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Archivio di Luglio, 2009

Pensieri Spettinati/Computer Vs Penna

di claudio castellani

La notizia di oggi è che i ragazzi stanno disimparando a scrivere a mano. Sta morendo il corsivo, è la conclusione di un’inchiesta del settimanale americano Time. Sulla scia di questa conclusione si muove il nostro quotidiano La repubblica, con un interessante articolo di Maria Novella De Luca. Riassumo: in Francia la perdita del corsivo viene considerata un’emergenza e alle superiori si torna al dettato. In Italia gli esperti intervistati da De Luca sottolineano aspetti interessanti. Il 50 % dei ragazzi tra i 14 e i 19 anni hanno una grafia pessima. Conseguenza: i ragazzi fanno sempre più ricorso allo stampatello. In questo modo si perde la grafia, cioè la propria firma, il segno della propria unicità, dal momento che lo stampatello è una grafia anonima, omologata. Lo psicologo dell’età evolutiva Federico Bianchi di Castelbianco dice una cosa interessante:”Scrivere in corsivo vuol dire tradurre il pensiero in parole, in unità semantiche, scrivere in stampatello vuol dire invece sezionarlo in lettere, spezzettarlo, negare il tempo e il respiro della frase.” Trovo interessante anche l’osservazione di Franco Frabboni, che insegna pedagogia all’Università di Bologna:”La grafia, il corsivo sono veicoli e fonti di emozioni. Tradiscono la personalità, lo stato d’animo…L’abbandono della scrittura a mano porta a una scarnificazione del messaggio, lo vedo spesso nelle tesi dei miei studenti, povere, troppo povere, troppo brevi, dove la sintesi non è un pregio, ma una incapacità di sviluppare il pensiero. Quasi sempre nelle mie lezioni faccio fare esercizi di scrittura, invito gli studenti a scrivere di sé, a raccontarsi, a confrontarsi con la propria biografia. E noto difficoltà crescenti.”
E’ evidente che le inchieste giornalistiche che ho qui riportato partono da una constatazione. Non sta morendo la scrittura. Sta morendo la scrittura a mano. L’area della scrittura si sta dilatando, ma usa come strumento principale la tastiera del computer e del cellulare.
Vorrei partire da qui per fare alcune rapide considerazioni.
La prima. Ogni civiltà e ogni epoca storica si è data –o si è potuta dare- i suoi supporti scrittorii –pietra, terracotta, papiro, pergamena, carta ecc. Se li è dati in base alla tecnologia che possedeva, all’uso che doveva fare della scrittura, o in base al proprio sviluppo culturale. E questo vale anche per gli alfabeti. L’umanità ha già perduto l’uso del corsivo alla fine della civiltà egizia e poi con la caduta dell’Impero Romano. L’uso del corsivo è stato poi recuperato. Se lo stiamo di nuovo perdendo dipende, credo, dal fatto che vi è uno strumento tecnologico, il computer, che sta soppiantando la penna.
La seconda. Se il computer sta soppiantando la penna ciò dipende dal fatto che è enormemente più potente: consente di duplicare all’infinito ciò che ho scritto e quindi di accrescere enormemente la scrittura come strumento di condivisione della parola. La funzione ‘taglia incolla’ permette di risparmiare il tempo che una volta andava impiegato per il lavoro di trascrizione di un testo. Si potrebbero elencare molte cose. Ci tengo a sottolinearne una. Il computer, sempre grazie alla funzione ‘taglia incolla’, ha radicalmente cambiato i connotati della scrittura tradizionale e l’ha resa straordinariamente simile alla tecnica del montaggio cinematografico. Potremmo dire che il computer ha reso la scrittura ‘liquida’. Di più: istantaneamente liquida. Un tempo, quando scrivevo un articolo o un romanzo, decidere di spostare un blocco di testo più avanti o più indietro, rispetto a dove si era spontaneamente depositato, richiedeva tempo e volontà: dovevo riscrivere tutto. Dovevo ricominciare tutto da capo e ricopiare, in modo che il testo avesse una nuova scansione. Oppure dovevo usare forbici e colla, ma questo espediente non mi salvava, quando dovevo presentare la bella copia, dal compito di ricopiare tutto da capo. Queste estenuante lavoro di forbici e colla, di cui era un virtuoso Marcel Proust, sfavoriva la ricerca dell’assetto ottimale del testo. Sulle differenze tra scrittura a mano e scrittura al computer si potrebbero scrivere, e si sono in effetti scritti, centinaia di libri. Ma questo aspetto della liquidità del testo, introdotta dal computer, mi sembra largamente trascurato.
La terza. Penso che l’uso dello strumento –penna, scalpello, stilo, tastiera ecc- del supporto –carta, pergamena, terracotta, display del computer ecc- e del tipo di alfabeto –geroglifico, stampatello, demotico, corsivo ecc- dipenda , ancora una volta, in larga misura dall’uso prevalente che si fa della scrittura. Il computer è pur sempre una macchina e la sua superiorità rispetto alla penna è prevalentemente pratica. Perché un ragazzo dovrebbe privilegiare la biro, quando il computer e il cellulare gli permettono di scrivere in fretta, in modo chiaro, cioè leggibile a tutti, e di condividere immediatamente e con centinaia di persone ciò che ha scritto? E di condividere non solo le parole, ma anche suoni e immagini? La brutta grafia non nasce ora. La calligrafia muore grosso modo un secolo fa, quando compare la macchina da scrivere come strumento di massa. Con la nascita della macchina da scrivere muore la calligrafia. Nel tempo che intercorre tra la diffusione di massa della macchina da scrivere e quella del computer, abbiamo avuto semplicemente anni in cui le grafie delle persone erano solo passabilmente accettabili. Oggi le grafie sono diventate solo meno decifrabili e intellegibili.
Il problema , voglio dire, mi sembra questo. La penna è uno strumento che, tramite la mano, collega il cervello e tutto il corpo con il foglio di carta su cui si depositano dei segni e, con essi, dei significati e degli stati emozionali. Il computer è invece una macchina. Ma non sono disposto a morire per affermare la superiorità della penna sul computer, così come non lo sono per dimostrare la superiorità della bicicletta rispetto all’automobile. Sono profondamente convinto, invece, che la penna consente una scrittura che il computer non consente (e viceversa), esattamente come la bici consente cose che non consente l’automobile. La penna consente un approccio più personale alla scrittura, meno ufficiale, più riflessivo. Quando mi metto al computer è come se sapessi fin da subito che ciò che scrivo è in qualche modo destinato ad una sua divulgazione. Quando scrivo su un quaderno, ciò che scrivo è anzitutto mio. Scrivo a penna per confrontarmi con me stesso, chiacchierare con il mio doppio. Esploro sentieri inesplorati, mi lascio condurre dalla penna, e dunque dal braccio. Mi concedo di vagabondare. Mi concedo di sbagliare e di sperimentare, saldamente al riparo della mia privacy. E questa privacy è garantita dal fatto che il mio scritto è custodito da un quaderno e dalla mia grafia, dalla mia brutta grafia, che risulta incomprensibile a quasi tutti.
Quarta riflessione. Ho cominciato a scrivere per lavoro quando avevo vent’anni, nel 1970, e la macchina da scrivere era dunque il mio strumento scrittorio pressoché esclusivo. Ho riscoperto la scrittura a mano verso la metà degli anni Settanta, quando ho cominciato a tenere un diario. Il diario era per me uno strumento indispensabile. Esistenzialmente indispensabile. A metà anni Settanta l’universo delle utopie stava cominciando a sgretolarsi –sarebbe franato nel ‘78 e nel ’79. Il diario mi consentiva di fotografare quello che vivevo come un fallimento. Di descriverlo. Di piangerci su. La penna stilografica mi consentiva di inseguire un senso che mi sfuggiva (quasi) totalmente. Ho ricominciato a fare un uso illimitato della biro quando la scrittura a mano, e solo la scrittura a mano, ha potuto darmi cose che nessuna macchina da scrivere –e più tardi il computer- avrebbe mai potuto darmi. Non sono un idealista. Non privilegio la penna perché è più ecologica del computer. Amo la penna esattamente come amo il computer. Scelgo la penna quando la penna diventa per me indispensabile.
Concludo. Nell’articolo di Maria Novella De Luca pubblicato oggi su Repubblica compare una breve intervista alla scrittrice Paola Mastrocola, che è anche un’insegnante. E che dice una cosa molto bella:”Agli studenti dico sempre di girare con un piccolo notes e una penna, anche se so che in tasca preferiranno tenere il telefonino.”
Sono convinto che un notes e una penna dovrebbero far parte del piccolo bagaglio che ogni cittadino dovrebbe avere sempre con sé. Ma rimane il fatto che notes e penna sono strumenti, come la scrittura in generale, di ricerca del senso del vivere e la società e la scuola dovrebbero saper trasmettere ai giovani e a tutti la bellezza e l’utilità pratica di tale ricerca. Al di fuori di questa dimensione, l’invito di Paola Mastrocola è destinato a restare lettera morta e ad apparire, anzi, bizzarro. Io, per esempio, troverei assolutamente ridicolo tenere sempre in tasca una lente d’ingrandimento. Cosa, invece, che Sherlock Holmes trovava perfettamente normale.

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Luglio 28, 2009 Pubblicato in: Pensieri spettinati   Leggi Tutto

Poesia/Siedi all’angolo del portico

di roberta aliventi

Siedi all’angolo del portico
dove il sole batte.
Schiena contro il muro,
involucro superstite.
La gente passa scostandoti,
mattone sbrecciato lungo la strada.
Sguardi che si voltano
per un attimo
così vicini alla pelle
da lasciare una macchia.
E sono già oltre,
tu resti un corpo
annegato e disperso.
Incontri mutilati
da sguardi senza
una giusta distanza.
Non sanno che racconti di loro.
Conservi tesori in buste di plastica
giochi rotti e libri sgualciti
collezionista della sopravvivenza.
Resti di vita
di altri ricordi e voci
che lentamente mastichi
per sentirne il sapore.
Conosci gli angoli dove gli amanti
incontrano mogli che fanno la spesa
il passo veloce della mattina.
Chiudi gli occhi alla strada,
la città racchiusa nelle tue
borse di plastica.

