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Archivio di Agosto, 2009

Creatività/Dal mattone alla scrittura

di claudio castellani

Spesso i migliori manuali di scrittura creativa non sono catalogati con questa etichetta. Voglio dire che possiamo trovare grandi riflessioni sull’arte, preziosi consigli sulla scrittura, in libri che parlano di cinema o di teatro o di cucina e di falegnameria.
Ho trovato molto utile e interessante, per esempio, l’ultimo lavoro di Richard Sennett, ripubblicato nel gennaio di quest’anno da Feltrinelli, che si intitola “L’uomo artigiano”.
Richard Sennett, che è stato allievo di Hannah Arendt, è uno dei maggiori sociologi contemporanei e insegna alla New York University e alla London School of Economics. A lui si devono saggi importanti quali “L’uomo flessibile” e “La cultura del nuovo capitalismo”. Con questo saggio sull’artigianato inizia la pubblicazione di una serie di volumi dedicati al “fare”, alla cultura materiale. Quando parla degli artigiani, Sennett si riferisce a persone che usano degli strumenti, che costruiscono, ma prima ancora a persone cui sta a cuore il lavoro ben fatto per se stesso. Che lavorano non solo per fare una cosa tanto per farla, ma che la fanno perché, per loro è, un godimento farla bene, nel miglior modo possibile. Fare bene una cosa è la ragione della loro vita. Da questo punto di vista, dire che il libro parla di persone che usano degli strumenti è in qualche modo impreciso. L’artigianato, per Sennett, è prima di tutto un atteggiamento nei confronti della propria attività, nei confronti dell’esistenza. Possiamo definire artigiano anche una persona che elabora un software per computer, insomma, o che lavora in un laboratorio di analisi mediche.
Scrivere è un lavoro artigianale. Arte e artigianato hanno più di una radice in comune. La scrittura è un fatto fisico, corporeo. La scrittura non è solo un fatto mentale. E’ qualcosa di più di un astratto flusso di pensieri. Si nutre della vita, di tutta la vita. Nel senso che diceva Paul Klee,per esempio, quando sosteneva che l’arte non serve a rappresentare, ma a rendere visibile. Si nutre, la scrittura, di idee, di pensieri, di esperienze fatte, di un vissuto, di odori, colori e suoni. Si nutre della fisicità della carta e della penna, dell’inchiostro, dello schermo di un computer. La scrittura è capacità di manipolare le parole e le frasi e i paragrafi, come se fossero creta. Ciò che se ne ricava è, infine, un manufatto, un oggetto. Un manoscritto, un dattiloscritto, un libro, un romanzo, un racconto, una poesia, sono un oggetto. Un oggetto la cui materia prima sono parole. E questa materia prima è impastata col sudore, i ripensamenti e dunque le cancellature o le aggiunte dello scrittore. Dico questo, di nuovo, nel tentativo di spiegare perché trovo utile la lettura del libro di Sennett. Proprio perché lo scrittore è un artigiano, ha molto da imparare leggendo pagine dedicate al modo in cui gli antichi romani cuocevano i mattoni, che ci raccontano come si costruivano le cattedrali nel medioevo o come i cuochi maneggiano un coltello per spolpare un pollo. E’ proprio perché la scrittura produce manufatti come un vasaio, del resto, che il libro di Sennett fa molti ed espliciti riferimenti alla scrittura.
Il libro è molto lungo, è di oltre 300 pagine, è molto ricco e denso e io qui non ho voglia né modo di riassumerlo. Ciò che trovo particolarmente interessante è un concetto che Sennett sottolinea con decisione: oggi pensiamo che si debba imparare divertendosi. Ma questo è sbagliato. L’artigianato di tutti i tempi ci insegna che il fare, il ripetere all’infinito un gesto, esattamente ciò che consideriamo così spesso una attività grigia, noiosa e ripetitiva, è ciò che in realtà ci permette di apprendere un mestiere. E non solo di apprenderlo, ma di innovarlo e di imparare cose nuove, soluzioni originali. E’ la ripetizione del gesto, delle tecniche, delle procedure, dei passaggi che ci insegna a concentrarci e ad acquisire familiarità. E’ lungo, questo processo? Sì, dice Sennett. Un apprendista ha bisogno di 10 mila ore di lavoro per diventare un artigiano. Prendiamo un ragazzo che voglia imparare a giocare a tennis, dice. Verrà messo in un campo, con la racchetta in mano, e per ore e ore dovrà rigettare la palla oltre la rete. Eppure, è proprio l’infinita ripetizione di quel gesto che gli farà scoprire che non esiste un solo movimento del braccio e della mano a permettergli di ributtare indietro la palla: ne esistono infinite varianti. E’ proprio nel grigio mare della ripetitività che scopre il nuovo.
La noia oggi suona alle nostre orecchie come qualcosa di opposto all’apprendimento. Ci sembra un sacrilegio. Ma, avverte Sennett, ricordatevi che “l’apprendimento meccanico non rappresenta in quanto tale il nemico”. E aggiunge:”Rendiamo un cattivo servizio ai bambini afflitti di incapacità di attenzione se pretendiamo che capiscano le cose prima di applicarsi a farle.” Che è come dire: spesso capiamo ciò che abbiamo fatto solo dopo averlo fatto. O mentre lo facciamo. Quando un artigiano lavora, sostiene Sennett, è “assorbito dentro la cosa, non è più cosciente di se stesso, neppure di se stesso come corpo. E’ diventato la cosa su cui sta lavorando.” Come sa bene chi, scrivendo, perde la nozione del tempo.

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Agosto 31, 2009 Pubblicato in: I modi dello scrivere   Leggi Tutto

Creatività/Hemingway: il principio dell’iceberg

di ernest hemingway, da Paris review, Fandango libri

Se uno scrittore smette di osservare è finito. Però non serve che lo faccia consapevolmente, pensando che potrebbe servirgli. Magari all’inizio è diverso, ma col tempo tutto quello che vede finisce nella grande riserva delle cose che ha osservato o che conosce.
Ammesso che possa interessare a qualcuno, io quando scrivo cerco sempre di seguire il principio dell’iceberg: i sette ottavi di ogni parte visibile sono sott’acqua. Tutto quello che conosco lo posso eliminare, tenere sommerso, così il mio iceberg sarà più solido. Diventerà la parte nascosta. Se però lo scrittore omette qualcosa proprio perché non la conosce, allora si noterà un grande buco nella storia.
Il vecchio e il mare avrebbe potuto essere lungo più di mille pagine, avrei potuto sviluppare la storia degli abitanti del villaggio, come si guadagnano il pane, come sono nati, se hanno studiato, avuto figli ecc. ma questa è una scelta narrativa che altri scrittori sanno concretizzare in modo eccellente: quando si scrive, il limite consiste sempre in ciò che gli altri hanno fatto egregiamente. Per questo ho cercato di provare con qualcosa di diverso. Prima di tutto mi sono sforzato di eliminare il superfluo e trasmettere un’esperienza che il lettore potesse percepire come propria, al punto da credere che sia davvero accaduta. E’ un’operazione difficilissima, alla quale ho lavorato molto.
Comunque sia, tralasciando i dettagli tecnici, in quel caso ho avuto una grande fortuna e sono riuscito a comunicare in tutti i suoi aspetti un’esperienza che mai nessuno aveva raccontato prima. La mia fortuna era proprio di avere tra le mani un brav’uomo e un bravo ragazzo, quando negli ultimi tempi gli scrittori si erano dimenticati dell’esistenza di personaggi di questo tipo. E oltre agli uomini c’era l’oceano, di cui vale altrettanto la pena di scrivere, quindi sono stato fortunato di nuovo. Conoscevo il modo in cui i marlin si accoppiano, per cui ho lasciato perdere. In quello stesso lembo di mare avevo visto un branco d’una cinquantina di balene, e una volta avevo tentato di arpionarne una lunga quasi novanta metri, ma non ce l’avevo fatta. E così anche questa storia l’avevo messa da parte. In pratica, ho lasciato fuori tutti i racconti che sapevo sul villaggio di pescatori. Cioè la parte sommersa dell’iceberg

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Agosto 31, 2009 Pubblicato in: I modi dello scrivere   Leggi Tutto

