Archivio di Novembre, 2009

Racconto/L’assicurazione

di ettore tombesi

- Chi è Monica? -
- Sono io!-
In fondo all’ufficio la sua mano si alza come all’appello, a scuola. Il lungo serpentone di scrivanie grigie divide i clienti dagli impiegati. La luce del sole sbatte sulle veneziane blu delle grandi vetrate e sovrasta le luci al neon.
Non mi piacciono gli uffici. È tutto troppo tecnico e poco umano. Preferirei parlare direttamente con il signor Lloyd, anche se so perfettamente che otterrei lo stesso risultato con un semplice impiegato.
- Ci siamo sentiti ieri per telefono, per la polizza del camper che sto acquistando.- Dico.
- Si accomodi.- Mi tende la mano e mi indica la sedia sedendosi a sua volta.
Ha i capelli lunghi e ondulati, grossi e castani. Sono puliti e curati.
- Ho preparato il preventivo.- Mi dice.
Ha la fronte ampia, senza una ruga di espressione. Gli occhi sono castani e distanti fra loro, ben disegnate le sopracciglia ed il trucco è curato.
Appoggio il casco ed il giubbotto su una poltrona poco distante ed incrocio lo sguardo di una signora seduta alla scrivania di un ufficio che in realtà è una scatola di vetro.
La saluto con un gesto del capo ed un sorriso, ma è al telefono e si gira per non perdere la concentrazione.
Cerco anch’io di concentrarmi, prima di infilarmi nei soliti discorsi tecnici e odiosi e inutili e burocratici.
Monica è robusta e indossa una maglia scollata, nera di cotone e con maniche corte.
La parte destra della maglietta le è scesa dalla spalla e si vede la spallina del reggiseno rosa.
Il seno è pesante.
Mentre parla gesticola con garbo e la maglietta continua a scendere di lato.
Sposto lo sguardo verso i suoi occhi, ma non per molto.
Sono attratto dal suo collo e dalla sua spalla robusta.
Ha la pelle giovane e liscia ed il suo collo è perfetto. Il mio sguardo continua a scivolare verso il suo seno.
- …e questa è la polizza base .- Dice.
Mi distraggo e non capisco se si è accorta della spallina. Mi sembra che lo sappia ma che non sia così importante.
Poi lei abbassa lo sguardo verso il monitor del computer e cliccando con il mouse continua a parlare ed a interpretare la sua parte di impiegata ed io ho ancora tempo per guardarla.
Il tendine del muscolo pettorale parte da sotto l’ascella e io ne vedo solo qualche centimetro, ma poi sparisce sotto l’abbondanza del seno.
Non vedo la coppa del reggiseno. Deve essere un modello molto scavato e quasi si intravede l’aureola del capezzolo.
- E’ un ducato Fiat .- Le dico.
Lei continua il suo lavoro e guarda i miei occhi ed il monitor. Ogni volta che non mi guarda, io guardo il suo seno.
Sento il cuore che pompa sangue nel mio sesso e mi stupisco e non ho il tempo di pensare ad altro che allo stupore e poi ancora un’altra pompata e questa volta cerco di bloccare il flusso dell’eccitazione. Accavallo le gambe e lei mi guarda e io distolgo lo sguardo dal suo seno e lei continua a parlare.
- Quindi ha 127 cavali?-
- Si! – Dico.
Lei continua a parlare e solo ora mi accorgo che in agenzia ci sono solo impiegate donne.
La mia voce è impostata e diretta e sono sicuro che tutte mi stanno ascoltando.
Non ho una brutta voce e non sono un brutto uomo.
Una cliente continua a dire che non è giusto pagare una polizza infortuni che non preveda risarcimenti danni per la frattura delle costole solo perché non si può fare l’ingessatura, e continua e l’ascolto lontana, persa al di là di scrivanie che non sono la mia, lontana cento chilometri da me che ora, lì, stavo per avere una erezione.
- Certo che è un bell’inizio! – Dico.
- Come dice scusi? – Chiede Monica.
- Nel senso, che iniziare un nuovo rapporto con un’assicurazione ed ascoltare la signora che si lamenta del fatto che non la risarcite, non è il massimo. – Dico con le gambe accavallate.
- Non ci faccia caso, poi domani ritorna. Fa sempre così. – Dice.
Ma questa volta fa un gesto veloce con la testa per indicare la signora ed il seno si scopre ancora ed io mi ci infilo con tutto lo sguardo e poi lo rialzo per non farmi scoprire e poi come lei ripunta il monitor mi rituffo dentro il suo seno con lo sguardo ed il cuore pompa altro sangue ed allora blocco il flusso. Anche se non so come.
Adesso le dico della maglietta, penso, ma poi mi fermo e penso all’imbarazzo reciproco, e a come dirlo.
- Scusi, lei ha un seno mezzo fuori e dal momento che è molto carina e giovane lei mi eccita e a me non sta bene. -
Non è possibile, non posso uscirne in questo modo. Lei non sa cosa penso e quindi non mi scompongo.
- Buon giorno, mi scusi sa, ma devo vedere una cosa .- Dice un’altra impiegata avvicinandosi.
Le due donne parlano e così riesco a distrarmi e penso, guardandomi in giro, alla quantità di armadietti che archiviano chili di carta, alle stampe dai colori etnici appese alla parete.
La parete alle spalle di Monica. Un nome qualsiasi di una bella ragazza sui 25 anni, come ce ne sono tante.
Come è potuto accadere che la vista di un semplice e pesante seno, e soltanto mezzo nudo, mi abbia potuto eccitare in quel modo?
- Come le dicevo al telefono, bisogna attendere qualche minuto per il preventivo. La sede deve verificare .- Dice.
