Sarà che quando l’ho finito era notte, sarà che l’ho letto tutto d’un fiato, ma questo libro l’ho trovato troppo doloroso, troppo. Anche questa mattina, dopo avere atteso un po’ che si attenuasse prima di scriverne. A tratti anche disgustoso. Sono uscita sconfitta dalla lettura di ”Dei bambini non si sa niente” di Simona Vinci, edizione Einaudi-Stile libero. Non c’è alcuna redenzione, in nessuna parte del romanzo. Non dico che ci debba essere sempre e per forza ma qui ho come avuto l’impressione che il male fosse gratuito, che tutto questo dolore e il senso di schifo fossero stati messi ad arte.
Si tratta della storia di un gruppetto di bambini, tre di dieci anni e due sui quattordici, che vengono condotti da uno dei due quattordicenni sulla strada della conoscenza sessuale, all’inizio, e poi della perversione e infine della morte di uno di loro. E’ ambientato nelle campagne bolognesi e, a differenza di Cesare Garboli della Repubblica che, nella quarta di copertina, dice: “A leggere la Vinci mi è venuta voglia di ripassare di là. Chissà cosa sono diventati, Budrio e Medicina…”, come se si trattasse del racconto di un’allegra scampagnata, io per un po’ non ci voglio passare.
Il tema dell’infanzia è attuale, non tanto e non solo perché è frequente nella letteratura più nuova, mi viene in mente anche Rosella Postorino con “L’estate che perdemmo Dio” sempre di Einaudi, ma perché, per contrappasso, ho come l’impressione che ci sia un rifiuto del tema. Perché quando propongo un libro o un racconto sull’infanzia sono io stessa trattenuta dal farlo e dopo vedo anche una certa ritrosia in chi riceve la mia proposta. Che cosa ci spaventa così tanto dell’infanzia, dei suoi dolori e anche delle sue gioie? Forse il fatto, mi rispondo da sola, che si tratta di qualcosa di passato, di irrimediabile? Forse il fatto che è più salutare guardare il bicchiere mezzo pieno, il presente intendo, nel caso in cui si abbia sofferto nel passato?
E poi mi chiedo chi sono stati questi scrittori giovani contemporanei venti, trent’anni fa, com’era l’infanzia di venti, trent’anni fa? Così tremenda? Così sola? Così disperata? E forse nel passato solo Dickens si è occupato di infanzia in questo modo così persistente?
Scusate questa lista di domande, sono solo una parte.
L’impressione che ho è che ci sia ancora molto da dire, che non si sia detto ancora bene che cosa un’infanzia dolorosa è, o cosa è stata, intendo un’infanzia dolorosa contemporanea e ambientata nell’opulento occidente. Penso sia troppo facile scrivere di questo tema come ha fatto la Vinci, troppo facile disgustare in questo modo e addolorare in questo modo. Chiunque ne uscirà disgustato e addolorato.
Pensiamo forse che non esistano le violenze sessuali tra e su i bambini? Il telegiornale ce ne risparmia forse qualcuna? Non ci dispiace quando ne leggiamo o ne vediamo? Certo che soffriamo. Ne leggiamo, ascoltiamo tutta la storia, i dettagli e soffriamo. Ma la letteratura non deva fare lo stesso gioco della televisione e dei giornali, non deve fare spettacolo, deva farci vedere.
Io vivo qui, ho vissuto qui, tra gli europei benestanti, tra la gente apparentemente serena, con un lavoro, una casa, gli amici, il cinema il sabato sera, il pranzo con i nonni la domenica e quindi parlo di questo. Ecco, in questa realtà piccolo borghese i bambini hanno comunque sofferto, anche i bambini hanno sofferto. Ma si tratta di un dolore subdolo, indicibile, inscrivibile, silenzioso, piccolo. Un dolore nascosto tra le pieghe della quotidianità, difficile da rendere. E’ faticoso lavorare sui silenzi, sui gesti, sulla solitudine. E’ difficile rendere la stessa esplosione di una morte per violenza sessuale.
Questo capitolo, che riporto integralmente, rappresenta l’inizio del secondo momento di svolta del romanzo. Dalla conoscenza sessuale alla perversione sessuale. Silvia Mantovani
Capitolo 16
“All’improvviso era successo qualcosa. Ancora una volta, uno spostamento impercettibile, un deragliamento. Era qualcosa che succedeva dentro di loro, non era chiaro se prima dentro uno e subito dopo in tutti gli altri, come un virus contagioso, o piuttosto come una febbre comune che era cresciuta allo stesso ritmo nel gruppo, come se il gruppo fosse un organismo indipendente, che li raccoglieva dentro di sé annullando le differenze. Un cuore composto, grosso, che batteva a un ritmo proprio. Un ritmo violento e inarrestabile.