Pensieri Spettinati/Travaglio estivo

di paolo vachino

Come ogni anno la rassegna estiva riminese MobyCult ha ospitato nella tensostruttura, allestita sul Porto Canale, il giornalista Marco Travaglio, in compagnia questa volta di Antonio Padellaro, per dare insieme l’annuncio della prossima uscita nelle edicole italiane del nuovo quotidiano IL FATTO QUOTIDIANO.
Come ogni anno ad attendere Marco Travaglio c’è una platea variegata e colorata, che rasenta le mille persone: un anfiteatro di carne ammassata che stipa compostamente il piazzale del porto per compiere il rito ablutorio nelle parole espresse con fervore pacato dal suo beniamino.
Come ogni anno Marco Travaglio manda alle stampe un libro avente per tema le peripezie politico-giudiziario-sessualmagnaccesche del capo del Governo italiano – Silvio Berlusconi -, e porta nelle piazze il vessillo delle sue accurate ricostruzioni miranti a screditare l’immagine e il corpo del leader politico e dei suoi cortigiani.
Come ogni anno il bersaglio colpisce veementemente anche i leader dell’Opposizione, ridotta a pallido simulacro di sé e vittima delle sue interne contraddizioni.
Come ogni anno la platea si diverte alle colorate invettive esposte dal giornalista con calligrafica perizia narrativa: si anima, applaude, incita, acclama.
Come ogni anno prendo parte a questo evento: esercizi di cittadinanza, li chiamo tra me e me, la sana abitudine allo stare nell’unico posto che ho sentito da sempre come la mia casa: la piazza, le strade. Malato non immaginario di agorafilìa, una sorta di panico cosmico nascente ogni volta che chiudo la porta di casa dopo esserci entrato; ipocondria da spazio perimetrale chiuso.
Come ogni anno, dopo l’alluvionale esposizione di Marco Travaglio, sono pervaso da un senso di incompiutezza, di insoddisfazione: come se avvertissi una sincope improvvisa, una stasi calante sul flusso verbale appena udito.
Come ogni anno rimugino sul senso di quelle parole, di quella platea così numerosa e accaldata, attenta e prodiga nell’acclamo, di quel rompere le righe finali e tornarsene a casa, carichi di un’energia, per me, inspiegabilmente muta.
Come ogni anno giungo a delle conclusioni che non sono sempre le stesse: segno che la vita è meravigliosa e complessa, e che ogni giorno e ogni volta sono diversi da quelli/e prima.
Quest’anno ho pensato questo.
Noi italiani preferiamo da tempo immemore le assoluzioni piuttosto che le soluzioni. Penso derivi dal nostro retaggio cattolico: peccato, confessione, pentimento, assoluzione. L’assoluzione la sentiamo nostra, solo per noi. La soluzione invece è per tutti: per questo ci piace meno. Non si confessano i peccati del mondo intero ma i solo nostri. Mentre i problemi sono spesso causati proprio dal nostro vivere sociale, e trovar loro una soluzione significa spesso trovarla per tutti. Per cui siamo meno stimolati ad agire, sperando sempre di potere beneficiare noi di una soluzione giungenteci per osmosi transitiva dell’azione di qualcun altro.
Per cui all’invettiva di Travaglio contro il capo del Governo e contro un degenerato modo di governare, e parallelamente di esercitare una sana opposizione, la platea adorante il relatore se ne va assolta e beata perché convinta di non avere nulla a che spartire con cotanto male a malaffare, incurante della soluzione, invece, per porre decisivo rimedio a cotanto male e malaffare, di cui appena udita tanta e tale dotta e doviziosa testimonianza.
La conferma del nostro primitivismo di ritorno, di imbarbarimento post-civilizzazione, è dato proprio dall’opera e dall’operato di Marco Travaglio e dall’impatto sui suoi seguaci: l’aver creato nella figura e nell’uomo – Silvio Berlusconi – il Capro Espiatorio, sul quale parafulminare tutti i mali di una società in avanzato stato di cancrenica decomposizione democratica; con effetto collaterale di essere diventato l’Idolo sotto la cui egida verbale si posizionano i cittadini insoddisfatti di tale degenerazione. Prova ne è che un anziano signore, avvicinatosi al palco dell’oratore per formulare la sua domanda, attardandosi nel raccontare preambolicamente la sua esperienza di lavoratore, sempre battutosi per la causa degli sfruttati, è stato prontamente azzittito dalla moderatrice, avallata dal brusio sempre più rumoreggiante di scontento plateale, invitandolo categoricamente, quindi ordinandogli, di fare subito una domanda. Perché il fulcro di tutte le attenzioni era il solo e unico Marco Travaglio.
Silvio Berlusconi e Marco Travaglio.
Il Capro Espiatorio e l’Idolo.
La platea era lì per assistere a questo rituale di laica religiosità.
E in mezzo scorre il fiume, era il titolo di un famoso quanto noioso film americano: scorre il fiume degli assolti, quelli che pensano che il loro dovere consista solo nel comprendere che Berlusconi rappresenti il Male e Travaglio il Bene.
La poesia salverà il mondo, ne sono certo, perché Montale aveva capito molti decenni fa che solo questo possiamo dire: “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Ora, nonostante abbia il sospetto che Travaglio non conosca a fondo, non tanto Montale, ma il senso di questi versi straordinari, mi sembra che la pars destruens sia ormai definitivamente esaurita. Altrimenti si corre questo rischio: Travaglio mi ricorda quei trombettieri che hanno il compito di suonare la carica all’esercito che sta per intraprendere la battaglia: il suono della tromba deve essere potente, acuto, cristallino, suadente, puro; come lo è stato senza dubbio fino a ora l’opera del giornalista tanto amato. Ma mi è giunto il sospetto che, da un po’ di tempo a questa parte, il trombettiere si sia innamorato di quel suono, e si stia sempre più orfeizzando in musico, contemplante ed esteta della sua stessa musica, unitamente allo stesso esercito che, deposte le armi a terra, si stringe intorno al suo trombettiere “come un anfiteatro di carne ammassata”, e si dimentica che alle spalle c’è un nemico da combattere, che non smette di tramare e di agire contro quello stesso esercito in estatico ascolto.
E contro coloro i quali tramano e agiscono occorre non tremare e reagire.
Come?
Beh, il primo modo è quello suggerito dalla mitica fotografa statunitense di origini russe, morta prematuramente, Diane Arbus: “quando vedo qualche cosa che è fuori posto provo a mettermi a posto io”. Straordinaria.
Che vuol dire semplicemente: non cercare sempre e a tutti i costi l’assoluzione ma trovare la soluzione a un problema.
Che vuol dire: di pensare che questo settantenne, che in pose laoocontesche si dimena tutto incremato e impomatato tra donne ragazze e (ahimè) ragazzine minorenni, è lo specchio di tanta Italia che alle stesse condizioni farebbe (e fa) le stesse cose, e che purtroppo le fa nella forma ancora più squallida, dovuta solamente al minor potere e al minor denaro di cui disporre.
Ma le cosce di una minorenne non colgono questa differenza: è lo stesso squallidissimo e deprecabile sfruttamento, lo stesso fottutissimo schifo.
Per cui cominciamo a metterci a posto noi, a mettere a posto il nostro essere (a volte) fuori posto: ricaricare le armi della nostra bellezza, dei nostri valori, della nostra leggerezza di pensiero, della capacità di cogliere ma soprattutto di accettare le differenze, di dialogare seriamente con l’altro.
Poi, sappiamo che il Trombettiere c’è.
Poi, dobbiamo persuaderci a cominciare davvero la battaglia contro ogni tipo di arroganza: nessuno può arrogarsi il diritto di essere libero per noi.
Si comincia la battaglia fondamentale di tutti i tempi: per la Libertà; questa volta, però, per la Libertà di tutti.
Un mio vecchio amico piemontese, ai tempi delle “risse terrose di campi cortili e di strada” diceva sempre, suonandoci la carica a modo suo: “MATOIT!!! (ragazzi): chi ha paura stia a casa”.
Lì è nata la mia agorafilìa: vinta la paura di stare (a casa) per la voglia di esserci (in strada).
Lì è nato il mio Noi: il pronome più difficile da realizzare, perché contempla il Tutti.
Per questo da me il più amato.
Noi: finalmente senza Capri Espiatori e senza Idoli.
Finalmente noi tutti.
TUTTI NOI

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Agosto 31, 2009 Pubblicato in: Pensieri spettinati   Leggi Tutto

Creatività/Paris Review:Gli scrittori parlano della scrittura

Sedici interviste ad altrettanti scrittori e scrittrici -da Truman Capote a Ernest Hemingway, da Borges a Vonnegut, da Rebecca West a Joan Didion e a Dorothy Parker- nel corso delle quali raccontano se stessi/e e il loro mestiere di scrivere: la Fandango ha mandato in libreria la traduzione di interviste apparse sulla Paris Review, accompagnate da una introduzione di Philip Gourevitch, direttore della stessa Paris Review ed editorialista del The New Yorker, di cui pubblichiamo, qui di seguito, alcuni stralci.
Questo primo volume è il primo di una serie di otto -quattro antologici e quattro di interviste- che raccoglierà il materiale pubblicato dalla rivista nel corso del tempo.

Domanda e risposta –un modello primordiale, già presente agli albori della nostra letteratura:”Chi ti ha fatto sapere che eri nudo? Hai forse mangiato i frutti dell’albero che ti avevo comandato di non mangiare?”
Che sia un interrogatorio o un dialogo –“Socrate, da dove vieni?”- chiamatelo come preferite, il colloquio diretto possiede una forza drammatica e un’intimità che gli antichi ben compresero. Nodo e soluzione, scambio di idee: il lettore ne rimane completamente avvinto, teso come qualcuno che origli alle porte, sorpreso con più forza da ogni pensiero che riesce ad afferrare, da ogni riflessione, da ogni storia che tocca il suo orecchio per puro caso diventando straordinariamente vivida. Sebbe la trascrizione di una conversazione sembri essere la forma più naturale di scrittura, l’intervista in quanto genere letterario vero e proprio è un fenomeno distintamente moderno, una scelta espressiva che si sviluppò ampiamente ed ebbe grande successo durante la seconda metà del ventesimo secdolo, nelle pagine di una rivista letteraria dalla distribuzione decisamente modesta, una rivista chiamata The Paris Review.
Come molte importanti innovazioni che solo in seconda battuta risultano indispensabili e irrinunciabili, le interviste della Paris Review nacquero senza che nessuno avesse idea che un giorno sarebbero state considerate documenti canonici, dal valore assoluto e formale. Al contrario, i giovani americani che avevano fondato la rivista, nella città che le diede il nome, concepirono quelle interviste come una sorta di antidoto contro il formalismo accademico che imperava in altre pubblicazioni letterarie. All’epoca –era l’inizio degli anni Cinquanta- le altre riviste erano interessate soprattutto alla critica letteraria, e le loro redazioni avevano la tendenza a sostenere questa o quell’altra corrente estetica o un certo credo politico, in base ai quali stabilivano gli ordini del giorno, la programmazione. Non condividendo questo approccio, gli uomini che diedero vita alla Paris Review decisero che, anziché pontificare sulla scrittura, avrebbero semplicemente pubblicato testi: di narrativa e di poesia, di saggistica e di teatro. C’era forse qualcuno che sentiva la necessità di una teoria, o ancor meno di un dogma? “Oggi le riviste letterarie sembrano essere sul punto di sopprimere la letteratura , e non con il randello del filisteo, ma piuttosto soffocandola sotto il peso della chiacchiera colta”, dichiarò William Styron (…) in una specie di antimanifesto apparso sul numero inaugurale. Styron proclamò che la neonata rivista avrebbe dedicato le proprie pagine soltanto “ai bravi scrittori e ai bravi poeti, a coloro che creano senza fanatismi, senza alzare la voce e senza vacui personalismi”.
L’unico requisito editoriale doveva essere l’eccellenza. Le interviste sembravano il mezzo più efficace per discutere della scrittura, e dello scrivere, senza intermediari, a chiare lettere –lasciando che gli scrittori raccontassero da sé il proprio lavoro (…) Da allora, numero dopo numero, anno dopo anno, per decenni, la Paris Review ha continuato la sua storia, accumulando conversazioni (…) Ciò che rende gli scrittori diversi da chiunque altro è quello che scrivono, giorno dopo giorno, anno dopo anno, decennio dopo decennio, storia dopo storia, libro dopo libro. Gli scrittori le cui voci sono raccolte in queste pagine non potrebbero costituire una compagine più varia ed eclettica, e le loro interviste riflettono tutte queste differenze –eppure, ciò che li accomuna è che fanno tutti la stessa cosa, scrivono e continuano a scrivere, a qualunque costo. La maggior parte di loro dichiarerà, inizialmente, che non è di grande interesse per nessuno osservare ciò che fanno mentre lo stanno facendo, ma per mezzo secolo, ormai, uno dei modi attraverso i quali gli scrittori hanno appreso come farlo, e si sono sentiti meno soli nel farlo, o hanno trovato conferma nella loro solitudine mentre lo facevano, è stato osservare i loro colleghi scrittori che si ritraevano al lavoro proprio nelle interviste della Paris Review. Difficile pensare un modo più piacevole per passare il tempo, quando non si è dediti alla scrittura, dello stare in compagnia di tanta intelligenza schietta e cristallina, e che da sé pretende il meglio.»

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Agosto 28, 2009 Pubblicato in: I modi dello scrivere   Leggi Tutto

Creatività/Fermare il movimento

di william faulkner

Scopo di ogni artista è arrestare il movimento, che è vita, con mezzi artificiali, e tenerlo fermo ma in modo che cent’anni dopo, quando un estraneo lo guarderà, torni a muoversi perchè è vita.

