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Creatività/L’arte rende visibili le foto del nostro passato

Settembre 30th, 2009

di marcel proust, Il tempo ritrovato

La grandezza dell’arte vera consiste nel ritrovare, nel riafferrare, nel far conoscere quella realtà da cui viviamo lontani, da cui ci scostiamo sempre più via via che acquista maggior spessore e impermeabilità la conoscenza convenzionale che le sostituiamo: quella realtà che rischieremmo di morire senza aver conosciuta, e che è semplicemente la nostra vita. La vita vera, la vita finalmente scoperta e tratta alla luce, la sola vita quindi realmente vissuta, è la letteratura; vita che, in un certo senso, dimora in ogni momento in tutti gli uomini, altrettanto che nell’artista. Ma essi non la vedono, perché non cercano di chiarirla. E così il loro passato è ingombro d’innumerevoli lastre fotografiche , che rimangono inutili perché l’intelligenza non le ha sviluppate.

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Poesia/Bricolage (o fai da te)

Settembre 30th, 2009

di paolo vachino

La mia aureola arrugginita
è diventata un cacciavite
per avvitare vite, la tua alla mia
lasciandoti libera di volare.

Di volere non volare via.

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Pensieri Spettinati/Disorientati

Settembre 25th, 2009

di roberta aliventi

“E poi ha imboccato una Statale, la 255, non ha potuto fare altro seguire la direzione imposta dall’asfalto, dai cavalcavia, l’alternativa sarebbe stata saltare dentro un canale, prendere delle decisioni che invece non è in grado di prendere. Le strade servono a questo, qualcuno le ha progettate per te, per te ha calcolato le distanze, fatto raffronti, deciso quale fosse la soluzione migliore, il percorso più breve, quello possibile.”

(Strada Provinciale tre di Simona Vinci, Einaudi)

Non avevo mai pensato alle strade come a percorsi obbligati, stabiliti per te da qualcun altro. Viaggiando in macchina ho sempre avuto l’impressione di spostarmi liberamente

e senza condizionamenti, forse perché sono priva di qualunque senso dell’ orientamento. Per spostarmi in zone che non conosco perfettamente porto sempre dietro una mappa, faccio fatica a trovare le vie e mi perdo facilmente.

Proprio della perdita del senso dell’orientamento nell’uomo parla l’articolo “Non sai che ti perdi”, pubblicato su Internazionale di questa settimana (p.50). In un passo è riportato lo studio dell’antropologo Claudio Porta sul comportamento delle nuove generazioni di cacciatori inuit, che hanno iniziato ad usare, per i loro spostamenti, i navigatori satellitari. La lingua di questo popolo non  possedeva, fino a poco fa, una parola che indicasse il concetto di “perdersi” e ora i giovani cacciatori, senza l’uso della tecnologia, non sono più in grado di orientarsi.

La tecnologia, dalla semplice costruzione di una strada al complicato meccanismo di un navigatore satellitare, ha come scopo quella di migliorare e facilitare la vita umana.

Migliorarsi, andare oltre ai risultati precedentemente raggiunti è nel Dna dell’essere umano ma la tendenza dilagante a facilitare e programmare ogni dettaglio della nostra vita porta ad avere un ideale di comodità e perfezione che nella realtà non può esistere. La quotidianità è fatta di intoppi e imprevisti, che qualsiasi tecnologia non può eliminare. La pubblicità mostra la tecnologia come uno strumento al nostro servizio. Con i cellulari è possibile telefonare, fotografare, navigare su internet, chattare e organizzare la propria agenda. Con un solo telecomando in casa si può accendere e spegnere televisore, stereo, luce e garage. Seduto in camera tua, davanti a un computer, puoi essere ovunque e fare qualunque cosa. Tutto questo non è sbagliato in sé ma è sbagliato vedere nella tecnologia la soluzione di ogni problema e la pianificazione di ogni imprevisto. Non ci stiamo accorgendo che con essa stiamo diventando più pigri, impreparati ad affrontare da soli le difficoltà, proprio come i giovani cacciatori inuit.

Lo strumento da manipolare rischia di diventare il manipolatore.