Quando avevo 25 anni, pensavo che gli uomini di 50 che insidiavano le ragazze cosi giovani, fossero depravati e che io a quell’età non avrei mai e poi mai avuto di questi problemi. Non potrei mai fare sesso con una che potrebbe essere mia figlia, pensavo.
Avere una erezione stoppata, in un ufficio di assicurazioni non è una cosa consueta e penso che non finirò mai di stupirmi di come mi attraggano le donne.
Si riavvicina l’altra donna e continua a parlare e ad occuparsi di alcuni passaggi della mia polizza.
- Poi domani ti fai spedire per fax il certificato di proprietà .- Dice a Monica guardandomi.
Lei si chiama Claudia, così l’ha chiamata Monica. Indossa un paio di jeans attillatissimi che mettono in risalto le gambe leggermente arcuate, gambe di chi va a cavallo. Il muscolo che si stacca dalla natica e arriva fino alla parte posteriore del ginocchio è molto sviluppato. Riempie il pantalone ed è perfetto sotto al culo. La camicetta blu ha l’allacciatura sulla schiena ed i tre nastrini legati lasciano gran parte della schiena nuda, abbronzata e muscolosa. I capelli a caschetto sono curati ed è più grande di Monica. Finalmente si sposta e la vedo camminare da dietro e vedo le scarpe con i tacchi alti. Un’andatura da mangia uomini. Il cuore pompa altro sangue.
- Quindi lei, quando avrà eseguito il passaggio mi manderà un fax ed io poi le spedisco il tagliando.- Dice.
Muovo la testa per annuire e mi muovo sulla sedia.
La punta del mio piede sbatte contro il fondo della scrivania, fa rumore e io chiedo scusa.
- Così domani quando torna facciamo la polizza vera e propria .- Continua lei.
Domani la rivedo, penso. Potrei spingermi oltre e provarci, ma non voglio, non mi interessa avere una storia con lei.
Anche se mi sono eccitato come un ragazzino non mi interessa infilarmi in questo tunnel, non mi serve, non ne ho bisogno, non lo voglio.
Amo mia moglie che conosco da 30 anni e con lei sto bene e mi eccito e mi piace fare l’amore con lei.
- Che lavora fa ? – Mi chiede.
- Sono artigiano, piastrellista .- Dico.
- Che coincidenza, in questo momento a casa mia, un piastrellista mi sta montando il bagno.- Dice Monica.
Buon per lui, penso. Magari il tipo non si fa tanti scrupoli come me.
Magari non è sposato e innamorato e ci può provare, con una ragazza così.
- Tu non sei sposata, non vedo la fede .- Dico.
Mi accorgo che si mangia le unghie ed ha le mani piccole.
- No, no, vivo da sola .- Dice.
Non dico più nulla. Siamo andati oltre i limite che mi sono imposto, anche se sento ancora il mio sesso che spinge alle orecchie, e che ancora ci potrei provare, ma non posso. Non voglio. Non posso tradire mia moglie e soprattutto me stesso.
In passato ho conosciuto il tradimento. Sono stato tradito ed ho tradito.
Prima di sposarmi ho rubato dei soldi alla mia futura moglie e mi sono sentito una merda per aver tradito la sua fiducia.
Prima ancora, quando ero bimbo, avevo tradito la fiducia del mio miglior amico. Perché volevo giocare con un altro che aveva dei giochi più nuovi dei suoi. Mi chiamava dalla strada mentre ero alla finestra della mia stanza e mi chiedeva, piangendo, di scendere per giocare con lui ed io niente, impassibile. Gli urlavo di andarsene perché non lo volevo più per amico.
Ma poi mi sentii molto male, e quando poi lo incontravo e lui non mi salutava, aveva ragione, mi dicevo.
Era giusto così, faceva bene così.
- A minuti mi arriva il preventivo .- Dice.
Continuo a muovermi sulla sedia ed ad urtare con il piede la scrivania facendo rumore, ma non mi interessa più di tanto. Monica si aggiusta i capelli, tirandoseli dietro con le due mani, facendo un gesto con grazia tutta femminile e poi si aggiusta leggermente la maglietta ma non riesce a coprire abbastanza ciò che ho immaginato.
Quante donne ho avuto e quante ne ho vedute, e non è possibile che un seno coperto mi possa aver eccitato e ripenso
ai giorni trascorsi al mare, quando lavoravo come salvataggio e vedevo sfilare sulla battigia le donne in bichini.
Una specie di parata, di concorso di bellezza.
Eppure, pensavo, non mi sono mai eccitato in riva al mare.
Il giubbotto. Penso al giubbotto appoggiato poco distante.
- Voi fate il caffè?- Chiedo.
Monica fa una faccia buffa, come se si stesse chiedendo se ha sentito bene.
- Mi andrebbe un caffè. – Indico con un movimento del viso la macchinetta in fondo al corridoio.
- Certo, così ne approfitto. Nel pomeriggio mi fermo in palestra, questa qui di fianco, poi mangio qualcosa e il caffè lo prendo in ufficio. E’ molto buono. – Dice e si alza.
Scatto in piedi per prendere il giubbotto, e mentre sono in piedi, incrocio nuovamente lo sguardo della donna nell’altro ufficio.
Lei è seduta e questa volta non è al telefono, sembra che non stia facendo nulla.
Voglio che mi guardi negli occhi, penso con tutte le mie forze. Prego che non abbassi lo sguardo verso il cavallo dei pantaloni. Non saprei come nascondere il rigonfio dei pantaloni, finché non agguanto il giubbotto. La signora guarda altrove.
Sono sudato. Cerco la posizione più comoda possibile. Allargo le gambe e sento che mi sta passando. L’eccitazione finisce. Tutto sta tornando normale.
Anche Monica ritorna, con in mano il mio caffè.
Fortunatamente basso, come piace a me.