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Agosto 28, 2009 Pubblicato in: I modi dello scrivere   Leggi Tutto

Pagine/Simona Vinci, Dei bambini non si sa niente

Sarà che quando l’ho finito era notte, sarà che l’ho letto tutto d’un fiato, ma questo libro l’ho trovato troppo doloroso, troppo. Anche questa mattina, dopo avere atteso un po’ che si attenuasse prima di scriverne. A tratti anche disgustoso. Sono uscita sconfitta dalla lettura di ”Dei bambini non si sa niente” di Simona Vinci, edizione Einaudi-Stile libero. Non c’è alcuna redenzione, in nessuna parte del romanzo. Non dico che ci debba essere sempre e per forza ma qui ho come avuto l’impressione che il male fosse gratuito, che tutto questo dolore e il senso di schifo fossero stati messi ad arte.
Si tratta della storia di un gruppetto di bambini, tre di dieci anni e due sui quattordici, che vengono condotti da uno dei due quattordicenni sulla strada della conoscenza sessuale, all’inizio, e poi della perversione e infine della morte di uno di loro. E’ ambientato nelle campagne bolognesi e, a differenza di Cesare Garboli della Repubblica che, nella quarta di copertina, dice: “A leggere la Vinci mi è venuta voglia di ripassare di là. Chissà cosa sono diventati, Budrio e Medicina…”, come se si trattasse del racconto di un’allegra scampagnata, io per un po’ non ci voglio passare.
Il tema dell’infanzia è attuale, non tanto e non solo perché è frequente nella letteratura più nuova, mi viene in mente anche Rosella Postorino con “L’estate che perdemmo Dio” sempre di Einaudi, ma perché, per contrappasso, ho come l’impressione che ci sia un rifiuto del tema. Perché quando propongo un libro o un racconto sull’infanzia sono io stessa trattenuta dal farlo e dopo vedo anche una certa ritrosia in chi riceve la mia proposta. Che cosa ci spaventa così tanto dell’infanzia, dei suoi dolori e anche delle sue gioie? Forse il fatto, mi rispondo da sola, che si tratta di qualcosa di passato, di irrimediabile? Forse il fatto che è più salutare guardare il bicchiere mezzo pieno, il presente intendo, nel caso in cui si abbia sofferto nel passato?
E poi mi chiedo chi sono stati questi scrittori giovani contemporanei venti, trent’anni fa, com’era l’infanzia di venti, trent’anni fa? Così tremenda? Così sola? Così disperata? E forse nel passato solo Dickens si è occupato di infanzia in questo modo così persistente?
Scusate questa lista di domande, sono solo una parte.
L’impressione che ho è che ci sia ancora molto da dire, che non si sia detto ancora bene che cosa un’infanzia dolorosa è, o cosa è stata, intendo un’infanzia dolorosa contemporanea e ambientata nell’opulento occidente. Penso sia troppo facile scrivere di questo tema come ha fatto la Vinci, troppo facile disgustare in questo modo e addolorare in questo modo. Chiunque ne uscirà disgustato e addolorato.
Pensiamo forse che non esistano le violenze sessuali tra e su i bambini? Il telegiornale ce ne risparmia forse qualcuna? Non ci dispiace quando ne leggiamo o ne vediamo? Certo che soffriamo. Ne leggiamo, ascoltiamo tutta la storia, i dettagli e soffriamo. Ma la letteratura non deva fare lo stesso gioco della televisione e dei giornali, non deve fare spettacolo, deva farci vedere.
Io vivo qui, ho vissuto qui, tra gli europei benestanti, tra la gente apparentemente serena, con un lavoro, una casa, gli amici, il cinema il sabato sera, il pranzo con i nonni la domenica e quindi parlo di questo. Ecco, in questa realtà piccolo borghese i bambini hanno comunque sofferto, anche i bambini hanno sofferto. Ma si tratta di un dolore subdolo, indicibile, inscrivibile, silenzioso, piccolo. Un dolore nascosto tra le pieghe della quotidianità, difficile da rendere. E’ faticoso lavorare sui silenzi, sui gesti, sulla solitudine. E’ difficile rendere la stessa esplosione di una morte per violenza sessuale.
Questo capitolo, che riporto integralmente, rappresenta l’inizio del secondo momento di svolta del romanzo. Dalla conoscenza sessuale alla perversione sessuale. Silvia Mantovani

Capitolo 16
“All’improvviso era successo qualcosa. Ancora una volta, uno spostamento impercettibile, un deragliamento. Era qualcosa che succedeva dentro di loro, non era chiaro se prima dentro uno e subito dopo in tutti gli altri, come un virus contagioso, o piuttosto come una febbre comune che era cresciuta allo stesso ritmo nel gruppo, come se il gruppo fosse un organismo indipendente, che li raccoglieva dentro di sé annullando le differenze. Un cuore composto, grosso, che batteva a un ritmo proprio. Un ritmo violento e inarrestabile.
Era stata una specie di ridefinizione delle gerarchie interne. Mirko aveva allargato un poco i confini del suo potere, lo aveva ribadito, inserendo delle varianti ai giochi, ma gli altri non avevano opposto alcuna resistenza, non avevano fatto domande, non sembravano nemmeno stupiti, avevano accettato che il capo riconosciuto affermasse il suo potere ancora una volta. Non si trattava di passività, semplicemente, i suggerimenti di Mirko erano le cose che si sarebbero dovute fare comunque, l’evoluzione necessaria.

Dentro il capannone c’era un silenzio afoso. Il registratore era spento. Stavano seduti sul materasso, zitti, senza muoversi. Aspettavano. Aspettavano che Mirko facesse qualcosa, perché era chiaro, si vedeva dalla sua faccia, che quello era un pomeriggio diverso, che c’era qualcosa che non sapevano, qualcosa di nuovo. Poi Mirko aveva aperto lo zaino e buttato sul letto un fascio di giornali. Atterrando, avevano fatto un rumore rapido e violento, come lo schiocco di una frusta.

Le riviste questa volta erano diverse dalle altre, diverse davvero da tutte quelli che avevano usato finora. Ironiche, alcune, con tutte queste persone vestite da pagliacci con mutandoni di cuoio, borchie dappertutto e fruste in mano. Le espressioni divertite e un po’ ebeti. Alcuni con la faccia cattiva, ma si capiva che era una finta. Poi, dal mucchio, ne era saltata fuori una diversa. Era stato Mirko a farla scivolare in mezzo alle altre con una mossa rapida della mano. Dal suo zaino, al mucchio. Bianco e nero, sobria, da passare inosservata, con le pagine più piccole.
L’avevano sfogliata in silenzio. Senza fare commenti. Greta aguzzava gli occhi perché stava in fondo al letto, dalla parte del muro, e le schiene degli altri seduti sul bordo del materasso le coprivano la visuale. Martina stava tra le braccia di Mirko, seduta in mezzo alle sue cosce aperte, la schiena appoggiata al petto di lui. Uno schiocco di pelle sudata tutte le volte che si muoveva.
Le foto erano brutte, sovraesposte o scurissime, molto sgranate. Sembravano fotocopie di fotocopie.
Nessuno di loro aveva mai chiesto a Mirko da dove venissero le riviste, però questa volta la domanda era venuta spontanea.
Mirko non aveva risposto, si era acceso una sigaretta tirandola fuori coi denti dal pacchetto e aveva sbuffato il fumo verso l’alto. Una spirale azzurra in salita verso la finestrella aperta.
La prima foto: un uomo, età apparente trenta, trentacinque anni, le mani legate con una corda e fermate a un gancio, le braccia sollevate in alto. Un arpione da balene conficcato nel ventre e un ferro lungo e sottile infilato nell’apertura del sesso. Gli occhi, due orbite vuote.
Un uomo, anche questo sui trenta, lo scroto inchiodato a una tavoletta di legno e il prepuzio cucito con un grosso filo di nylon.
Una donna non troppo giovane, nemmeno tanto bella, nuda, i polsi legati, gettata per terra a pancia sotto, con i capelli avvolti intorno al collo e un oggetto che spuntava dal solco delle natiche. Un oggetto stretto e lungo, un bastone forse, ma non si capiva.
Poi una serie di foto collegate, un servizio intitolato Branding: Nella prima foto, una donna di spalle, le braccia sollevate sulla testa e legate per i polsi con una corda fissata al soffitto, le gambe divaricate su tacchi spropositati e il culo offerto alla telecamera, proprio al centro della fotografia. Un culo candido e perfetto, a mandolino. Di fianco a lei, in ginocchio, un uomo incappucciato, il braccio muscoloso che regge un attrezzo simile a un enorme timbro, sta avvicinando l’estremità fumante alla natica sinistra della donna.
Nella pagina seguente l’uomo incappucciato era scomparso, scomparsi anche il braccio muscoloso e l’enorme timbro. L’obiettivo ha inquadrato soltanto la natica della donna, marchiata a fuoco. La pelle gonfia e rossa intorno al disegno di una rosa con le spine, carne cotta, color bistecca al sangue.
Nel pacco delle riviste nuove ce n’era un’altra in bianco e nero. Le foto erano belle, i corpi levigati e abbronzati, le pose sensuali e languide. Erano bambini, bambini come loro. Correvano sua una spiaggia, si lanciavano tra i flutti con i muscoli delle gambe tesi e lucidi di olio solare, la pelle liscia e tenera, i capelli spettinati. C’erano delle ragazzine allungate tra rocce calcaree, bucherellate dalla onde. Guardavano l’obiettivo con occhi fondo e sgranati. Senza sorriso. Le ossa del bacino sporgevano dai fianchi stretti e dalle linee tese del ventre. Erano foto tranquille, fuori dal tempo, sembravano piccoli dèi del mare e dei boschi. Esiliati da tutto. Erano come loro, sì, però erano anche diversi.
Quella rivista, l’avevano sfogliata senza troppo interesse. Senza convinzione. In fondo, tra le ultime due pagine c’erano delle altre fotografie tenute assieme da una graffetta. Erano sempre ragazzini. Alcuni molto piccoli. E le foto non erano belle come quelle precedenti, assomigliavano a quelle della rivista di prima, erano scure, sottoesposte. Le ombre mordevano i volti e li facevano diventare paurosi. Non c’erano adulti, nelle foto, ma la loro presenza si sentiva, erano lì, tutt’intorno, animali in agguato, con gli artigli già piantati dentro la carne delle vittime. Ragazzini attorcigliati tra loro, travestiti, truccati, le mani affondate nella carne, le bocche piene di pezzi di altri corpi, dita, sessi, capelli. Giocavano con degli oggetti, falli di gomma, bottiglie.

Di colpo, mentre guardava le foto, a Mirko era venuto in mente quello che gli aveva detto il vecchio, il tizio che guidava la macchina bianca e che scherzava con lui recitando la parte del giovane, come se avessero la stessa età e fossero entrambi scafati e pronti a tutto. Lo faceva sentire a disagio, a volte gli faceva anche un po’ pena.
Se tu e i tuoi amici vi faceste qualche foto, così per giocare, qualche scatto, c’è da farci dei bei soldi…non ti fa schifo no, avere qualche soldo in tasca?
Pensaci.
Era stato un lampo. Poteva farlo, sì. Non avrebbe detto niente, l’avrebbe fatto e basta, senza avvertirli. Li avrebbe presi a tradimento, non avrebbero capito niente e di sicuro non si sarebbero opposti, non a lui. Di soldi, c’era sempre bisogno. E con due foto, non faceva male a nessuno.