Il modo di guardare la strada, suggerito dalla Vinci, esemplifica perfettamente questa situazione. Ci sentiamo liberi ma non lo siamo fino in fondo. La strada ti obbliga ad avere sempre lo stesso punto di vista omologato sul mondo che attraversi. La tecnologia non è né giusta né sbagliata è l’uso ad esserlo.  Non possiamo opporci a tutto quello che ci offre la società ma neanche accettare in modo acritico ogni cosa. La soluzione, se di soluzione si può parlare, è nell’essere consapevoli. Io, per ora, so che non comprerò un navigatore satellitare. Mi piace perdermi, non ricordare le strade in cui sono passata e non capire da che verso guardare la cartina. Non è comodo ma mi sono organizzata, arrivo in ritardo o parto un’ora prima.

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Creatività/La narrazione non è puramente personale

Settembre 24th, 2009

di james joyce, da Dedalus, edizione Mondadori Classici moderni

Persino in letteratura, l’arte più mobile e spirituale, le forme sono spesso confuse. La forma lirica è in realtà il più semplice rivestimento verbale di un attimo di emozione, un grido ritmico come quello che, secoli fa, rincuorava l’uomo curvo sul remo o intento a trascinare macigni su per un pendio. Colui che la esprime è più conscio dell’attimo di emozione che di se stesso nell’attimo di provare un’emozione. Vedi scaturire dalla letteratura lirica la più semplice forma epica quando l’artista espande se stesso e su se stesso medita come il centro di un evento epico e tale forma continua finchè il centro di gravità emotiva è equidistante dall’artista e dagli altri. La narrazione non è più puramente personale. La personalità dell’artista passa nella narrazione stessa, fluendo tutto intorno alle persone e all’azione come un mare vitale (…) La personalità dell’artista , inizialmente soltanto un grido, o una cadenza o uno stato d’animo, e quindi una narrazione fluida e luminosa, si purifica in ultimo fino a scomparire e, per così dire, si impersona. Nella forma drammatica, l’immagine estetica è vita purificata dall’immaginazione umana e da essa riproiettata. Il mistero dell’estetica è compiuto come quello della creazione materiale; l’artista al pari del Dio della creazione, rimane entro, o alle spalle, o al di là, o al di sopra del proprio capolavoro, invisibile, purificato fino ad essere inesistente, indifferente, intento a limarsi le unghie

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Poesia/Oh

Settembre 24th, 2009

di paolo vachino

Ho imparato a far sorgere sorrisi
come soli acciaccati ma resistenti.
Ho provato a trattenerli in viso per altri visi
soli nascenti già sorridenti.

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Pagine/Nèmirovsky, Un bambino prodigio

Settembre 22nd, 2009

http://www.ucm.es/BUCM/servicios/doc10778.jpg

I racconti brevi di Irène Némirovsky sono dei gioielli. “Il ballo”, pubblicato da Adelphi, era la storia di una ragazzina figlia di parvenu: riceve una solida istruzione e questo è, oltre al comportamento della madre nei confronti della figlia, uno degli elementi che scatenano la sua rivolta nei confronti della famiglia. “Un bambino prodigio” è un altro gioiello. Era stato pubblicato alcuni anni fa dalla casa editrice Giuntina –una piccola casa editrice specializzata in cultura ebraica- e ora torna in libreria. E’ la storia di un ragazzino russo che vive nell’angiporto di una città russa. Oggi lo si direbbe un drop out. Frequenta taverne, scaricatori, ubriaconi, puttane. Inizia a comporre canzoni e a cantarle. Le sue canzoni sgorgano da una poesia semplice, ma spontanea che commuove gli adulti che lo ascoltano. Commuove anche un ricco signore, disperato per un amore infelice. Ed è grazie a lui che Ismaele Baruch viene donato ad una ricca signora, che è poi l’oggetto del disperato amore. Viene donato, in qualche modo, proprio come si donerebbe un cagnolino ammaestrato e capace di esercizi strabilianti. La ricca signora si commuove anche lei ad ascoltare le sue semplici, toccanti canzoni. Il bambino povero è un poeta. Anche a lui, come alla ragazzina de “Il ballo” , viene data la cultura, vengono fatti conoscere i grandi poeti. Ed è questo incontro che diventa, per Ismaele Baruch, la fine della sua poesia. Il racconto sembra riecheggiare –nella tematica, non certo nella tessitura della storia- “Il monaco nero” di Cechov. In comune i due racconti hanno un interrogativo: cosa è l’arte e, prima ancora, quale è la sua sorgente? E in ambedue i casi la risposta è la stessa: l’arte è la capacità di essere se stessi, di rispondere alle sollecitazioni, come direbbe James Hillman, del proprio Daimon. Vi propongo queste pagine. Claudio Castellani