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Luglio 27, 2009 Pubblicato in: Poesia   Leggi Tutto

Pagine/Giordano, La solitudine dei numeri primi

http://www2.bok-bibliotek.se/2009/bilder/forfattare/Giordano.jpg

Ho finito “La solitudine dei numeri primi” di Paolo Giordano, edizioni Mondadori, Premio Strega 2008. L’avevo cominciato intorno a natale, letto in brevissimo tempo le prime duecento pagine, sospeso e ripreso ora. Ho finito le ultime cento pagine con la stessa velocità delle prime. Perché questo è effettivamente un libro veloce, si legge in fretta, si butta giù come un bicchiere d’acqua. Si trangugia alla continua ricerca di qualcosa, alla ricerca di una profondità maggiore della semplice descrizione esterna degli eventi. Lo chiudi e non ti resta niente, nessun retrogusto, probabilmente qualche lacrima qualcuno l’avrà versata ma non è certo un libro che ti svela i misteri della vita. C’è, come ormai spesso accade, anzi ci sono, due traumi infantili, e ci sono due vite condotte con il continuo eco di questi traumi. Ma non c’è altro. Non c’è analisi, e questo è un paradosso visto che il protagonista è un matematico, non c’è analisi della vita, non c’è profondità, non c’è mistero, non c’è lo stare dentro la scena tutto il tempo necessario per sentire che cosa sta accadendo e come questa scena finisce. Non c’è lo svolgimento del teorema. C’è fretta, la fretta di arrivare alla fine, anch’essa deludente. Sebbene mi trovi a mio agio nei cosiddetti finali aperti, sospesi, dove la vita entra da sola senza che sia lo scrittore a dire cosa deve fare la vita, ecco qui non l’avrei voluto, perché qui era tutto il libro che era così, sospeso, purtroppo sul niente. C’è un punto, verso il finale, in cui sembra ci sia una grande svolta, un’occasione che la vita offre a questi due sfortunati ragazzi ma l’autore non la coglie e torna a dare un senso di vuoto, di vacuità, ma senza saggezza. Penso però anche che sia difficile che un ragazzo di venticinque anni scriva un romanzo diverso da questo. Voglio dire che, salve le eccezioni e questa a mio parere non lo è, la saggezza è fonte di tempo, comunque, indipendentemente da quanto tragica è stata la tua vita.

Il capitolo 38, di cui riporto qualche riga, è l’unico in cui ho sentito svilupparsi per intero tutto il sentire di Alice, una dei due protagonisti. Silvia Mantovani

“La sera mangiava foglie di insalata, pescandole direttamente dal sacchetto di plastica. Erano croccanti e fatte di niente. Il solo sapore che ne usciva era quello dell’acqua. Non le mangiava per riempirsi lo stomaco, ma soltanto per sostituire il rito della cena e occupare in qualche modo quel tempo, di cui non avrebbe saputo che altro fare. Masticava insalata finchè non le veniva la nausea di quella roba inconsistente.

Si svuotava di Fabio e di sé, di tutti gli sforzi inutili che aveva fatto per arrivare fino a lì e non trovarci niente. Osservava con distaccata curiosità il riaffiorare delle sue debolezze, delle sue ossessioni. Questa volta avrebbe lasciato decidere loro, tanto lei non era riuscita a combinare niente. Contro certe parti di sé si rimane impotenti, si diceva, mentre regrediva piacevolmente ai tempi in cui era ragazza. Al momento in cui Mattia era partito e da lì a poco anche sue madre, per due viaggi diversi ma altrettanto distanti da lei. Mattia. Ecco. Ci pensava spesso. Di nuovo. Era come un’altra delle sue malattie, dalla quale non voleva veramente guarire. Ci si può ammalare anche solo di un ricordo e lei era ammalata di quel pomeriggio nella macchina, di fronte al parco, quando con il proprio viso aveva coperto il suo per togliergli davanti il luogo di quell’orrore.”

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Luglio 27, 2009 Pubblicato in: Pagine   Leggi Tutto

Pensieri Spettinati/Escort nella Storia

di claudio castellani

La Storia disegna un progresso? Oppure no? Le tradizioni rifiutano di sparire? Oppure permangono, ma perdendo forza, vitalità e, potremmo dire, nerbo? Sono interrogativi naturali, nell’uomo, e importanti. Interrogativi che non richiedono fretta, ma ponderazione.
Riflettiamo, dunque, prima di rispondere e leggiamo il brano che segue, tratto dal diario di Giovanni Burcardo, maestro di cerimonie del Papa. Siamo nel 1502. Il Papa di cui si parla è Alessandro VI, cioè Alessandro Borgia. Il duca Valentino è il figlio del Papa.

“La sera si è svolto nel palazzo apostolico, nella camera del duca Valentino, un banchetto cui hanno preso parte cinquanta meretrici oneste, quelle dette cortigiane. Finito di cenare, hanno danzato con i servitori e con altre persone che si trovavano lì: da principio vestite, poi nude. Sempre dopo cena i candelabri con le candele accese che illuminavano la mensa sono stati posati per terra: dove sono state sparse delle castagne che le metrici, nude, hanno raccolto passando fra i candelabri sulle mani o sui piedi. Questo alla presenza e sotto lo sguardo del Papa, del duca e di sua sorella Lucrezia. Infine sono stati mostrati mantelli di seta, sandali, berretti e altri doni che sarebbero stati assegnati a quanti avessero avuto il maggior numero di rapporti carnali con queste meretrici. Con le quali in quella stessa camera, sotto gli occhi degli altri, ognuno ha fatto quel che ha voluto: dopo di che sono stati distribuiti i premi ai vincitori.”

Io una mia ipotesi ce l’ho: le tradizioni permangono, ma perdono forza, vitalità e nerbo. Il Palazzo, come lo chiamava PPP, ha perso tutto, in primo luogo la grandiosità del male. Per quanto possiamo saperne, per lo meno.

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Luglio 24, 2009 Pubblicato in: Pensieri spettinati   Leggi Tutto

Poesia/Terremoto

di patrizia pirina

Dopo ho cercato la mia anima
frammentata nel perimetro
di tante mine esplose

sepolta al suolo
sotto scale,ferro, vetro.
Silenzio immenso.

Dopo invano il conforto
nelle strade
cimitero di cemento consumato
ne’ profumo di zolla come appiglio

ma bende di polvere
graffi di acciaio
aghi di buio
nelle case senza luce

Non campi di sole
solo crepe e tagli
sull’altipiano.

Ti ho trovata qui anima
dolore di ala spezzata
che si mitiga

sfregio di schegge
che asciuga

fibra scolorata di speranza
agguerrita nel disarmo del perdono.

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Luglio 20, 2009 Pubblicato in: Poesia   Leggi Tutto

Poesia/Notte bianca

di ida negri

Pensieri indigesti rigirano
sul letto senza posa
Ore espanse all’infinito
bastano appena
a setacciare una manciata di vita.

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Luglio 16, 2009 Pubblicato in: Poesia   Leggi Tutto

Pagine/Anna Mongiardo

Ho scoperto una raccolta di poesie di Anna Mongiardo. E’ nata nel 1939, in provincia di Catanzaro, dove vive. Ha pubblicato quattro romanzi. L’ultimo , ‘Nudo e crudo’, uscito nel 1981, ha vinto il Premio Internazionale Bordighera per la letteratura umoristica. Qui riporto tre poesie: sono versi liberi su temi come l’amore, la follia, la mancanza. Mi sembrano esempi di poesia moderna, intimistica, che però concede poco o nulla al ‘poetese’. Roberto Sapucci

Doppia identificazione

Hai voluto dimostrare a tutti
che per te ero meno che niente
ma non l’hai dimostrato a te stesso
La prova del nove
è ciò che stai passando
Mi dicono
che stai peggio di me
ma non ci credo
Tu stai esattamente come me
Castrandomi ti sei castrato
Distruggendomi
ti sei distrutto
Come hai potuto pensare
di farla franca?
D’accordo
mi sono identificata in te
ma pure tu
in me
Questa doppia morte civile
è la misura del nostro amore
o della nostra follia
se preferisci
Te l’avevo detto
che solo la Morte
poteva slegarci
Ora che finalmente mi credi
come me la invochi
e la senti passare vicino
ma poi ridendo si allontana
Quanto tempo ancora
dovremo espiare
la storia
che non abbiamo saputo vivere
e che nessuno di noi racconterà?

Cavia umana

Ho verificato
sulla mia pelle
la tua teoria, Bataille
la tua teoria, Freud
ed eccomi qua
povera e pazza
La follia è una strada
senza ritorno
e il bubbone non si estirpa
Le sue radici
sono oltre il limite
oltre la morte

Lutto stretto

L’agonia più lunga
è quella che segue alla morte
Da troppi anni
sopravvivo a me stessa
sono la mia superstite
Ecco perché
questo lutto stretto
Non posso smetterlo
È per me
di me orfana e vedova
Ma non poteva essere altrimenti
dopo che io
per paura di essere decapitata
avevo messo
a guardia della testa
il boia

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Luglio 14, 2009 Pubblicato in: Pagine   Leggi Tutto

Pensieri Spettinati/Kilimangiaro, provincia di Oslo

di claudio castellani

La notizia di oggi è che gli esami di maturità hanno lasciato sul campo tremila vittime in più rispetto all’anno scorso. Editoriali sui giornali in cui ci si chiede a cosa è dovuta la cosa. E’ il tentativo di punire ‘politicamente’ gli studenti? E’ un’inversione di tendenza, per cui il mondo adulto e governativo lancia un segnale preciso: la scuola è una cosa seria e noi non regaliamo promozioni?
Sono considerazioni che trovo marginali. Io sto con quello che vedo e che sento attorno a me. Io vedo ragazzini di 12 anni che non sanno quale è la capitale della Germania e con difficoltà sanno dire quale è quella della Spagna. La ragazza ha 20 anni e ha fatto la maturità l’anno scorso. L’ha superata a pieni voti e ora frequenta l’università. Colloca la ex-Jugoslavia poche decine di chilometri a sud di San Pietroburgo. Io mi inquieto. Mi parla allora di una sua amica, una sua ex compagna di classe, al liceo. Anche lei ha superato la maturità a pieni voti e anche lei è ora iscritta all’università. Questa amica colloca l’India ‘da qualche parte dell’Europa’. Questa amica ha anche dei dubbi storici. Non ricorda più se il Medioevo è un’epoca da collocare prima o dopo la nascita di Cristo.
Ecco. Io sto con queste cose. E sapendo che questi ragazze e queste ragazzi (tutti appartenenti alla middle-class e residenti tanto in città di provincia che in grandi metropoli) studiano davvero, e spesso studiano come dei matti e a volte, secondo me, fin troppo, mi pongo delle domande. L’elenco delle domande è lungo e cercherò di sintetizzare il più possibile.

Mi chiedo cosa per la scuola, oggi, è importante sapere o non sapere. Se per mio figlio, che ha 8 in storia, non è importante sapere che Garibaldi era detto “L’eroe dei due mondi”, desumo che oggi, in tempi di globalizzazione, per la scuola non è importante far sapere che nell’800 esistevano persone per cui “La mia patria è il mondo intero”. Persone la cui visione del mondo non era limitata ai confini del paesello.