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Novembre 25, 2009 Pubblicato in: Racconti   Leggi Tutto

Poesia/Sul molo della mia giornata

di Patrizia Pirina

Sul molo della mia giornata
il fermento
di bastimenti
carichi a metà.

Corridoi di voci
e accordi

accanto all’ancora amara
di mute occhiate vocianti.

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Novembre 25, 2009 Pubblicato in: Poesia   Leggi Tutto

Racconto/Chihuahua

di stefano venturini

Stavo tosando l’erba in giardino, poi Laura apparve sulla porta di casa e cominciò a sbracciarsi. La guardai sotto il fulgido sole dell’estate: con indosso il suo grembiule variopinto sembrava una piccola matriosca. Come un vigile nel traffico, agitava le braccia nell’aria afosa del primo pomeriggio. Spensi il tosaerba.

“C’è Luca al telefono”, disse sbuffando.

Presi il fazzoletto dalla tasca dei pantaloni e mi asciugai il sudore dalla fronte. Chiusi gli occhi e piegai la testa all’indietro in cerca di un po’ d’aria, ma fu inutile. Piantai lì tutto e andai a rispondere. Ci salutammo e lui mi chiese se andava tutto bene.

“Non c’è male”, risposi. “A parte il caldo torrido”.

“Già, è insopportabile. Io e Isabella stiamo pensando di farci installare una piscina”.

Era sempre felice quando annunciava qualcosa di nuovo per la loro casa. Come la volta che avevano passato un intero pomeriggio ad incollare dei pezzi di pietra grezza sulle pareti. “Devi vedere che lavoro abbiamo fatto”, mi aveva detto al telefono subito dopo. Aveva ancora il fiatone.

“Una piscina vera?”

“Sì, sì, vera. Certo. Mica gonfiabile. Abbiamo tutto lo spazio che vogliamo”.

“E quanto ti costa un affare del genere?”

“Tantissimo. Ma non c’è problema. Usiamo il gruzzoletto”.

Chiamava così i suoi risparmi. Luca era un vero lavoratore. Faceva un sacco di ore di straordinario in azienda, tutte in nero. Quei soldi non li depositava mai in banca. Li infilava dentro il rosone della chitarra classica senza corde che teneva sotto il letto. Sono lì solo per le grandi occasioni, diceva. Solitamente, per i lavori alla casa.

“Come va con Isabella?”, gli chiesi.

“Bene, bene”, si sbrigò lui.

Non lo sopportavo quando faceva così, perché sapevo che tra loro c’erano grossi problemi. Isabella ne aveva parlato a Laura. Per lui, invece, che fossero felici, tristi o incazzati, andava comunque sempre tutto bene. Avrei voluto aiutarlo ma non potevo, se non si apriva con me. Diceva che eravamo buoni amici, ma questa cosa mi impediva di crederci fino in fondo, e ci stavo un po’ male.

“Vi unite a noi per cena?”, mi chiese con entusiasmo. “Apparecchiamo in veranda. Fa fresco di sera. Così vi facciamo conoscere Oscar”.

“Chi è Oscar?”

“E’ una sorpresa. Dimmi che ci sarete”.

Mi grattai la nuca. Non sapevo cosa rispondere. Frequentarli era diventato impossibile. Se ne stavano buoni per un’ora, poi iniziavano a litigare. Lei era noiosa, non le andava mai bene nulla di Luca: e lasciami parlare, non interrompermi, e cosa dici, e cosa fai, e come tieni la forchetta, e mastica piano e di qui e di su e di giù. Lui non diceva niente; alzava gli occhi al cielo e sbuffava. Teneva tutto dentro, e chissà cosa le diceva, quando rientravano a casa. Insomma, stavo per dire di no, accampando una scusa. Poi pensai che forse era una buona occasione per tirare fuori i loro problemi e parlarne. Così dissi:

“Va bene. Basta che non litighiate troppo”.

“Ma no. Figurati”, rispose lui raggiante.

“Gliel’hai detto che se litigano non ci andiamo?”, disse Laura. Era seria e si capiva che non aveva nessuna voglia di vederli.

“Mi ha promesso qualcosa, alla sua maniera”.

“Non è sufficiente”.

“Lo so. Stavo per dirgli di no, ma a me piacerebbe aiutarli”.

“Io non voglio rovinarmi il sabato sera, come l’ultima volta”.

Non potevo darle torto. Eravamo andati al cinema a vedere Moulin Rouge, e durante una scena romantica, Laura stava tirando su col naso, Isabella e Luca si erano messi a discutere, prima a voce bassa, bisbigliando rumorosamente, poi con un tono più acceso che disturbava la sala. “Ti avevo detto di spegnerlo. Non mi interessa se hai messo la vibrazione!”, aveva detto lei. “No. C’è mio fratello che mi aggiorna sul posticipo di campionato”, aveva risposto lui. “Spegnilo, ho detto! Mi dà fastidio”. Il tizio dietro di loro si era piegato in avanti scocciato, appoggiando le mani sui loro poggiatesta: “Zitti, per favore!”. Non c’era stato verso; i nostri amici avevano continuato a brontolare fino a diventare insopportabili. Dal fondo della sala qualcuno aveva fatto: “Ssshhh!”. “Fate silenzio. Basta!”, lo avevano seguito altre voci. Luca e Isabella si erano alzati per uscire, tra gli insulti di tutti. Lei teneva in mano un’enorme ciotola di carta ripiena di pop corn, e come aveva cominciato a far alzare gli altri per andarsene, aveva rovesciato palline bianche addosso alla gente e per terra. Mi era sembrato che, nel buio, le loro parole si fossero condensate in bitorzoli che ora saltellavano ovunque, invadendo ognuno e ogni cosa.

“Diamogli un’altra possibilità, dai”, dissi a Laura.

“Sai che non discuteremo mai con loro, dei loro problemi. Isabella parla solo con me, e Luca con te non si apre, lo conosci”.

“Tu dici che il loro vero problema è il figlio che lei desidera e lui non vuole. Ok. La cosa crea tensione. Ma è mai possibile che litighino sempre su tutto? Su cos’è che vanno d’accordo? Nemmeno su cosa guardare in televisione. Per me c’è qualcosa che non sappiamo”.

Laura prese detersivo e spugnetta da sotto il lavandino, per sgrassare i fornelli. Iniziò a grattare forte, e ogni tanto, con un dito, si spostava i capelli dal viso. Ben presto l’aria profumò di limone. Poi prese la scopa e mi intimò di uscire e di non entrare finché non avesse finito.

“Dami un chinotto”, le dissi.

Mi misi a bere nel corridoio, mentre la guardavo rassettare.

“E comunque trovo che siano due persone molto diverse”, continuai.

“Forse”, disse lei, mentre ammucchiava sul pavimento le briciole del pane.

“Forse? Dimmi che passioni condividono? A lui piacciono il calcio, i videogiochi, il poker e le scommesse. A lei? La lettura, che lui odia. Poi cos’altro? I talent show e non fare assolutamente nulla nel week end”.

“Beh, ognuno ha i suoi gusti. Non per questo due persone non possono volersi bene”.

“D’accordo. Però, senza interessi comuni, prima o poi l’ingranaggio si rompe. E’ fisiologico”.

“Lei è frustrata. La comprendo, poverina. Ha trentotto anni, ha paura di invecchiare e di sentirsi dire che non potrà più avere figli. Sta’ male per l’atteggiamento egoistico di Luca. Non capisce perché lui sia così indifferente al suo desiderio di maternità”.

Laura si fermò e si raddrizzò, tenendo la scopa come una bandiera. Fece un bel respiro per riprendersi dallo sforzo.

“Dammi un goccio”, disse.