Non era stata più la stessa cosa, dopo quelle riviste. Avevano lasciato perdere, per un po’. La piazzetta sembrava un deserto. Mirko era stato due giorni via senza dire dove andava, a Martina era venuta la febbre. Greta era partita per il mare.
Però era durata poco, dopo neanche una settimana erano di nuovo al capannone, tutti. Anche Greta: sua nonna era stata male e tutta la famiglia era dovuta tornare indietro.
Avevano ricominciato dall’inizio, come se quelle riviste, le ultime, non ci fossero mai state. Avevano provato i giochi di prima, quelli semplici che conoscevano bene. Però sentivano che c’era qualcosa di strano, qualcosa che non si poteva dire con le parole, era una specie di bugia muta.
Non erano più uguali a prima.

Quel pomeriggio che avevano ricominciato, Greta era strana, diceva di aver fame e poi sonno e poi noia, una lamentela continua fino a che Martina non aveva cominciato a baciarle il collo pianissimo, come le piaceva, e allora si era calmata, come ipnotizzata.
L’avevano legata, era stata Martina a farlo, seguendo le istruzioni di Mirko. Gli altri due stavano a guardare. Greta rideva, le sembrava di essere un cotechino con tutti quei giri di corda avvolti intorno alle gambe e ai fianchi. Però, quando Mirko si era avvicinato e aveva tirato le estremità della corda per bene, aveva smesso di ridere, erano troppo stretti quei nodi e la pelle aveva già cominciato a diventare livida e a pizzicare. Un esercito di formiche che le camminava addosso e la mordeva. Le girava la testa, adesso aveva un giro di corda intorno al collo e il respiro era diventato più lento. Si era assopita, abbandonandosi sul materasso.

L’avevano lasciata lì, stesa sul letto con le caviglie legate e i polsi fermati con un moschettone grande. La cera di una candela rossa sciolta sul collo, sulla pancia e la pelle arrossata, a chiazze. Martina era imbavagliata e Luca stava sopra di lei tenendole le mani ferme con le sue. Mirko era in piedi davanti al materasso, con una corda avvolta intorno alla mano destra e l’estremità tesa nella sinistra, una specie di frusta.
Era stato divertente per un po’. Non era serio, ridevano anche. Martina, più tardi, tra le braccia di Mirco, con la sua mano tra le cosce, sul posto segreto, aveva fatto quel gioco che sapevano, un gioco che finiva con due o tre guizzi fortissimi e il batticuore. I suoi denti appuntiti avevano lasciato un segno rosso sulla spalla di lui. Una mezzaluna dentata, perfetta.

Erano stati tutti zitti. Si erano alzati e avevano messo a posto: corde, candele, moschettoni, tutto raccolto dentro lo zaino di Luca, nascosto dietro una cassa nel capannone. Si erano salutati davanti al portone del palazzo, senza fare programmi.
Il sole era già sceso dietro i campi.

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Agosto 27, 2009 Pubblicato in: Pagine   Leggi Tutto

Pensieri Spettinati/Quando i libri si spengono, diventano lampadine

di claudio castellani

Giulio Lattanzi dirige, da quasi cinque anni, la divisione libri della Rizzoli, altrimenti detta Rcs. Antonio Gnoli lo intervista oggi su Repubblica e lo invita a rispondere a una precedente intervista rilasciata, sempre a Repubblica, dall’editore Giuseppe Laterza. Laterza, per riassumere, sosteneva che spesso l’editoria italiana pecca di spocchiosità e che proprio a causa di questa spocchiosità vende meno libri di quanti potrebbe. Rimprovero, a me sembra, per niente infondato e anzi benevolo.
Oggi Lattanzi contro-rimprovera Laterza. Laterza sosteneva per esempio che le case editrici vengono troppo spesso affidate a manager che di libri non capiscono molto e che dirigono le case editrici come se dirigessero fabbriche di lampadine o di saponette o di frullatori. Lattanzi ribatte:”Il manager è un’esperienza più complessa, meno caricaturale di come Giuseppe Laterza l’ha dipinta.”
Ho lavorato in Mondadori e in Rizzoli, anche se nelle redazioni dei giornali e non in quelle dei libri, in un arco di tempo compreso tra 1972 al 1990. E proprio in questo periodo di tempo si è andata accelerando la tendenza, all’interno delle due maggiori case editrici italiane, volta ad affidare le loro strutture a manager che si erano formati, professionalmente, in settori industriali diversi dall’editoria. Il principio che regolava questa scelta era il medesimo che ribadisce oggi Lattanzi nella sua intervista: ”Il profitto non è un obiettivo, è un vincolo che vale tanto per l’azienda automobilistica, quanto per quella che produce libri.”
Ora, se Giuseppe Laterza è stato “caricaturale” nel descrivere i manager che trattano i libri come lampadine, i dipendenti di Mondadori e Rizzoli, quando quella tendenza si affermò in modo radicale, una trentina e più di anni fa, furono decisamente più sbrigativi e crudi. I manager cominciarono a chiamarli “monager”. E, dal momento che questa rivoluzione si svolgeva a Milano, recuperarono, per descrivere la situazione, un antico e stercorario detto popolare che recita: “Quan che la mèrda la monta in scàgn, o che la spussa o che la fa dànn” (Tradotto liberamente: quando la merda sale sul trono, o che puzza o che fa danno).
Dispiace per i solidi convincimenti di Lattanzi, ma ci vorrebbero cinque o sei Bianciardi per descrivere il mutamento, sua umano che culturale, introdotto nelle maggiori case editrici italiane dalla rivoluzione “monogeriale”. Se ne può intravvedere qualcosa leggendo il Padrone di Parise, romanzo che risale però alla metà degli anni ’60, e dunque di una decina d’anni precedente il periodo in cui la rivoluzione “monageriale” raggiunse il suo periodo di splendore. Nelle redazioni dei giornali si vissero periodi dominati dalla tragedia (culturale e a volte farmacologica), sostituiti successivamente da periodi in cui si preferì buttarla sul ridere. In Rizzoli, per esempio, fu un’epopea simile a quella raccontata dalla Secchia rapita il tentativo di innalzare, o di mantenere alta, la tiratura del settimanale “Oggi”, regalando ad ogni lettore una fialetta di acqua di Lourdes. Vi fu un momento in cui i “monager” lanciarono l’idea di inzeppare di pubblicità del Dash o del Chivas Regal le pagine di Madame Bovary. E sarebbe anche utile ricordare che, in Mondadori e Rizzoli, ci si snervava quotidianamente, di fronte alle proposte bizzarre formulate dai “monager”. Qui sarebbe lungo e noioso illustrare la bizzarria di quelle proposte, formulate proprio per restare fedeli al profitto quale “vincolo”. Per riassumere diciamo così: che quelle proposte prescindevano dalla conoscenza della costituzione fisica dei libri o dei giornali. Insomma, come se io andassi a dirigere la Fiat e volessi dare direttive ai progettisti senza sapere che ogni auto deve necessariamente avere quattro ruote e un volante.
Il Bianciardi che ci racconterà di quegli anni arriverà presto, e di sicuro: la brillante gestione di Mondadori e Rizzoli da parte dei “monager” porterà le due case editrici a licenziare e/o pre-pensionare, dal prossimo settembre, un centinaio di giornalisti cadauna. Tra tutti questi giornalisti ci sarà ben qualcuno che avrà voglia di mettersi al computer e riandare ai bei tempi antichi. E raccontare le lontane origini della crisi di oggi. Che, secondo me, vanno individuate, troppo spesso, proprio nel principio che “il profitto deve essere un vincolo” anche in una casa editrice (il che può essere anche vero, ma a patto di conoscere le caratteristiche fisiche e culturali dei libri). Fu grazie a quel principio che i giornali italiani cominciarono a venir subappaltati –culturalmente ed editorialmente- alle industrie che investivano soldi, sotto forma di pubblicità, in quei medesimi giornali. La bassa, e spesso bassissima qualità, della stampa italiana contemporanea nasce esattamente dal desiderio dei “monager” editoriali di fare cassa, e in fretta. Di compiacere la Fiat, gli Armani, l’Unilever e via enumerando. La stampa italiana e la sua bassa qualità rispecchiano il basso profilo culturale e la miopia dei “monager” e dell’industria nazionale (e non solo editoriale. Qualcosa del genere, infatti, è accaduto e accade con le aziende che producono merci e che sono state acquistate da società finanziarie, ma questa è un’altra storia). Per capirsi in fretta: è questa miopia culturale, editoriale e industriale la ragione per cui in Italia non è mai nato un giornale come National Geographic. Che è un giornale che investe sul futuro, capace di mantenere un giornalista o un fotografo anche per un anno intero, in Indonesia, se decide di realizzare un servizio sulle foreste Indonesiane. Questo discorso andrebbe esteso anche alle maggiori reti televisive nazionali, da troppo tempo incapaci, organicamente, di investire su progetti caratterizzati da uno spessore meno millimetrico del Grande Fratello.
Bei tempi antichi ma, da quel che mi sembra, non del tutto passati né trascorsi. A fine intervista, Giulio Lattanzi deve rispondere a una domanda di Gnoli. Che chiede:”Ci sono buoni libri che non vendono. Lei è disposto a finanziarli con libri di successo?”. Lattanzi risponde:”E’ pericoloso sostenere che si pubblicano libri che hanno successo per farne altri che hanno solo un valore culturale. In sé non c’è niente di sbagliato, intendiamoci.” Se Lattanzi si fosse fermato qui, avrei sofferto un po’, ma pazienza. Invece è andato avanti e ha aggiunto:”Ma chi decide sul valore del libro? Se un libro non vende è quasi sempre un libro sbagliato.”
E’ qui che ho capito che i bei tempi antichi non sono né passati né trascorsi. Che certi manager editoriali sono peggio, davvero, della presunta caricatura che ne avrebbe fatto Giuseppe Laterza. Sono ancora i “monager” che non conoscono i libri, non sanno niente di libri e non solo non sanno come sono fatti, fisicamente, ma neanche culturalmente. Come se io volessi davvero dare direttive ai progettisti della Fiat senza sapere che le auto devono necessariamente avere un volante e quattro ruote. Insomma , ho capito che ci vorrebbe qualcuno, in Rizzoli, che avesse il coraggio di parlare e spiegasse a Lattanzi una verità urgente e allarmante: non è vero che un libro che non vende è quasi sempre un libro sbagliato. Se così fosse, Lattanzi dovrebbe cancellare dal catalogo della sua casa editrice una grande, grandissima fetta dei suoi titoli più prestigiosi. Detto con un linguaggio comprensibile anche a chi non conosce molto bene i libri: tagliare il ramo sul quale si sta seduti.
P.s Vorrei approfittare di questo pensiero spettinato per fare una considerazione. Ma avete mai preso in mano un libro scolastico? Uno di quei libri che ti rifilano alle elementari e poi alle medie e poi alle superiori? Sono disgustosi. Sono i libri più brutti della terra. Brutti e mal fatti. Come se un’intera nazione, la nostra, facesse ogni sforzo per convincere i propri giovani che i libri è meglio lasciarli perdere, e in fretta.