Ho un sospetto. Che il clima culturale oggi, è tale per cui non è più ritenuto importante sapere o non sapere certe cose. Molto concretamente: già anni fa non era ritenuto troppo importante sapere o non sapere le tabelline. Tanto ci sono le macchinette che fanno i calcoli. Temo che oggi il numero delle cose che è irrilevante sapere o non sapere si stia dilatando oltre misura. Tanto c’è la rete. Se non so bene dov’è l’India, vado a vedere su Google. Se non so dove collocare il Medioevo, vado a vedere su Wikipedia. La testa degli studenti è plasmata dal sapere adulto. Non è questa la direzione che stanno prendendo i computer? Non inzeppiamoli di programmi, dicono le case costruttrici. Se uno ha bisogno di un certo programma, se lo scarica dalla rete. Mi sembra che, in estrema sintesi, il paradigma culturale sia questo: diminuiamo la quantità di sapere delle singole persone e anche l’autonomia degli strumenti che hanno a disposizione. Tanto questa quantità (scarsa) di sapere verrà compensata da un bacino di sapere collettivo sempre a disposizione.
Questo mi sembra un punto molto importante su cui riflettere: la nostra società ha bisogno di individui sempre più anoressici, culturalmente. Di individui sempre più dipendenti da un sapere sovra-individuale, in fondo non ben controllabile e (spessissimo) di una qualità a sua volta culturalmente molto anoressica (Wikipedia, senza andare troppo lontano, è uno strumento prezioso, ma che spesso elargisce materiali molto conformisti e magri). I ragazzi cresco con l’idea che tutto ciò che si trova in rete è sacro ed è il massimo, il sapere più vero, il più nuovo, il più articolato, il più moderno, il più indubitabile. La rete si va configurando come una sorta di Grande Fratello orwelliano? O lo è già? Quali sono le forme del totalitarismo futuro, i cui semi stanno pacificamente germogliando nel ventre dell’oggi?

Queste cose qui (dov’è l’India, quale è la capitale della Germania ecc) non sono cose solo di ora e non sono cose solo nostre. E’ da anni che le indagini segnalano una situazione del tutto analoga negli Stati Uniti. Mi domando se la globalizzazione non si stia trasformando, sempre culturalmente parlando, nell’immagine di un mondo indistinto. L’India è uguale alla Cina che è uguale al Messico che è uguale agli Stati Uniti. Tutta la stessa roba. Come se, culturalmente, il mondo stesse tornando alla vecchia Pangea, quando i continenti del pianeta non si erano ancora separati e distinti tra loro. Posso comperare esattamente le stesse cose a New York, a Bergamo e a Mumbai. Posso vedere ovunque gli stessi programmi televisivi e gli stessi film, ascoltare le stesse musiche, leggere gli stessi libri. Che importanza hanno i confini? Che importanza hanno le differenze etniche, culturali, storiche, geografiche? Non hanno importanza, dal momento che, apparentemente, esse hanno cessato di esistere. Perché la scuola dovrebbe insegnarle? E se tutte queste differenze –etniche, culturali, storiche, geografiche- sono di fatto abolite, non ne risulta un individuo ancora più fragile? Gli individui non solo tali proprio perché sono fatti di differenze? E di differenze di cui sono consapevoli? E la cultura non dovrebbe insegnare, soprattutto, a conoscere, valutare e, quando è il caso, apprezzare le differenze? O quanto meno a capirle?

Mi fermo qui, con un’ultima considerazione. Non trovo scandaloso il fatto che, in una determinata epoca storica, nella fattispecie la nostra, si registrino mutamenti sociali, economici e tecnologici di tale portata da rendere superata la cultura precedente. Non trovo scandaloso il fatto che la vecchia scuola e il vecchio modo di trasmettere il sapere sia in crisi. Trovo scandaloso che questa crisi sia accompagnata da un dibattito e da una riflessione prossimi allo zero, soprattutto in Italia.
Ma poi, a pensarci bene, questo è normale. Da noi le crisi sono solo crisi psicologiche. Fantasmi infantili, paure immotivate. Nella nuova Pangea culturale, l’Italia si ritroverà, se la geografia ha ancora un senso, dalle parti della Terra del Fuoco. Viva

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Luglio 14, 2009 Pubblicato in: Pensieri spettinati   Leggi Tutto

Racconto/La carpa

di stefano venturini

Tolsi il casco. Il vento era fresco e riposante. Respirai il profumo di lago.
Il barista stava asciugando le tazzine che aveva appena tolto dalla lavastoviglie, quando entrai nel bar. Era un tipo magrino e sempre scontroso; aveva messo in piedi quell’attività dopo una vita passata a vendere polizze per l’Unipol.
“Sei qui per pescare?”, mi chiese. “Hai scelto la giornata ideale per tornare”.
Il lago d’Iseo era meraviglioso.
“Ero stufo di starmene a casa”.
“Come stai?”
Alzai le spalle e dissi: “Tiro avanti”.
Mi preparò un caffè caldo e amaro. Mi piaceva così. Sostai sulla porta con la tazzina in mano, e guardai fuori. C’erano i gabbiani, le vele che scivolavano sull’acqua, i gommoni sulla riva, il mercato nella piazza, gli artisti di strada e i pittori contenti di poter esporre al sole i propri quadri. Non riuscivo a stare lontano da tutto questo. Non troppo a lungo.
Al porto ritrovai il mio gommone. Era sporco. La nebbia dell’inverno vi aveva depositato una spessa patina grigio scura. Lo pulii, e accomodai le due canne da pesca, la valigetta con le esche, e lo zaino con dentro il pranzo che mi aveva preparato Anna. Mi sedetti ad aspettare il signor Riccardo.
Il porto era vivo, come ogni domenica mattina. Di tanto in tanto arrivava qualcuno, salutava quelli che conosceva, faceva due chiacchiere con loro, caricava la roba sulla barca e prendeva il largo. I pescatori chiamano questo posto il “ritrovo”. Ci vediamo al “ritrovo” domenica mattina, dicono.
Alle campane della chiesa rintoccarono le dieci. Poi, in lontananza, sentii il ronzio del motorino del signor Riccardo, che, puntuale come sempre, comparve dal nulla sul viale.
Era un amico di mio padre. Con loro finiva una generazione di vecchi pescatori di lago. Avevano amato la pesca come nessun’altra cosa. Si erano conosciuti proprio qui, al “ritrovo”, quasi sessant’anni prima.
Quando mi venne incontro mi alzai, e feci un profondo respiro. In una mano teneva la canna da pesca da carpa, e nell’altra la valigetta con le esche. Zoppicava sulla gamba destra. La sua camminata era lenta ma decisa, come se volesse nascondere il difetto. Era un uomo di ferro. Aveva la pelle abbronzata da una vita, pochi capelli bianchi sulla testa, e una barba dura che gli sporcava le guance.
“Ciao, ragazzo”.
“Buon giorno, signor Riccardo”.
Mise a terra la valigetta, e allungò la mano. Gliela strinsi. La sua presa era forte. Piena di comprensione.
“Te la senti?”.
Lo guardai senza dire nulla. Lui capì.
Sistemammo la sua attrezzatura sul gommone, e lasciammo la riva.
“Voglio che sia soprattutto una giornata tranquilla. Non voglio avere fretta”, gli dissi.
“Pensiamo solo a pescare. Quando arriverà il momento, saremo pronti”, disse lui.
Era di poche parole. L’avevo sempre apprezzato. Avevo dieci anni quando mio padre me lo presentò. “Questo è Riccardo, un mio caro amico. Con lui ho iniziato a pescare alla tua età”, aveva detto. Anche allora il signor Riccardo aveva stretto la mia piccola mano con grande energia. In barca, quei due erano incredibili. A volte, me ne stavo semplicemente seduto a guardarli mentre insieme tiravano su un pesce. Ammiravo la passione che ci mettevano.
“Grazie per essere venuto”, gli dissi.
“Non sarei potuto mancare”.
La giornata era perfetta. Non c’erano nuvole nel cielo. Il vento che soffiava era caldo e leggero. Era bello sentirselo addosso.
Quando rallentai e spensi il motore, le onde ci cullarono. Ci fu silenzio. Poi, a poco a poco, sentii l’acqua bocciare il gommone, e il frinire delle cicale tutto intorno.
“Qui va bene”, disse il signor Riccardo. “Ti va una sigaretta?”
Era una specie di rito. Lui e mio padre avevano iniziato a fumare a dodici anni, di nascosto. Avevano deciso che, per rendere omaggio a quel segreto, avrebbero sempre fumato una sigaretta a testa, prima di pescare. Poi, un giorno, quella sigaretta fu offerta anche a me; ne fui onorato. Voleva dire essere dei loro.
Allungai la mano, e il signor Riccardo prese il pacchetto delle sigarette dal taschino della camicia. Con un movimento rapido del polso ne fece cadere un paio sulla valigetta. “Prendi”.
La prima boccata doveva essere intensa; una volta tirato fuori il fumo, inspirare faceva sentire più forte il profumo di lago.
“Da quanto non venivi qui?”, mi chiese il signor Riccardo.
“Da quando è successo”.
“Che cosa ti ha spinto a tornare?”
Feci un gesto con la mano. “Tutto questo”.
Il signor Riccardo sorrise. “Non se ne può proprio fare a meno”.

Preparammo le due canne da pesca che avevo portato, e iniziammo a pescare; io su un lato e il signor Riccardo sull’altro. Non parlavamo. Era sempre così. La prima mezz’ora, forse più, la si passava in silenzio, a fissare il galleggiante. Ognuno per i fatti suoi.
Il sole batteva forte in cielo. Il signor Riccardo indossò un cappello bianco, e non riuscendo a farci stare tutta la testa, lo teneva obliquo, in modo che una parte del viso fosse completamente nascosta. Aveva addosso un paio di bermuda neri, e una canottiera bianca. La pelle era secca, piena di rughe e lentiginosa. Aveva dei grossi nei sporgenti sulle scapole. Il suo fisico era asciutto e pieno di nervature. Stava seduto ricurvo in avanti. Teneva i gomiti poggiati sulle ginocchia e premeva i piedi scalzi contro il gommone. Ogni tanto si toccava la gamba claudicante. La massaggiava un po’, e le dava qualche colpettino con il pugno.
“Che è successo a quella gamba?”, gli chiesi.
“Non è nulla, ragazzo. Non è nulla”.
Poco dopo si girò verso la sua valigetta e tirò fuori un sacchetto pieno di olive verdi. Lo aprì, ne prese una, la guardò contro luce e se la mise in bocca. Sputò il nocciolo nell’acqua.
“Le ho raccolte a casa mia”, disse. “Secondo me sono buone. Dimmi cosa ne pensi”.
Ne presi una e la misi in bocca. Era piuttosto amara, ma morbida e succosa. La masticai per un po’, poi sputai il nocciolo nella mano e lo gettai nell’acqua.
“Sono un po’ amare”, dissi.
“Certo ragazzo. Così devono essere”.
In quel momento il mio galleggiante sprofondò, con un colpo secco.
“Ci siamo!”, gridai entusiasta.
Mi alzai sporgendomi in avanti, attento a restare in equilibrio. Il gommone iniziò a dondolare. La canna si tese e si piegò verso il basso. La tirai verso di me e la presa dell’amo mi parve solida. Il signor Riccardo si era girato per guardare la scena. Quando anche lui si rese conto che il pesce aveva abboccato per bene, si alzò lentamente tenendosi il cappello con la mano.
“Dai ragazzo, non fartelo scappare”, disse, e sentii che sputò nell’acqua un altro nocciolo.
Tirai due o tre volte. Il galleggiante era a pochi metri. Aspettai che il pesce tentasse un’altra volta la fuga e cominciai a far girare il mulinello. Tiravo e avvolgevo, concedendo al pesce una pausa di qualche secondo.
“E’ un salmerino!”, disse a gran voce il signor Riccardo.
“Cosa?”
“Un salmerino, bestia. Non è mica facile prenderne uno, in questa parte del lago”.
Guardai nell’acqua, e vidi l’ombra del pesce sotto la superficie. Si dimenava. Si contorceva a destra e a sinistra.
“Ora!”, gridò alle mie spalle il signor Riccardo.
Bloccai il mulinello, alzai la canna verso l’alto e vidi il pesce uscire dall’acqua. Era rosso e splendente, alla luce del sole, e si dibatteva per liberarsi.
“Forza”, disse il signor Riccardo, e si allungò per prendere il pesce. “Saranno quasi trenta centimetri. E’ bello grosso”, aggiunse.
Appoggiai la canna contro il gommone e guardai le sue mani esperte. Con la sinistra stringeva forte il salmerino, e con la destra lo slamò con incredibile abilità e delicatezza, senza aprire la ferita. “Prendi il secchio”.
Gli allungai il secchio che stava alle mie spalle e lui ci buttò dentro il pesce boccheggiante. Lo guardai per un po’. Batteva la coda ad intervalli irregolari, aveva l’occhio fisso. Apriva e chiudeva le branchie a intervalli sempre più lunghi.
“Bravo, ragazzo”, disse il signor Riccardo, mentre si accendeva una sigaretta. “Sono buoni i salmerini”.
“Qui, in genere, si pescano trote e corregoni”.
“Infatti. Per questo mi piace il lago d’Iseo. Mi stupisce sempre”.