Era stata una specie di ridefinizione delle gerarchie interne. Mirko aveva allargato un poco i confini del suo potere, lo aveva ribadito, inserendo delle varianti ai giochi, ma gli altri non avevano opposto alcuna resistenza, non avevano fatto domande, non sembravano nemmeno stupiti, avevano accettato che il capo riconosciuto affermasse il suo potere ancora una volta. Non si trattava di passività, semplicemente, i suggerimenti di Mirko erano le cose che si sarebbero dovute fare comunque, l’evoluzione necessaria.
Dentro il capannone c’era un silenzio afoso. Il registratore era spento. Stavano seduti sul materasso, zitti, senza muoversi. Aspettavano. Aspettavano che Mirko facesse qualcosa, perché era chiaro, si vedeva dalla sua faccia, che quello era un pomeriggio diverso, che c’era qualcosa che non sapevano, qualcosa di nuovo. Poi Mirko aveva aperto lo zaino e buttato sul letto un fascio di giornali. Atterrando, avevano fatto un rumore rapido e violento, come lo schiocco di una frusta.
Le riviste questa volta erano diverse dalle altre, diverse davvero da tutte quelli che avevano usato finora. Ironiche, alcune, con tutte queste persone vestite da pagliacci con mutandoni di cuoio, borchie dappertutto e fruste in mano. Le espressioni divertite e un po’ ebeti. Alcuni con la faccia cattiva, ma si capiva che era una finta. Poi, dal mucchio, ne era saltata fuori una diversa. Era stato Mirko a farla scivolare in mezzo alle altre con una mossa rapida della mano. Dal suo zaino, al mucchio. Bianco e nero, sobria, da passare inosservata, con le pagine più piccole.
L’avevano sfogliata in silenzio. Senza fare commenti. Greta aguzzava gli occhi perché stava in fondo al letto, dalla parte del muro, e le schiene degli altri seduti sul bordo del materasso le coprivano la visuale. Martina stava tra le braccia di Mirko, seduta in mezzo alle sue cosce aperte, la schiena appoggiata al petto di lui. Uno schiocco di pelle sudata tutte le volte che si muoveva.
Le foto erano brutte, sovraesposte o scurissime, molto sgranate. Sembravano fotocopie di fotocopie.
Nessuno di loro aveva mai chiesto a Mirko da dove venissero le riviste, però questa volta la domanda era venuta spontanea.
Mirko non aveva risposto, si era acceso una sigaretta tirandola fuori coi denti dal pacchetto e aveva sbuffato il fumo verso l’alto. Una spirale azzurra in salita verso la finestrella aperta.
La prima foto: un uomo, età apparente trenta, trentacinque anni, le mani legate con una corda e fermate a un gancio, le braccia sollevate in alto. Un arpione da balene conficcato nel ventre e un ferro lungo e sottile infilato nell’apertura del sesso. Gli occhi, due orbite vuote.
Un uomo, anche questo sui trenta, lo scroto inchiodato a una tavoletta di legno e il prepuzio cucito con un grosso filo di nylon.
Una donna non troppo giovane, nemmeno tanto bella, nuda, i polsi legati, gettata per terra a pancia sotto, con i capelli avvolti intorno al collo e un oggetto che spuntava dal solco delle natiche. Un oggetto stretto e lungo, un bastone forse, ma non si capiva.
Poi una serie di foto collegate, un servizio intitolato Branding: Nella prima foto, una donna di spalle, le braccia sollevate sulla testa e legate per i polsi con una corda fissata al soffitto, le gambe divaricate su tacchi spropositati e il culo offerto alla telecamera, proprio al centro della fotografia. Un culo candido e perfetto, a mandolino. Di fianco a lei, in ginocchio, un uomo incappucciato, il braccio muscoloso che regge un attrezzo simile a un enorme timbro, sta avvicinando l’estremità fumante alla natica sinistra della donna.
Nella pagina seguente l’uomo incappucciato era scomparso, scomparsi anche il braccio muscoloso e l’enorme timbro. L’obiettivo ha inquadrato soltanto la natica della donna, marchiata a fuoco. La pelle gonfia e rossa intorno al disegno di una rosa con le spine, carne cotta, color bistecca al sangue.
Nel pacco delle riviste nuove ce n’era un’altra in bianco e nero. Le foto erano belle, i corpi levigati e abbronzati, le pose sensuali e languide. Erano bambini, bambini come loro. Correvano sua una spiaggia, si lanciavano tra i flutti con i muscoli delle gambe tesi e lucidi di olio solare, la pelle liscia e tenera, i capelli spettinati. C’erano delle ragazzine allungate tra rocce calcaree, bucherellate dalla onde. Guardavano l’obiettivo con occhi fondo e sgranati. Senza sorriso. Le ossa del bacino sporgevano dai fianchi stretti e dalle linee tese del ventre. Erano foto tranquille, fuori dal tempo, sembravano piccoli dèi del mare e dei boschi. Esiliati da tutto. Erano come loro, sì, però erano anche diversi.