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Agosto 26, 2009 Pubblicato in: Pensieri spettinati   Leggi Tutto

Pensieri Spettinati/Libertà vo’ cercando

di Magnus Eriksson (è uno dei membri del Pirate Bureau, il think tank svedese che lavora con il Partito Pirata. Vive a Malmö e il suo blog è www.blay.se)

da D di Repubblica del 22 agosto 2009

Chi vincerà la battaglia per la libertà di internet? Negli scontri di oggi è in gioco il futuro. Prima la rete era un sistema tecnico aperto sul quale si potevano costruire diverse economie e funzioni sociali. Oggi però la rete non è una piattaforma neutrale, ma un’entità che si ridefinisce continuamente, penetrata così in profondità nella società che la definizione stessa di internet è diventata una questione politica. In corso c’è una battaglia tra due versioni diverse di internet. Una è l’internet intelligente. A dispetto del nome, è quella cattiva. In un’internet intelligente le decisioni sono programmate all’interno della rete. Per esempio un utente può usare solo alcuni protocolli e applicazioni oppure la rete riesce a monitorare il suo traffico per capire se infrange il diritto d’autore, e disconnetterlo automaticamente. Addio file sharing e download gratuito. Questa è una rete chiusa in cui la tecnologia è usata come un’arma, perché le cose che erano lasciate alla scelta degli individui o al dibattito politico vengono scritte direttamente nel codice della rete. L’altra versione è la rete stupida, che si limita a trasferire informazioni e in cui la decisioni vengono prese alla fine. Ed è quella buona. Sinora internet è stata aperta, trasparente e stupida. È con questa rete che possiamo usare la tecnologia per motivi politici, per esempio per creare nuove configurazioni e sfidare i luoghi comuni. Tuttavia ci sono ragioni politiche ed economiche in favore della rete intelligente – e chiusa. L’industria dei contenuti ha una visione dell’economia digitale basata sull’uso di internet come canale di distribuzione per i servizi, un po’ come una tv via cavo o satellitare. Per esempio, gli editori vedono uno sviluppo lineare tra la vendita di libri di carta e quella di libri digitali, gli ebooks. Un sacco di provider che forniscono connessioni internet sono coinvolti anche in altri tipi di business, per esempio nella telefonia cellulare. E per questo non amano concorrenti come Skype, che permette di telefonare gratis. Così i provider vorrebbero far pagare di più le connessioni di chi utilizza Skype. I nuovi fondamentalisti digitali vogliono che più file, più pixel, più banda scorrano, purché controllati da loro. Il Pirate Party vuole portare l’energia del suo movimento dentro il parlamento europeo. Per farlo vogliamo aprire i processi politici, per esempio permettendo a tutti di trattare le leggi come software, analizzandole per trovare e riparare i loro difetti. Non parlo di prendere il potere ma di aprire spazi che permettano ai movimenti di cambiare le istituzioni e ridefinire i nuovi diritti dell’era di internet. Così l’apertura diventa in qualche modo sia il metodo, sia l’obiettivo. Karl Popper sosteneva che la democrazia ha bisogno di sistemi abbastanza aperti da poter essere abbattuti o trasformati. Se apriremo abbastanza l’infrastruttura dei processi politici, i problemi quotidiani della nostra vita online diventeranno domande politiche. E riusciremo a garantire che anche la rete resti aperta e libera.

* è uno dei membri del Pirate Bureau, il think tank svedese che lavora con il Partito Pirata. Vive a Malmö e il suo blog è www.blay.se

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Agosto 24, 2009 Pubblicato in: Pensieri spettinati   Leggi Tutto

Pagine/Everyman, Philip Roth

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“Everyman” – Philip Roth Einaudi

Un uomo qualunque, oppure un uomo come tanti altri, con la sua vita fatta di momenti da ricordare, di gioie e di dolori. Una storia di morte, di malattie, di errori e di rimpianti. Del decadimento di un corpo, del nostro corpo e della paura che ci accompagna nel percorso verso la mortalità.

Senza seguire un filo cronologico Roth ci porta nella vita di un ex pubblicitario aprendo il romanzo con il suo funerale per poi andare a ritroso nella sua vita facendo avanti e indietro come su un nastro. Ci racconta così delle sue tre mogli, dei due figli maschi che lo odiano e della figlia Nancy che lui adora. Del fratello che stima immensamente e che arriva poi ad invidiare. Dell’amore immenso per la seconda moglie, che ha buttato via per un irrefrenabile impulso al tradimento, e che comunque lo accompagna tristemente fino alla fine dei suoi giorni. Marco Lumini

“L’anno dopo i tre stent fu messo kappaò per breve tempo su un tavolo operatorio mentre gli inserivano in modo permanente un defibrillatore come salvaguardia contro i nuovi sviluppi che mettevano in pericolo la sua vita e che, insieme alla cicatrice nella parete posteriore del cuore e alla sua eiezione borderline, lo trasformavano in un candidato a una fatale aritmia cardiaca. I l defibrillatore era una scatolina metallica grande come un accendino; si trovava nella parete superiore del torace, sotto la pelle, a pochi centimetri dalla spalla sinistra, con i fili attaccati al suo cuore vulnerabile, pronto a dare una scossa per correggere il battito cardiaco – e confondere la morte - se esso diventa pericolosamente irregolare.

Nancy era stata con lui anche per questa procedura, e dopo, quando lui tornùò nella sua stanza e abbassò un lato del camice per mostrarle il visibile gonfiore del defibrillatore incastonato sotto la pelle lei fu costretta a distogliere lo sguardo. – Tesoro, – le disse lui, – è solo per proteggermi… Non c’è ragione per agitarsi. – Lo so che è per proteggerti. Sono contenta che esista una cosa capace di proteggerti. E’ solo uno shock da vedere perché… – ed essendo andata troppo oltre nella frase per trovare una bugia consolatoria, disse: – perché tu sei sempre stato così giovanile. – Be’, sarò più giovanile col defibrillatore che senza. Potrò fare tutto quello che voglio, senza però dovermi preoccupare che l’aritmia mi faccia correre un grave pericolo – . Ma l’impotenza l’aveva fatta impallidire, e Nancy non riuscì a impedire alle lacrime di scorrerle sul viso: voleva solo che suo padre fosse com’era quando lei aveva dieci e undici e dodici e tredici anni, senza impadimenti o invalidità: la stessa cosa che voleva lui. Non poteva volerlo quanto lo voleva lui, ma in quel momento lui trovò il proprio dolore più facile da accettare di quello di sua figlia. Forte era il desiderio di dire qualcosa di tenero per alleviare i suoi timori, come se, ancora una volta, la più vulnerabile dei due fosse lei.”

“Quando era fuggito da New York aveva scelto la costa come nuova casa perché aveva sempre amato nuotare tra i marosi e battersi contro le onde, e per i bei ricordi d’infanzia che aveva di quel tratto di spiaggia del NewJersey, e perché, anche se Nancy non si fosse unita a lui, si sarebbe trovato a poco più di un’ora di macchina da lei, e perché vivere in un ambiente rilassante e confortevole avrebbe sicuramente giovato alla sua salute. Nella sua vita non c’erano altre donne. Sua figlia non mancava mai una volta di telefonargli la mattina prima di andare al lavoro, ma per il resto il suo telefono squillava di rado. Non cercava più l’affetto dei figli di primo letto; né per la loro madre né per loro aveva mai fatto nulla di giusto, e opporsi all’insistenza di queste accuse richiedeva una dose di combattività che era ormai scomparsa dal suo arsenale. La combattività era stata rimpiazzata da una grande malinconia. Se nella solitudine delle sue lunghe serate cedeva alla tentazione di qualcuno di loro, dopo si sentiva sempre rattristato, rattristato ed esausto.

Randy e Lonny erano la fonte dei suoi rimorsi più profondi, ma non poteva continuare a spiegargli il suo comportamento. Ci aveva provato spesso quando erano dei ragazzi: ma allora erano troppo giovani e arrabbiati per capire, e adesso erano troppo vecchi e arrabbiati per capire. E in fondo cosa c’era da capire? Gli riusciva inspiegabile, l’emozione che ancora riuscivano seriamente a ricavare dalla sua condanna. Aveva fatto quello che aveva fatto nel modo in cui l’aveva fatto così come loro facevano quello che facevano nel modo in cui lo facevano. Era forse più scusabile la loro posizione, quella irremovibile di chi non perdona? O forse meno nociva nei suoi effetti? Lui non era altro che uno dei milioni di americani coinvolti in una causa di divorzio che aveva smembrato una famiglia. Ma aveva forse picchiato la loro madre? Aveva forse picchiato anche loro? Aveva mancato di mantenere la loro madre o mancato di mantenere anche loro? (…) Cos’avrebbe potuto fare, di diverso, che lo avrebbe reso più accettabile, tranne ciò che non poteva fare, cioè continuare a essere sposato e a vivere con la loro madre? O la capivano o non la capivano; e tristemente per lui (e per loro) non lo capivano. Così come avrebbero mai potuto capire che lui aveva perso la stessa famiglia che avevano perso loro. E senza dubbio c’erano delle cose che era lui a non poter capire. Se quello era il caso, non era meno triste. Nessuno poteva dire che non ci fosse abbastanza tristezza per tutti, o abbastanza rimorsi per suggerire la filza di domande con cui cercava di difendere la storia della sua vita.”

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Agosto 24, 2009 Pubblicato in: Pagine   Leggi Tutto

Poesia/Come tutti,tutti come (chiasmo come spasmo)

di paolo vachino

…. quando penso a COME TUTTI mi sento rasserenato, ma non per un sentimento di ecumenico egualitarismo, o per l’orrido gioire del “mal comune mezzo gaudio”. Sento un filo rosso di sangue misto e vario che lega tutti i destini di noi seppur morenti così tanto presenti alla catena degli istanti, a questa placentale assemblea dei ‘tutti quanti’ davanti all’altare del piacere, deglutito a sorsi dal bicchiere degli amori, ad inseguire candori di figliolanze carnose o di vaporose parole disperse nell’aria della notte che inghiotte i soli per farli diventare stelle, che rende belle anche le screpolature scambiate per smalti, che agevola gli assalti alle diligenze poco diligenti delle perversioni; COME TUTTI, d’altronde, come milioni di vite sospese sul garrese del mondo, tondo solo per i ricchi, fatto invece di picchi acuminati per tutti gli sfollati dalle fami e dalle malattie dietro le paratie delle coscienze blindate dalle rendite capitalizzate senza i lavori e senza i sudari, ma ottenute dai rubari conniventi a tutti i poteri, inneggianti a pensieri di libertà ma miranti a ridurre in schiavitù il popolo che diventa prima solo folla poi branco inferocito, che deve essere quindi spedito al massacro, senza alcuna educazione, diretti al macelloso lavacro delle guerre, a seminare sangui sulle nuove terre da colonizzare attraverso la diffusione capillare dell’uso del cellulare per scambiarsi in diretta i rantoli delle afone agonie, litanie verbali stipate negli annali degli scomparsi, riemersi alla conta solo quando necessita l’impronta della democrazia sulle nostre coscienze di bestie ruggenti, angeli piangenti per essere stati disaureolati dei nostri passati e dei nostri futuri, a forza di costruire muri di mattoni e di bottoni per imbaverarci dai freddi delle omologazioni, che vuole dire essere tutti uguali davanti alle carcerazioni del Capitale e di tutte le sue costellazioni monetarie, dove tutti respirano arie ritenute non più necessarie, ma soltanto un orpello alle nostre esistenze, che il mondo, COME TUTTI sanno, è bello e pieno di belle presenze, e tutte queste essenze rinnovate e traghettate nella nuova era del TUTTI COME, dove nome e cognome saranno felicemente sostituiti dall’essenziale codice fiscale, e quando qualcuno vorrà, semmai, ancora sapere di poesia, in forma di sonetto o di madrigale, il poeta laureato con cento dieci e frode dal Capitale donerà questi versi all’umanità intera, alla sua spoglia immortale:

