Creatività/Scurati, La letteratura al tempo della cronaca
riprendiamo da Repubblica del 26 giugno il terzo articolo -questo è di Antonio Scurati- dedicato ai nuovi narratori italiani
Un angelo con gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. Lo sguardo fisso, rivolto al passato: un’ immane catastrofe accumula rovine ai suoi piedi. Senza tregua. Lui vorrebbe trattenersi, destare i morti, ricomporre l’ infranto. Ma le sue ali dispiegate, impigliate in una tempesta che spira dal paradiso, lo spingono verso il futuro, cui volge le spalle. La tempesta è ciò che un tempo chiamavamo progresso, l’ angelo è l’ angelo della storia di Walter Benjamin. La narrativa contemporanea deve, forse, chiedersi: che ne è stato di quell’ angelo nuovo? Stando a Francois Hartog, le società pensano il rapporto tra passato, presente e futuro in modi diversi. Nella nostra, dopo che fino agli anni ‘ 60 ha prevalso un orientamento al futuro, è subentrato il “presentismo”, un regime di storicità ca ratterizzato dall’ egemonia del presente. Il che pone la domanda: come si racconta il presente quando non c’ è che quello? La letteratura – quell’ idea nata con l’ età moderna votandosi al culto degli antichi e alla promessa, mai mantenuta, dei posteri – deve oggi accorciare le distanze. Si vede spinta nella zona di contatto con il presente. Tutto il passato sembra averci dimenticati e il futuro non dura più a lungo. Impazienza assoluta. Giù per questa china, la narrativa contemporanea diventa narrativa del contemporaneo. Entrano, allora, in crisi le poetiche dello scarto otto-novecentesche. Il secolo della Storia, radicalmente futurista, si era imposto di scartare a ogni costo e a tutto campo: dal linguaggio ordinario, dall’ ideologia dominante, dal tempo presente. Ma l’ obbligo di aderenza impone, oggi, la fuoriuscita da quell’ idea moderna di contemporaneità. Tanto dall’ inattualità nicciana quanto dalla negatività adorniana. Insomma, Il Ventesimo è stato, nelle arti, nel pensiero e in letteratura, un secolo di sistematico smarcamento. Il Ventunesimo si apre all’ insegna del marcamento a uomo, asfissiato e asfissiate, sul presente. Personalmente, avverto questo “presentismo” declinarsi in “cronachismo”. Sotto la pressione dei linguaggi mediatici, l’ orizzonte ampio della Storia e delle sue storie si frantuma in cronaca di un oggi assoluto, e perciò deprivato della possibilità di entrare in un racconto più grande, sia esso magari anche racconto del Male. Il risultato è un triste cronicizzarsi dell’ esistenza, individuale e collettiva. La vita, se letta nelle pagine dei giornali o vista in tv, scade a teatro di fattacci e fatterelli. Finisce con l’ apparirci come una malattia inguaribile di lungo decorso. Un’ illusione che per dare prova di autenticità si cala sempre più nei toni crudi, nel sangue, nello sperma, rimesta nel torbido, nel triviale, nel sozzo. Ogni giorno un delitto e un delitto al giorno. Questa la regola della miopia cronachistica. E non si tratta di un “ritorno alla realtà”. Sul modello degli spettacoli gladiatori, il mondo della comunicazione trionfante è qualcosa di finto che per essere creduto ha bisogno di un eccesso di realtà. La nostra maggiore, obbligata aderenza al reale è, insomma, del tipo del cerotto sulla ferita. Fino alla cauterizzazione dello spirito, fino all’ indifferenza e alla cecità assolute. Nella mia pratica di scrittore, ho sempre alternato romanzi storico-epicia romanzi scritti in un corpo a corpo con la cronaca. Sono, per me, due fasi di oscillazione di uno stesso pendolo impazzito. Con il mio ultimo libro, Il bambino che sognava la fine del mondo, ho preso i frantumi di molti delitti narrati, in modo slegato e disperso, dalle cronache di questi anni e ci ho costruito un racconto d’ invenzione che li ricapitolasse tutti in un’ unica figura discernibile del Male. Per farlo, ho perfino utilizzato molti articoli di commento che avevo scritto, non senza disagio, per La stampa. È stato il mio tentativo di sfuggire alla prigione della cronaca seguendo il consiglio di Genet: per sottrarti all’ orrore, sprofondaci dentro. Ma è stato anche un modo di mettere in pratica tre principi di una narrazione del contemporaneo. Esercitare un’ intelligenza delle superfici (divenire superficiali per profondità; atterrirsi, come astronauti in ricognizione lunare, allineando l’ occhio alla superficie desolata e scabra dell’ immediato). Stabilire un rapporto di vicinato con il proprio qui e ora (non necessariamente di buon vicinato; si tratta, anzi, di una rivalità mimetica, di scendere sul suo terreno, rischiando risposte parzialmente isomorfe; di farsi sotto, come in una bagarre pugilistica, per piazzare il proprio colpo). Sapersi prigionieri di una bolla d’ immanenza (e non più quella della concezione postmoderna del linguaggio come prigione di segni ma quella di un tempo senza vie d’ uscita). La versione aggiornata al tempo della cronaca del vecchio angelo della storia – angelo caduto – viaggia in utilitaria. Tiene sempre gli occhi spalancati ma ora, imprigionato nel presente, la sua postura è curva, la spina dorsale inarcata sul volante, le ali ripiegate. Nessun vento del paradiso a sospingerlo, solo un motore a scoppio. Costretto in quell’ angusto spazio in movimento, il suo mondo è governato dalla relatività ristretta: qualunque gesto, anche il più ampio, non ha vera grandezza perché relativo al sistema di riferimento di un piccolo abitacolo. Preso dentro la sua bolla d’ immanenza, deve avanzare rivolto al futuro di un nastro d’ asfalto l’ angelo della cronaca, frontale, diretto, ma l’ orizzonte è vuoto, la superficie è glabra, il parabrezza opaco. Deve guardare avanti ma non si vede a un passo. Oppure può indirizzare lo sguardo a un rimbalzo retrogrado. L’ occhiata obliqua non gli restituisce, però, nessun grandioso spettacolo di rovine. Solo piccole porzioni di un mondo in decomposizione nello specchietto retrovisore. Frantumo di frantumi. L’ eco dei crolli si richiude sulle ruote posteriori come la scia di un’ elica. Una scritta a lettere maiuscole gli ricorda la regola della prossimità obbligata: “Objects in the mirror are closer than they appear”. La nebbia è fitta, la strada, però, sembra sgombra. Si può, forse, tentare perfino un salto di corsia. Ma l’ istinto del trauma gli consiglia prudenza. Ciò che sta per piombarti addosso si trova sempre nel punto cieco dello specchietto retrovisore. – ANTONIO SCURATI