Ad un tratto sentì che la donna in nerro gli toccava un braccio:
-Ti piace?…
Allora, spinto da una singolare spavalderia, rispose, alzando le spalle:
-Le mie canzoni sono molto più belle, e saranno per te, solo per te, principessa…Dopo non le udrà più nessuno.
-Allora canta- disse lei dolcemente.
-Falli uscire tutti quanti e ordina di portarmi una balalaica, principessa…
-Perché mi chiami così?
-Non sei una principessa? –domandò Ismaele con ingenuità.
Lei sorrise di nuovo:
-No, ma non importa…
Con un gesto della mano, pregò gli zigani di fermarsi e di andarsene. Se ne andarono ridendo, vuotando i bicchieri alla sua salute. Dettero a Ismaele una balalaica ed egli si sedette per tera con le gambe incrociate, appoggiato alla stufa. La principessa, con il volto appoggiato su una mano, lo guardava carezzando distrattamente con l’altra i capelli del suo amante, seduto ai suoi piedi, che le baciava le ginocchia attraverso la seta della gonna.
Ismaele levò verso di loro il volto stranamente ansioso e pallido, esitò un momento, poi si mise a cantare. Erano parole semplici e ingenue, le stesse che esprimevano così bene le pene e le gioie dei vagabondi del porto e, proprio per questo, toccavano strane corde del cuore. Non avevano né rima, né cadenza, ma un ritmo naturale, come quello del vento, del mare; un’armonia misteriosa e potente.
Il ragazzo cantava con voce leggera e pura; i suoi occhi fissi nel vuoto sembravano seguire uno spartito che solo lui vedeva; gli adolescenti della Bibbia animati dal soffio di Dio dovevano essere simili a lui.
Quando tacque, guardò la principessa con orgoglio semplice e profondo.
Lei taceva.
Infine disse:
-Piccolo mio, lo sai che un giorno sarai un grande poeta?
Ed aggiunse come per se stessa:
-Il genio…è questo, piccolo mio.
Ismaele non diceva niente. Cosa avrebbe potuto dire? Non capiva cosa succedesse.
Il barin, appoggiato a un gmito, disse con voce lontana, da ubriaco:
-Questo ragazzo…questo ragazzo…Che ti avevo promesso?
La principessa esclamò:
-Non può restare così…Guardalo…è miserabile, ignorante, affamato…un piccolo ebreo del porto….E tuttavia il genio è in lui…Non lo vedi?
Il barin stese stancamente la mano verso la caraffa di vodka:
-E’ felice così…E’ felice perché non conosce il suo genio…Il giorno che lo conoscerà sarà infelice. Anch’io ero un grande poeta…
-E ormai non sei che un ubriacone, lo so- concluse ei aspramente; poi voltandosi verso Ismaele chiese con durezza:
-Piccolo, non vuoi essere un giorno un grande poeta, essere ricco, essere illustre?
-Non lo so- mormorò Ismaele.
Un’angoscia immensa lo invadeva, la paura, la rivolta davanti a quella donna che voleva violentare la sua vita libera.
Ma lei continuò, fissandolo con i suoi occhi scuri, rotondi come quelli di un uccello da preda:
-…Vivere a casa mia?
Allora Ismaele , chinando la testa, disse:
-Sì.

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Poesia/Stasera

Settembre 22nd, 2009

di Ida Negri

Sgranocchio parole e risate
davanti a un buon vino.
Acrobazie del tappo di sughero
tra le mie dita.
Versami ancora un po’ di rosso
sulle guance calde.
Sorseggio avida la tua allegria,
mi disseto alla fonte.
Qualche goccia latitante
scende silenziosa lungo il profilo
disegnando un semicerchio sulla tovaglia.
Nessuno la nota.