A mezzogiorno, in lontananza, rintoccarono le campane della chiesa. Nel secchio c’erano una decina di pesci. Trote e corregoni, come da programma. Sul fondo giaceva l’unico salmerino, ormai privo di vita e schiacciato dal peso degli altri pesci.
“Che ne dice se pranziamo?”, chiesi al signor Riccardo.
“Come no”, disse lui.
Ci girammo verso l’interno del gommone, lasciando i galleggianti nell’acqua.
Tirai fuori dallo zaino i panini preparati da Anna e una bottiglietta d’acqua.
Il signor Riccardo si sistemò il cappello al centro della testa, ora che il sole arrivava perpendicolare. Dalla valigetta prese una scatola di Simmenthal. L’aprì con un coltello, e iniziò a mangiarla da lì.
“Ha sete?”, gli chiesi.
Lui mandò giù e fece sì con la testa. Bevve un sorso e si asciugò la bocca con il dorso della mano.
“Grazie”, disse.
Finimmo di mangiare e fumammo una sigaretta, sdraiati, con i cappelli piegati sulla fronte. Era bello farsi cullare dal lago, accarezzato da una brezza che ci rinfrescava.
“Che effetto ti fa?”, chiese il signor Riccardo.
“Intende, senza di lui?”
“Già”.
“Non l’ho ancora capito”.
Il signor Riccardo prese l’ultima oliva rimasta nel sacchetto.
“A me fa un certo effetto non sentire la sua voce. ‘Non così Riccardo, no’, diceva. ‘Devi girare piano quel mulinello’. Oppure: ‘Ti sembra l’esca giusta?’ Oppure: ‘Infilzala nell’amo in modo che resti bella fissa sott’acqua’. Era un rompipalle”. Mise in bocca l’oliva e sputò il nocciolo di lato, nel lago.
Sorrisi. In quelle imitazioni c’era tutto l’affetto che provava per mio padre.
“Povero cristo”, aggiunse dopo un po’.
Mi rimisi seduto, e tirai fuori dallo zaino le ciliegie. Ci mettemmo a mangiarle, uno di fronte all’altro, sputacchiando i noccioli nella mano e facendo a gara a chi li tirasse più lontano.
Mi venne in mente mio padre. Mentre aspettavamo il signor Riccardo, si divertiva a lanciare di striscio nell’acqua i sassi più lisci e più piatti. Riusciva sempre a fargli fare sei o sette balzelli. Non di più. Si metteva con le mani sui fianchi e rideva. Quando il signor Riccardo arrivava, prima di caricare la roba in barca si sfidavano a quel gioco. Vinceva sempre il signor Riccardo, che allora non zoppicava e riusciva a piegarsi bene sulle gambe e a lanciare. Una volta era arrivato a dodici balzelli. “Vaffanculo!”, gli aveva detto mio padre.
Sorrisi anche allora. In quelle parole potevo leggere tutta la complicità che li legava.
Vicino al signor Riccardo c’era la canna da carpa che si era portato. Tolsi per un attimo il cappello, e mi asciugai il sudore dalla fronte con la mano.
“Useremo quella, vero?”
Lui mi guardò e sorrise.
“Sì. Era la sua preferita. Non sai quante volte mi ha chiesto di vendergliela. Diceva di saperla usare meglio di me, e che ero stato fortunato, perché doveva essere di un lotto speciale, che una canna così era impossibile da trovare in giro”.
La guardai per un istante, e feci un profondo respiro.
“Coraggio. Oggi toccherà a te usarla”, disse il signor Riccardo.
Osservai l’impugnatura larga, e pensai alle dita di mio padre. La presi in mano.
“Non adesso”, disse il signor Riccardo. “Dopo. Non pensarci ancora. Dopo”.
Strinsi l’impugnatura.
“Voglio solo completare quel gesto”, dissi sottovoce.
Il signor Riccardo annuì, aprì l’ultimo vano della valigetta, e tirò fuori una bottiglia di vino. “Questo è speciale. E’ un Merlot Baladello della Franciacorta”.
Se mio padre era un grande intenditore di pesca, lui lo era di vini.
Quando ci invitava a casa sua, in tavola c’era sempre una bottiglia diversa. Ne aveva una cantina piena. Le sceglieva con cura, e prima di offrirne un bicchiere elencava le caratteristiche del sapore e della consistenza.
Io non bevevo. Mi limitavo a guardarli, bicchiere dopo bicchiere. E dai discorsi che facevano, quando erano alticci, capivo che da giovani dovevano essersi ubriacati parecchie volte.
Quel giorno però era un’occasione speciale, e decisi che gli avrei fatto compagnia.
“Non puoi dirmi di no”, disse il signor Riccardo.
Mi allungò un bicchiere di plastica e ci versò dentro il vino, con cautela, facendo attenzione a non perderne nemmeno una goccia. Il gommone ondeggiava sull’acqua, soprattutto quando altre imbarcazioni ci passavano accanto.
Quando finì di versarlo nel suo bicchiere, lo guardò agitarsi come un piccolo lago. “E’ di un rosso rubino inteso”, disse. “Guarda come brilla alla luce del sole”.
Guardai nel mio bicchiere. Doveva essere un vino forte, sembrava denso.
Il signor Riccardo chiuse gli occhi e lo annusò, e dopo aver portato il bicchiere alla bocca, con una specie di gesto rituale, ne bevve un sorso e lo assaporò, rigirandolo tra lingua e palato. Deglutì lentamente.
“Meraviglioso”, disse. “Ha un ampio e complesso sapore di mora e lamponi, con decise note speziate di cannella, pepe e liquirizia”. Aprì gli occhi, e mi guardò. “Avanti. Assaggialo”, mi incitò.
Lo bevvi in un solo sorso. Sentii lo stomaco bruciare.
“Accidenti. E’ forte” dissi.
Lui mi riempì di nuovo il bicchiere.
“Ti piace?”, disse.
“Non ho fatto attenzione al sapore. Però lo sento bruciare nello stomaco”, risposi.
“Fa bene”, disse lui.
Al terzo bicchiere mi girava la testa, ma il sapore cominciava a piacermi.
“Devo andarci piano. Non ci sono abituato”.
Il signor Riccardo bevve tre bicchieri più di me. Lo reggeva, e dopo un po’ la bottiglia era quasi finita, non ce n’era a sufficienza per riempire un altro bicchiere, così la tappò e la rimise nella valigetta.
“Non il fondo”, disse. “Non bere mai il fondo del vino, ragazzo”.
Mi sentivo strano, ovattato, come se avessi infilato la testa direttamente nella bottiglia. I suoni giungevano lontani. Non riuscivo a smettere di ridere.
“Che c’è da ridere?”, chiese lui.
“Nulla. Non c’è nulla da ridere. Ma non riesco a smettere”.
Tirò fuori il pacchetto di sigarette, e me ne offrì una.
“Il buon vino fa questo effetto, ai ragazzini”, rise.
Risi anch’io, per la parola ragazzini, e lui fece fatica ad accendermi la sigaretta, perché continuavo a muovermi.
Nello zaino il mio cellulare squillava. Non me ne ero accorto.
Fu il signor Riccardo che disse:
“C’è qualcosa che trilla lì dentro”.
Era Anna.
“Ciao”, dissi.
“Come va? Da come ridi, immagino che vi stiate divertendo”.
“Molto”.
“Avete pescato?”
“Un salamino…”
“Salmerino”, mi corresse il signor Riccardo, a bassa voce. “Si chiama salmerino, ragazzo”.
“Salamarino”, dissi io. “Il signor Riccardo dice che si chiama salamarino”.
“Sei ubriaco?”, mi chiese Anna.
Ero ubriaco, ma non me ne rendevo conto.
“Il signor Riccardo mi ha offerto un po’ del suo vino… lo ha portato da casa… ne ho bevuto solo un goccio però… il resto se l’è bevuto lui”.
Riattaccai che Anna stava ancora parlando. Scoppiai a ridere e continuai a ridere ancora per un bel po’. Il signor Riccardo disse qualcosa, ma non compresi perfettamente che cosa.
“Mi dispiace davvero tanto per tuo padre, ragazzo”, mi pare che abbia detto. Ma oggi non ne sono più tanto sicuro.

