di massimo rastelli
L’acqua del torrente è bassa, la macchina sobbalza sui ciottoli tondi. C’è foschia nella conca, la luce dell’alba è un bagliore diffuso. Si sente solo il gorgogliare dell’acqua, chiudo la portiera dell’auto, la premo con forza, senza sbatterla. Un sentiero porta alla sorgente, è una striscia di terra battuta in mezzo all’erba. Il fondo dei pantaloni si bagna, la tela diventa pesante e si attacca alle caviglie. E’ una zona di fossati, fresca, ci sono grandi aceri, sotto le nuove foglie sembra ancora notte. A destra c’è un rudere, una misera casa ridotta in macerie. Mi avvicino, con le mani sposto alti cespugli di artemisia. I sassi dei muri sono rugginosi, è pietra di scarsa qualità, non ha retto alle intemperie. Gli scuri di legno sono scostati dalle finestre, lasciano intravedere l’interno. Le stanze si sono rovesciate una sull’altra, un cumulo di calcinacci. Sulla facciata, una nicchia di forma ovale, protegge una madonna inesistente. Una piastrella di ceramica riporta il numero sei, è di smalto bianco e blu. Sullo scuro è appollaiata una piccola civetta, ha gli occhi dorati, muove le zampe, si sposta di pochi centimetri sul legno marcio della persiana. Resto fermo, immagino di essere chiuso in un mantello pesante con le braccia incrociate sul petto, la testa un po’ reclinata, ascolto ogni rumore. L’uccello scuote le piume, ha la testa rotonda e cerchi biancastri attorno agli occhi, li socchiude come non avesse timore. Rimaniamo in attesa, pronti a cogliere il movimento di un topo o il balzo di una rana. L’aria è umida, c’è odore di legno bagnato e di fermenti vegetali. Le foglie sono immobili, respiro con ritmo lento. Tra i rami si vede ancora la luna, è un disco grigio dello stesso colore del cielo. La civetta vola all’interno della casa, cerco di scorgerla tra le macerie. Non la vedo più.
Ci fosse stato Manuel, sarebbe stata una bella esperienza. Ero andato a svegliarlo che era ancora buio. Di solito non si faceva aspettare, lo trovavo già in cucina per la colazione. La porta della sua camera era chiusa. Abbasso piano la maniglia e creo uno spiraglio da cui filtra la luce del corridoio. Lui solleva la testa e guarda verso di me con gli occhi mezzi chiusi. Mi avvicino al letto.
- Andiamo alla sorgente, a raccogliere erbe.
Lui si tocca la fronte e si solleva col gomito appoggiato al cuscino. Con l’avambraccio protegge gli occhi anche se la luce è poca. Rimane con la testa penzoloni, la solleva, con le palpebre socchiuse.
-Non sto bene, mi brucia la gola.
-Allora non vieni?
-Babbo, vengo la prossima volta.
Mi sorride. Allunga la mano e tocca la mia per scusarsi. Ha il torso nudo, il lenzuolo si solleva e scopre il suo corpo.
-Ma cos’hai sul fianco?
-Ah, sì, è l’aquila che mi sono fatto tatuare.
Adesso sgrana gli occhi, sfiora con la mano il disegno scuro sulla pelle.
-Ma non mi hai detto niente.
-Te l’avrei detto, era una sorpresa. La prossima volta vengo con te.
La domenica mattina andavamo spesso a raccogliere erbe e funghi. Mio figlio è un ragazzo appassionato di alberi, di ambienti naturali, è un bravo studente, frequenta il liceo scientifico, il quarto anno. Questa zona dove c’è la sorgente è il nostro luogo preferito. Lungo il torrente sono sorti capannoni artigianali, depositi di materiale, l’ambiente si è modificato, non è più verde e rigoglioso come un tempo. L’acqua si disperde in un letto largo e pianeggiante, una distesa di ciottoli bianchi depositati sulla creta grigia. I canneti sono spariti e la poca vegetazione palustre trattiene la sporcizia che rimane impigliata ai suoi rami. La sorgente è appena fuori, si cammina per un sentiero poco conosciuto, dalle pietre del torrente si arriva a un tratto erboso, si gira attorno ad una collina, qui l’ambiente è rimasto intatto. Il tempo alla sorgente si è fermato. E’ un luogo pregiato perché si trova di tutto, erbe, funghi, radici commestibili. Ci sono anche animali, caprioli, cinghiali, lepri, beccacce, istrici; si vedono le loro impronte sulla terra scura. L’incontro con la piccola civetta è stato un fatto insolito. Ci fosse stato mio figlio Manuel, sarebbe stata una esperienza da ricordare.