Le passai il chinotto, e dopo un sorso contorse il viso per il pizzicore fresco delle bollicine in gola.

“Comunque, conosceremo Oscar”.

“E chi è?”, fece lei toccandosi la gola e passandomi la lattina.

“Non me l’ha detto. Vogliono farci una sorpresa”.

Laura aprì il frigorifero e ci guardò dentro. Tossicchiò. Poi picchiettò su una grossa anguria con le nocche e annuì soddisfatta.

“Che dici? Portiamo questa?”

“Ma sì”.

La tirò fuori e la mise sul tavolo. Poi disse:

“Avranno preso un cane”.

“Non saprei. A Luca neanche piacciono gli animali”.

“Ma se ha comprato quel immenso acquario che tiene in soggiorno”.

“Per arredare la stanza. Di quello che ci nuota dentro gli frega poco. Non pastura quasi mai, e al mattino si ritrova i pesci morti che galleggiano. Una volta gli ho detto: “Tanto vale che lo lasci vuoto”, e lui mi ha risposto: “Sì, con quello che l’ho pagato””.

“Ma poi che divertimento è, guardare quei poveri pesci? Vorrei vedere se foste chiusi  voi, in una gabbia di vetro, con qualcuno che dall’altra parte vi fissa tutto il tempo”.

Quando arrivammo, Luca era sulla porta di casa. Ci accolse con il sorriso, ci strinse le mani e ci fece entrare. Io gli passai l’anguria che tenevo in un sacchetto della spesa.

La stanza era in penombra. L’unica luce proveniva dall’acquario, il cui ronzio e lo scrosciare dell’acqua riempivano il vuoto. Guardai i pesci guizzare come proiettili, ed ebbi la sensazione che fino ad un attimo prima in quella casa ci fosse stato silenzio.

Mi spostai in veranda, dove la tavola era apparecchiata. Tante piccole candele accese  erano sistemate ovunque, e le fiammelle, che vibravano sotto il palmo dell’imbrunire, creavano un’atmosfera rilassante. Si respirava profumo d’incenso, e una leggera brezza, che puliva l’aria dall’umidità, allontanava per sempre l’afa del giorno.

Rientrai, mi sedetti sul divano e fissai i pesci. Ce n’erano di diversi tipi: gialli, rossi, bianchi, lunghi, corti, piccoli e grandi. Piante ondeggianti come lingue salivano al cielo, mentre sul fondo, tra i sassolini dell’oceano, resti di antiche civiltà riposavano perdute nel tempo. La luce al neon illuminava come un faro, scottava come il sole e abbagliava la vista. Osservai alcuni pesci boccheggiare silenziosi, e rimasi affascinato quando, dietro di loro, un brivido di bollicine scosse l’acqua, risalendo in superficie.

“Quale di questi pesci è Oscar?”, chiesi sorridendo.

Luca adagiò l’anguria nel lavandino e aprì l’acqua per tenerla al fresco.

“Oscar non è mica un pesce”, mi rispose ridendo, senza voltarsi. Poi prese dal frigorifero quattro bottiglie di birra, mi sorrise, e le portò in tavola.

“Dove è Isabella?”, chiese Laura.

In quel momento Isabella uscì dalla camera da letto. Teneva in braccio qualcosa, ma nella soffusa oscurità non riuscivo a capire che cosa. Mi alzai dal divano, e con Laura le andai incontro.

“Vi presento Oscar!”, disse emozionata Isabella.

Laura le si avvicinò ancora un po’ e:

“Un cane! Te l’avevo detto!”, esclamò.

“Un cucciolo di chihuahua”, precisò Luca. “Di soli venti giorni. Voi non ci crederete, ma il piccolino, lì, mi è costato più di mille euro”.

Non avevo mai visto un chihuahua da vicino. Era piccolo e brutto. Sulle prime mi era  sembrato un pipistrello beigiolino senza ali. Non mi sembrava una bella cosa da dire, nemmeno per scherzo. Così feci finta di nulla e cercai di assecondare l’entusiasmo dei nostri amici.

“Isabella ha insistito tanto. Ho voluto accontentarla”, continuò Luca, orgoglioso. “A quanto pare va matta per ‘sti cani”.

Laura accarezzò Oscar sul musino.

“Che brutto. Sembra un pipistrello”, disse voltandosi verso di me.

“Stupida!”, disse Isabella sorridendo. “Lui è il tesoro della mamma”.

Iniziò a fare su e giù come si fa coi neonati per fargli fare il ruttino.

“Oooh. Oooh”, cantilenava, mentre lo riportava in camera da letto per farlo riposare.

Dopo pochi minuti ci sedemmo a cenare. Isabella portò in tavola una ciotolona di riso freddo, un piatto di salumi e del formaggio. Dalla piccola fontana, in giardino, l’acqua iniziò a zampillare alta, ricadendo in uno scrosciare di applausi, mentre il cielo, sempre più scuro, tagliava su di noi una fetta di luna.

“L’apriamo sempre quando mangiamo”, disse Luca indicando la fontana. “Spero non vi disturbi. Per noi è molto rilassante”.

“No, anzi”, dissi io.

“Sì, infatti”, disse Laura.

Prima di iniziare a mangiare, Luca ci propose un brindisi. Riempì i bicchieri di birra e disse:

“Viva le coppie felici!”

Alzammo i calici, con la birra che si agitava tra le nostre mani.

“Alle coppie felici!”, disse ancora. “Viva!”

Subito dopo accadde qualcosa di inaspettato: Oscar abbaiò.

Io e Laura non ci facemmo molto caso; era normale che un cane abbaiasse. Gli occhi di Isabella, invece, si riempirono di stupore, spalancati come fari nella notte.

Disse: “Luca, hai sentito? Luca!”

Luca era ancora gasato per il brindisi. Si limitò a dire:

“Oscar?”

Un’irrefrenabile gioia si impadronì di Isabella e un sibilo le uscì strozzato dalla gola troppo stretta.

“Oh Dio! Oh Santo cielo! E’ stato proprio il mio piccolo Oscar?”

Laura mi guardò e sorrise stupita.

Isabella si alzò dalla sedia e corse in camera da letto. Tornò con Oscar in braccio.

“Rifallo su, rifallo, tesoro mio”, diceva. “Fai sentire ai nostri amici quanto sei bravo”.

In quel momento Luca balzò in piedi con il bicchiere in mano:

“A Oscar, il cane parlante!”