Mi svegliai. Spostai il cappello e vidi il signor Riccardo che stava pescando. Mi misi seduto, e scossi un po’ la testa. Ero ancora intontito. Sul pavimento del gommone c’era una trota morta che mi guardava. Mi fanno impressione gli occhi dei pesci, ti fissano sempre, da vivi che da morti. La presi e la misi nel secchio insieme alle altre.
“Hai dormito un’oretta”, disse il signor Riccardo.
“Mi scusi, non me ne sono accorto”.
Proprio in quel momento qualcosa abboccò al suo amo.
“Eccolo!”, disse.
Tirò leggermente la canna verso di sé, per valutare la forza del pesce. Gli diede lenza, poi tirò di nuovo, e iniziò a girare il mulinello con attenzione. Aveva la sigaretta in bocca, di traverso, e quando parlava sembrava sempre sul punto di cadere.
Mi avvicinai a lui, e guardai dove il filo si tuffava nell’acqua blu e profonda.
“Ci siamo quasi”, disse lui. Si alzò in piedi e tirò la canna verso l’alto, con un gesto deciso. La canna si piego in avanti e poi indietro, come una molla, e in quell’attimo la trota uscì dall’acqua.
Nella luce del sole sembrava un puntino luminoso. Si dimenava veloce e sbatteva la coda a ripetizione. Il signor Riccardo la afferrò deciso, stringendola alla testa, e la slamò, tenendo la canna sotto l’ascella.
“E con questa fanno dieci”, disse.
Quando si girò per mettere il pesce nel secchio, fece una smorfia. Si lamentò per un dolore acuto e improvviso. Si toccò il ginocchio.
“Prendi la canna, ragazzo”, mi disse, e la sigaretta gli scivolò dalle labbra.
Feci per aiutarlo, ma lui mi ripeté:
“Prendi la canna, Cristo!”
Afferrai l’impugnatura, spaventato, e la mano del signor Riccardo lasciò la presa.
“Bastardo. Bastardo”, ripeteva. “Bastardo!”
Si mise a sedere, si aggiustò il cappello, e si piegò in avanti per prendere la sigaretta, che si era impregnata dell’acqua che era entrata nel gommone. Si toccò di nuovo il ginocchio.
“Che male”. disse.
“Sta bene?”, gli chiesi.
“Sto bene, sto bene, ragazzo. Non volevo spaventarti. Ho il ginocchio a pezzi. Sono vecchio”. Si mise in bocca la sigaretta, nonostante fosse spenta e umida.
Mi sedetti anche io.
“Se vuole possiamo tornare indietro. Se non se la sente, dico”.
“Smettila”, disse con voce secca.
Tirò fuori dal taschino della camicia un barattolino di pasticche bianche. Ne mandò giù due, una dietro l’altra.
“Queste saranno sufficienti”.
“Anche col vino che ha bevuto?”
“Che c’entra il vino, ragazzo. Che c’entra il vino”, disse.
Cercò di riprendersi. Si asciugò il sudore dalla fronte, e si fece aria con il cappello. Guardò l’orologio.
“Sei pronto?”, chiese.
Il mio cuore accelerò. Così, improvvisamente. Mi mancò il respiro.
Lui me lo lesse negli occhi. “Possiamo fare un’altra volta. Non devi per forza farlo oggi”. Intanto si massaggiava il ginocchio.
“No. No”, dissi, con la voce un po’ strozzata e senza fiato.
Poi mi voltai verso la canna per la pesca da carpa.
“La prepari. Andiamo là”.

Ci vollero almeno venti minuti per raggiungere il luogo. Mi vennero in mente molte cose. Ogni tanto guardavo il signor Riccardo. Teneva quella canna da pesca sulle gambe, e dava l’impressione di volerla abbracciare. Si dava dei colpettini al ginocchio, come se volesse rassicurarlo che il dolore sarebbe passato. Guardava il lago scorrere veloce sotto di lui, e ogni tanto metteva la mano nell’acqua.
Il rumore del motore copriva tutto. Si faceva fatica a capire quello che uno diceva, mentre si andava, e bisognava gridare.
Guardavo la sua schiena, curva in avanti. Guardavo la sua pelle scura, e ruvida, e piena di macchie e di nei. Guardavo la sua mano entrare ed uscire dall’acqua.
Dissi, ma senza gridarlo: “Lei sapeva che mio padre aveva problemi di cuore”.
In famiglia, nessuno di noi ne era a conoscenza. Solo dopo il fatto, scoprimmo che era in cura da un cardiologo, che doveva prendere delle pillole, e che aveva smesso di prenderle, pensando che non fossero più necessarie.
Non so dire se il signor Riccardo mi udì. So solo che tirò fuori la mano dall’acqua, e poi non ve la rituffò più.
Il sole era caldo, ma non batteva più sugli occhi; stava girando. Erano le quattro del pomeriggio.
Rallentai la velocità e virai verso la parte orientale del lago, dove c’era l’insenatura.
“Ci siamo quasi”, dissi.
Il signor Riccardo alzò la canna vero l’alto e controllò che tutto fosse a posto.
“Ho pasturato questa zona tutti i giorni, nell’ultima settimana. Dobbiamo solo avere pazienza. Sono sicuro che qualcosa abboccherà”, disse.
Mi sentii di nuovo agitato.
Spensi il motore. Lasciai che le onde ci trasportassero per un tratto, fino a che ci fermammo. Avevo un unico pensiero nella testa. Pescare un’ultima carpa.
Mi alzai. Guardai il lago. Sentii la mano forte e sicura del signor Riccardo stringermi la spalla.
“Sarà l’ultima”, gli dissi.
“L’ultima”, disse lui.
Presi lo zaino, e tirai fuori il cappello da pescatore di mio padre. Era di tessuto pesante, di color beige, con una striscia rossa che girava tutt’intorno. A guardarlo contro luce si vedeva il sudore che vi era rimasto impresso, dopo tutti quegli anni di pesca. Non era mai stato lavato.
Lo indossai per la prima volta, e mi resi conto che la testa ci entrava perfettamente. Il vento soffiò un po’ del suo profumo; l’inconfondibile odore della pelle di mio padre.
“Adesso, sembri quasi lui da giovane”, disse il signor Riccardo.
Ci sedemmo uno di fianco all’altro, stando attenti a non sbilanciare il gommone.
Il signor Riccardo mi passò la canna. La strinsi forte. Era la canna preferita da mio padre; era con quella che aveva salpato le carpe più grosse che avessi mai visto.
Feci un profondo respiro, e gettai la lenza.
Incrociai lo sguardo del signor Riccardo, che annuì con la testa, e disse: “Coraggio”.
Lui e mio padre restavano delle ore ad aspettare, in silenzio, per non insospettire le carpe. Facevano a turno, si davano il cambio, e chi non pescava, fumava.
Così prese il pacchetto delle sigarette, e disse: “Ce n’è una soltanto”.
“La fumi lei”, dissi io. “Se la fumi mentre aspetta. Come faceva quando c’era lui”.
Accese la sigaretta, e diede una profonda boccata. E così, da vicino, da sotto il suo cappello, per un attimo lo vidi più vecchio e più stanco. Con la mano tremante e il segno del tempo sul viso.
Passammo quasi un’ora a fissare il galleggiante, a trascinarlo lentamente e a rigettarlo nell’acqua. Mi pizzicavano le spalle e la schiena, e quando strinsi le dita attorno all’avambraccio, le vidi impresse e bianche sulla pelle rossa.
“Guarda!”, disse all’improvviso e sottovoce il signor Riccardo. “Ci siamo”.
Vidi il galleggiante riaffiorare in superficie, scendere di nuovo, e poi ricomparire. Non me l’aspettavo. L’attesa era frustrante, e ogni tanto mi distraevo.
Fui preso dalla foga ed ero sul punto di tirare la canna, quando la mano del signor Riccardo mi fermò.
“Lascia che tiri ancora un po’”.
Tirò, e tirò più volte. Sentivo le vibrazioni nelle braccia. Poi avvertii uno strattone forte, e il gommone si mosse.
“Ora!”, disse il signor Riccardo. “Cerca di portare il pesce sul mulinello, con calma. Non avere fretta. L’amo si deve infilzare per bene”.
Mi alzai e cercai di tenermi in equilibrio. Le mani mi sudavano e strinsi più forte. La carpa cercava la fuga verso il fondo, tirando con la forza di un toro.
Fu in quel momento che vidi le mani di mio padre. Stringevano forte l’impugnatura, e la sua voce gridava:
“E’ grossa! E’ forte! Peserà almeno venti chili!”
Io e il signor Riccardo ci mettemmo in fretta accanto a lui. Quando il pesce abbocca avviene tutto in un momento. Mio padre ci disse di stare indietro, e iniziò a giocare con la carpa. Le dava filo, e poi glielo toglieva. Era pesante e forte, quel pesce, perché la canna si piegava molto e sembrava sul punto di spezzarsi. Sentivo mio padre imprecare.
“Ti do una mano”, ripeteva il signor Riccardo. “Davvero, lascia che ti aiuti”.
“No. No, Riccardo. Ci peno io”, diceva mio padre.
Allora, non feci caso a quello scambio di battute. Mi erano sembrate normali, in una situazione del genere. Non era la prima volta che si davano una mano, per pescare una carpa. Ma oggi, ripensandoci, riconosco il reale peso dell’insistenza nella voce del signor Riccardo.
Mio padre sudava, per il caldo e per lo sforzo. Anche quel giorno il cielo era azzurro e pulito, con il sole che batteva sulla testa.
Mi misi di fianco al signor Riccardo e, senza rendermene conto, gli strinsi l’avambraccio. Vedere mio padre che combatteva con quel pesce era entusiasmante. Avevo gli occhi fissi sulle sue dita, bianche e rosse, tanto stringeva l’impugnatura. Lavorava di polso e con le gambe. Si piegava in avanti, e subito indietro, per tirare il pesce più vicino. Il gommone si agitava nell’acqua, ma lui era perfettamente in equilibrio. Gli veniva tutto naturale.
Poi d’un tratto esclamò: “Ci siamo!”
Tirò forte, e vedemmo il pesce affiorare. Era davvero grosso e alzava l’acqua sbattendo la coda sulla sua superficie. Il filo era teso e resisteva agli strattoni. Non restava che un ultimo gesto.
Ci fu un tonfo, invece. Vidi il pesce ricadere nell’acqua, e sentii il signor Riccardo gridare: “Pietro!”.
Il cuore mi balzò in gola. Girai velocemente lo sguardo su mio padre che era piegato su un ginocchio. Stringeva ancora la canna da pesca, ma sotto l’ascella, mentre con una mano premeva forte contro il petto. Il filo si stava srotolando velocemente, e il signor Riccardo lo recise con un gesto veloce e istintivo. La canna scivolò per terra, senza fare rumore, e mio padre cadde sul pavimento del gommone.
“Respira. Respira, per l’amor di Dio!”, diceva il signor Riccardo. “Respira”.
Ma mio padre era morto.
“Forza, ragazzo! Tira! Tira!”
Rinvenni, come colpito da uno schiaffo. Scrollai la testa per togliermi di dosso quel ricordo. Sentivo le mani strette da una morsa, calda e sicura. Erano le dita del signor Riccardo, avvolte attorno alle mie che stringevano l’impugnatura.
“Forza! Tira!”, mi diceva una voce. “Dai!”
Fu un attimo. E la carpa uscì dall’acqua. Lucente e bronzea, alla luce del tramonto.
E mentre tiravo il pesce verso di me, e lo vedevo avvicinarsi, agitarsi, scuotere l’acqua sottostante, mi sembrava di osservare quella scena da lontano. Molto lontano. Come se quella carpa, non fosse mai esistita.

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Luglio 13, 2009 Pubblicato in: Racconti   Leggi Tutto

Poesia/Notte bianca

di ida negri

Pensieri indigesti rigirano
sul letto senza posa
Ore espanse all’infinito
bastano appena
a setacciare una manciata di vita.