Cammino oltre, sino all’inizio di una valle stretta. E’ una piccola gola ombrosa, è esposta a nord e vi si infila solo aria fresca. La sorgente forma un rigagnolo, alimenta una zona palustre dove crescono grandi foglie carnose grigioverdi e canne di fiume. Dove sgorga l’acqua c’è un coppo rovesciato di terracotta, si forma poi una pozza nel terreno. Raccolgo con le mani l’acqua, è gelida, sento le dita rattrappirsi al contatto con il liquido freddo, mi sciacquo la faccia. Ho dormito poche ore, con gli amici abbiamo organizzato una cena, carne cotta alla brace e vino rosso. Al termine avevamo la mente torbida per il mangiare e per le bottiglie vuote. Ho bisogno di acqua fresca, per svegliarmi completamente. Scopro i polsi e gli avambracci e li immergo. Brividi scuotono le braccia, poi un calore emerge dalle mani come istinto primordiale di sopravivenza. L’acqua è gelida, morde la carne. Sento lo stomaco che si contrae, il freddo sulla pelle stimola delle fitte all’addome, non avrei dovuto mangiare tanto. Attorno alla sorgente si vedono le tracce di animali, i segni delle unghie del tasso, le tane delle volpi. Gli alberi stanno ai limiti dei costoni e con le radici muovono il terriccio franoso, chiudono la visuale. Le piogge della primavera hanno fatto crescere vegetazione tenera e lucente. Estraggo il coltello dal tascapane, con la lama taglio le erbe selvatiche vicino al terreno. Il cellulare vibra in tasca. Le dita sono sporche di terriccio, non mi va di infilarle dentro ai pantaloni, le striscio sull’erba bagnata, ora sono pulite ma umide. E’ Marta.
-Ho letto il tuo messaggio. Manuel sta bene, dorme.
-Mi ha detto che aveva mal di gola.
-Può darsi, ma hai sentito a che ora è rientrato? Erano quasi le quattro.
-No, non l’ho sentito. Ho mangiato tanto e sono caduto in un sonno profondo. Erano le quattro? E il tatuaggio? Tu lo sapevi?
-Sì.
-Perché non me l’hai detto?.
- Non mi andava, te lo avrebbe detto lui. Poi sei stato tu a dirgli che a diciott’anni poteva farsi il tatuaggio, te ne sei dimenticato?
-No, è che non credevo se lo facesse. Pensavo poi ad un albero, ad un piccolo disegno, invece è l’ala di un’aquila che gli copre l’intero fianco.
-Cosa cambia, grande o piccolo? Quando sei maggiorenne te lo puoi fare, è quello che gli abbiamo sempre detto.
Faccio scivolare il cellulare in tasca. Mi guardo attorno, con la voce ho violato il silenzio, le foglie degli aceri si muovono appena.
Sono tornato alla macchina, guardo il tascapane, ho raccolto erbe pregiate, hanno foglie tenere e varie tonalità di verde. Potrei camminare verso un calanco che domina l’altro lato del fiume, potrebbero esserci altre varietà interessanti. Ora è giorno, il sole ha oltrepassato il colle e si riflette sull’acqua bassa e sui sassi chiari. Voci richiamano la mia attenzione. Vedo due uomini, lontani, in controluce, agitano le braccia, ne sorreggono un altro che cammina in modo stentato. Un’onda di apprensione mi travolge, il cuore palpita forte, corro verso di loro, non respiro. Il letto del fiume è uno spazio enorme, le suole scivolano sui ciottoli. La distanza che ci separa è una distesa senza vita, spaccature nella creta arida, i piedi si incastrano, dagli arbusti secchi si staccano bacche spinose, si appiccicano ai pantaloni. Ai lati pozze paludose di acqua verde. Sono militari, sono armati. La luce ora acceca, si riflette sull’acqua e sulle pietre bianche. Le canne dei fucili mitragliatori sobbalzano e sporgono dalle spalle. Arrivo davanti a loro. Sono ragazzi, hanno stivali di cuoio nero, la divisa mimetica e in testa un elmetto militare. Uno è ferito.
-Cosa ha fatto? Cosa gli è successo? Ditemi che succede?