Oscar allungò il musino verso il nostro tavolo, attirato dai profumi del cibo; cercò più volte di divincolarsi dall’abbraccio materno di Isabella, senza riuscirci. Poi fece uno strano verso, come uno starnuto, e si pisciò addosso. Scoppiammo a ridere vedendo il getto di pipì disegnare un arco nell’aria. Isabella allontanò il cucciolo dal  suo petto e dal tavolo, e lo portò di corsa ai piedi del divano, sistemandolo su un asciugamano bianco, steso proprio dove avevo messo i piedi poco prima. Mi guardai le suole delle scarpe.

“Mi sa che l’ho pestata”, dissi.

Luca, che nel frattempo si era preoccupato di prendere un panno per Isabella, disse: “Impossibile. Oscar non la fa mai lì. Glielo stiamo insegnando, ma non c’è nulla da fare. Aspetta che uno di noi lo prenda in braccio e la schizza per tutta casa”.

“Da bravo, su, Oscar. Devi farla qui, la pipì, capito?”, diceva Isabella, rimproverando con amore il suo cucciolo.

Dopo pochi minuti i nostri amici tornarono al tavolo, lasciando Oscar libero di correre per il prato. I fili d’erba erano più alti di lui. Era una saetta, schizzava a destra e a manca come un’arachide impazzita.

“Adesso gli spuntano le ali e si mette a volare intorno al palo”, disse Laura ridendo.

“Cattiva”, disse Isabella divertita e ancora visibilmente emozionata.

Finimmo i salumi e Isabella portò in tavola un piatto di chele di granchio fritte. Luca ne prese una e l’addentò voracemente.

“Ste, ti ho detto della piscina, no?”, chiese, masticando.

“Sì, al telefono”.

“Quale piscina?”, fece Laura.

Luca si alzò e rientrò in casa. Tornò con un depliant in mano e lo sfogliò fino alla pagina giusta.

“Questa”, rispose, indicandola con la chela mangiucchiata.

Era una piscina enorme.

“Ci sta’ in giardino?”, gli chiesi.

“Certo che sì”.

Si alzò un’altra volta. Sembrava incapace di restare seduto. Si mise in mezzo al prato e allargò le braccia.

“Vogliamo metterla qui, che dite?”

Laura guardò per un attimo Isabella, che sorrise.

“Saremo costretti a togliere la fontana, ma chissenefrega”, continuò Luca. “Non se ne può più di questo caldo insopportabile”.

“Che ne pensi, Isabella?”, chiese Laura.

“E’ stata mia l’idea”, rispose lei.

“Sì”, disse Luca. “E’ da un po’ che ne parliamo. Credo che sia arrivato il momento”.

Luca tornò al tavolo, facendo attenzione a non calpestare Oscar, che gli correva fra le gambe.

“Quanto costa?”, chiese Laura.

“Tanto”, rispose Isabella.

“Tanto? Tantissimo!”, puntualizzò Luca, rivolto a Isabella, come se  avesse detto qualcosa di compromettente. Poi mi guardò e disse:

“Ma chissenefrega. Godiamoci la vita, no?”

Si riempì il bicchiere di birra e prese un’altra chela dal piatto.

Lei lo guardò torva: non aveva gradito. Avrei scommesso che si sarebbe messa a urlare “Non ti permettere, sai! ” o “Non rivolgerti a me in questo modo!”, con la sua tipica cantilena pedante. Invece si trattenne e si girò verso Laura, senza dire una parola.

Il buio era calato come un’ombra su di noi senza che ce ne accorgessimo. Il vento fresco e leggero accarezzava l’erba come dita di una mano e sussurrava tra gli alberi ricolmi di frutti. Le guizzanti fiammelle delle candele ridisegnavano i confini dei nostri visi, delle nostre espressioni e dei nostri occhi, così lucidi e vivi sotto il chiarore della luna. Quella scheggia di silenzio, un’impercettibile sospensione nell’eternità, mi aprì un varco nelle loro vite. Un flash. Così. Improvviso.

Mi sembrò che Luca masticasse quelle chele all’infinito, e che Isabella, in lacrime, cercasse di accarezzare Oscar senza riuscire a toccarlo. Respirai debolezza, fragilità e dolore, tutto d’un fiato. Mi lasciai ferire e poi sedurre da quella visione di pena; una tale compassione che avrei voluto abbracciarli e stringerli con tutte le mie forze.

Ma Luca ruppe il silenzio. Aveva finito la chela.

“Allora, come va nella vostra nuova casa?”, disse.

Si ciucciò le dita di una mano e si pulì un dente.

Quella domanda infranse l’incantesimo, che svanì come caligine nel vento. Fu come se lui si fosse accorto della mia intrusione, e si fosse schermato per impedirmi di andare a fondo. Ci aveva chiesto come andassero le cose nella nostra nuova casa: per lui, noi dovevamo essere il centro dell’attenzione. Provai un profondo fastidio. Che  diavolo c’era di interessante da dire su di noi, eh? Noi stavamo bene, ci amavamo; eravamo fatti l’uno per l’altra. Parlami di voi, invece, Sant’Iddio. Perché ti chiudi come un riccio. Spiegami come fate a stare insieme; come sopportate una tale tortura. Avanti Luca, non fermarti. Mangia, su. Continua a mangiare le tue maledette chele.

“Molto bene”, disse Laura. “E quando finiremo di arredarla sarà perfetta. Dobbiamo solo abituarci alla campagna. Non sentire le auto sulla strada mi fa impressione.”

Laura mi guardò e mi costrinsi a un finto sorriso. Non avevo ascoltato una parola di quello che aveva detto. Ora fissavo Isabella, che scuoteva leggermente il bicchiere e guardava la birra oscillare come le braccia di un equilibrista sopra un filo.

Dissi la prima sciocchezza che mi venne in mente.

“Oggi ho tagliato l’erba per la prima volta”.

Luca aspettò che dicessi qualcos’altro. Poi scoppiò a ridere e disse:

“Wow!”

Mi versò nuova birra.

“Hai sentito Isabella? Brindiamo!”, esclamò alzandosi in piedi.

Era diventata una stupida serata di brindisi. Il cielo ci era testimone: sopra le nostre teste, che era piccoli puntini neri, ribollivano di schiuma i nostri calici, e le sciocche risate di Luca si scioglievano dalla sua lingua perdendosi nella notte.