Quella rivista, l’avevano sfogliata senza troppo interesse. Senza convinzione. In fondo, tra le ultime due pagine c’erano delle altre fotografie tenute assieme da una graffetta. Erano sempre ragazzini. Alcuni molto piccoli. E le foto non erano belle come quelle precedenti, assomigliavano a quelle della rivista di prima, erano scure, sottoesposte. Le ombre mordevano i volti e li facevano diventare paurosi. Non c’erano adulti, nelle foto, ma la loro presenza si sentiva, erano lì, tutt’intorno, animali in agguato, con gli artigli già piantati dentro la carne delle vittime. Ragazzini attorcigliati tra loro, travestiti, truccati, le mani affondate nella carne, le bocche piene di pezzi di altri corpi, dita, sessi, capelli. Giocavano con degli oggetti, falli di gomma, bottiglie.
Di colpo, mentre guardava le foto, a Mirko era venuto in mente quello che gli aveva detto il vecchio, il tizio che guidava la macchina bianca e che scherzava con lui recitando la parte del giovane, come se avessero la stessa età e fossero entrambi scafati e pronti a tutto. Lo faceva sentire a disagio, a volte gli faceva anche un po’ pena.
Se tu e i tuoi amici vi faceste qualche foto, così per giocare, qualche scatto, c’è da farci dei bei soldi…non ti fa schifo no, avere qualche soldo in tasca?
Pensaci.
Era stato un lampo. Poteva farlo, sì. Non avrebbe detto niente, l’avrebbe fatto e basta, senza avvertirli. Li avrebbe presi a tradimento, non avrebbero capito niente e di sicuro non si sarebbero opposti, non a lui. Di soldi, c’era sempre bisogno. E con due foto, non faceva male a nessuno.
Non era stata più la stessa cosa, dopo quelle riviste. Avevano lasciato perdere, per un po’. La piazzetta sembrava un deserto. Mirko era stato due giorni via senza dire dove andava, a Martina era venuta la febbre. Greta era partita per il mare.
Però era durata poco, dopo neanche una settimana erano di nuovo al capannone, tutti. Anche Greta: sua nonna era stata male e tutta la famiglia era dovuta tornare indietro.
Avevano ricominciato dall’inizio, come se quelle riviste, le ultime, non ci fossero mai state. Avevano provato i giochi di prima, quelli semplici che conoscevano bene. Però sentivano che c’era qualcosa di strano, qualcosa che non si poteva dire con le parole, era una specie di bugia muta.
Non erano più uguali a prima.
Quel pomeriggio che avevano ricominciato, Greta era strana, diceva di aver fame e poi sonno e poi noia, una lamentela continua fino a che Martina non aveva cominciato a baciarle il collo pianissimo, come le piaceva, e allora si era calmata, come ipnotizzata.
L’avevano legata, era stata Martina a farlo, seguendo le istruzioni di Mirko. Gli altri due stavano a guardare. Greta rideva, le sembrava di essere un cotechino con tutti quei giri di corda avvolti intorno alle gambe e ai fianchi. Però, quando Mirko si era avvicinato e aveva tirato le estremità della corda per bene, aveva smesso di ridere, erano troppo stretti quei nodi e la pelle aveva già cominciato a diventare livida e a pizzicare. Un esercito di formiche che le camminava addosso e la mordeva. Le girava la testa, adesso aveva un giro di corda intorno al collo e il respiro era diventato più lento. Si era assopita, abbandonandosi sul materasso.
L’avevano lasciata lì, stesa sul letto con le caviglie legate e i polsi fermati con un moschettone grande. La cera di una candela rossa sciolta sul collo, sulla pancia e la pelle arrossata, a chiazze. Martina era imbavagliata e Luca stava sopra di lei tenendole le mani ferme con le sue. Mirko era in piedi davanti al materasso, con una corda avvolta intorno alla mano destra e l’estremità tesa nella sinistra, una specie di frusta.
Era stato divertente per un po’. Non era serio, ridevano anche. Martina, più tardi, tra le braccia di Mirco, con la sua mano tra le cosce, sul posto segreto, aveva fatto quel gioco che sapevano, un gioco che finiva con due o tre guizzi fortissimi e il batticuore. I suoi denti appuntiti avevano lasciato un segno rosso sulla spalla di lui. Una mezzaluna dentata, perfetta.
Erano stati tutti zitti. Si erano alzati e avevano messo a posto: corde, candele, moschettoni, tutto raccolto dentro lo zaino di Luca, nascosto dietro una cassa nel capannone. Si erano salutati davanti al portone del palazzo, senza fare programmi.
Il sole era già sceso dietro i campi.