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LRMEGF44T18A151U
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DPURNS44T18A474R
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PHNVOI44T18A341R
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Agosto 21, 2009 Pubblicato in: Poesia   Leggi Tutto

Pensieri Spettinati/Pasaran?

di claudio castellani

Nonostante tutto io non cesso di stupirmi di come il pensiero conservatore –il pensiero di chi si scandalizza di fronte all’incessante movimento e caoticità della vita- sia pronto a conservare tutto e l’opposto di tutto. Vuole conservare l’esistente, per partito preso. Congelarlo tra le nevi di Ponte di Legno.
Quando ero piccolo e/o giovane, i conservatori, quelli che pochi anni più tardi si sarebbero vilmente auto soprannominati ‘Maggioranza silenziosa’, urlavano e protestavano perché il bikini era indecente. Brigitte Bardot sulla Croizette era un’inviata del diavolo eccetera eccetera. L’altro ieri una ragazza musulmana va in piscina a Verona e indossa il suo burkini. Una mamma cristiana si rivolge al direttore della piscina: dice che il suo bambino si spaventerà di sicuro, a vedere in piscina una donna vestita. Il sindaco di Varallo Sesia, provincia di Vercelli, raccoglie questo grido di paura e vieta con un’ordinanza il burkini. E vi dà un fondamento teorico: Qui siamo in Italia e noi facciamo il bagno nudi. Dunque le donne musulmane facciano COME TUTTI (dichiarazione resa a Sky 24).
Come tutti. Chiudete gli occhi, fate un respiro profondo e concedetevi un piccolo istante. Gustate il sapore di queste due parole. Come tutti.
Avvertite la piccola vertigine? Io l’avverto chiaramente. Mi consente di camminare in un solo istante tutte le strade del mondo e di vivere in pochi attimi tutte le epoche vissute dall’umanità. Quando gli uomini, per esempio, si battevano con la clava per conquistare le gole della valbrembana e poi facevano COME TUTTI e mangiavano i corpi dei nemici abbattuti.
Montaigne ha lasciato scritto così: “I selvaggi che arrostiscono e mangiano i corpi dei loro morti mi scandalizzano meno di coloro che perseguitano i vivi.”

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Agosto 20, 2009 Pubblicato in: Pensieri spettinati   Leggi Tutto

Pagine/Un ragazzo, di Nick Hornby

http://www.repubblica.it/2009/04/sezioni/spettacoli_e_cultura/hornby-11apr/hornby-11apr/stor_15521699_25000.jpg

Un ragazzo – Nick Hornby

Questo romanzo (pubblicato da Guanda) è molto piacevole, si legge in poco tempo, intelligente e sincero. E’, credo, la prova di come sia possibile scrivere cose belle senza per forza cercare il dramma. O per meglio dire, del dramma c’è ma non è vissuto in modo così tragico da non lasciare speranze.

La storia è racconta dell’incontro tra un ragazzo di dodici anni di nome Marcus e un uomo di trentasei anni di nome Will. Marcus è un ragazzo che ha difficoltà ad avere amici. I suoi genitori sono separati e vive con la madre che lo ha educato a pensare che è più importante come sei dentro di come appari E’ vittima dei bulli della sua scuola perché è un po’ strambo per la sua età. E lui ne è cosciente. Veste abiti scombinati, ha un taglio di capelli strano fatto dalla madre, ascolta la musica Joni Mitchell, è vegetariano e ogni tanto canta ad alta voce, senza volerlo, canzoni che gli passano per la testa. I suoi gusti sono i gusti della madre. In parole povere è un ragazzo che non sa come essere ragazzo. Will è un uomo di trentasei anni che non ha mai lavorato un giorno in vita sua e vive grazie alla rendita sui diritti d’autore per una canzone natalizia, che lui detesta, scritta tempo prima dal padre. Non ha veri amici, solo compagni di pizza e cinema, gente che conosce al pub o nel negozio di musica. Gli piacciono molto le donne ma non vuole impegnarsi in una relazione seria ed è terrorizzato all’idea di avere figli. Non vive la sua vita, preferisce guardare quella degli altri come se guardasse un film alla tv. E’ un uomo che non vuole crescere. Quando le loro vite si incrociano è un po’ come se si scambiassero i ruoli. Marcus osservando Will imparerà da lui ad essere un po’ più ragazzo e Will, prendendosi a cuore i problemi di Marcus, ad essere un po’ uomo.

Il modo di scrivere di Nick Hornby è brillante, pieno di umorismo e, direi, lineare. Al pensiero corrisponde una azione a cui corrisponde una conseguenza. Le descrizioni dei luoghi sono ridotte al minimo come se fossero gli sfondi di cartapesta di un teatro. Personalmente devo dire che sento la mancanza dei luoghi e della loro descrizione. Poi, manca qualcos’altro in questo romanzo. Non so, forse è un desiderio comune la presenza di un dramma senza via di scampo in una storia. Mi sembra che manchino, o siano troppo poche, le parole che escono dalle viscere dell’autore. Perché l’arte non si può fare solo con la mente per quanto questa sia intelligente.

Andrea Teodorani.

[...] Non era più necessario avere una vita propria: bastava dare una sbirciatina alla vita di qualcun altro, come veniva vissuta nei giornali e in EastEnders, nei film e nelle canzoni jazz squisitamente tristi o nei rap duri. A vent’anni Will sarebbe stato sorpreso e forse deluso di sapere che a trentasei anni non avrebbe avuto ancora una vita propria, ma a trentasei Will non ne soffriva un granché; c’erano anche meno casini. Casino! L’appartamento di un suo amico, John, ne era pieno. John e Christine avevano due bambini – il secondo era nato la settimana prima, perciò Will dovette andare a trovarli – e un appartamento che, non poteva fare a meno di pensarlo, era una vergogna. Pezzi di plastica dai colori vivaci sparsi dappertutto sul pavimento, videocassette senza custodia vicino al televisore, il copridivano bianco che sembrava fosse stato usato come un gigantesco pezzo di carta igienica, anche se Will preferiva pensare che le macchie fossero di cioccolata… Com’era possibile vivere così? Christine entrò tenendo in braccio il neonato mentre John, in cucina, gli preparava una tazza di tè. “Questa è Imogen” disse. “Oh” disse Will. “Bene”. E poi che cosa doveva dire? Sapeva che c’era qualcos’altro ma per nulla al mondo riusciva a ricordarsi cosa. “E’…” No. Niente da fare. Allora concentrò i suoi sforzi comunicativi su Christine. “E tu come stai, Chris?”. “Eh, sai. Un po’ svuotata”. “Troppo lavoro?”. “No. Ho solo avuto una figlia”. “Ah. Già.” Il discorso tornava sempre a quella fottuta neonata. “Dev’essere piuttosto stancante, immagino”. Aveva aspettato apposta una settimana per non dover parlare di questo genere di cose, ma non era servito a molto. Ne stavano parlando comunque. John entrò con un vassoio e tre grosse tazze di tè. “Barney è andato dalla nonna oggi” disse, senza alcuna ragione evidente, almeno per Will. “Come stà Barney?” Barney aveva due anni, ecco come stava Barney, e quindi non era di alcun interesse per nessuno tranne che per i suoi genitori, ma, di nuovo, per ragioni che Will non riusciva a spiegarsi, un commento da parte sua sembrava necessario. “Sta bene, grazie” disse ohn. “E’ proprio un diavoletto, sai e non ha ancora capito bene che farsene di Imogen, ma …è adorabile.” Will aveva già visto Barney, e sapeva per certo che non era adorabile, perciò decise di lasciar cadere quei discorsi senza né capo né coda. “E tu come stai Will?” “Sto bene, grazie” “Ancora nessun desiderio di una famiglia tutta tua?” Preferirei mangiarmi uno dei pannolini sporchi di Barney, pensò. “Non ancora.” “Ci preoccupi.”disse Christine. “Sto bene così, grazie.” “Sarà.” disse Christine in modo un po’ compiaciuto. Quei due cominciavano a fargli venire il mal di pancia. Era già abbastanza brutto che avessero dei bambini loro; perché mai volevano peggiorare le cose incoraggiando gli amici a fare lo stesso? Da alcuni anni ormai Will era convinto che fosse possibile barcamenarsi senza doversi rendere infelici come John e Christine stavano facendo (ed era sicuro che fossero infelici, anche se il lavaggio del cervello, nel loro caso, era ad uno stadio così avanzato da impedirgli di prendere atto della loro stessa infelicità). Dovevi avere soldi, certo – l’unica ragione per fare figli, per come la vedeva Will, era che così potevano prendersi cura di te quando eri vecchio, inutile e al verde – ma lui aveva i soldi, il che significava poter evitare il casino e il copridivano modello carta igienica e la patetica necessità di convincere gli amici a rendersi tanto infelici quanto te, Una volta John e Christine erano in gamba, davvero. Quando Will stava con Jessica, avevano l’abitudine di andare a ballare tutti e quattro assieme un paio di volte la settimana. Jessica e Will si lasciarono quando a Jessica venne voglia di scambiare la futilità e la frivolezza per qualcosa di più solido; a Will era mancata, per un po’, ma gli sarebbe mancato di più l’andare a ballare. (La vedeva ancora, ogni tanto, a pranzo, per una pizza. Lei gli faceva vedere le foto dei suoi bambini, gli diceva che lui stava buttando via la sua vita e che non sapeva com’era e lui le diceva quanto era fortunato a non sapere com’era e lei gli diceva che non c’era comunque tagliato e lui le rispondeva che non aveva alcuna intenzione di scoprire se aveva ragione o meno; poi sedevano in silenzio e si guardavano in cagnesco.) Adesso John e Christine avevano imboccato la via dell’oblio già presa da Jessica e lui non sapeva proprio che farsene di loro. Non voleva conoscere Imogen, o sapere come stava Barney e non voleva sentire quanto era stanca Christine. Per loro ormai non c’era che questo. Non avrebbe più perso tempo con loro. “Ci chiedevamo” disse John “se ti piacerebbe fare da padrino a Imogen.” Erano tutti e due lì seduti con un sorriso pieno di speranza sul volto, quasi lui fosse sul punto di balzare in piedi, scoppiare in lacrime e scaraventarli sul tappeto in un euforico abbraccio. Will rise nervosamente. “Padrino? Chiesa e via dicendo? Regali di compleanno? Adozione se morite in un incidente aereo?” “Esatto” “State scherzando” “ Abbiamo sempre pensati che tu abbia delle profondità nascoste” disse John. “Ah, ma vedete anche voi che non le ho. Sono davvero così superficiale.” Stavano ancora sorridendo. Non avevano afferrato. “Sentite: sono commosso che me lo abbiate chiesto. Ma non riesco a pensare a una cosa peggiore. Davvero. E’ proprio che non è il mio genere di cose.” Non si trattenne ancora a lungo. [...]

