«Au nom du mort qui fut sans nom»:
la poesia del Lager in Francia
Daniela AMSALLEM – Università della Savoia – Chambéry (Francia)
Prima di trattare della poesia francese sul Lager, vorrei evocare, molto brevemente,
alcuni interrogativi che si pongono a coloro che, come noi oggi, affrontano il tema della
rappresentazione del Lager nella letteratura, e più particolarmente, nella poesia.
La poesia, l’arte in generale, sono idonee a trattare di avvenimenti storici di tale portata?
Alla dimensione estetica si aggiunge, evidentemente, un problema di carattere etico. Eppure,
di fronte a un evento che sfida la ragione, la poesia è forse il mezzo più adeguato per
esprimere l’inconcepibile, l’indicibile.
E questo ci porta alla seconda domanda: come rappresentare in un linguaggio umano
un’esperienza che è disumana?
I superstiti dei Lager che hanno voluto trasmettere la loro testimonianza si sono accorti di
questa insufficienza dei mezzi espressivi: non solo mancavano le parole, ma c’era il pericolo
di deformare la realtà, di renderla sopportabile, di sublimarla attraverso la scrittura.
È quanto temeva Adorno: l’estetizzazione della Shoah, quando formulava quella frase
lapidaria, a cui si è inevitabilmente confrontati quando si affronta tale argomento: “Dopo
Auschwitz scrivere ancora dei poemi è barbaro” (“Nach Auschwitz noch Lirik zu schreiben
ist barbarisch”) 1.
L’aforisma del filosofo di Francoforte ha avuto molte ripercussioni e ha suscitato delle
polemiche: Paul Celan si è sentito personalmente ferito dalle parole di Adorno e tutta la sua
produzione poetica ne è stata la confutazione.
Primo Levi, dal canto suo, ha confidato a Giancarlo Borri, in una lettera del 1979: “a dispetto
di Adorno, non solo si possono ancora fare poesie dopo Auschwitz, ma su Auschwitz stesso si
possono, e forse si debbono, fare poesie…”2. Tra l’altro, Levi ha incominciato a esprimersi in
versi prima ancora di scrivere Se questo è un uomo, e la poesia che ha dato il titolo al libro era
già stata concepita ad Auschwitz.
Adorno stesso ha in seguito attenuato la portata della propria affermazione, dicendo che non
doveva essere presa alla lettera, poiché “la sempiterna sofferenza ha altrettanto diritto
all’espressione quanto il torturato ha diritto di urlare”3.
E in effetti la poesia contiene una carica emotiva che la rende più idonea a esprimere
l’orrore, la rivolta, ciò che si prova nei momenti più tragici della propria esistenza. Non
bisogna dimenticare che, per la maggior parte, queste poesie sono state scritte o concepite
allora, in Lager.
Sono un grido, un grido di allarme e di speranza, un dono fatto ai compagni o a se stessi, per
affermare la propria dignità; un messaggio destinato a un lettore ipotetico, un “atto di fede”
come scrive Jorge Semprun, una vittoria sulla barbarie. Semprun è convinto che solo
l’elaborazione artistica può rendere immaginabile una realtà inimmaginabile, e che quando
l’ultimo superstite sarà scomparso, toccherà alla letteratura prendere il posto della memoria.
E vorrei concludere con un ricordo e un omaggio. Il ricordo di un altro Convegno,
tenutosi a Torino quasi vent’ anni fa, nel novembre del 1986, sul tema: “Storia vissuta”. Erano
1 Theodor W. Adorno, Prismes : critique de la culture et société, trad. dal tedesco di G. e R. Rochlitz, Payot,
Parigi, 1986, p.23.
2 Giancarlo Borri, Le divine impurità. Primo Levi tra scienza e letteratura, Ed. Luisè, Rimini, 1992, p.72.
3 Theodor W. Adorno, Dialectique négative, trad. dal tedesco del gruppo di traduzione del Collège de
philosophie, Payot, Parigi, 1978, pp. 284-288 ; Notes sur la littérature, trad. dal tedesco di S.Muller,
Flammarion, Parigi, 1984, pp.298-299 e 433.
2
presenti, come oggi, Bruno Vasari, Anna Bravo… C’erano Hermann Langbein, Georges
Wellers, ormai scomparsi. E c’era Primo Levi, che nella sua relazione ha sottolineato il
“dovere morale” di testimoniare.
Anche Primo Levi ci ha lasciati, e la sua presenza, oggi, ci manca. Ma rimangono i
suoi scritti, e quella poesia che oramai tutti conoscono, non solo in Italia, ed è divenuta
emblematica di tutta la letteratura sul Lager.
