Poesia/Sono giorni di venti

Ottobre 22nd, 2009

di Roberta Aliventi

Sono giorni di vento
occhi aperti a fatica
mani mai calde
nelle tasche.
Passi lenti in fila
ci si ferma
accovacciati
controvento straziati.

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Poesia/Non affetti da luce

Ottobre 21st, 2009

di Nevio Semprini

Tra un’ondata e un ritorno
Entrambi in salita
Scorrono parole dove gli occhi sentono
Le nuvole sono di pietra
L’aria diventa liquida come piombo fuso
E la fame rimane fame
E il freddo corrode le ossa.

Il pensiero rincorre a vuoto
Le parole uscite senza senso e consenso.
Mentre si chiede se c’è più poesia
Nella carezza del pedofilo
O nel pugnale del gioielliere
Ficcato tra le scapole del ladro.

L’uomo incatenato dentro la spirale
Di leggi da lui create
Di catene celate
Dietro slogan di libertà
Di pensiero d’autore ceduto per quattro denari.

Se è la legge a donarmi il diritto di essere uomo
Meglio rinascere aquila e ghermire prede
O lumaca che lascia scie di bava in cammino
O aculeo d’istrice per forare il cielo
E attendere che si sgonfi.

Quando il reale si irrealizza
Quando la verità è quella trasmessa
Dall’etere imputridito di parole ipnotiche
Nuove religioni depurate di Dio e di cultura,
E’ l’ora
Di annodare chiodi
Di sciogliere ghiaccio in luce
Di trasmutare l’ammasso deforme di parole
Dallo stato liquido a quello ae-riforme
Di cercare le pepite di verità
Tra i riflessi d’acqua di fiume
Di cercare sotto foglie macere
Agoniche di forme di vita
Di sollevare i coperchi delle fogne e ficcarci tutti dentro
Poi uscire con la faccia sporca e gli occhi puliti
Per guardare il futuro
Questa volta negli occhi.

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Poesia/pALEstina

Ottobre 19th, 2009

di paolo vachino

Ciao meravigliosa creatura,

quando penso al tuo coraggio di vita per aver scelto di dedicare tempo bello ed energia pulita ai deboli del mondo, agli emarginati dai discriminatori, agli sfollati dalla leggerezza, quelli che dormono con tenerezza sul duro a tal punto che i sogni sono intossicati da bisogni troppo pronunciati, quelli che prestano il loro corpo ai vestiti che non possono scegliere, quelli che si moltiplicano in fretta perché non hanno intenzione di dividere nessuno, quelli per cui ogni sorso d’acqua è una preghiera, l’unica vittoria è arrivare a sera senza essere stritolati dai morsi delle privazioni, quelli che riescono a cantare canzoni sotto al tetto del cielo che avvolge lo stelo dei corpi date le magrezze, allora, penso alla forza di certe ostinazioni, come la tua, prua del tuo andare per restare. Mi incuriosisce la ragione di certi tradimenti etimologici: l’ostinazione è divenuta una forma di persistenza spesso irragionevole o inopportuna, ascrivibile al carattere o al vizio. Ma perché? Obstinare è ob = innanzi e stinare = star fermo, saldo. Per cui l’ostinato è semplicemente colui che con forza si pianta saldo e sta fermo innanzi.
Proprio come voi davanti alle arroganze di certi uomini che sono stati assorbiti dalle divise, umanità recise dalle ragioni per armarsi di munizioni esercitanti funzioni di ottenimento di consenso attraverso il perverso utilizzo delle sopraffazioni militari. Ogni militare è un mare prosciugato, ogni soldato è il fallimento di un universo creato a immagine di un “d’io” fatto “di noi”, che continuiamo a impugnare l’arma dei sorrisi puntati alle tempie dei nostri bersagli d’amore, che al rumore di scoppio delle mine antiuomo preferiamo il frastuono dei nostri orgasmi esplosi come marosi di piacere, moto ondose maree di bene che dissetano arsure affettive; di noi che mitragliamo parole per ore e ore nella speranza che si stemperino le acuminatezze degli odi razziali e gli uomini non temano a tornare normali girasoli di carne colorata a contemplare la parata del sole che si immerge nella sera; noi che alla carriera militare preferiamo piuttosto elemosinare qualche briciola di esistenza piuttosto che prestare deferenza alla violenza di stato che diventa di regime e poi di regine capricciose che non si accontentano di essere spose di tiranni, ma accusano il popolo di procurare loro malanni per le troppe lamentazioni.
E allora lunga vita alle ostinazioni e agli ammutinamenti a tutti i comandamenti, dispersi in costituzioni sconosciute e manipolate, oppure incisi sulle tavole della legge per trasformare un popolo in un gregge belante, incline a essere sempre ossequiante al potere.
E allora noi continueremo a preferire alle costituzioni e alle tavole incise le fantasticazioni precise delle utopie rivoluzionarie, dove le tavole vengono imbandite, semmai, di delizie culinarie; a preferire quelli che sanno dire grazie anche senza avere le pance sazie delle occidentali abbuffate; quelli che non sapranno mai cosa vuole dire pagare in contanti o comprare a rate, perché certe popolazioni vengono diseredate subito dalla massa ereditaria, dove ogni giorno sopravvissuto è striminzito come l’ora d’aria dei carcerati.
E allora noi continueremo a vivere da sfollati dai contesti opulenti e non ci metteremo mai sull’“attenti” solo perché impartito da qualche energumeno munito di un fucile o di una pistola: noi lotteremo perché tutti possano vivere una vita di pace, visto che per ora nessun dio scienziato ha smentito il nostro averne una sola.
Nati ostinati.
Ostinati fino alla morte.
Giorno dopo giorno.
Parola dopo parola.