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Creatività/Non c’è talento

Settembre 21st, 2009

di erri da luca, da Tentativi di scoraggiamento ( a darsi alla scrittura) , Libreria Dante & Descartes editore

La scrittura è lo sfregamento della distanza sopra un foglio di carta.
Non ti serve il talento, è luccichio fasullo. Abbaglia il narcisismo che ognuno porta a bordo. Pretende di fornirti la scorciatoia di un dono, è invece ostacolo se va bene, se no è botola sotto i piedi. Il talento è nemico dell’ostinazione, unica disciplina necessaria. L’ostinazione è una sottomarca della costanza, virtù che non ho posseduto.
Stròncati in corpo a ogni stagione la ricrescita infestante del talento, gramigna. Ti fa credere avvantaggiato da una dote, ma è prepuzio da circoncidere ogni volta che spunta. Perché ricresce, presuntuoso e baro. Ti trucca le carte e ti fa credere. E’ moneta falsa, il primo talento di San Francesco furono le armi. Fila lontano da chi ti riconosce il talento, sia per te un’accusa sconveniente, da negare in buona fede.
Questa lettera non indica una direzione e non fornisce equipaggiamento. E’ un tentativo di scoraggiamento di darsi alla scrittura

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Poesia/Il segno dell’atroce

Settembre 21st, 2009

di paolo vachino

Siamo diventati un popolo
di sceriffi e di pistoleri
giustizieri e fustigatori
di costumi rammolliti
denigratori incalliti
di ogni tolleranza
negatori di speranza
persino ai bambini
che consideriamo dei cretini buoni
tra i frastuoni delle nostre suonerie
e le congestioni delle periferie
che sembrano sempre più dei centri
di accoglienza mancata.
Manca invece la risata delle piazze
dove un tempo sfilavano rabbie
fuoriuscenti dalle gabbie private
tra spintonate e canti di protesta
perché era una festa già manifestare
rincorrere ideali di felicità collettiva
mentre oggi senza uscire dal salotto
si proclama viva una ragazza
collegata a un cavo
come se fosse un aspirapolvere
o una batteria da ricaricare,
e l’isteria delle ignoranze
era pronta ad attaccare
al grido di assassini
coloro i quali non credono ai destini
assegnati a casaccio da un Dio,
lo spaccio divino delle esistenze
che sarebbero pestilenze ustionanti
perché siamo in tanti
siamo troppi da accontentare:
chi ama il mare
chi strapiomba su rocce
chi ha di che dissetarsi
chi solo gocce d’acqua da succhiare
chi pulpiteggia e chi
è sprovvisto di anime
con cui palpitare.
Abbiamo perso un’altra
occasione di tacere
lasciando la giustizia
compiere il suo dovere
di togliere le manette troppo strette
serrate dalla morte intorno
ai polsi della sorte di Eluana
lasciandola libera di volare fuori
dalla tana di quel corpo
azzerato di funzioni
ma ancor più privato di passioni,
le sole a renderci vivi
e non solo vegeti
perché animali e non vegetali
sono i nostri giorni
nei ritorni delle partenze
nelle disperazioni della meraviglia.
Eluana continuerà a essere mia figlia
per tanto tempo ancora
adesso che nel vento
e in ogni aurora
c’è una parte di quel suo sorriso
tutto intriso di voglia di essere
perché per essere lei c’è stata
prima di diventare una pianta
da noi innaffiata.
E tutti coloro
che in nome della croce
volevano salvarla
si facciano tutti loro
il segno dell’atroce
ipocrisia del volere condannarla.

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Poesia/Il lavavetri

Settembre 20th, 2009

di Patrizia Pirina

Sotto il grande pino
crocevia di mille occhi distratti
distanti nelle auto vicine
dentro vesti di polvere
lavo la vostra polvere.

Con passi pesanti
di stracci

ho percorso sabbie di pietre
a piedi nudi su cocci
fra abbracci di nuvole perplesse
celeste cromia incurante.

Ho dimorato in container
nutrito di gocce
d’acqua asciutta
diluita semente oppressa.

Perdendomi in catene
corte di sorrisi
ritrovandomi perso
in un mosaico di occhi nuovi.