“Quando vi sposate?”, chiese Isabella.

“Molto presto”, rispose lei stringendosi al mio braccio.

“Siete grandi!”, disse Luca. “Grandi!”, ripeté ancora, dando una pacca sulla spalla di Isabella.

Non ero più dell’umore, e quel gesto mi colpì come un pugno; mi fece arrabbiare. Che cos’era tutta quell’improvvisa complicità? Da dove veniva quell’assurdo entusiasmo?

D’un tratto mi sentii scomodo, su quella sedia. Mi era venuta voglia di rovinare la serata. Volevo che Luca e Isabella litigassero, si azzuffassero, che si prendessero a schiaffi fino a non sentire più le mani. Non me ne fregava più niente.

Incrociai le caviglie sotto il tavolo e mi raddrizzai sulla schiena. Assunsi un espressione seria.

Dissi: “Quand’è che voi deciderete di fare un figlio, invece?”

Rivolsi la domanda a Isabella, sorpresa dalla domanda inaspettata.

L’aria si fermò, e cadde pesante sul tavolo muto. Avevo acceso la miccia; la sentivo scoppiettare nel buio. Nei suoi occhi, invece, brillava il bagliore delle piccole scintille.

Laura mi diede un calcio sotto il tavolo. Io feci altrettanto.

“Possiamo cambiare argomento?”, chiese gentilmente Isabella.

“Piuttosto, perché non apriamo l’anguria?”, si affrettò a dire Laura.

Luca aveva perso il sorriso; si picchiettò il pollice sugli incisivi e, senza farselo ripetere, si alzò e andò in cucina. Chiuse l’acqua del rubinetto e prese l’anguria. La lasciò cadere dalle mani sullo sgocciolatoio, che sussultò facendo vibrare le posate con un tremore metallico. Ci girammo a guardarlo; lui non fece altrettanto. Prese dal cassetto un lungo coltello affilato, lo conficcò all’estremità dell’anguria e iniziò a tagliare.

“Sei impazzito?”, si arrabbiò Laura.

Non la considerai neppure. Guardavo Isabella che giocherellava pensierosa con un nocciolo d’oliva nel piatto.

“Non sono io che devo essere convinta”, si rivolse a me, quasi sottovoce. “E’ lui”. Prese il nocciolo e lo gettò distrattamente nel giardino. Oscar si mise a correre in direzione del lancio e poi nascose il muso nell’erba.

Laura guardò l’amica con un’espressione dolce, in contrasto con quella assunta con me.

“Forse non si sente pronto, Isabella. Ha paura”, disse.

“Questo è quello che dice sempre. Ma secondo me c’è dell’altro”.

“Cioè?”, chiesi io.

Mi resi conto di essere stato troppo diretto e poco sensibile, ma non ci feci caso.

Isabella per un attimo guardò in cucina: Luca stava sistemando le prime fette nel piatto. Poi ritornò su di me:

“Non mi cerca più. Non facciamo l’amore da mesi, ormai”.

“Scusa?”, chiese Laura stupita.

“Sto’ perdendo la pazienza”, continuò Isabella.

“Ma lui che dice? Come si giustifica?”, chiese Laura.

“Che dice? Dice che non lo sa nemmeno lui il perché”.

“Figurati”.

Osservai Luca. Con il coltello toglieva nervoso i semini neri dalla polpa rossa e succosa dell’anguria.

“Penso di non piacergli più”, proseguì Isabella. “E’ successo un fatto molto brutto”.

Io e Laura appoggiammo i gomiti sul tavolo e ci allungammo verso di lei, creando uno spazio intimo da riempire con le parole.

“Rientro dal lavoro come tutti i giorni. Sfilo le scarpe e cammino scalza fino alla nostra stanza. La porta è socchiusa. Mi scappa l’occhio e mi accorgo di Luca. Non mi aspettavo di trovarlo lì, a quell’ora”.

Luca ora mi teneva d’occhio. La mia nuova postura e la voce bassa di Isabella lo insospettirono. Per un attimo aggrottò le sopracciglia e rallentò i suoi movimenti; poi tornò a tagliare come se nulla fosse.

“Potevo solo intravederlo. Era seduto alla scrivania, davanti al computer”.

Laura incrociò le braccia. Teneva la bocca immobile, semiaperta, e gli occhi fissi sull’amica. Io ascoltavo e godevo, stuzzicandomi con l’unghia una gengiva.

Tutt’intorno, il sinistro formicolare delle candele agitava l’oscurità, mentre il colpo metallico della lama sullo sgocciolatoio scandiva il tempo come un pendolo antico.

“Si agitava in modo strano, su quella sedia. Mi sono avvicinata in punta di piedi e ho spiato dentro. E’ stato orribile quello che ho visto. Si stava masturbando. Si stava facendo una sega davanti a un filmino pornografico”.

Isabella si mise una mano davanti agli occhi.

Un colpo di vento mi destò e fu come risvegliarsi. Riportai l’attenzione su di me e sull’ambiente circostante. Sentii di nuovo lo scrosciare morbido della fontana, come se qualcuno ne avesse alzato il volume.

“Madonna”, fece Laura.

C’era tutto in quell’espressione. Voleva dire: “Che schifo”. Significare: “Quanto mi dispiace”. E anche: “Che imbarazzo”. Che altro si poteva dire?

Sentii lo strappo deciso dal rotolo a muro dei tovaglioli di carta. Guardai in cucina: tempo scaduto. Luca prese il piatto, con le fette d’anguria pulite e ordinate.

“Vi sentivo bisbigliare”, disse tornando.

Appoggiò il piatto sul tavolo e aspettò.

“Ho detto che vi ho sentito bisbigliare”, ripeté con un sorriso stretto e retorico.

Rimase in piedi, con le mani appoggiate sul tavolo e la braccia tese. Io lo guardai, ma lui aveva gli occhi su Isabella. Si aspettava da lei una risposta.

“Isabella ci raccontava di Oscar”, disse Laura.

Luca guardò Laura. Poi di nuovo Isabella.

“Davvero? E che cosa raccontavi ai nostri amici?”

“Di come l’avete scelto”, rispose Laura, accennando a un sorrisetto.

“Ma dai. E perché parlava a bassa voce?”, chiese lui sussurrando le parole con un tono di scherno.

Perché, perché. Quanti perché. Siediti e basta, volevo dirgli.

“Non è vero”, disse Isabella. “Non stavo parlando di Oscar”.