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Luglio 13, 2009 Pubblicato in: Poesia   Leggi Tutto

Poesia/Cuori sbeccati dalla stessa parte

di silvia mantovani

Cuori sbeccati dalla stessa parte.
Separa una parola muta
Tra sguardi annoiati

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Luglio 13, 2009 Pubblicato in: Poesia   Leggi Tutto

Autori/Giorgio Vasta, Il tempo materiale

Giorgio Vasta, Il tempo materiale, Minimum Fax

di claudio castellani

C’è sempre il rischio di fare brutta figura, a parlare di libri come Il tempo materiale di Giorgio Vasta (Minimum Fax). A parlarne male si rischia di apparire come una signorina della letteratura che auspica romanzi perennemente ottimisti, perennemente sdolcinati, perennemente sorridenti. Ma sinceramente non capisco come non si possa non provare compassione per Giorgio Vasta. Nelle sue pagine tutto è putredine. “Gli fa schifo tutto”, “Trasformare il panico in esistenza.” “spaventoso”. “Mi induce, con la repulsione, il rispetto.” “La sua distruzione è infinita”. ”La paura deve esserci. Solo che per me c’è sempre”. Appaiono molti animali: sono rachitici, storpi, monchi, pieni di croste. Piccioni lebbrosi, gatti scheletrici e affamati, topi schifosi, cani immondi. Il mondo di Giorgio Vasta è repulsivo. Il che può essere. Ci sono molte zone del mondo che suscitano niente altro che repulsione. Solo che qui non se ne vede il perché. Per esempio i palermitani –che qui appaiono come una generica categoria umana- sono persone disgustose. Non sono neppure persone. Sono ‘corpastri’. Il minimo che si possa dire di loro è che puzzano. E se volete sapere perché, bè, sappiate che dipende dal modo in cui parlano:”Non è una questione di pulizia. Sono loro. E’ la loro vita. E’ un odore che proviene dal loro modo di parlare. Le parole invecchiano nel loro corpo. Marciscono. Il dialetto, già marcio in origine, marcisce ancora.” Accontentatevi di questo. Non vedrete mai, nel libro di Vasta, un palermitano, anzi un corpastro, agire, fare qualcosa o dire qualcosa che suffraghi la tesi dello scrittore. Gli unici palermitani che compiono dei gesti, almeno fino a pagina 179, quando ho chiuso il libro, appaiono sotto forma di una famiglia agricola che regala more di gelso raccolte in un cesto.
La storia del romanzo, mi par di capire, è grosso modo questa: che Bocca, Scarmiglia e Nimbo, tre ragazzini che vivono nella Palermo del 1978, a 11 anni sono terribilmente precoci. Hanno già capito che l’Italia è un paese irrimediabilmente provinciale (“Senza scampo”, sottolinea la bandella, anche se nel libro non c’è scena, fatto, dialogo o azione che suffraghi questa tesi, in una certa misura perfino condivisibile) e dunque mettono insieme qualcosa che nella loro mente dovrebbe essere una specie di colonna brigatista. Tale colonna non compie, fino a pagina 179, nulla di memorabile o comunque di significativo, se non l’elaborazione di un alfabeto muto che ricalca icone e canzonette della suddetta Italia provinciale. La bandella ci assicura, comunque, che la colonna palermitana degli attentati almeno li progetta. Non senza lacerazioni, come testimoniano queste poche battute di dialogo che estrapolo da pagina 175:
-Ci sono circostanze nella quali la logica è sospesa, aggiungo, non ha valore: al suo posto esistono altre regole.
[…]
-Sì, abbiamo deciso che il tempo è poco. O meglio: abbiamo deciso di percepire questo tempo come qualcosa che sta per finire:
[…]
-Nessuno di voi ha il dubbio che sia un’ansia ridicola?
-Qualcuno deve assumersi la responsabilità del ridicolo. Di pensare cose ridicole. Di dirle, e poi di farle. Altrimenti non succede niente.

Non so. Goethe diceva che usare sempre e solo il tasto dell’ironia è sbagliato perché, in questo modo, non si arriva mai alla profondità. Forse lo stesso si può dire quando si usa sempre e solo il tasto del disgusto, del putridume, della disperazione e del disprezzo, in modo particolare quando sono immotivati. In queste pagine non ci sono uomini che interagiscono. Così non ci sono mai storie umane e non si capisce mai la causa della disperazione. Come se qui non ci fossero uomini che con le loro azioni generano la disperazione, ma ci fosse solo la disperazione che genera gli uomini. La lingua che usa Vasta è una sorta di martello che frantuma tutto, riduce tutto in frantumi e questi frantumi non possono far altro che restituirci un’immagine caleidoscopica delle cose. Al massimo. Sospettiamo che questo sia frutto di una precisa scelta filosofica. Le storie, le relazioni, le interazioni tra individui, secondo Vasta, probabilmente, non possono generare che pagine perennemente sdolcinate e deprimenti per un eccesso di sorrisi. Questo sospetto lo desumiamo anche da una frase che appare a pag 51. Nimbo si innamora di una bambina creola. E’ una bambina muta. “Voglio che lei, per me, resti solo un fenomeno. Una creatura. Senza che niente la sporchi, senza l’oltraggio di una storia.” Per carità! La bambina creola è destinata a grandi destini. A soffiare sul mondo “L’infezione del silenzio.”

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Luglio 9, 2009 Pubblicato in: Articoli   Leggi Tutto

Racconto/Il panino

di serena sartini

- Micol! Hai dimenticato il panino!- La voce di mia mamma mi blocca in fondo alle scale di casa. Così rischio di perdere l’autobus delle 7 e 25 che mi porta a scuola. Ma non posso lasciare a casa il panino della ricreazione. Risalgo a due a due tutti i gradini che mi separano dalla sua mano che me lo porge. Sembra un panino enorme, ma so che è l’effetto di tutta la carta che lo avvolge.
-Attenta a non ungerti, è con grana e carciofini!- Sento la sua raccomandazione mentre sono già fuori dal cancello perché non posso perdere l’autobus. Non posso arrivare tardi a scuola. Quando è successo mi sono vergognata, come se avessi commesso un peccato. E, infatti, l’insegnante della prima ora mi aveva rimproverato. Anche domenica mattina. La mamma non trovava le chiavi della macchina. Quando siamo arrivate la messa era già cominciata; mi sembrava che tutti si fossero girati a guardare me, senza sorridere. Non sapevo ancora riconoscere il senso di colpa. Imparai cosa fosse solo dopo “l’incidente”; ma prima avrei dovuto provare la vergogna d’essere viva.
Io vado alla Scuola Media Statale Dante Alighieri, prima B femminile. Mi separa dalla fermata dell’autobus un tratto di strada che percorro a passo veloce, passando davanti al negozio di generi alimentari dove ogni giorno facciamo la spesa.
Sbircio all’interno per guardare l’orologio a muro che segna le 7 e 15. Non sono in ritardo. Allora resto un po’ a guardare i tre grandi vasi colorati, pieni d’olio, esposti in vetrina; mi specchio, deformata dalla rotondità del vetro: una Micol gialla, una Micol verde, una Micol blu. Faccio qualche movimento per far ondeggiare le mie tre immagini; è divertente e sorrido. Alzo contemporaneamente gli occhi all’orologio: 7 e 22! Perderò l’autobus! Corro a perdifiato fino alla fermata, l’autobus è già lì; mi salvano le compagne di scuola, puntuali, che gridano a me e all’autista: – Dai Micol muoviti! Aspetti un attimo!- Con un balzo salgo anch’io. Ce l’ho fatta. Con la mano libera dai libri tocco la tasca del mio candido grembiule scolastico per sincerarmi che il panino sia sempre lì. C’è.
Resto in piedi a parlare con Fiorenza. E’ l’amica del cuore e compagna di scuola.
-Come sta Oscar?- Le chiedo. Oscar è il suo cane. Lo ha trovato uscendo da scuola due mesi fa ed i suoi genitori le hanno permesso di adottarlo. La invidio molto. Anch’io vorrei tanto avere un cane. Invece ho due fratelli. Sorella e fratello, per i quali, sostengono i miei genitori, devo essere “di buon esempio” perché sono la più grande. Sento che non è giusto, che è una responsabilità che non mi va attribuita. Una frenata mette fine alle mie precoci riflessioni. L’autobus ferma proprio davanti alla Dante Alighieri. Scendo con Fiorenza, ci teniamo per mano. Entriamo in classe puntualissime al suono della campanella. Tolgo il panino dalla tasca e lo infilo con i libri sotto il piano del banco. Mi aspettano tre ore di italiano e due di matematica. Italiano con compito in classe: “Racconta di un’ingiustizia che pensi di aver subito”. Parlerò del fatto di non essere figlia unica, di dovermi comportare meglio dei miei fratelli e di non poter avere un cane. Sono ben tre le ingiustizie. Suona la campanella! Si consegnano i temi. Finalmente c’è la ricreazione. Prendo il mio panino. Sono affamata. Mentre sto per uscire in corridoio con le mie compagne, l’insegnante di italiano mi ferma: -Mantovani hai il grembiule macchiato!- Abbasso gli occhi proprio sulla macchia d’unto che copre tutta la tasca. Capisco che, nella corsa, la confezione ha ceduto, ma non posso credere che per questo sono costretta a restare in classe. Per una macchia sul grembiule? Lo penso solo ed obbedisco.
Torno seduta al mio banco. Sola.
Non ricordo il primo morso al panino. Non ricordo nulla.
Ma la mamma di Fiorenza sì, che piange abbracciata alla mia in ospedale. E la signora sorridente, con gli occhiali, che mi fa raccontare un sacco di cose e che mi dice dell’aereo.
Forse non l’avevo neppure assaggiato il panino quando l’aereo militare precipitò sulla Scuola Media Dante Alighieri. Fui l’unica a salvarmi. No, non l’unica. Si salvò Tommi, il cane del custode, perché era scappato anche quella mattina. Quando uscii dall’ospedale mia mamma lo adottò. E anche di questo parlarono i giornali. Lo so perché una sera mio babbo aveva alzato la voce:-Scrivono più di Micol e del cane che di quei 172 morti. Che non provino a tornare qui! Che non ci provino.-
Ho passato molto tempo abbracciata a Tommi, senza parlare con gli adulti, come se potesse capire il mio silenzio più di chiunque altro.
Per molti mesi ha continuato a scappare. Tornava là, dove non c’erano più né la mia scuola né la sua casa.

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Luglio 9, 2009 Pubblicato in: Racconti   Leggi Tutto

Poesia/Poca gente

di roberto sapucci

Deserta questa mia città,
quando sopraggiunge la sera
in un giorno di maggio.
Case vuote, forse abitate
da una infinita solitudine,
di raggi catodici e plasma luminosi.
Piena di telefonate.
Vuota di sorrisi.
Pedalo senza méta,
nell’attesa di niente.
La luna è scomparsa
dietro una nuvola
come chi stanco
scivola piano nel letto
tirando a sè il lenzuolo,
fino a coprirsi il viso.