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Creatività/Thomas Mann, elogio dell’antigenialità

Settembre 19th, 2009

dal Tonio Kroger di Thomas Mann

Perché appunto la mia coscienza borghese è quella che in tutto ciò che è arte, genio ed eccezione mi fa scorgere qualcosa di profondamente ambiguo, profondamente dubbio, profondamente sospetto; è essa che mi riempie di quest’amorosa debolezza per il semplice, il candido, il piacevolmente normale, per l’antigenialità e la costumatezza (…) Ammiro coloro che, fieri e impassibili, spregiando l’ ‘uomo’, si avventurano sui sentieri della grande, demoniaca bellezza: ma non mli invidio. Perché se qualcosa è realmente in grado di fare di un letterato uno scrittore, è appunto questo mio borghese amore per l’umano e il vivo e l’ordinario. Ogni calore, ogni bontà, ogni sorriso proviene da esso; e quasi mi sembra che sia quel medesimo amore del quale è scritto che chi ne fosse privo, anche se sapesse parlare tutte le lingue degli uomini e degli angeli, altro non sarebbe che un bronzo risonante e un tintinnante cembalo

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Poesia/Biografia di una stella

Settembre 18th, 2009

di paolo vachino

Sono esplosa nella pancia buia
di una galassia malata
appartata in uno spigolo di universo
tutto terso di buchi neri
sparvieri spioventi sotto cieli
asfodeli di luce fredda
tra una ridda di stelle sculettanti,
scie cometose gialle
come mimose gommose.

Sono vissuta nuda alle lenti
di telescopi e di cannocchiali
aspettando silente astronavi
cariche di mani e di piedi,
arredi umani per il mio suolo
incandescente
il solo indecente bollore
del mio corpo nato
morto di vita
intorno a un’orbita sfuggita
alle leggi gravitazionali.

Morirò precipitata in un altro sole
decapitata delle mie aureole di luce
e finalmente diventerò voce
rumore di fondo interstellare
e nuoterò sul fondo del mio mare
senza onde e senza coralli
e negli stalli d’eterno tempo
soffierò per l’universo
come contro vento.

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Pensieri Spettinati/Il suicidio come estremo gesto creativo?

Settembre 18th, 2009

di nevio semprini

Un gesto estremo, un messaggio definitivo al mondo. Un modo per farsi sentire, farsi prepotentemente presenti sulla scena nell’attimo della propria definitiva assenza? Mi chiedo cosa cerca l’artista, il poeta in questo caso, quando sceglie di togliersi la vita. Non credo alle cronache che addebitano, semplicisticamente, ad una lunga depressione la scelta improvvisa di un gesto pazzoide.
La mente di un vero artista è abituata a calarsi nella follia della creatività, è allenata a risalire in apnea fino all’apparente normalità del vivere. Questo mi fa pensare che togliersi la vita può essere un gesto calcolato, un apice creativo oltre al limite dell’arte, una sorta di performance artistica che coinvolge sensi ed emozioni attraverso l’auto-estinzione del creatore stesso dell’opera d’arte. Opera e autore si fondono in un magma ultimo.
Mi chiedo: ci sono artisti che si è spingono nei più profondi cunicoli della vita e che, dopo ogni discesa, risalgono portando con loro una maggior sensibilità e comprensione? E un eccesso di luce e di conoscenza li possono convincere che è inutile andare oltre?
O dietro al gesto c’è solo una mente logorata da questo andare e tornare dalla follia creatrice estrema, che ha perso di vista la semplicità delle cose banali, le esigenze primarie degli uomini?
Mi piacerebbe conoscere la vostra opinione.
Qui di seguito riporto un pezzo, apparso su Nazione Indiana, che parla di un poeta, Simone Cattaneo, che si è appunto tolto la vita. Aveva molto da dire, mi sembra, e lo diceva con graffiti nudi, come incisioni rupestri primitive, dense di messaggi semplici e chiari. Era vivo, è vivo in questa poesia semplice, diretta, ma dai solchi profondi, senza mezze misure.
L’articolo di Nazione Indiana è di Flavio Santi ed è seguito da alcune poesie di Simone Cattaneo.

In memoria di Simone Cattaneo

Simone Cattaneo [Come m'ha scritto attonito, via email, Flavio Santi, "in questi giorni è successa una cosa assurda: Simone Cattaneo, giovane poeta, ha deciso di andarsene". Abbiamo deciso perciò, per ricordarlo, di pubblicare qui su NI un articolo di Flavio uscito tempo addietro su "Il Riformista" e poi, a seguire, alcune poesie di Simone. G.B.]

