non dormirò questa notte e neanche le prossime.- Ora la riconosco, anche se ha una voce alterata, direi disperata – Mi è successa una cosa tremenda, non so come fare e con chi parlare. Ho pensato a te, mi dai fiducia, sei una persona saggia ed equilibrata e sono convinta che saprai consigliarmi la cosa giusta da fare e tenere per te quello che ti dirò. E’ una questione molto delicata, che ora ti dirò tutto d’un fiato. Sono rimasta incinta, ma non sono sicura che sia di Giulio, potrebbe essere anche di Andrea, il mio ex che non vedevo da almeno tre anni. Era andato a lavorare all’estero dopo che io l’avevo lasciato per Giulio. Ha sofferto molto in questi anni, ma non mi ha mai cercata. Ora è tornato da un mese, mi ha telefonato, ci siamo visti una sera ed è finita a letto insieme. Come faccio adesso? Io amo Giulio, ma anche Andrea, a chi lo dico che aspetto un bambino? A Giulio, ad Andrea, a tutti e due o a nessuno dei due? E poi con chi scelgo di stare ? Oppure lo tengo da sola senza nessuno dei due ? Sono disperata, confusa, sono una cretina, deficiente, sono una stronza.

E pensare che con Giulio lo volevamo un figlio, ci pensavamo da mesi, ne avevamo parlato, deciso che era il momento giusto, data anche la mia età, ho trentasei anni, lo sai ? e ora dovevo proprio fare questa cazzata, sono una stupida. Proprio ora che andava tutto bene.

Oddio, proprio bene beeene, no ! Sai Giulio com’è, ogni tanto ha una sbandata, io me ne accorgo sai ? Ormai lo conosco troppo bene. Poi però gli passa e torna da me. Anzi non si è mai allontanato in realtà, il fatto è che lui dopo un po’ si annoia e ha bisogno di evadere, e non solo con la fantasia.

Tu lo conosci meglio di me, sai che è così, no ? Tanto lo so già, me lo puoi dire.

- Sì in effetti lui questo l’ha sempre detto, ogni tanto ha bisogno di novità, non riesce a provare a lungo l’interesse per la stessa donna – rispondo io, cercando di farmi un po’ di spazio nella sua valanga di parole – Io credo che sia una sua necessità il dover conquistare continuamente, per avere delle conferme, per sentirsi accettato, amato, desiderato. In fondo è il dramma del dongiovanni, no? È la sua condanna, essere obbligato a conquistare per tutta la vita, per confermare la sua virilità, per sentirsi vivo. -

- Ecco, appunto, allora io mi chiedo, si può fare un figlio con un uomo così ? Un immaturo che non ha risolto i suoi problemi, come può educare un bambino? Che padre sarà ? E se decido di stare con lui, gli dico del tradimento? E se poi il bambino non gli assomiglia? Dimmi tu cosa devo fare ? Tu cosa faresti ? – la interrompo altrimenti stiamo sveglie tutta la notte e non ne veniamo a capo.

- Senti Monica, calmati un attimo, con l’ansia non si può pensare, ascoltami. Io credo che tu dovresti dirlo a tutti e due, dire la verità, è la cosa migliore, ne sono certa, poi si vedrà, le cose si aggiusteranno, non devi avere fretta, pensaci su, non devi decidere in una notte. Ora me l’hai detto, ti sei sfogata, io manterrò il segreto, te lo prometto, anche se mi metti in una situazione molto imbarazzante. Tu sai che lunga amicizia abbiamo io e Giulio, fatta di rispetto e sincerità, e nascondergli qualcosa mi mette a disagio, ma lo farò. Tu intanto cerca di riposare, domani ne riparliamo, se vuoi. – Non so se riuscirò a dormire, vorrei chiamarlo, oggi non ho sentito nessuno dei due. E se chiamassi Andrea? A lui potrei dirlo, lui mi perdonerebbe, sarebbe felice di tornare con me in tutti i casi, anche con un figlio non suo, e sono sicura che sarebbe un buon padre. Ma non lo amo, gli voglio bene, ma non ne sono innamorata, o forse sì, ma in maniera diversa che di Giulio. – Posso venire a dormire da te? – No Monica, stai calma, leggi un libro, guarda la tele, fatti una tisana di tiglio, mettiti lì buona buona e cerca di rilassarti. Vedrai che tutto si sistemerà per il meglio. Se deciderai di dirlo, se avrai bisogno di me, io ci sarò. – Grazie, sei una vera amica, me lo sentivo che potevo contare su di te, e poi sai Giulio ha una grande stima e considerazione di te – Forse perché sono tra le poche che gli hanno resistito – dico tra i denti – e lei – Come? – Niente, niente, dicevo stai tranquilla, buonanotte. E se proprio non riesci a dormire, chiamami. – Va bene, cercherò di seguire i tuoi consigli, ora che mi sono confidata con te mi sento più sollevata, sento che posso condividere il peso. Grazie ancora, ci sentiamo domani, buonanotte. – Buonanotte, cerca di dormire, vedrai che tutto si risolverà. Buonanotte.

Spengo il telefonino, faccio un respiro profondo, poi un altro, più lungo, poi un altro ancora più lungo e più profondo. Mi stendo sul divano, mi aggiusto un cuscino sotto la testa, chiudo gli occhi. Mi metto una mano sul petto e una sulla pancia. Comincio a respirare con la pancia. Intanto cerco di liberare la mente da tutti i pensieri che l’affollano e che non mi lasciano in pace. Guardo con distacco un fiume in piena che scorre davanti ai miei occhi. Sta andando da sinistra verso destra. Porta con sé rami spezzati, tronchi e radici, detriti e fango. E anche i miei pensieri.

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Aprile 1, 2009 Pubblicato in: Racconti   Leggi Tutto