L’ultimo “Magazine Littéraire” appena uscito in questo mese di gennaio 2005 è appunto
dedicato a La littérature et les camps, de Primo Levi à Jorge Semprun (La letteratura e i
Lager, da Primo Levi a Jorge Semprun) segno che, anche in Francia, lo scrittore torinese è
diventato il principale punto di riferimento e che l’argomento è più che mai di attualità.
Per quanto riguarda le poesie sulla deportazione e il Lager, se ne sono pubblicate
molte in Francia, dalla Liberazione ai giorni nostri: delle raccolte a titolo personale e delle
antologie collettive, che comprendono testi scritti o tradotti in francese, edite a cura di ex
deportati.
Ne vorrei menzionare uno in particolare: Henri Pouzol, deportato politico, autore in proprio di
una dozzina di raccolte di poesie. Ha curato inoltre delle opere collettive, tra cui
un’importante Antologia della poesia europea concentrazionaria [Ces voix toujours
présentes. Anthologie de la poésie européenne concentrationnaire], pubblicata nel 1995 dalla
Fédération Nationale des Déportés et Internés Résistants et Patriotes (FNDIRP), l’equivalente
francese dell’ANED, presso le Edizioni Universitarie di Rennes4.
Per raccogliere quelle poesie, Pouzol ha viaggiato nell’Europa dell’Est e in Israele. Da tale
raccolta, è stata poi tratta un’edizione ridotta nel 2001, illustrata da disegni di deportati e con
la prefazione di Jorge Semprun5.
C’è in quelle antologie una volontà di testimoniare l’esperienza vissuta, di
trasmetterne la memoria, un impegno morale e civile, nella pura tradizione libertaria francese.
Per questo ho scelto come titolo alla mia relazione il primo verso di una poesia di Jean
Cayrol: “Au nom du mort qui fut sans nom” (“In nome del morto che fu senza nome”).
La poesia si intitola: J’accuse (Accuso), con un chiaro riferimento all’articolo che Zola
pubblicò sul quotidiano “L’Aurore” nel 1898 in occasione dell’Affare Dreyfus, un gesto
coraggioso che gli costò la condanna al carcere e l’esilio:
Au nom du mort qui fut sans nom
Au nom des portes verrouillées
Au nom de l’arbre qui répond
Au nom des plaies, au nom des prés mouillés
[…]
Au nom des justices sommaires
Au nom de la paix si faible dans nos bras
Au nom des nuits vivantes de la mère
Au nom d’un peuple dont s’effacent les pas
(In nome del morto che fu senza nome
In nome delle porte sprangate
In nome dell’albero che risponde
In nome delle piaghe, in nome dei prati bagnati
[...]
In nome delle giustizie sommarie
In nome della pace così debole nelle nostre braccia
In nome delle notti vive della madre
4 Salvo altra precisazione, le poesie citate sono tratte da tale Antologia e la traduzione italiana è nostra.
5 È da tale prefazione che abbiamo tratto l’espressione « un acte de foi » (« un atto di fede ») : Yves Ménager (a
cura di), Paroles de déportés, pref. di J. Semprun, Les Éditions de l’Atelier / Les Éditions Ouvrières, FNDIRP,
Parigi, 2001, p.16.
3
In nome di un popolo di cui si cancellano i passi)
Jean Cayrol, arrestato nella Resistenza, è stato deportato a Mauthausen, dove ha
composto clandestinamente circa duecento poesie, nella penombra, senza rileggerle, su dei
fogli di carta da sigarette, protetto dai compagni che gli avevano chiesto di scrivere le loro
sofferenze. Quelle poesie gli sono state restituite nel 1955 da un tedesco, che diceva di averle
ritrovate alla fine della guerra.
Ma Cayrol ha pubblicato altre opere, in prosa e in versi: e in particolare la raccolta di poesie
Poèmes de la nuit et du brouillard uscita nel 1946, titolo che ha probabilmente ispirato quello
del film di Alain Resnais: Nuit et Brouillard (1955) per il quale Cayrol ha scritto il testo6.
Percorrendo la biografia di questi poeti deportati, ebrei e non ebrei, notiamo che per la
maggior parte provengono dalle fila della Resistenza. Molti sono intellettuali o artisti, a volte
poeti già prima dell’arresto, come Max Jacob, amico di Apollinaire e di Picasso (è lui che ha
contribuito per scherzo a trovare il titolo della tela di Picasso Les Demoiselles d’Avignon: sua
nonna era originaria di Avignone…). C’è un suo ritratto dipinto da Modigliani.
Max Jacob era un grande scrittore: giocava con la fantasia, l’emozione, le immagini insolite.
Egli ha avuto un destino singolare: in quanto poeta, faceva parte della bohème di Montmartre.