Non ho più forze, mi piego in avanti, appoggio le mani sulle cosce, prendo fiato.
-E’ stato ferito all’occhio ed ha una distorsione alla caviglia, poi ti spieghiamo, la nostra macchina è di la della collina, aiutaci, ha bisogno di un pronto soccorso. Subito.
Il ragazzo si tiene uno straccio sulla faccia. Piagnucola, si lamenta. Uno dei ragazzi, il più magro, mi guarda. E’ preoccupato, il suo sguardo è desolato, lo vedo sfinito, mi chiede aiuto in silenzio. Cerco in tasca le chiavi, gliele porgo.
-Vai alla macchina, portala il più vicino possibile, a lui ci penso io.
Prendo il suo posto, faccio appoggiare il braccio del ragazzo dolorante sulla mia spalla.
- Vai a prendere la macchina, Denis. Gli dice il tipo robusto.
Lui guarda le chiavi, le solleva con le braccia magre, bianche, senza peli.
-Vai, Denis! Lo incita l’amico e fa volare in alto la mano, con gesto nervoso.
Vedo il giovane ossuto precipitarsi sui ciottoli, ha una corsa leggera, ha la scioltezza degli animali che fiutano il pericolo. Un’ombra magra sul letto arrido del fiume.
-Fallo salire dietro, sto io con lui, dice il ragazzo con le braccia muscolose.
Si è tolto l’elmetto, ha la testa rasata, bagnata di sudore. Sposto il tascapane dal sedile, lo metto nel bagagliaio, tra gli elmetti finti, tra le armi di plastica, pesanti come quelle vere.
-Andiamo adesso.
Il guado è agibile, nella foga passo veloce, sento i ciottoli schizzare sotto le gomme e battere sul fondo della macchina. Solo il ragazzo dai capelli mossi e rossicci si lamenta, gli altri tacciono. L’ospedale è a dieci chilometri,c’è da salire una collina e ridiscendere; spingo sull’acceleratore. Per la velocità non riesco a completare le curve senza invadere l’altra corsia. Infine una rampa di cemento; una porta di alluminio grigio si apre automaticamente.
Siamo seduti su panchine di metallo. Nella sala d’aspetto oltre lo scivolo ricoperto di linoleum nero c’è il pronto soccorso. Una luce diffusa proviene dalla porta chiusa a vetri smerigliati. Il ragazzone dalla testa rasata è entrato assieme al ferito. L’altro è rimasto con me, ha capelli lunghi, castani, appiccicati sul collo, un naso appuntito ed una faccia magra. I pantaloni che indosso sono simili ai suoi, hanno tasche sulle cosce e cerniere in fondo alle gambe, i miei sono verdi mentre i suoi sono di tela mimetica marroni, grigi e bianchi. Sopra porta una maglietta nera aderente, le braccia sono lunghe, la pelle bianca senza peli. Sui miei scarponi c’è un po’ di sporco, del fango è attaccato ai lacci. I suoi sono neri, impregnati di grasso, sproporzionati sul corpo minuto. E’ sciupato ma è solo un corpo immaturo, non ha ancora espresso tutto il suo vigore.
-Ci stavano attaccando, lui è scivolato, la mascherina si è impigliata in un ramo, si è mossa. L’hanno preso nell’occhio, quei bastardi.
Lo guardo, muove le mani piccole, fa gesti circolari, leggeri, gli avambracci magri sono senza peso.
-E’una vera guerra, con armi softair. Abbiamo combattuto durante la notte, alla luce delle fotoelettriche.
Me lo dice con il viso tirato, gli occhi si stringono. Si muove a scatti, si passa la mano tra i capelli. L’affanno mi sta passando e mi sento infastidito, mi prende la voglia di mandarli affanculo tutti quanti. Il loro sudore, i loro giochi da bulli, le braccia troppo muscolose o troppo magre, gli elmetti militari.
-Hai vent’anni? Gli chiedo.
-Diciannove. Risponde.
Una signora si siede sulla panchina davanti a noi. Ci guarda come se fossimo due selvaggi, ci squadra dalla testa ai piedi, ci considera appartenenti alla stessa tribù.
-Andiamo fuori, dico al ragazzo.
C’è un leggero sole di primavera. Ho freddo, l’aria si infila nelle maniche della camicia pesante, lui ha solo la maglietta arrotolata sulla pancia. Cammina davanti a me, mi infastidiscono i metri che ci separano. Lui guarda attorno e sceglie di salire su un’ampia terrazza, di fianco alla porta di ingresso al pronto soccorso. Si guarda attorno, lo seguo senza voglia. Ci siamo solo noi. Mi avvicino e gli chiedo se è preoccupato per l’occhio dell’amico.