La carriera del poeta
di Flavio Santi

Strana la carriera del poeta. Strana soprattutto in Italia. Prendete ad es. uno come Simone Cattaneo. In Inghilterra o in America sarebbe una star, un poeta conteso da reading e salotti buoni, programmi tivù e seminari universitari. Che è quello che succede ai suoi colleghi Armitage – con cui condivide fra l’altro lo stesso nome – , Paul Muldoon e soci. Quello che voglio dire è che Cattaneo fa una poesia al vetriolo, tra il sociale e il vuoto per dirla con i Baustelle, amatissima all’estero. Cattaneo è il nostro Armitage (per dimostrare questa tesi una volta ho fatto uno scherzo tremendo a un critico: gli ho passato un gruzzolo di poesie di Cattaneo spacciandole per primizie di Armitage. Non vi dico l’entusiasmo dell’illustre studioso per quegli “inediti”…).
C’è un piccolo problema (tale in Italia, no di certo all’estero): Cattaneo è come la sua poesia, franco e schietto, non fa la corte a nessun potente di turno, critico e poeta, lui pensa a vivere e a scrivere. Ma nel nostro bel paese questo significa una sola cosa: isolarsi. Per questo Cattaneo non è ancora valutato come merita. Lo vedete nelle antologie che contano? Ai festival di tendenza? No. No, perché – sembrerebbe un paradosso, ma è così – Cattaneo pensa a scrivere, e non a – prendo in prestito la brutalità del suo linguaggio – leccare il culo. Si fa presto a esibirsi in impeccabili analisi testuali, retoriche e stilistiche – chi non ne è capace? –, quando invece il problema è a monte, ed è di natura morale (e dunque molto più arduo): come essere in grado di compiere scelte di qualità e non di interesse. Non dico sempre (siamo esseri umani, suvvia, peccatori ed esposti al richiamo delle sirene), ma almeno nella maggior parte dei casi. Per fare un esempio: se Thomas Pynchon vivesse in Italia, con lo stile di vita che conduce, sarebbe inedito e dimenticato. Qua in Italia per avere un minimo di riscontro bisogna pensare al come, non al cosa. Crearsi una rete di rapporti, costruirsi una figura pubblica, e poi su quelle basi innestare tutto il resto – che in una concezione normale di arte sarebbe invece il dato primario. Bisogna ripensare i modi di fruizione dell’arte: il marchio, il brand sta diventando una presenza troppo ingombrante anche in questo campo. Così facendo il rischio principale è di oscurare autori di indubbio valore ma dalla vita sociale “normale” e non compromessa a qualcuno o qualcosa. In cambio, si sa, abbiamo autori deboli ma presenzialisti (l’elenco è chilometrico, per non fare torto a nessuno applico il teorema di Sturgeon: il 90% di tutto è spazzatura. Funziona benissimo anche in letteratura italiana).
Del resto l’Italia che emerge dalle poesie di Cattaneo è proprio un’Italia di questo tipo: meschina, approfittatrice, paracula, senza dignità, votata al più bieco compromesso. Ma Cattaneo non odia quest’Italia; a suo modo la ama. Di un amore struggente e autodistruttivo, poco lenitivo e molto disperante. Come scrive Pasolini: “Questa è l’Italia, e / non è questa l’Italia: insieme / la preistoria e la storia che / in essa sono convivano, se / la luce è frutto di un buio seme”. Cattaneo racconta la storia di un paese perso e smarrito. Al tracollo morale e culturale. »

*

Poesie di Simone Cattaneo

Made in Italy

Non mi importa niente dei bambini del Burchina Faso che muoiono di fame,
non ne voglio sapere delle mine antiuomo,
se si scannassero tutti a vicenda sarei contento.
Voglio solo salute,soldi e belle fighe. Giovani belle fighe, è chiaro.
Che gli appestati restino appestati, i malati siano malati e
i bastardi che vivono in un polmone d’ acciaio
fondano come formaggio in un forno a microonde. Voglio bei vestiti,
una bella casa e tanta bella figa. Buttiamo gli spastici giù dalle rupi,
strappiamo fegato e reni ai figli della strada
ma datemi una Mercedes nera con i vetri affumicati.
Niente piani per la salvaguardia delle risorse energetiche planetarie
vorrei solo scopare quelle belle liceali che sfilano tutti i sabato pomeriggio
con la bandiera della pace. Non ho soldi e la botta è finita.
Ma sono un uomo rapace, per le vacanze pasquali
quindici milioni di italiani andranno in ferie lasciando
le loro comode case vuote.
Alla fine non sono razzista. Bianchi, neri, gialli e rossi
non mi interessano un granché.