Era ebreo, ma in seguito a un’illuminazione si è convertito al Cattolicesimo, andandosi a
ritirare nel 1921 in un’abbazia benedettina sulla Loira. Ed è lì che sono venuti ad arrestarlo i
tedeschi nel febbraio del 1944, in quanto ebreo: è morto qualche giorno poco nel campo di
internamento di Drancy. A Drancy, ha scritto delle poesie, tra cui questa Agonie (Agonia):
Mon Dieu! Que je suis las d’être sans espérance,
De rouler le tonneau lourd de ma déchéance
Et sans moyens d’en finir avec la terre.
[...]
Je tourne chaque nuit mes visions vers les morts
Je frappe avec mon crâne aux rochers de l’enfer
Et les draps de mon lit sont en paille de fer.
Souvent dans mon sommeil la même île électrique
Marque en couteau de sang mes noms patronymiques
Sur ma peau. Membres, paquets d’anguilles
Qu’avec un gai rictus les diables échenillent.
(Dio mio ! Come son lasso di esser senza speranza,
Di rotolare la botte greve del mio avvilimento
E senza possibilità di farla finita con la terra.
[...]
Volgo ogni notte le mie visioni verso i morti
Sbatto con il mio cranio alle rupi dell’inferno
E le lenzuola nel letto sono in paglia di ferro.
Sovente nel sonno la stessa isola elettrica
Imprime con coltello di sangue i miei patronimici
Sulla pelle. Membra, fasci di anguille
Che con un gaio ghigno i diavoli sfrondano.)
Tra i poeti prima della deportazione, vorrei menzionare il più giovane: Jean-Pierre
Voidies, che ha scritto una poesia intitolata : Le froid (Il freddo):
Lui, le froid
Bleu
S’allonge
dans le ciel
Comme un mort
6 Jean Cayrol è morto pochi giorni dopo il nostro Convegno, il 10 febbraio 2005, all’età di 93 anni.
4
Il m’écrase
[…]
Il m’écrase
Je le sens
Sur moi
Dans ma chair
Il entre
Bleu
Et je suis
Rétréci
Rétréci
Sous ce froid
Mort
Et bleu
Qui tombe
(Lui, il freddo
Blu
Si stende
nel cielo
Come un morto
Mi schiaccia
[...]
Mi schiaccia
Lo sento
Su di me
Nella mia carne
Entra
Blu
E sono
Intirizzito
Intirizzito
Sotto questo freddo
Morto
E blu
Che scende)
A sedici anni, Voidies organizza nel suo liceo un gruppo di Resistenza; arrestato
l’anno dopo e torturato, è deportato a Neuengamme, dove compone mentalmente delle poesie,
senza carta nè matita. Pubblicherà numerose opere al suo ritorno.
Questo ci porta a prendere in considerazione le difficoltà e i pericoli affrontati da chi
scriveva poesie in Lager, ed è la maggioranza: solo poche poesie sono state composte dopo la
Liberazione o prima della deportazione: nella prigione di Fresnes, o nei campi di Drancy (per
civili francesi e stranieri, soprattutto ebrei) e di Compiègne (campo di transito per prigionieri
politici).
Anche Primo Levi ha raccontato che aveva dovuto distruggere le annotazioni prese nel
laboratorio di chimica, l’unico posto in cui avesse avuto a disposizione carta e matita e il
tempo di scrivere, perché se fosse stato scoperto sarebbe stato severamente punito.
Queste poesie di deportati venivano scarabocchiate su pezzi di cartone e di carta di varia
origine; recitate o passate clandestinamente da individuo a individuo e da un gruppo all’altro;
portate fuori dal Lager alla Liberazione dagli autori superstiti o da compagni, se gli autori
erano morti; a volte venivano ricordate a memoria, senza altro supporto.
Allora perché affrontare tanti pericoli e difficoltà? Scrivere poesie era un atto di
resistenza: scrivere per affermare la propria dignità, per opporsi alla bestializzazione voluta
5
dai nazisti. Per i deportati, soprattutto politici, era un atto di solidarietà antifascista, un atto di
fede in un ideale umano e politico.
Vorrei a questo proposito soffermarmi sul fatto che, se nelle poesie sul Lager appaiono
in genere gli stessi temi delle testimonianze in prosa: il viaggio nei vagoni piombati, la fame,
il freddo, gli appelli, la morte, a volte la fraternità e la speranza, il ritorno e la memoria, il
modo di affrontare tali argomenti si differenzia dalle opere in prosa.
Primo Levi lo aveva affermato, davanti al pubblico del Teatro Carignano, nel 1976, a
proposito delle sue poesie: “cose che mi premevano dentro hanno rotto le dighe e sono uscite
così, in versi. Io ho scelto di scrivere “di testa” e non di cuore; le poesie mi hanno fatto
accorgere che non sempre ci riesco. Concedetemi di avere anch’io uno straccio di “Es 7.