-Credo non sia grave. Si tocca i capelli, li spinge indietro come a volerli allontanare definitivamente. Mi guarda, mi sento indifeso, mi rattrista essere senza reazione. Armeggia con il cellulare, scrive veloce un messaggio, lo ripone. I pantaloni scendono sui fianchi per il peso della roba che deve avere nelle grandi tasche, l’ho visto trafficare con un piccolo binocolo pieghevole, con coltelli a diverse lame, con un accendino di metallo. Il corpo magro e tasche piene di arnesi. Si vede un panorama modesto, una pineta artificiale, condomini, villette a schiera. Un ragazzo si avvicina a lui. I due si spostano nell’angolo dell’ampia terrazza, cercano di allontanarsi da me. Il nuovo arrivato ha i capelli rasati attorno e ciuffi ricci in cima alla testa, indossa anche lui pantaloni militari ma, nonostante il freddo, ha solo una canottiera viola ed una catena con punte di ferro, ha muscoli lucidi, tatuaggi e bracciali di cuoio. Il ragazzo magro, infila la mano nella tasca sulla coscia e passa al tipo con la canottiera un involucro di carta bianca. Lui, gira un po’ la testa, come a controllare cosa succede alle sue spalle ed infila il pacchetto in un tascapane che porta penzoloni. Se ne va subito. Il ragazzo rimane girato con le spalle curve. Mi avvicino, appoggio la mano sulla sua spalla, lui non si muove. E’ un contatto caldo, sento le sue ossa sporgere, la sua immobilità mi innervosisce. La mia presa ora si fa più forte, il contatto mi ha tolto l’imbarazzo.
-Che cazzo fate? Me lo vuoi dire!
La mia mano lo stringe e lo scuote, lo vedo dondolare ai miei strattoni.
- Cosa gli hai dato? sono sicuro che ti sei sbarazzato di qualcosa.
Vedo i suoi capelli muoversi, ondeggiare. Lo lascio per non fargli male, per evitare che la rabbia prenda il sopravvento.
-Siete dei drogati di merda! L’ho capito chi siete. Dei nazisti del cazzo.
Mi fermo, senza il contatto fisico mi sento di nuovo indifeso. Lui si tocca la fronte, mi sembra un gesto ambiguo, mi aspetto che sia pronto a sferrarmi un pugno, d’istinto alzo le braccia davanti al viso, per proteggermi.
-Non puoi capire. Dice con voce ferma.
Poi ripete, non puoi capire, ma la voce ora è tremolante.
Ripete ancora la stessa frase ma non riesce a concluderla. Sta ricurvo nelle spalle, i capelli scendono a coprirgli il viso.
Appoggio la mano alla sua spalla, con la mano aperta. Andiamo a prendere qualcosa al bar, gli dico.
Ora sono io davanti, guardo con la coda dell’occhio, lo vedo allungare il passo, è di fianco a me. Ci sono tavolini quadrati con gambe di metallo nero, ad uno c’è un vecchio seduto, una mano trema, l’altra è appoggiata immobile sul tavolo. Ci sediamo, ordino un cappuccino e una brioche per lui. Io non ho fatto colazione, sento lo stomaco ancora in subbuglio. Mentre camminavo nel bosco mi sentivo meglio, ora sono tornate le fitte all’addome. Il barista è un uomo appesantito dagli anni, appoggia il cappuccio sul tavolo e un po’ di latte cola dalla tazza e finisce nel piattino. Al bar si vendono anche giornali, una donna dalla faccia assonnata sfoglia una rivista. Denis da un morso alla brioche poi ne stacca un pezzo e lo immerge nella tazza. Altro latte cola nel piattino. Morde con voracità, il cornetto sparisce in un attimo. Sembra avere dimenticato la scena sul terrazzo, ora pensa solo a nutrirsi.
- Mi prepara un the al limone? Chiedo all’uomo.
Mi alzo, le brioche sono in un espositore di vetro, il barista sta vendendo un quotidiano e mi fa cenno di servirmi da solo. Prendo un’altra brioche con il tovagliolino, mi avvicino al tavolo, la porgo a Denis che accenna un sorriso e china appena la testa, le ciocche di capelli appiccate alla testa gli nascondono la faccia.