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Luglio 9, 2009 Pubblicato in: Poesia   Leggi Tutto

Racconto/Vai, Denis

di massimo rastelli

L’acqua del torrente è bassa, la macchina sobbalza sui ciottoli tondi. C’è foschia nella conca, la luce dell’alba è un bagliore diffuso. Si sente solo il gorgogliare dell’acqua, chiudo la portiera dell’auto, la premo con forza, senza sbatterla. Un sentiero porta alla sorgente, è una striscia di terra battuta in mezzo all’erba. Il fondo dei pantaloni si bagna, la tela diventa pesante e si attacca alle caviglie. E’ una zona di fossati, fresca, ci sono grandi aceri, sotto le nuove foglie sembra ancora notte. A destra c’è un rudere, una misera casa ridotta in macerie. Mi avvicino, con le mani sposto alti cespugli di artemisia. I sassi dei muri sono rugginosi, è pietra di scarsa qualità, non ha retto alle intemperie. Gli scuri di legno sono scostati dalle finestre, lasciano intravedere l’interno. Le stanze si sono rovesciate una sull’altra, un cumulo di calcinacci. Sulla facciata, una nicchia di forma ovale, protegge una madonna inesistente. Una piastrella di ceramica riporta il numero sei, è di smalto bianco e blu. Sullo scuro è appollaiata una piccola civetta, ha gli occhi dorati, muove le zampe, si sposta di pochi centimetri sul legno marcio della persiana. Resto fermo, immagino di essere chiuso in un mantello pesante con le braccia incrociate sul petto, la testa un po’ reclinata, ascolto ogni rumore. L’uccello scuote le piume, ha la testa rotonda e cerchi biancastri attorno agli occhi, li socchiude come non avesse timore. Rimaniamo in attesa, pronti a cogliere il movimento di un topo o il balzo di una rana. L’aria è umida, c’è odore di legno bagnato e di fermenti vegetali. Le foglie sono immobili, respiro con ritmo lento. Tra i rami si vede ancora la luna, è un disco grigio dello stesso colore del cielo. La civetta vola all’interno della casa, cerco di scorgerla tra le macerie. Non la vedo più.

Ci fosse stato Manuel, sarebbe stata una bella esperienza. Ero andato a svegliarlo che era ancora buio. Di solito non si faceva aspettare, lo trovavo già in cucina per la colazione. La porta della sua camera era chiusa. Abbasso piano la maniglia e creo uno spiraglio da cui filtra la luce del corridoio. Lui solleva la testa e guarda verso di me con gli occhi mezzi chiusi. Mi avvicino al letto.
- Andiamo alla sorgente, a raccogliere erbe.
Lui si tocca la fronte e si solleva col gomito appoggiato al cuscino. Con l’avambraccio protegge gli occhi anche se la luce è poca. Rimane con la testa penzoloni, la solleva, con le palpebre socchiuse.
-Non sto bene, mi brucia la gola.
-Allora non vieni?
-Babbo, vengo la prossima volta.
Mi sorride. Allunga la mano e tocca la mia per scusarsi. Ha il torso nudo, il lenzuolo si solleva e scopre il suo corpo.
-Ma cos’hai sul fianco?
-Ah, sì, è l’aquila che mi sono fatto tatuare.
Adesso sgrana gli occhi, sfiora con la mano il disegno scuro sulla pelle.
-Ma non mi hai detto niente.
-Te l’avrei detto, era una sorpresa. La prossima volta vengo con te.
La domenica mattina andavamo spesso a raccogliere erbe e funghi. Mio figlio è un ragazzo appassionato di alberi, di ambienti naturali, è un bravo studente, frequenta il liceo scientifico, il quarto anno. Questa zona dove c’è la sorgente è il nostro luogo preferito. Lungo il torrente sono sorti capannoni artigianali, depositi di materiale, l’ambiente si è modificato, non è più verde e rigoglioso come un tempo. L’acqua si disperde in un letto largo e pianeggiante, una distesa di ciottoli bianchi depositati sulla creta grigia. I canneti sono spariti e la poca vegetazione palustre trattiene la sporcizia che rimane impigliata ai suoi rami. La sorgente è appena fuori, si cammina per un sentiero poco conosciuto, dalle pietre del torrente si arriva a un tratto erboso, si gira attorno ad una collina, qui l’ambiente è rimasto intatto. Il tempo alla sorgente si è fermato. E’ un luogo pregiato perché si trova di tutto, erbe, funghi, radici commestibili. Ci sono anche animali, caprioli, cinghiali, lepri, beccacce, istrici; si vedono le loro impronte sulla terra scura. L’incontro con la piccola civetta è stato un fatto insolito. Ci fosse stato mio figlio Manuel, sarebbe stata una esperienza da ricordare.

Cammino oltre, sino all’inizio di una valle stretta. E’ una piccola gola ombrosa, è esposta a nord e vi si infila solo aria fresca. La sorgente forma un rigagnolo, alimenta una zona palustre dove crescono grandi foglie carnose grigioverdi e canne di fiume. Dove sgorga l’acqua c’è un coppo rovesciato di terracotta, si forma poi una pozza nel terreno. Raccolgo con le mani l’acqua, è gelida, sento le dita rattrappirsi al contatto con il liquido freddo, mi sciacquo la faccia. Ho dormito poche ore, con gli amici abbiamo organizzato una cena, carne cotta alla brace e vino rosso. Al termine avevamo la mente torbida per il mangiare e per le bottiglie vuote. Ho bisogno di acqua fresca, per svegliarmi completamente. Scopro i polsi e gli avambracci e li immergo. Brividi scuotono le braccia, poi un calore emerge dalle mani come istinto primordiale di sopravivenza. L’acqua è gelida, morde la carne. Sento lo stomaco che si contrae, il freddo sulla pelle stimola delle fitte all’addome, non avrei dovuto mangiare tanto. Attorno alla sorgente si vedono le tracce di animali, i segni delle unghie del tasso, le tane delle volpi. Gli alberi stanno ai limiti dei costoni e con le radici muovono il terriccio franoso, chiudono la visuale. Le piogge della primavera hanno fatto crescere vegetazione tenera e lucente. Estraggo il coltello dal tascapane, con la lama taglio le erbe selvatiche vicino al terreno. Il cellulare vibra in tasca. Le dita sono sporche di terriccio, non mi va di infilarle dentro ai pantaloni, le striscio sull’erba bagnata, ora sono pulite ma umide. E’ Marta.
-Ho letto il tuo messaggio. Manuel sta bene, dorme.
-Mi ha detto che aveva mal di gola.
-Può darsi, ma hai sentito a che ora è rientrato? Erano quasi le quattro.
-No, non l’ho sentito. Ho mangiato tanto e sono caduto in un sonno profondo. Erano le quattro? E il tatuaggio? Tu lo sapevi?
-Sì.
-Perché non me l’hai detto?.
- Non mi andava, te lo avrebbe detto lui. Poi sei stato tu a dirgli che a diciott’anni poteva farsi il tatuaggio, te ne sei dimenticato?
-No, è che non credevo se lo facesse. Pensavo poi ad un albero, ad un piccolo disegno, invece è l’ala di un’aquila che gli copre l’intero fianco.
-Cosa cambia, grande o piccolo? Quando sei maggiorenne te lo puoi fare, è quello che gli abbiamo sempre detto.
Faccio scivolare il cellulare in tasca. Mi guardo attorno, con la voce ho violato il silenzio, le foglie degli aceri si muovono appena.

Sono tornato alla macchina, guardo il tascapane, ho raccolto erbe pregiate, hanno foglie tenere e varie tonalità di verde. Potrei camminare verso un calanco che domina l’altro lato del fiume, potrebbero esserci altre varietà interessanti. Ora è giorno, il sole ha oltrepassato il colle e si riflette sull’acqua bassa e sui sassi chiari. Voci richiamano la mia attenzione. Vedo due uomini, lontani, in controluce, agitano le braccia, ne sorreggono un altro che cammina in modo stentato. Un’onda di apprensione mi travolge, il cuore palpita forte, corro verso di loro, non respiro. Il letto del fiume è uno spazio enorme, le suole scivolano sui ciottoli. La distanza che ci separa è una distesa senza vita, spaccature nella creta arida, i piedi si incastrano, dagli arbusti secchi si staccano bacche spinose, si appiccicano ai pantaloni. Ai lati pozze paludose di acqua verde. Sono militari, sono armati. La luce ora acceca, si riflette sull’acqua e sulle pietre bianche. Le canne dei fucili mitragliatori sobbalzano e sporgono dalle spalle. Arrivo davanti a loro. Sono ragazzi, hanno stivali di cuoio nero, la divisa mimetica e in testa un elmetto militare. Uno è ferito.
-Cosa ha fatto? Cosa gli è successo? Ditemi che succede?
Non ho più forze, mi piego in avanti, appoggio le mani sulle cosce, prendo fiato.
-E’ stato ferito all’occhio ed ha una distorsione alla caviglia, poi ti spieghiamo, la nostra macchina è di la della collina, aiutaci, ha bisogno di un pronto soccorso. Subito.
Il ragazzo si tiene uno straccio sulla faccia. Piagnucola, si lamenta. Uno dei ragazzi, il più magro, mi guarda. E’ preoccupato, il suo sguardo è desolato, lo vedo sfinito, mi chiede aiuto in silenzio. Cerco in tasca le chiavi, gliele porgo.
-Vai alla macchina, portala il più vicino possibile, a lui ci penso io.
Prendo il suo posto, faccio appoggiare il braccio del ragazzo dolorante sulla mia spalla.
- Vai a prendere la macchina, Denis. Gli dice il tipo robusto.
Lui guarda le chiavi, le solleva con le braccia magre, bianche, senza peli.
-Vai, Denis! Lo incita l’amico e fa volare in alto la mano, con gesto nervoso.
Vedo il giovane ossuto precipitarsi sui ciottoli, ha una corsa leggera, ha la scioltezza degli animali che fiutano il pericolo. Un’ombra magra sul letto arrido del fiume.

-Fallo salire dietro, sto io con lui, dice il ragazzo con le braccia muscolose.
Si è tolto l’elmetto, ha la testa rasata, bagnata di sudore. Sposto il tascapane dal sedile, lo metto nel bagagliaio, tra gli elmetti finti, tra le armi di plastica, pesanti come quelle vere.
-Andiamo adesso.
Il guado è agibile, nella foga passo veloce, sento i ciottoli schizzare sotto le gomme e battere sul fondo della macchina. Solo il ragazzo dai capelli mossi e rossicci si lamenta, gli altri tacciono. L’ospedale è a dieci chilometri,c’è da salire una collina e ridiscendere; spingo sull’acceleratore. Per la velocità non riesco a completare le curve senza invadere l’altra corsia. Infine una rampa di cemento; una porta di alluminio grigio si apre automaticamente.