*

Mi sono svegliato di colpo e ho visto le finestre aperte della camera da letto
e un’aria densa e grigia che mi faceva tremare dalla testa ai piedi.
La mia ragazza ucraina nuda sul davanzale mi indica il confondersi
senza retorica della luna con il sole attraversato
da un lampo d’aeroplano schiacciato.
L’avrei voluta strangolare sul posto con la cintura dei pantaloni
se solo li avessi avuti addosso. Quindi le ho chiesto gentilmente di chiudere
le finestre e di tornare a letto per un ultimo chiarimento.
Due giorni dopo l’ho prestata al mio migliore amico in cambio
di tre prime linee di Versace e di un aperitivo al bar.
Perchè l’amicizia è sempre l’amicizia.

*

Troppo bello per essere un pugile,
troppo brutto per fare il magnaccia
camminavo nel centro di Buccinasco
senza lavoro e inzuppato di grano
aspettando l’ora dell’aperitivo
quando mi sale la voglia di farmi fare le carte dalla vecchia strega del quartiere.
In realtà i suoi tarocchi non sono altro che
pezzi di bibite strappati a dentate ma alla fine ci si arrangia con quel che si può.
Rifilato un carico da venti alla vecchia le chiedo brutale
quando morirò, lei mi sorride e risponde presto a ventisette compiuti.
La informo dei miei ventinove e la mia anziana strega di Buccinasco mi
conforta dicendomi, vedi allora sei un uomo fortunato.
I soldi migliori spesi negli ultimi dieci anni.

*

Si è tagliata le vene e ha disegnato con il sangue
sul muro che costeggia il mio palazzo dei dolci gabbiani d’amore.
Non è servito l’intervento di pulizia del comune, un po’ di pioggia
nella notte ha cancellato tutto. Chi fosse questa strana tipa
non si è voluto mai sapere, aveva solo una specie di ponteggio
che le reggeva il mento. Sarà stata una grave malattia dal decorso fulminante.
Certo è che novizi, discepoli e santoni
portano tutti gli stessi cognomi
contraggono il viso ed è un omicidio,
credono nell’ospitalità di un’unica soluzione,
una sola dimensione, una fatale emarginazione.

*

Non luogo a procedere.
Guardo dalla finestra di casa lo scheletro di una lavatrice
partorire sotto i platani del viale una nidiata di conigli elettrici,
alzo la testa e vedo un soffitto di stagno rosso arancio
sbilanciarsi in avanti con rumori assordanti, cammino rasente i muri
con la paura di inciampare nel materasso di lana arrotolato e
fracassarmi di nuovo la clavicola.
Vorrei che qualcuno mi picchiasse sulla schiena con degli asciugamani bagnati
e mi scaricasse fra le macchine abbandonate in zone isolate.

*

« Simone Cattaneo (1974 – 2009). Sue poesie sono state pubblicate su “Atelier”, “La clessidra”, “Hebenon”, “ Poesia”, “Letture”, “Graphie”, “Tratti” e “Clandestino”. E’ stato incluso nel testo curato da Giuliano Ladolfi, L’opera comune. Antologia di poeti nati negli anni settanta (Atelier, 1999). Suoi testi, con una presentazione di Roberto Roversi, sono presenti nell’antologia Dieci poeti italiani (Pendragon, 2002), a cura di Maurizio Clementi. È stato incluso in Lavori di scavo. Antologia dei poeti nati negli anni ‘70 (Antologia web di Railibro, 2004) e in 100 Poesie di odio e di invettiva a cura di Antonio Veneziani (Coniglio Editore, 2007). Il suo primo libro di poesia, Nome e soprannome, è stato edito nel 2001 nella collana di poesia della casa editrice Atelier.

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Creatività/Joyce:Contro il sentimentalismo

Settembre 17th, 2009

A.Power, Conversazioni con Joyce

Il sentimentalismo non è mai saldo, né può esserlo, ma tende sempre a una nebulosità tiepida e ovattata(…) La passione crea e distrugge, ma il sentimentalismo è una risacca in cui si accumula rumorosamente ogni genere di robaccia, e io non riesco a pensare a una sola opera sentimentale che sia sopravvissuta o oltre due o tre generazioni. Meglio la forza brutale, almeno hai a che fare con qualcosa di primitivo

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Pensieri Spettinati/L’Italia ipnotizzata