Per questo il tono della poesia Shemà è così diverso da quello pacato di Se questo è un uomo,
a cui è posta in epigrafe.
Ho ripensato a Shemà, leggendo un poema di Charlotte Delbo : Vous qui savez (Voi
che sapete), inserito in un’opera in prosa del 1965, Aucun de nous ne reviendra, il primo libro
della sua trilogia su Auschwitz8. Levi mi aveva citato il titolo del libro della Delbo in
francese, dicendomi che vi aveva ritrovato il sogno ricorrente di tornare, raccontare e non
essere ascoltati.
Anche la Delbo si rivolge direttamente ai lettori, attraverso una serie di anafore che ricordano,
fin dall’incipit, il poema di Primo Levi: “Voi che vivete sicuri / O vous qui savez” (O voi
che sapete):
O vous qui savez
saviez-vous que la faim fait briller les yeux
que la soif les ternit
O vous qui savez
saviez-vous qu’on peut voir sa mère morte
et rester sans larmes
O vous qui savez
saviez-vous que le matin on veut mourir
que le soir on a peur
[...]
saviez-vous que la souffrance n’a pas de limites
l’horreur pas de frontière
Le saviez-vous
vous qui savez
(O voi che sapete
sapevate che la fame fa brillare gli occhi
che la sete li appanna
O voi che sapete
sapevate che si può vedere la propria madre morta
e restare senza lacrime
O voi che sapete
sapevate che la mattina si vuole morire
che la sera si ha paura
[...]
sapevate che la sofferenza non ha limite
l’orrore non ha frontiera
Lo sapevate
Voi che sapete.)
7 Gabriella Poli, Giorgio Calcagno, Echi di una voce perduta, Mursia, Milano, 1992, p.90.
8 Charlotte Delbo, Auschwitz et après. I Aucun de nous ne reviendra, Les Éditions de Minuit, Parigi, 1970, p.21
(edizione italiana: Un treno senza ritorno, trad. di Luisa Collodi, Piemme, Casale Monferrato, 2002, p.16).
6
Che cosa differenzia le poesie sul Lager dalle testimonianze in prosa? Che si tratti di
composizioni in versi regolari e in rima o di versi liberi, queste poesie rappresentano un grido:
un grido rivolto a Dio e agli uomini, un grido di rivolta e di protesta.
È uscito nel 2002 un numero della rivista del Centro di Documentazione Ebraica
Contemporanea di Parigi dedicato alla Shoah nella letteratura francese9. Georges Bensoussan,
che ne ha curato l’edizione, sottolinea appunto la presenza, nella letteratura della Shoah, del
grido, un leitmotiv che percorre tanti poemi, e in particolare Il canto del popolo ebraico
massacrato di Itzhak Katzenelson.
Ho limitato la mia analisi ai poeti che scrivono in francese, ma vorrei soffermarmi su
Katzenelson, che scriveva in yiddish, perché il suo destino è strettamente legato alla Francia
- oltre al fatto che Primo Levi ha scritto una bella prefazione all’edizione italiana.
Katzenelson era originario della Bielorussia, ha vissuto nel ghetto di Varsavia, da dove è
riuscito a evadere col figlio maggiore dopo l’insurrezione del ghetto nell’aprile del 1943 (sua
moglie e il figlio minore erano già stati deportati). Rifugiatisi in Francia, sono arrestati e
internati nel campo di Vittel, una stazione termale nel nord-est della Francia, dove sono
raccolti degli ebrei dell’Europa Centrale con la promessa ipotetica di un’emigrazione
nell’America del Sud. Lì incomincia a comporre il suo lungo poema, dall’ottobre 1943 al
gennaio 1944, incoraggiato dalla sua compatriota Miriam Novitch, anch’essa internata a
Vittel.
Katzenelson fa la cronaca del genocidio degli ebrei: le deportazioni, l’insurrezione del ghetto,
i campi di sterminio, i massacri sotto un cielo indifferente: “Il mondo deve conoscere il più
presto possibile la nostra terribile tragedia, nemmeno una goccia della nostra sofferenza deve
andare perduta, bisogna gridare, accusare!”, confida alla Novitch10.
Il poeta e suo figlio saranno deportati ad Auschwitz-Birkenau, dove moriranno in gas al loro
arrivo. Il poema, chiuso in tre bottiglie sigillate, interrate ai piedi di un albero nel campo di
Vittel, verrà riesumato da Miriam Novitch che l’aveva nascosto insieme all’autore, e
pubblicato a Parigi nel 1945.