Luca appoggiò la lingua sul labbro superiore. Io mi mordicchiavo quello inferiore e Laura contorceva le dita sotto il tavolo.

Isabella cercò di proseguire, ma si sforzò per trattenere il pianto. Gesticolò nel vuoto con le mani, il viso contratto, e poi si passò il dito sotto il naso. Con un filo di voce disse:

“Perché non vuoi più fare l’amore con me”.

I nostri respiri si bloccarono, sospesi nella gola. Di colpo, tutto parve fermarsi. Poi, un improvviso fotogramma impazzito e la mano di Luca scattò in avanti, violenta, rovesciando il bicchiere di Isabella.

“Sei un cretino!”, disse lei.

La birra, schiumosa, si versò sulla tovaglia come un mare in burrasca.

“Vai al diavolo!”, disse lui. “Vai al diavolo!”. “E tu”, aggiunse, rivolto a me, “Che cazzo di domande fai?”

Si mise una mano nervosa tra i capelli. Si sforzò di dire qualcos’altro ma non disse nulla; ci mandò al diavolo con un ampio gesto delle mani e rientrò in casa. Si sdraiò sul divano e accese la tele.

Isabella usava i tovaglioli di carta per asciugare.

“Scusate”, diceva. “Scusate”.

Guardandolo disteso sul quel divano bianco, scuro in volto, mentre schiacciava a caso i tasti del telecomando, lo immaginai davanti a quel computer, con il pene nella mano che faceva giù e su veloce, sempre più veloce: gli occhi bianchi di piacere, e un sibilo perpetuo di godimento che filtrava dalla gola buia e profonda. Ecco, la sua verità.

Luca spense la televisione e si alzò. Tirò un calcetto a Oscar accucciato ai suoi piedi.

“Spostai, idiota!”, esclamò. “Sei sempre in mezzo ai coglioni!”.

Il cagnolino, spaventato, zampettò veloce sotto il tavolo.

“Che fai, idiota!”, urlò Isabella.

“Vaffanculo!”, sbraitò lui.

Se ne andò in camera da letto sbattendo la porta, che si chiuse con un tonfo, risucchiando per un attimo l’ossigeno che stavamo respirando.

Isabella prese in braccio Oscar e lo baciò sulla testa. Si alzò e camminò per il giardino, stringendoselo al viso.

Laura raccolse i piatti e li portò in cucina.

“Lascia stare. Ci penso dopo io”, diceva Isabella.

Io restai seduto. Osservavo la fiamma vibrante di una candela che si contorceva nell’oscurità, sotto il soffio leggero del mio respiro. Mi leccai la punta delle dita e la spensi, facendo scendere su di me il bluastro abbraccio del bagliore lunare. Mi alzai, e spensi tutte le candele, una ad una, restituendo la notte al silenzio. Il richiamo di un gufo lontano, poi più nulla.

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Novembre 20, 2009 Pubblicato in: Racconti   Leggi Tutto

Pagine/si parla troppo di silenzio

Aldo Nove, Si parla troppo di silenzio, Skira

Questa volta non voglio fare passare troppo tempo. Questa volta voglio parlarvi di un libro appena finito di leggere. Un libro che si legge in meno di un’ora. Ne avevo letto su una rivista, Il Venerdì di Repubblica, mi sembra, e una volta saputo di cosa si trattava non potevo proprio farmelo scappare. Sì, perché il libro racconta la storia di un incontro immaginario tra Edward Hopper e Raymond Carver e per quello che mi riguarda sono fra i miei autori preferiti in assoluto.

Quello di Aldo Nove (di cui in precedenza avevo letto solo un paio di racconti) è un sentito omaggio a questi due grandi artisti del novecento americano, al loro modo di sentire l’arte, di viverla e di esprimerla. Con un tono leggero e preciso racconta delle loro vite, dei loro percorsi. Quando i due si incontrano per caso è il 1958. Hopper è già un pittore affermato ed è in viaggio con la moglie Jo in California. Si fermano con la macchina in una cittadina chiamata Paradise e lì incontrano un giovane Carver, appena sposato, che si guadagna da vivere facendo disparati lavori.

Il loro incontro diventa il pretesto narrativo di Nove per mettere in luce le personalità dei due e attraverso le loro voci esprimere il significato dell’essere artisti, le idee che reggono le loro espressioni, l’impegno che sostiene le loro visioni. Il tocco in più di Nove sta nel fare emergere la figura di Jo, la moglie di Hopper, anch’essa pittrice, ma di minore successo. Oltre ad essere il soggetto di molti quadri di Hopper, Jo sembra un personaggio uscito dai racconti di Carver diventando così il legame non detto tra i due. Lei è testimone del processo creativo del marito la cui ombra oscura la sua figura di artista e in lei è chiara questa consapevolezza, ma al tempo stesso comprende che “…Lei è il vero motivo dei quadri di Edward Hopper”. Marco Lumini

Ci capita spesso di tornare a parlare di Carver, delle sue tecniche, dei suoi temi e questa è un’occasione in più. Oltre al fatto che al centro del laboratorio di questa stagione c’è il significato dell’essere artista.

“Negli ultimi anni ho fatto veramente di tutto. Ho lavorato in segheria, ho fatto l’uomo delle pulizie, il fattorino, ho lavorato in una stazione di servizio e ho fatto il garzone in un magazzino e poi ancora il raccoglitore di tulipani. Raccoglievo tulipani di giorno e di notte pulivo l’interno di un drive-in e spazzavo il parcheggio.”

“Un buon apprendistato”, dice il pittore.

“Tutto sommato sì. O meglio. Se potessi tornare indietro non so se rifarei tutte quelle cose. Ma probabilmente sì. E’dalla vita reale che si raccolgono le storie. E le storie più incredibili sono quelle quotidiane.”

“Sono d’accordo con te. E’ quasi scandaloso, per chi è in grado di accorgersene: quanta fantasia c’è nel reale, nella vita di tutti i giorni. Si tratta di ritrarla nel modo giusto, di darle forma o parola, ombra o silenzio, luce che immobilizza o buio che sospende”, continua Hopper guardando il cielo.

“Proprio così. Ma c’è un’altra cosa che considero fondamentale. E’ una cosa che chi fa arte deve avere a qualunque costo”, dice Carver.

E continua: “Anche a costo di apparire banale, parlo della capacità di rimanere a bocca aperta davanti a qualcosa, qualsiasi cosa.”