Settembre 15th, 2009

di silvia mantovani

Leggo su Repubblica del 6 settembre: otto milioni di italiani ricorrono all’ipnosi. “Sesso, amore, libertà, prestigio e autorealizzazione. Ci vanno per questo uomini e donne dai 18 ai 65 anni, da nord a sud… . Cercano amore e amicizia soprattutto, vogliono risolvere problemi di coppia (27 per cento), poi libertà e indipendenza, anche dalle cose più o meno importanti come smettere di fumare o piacersi di più (23 per cento), infine per sentirsi più è meglio realizzati (il 20 per cento). Città che vai, bisogno che trovi. A Roma la maggior parte delle persone cerca amore e amicizia, è invece il sesso che interessa di più i napoletani, il prestigio i milanesi…”.
Mi chiedo se non dovrebbe essere il contrario, non dovrebbero essere i milanesi a cercare sesso e amicizia e romani e napoletani il prestigio legato al lavoro? Pregiudizi, forse, e continuo la lettura. Trovo un indizio di come si svolge la seduta: “…nella seduta si decodificano tutti quegli atti comunicativi non verbali che sono privi di significato razionale, segni e gesti portatori di sensi analogici, cioè emotivi.”
Rileggo dall’inizio un po’ incredula, otto milioni, lo stesso numero degli studenti che rientreranno nella aule italiane domani.

Devo ammettere che sono rimasta sbalordita. Non pensavo che così tante persone avessero il coraggio di farsi ipnotizzare. Di rinunciare alla propria coscienza per consegnarla ad un’altra persona.
Sono rimasta sconcertata perché si passa dal quasi niente della psicoterapia tradizionale, almeno in Italia mi sembra che non sia molto praticata e chi la pratica non lo dice, al mare di otto milioni di persone che si rivolgono ad un ipnologo.
Perché? E’ indice di un vero cambiamento, o meglio di un vero desiderio di cambiamento interiore, o è indice di qualcosa d’altro, forse di un peggioramento? Voglio dire, questa notizia ci sta dicendo che c’è una maggiore sensibilità verso la psicologia o vuole dire il contrario, che questi otto milioni non hanno voluto conoscere le cause dei loro problemi e hanno delegato ad altri la soluzione dei loro problemi?
Non so. Rileggendo le statistiche ho l’impressione che si tratti più di un desiderio di delega che di un desiderio di conoscere. Ormai tutti sanno che esiste l’inconscio, che alcuni problemi risiedono lì, vediamo di risolverli in fretta. Risolviamo in fretta senza stare troppo a soffermarci. Mi sembra questo il bisogno che trapela.

Sono stata paziente di una terapeuta per alcuni anni. Non ho mai saputo, perchè non l’ho mai chiesto, se si trattasse di una analisi junghiana o freudiana. Se qualcuno me lo chiedeva, mi dicevo che la volta seguente l’avrei chiesto. Ma non l’ho mai fatto, non me lo sono mai ricordata. Non è stato casuale. Gli smottamenti interiori della mia terapia sono stati così intensi che mi sentivo sempre come una bambina che guarda qualcosa per la prima volta. Non c’era tempo per nient’altro. Per me la terapia è stato come tessere la tela della mia vita. Non avevo ricordi prima di allora. Non pensavo che fossero importanti. Effettivamente non ho neanche mai pensato che la terapia mi avrebbe riportata agli eventi del passato. E invece è stato così. Piano piano, settimana dopo settimana ho raccontato la mia vita. Ho ripescato ricordi lontani. E’ come se avessi riaperto una finestra sul passato. Non che non ricordassi eventi appannati dal tempo, ma in terapia lo fai in modo diverso. E’ come se togliessi veli, è come il restauro di un quadro che ha perso la vivacità dei colori.
Non sono qui a difendere la psicoterapia. Voglio solo dire quale è stata la mia esperienza perchè possa essere utile a chi deciderà di intraprendere un cammino di ricerca interiore. Ho spesso l’impressione che non si parli abbastanza di psicoterapia, in Italia e che ci si vergogni a farlo. Anche io mi sono vergognata e ancora oggi fatico a parlarne liberamente. Vedo occhi un po’ sconcertati intorno a me, come se il fatto di essere stata da una psicoterapeuta rivelasse una malattia gravissima e inaccettabile.
La mia psicoterapeuta mi diceva spesso una cosa: che le persone che vanno da un’analista spesso ne hanno meno bisogno di chi non ci andrà mai.

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