[...] Marcus non si era stupito di Will, non molto. Se gli avessero chiesto chi era il suo miglior amico, avrebbe detto Ellie: non solo perché era gentile con lui e lo era sempre stata, a parte la prima volta che l’aveva incontrata, quando l’aveva chiamato piccolo insulso bastardello di merda. Quella volta non era stata molto gentile. Non sarebbe stato giusto neppure dire che Will non era stato gentile con lui: gli aveva comprato le scarpe da ginnastica, due videogiochi, gli offriva le focaccine e così via, ma era giusto dire che a volte Will non sembrava entusiasta di vederlo, soprattutto se andava a trovarlo per quattro o cinque giorni di fila. Ellie, invece, gli gettava sempre le braccia al collo e lo riempiva di attenzioni, e quello, pensava Marcus, doveva voler dir qualcosa. Stavolta però non sembrava impazzire di gioia di vederlo. Aveva l’aria distratta e un po’ giù, e quando andò a trovarla in classe durante l’intervallo non disse niente, figuriamoci se fece qualcosa. Zoe era seduta vicino a lei, la guardava e le teneva la mano. “Cos’è successo?” “ Non hai sentito?” disse Zoe. Marcus non sopportava la gente che gli diceva così, perché lui non sentiva mai niente. “Mi sa di no” “Kurt Cobain.” “Cosa gli è successo?” “Ha tentato di suicidarsi. Si è fatto un’overdose.” “Adesso sta bene?” “Crediamo di sì. Gli hanno fatto la lavanda gastrica.” “Bene.” “Bene un cavolo” disse Ellie. “No” disse Marcus. “Ma…” “Ci riuscirà, sai” disse Ellie. “Alla fine, ci riescono sempre. Vuole morire. Non era un grido d’aiuto. Odia questo mondo.” Marcus d’un tratto si sentì male. Da quando aveva lasciato l’appartamento di Will, la sera prima, aveva continuato ad immaginare questa conversazione con Ellie, e lei che lo tirava su di morale come Will non avrebbe mai potuto fare, e invece non era affatto così; al contario, la stanza stava cominciando lentamente a girare, e a svuotarsi di ogni colore. “Come lo sai? Come lo sai che non stava facendo qualche cavolata? Scommetto che non farà più niente di simile.” “Tu non lo conosci” disse Ellie. “Neanche tu” le urlò Marcus. “Non è neanche una persona reale. E’ solo un cantante. E’ solo una faccia su una felpa. Non è mica come se fosse la mamma di qualcuno.” “No, è il papà di qualcuno, scemotto.” disse Ellie. “E’ il papà di Frances Bean. Ha una splendida bambina ma vuole morire lo stesso. Quindi…” Marcus sapeva, o almeno credeva di sapere. Si voltò e corse via. Decise di saltare le due ore di lezione successive. Se fosse andato a matematica, si sarebbe seduto a sognare e sarebbe stato chiamato e deriso mente tentava di rispondere a una domanda che era stata fatta un’ora o un mese prima, o che non era stata fatta per niente. Aveva voglia di starsene da solo a pensare un po’ come si deve, senza essere interrotto per cose che non c’entravano, quindi andò nel bagno dei ragazzi vicino alla palestra e si chiuse in quello di destra, perché lungo il muro passavano dei tubi di acqua calda sui quali ci si poteva quasi accoccolare. Dopo qualche minuto arrivò qualcuno che iniziò a dare calci alla porta. “Marcus sei lì dentro? Mi dispiace. Mi ero dimenticata di tua mamma. E’ vero. Non è come Kurt.” Lui restò fermo un attimo, poi aprì la porta e diede un’occhiata intorno. “Come fai a saperlo?” “Perché hai ragione. Lui non è una persona reale.” “Lo dici solo per farmi star meglio.” “Ok, è una persona reale. Ma è un genere diverso di persona reale.” “In che modo?” “Non so. E’ così. E’ come James Dean e Marilyn Monroe e Jimi Hendrix e tutta quella gente lì. Sai che morirà, ma va bene così.” “Andrà bene per chi? Non per…come si chiama?” “Frances Bean?” “Si. Perché dovrebbe andar bene per lei? Non andrà bene per lei. Va bene solo per te.” Un ragazzo dell’anno di Ellie entrò per usare il bagno. “Fuo-ri” disse Ellie, come se lo avesse già detto un centinaio di volte, e come se il ragazzo non avesse comunque avuto alcun diritto di fare la pipì. “Stiamo parlando.” Lui aprì la bocca, poi vide con chi stava per iniziare a discutere e se ne andò. “Posso entrare?” disse Ellie quando uscì. “Se c’è posto.” Si schiacciarono uno accanto all’altra sui tubi caldi, ed Ellie tirò la porta verso di lei e mise il chiavistello. “Tu pensi che io so delle cose, ma non è vero” disse Ellie. “In realtà non le so. Non so niente di tutte queste storie. Non so perché lui sta come sta, o perché la tua mamma sta come sta. E non so come si sta a essere te. Penso che deve fare piuttosto paura.” “ Si.” Allora Marcus cominciò a piangere. Non era come un pianto rumoroso, gli occhi gli si riempirono di lacrime che iniziarono a rigargli le guance, ma era comunque imbarazzante. Non avrebbe mai pensato di poter piangere davanti ad Ellie. Lei gli mise un braccio intorno al collo. “Quello che più voglio dire è che non devi ascoltarmi. Queste cose, le sai più tu di me. Dovresti essere tu a dirmi qualcosa.” “Non so cosa dire.” “Allora parliamo di qualcos’altro.” Ma per un po’ non parlarono di niente. Se ne stettero lì seduti sui tubi, spostando il sedere quando avevano troppo caldo, e aspettando finché non ebbero voglia di ritornare nel mondo.

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Agosto 20, 2009 Pubblicato in: Pagine   Leggi Tutto

Autori/Cara Fernanda, traduca, traduca

di paolo vachino

“Cara Fernanda, traduca, traduca, traduca.”
C’é un avviamento al destino e per Fernanda Pivano è stato sicuramente l’amico che avrebbe voluto essere per lei anche lo sposo: Cesare Pavese. Nel lustro di innamoramento pavesiano per la giovane e talentuosa scrittrice, il carteggio fu intenso. E molte lettere vennero scritte e scambiate proprio in agosto. E’ un Pavese delicato e vitale, sgrommato dagli umori cimiteriali, a incitare la giovane allieva ad avviarsi alle lettere, facendolo in una forma oscillante tra lo stilnovismo e il boccaccesco; scrivendole una “Analisi amorosa di F”, parlandole in terza persona ma, ossimoricamente, con la massima frontalità espressiva, scordando i paradigmi della piemontese falsocortesità per indossare i panni dell’autentica e brutale franchezza, avente per fine l’entrare nelle grazie dell’interlocutrice, smuovendo però in lei, al contempo, il sentimento dell’amore, non solo per lui, ma anche per la bellezza.
“Cara Fernanda si consoli dalle Sue pene pensando che tutti ne abbiamo”.
E Pavese, a questo invito a stare bene, non accompagnò una narrazione riguardante il suo sentimento luttuoso per non poter aggredire, e aderire, la vita come avrebbe desiderato e voluto da uomo, e come invece era consapevole di essere all’altezza unicamente nel suo mestiere di scrittore, ma con una dettagliata e puntale descrizione del suo mal d’amore per lei, proclamandosi esausto di perseguire una “stoica atarassia attraverso la rinuncia a ogni legame umano, se non quello, astratto, dello scrivere”, perché la vita prima o poi “si vendica con una solitudine vera”.
E così fioccavano inviti per camminate tra boschi, visite domestiche, un corrispondere di vite e non solo di parole: con quello stile demodè di un darsi del “Lei” per non logorare l’intimità espressiva con l’abitudinarietà allo sfogo, per non intristirsi di eccessivo contatto, lasciando una soglia interstiziale in cui gli spifferi della vita avrebbero continuato a soffiare liberi dagli addomesticamenti affettivi.
Il più grande lascito pavesiano alla Pivano è stato quello di ammorbarla di poesia, convincendola con la consapevolezza acuta del suo sentire: “Perché so che il mio mestiere è di trasformare tutto in poesia. Il che non è facile”: questa messa in guardia di non rinunciare alla remidizzazione poetica del mondo anche se sarà la difficoltà, a volte, ad avere il sopravvento. E questo incessante incitarla a credere nelle sue doti, ad assecondarle spietatamente, con l’ironia sabaudolanghigiana di cui era intriso: “E’ il momento in cui Lei, se è in gamba, può acchiapparmi e bagnarmi il naso. Basta che lavori, studi e traduca, e sforzi la testina. Diventerà celebre, scriverà libri, troverà la cattedra, sarà una luminare della filologia. Io, quando la mia decadenza abbia compiuto il suo ciclo, verrò a fare il bidello nella Sua aula”. E qui si sente echeggiare la voce pavesiana che riassume il dono di ogni grande e vero maestro: “Le lezioni non si danno, si prendono”: trasmettere la grandezza di un pensiero ridimensionandolo e riconducendolo nell’alveo di ogni singola vita. Il relativismo di ogni relazione. Un Pavese inusualmente protettivo, anziché disfattivo: “Cara Fern., la solitudine che lei sente, si cura in un modo solo, andando verso la gente e donando invece di ricevere. Per vivere una vita piena e ricca bisogna andare verso gli altri, bisogna umiliarsi e servire. E questo è tutto”. E dentro a quel tutto è trascorsa la vita di Fernanda Pivano, come una cometa luminosa di cui noi oggi potremo continuare a mirarne e contemplarne la scia luminosissima.

Ma c’è una Fernanda anche mia di cui vorrei lasciare traccia scritta, spero altrettanto luminosa quanto lei.
All’interno del Festivaletteratura di Mantova di qualche anno fa, si è svolto un incontro dedicato a Fabrizio De Andrè e al suo genio poetico-musicale. A parlarne tre interlocutori, rivelatisi assolutamente inadatti all’impresa: il filosofo Salvatore Natoli, celebrante in forma eccessivamente noumenica il fenomeno De André; lo scrittore Salvatore Niffoi, parlandone quasi esclusivamente come di un affabile vicino di casa; Marco Bellocchio che non lo conosceva per nulla, ma per dovere istituzionale impossibilitato a declinare l’invito. Un piccolo scandalo, arginato dalla presenza in prima fila di Lei, la Fern., la Fernanda Nazionale e amatissima da uno stuolo di generazioni. Al termine dell’incontro, dopo aver manifestato apertamente con un mio immancabile intervento il disappunto per tanta banalità, non all’altezza del geniale personaggio evocato, e di aver ricevuto per questo un caloroso abbraccio da Lella Costa, che si trovava seduta a fianco della Pivano, e approfittando proprio di quella sedia liberatasi improvvisamente da quell’abbraccio spontaneo, mi insinuo tra i fianchi della Lella e mi siedo vicino alla Nanda e prendendola per una mano le dico, non scontatamente, di amarla molto e le chiedo di farmi un grosso regalo: di consegnarmi in una sola parola la definizione ‘ultima’ di Cesare Pavese. Improvvisamente scorgo nei suoi occhi accendersi il velo di una commozione vitale ed esplosiva, un secchio calato nel pozzo della sua storia, un uncino conficcato nella bellezza del suo essere stata tanto fortunata per aver vissuto tale e tanta vita, e allo svanire dell’estereffazione sul suo volto, che in quel momento era tutto affacciato e proteso sui suoi trascorsi con il vecchio amico, mi ha sussurrato: “un poeta…… un grande poeta……. il più grande…………”. Pausa: e poi: “peccato solo per quelle sue ultime poesie dedicate a quella americana……….”.
Una vita immersa nella bellezza dell’arte, della poesia , della letteratura, della musica, senza mai dimenticarsi per un solo istante, fino all’ultimo, di essere stata e di essere sempre prima di tutto una donna.
“Life is many days” era solito ricordarle l’amico innamorato.
E la “Fern.” lo sapeva bene che la vita era ‘tanti giorni’.
Compreso l’ultimo.