Dalla teiera sale un filo di vapore aromatico.
Denis mangia l’altra brioche. Ripone la tazza dopo l’ultimo sorso, con il tovagliolino raccoglie le briciole.
-Non è come pensi, io non c’entro.
-No, è impossibile, ribatto. Non esiste che tu sei con loro e non c’entri. Non c’è una via di mezzo.
-Io non c’entro, dice con voce ferma e solleva la testa. I capelli sottili e lunghi si scostano dal viso. Si appoggia sui gomiti magri, sulle braccia sottili, bianche, senza peli.
-Se pensi di non entrarci niente, perché non mi spieghi cosa hai dato a quel balordo con la canottiera viola? E’ pericoloso che credi di esserne fuori, sarebbe più saggio che tu sapessi di esserci in mezzo. Ma che cazzo di passioni avete? la guerra, la droga, le armi finte di merda.
Lui non risponde.
-Vuoi ancora qualcosa?
Ora, un semplice no, fatica ad uscire.
Prendo la penna e un pezzo di carta, scrivo.
- Prima che mi dimentichi, se tu dovessi avere bisogno, questo è il mio cellulare.
Torniamo al pronto soccorso. Il giovane ferito è fuori, ha una garza bianca sull’occhio, zoppica. Sono arrivati degli amici e si accalcano attorno a lui, si scambiano gesti e frasi a bassa voce. Ci sono anche due ragazze, una è bionda, ha jeans strappati e scarpe rosa, l’altra è mascolina, con un giubbotto da motociclista, ridono, parlano, tutto sottovoce. Denis viene vicino a me.
-Gli hanno asportato un frammento di plastica, pensano che l’occhio non subirà gravi problemi. La caviglia si sistema.
-Ora vado, gli dico.
-Va bene, ci riaccompagnano loro.
Il ragazzo con la benda sull’occhio e quello rasato si avvicinano, mi stringono la mano e mi ringraziano, sono mani calde. La stretta di Denis è più leggera.
Ripercorro indietro la strada dove sono passato, veloce, alcune ore fa. E’ mezzogiorno. Sul cellulare leggo un messaggio di Marta ‘Manuel è sveglio e sta bene’. Il sole è di nuovo velato. La strada affianca il torrente. Un jeep verde militare passa sulla corsia opposta, a bordo ci sono finti soldati. I nemici, quelli che ci hanno teso l’agguato, sono loro i bastardi. Dietro a questi un altro automezzo, è un furgoncino con le scritte pubblicitarie di una ditta di termoidraulica. Dentro ancora militari in maglietta mimetica. La guerra è finita. Ho anche io il mio carico di armi, dimenticate nel bagagliaio. Svolto a destra, il ponte ha i piloni sbrecciati e i parapetti sono di ferro arrugginito, porta ad un allevamento abbandonato. Immagino la bellezza della conca in un tempo remoto. Mi fermo in mezzo al viadotto, sotto c’è un gorgo profondo. Apro il bagagliaio, prendo il fucile mitragliatore, scelgo il centro della pozza e lo lascio cadere. E’ pesante, arriva sull’acqua ed alza schizzi, fa un bel tonfo, scompare, l’acqua è profonda. L’elmetto sbatte su di una pietra, galleggia poi si piega, si riempie e sprofonda. Una maglietta rimane a galla, poi scivola via a pelo d’acqua. Le armi sollevano schizzi che ricadono come pioggia. Nel bagagliaio non c’è più niente. Mi slaccio gli scarponi, li sfilo appoggiandomi alle barre di ferro arrugginito. Lancio il primo in aria, sale un po’, poi ricade, il gorgo lo inghiotte. Getto anche l’altro. Dopo pochi istanti, la superficie del torrente si ricompone, il tonfo viene assorbito dal gorgogliare sordo e immutabile. Sfilo la camicia, la getto aperta come a volerle far spiccare il volo. Si posa, il flusso dell’acqua la fa muovere. Sulle braccia nude sento l’aria umida e fresca. Cammino verso l’altro parapetto del ponte,saltello, sento i sassolini appuntiti pungermi i piedi scalzi. Mi sporgo, con le mani stringo il corrimano di ferro arrugginito. La camicia passa trascinata dalla corrente, con le maniche distese come una croce di legno. Svuoto il tascapane, le erbe selvatiche svolazzano nell’aria. A contatto dell’acqua, la corrente le trasporta via.