Nell’opera di Katzenelson si sviluppa quella “poetica del grido” di cui si parlava
prima, un “grido senza voce” (l’espressione è sua), preso com’è tra la necessità di dire
l’indicibile e il desiderio di tacere. Il suo è un grido che vuole strappare i morti
all’annientamento:
“Grida, popolo ebreo massacrato, grida forte!”
È un’invocazione-evocazione, come una prosopopea:
“Venite tutti! Da Treblinka, da Sobibor, da Auschwitz, da Belzec!”
È un’imprecazione contro gli assassini, contro il Cielo muto, un grido che vuole esprimere il
caos, l’assenza di senso.
A questo punto ci troviamo confrontati a un altro aspetto della poesia del Lager, quello
legato al genocidio degli ebrei. Diversamente dalla poesia della deportazione politica, nella
poesia della Shoah, soprattutto quella in lingua yiddish, la sofferenza e la morte sono inserite
in un contesto storico di millenni di persecuzioni e di massacri.
Rachel Ertel, un’universitaria francese, scrittrice e traduttrice, ha dedicato dei saggi importanti
alla cultura yiddish e alla poesia dell’annientamento: l’ultimo è del 2003, quindi
recentissimo11. Secondo lei, è essenzialmente attraverso la poesia che le vittime e i superstiti
della Yiddishland hanno risposto allo sterminio nazista.
9 Georges Bensoussan (a cura di), La Shoah dans la littérature française, « Revue d’Histoire de la Shoah. Le
monde juif », La Revue du Centre de Documentation Juive Contemporaine, Parigi, n°176, settembre -dicembre
2002.
10 Citato in : Rachel Ertel, Dans la langue de personne. Poésie yiddish de l’anéantissement, Le Seuil, Parigi,
1993, nota 5, pp.213-214.
11 Rachel Ertel, Brasier de mots, Liana Levi, Parigi, 2003.
7
Certo, le parole sono inadeguate, ma per il poeta scrivere è un obbligo, nei confronti
soprattutto di coloro che sono morti senza sepoltura, di quel mondo ebraico d’Europa
Orientale scomparso, che sopravvive solo attraverso la sua testimonianza.
E siccome la realtà che vogliono trasmettere si trova al di là del linguaggio, i poeti
yiddish sentono il bisogno di ricorrere a una scrittura culturalmente codificata, attingendo
archetipi e forme retoriche dai testi sacri e profani che ha prodotto l’Ebraismo, dalla Bibbia (il
Libro di Giobbe, i Profeti) ai “memor-bücher” (i libri del ricordo): le cronache medioevali dei
massacri delle comunità ebraiche, che venivano lette durante la liturgia del Kippur.
Ma, a differenza dei profeti biblici, essi rifiutano l’idea di una giusta retribuzione dei peccati e
lanciano verso il cielo, silenzioso, indifferente, vuoto, il loro grido di dolore e di rivolta.
Si tratta della stessa teologia negativa che si ritrova in Paul Celan (“Lodato sia tu, Nessuno”).
Tra l’altro, Rachel Ertel ha intitolato un suo saggio: Dans la langue de personne (Nella lingua
di nessuno), con un chiaro riferimento a Celan (Die Niemandsrose).
Poiché, se è già difficile scrivere, come Celan, nella lingua degli assassini, cosa dire di coloro
che scrivono nella lingua morta dei loro morti? La Yiddishland – lo diceva anche Primo Levi
– non esiste più, è stata distrutta. Il destino del poeta yiddish, conclude Rachel Ertel, è oramai
di scrivere “nella lingua di nessuno”.
Un altro poeta ebreo di origine rumena, stabilitosi anch’egli a Parigi, fin dal 1923,
Benjamin Wechsler, ha scelto come Celan uno pseudonimo francese: Benjamin Fondane
(ha francesizzato il nome d’arte, Fundoianu, con cui firmava durante la sua precedente
carriera letteraria in Romania : oggigiorno, è considerato un grande poeta nel suo paese).
Ma, diversamente da Celan, arrivato a Parigi Fondane si è messo a scrivere in francese: otterrà
la nazionalità francese nel 1938.
La particolarità di Fondane è di aver previsto l’avvenire, fin dagli anni Trenta, con una
lucidità quasi profetica. Anch’egli, come i poeti yiddish, fa riferimento alla Bibbia e ai profeti,
che annunciano l’imminenza della catastrofe: Fondane collega le storie bibliche a quello che
sta vivendo e a ciò che teme per il futuro.
Durante la guerra, oltre a scrivere dei saggi letterari, riprende le poesie che ha composto in
passato, spaventandosi della propria chiaroveggenza. Ha l’impressione di rivivere il suo
poema del 1933, intitolato Ulisse, in cui nell’eroe mitico convergono il suo destino di uomo,
di ebreo e di poeta. Nella sua erranza si rispecchia l’esodo antico.