Siamo seduti su panchine di metallo. Nella sala d’aspetto oltre lo scivolo ricoperto di linoleum nero c’è il pronto soccorso. Una luce diffusa proviene dalla porta chiusa a vetri smerigliati. Il ragazzone dalla testa rasata è entrato assieme al ferito. L’altro è rimasto con me, ha capelli lunghi, castani, appiccicati sul collo, un naso appuntito ed una faccia magra. I pantaloni che indosso sono simili ai suoi, hanno tasche sulle cosce e cerniere in fondo alle gambe, i miei sono verdi mentre i suoi sono di tela mimetica marroni, grigi e bianchi. Sopra porta una maglietta nera aderente, le braccia sono lunghe, la pelle bianca senza peli. Sui miei scarponi c’è un po’ di sporco, del fango è attaccato ai lacci. I suoi sono neri, impregnati di grasso, sproporzionati sul corpo minuto. E’ sciupato ma è solo un corpo immaturo, non ha ancora espresso tutto il suo vigore.
-Ci stavano attaccando, lui è scivolato, la mascherina si è impigliata in un ramo, si è mossa. L’hanno preso nell’occhio, quei bastardi.
Lo guardo, muove le mani piccole, fa gesti circolari, leggeri, gli avambracci magri sono senza peso.
-E’una vera guerra, con armi softair. Abbiamo combattuto durante la notte, alla luce delle fotoelettriche.
Me lo dice con il viso tirato, gli occhi si stringono. Si muove a scatti, si passa la mano tra i capelli. L’affanno mi sta passando e mi sento infastidito, mi prende la voglia di mandarli affanculo tutti quanti. Il loro sudore, i loro giochi da bulli, le braccia troppo muscolose o troppo magre, gli elmetti militari.
-Hai vent’anni? Gli chiedo.
-Diciannove. Risponde.
Una signora si siede sulla panchina davanti a noi. Ci guarda come se fossimo due selvaggi, ci squadra dalla testa ai piedi, ci considera appartenenti alla stessa tribù.
-Andiamo fuori, dico al ragazzo.

C’è un leggero sole di primavera. Ho freddo, l’aria si infila nelle maniche della camicia pesante, lui ha solo la maglietta arrotolata sulla pancia. Cammina davanti a me, mi infastidiscono i metri che ci separano. Lui guarda attorno e sceglie di salire su un’ampia terrazza, di fianco alla porta di ingresso al pronto soccorso. Si guarda attorno, lo seguo senza voglia. Ci siamo solo noi. Mi avvicino e gli chiedo se è preoccupato per l’occhio dell’amico.
-Credo non sia grave. Si tocca i capelli, li spinge indietro come a volerli allontanare definitivamente. Mi guarda, mi sento indifeso, mi rattrista essere senza reazione. Armeggia con il cellulare, scrive veloce un messaggio, lo ripone. I pantaloni scendono sui fianchi per il peso della roba che deve avere nelle grandi tasche, l’ho visto trafficare con un piccolo binocolo pieghevole, con coltelli a diverse lame, con un accendino di metallo. Il corpo magro e tasche piene di arnesi. Si vede un panorama modesto, una pineta artificiale, condomini, villette a schiera. Un ragazzo si avvicina a lui. I due si spostano nell’angolo dell’ampia terrazza, cercano di allontanarsi da me. Il nuovo arrivato ha i capelli rasati attorno e ciuffi ricci in cima alla testa, indossa anche lui pantaloni militari ma, nonostante il freddo, ha solo una canottiera viola ed una catena con punte di ferro, ha muscoli lucidi, tatuaggi e bracciali di cuoio. Il ragazzo magro, infila la mano nella tasca sulla coscia e passa al tipo con la canottiera un involucro di carta bianca. Lui, gira un po’ la testa, come a controllare cosa succede alle sue spalle ed infila il pacchetto in un tascapane che porta penzoloni. Se ne va subito. Il ragazzo rimane girato con le spalle curve. Mi avvicino, appoggio la mano sulla sua spalla, lui non si muove. E’ un contatto caldo, sento le sue ossa sporgere, la sua immobilità mi innervosisce. La mia presa ora si fa più forte, il contatto mi ha tolto l’imbarazzo.
-Che cazzo fate? Me lo vuoi dire!
La mia mano lo stringe e lo scuote, lo vedo dondolare ai miei strattoni.
- Cosa gli hai dato? sono sicuro che ti sei sbarazzato di qualcosa.
Vedo i suoi capelli muoversi, ondeggiare. Lo lascio per non fargli male, per evitare che la rabbia prenda il sopravvento.
-Siete dei drogati di merda! L’ho capito chi siete. Dei nazisti del cazzo.
Mi fermo, senza il contatto fisico mi sento di nuovo indifeso. Lui si tocca la fronte, mi sembra un gesto ambiguo, mi aspetto che sia pronto a sferrarmi un pugno, d’istinto alzo le braccia davanti al viso, per proteggermi.
-Non puoi capire. Dice con voce ferma.
Poi ripete, non puoi capire, ma la voce ora è tremolante.
Ripete ancora la stessa frase ma non riesce a concluderla. Sta ricurvo nelle spalle, i capelli scendono a coprirgli il viso.

Appoggio la mano alla sua spalla, con la mano aperta. Andiamo a prendere qualcosa al bar, gli dico.
Ora sono io davanti, guardo con la coda dell’occhio, lo vedo allungare il passo, è di fianco a me. Ci sono tavolini quadrati con gambe di metallo nero, ad uno c’è un vecchio seduto, una mano trema, l’altra è appoggiata immobile sul tavolo. Ci sediamo, ordino un cappuccino e una brioche per lui. Io non ho fatto colazione, sento lo stomaco ancora in subbuglio. Mentre camminavo nel bosco mi sentivo meglio, ora sono tornate le fitte all’addome. Il barista è un uomo appesantito dagli anni, appoggia il cappuccio sul tavolo e un po’ di latte cola dalla tazza e finisce nel piattino. Al bar si vendono anche giornali, una donna dalla faccia assonnata sfoglia una rivista. Denis da un morso alla brioche poi ne stacca un pezzo e lo immerge nella tazza. Altro latte cola nel piattino. Morde con voracità, il cornetto sparisce in un attimo. Sembra avere dimenticato la scena sul terrazzo, ora pensa solo a nutrirsi.
- Mi prepara un the al limone? Chiedo all’uomo.
Mi alzo, le brioche sono in un espositore di vetro, il barista sta vendendo un quotidiano e mi fa cenno di servirmi da solo. Prendo un’altra brioche con il tovagliolino, mi avvicino al tavolo, la porgo a Denis che accenna un sorriso e china appena la testa, le ciocche di capelli appiccate alla testa gli nascondono la faccia.
Dalla teiera sale un filo di vapore aromatico.
Denis mangia l’altra brioche. Ripone la tazza dopo l’ultimo sorso, con il tovagliolino raccoglie le briciole.
-Non è come pensi, io non c’entro.
-No, è impossibile, ribatto. Non esiste che tu sei con loro e non c’entri. Non c’è una via di mezzo.
-Io non c’entro, dice con voce ferma e solleva la testa. I capelli sottili e lunghi si scostano dal viso. Si appoggia sui gomiti magri, sulle braccia sottili, bianche, senza peli.
-Se pensi di non entrarci niente, perché non mi spieghi cosa hai dato a quel balordo con la canottiera viola? E’ pericoloso che credi di esserne fuori, sarebbe più saggio che tu sapessi di esserci in mezzo. Ma che cazzo di passioni avete? la guerra, la droga, le armi finte di merda.
Lui non risponde.
-Vuoi ancora qualcosa?
Ora, un semplice no, fatica ad uscire.
Prendo la penna e un pezzo di carta, scrivo.
- Prima che mi dimentichi, se tu dovessi avere bisogno, questo è il mio cellulare.

Torniamo al pronto soccorso. Il giovane ferito è fuori, ha una garza bianca sull’occhio, zoppica. Sono arrivati degli amici e si accalcano attorno a lui, si scambiano gesti e frasi a bassa voce. Ci sono anche due ragazze, una è bionda, ha jeans strappati e scarpe rosa, l’altra è mascolina, con un giubbotto da motociclista, ridono, parlano, tutto sottovoce. Denis viene vicino a me.
-Gli hanno asportato un frammento di plastica, pensano che l’occhio non subirà gravi problemi. La caviglia si sistema.
-Ora vado, gli dico.
-Va bene, ci riaccompagnano loro.
Il ragazzo con la benda sull’occhio e quello rasato si avvicinano, mi stringono la mano e mi ringraziano, sono mani calde. La stretta di Denis è più leggera.

Ripercorro indietro la strada dove sono passato, veloce, alcune ore fa. E’ mezzogiorno. Sul cellulare leggo un messaggio di Marta ‘Manuel è sveglio e sta bene’. Il sole è di nuovo velato. La strada affianca il torrente. Un jeep verde militare passa sulla corsia opposta, a bordo ci sono finti soldati. I nemici, quelli che ci hanno teso l’agguato, sono loro i bastardi. Dietro a questi un altro automezzo, è un furgoncino con le scritte pubblicitarie di una ditta di termoidraulica. Dentro ancora militari in maglietta mimetica. La guerra è finita. Ho anche io il mio carico di armi, dimenticate nel bagagliaio. Svolto a destra, il ponte ha i piloni sbrecciati e i parapetti sono di ferro arrugginito, porta ad un allevamento abbandonato. Immagino la bellezza della conca in un tempo remoto. Mi fermo in mezzo al viadotto, sotto c’è un gorgo profondo. Apro il bagagliaio, prendo il fucile mitragliatore, scelgo il centro della pozza e lo lascio cadere. E’ pesante, arriva sull’acqua ed alza schizzi, fa un bel tonfo, scompare, l’acqua è profonda. L’elmetto sbatte su di una pietra, galleggia poi si piega, si riempie e sprofonda. Una maglietta rimane a galla, poi scivola via a pelo d’acqua. Le armi sollevano schizzi che ricadono come pioggia. Nel bagagliaio non c’è più niente. Mi slaccio gli scarponi, li sfilo appoggiandomi alle barre di ferro arrugginito. Lancio il primo in aria, sale un po’, poi ricade, il gorgo lo inghiotte. Getto anche l’altro. Dopo pochi istanti, la superficie del torrente si ricompone, il tonfo viene assorbito dal gorgogliare sordo e immutabile. Sfilo la camicia, la getto aperta come a volerle far spiccare il volo. Si posa, il flusso dell’acqua la fa muovere. Sulle braccia nude sento l’aria umida e fresca. Cammino verso l’altro parapetto del ponte,saltello, sento i sassolini appuntiti pungermi i piedi scalzi. Mi sporgo, con le mani stringo il corrimano di ferro arrugginito. La camicia passa trascinata dalla corrente, con le maniche distese come una croce di legno. Svuoto il tascapane, le erbe selvatiche svolazzano nell’aria. A contatto dell’acqua, la corrente le trasporta via.

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Luglio 7, 2009 Pubblicato in: Racconti   Leggi Tutto