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Poesia/La neve ingravida solchi dal vento sbattuti

Ottobre 19th, 2009

di Silvia Mantovani

La neve ingravida solchi dal vento sbattuti;
ricordi nell’ombra
giovani mani minate
da fuochi di rabbia
e la noia lucidata
dalle tracce di una vita
già mancata.

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Poesia/Dio delle solitudini

Ottobre 16th, 2009

di paolo vachino

Dio delle solitudini
piantala di bestemmiare
con le tue preghiere
e vieni a vendemmiare i miei silenzi
nelle sere offuscate da languori cimiteriali
per amori millenari

Dio delle solitudini
piantala di pregare
con le tue bestemmie
e restituiscimi i silenzi delle vendemmie
dei corpi illimpiditi da furori celestiali
per amori millenari

Dio delle solitudini
che conosci la putredine
delle inquietudini interiori
lasciaci bestemmiare i dolori
facendo le fusa al mondo
attraverso i candori dell’Amore.

Dio delle solitudini
che conosci la beatitudine
delle estasi superiori
lasciaci pregare i nostri amori
piantando le unghie nel mondo
attraverso i furori del Dolore.

Dio delle solitudini
rispetta le nostre abitudini:
la bestemmia delle passioni
la sola preghiera degli uomini.

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Pagine/Hoss:autobiografia di un nazista

Ottobre 16th, 2009

Comandante ad Auschwitz – Rudolf Höss – Prefazione di Primo Levi, Con un articolo di Alberto Moravia. (Einaudi tascabili)

Rudolf Höss è stato un grande lavoratore. Una persona seria, amante dell’ordine e della disciplina. Severo con i disonesti, a volte duro ma sapeva anche essere amabile, gentile. Semplicemente dimostrava di aver carattere. Solitario ma non asociale. Padre e marito, considerava la famiglia un valore sacro. Al giorno d’oggi queste caratteristiche avrebbero fatto di lui un uomo stimato. Sarebbe potuto essere un nostro conoscente. Il nostro vicino di casa. La persona con cui parliamo dei nostri figli. Con cui pranziamo la domenica. Peccato sia nato nel luogo sbagliato al momento sbagliato. Peccato sia stato uno dei più grandi assassini della storia.

Rudolf Höss è stato direttore del campo di concentramento ad Auschwitz dal 1941 al 1943. A guerra finita fu arrestato dagli alleati e consegnato alle autorità polacche (Auschwitz è in Polonia). In attesa del suo processo scrisse questa autobiografia. Confessò ogni cosa, fu condannato a morte e impiccato proprio ad Auschwitz il 16 aprile 1947.