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Agosto 19, 2009 Pubblicato in: Articoli   Leggi Tutto

Racconto/L’attesa

di ettore mularoni

Quando tossivo il torace sembrava mi si spezzasse. Bruciava e per alleviare il dolore facevo un respiro profondo. Il sollievo durava pochi istanti, poi la tosse riprendeva.
Era un grigio inverno, di quelli che detesto. Sette anni sono una età in cui il desiderio è consapevole. Volevo il caldo ed il sole, ma la nebbia e il freddo opprimevano le mie giornate.
Forse lo scorrazzare con gli amici sotto casa dietro al pallone da calcio m’aveva fatto raffreddare il sudore addosso. Ora mi trovavo nel letto della mia stanza, imbottito di farmaci, sotto un ampio strato di coperte, a fissare il soffitto oppure sul divano accanto alla mamma, che guardava la televisione mentre mi preparava le babbucce fatte a mano con i ferri.
La malattia mi aveva tolto la voglia di ogni cosa. Né televisione, né fumetti, né libri e tanto meno giochi. La polmonite mi faceva sentire stanco, ma cercavo di non dormire. Avevo paura di dormire. Il sonno ruba il tempo. Da sveglio vivevo ogni istante assaporandolo, anche se, a causa del dolore, poteva essere poco piacevole. Riuscivo a scandire il tempo che scorreva e le emozioni che provavo erano reali. Ogni momento era un fotogramma di luci, suoni, colori, odori e sensazioni. Quando il sonno mi assaliva e chiudevo gli occhi, invece, era come se venisse azionato un interruttore che mi estraniava dalla realtà e mi trasportava nel mondo dei desideri e delle paure, dove il tempo non ha più senso, ma continua ad essere succhiato via. Non volevo regalare il mio tempo. Lo volevo tutto per me anche se sapevo che il suo scorrere inesorabile mi avrebbe comunque portato a quel momento che odiavo, quando sarebbe arrivato lui.
Ogni giorno lo attendevo, seduto sul divano di casa, davanti alla televisione accesa. Erano quasi le diciannove e trenta, l’ora in cui di solito rincasava. Mi mamma cercava un canale che trasmettesse trasmessi programmi per bambini, per farmi distrarre. Li guardavo, ma non li vedevo e neppure li ascoltavo. Spesso fissavo il portone di legno scuro e ogni volta mi auguravo che non si aprisse mai. Nel frattempo mia madre faceva bollire nella vaschetta d’acciaio la siringa di vetro con un ago che a me sembrava grosso come un dito e che dentro aveva un filo di metallo. Faceva male, quando fendeva la carne. Ma alle diciannove e trenta, puntualissimo, entrava lui, il mio boia. Provavo dolore solo a vederlo. In quel periodo portava sempre un colbacco nero di pelo finto, sintetico, riccioluto, e un giubbotto di montone marrone scuro. Non ho mai desiderato tanto che mio padre non entrasse da quella porta come in quei giorni. La siringa carica di penicillina bruciava da morire e mi violentava. Si avvicinava, mi salutava con un sorriso imbarazzato e mi carezzava il volto col dorso della mano, non con il palmo aperto. Io rispondevo con un ciao soffocato in gola.
Con fatica e paura mi alzavo dal divano e andavo nella stanza da letto dei miei genitori. Un letto matrimoniale accoglie più facilmente un bimbo steso, attorniato da cuscini da stringere. Mi stendevo sul letto e cingevo il cuscino. Nell’attesa del massaggio disinfettante e preparatorio della natica volgevo lo sguardo alla mia destra e osservavo il crocefisso sopra il letto. Avrei voluto guardare cosa faceva, ma la postura mi avrebbe irrigidito il corpo e il dolore sarebbe stato maggiore. Quando il massaggio terminava, e mancava proprio poco prima che sdocchiudessi gli occhi in attesa del fendente, osservavo il modellino di una macchinina. Me ne regalavano molti per farmi sentire bravo e valoroso. In una teca del mio soggiorno li conservo ancora tutti e sono ancora tutti in ottimo stato. Ci ho giocato pochissimo, forse per timore di rovinarli o per paura che solo toccarli evocasse il dolore di quegli istanti.

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Agosto 19, 2009 Pubblicato in: Racconti   Leggi Tutto

Pensieri Spettinati/Treni Nuovamente In Orario

di claudio castellani

Ci risvegliamo da queste vacanze afose con un tema scottante in agenda: difendere i dialetti, reintrodurli nelle scuole, promuoverne lo studio.
Ci risvegliamo da queste vacanze oppressi dal sonno. Invece di aprirci al cosmopolitismo e al mondo, continua la marcia di chi prosegue verso i confini di un’Italia chiusa a riccio nelle anguste gole valbrembane.
E’ un sonno che mi fa paura. Che comincia a farmi paura. Cominciano a sembrarmi ridicole le accese discussioni che avvampano attorno alle divise nere di certi idioti che voglio costituire ronde che casualmente si chiamano SSS. E mi fa paura invece l’indifferenza con la quale accettiamo le camicie verdi di Bossi, Calderoli e Maroni. Maroni ha adottato da tempo anche certe giacchette dal sapore vagamente sud-tirolese.
Io so da cosa nasce questa indifferenza verso l’abbigliamento para-nazista dei leghisti. Nasce dalla convinzione che sono persone sciocche e con la testa imbottita da alcune fissazione e dalla convinzione che queste persone, tante o poche che siano, alla resa dei conti ‘no pasaran’.
Sono già passati una volta, invece. E ora chi non dovrebbe passare sta crescendo di numero, sta raccogliendo sotto le proprie bandiere tutta l’italietta ignorante e mediocre, pavida del nuovo, del mondo e della caoticità della vita, che ritenevamo finita con la morte della maschera di Alberto Sordi. Nasce dalla convinzione che siamo in Europa e che, se ingrandiranno ancora e ancora, alla resa dei conti non li faranno passare né Bruxelles né Strasburgo. Ci salverà la democrazia degli altri.
Sono passati già una volta e io non credo negli slogan taumaturgici.
Mi dispiace, ma io sono contro i dialetti, se il dialetto, come è per il para-nazismo leghista, non è simbolo di una cultura locale, ma della paura del mondo.
Ci sono cose che ormai non mettiamo più in relazione, ma che a me sembrano invece le due facce della stessa medaglia. Una faccia è la richiesta leghista di rimettere in auge i dialetti. L’altra faccia è la notizia di oggi, secondo la quale due scienziati italiani, che hanno dovuto emigrare in America una dozzina di anni fa per poter proseguire le loro ricerche, hanno realizzato una importante scoperta nella lotta contro il cancro. Che è come dire: ecco il costo del dialetto. Il costo umano del dialetto. Ecco la miopia valbrembanesca che sta accecando l’Italia.
No pasaran. Sono già passati una volta e potrebbero passare ancora. Passano goccia a goccia, quasi inavvertitamente.
Un paio di settimane fa, su una spiaggia toscana, stavo leggendo Repubblica, che è il mio giornale di riferimento. Il mio giornale laico. C’era un’intervista a un dirigente della Banca d’Italia che ha condotto uno studio sul rendimento degli studenti italiani secondo le zone geografiche d’appartenenza. Dallo studio risultava che al Sud la scuola ha qualche problema. E questo signore SI E’ SENTITO IN DOVERE DI AFFERMARE: lo posso ben dire io, che sono meridionale. Come se ormai l’appartenenza geografica e solo l’appartenenza geografica potesse certificare la nostra obiettività, la giustezza delle nostre misurazioni, la sensatezza del nostro pensiero. Che è poi come dire: solo io, meridionale, posso parlare dei meridionali. Che è poi come dire che il nostro pensiero ha fondamento solo in relazione al nostro certificato di nascita. Il nostro pensiero vale solo entro la gola valbrembanesca di provenienza.
E’ così che stanno passando: insinuandosi nelle nostre menti. Condizionando il nostro modo di pensare. Questo diventa il nuovo parametro della nuova logica: se sono meridionale e dico che al Sud c’è qualcosa che non va, allora vuol dire che quella cosa non va davvero. E quando dico che il para-nazismo leghista sta passando goccia a goccia e si sta insinuando nelle nostre menti, lo dico anche per un altro particolare. L’intervista pubblicata da Repubblica era accompagnata da una fotografia del signore intervistato. E sotto la fotografia c’era una didascalia. E la didascalia diceva: il signor XY, abruzzese.
Ora, io ho fatto il giornalista per alcuni decenni. E so come possono capitare certe cose. Capita che è mezzanotte e devi chiudere la pagina in tipografia e il grafico ha attribuito alla didascalia una certa lunghezza e questa lunghezza ti impedisce di scrivere semplicemente: il signor XY. Devi scrivere una frase più lunga. E per scrivere una frase più lunga, dopo 12 ore di lavoro, scrivi la prima stronzata che ti viene in testa. E questa è proprio la cosa tragica: che la prima stronzata che ti viene in mente di dire è la provenienza geografica del signore intervistato. La sua provenienza geografica è ormai un valore ‘normale’, qualcosa che connota in modo significativo un essere umano. Neppure al più imbecille dei giornalisti, e neppure dopo 24 ore di lavoro ininterrotto, verrebbe mai in mente di scrivere: Il signor XY, essere umano.
No pasaran. Non ci credo più. Sono già passati una volta. Sbaglio o da qualche parte, in qualche civile città del NORD Italia, qualcuno ha recentemente proposto di creare degli autobus riservati ai NEGRI? Qualcuno ha sollevato delle obiezioni, ma gli hanno risposto che non si trattava di razzismo. Era solo una questione PRATICA, per rendere più funzionale una certa linea di autobus che deve scaricare certi negri in una certa fabbrica.
E io ci credo. Ogni pensiero dittatoriale ama la pratica. La ama alla FOLLIA. La ama più di ogni altra cosa. Durante il fascismo, infatti, i treni arrivavano in orario. Prima arrivavano in orario solo in Italia, poi hanno cominciato ad arrivare in orario anche ad Auschwitz.
Datemi retta. Si stanno insinuando piano piano, goccia a goccia. Non dimentichiamo cosa dice il proverbio: Che Dio e il Diavolo si rivelano all’uomo attraverso i piccoli particolari ed entrano dentro di lui attraverso piccole ferite.

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Agosto 18, 2009 Pubblicato in: Pensieri spettinati   Leggi Tutto