Fondane ha la chiara coscienza del proprio destino e di quello del suo popolo. La sua
Prefazione in prosa alla raccolta intitolata: L’Esodo è datata del 1942. Il poeta si rivolge ai
posteri: “C’est à vous que je parle, hommes des antipodes” (“È a voi che parlo, uomini degli
antipodi”), rivendicando un linguaggio comune, un’umanità comune. Ma subito si corregge:
Et pourtant, non!
Je n’étais pas un homme comme vous.
Vous n’êtes pas nés sur les routes,
personne n’a jeté à l’égoût vos petits
comme des chats encor sans yeux,
vous n’avez pas erré de cité en cité
traqués par les polices,
vous n’avez pas connu les désastres à l’aube,
les wagons à bestiaux
et le sanglot amer de l’humiliation,
accusés d’un délit que vous n’avez pas fait,
d’un meurtre dont il manque encore le cadavre,
changeant de nom et de visage,
pour ne pas emporter un nom qu’on a hué,
un visage qui avait servi à tout le monde
de crachoir!
8
(Eppure, no!
Non ero un uomo come voi.
Non siete nati sulle strade,
nessuno ha gettato nella fogna i vostri piccoli
come gatti ancor senz’ occhi,
non avete errato di città in città
braccati dalle polizie,
non avete conosciuto le catastrofi all’alba,
i carri bestiame
e il singhiozzo amaro dell’umiliazione,
accusati di un delitto che non avete compiuto,
di un assassinio di cui manca ancora il cadavere,
cambiando nome e volto,
per non portar con sé un nome schernito,
un volto che aveva servito a tutti
da oggetto di sputo!)
E quando il poema si troverà un giorno davanti ai loro occhi: “Oubliez- le! Oubliezle!”
(“Dimenticatelo! Dimenticatelo!”), chiede Fondane che conclude:
Mais quand vous foulerez ce bouquet d’orties
qui avait été moi, dans un autre siècle,
en une histoire qui vous sera périmée,
souvenez-vous seulement que j’étais innocent
et que, tout comme vous, mortels de ce jour-là,
j’avais eu, moi aussi, un visage marqué
par la colère, par la pitié et la joie,
un visage d’homme, tout simplement!
(Ma quando calpesterete quel ciuffo di ortiche
Che ero stato io, in un altro secolo,
in una storia che per voi sarà desueta,
ricordatevi solo che ero innocente
e che, come voi, mortali di quel giorno,
avevo avuto, anch’io, un volto segnato
dalla collera, dalla pietà e dalla gioia,
un volto d’uomo, semplicemente!)
Come i poeti yiddish, Fondane è combattuto tra la parola e il silenzio, ma non può
sottrarsi al proprio canto – che è, ancora una volta, un grido.
Durante l’occupazione tedesca, continua ad abitare nel suo alloggio a Parigi, con la moglie e
la sorella; non mette la stella gialla e non prende precauzioni eccessive. In seguito a una
denuncia, è arrestato nel 1944 con la sorella: la moglie potrebbe farlo liberare, in quanto
marito di un’ariana, ma egli rifiuta di abbandonare la sorella (un po’ come Stuparich, che
aveva voluto seguire la madre e la moglie nella Risiera di San Sabba, ed erano poi stati
liberati, grazie all’intervento delle autorità civili e religiose di Trieste). Ma qui l’esito è
diverso: Fondane è internato a Drancy, da cui riesce a inviare delle indicazioni alla moglie per
la pubblicazione della sua opera, e poi deportato ad Auschwitz, dove morirà nella camera a
gas nel mese di ottobre.
Gli amici superstiti hanno testimoniato che è rimasto, fino alla fine, lo stesso, malgrado le
sofferenze e gli stenti: recitava delle poesie di Baudelaire, ne scriveva per i compagni, che
cercava di confortare. Pare che, la vigilia della morte, sia riuscito a far passare a un compagno
una poesia che aveva appena redatto.
9
Finora abbiamo parlato della poesia sul Lager. Ma il caso di Benjamin Fondane, la sua
identificazione a Ulisse, il fatto che recitasse senza fine dei versi di Baudelaire, ci porta a
prendere in considerazione anche il ruolo che ha svolto la poesia in Lager. Il caso più noto è
quello di Primo Levi che evoca per Jean Samuel “Il canto di Ulisse” di Dante.