Questo libro mette i brividi. Non tanto per i fatti, ormai arcinoti, ma per il tono freddo, distaccato dell’autore. Höss, come dice bene Alberto Moravia nell’articolo allegato al libro, descrive lo sterminio, le camere a gas, le cremazioni di massa come un direttore della Fiat descriverebbe, con dettagli tecnici, le fasi della produzione di automobili.

E’, credo, sbrigativo ridurre la figura di Höss ad un pazzo. Trovo che l’analisi di Moravia sia giusta.

Höss era una persona mediocre che idolatrava persone mediocri come Hitler e seguiva idee mediocri come il razzismo. L’aggettivo “mediocre” mi sembra davvero azzeccato. Questo aggettivo comprende in se diverse sfumature che si adattano a descrivere Höss. Höss non era uno stupido, ne un incapace. O per lo meno dipende da che punto di vista lo osserviamo. Per esempio era capace di lavorare duramente, di resistere alla disciplina più ferrea. Ma era un uomo che aveva dei limiti. Nonostante questa sua forza di volontà era un debole che aveva bisogno di ordini da eseguire. Non gli piaceva pensare. Lui stesso dice, parlando del periodo passato in carcere, prima di diventare un SS: “Nel penitenziario, poi, scelsi dei lavori che, per quanto era possibile, richiedessero anche la mia attenzione e non fossero puramente meccanici. Così ho potuto evitare di passare tante ore della giornata in pensieri sterili ed estenuanti, e a sera provavo soddisfazione di pensare non soltanto che una giornata era trascorsa ma che avevo compiuto una buona quantità di lavoro.”. In questa sua autobiografia, non fa che ripetere che le SS erano succubi dei loro superiori.  “Eicke (il suo superiore) aveva continuato a ripetere ai suoi SS il concetto di <nemici pericolosi dello Stato>, con tanta persuasiva insistenza, e continuò a predicarlo anche negli anni successivi da convincere chiunque non avesse la possibilità di migliore informazione. Così accadde anche a me.[...] Era intenzione di Eicke, attraverso la sistematica ripetizione delle sue teorie e le disposizioni destinate a neutralizzare la pericolosità criminale dei prigionieri, mobilitare radicalmente i suoi SS contro i prigionieri, <renderli duri>, cancellare in loro ogni più piccolo moto di compassione”. Lamenta quindi una specie di lavaggio del cervello. Ma nessuno lo costringe a iscriversi al partito nazista ed ad entrare nelle SS. Allo stesso tempo afferma: “come vecchio membro del partito, ero pienamente persuaso della necessità di un campo di concentramento” e ” Da nazionalsocialista fanatico, ero fermamente persuaso che la nostra idea si sarebbe fatta strada in tutti i paesi…”. E ancora: “Ero entrato liberamente al servizio delle SS attive, la divisa nera mi era diventata troppo cara perché potessi desiderare di spogliarmene” Queste parole smascherano il vero Höss. C’è qualcosa che non convince in questa autobiografia. Incongruenze, ambiguità. Lui era lì a fare il suo lavoro. Era un militare. Non era sua la colpa se gli ordini prevedevano di gasare uomini, donne e bambini. Dice:” Per volontà di Himmler, Auschwitz divenne il più grande centro di sterminio di tutti i tempi. Allorché, nell’estate del 1941, mi comunicò personalmente l’ordine di allestire ad Auschwitz un luogo che servisse allo sterminio di massa, e di realizzare io stesso tale operazione, non fui in grado di immaginarne minimamente la portata e gli effetti. In effetti era un ordine straordinario e mostruoso, ma le ragioni che mi fornì mi fecero apparire giusto questo processo di annientamento. A quel tempo non riflettevo: avevo ricevuto un ordine ed era mio dovere eseguirlo.” Mi chiedo perché usi la parola “straordinario”. Parla di ragioni che lo hanno convinto, eppure non le elenca. In questa autobiografia spesso Höss dice “non capivo”, “non riuscivo a comprendere”. Moravia parla di un uomo egocentrico in una società di egocentrici. Ha ragione. Troppo preso da se stesso non vede al di là del proprio naso. Un uomo che ad un certo punto della sua vita si è chiuso in una comoda corazza fatta di idee folli alimentate da una società anormale come quella nazista. Come può Höss parlare dei bambini zingari nel campo di concentramento “colpiti dall’epidemia infantile Noma, che non potevo mai guardare senza orrore e che mi ricordavano i lebbrosi che avevo visto a suo tempo in Palestina: i loro piccoli corpi erano consunti, e nella pelle delle guance grossi buchi permettevano addirittura di guardare da parte a parte; vivi ancora, imputridivano lentamente” e poi accennare ai suoi stessi figli “ogni domenica i bambini mi costringevano a fare lunghe passeggiate per i campi, a passare in rassegna le stalle, ne potevo trascurare i canili. [...] D’estate, sguazzavano nella vasca del giardino, o nella Sola (fiume a nord di Auschwitz). Ma la loro gioia più grande era di poter avere con sé il paparino Purtroppo, questi aveva poco tempo da dedicare ai giochi infantili.” senza collegare le due situazioni? Spesso dice di sentirsi a disagio, di soffrire per la sorte dei detenuti. Ma è evidente che si tratta solo narcisismo. Per quanto tenti di dire il contrario non c’è traccia in lui di incertezza riguardo il credo nazista. Vuole solo ingannare il lettore. Troppo spesso gli sfuggono frasi che rivelano la sua vera identità. Per esempio dice di provare “conforto” per aver trovato un metodo di sterminio tramite il gas che evitasse le sanguinose fucilazioni. Prima afferma di non avere nulla di personale contro gli ebrei. Poi dice che gli ebrei portano la corruzione ad Auschwitz, che sono insensibili alle sofferenze dei loro simili, che da loro non traspare il minimo turbamento anche di fronte alla morte dei loro parenti. Insomma non riesce a trattenere quelle che sono le sue vere idee. E fino all’ultimo ne rimane convinto. Ammette che lo sterminio degli ebrei fu un errore. Ma sembra parlarne come di un errore di strategia. In lui non c’è vero pentimento come dice Moravia e come Höss stesso afferma nelle ultime pagine:”io sono nazionalsocialista come prima, nel senso che questa è la mia concezione di vita.” Dopo aver letto questo libro provo più sfiducia nell’idea che gli uomini possano un giorno vivere in pace. Ancora oggi troppe persone cedono alla comodità di idee meschine per presunto pragmatismo e sono pronte a scaricare le eventuali colpe delle loro azioni alla situazione, alla società. Dice bene Moravia: Höss è una persona normale solo se inserito in una società anormale. Il vero pericolo è quindi che si crei un ambiente anormale in cui il razzismo sia considerato qualcosa di normale. Senza quest’ambiente il singolo razzista è debole. Mi chiedo se, al giorno d’oggi, siamo in grado di evitare il crearsi di una società anormale quando sembra che ottenere successo sia più importante di qualsiasi cosa. Andrea Teodorani.