Ne L’Écriture ou la vie (La scrittura o la vita), ci sono pagine indimenticabili, in cui
Jorge Semprun racconta di aver recitato, a Buchenwald, in guisa di preghiera per i morti,
alcuni versi del Voyage di Baudelaire, al capezzale di Maurice Halbwachs, il suo insegnante
alla Sorbona, il grande sociologo della memoria, agonizzante in mezzo alla putrefazione del
proprio corpo: “Ô mort, vieux capitaine, il est temps, levons l’ancre…” (“O morte, vecchio
capitano, è l’ora, leviamo l’ancora…”). Gli occhi di Halbwachs esprimono lo stupore, un
fremito gli percorre le labbra e, conclude l’autore, “Sorride, morente, con lo sguardo fraterno
posato su di me.”12
Jorge Semprun è di origine spagnola, ma si è rifugiato in Francia con la famiglia
quand’era ragazzo nel 1939, ha studiato a Parigi, è stato arrestato durante la Resistenza in
Borgogna e deportato a Buchenwald, via Compiègne. Fin dall’inizio ha scritto in francese, “la
lingua dell’esilio”, come la chiama: L’Écriture ou la vie è un libro di riflessioni e di memorie,
che contiene anche un bel capitolo su Primo Levi.
Ho trovato una poesia che Semprun ha scritto a Buchenwald: non parla del Lager, ma di un
sogno antico (si tratta pure del titolo: Le rêve ancien), in cui viene evocata la donna amata. Vi
si avverte tuttavia un’angoscia, una tensione che culmina negli ultimi versi:
Restent ce rien, ce rire, ce rêve ancien … Reste ce quotidien
projet de vivre malgré …
L’angoisse est un drapeau que l’infini vent froisse.
(Restano quel niente, quel riso, quel sogno antico … Resta quel quotidiano
progetto di vivere malgrado …
L’angoscia è una bandiera che l’infinito vento sgualcisce.)
Nella prefazione all’antologia di poesie edita nel 2001, Semprun sottolinea
l’importanza, per la resistenza morale dei deportati, di quei versi di grandi poeti : Baudelaire,
Rimbaud, Apollinaire, Aragon, recitati in comune, nei momenti di pausa, durante gli appelli,
frammenti di poemi condivisi come un pezzo di pane, in uno slancio di solidarietà, di fierezza
e di speranza.
Abbiamo menzionato Aragon, poeta francese della Resistenza, che non ha subìto la
deportazione ma vi ha dedicato molti versi. Ha scritto, in particolare, una bella composizione,
fatta per essere cantata, per Robert Desnos, un altro poeta proveniente come lui dalle fila del
Surrealismo, morto in deportazione.
Desnos si era rivelato un vero genio della scrittura automatica sotto ipnosi, durante le
sedute organizzate da André Breton e i Surrealisti. La sua produzione poetica si basava
sull’improvvisazione onirica e i resoconti di sogni, nella tradizione di Gérard de Nerval.
Frequentava i circoli intellettuali e artistici parigini, era amico di Garcia Lorca e Neruda,
disegnava e dipingeva.
Durante l’occupazione tedesca, entra nella Resistenza: approfitta della sua collaborazione a un
giornale per avere informazioni, scrive resoconti di libri e di dischi, in cui inserisce sottintesi
contro il regime di Vichy, fa l’elogio del jazz, che i tedeschi considerano una musica
degenerata. Céline lo accusa in termini insultanti di essere filosemita. Contemporaneamente,
Desnos pubblica in edizioni clandestine delle poesie in cui critica apertamente Pétain e Hitler
e incita alla resistenza e alla lotta per la libertà.
12 Jorge Semprun, L’écriture ou la vie, Gallimard, Parigi, 1994, p.33 (edizione italiana: La scrittura o la vita,
trad. di Antonietta Sanna, Ugo Guanda Ed., Parma, 1996, pp.28-29).
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Viene arrestato nel febbraio del 1944 e internato a Compiègne, dove scrive un bel poema:
Suolo di Compiègne, firmandosi con uno degli pseudonimi che aveva usato per le poesie della
Resistenza. Si tratta di una composizione a più voci, che inizia con l’evocazione insistente
della natura minerale del suolo: “Craie et silex et herbe et craie et silex” (“Gesso e selce e
erba e gesso e selce”) e termina con una nota di speranza:
Nous laisserons notre poussière
Dans la poussière de Compiègne
(scandé)
Et nous emporterons nos amours
Nos amours qu’il nous en souvienne
CHOEUR
Qu’il nous en souvienne.
(Lasceremo la nostra polvere
Nella polvere di Compiègne
(scandito)
E porteremo con noi i nostri amori
I nostri amori a fin che ce ne rammentiamo
CORO
Che ce ne rammentiamo.)