[...] Nella primavera del 1942 giunsero i primi trasporti di ebrei dall’Alta Slesia, tutti individui da sterminare. Vennero condotti dal luogo dell’arrivo alla fattoria – il primo bunker – attraverso i prati di quello che sarebbe poi stato il settore numero 2. Aumeier, Palitzsch e altri Blockfuhrer li guidavano, discorrendo con loro degli argomenti più innocui e informandosi delle loro professioni e mestieri, per meglio ingannarli. Giunti alla fattoria, gli ebrei dovettero spogliarsi. All’inizio entrarono tranquillamente nelle sale dove dovevano subire la disinfestazione, ma in breve alcuni cominciarono ad agitarsi e a parlare di soffocamento, di sterminio. Nacque così un’atmosfera di panico, ma subito quelli che erano ancora fuori vennero spinti nelle sale e le porte sbarrate. Per i trasporti successivi, si provvide in tempo a individuare gli elementi più irrequieti, per poterli tenere d’occhio. Se cominciavano disordini, gli elementi turbolenti venivano portati dietro la casa senza dare nell’occhio, e qui uccisi con armi di piccolo calibro, affinché gli altri non si accorgessero di nulla. Anche la presenza del Sonderkommando (prigionieri ebrei usati come aiutanti dalle SS) e il suo contegno tranquillizzante servì a calmare gli irrequieti e i sospettosi. Ancor più induceva alla tranquillità il fatto che alcuni uomini del Sonderkommando entrassero con i deportati nelle sale e rimanessero con loro fino all’ultimo momento; anche un milite SS restava fino all’ultimo sulla porta, Era della massima importanza che tutta l’operazione dell’arrivo e della svestizione avvenisse in tutta calma, che non ci fosse grida, eccitazione. Se qualcuno non voleva spogliarsi, altri che l’avevano già fatto, oppure quelli del Sonderkommando, dovevano intervenire per aiutarli. Anche i più ostinati venivano così persuasi e spogliati, con le buone maniere. I prigionieri del Sonderkommando badavano anche a che l’operazione procedesse con grande rapidità, affinché le vittime non avessero troppo tempo per meditare su quanto sarebbe avvenuto. In generale, lo zelo con cui costoro provvedevano a far spogliare i deportati e a condurli dentro era assai singolare. Non ho mai saputo né visto che dicessero una mezza parola ai deportati sulla sorte che li attendeva. Al contrario facevano di tutto per ingannarli, e soprattutto per calmare i sospettosi. Anche se non credevano ai militi delle SS, costoro dovevano pur credere con piena fiducia ai loro compagni di razza (infatti i Sonderkommandos, appunto per infondere fiducia e tranquillità, erano composti sempre di ebrei provenienti dalle stesse regioni in cui erano in corso volta per volta le deportazioni). Si facevano raccontare della vita nel campo e, per lo più, si informavano delle condizioni di conoscenti o familiari giunti con trasporti precedenti. Ed erano interessanti le capacità di mentire da parte degli uomini del Sonderkommando e la loro forza di persuasione, i gesti con cui sottolineavano le proprie parole. Molte donne nascondevano i bambini lattanti nel mucchio degli abiti. Ma gli uomini del Sonderkommando vigilavano, e a forza di parole riuscivano a persuadere a riprendersi i bambini. Esse credevano che la disinfestazione potesse essere nociva ai piccoli, e per questo li nascondevano. I bambini piccoli per lo più piangevano durante la svestizione, impressionati da tante novità, ma quando le madri, oppure quelli del Sonderkommando, gli parlavano dolcemente, si calmavano e si avviavano tranquilli nelle camere a gas, stuzzicandosi l’un l’altro o tenendo in mano giocattoli. Ho notato che donne le quali intuivano o addirittura sapevano ciò che le attendeva, pur con l’angoscia della morte negli occhi, trovano la forza di scherzare con i figli, di parlargli amorevolmente. Una volta una donna passando mi venne vicina e sussurrò, indicandomi i suoi quattro figli, che aiutavano fraternamente i più piccoli a superare gli ostacoli del terreno: – Come potete avere il coraggio di ammazzare questi bambini? Ma non avete un cuore nel petto? – Un altro vecchio, nel passarmi davanti mormorò: – la Germania sconterà duramente questo assassinio in massa degli ebrei .- E i suoi occhi ardevano di odio. Pure, entrò coraggiosamente nella camera a gas, senza curarsi degli altri. Sopra tutti gli altri mi colpì una giovane, che correva freneticamente avanti e indietro, aiutando i bambini e gli anziani a spogliarsi. Durante la selezione aveva accanto a sé due bambini piccoli; mi avevano colpito la sua eccitazione e in generale il suo aspetto: non sembrava affatto un’ebrea. Ora      non aveva più i bambini accanto a sé. Fino all’ultimo si diede da fare per aiutare alcune donne che avevano parecchi bambini, parlando con loro gentilmente, calmando i bambini. Fu tra gli ultimi ad entrare nel bunker. Sulla soglia si fermò e disse:- Ho saputo fin da principio che ad Auschwitz saremmo stati gasati. Quando avete fatto la selezione ho evitato di essere messa tra gli abili al lavoro, perché volevo seguire i bambini. Volevo fare questa esperienza in piena coscienza. Spero che presto tutto sarà finito. Addio.  [...]

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