Utilizzando l’espressione francese: “il m’en souvient”, più ricercata rispetto a “je m’en
souviens”, Desnos inserisce un riferimento interstestuale a un poema di Apollinaire del 1912,
che tutti conoscono:
Sous le pont Mirabeau coule la Seine
Et nos amours
Faut-il qu’il m’en souvienne
(Sotto il ponte Mirabeau scorre la Senna
E i nostri amori
È forse d’uopo che lo rammenti)
Immaginiamo quindi Desnos, nel campo di internamento di Compiègne, cosciente del
destino tragico che lo attende, capace di comporre versi e giocare con le parole e i riferimenti
letterari, deciso a confortare i compagni di prigionia, evocando una partenza liberatrice…
La partenza avviene, ma in direzione di Auschwitz, poi di Buchenwald, Flossenburg e Flöha.
Coloro che hanno avvicinato Desnos in Lager, ricordano che è sempre rimasto gioviale e
fraterno con tutti, pieno di ottimismo e di humour. Sosteneva il morale dei compagni con
racconti e canzoni, recitava poesie sue o di poeti francesi: Racine, Victor Hugo, Nerval…
Un giorno che aveva ricevuto ingiustamente un ceffone dal favorito di un Kapo, un ragazzo di
sedici anni che distribuiva la zuppa, gliel’aveva scagliata in faccia bollente, con un gesto di
rivolta e di affermazione della propria dignità. Lui ne aveva dati, pubblicamente, degli
schiaffi, e in particolare al direttore del giornale collaborazionista Je suis partout, Alain
Laubreaux – e questo gli aveva valso la deportazione, poiché Laubreaux, apprendendo che i
tedeschi, sotto le pressioni dei suoi amici scrittori, stavano per liberarlo da Compiègne, aveva
protestato che Desnos era un comunista e un antihitleriano 13. Naturalmente, il gesto
13 Dominique Desanti, Robert Desnos. Le roman d’une vie, Mercure de France, Parigi, 1999, pp.309 e 321.
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coraggioso di Desnos, che in Lager rifiutava di considerarsi un essere inferiore, gli costò un
pestaggio da parte di vari Kapo, venticinque frustate e molte sofferenze. Ma da allora in poi,
gli valse anche l’ammirazione dei compagni e dei detenuti russi del campo.
In seguito all’evacuazione di Flöha, Desnos arriva, nel maggio del 1945, a
Theresienstadt, in Cecoslovacchia : l’ultima tappa, poiché muore di tifo l’8 giugno. Aveva
scritto, due anni prima, il proprio Epitaffio, come una premonizione, che si concludeva con
due versi lapidari:
Vivants, ne craignez rien de moi, car je suis mort.
Rien ne survit de mon esprit ni de mon corps.
(Viventi, nulla temete da me, poiché son morto.
Nulla sopravvive del mio spirito né del mio corpo.)
Ma prima di morire, doveva ricevere un’ultima consolazione: due volontari céchi che
lavoravano nell’ospedale del campo, uno studente di medicina e un’infermiera, conoscevano i
Surrealisti e dei poemi di Desnos in traduzione. Vedendo scritto il suo nome sulla cartella
della temperatura, erano andati a chiedergli se conoscesse Robert Desnos, il poeta francese.
Allora il suo sguardo si era illuminato, e per gli ultimi giorni che gli restavano da vivere, i
suoi due giovani ammiratori si erano alternati al suo capezzale per parlare con lui di
letteratura e di poesia…
E vorrei concludere facendo ascoltare la poesia che Aragon ha scritto per Desnos,
adattata e cantata da Jean Ferrat. Si intitola: Complainte de Robert le Diable (Lamento di
Roberto il Diavolo)14. Il titolo si riferisce a un romanzo medioevale francese della fine del XII
secolo, il cui protagonista, Roberto il Diavolo, è identificato a Roberto il Magnifico, duca di
Normandia e padre di Guglielmo il Conquistatore, morto a Nicea durante un pellegrinaggio a
Gerusalemme. Robert le Diable è anche un’opera del compositore tedesco Giacomo
Meyerbeer (1831).
Ma Aragon fa, secondo me, allusione a una canzone divenuta famosissima: La Complainte de
Fantomas, scritta da Desnos per la radio nel 1933, con la musica di Kurt Weill, sotto la
direzione di Alejo Carpentier. C’era, in Robert Desnos, questo lato un po’ notturno della
personalità, da “poète maudit”, che Aragon rende bene nella sua poesia.
Cito la strofa più suggestiva, che nella canzone è ripresa come un ritornello:
Je pense à toi Desnos qui partis de Compiègne
Comme un soir en dormant tu nous en fis récit
Accomplir jusqu’au bout ta propre prophétie
Là-bas où le destin de notre siècle saigne
(Penso a te Desnos che partisti da Compiègne
Come una sera dormendo ce lo raccontasti
Per compiere fino in fondo la tua profezia
Laggiù dove il destino del nostro secolo sanguina)
14 Louis Aragon, Les poètes, Gallimard, Parigi, 1969, p.105.