“Qualsiasi?”

“Ad esempio un frigorifero”, dice Carver.

“O un muro vuoto – replica Hopper -  che poi con la luce vuoto non è mai.”

“Un muro vuoto con davanti un frigorifero. Ecco, il frigorifero. Ricordo con che bocca aperta i miei ricevettero il primo grande frigorifero in casa nostra. E’ un oggetto che siamo abituati a considerare normale, di uso comune. Fa parte delle nostre vite e quindi sparisce nel flusso indistinto di tutto. Ma se una cosa ha avuto un tempo di attesa e magari anche di fine, tutto cambia.”

“Cosa intendi dire?”

“Quando mio padre ha avuto problemi con il lavoro la prima cosa che è sparita di casa è il frigorifero. Rimaneva persistente lo stupore della sua memoria e della sua mancanza. Intendo il frigorifero, non il lavoro di mio padre. Le cose hanno una forza immensa. Era parte della nostra famiglia, capisci? E noi eravamo parte di lui. C’è molto sentimentalismo nelle cose, ma non ha bisogno di essere detto, le cose lo hanno in sé.”

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Novembre 20, 2009 Pubblicato in: Pagine   Leggi Tutto

Creatività/Una cosa piena di mistero

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Eudora Welty, Una cosa piena di mistero, saggi sulla scrittura. Edizioni Minimum fax

La narrativa non è la caverna; e la vita umana, territorio della narrativa, si limita a contenere caverne. Sto solo cercando di esprimere la mia opinione su cosa sia la cosiddetta materia prima senza la sua interpretazione; senza il suo artista. Senza l’atto dell’umana comprensione –che è atto doppio, tramite il quale ci comprendiamo a vicenda- l’esperienza è un vuoto della peggior specie; è cancellazione, nera o prismatica che sia, insensata com’era in effetti quella caverna senza amore. Prima che vi sia un significato, bisogna che si verifichi un personale atto di visione. Ed è questo a venir continuamente proiettato mentre l’autore scrive, e di nuovo mentre noi, ciascuno er sé, leggiamo.

Se questo fa apparire la narrativa come una cosa piena di mistero, penso che ne contenga più di quanto io sappia dire. Non è alla trama, ai personaggi, all’ambientazione e così via che mi sto riferendo; di questo ci occupiamo tutti meglio che possiamo. Il mistero sta nell’uso della lingua per esprimere la vita umana.

Cerchiamo forse di risolvere questo mistero, scrivendo? No, credo che lo affrontiamo in un altro modo. In termini molto pratici, lo riscopriamo. Addirittura, potrei dire, ne approfittiamo.

Come sappiamo, c’è tutto un corpus critico pronto a fornire la propria soluzione, che sarebbe una specie di traduzione della narrativa in un’altra lingua. La critica ci offre un’analisi molto ravvicinata, come quelle cuffie che ci si può ficcare nell’orecchio alle Nazioni Unite quando qualcuno parlara arabo. Mi sembra che lo si possa accettare, ma solo con qualche netta riserva: non certo sul suo acume o valore, ma sul tempo e modo dell’applicazione. Mentre siamo nel bel mezzo della lettura di un romanzo, la possibilità dell’espressione critica “in altre parole” rischia di distruggere , anziché sorreggere, una vera –cioè, immaginifica- comprensione dell’autore. Anzi, è il modo più sicuro di spezzare il legame che lui ha attentamente costruito.

La narrativa è fatta per mostrare la vita umana, per qualche aspetto e porzione selezionata. Uno scrittore ci ha messo un anno di vita, o giù di lì, per scrivere un romanzo che poi potrebbe a sua volta rappresentare per il lettore –fintantochè lo sta leggendo, almeno- qualcosa di importante nella sua vita. C’è una grande possibilità di dare e ricevere. Questo non suggerisce che, almeno nei romanzi, siano state trovate parole per le quali potrebbero non esserci altre parole? Se la narrativa conta qualcosa –e molti ci hanno scommesso la vita, che sia così- per tutta la durata del libro non ci possono essere altre parole.

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Novembre 11, 2009 Pubblicato in: I modi dello scrivere   Leggi Tutto

Racconto/Sorpresa

di vanessa pennacchini

Siamo bloccati alla stazione di Imola ormai da cinque minuti e le porte non accennano a richiudersi. Forse dobbiamo farci superare dall’Eurostar veloce, dice il ragazzo seduto accanto a me.
Guardo impaziente l’orologio. Poi alzo gli occhi sconsolata. Perché ho dimenticato l’iPod?
“Se il tasso continua a salire così siamo rovinati. Mi toccherà andare a fare l’elemosina!”
Sto seriamente pensando di ucciderlo. Sembra convinto che l’intero vagone vada messo al corrente dei suoi problemi con il mutuo e del suo odio per le banche.
Ho cercato di dormire per tutto il viaggio, per farmi cullare dal dondolio del treno. Ma poi, a Cesena, è salito un tipo. Stava parlando al cellulare. Si è seduto davanti a me ed è andato avanti a parlare.

Il mio stomaco brontola. Prendo in considerazione l’idea di fermare il carrello delle schifezze.
Ma devo stare attenta alla linea. Non voglio che Fabio mi trovi appesantita. Non più di quanto lo sia già.
Mi pento di non aver preso la mela abbandonata nel portafrutta, prima di uscire di casa.
Potrebbe stufarsi di questa ciccetta che dice di adorare. Potrebbe innamorarsi invece di una modella sull’orlo dell’anoressia.
Poi arriva un ricordo, a sottrarmi ai morsi della fame.

Il vagone potrebbe essere stato questo. Sono tutti identici.
Stavo andando a Forlì per la lezione di diritto commerciale col regionale delle dieci. Il libro era aperto, ma giaceva a pancia in giù sulle mie ginocchia. L’immagine austera del professor Santi, che illustrava le forme societarie, si era materializzata minacciosa nella mia testa, quando una gamba sfiorò la mia. Aprii gli occhi.
“Scusa, non volevo svegliarti.”
La voce era la più calda e sensuale che avessi mai sentito. Il professor Santi è sparito subito per lasciare posto all’angelo che si stava sedendo di fronte a me.
“Figurati. Non stavo dormendo”.
Spostai le gambe e lo lasciai passare. I suoi profondi occhi neri, il candore del suo sorriso e il suo aspetto volutamente trasandato mi lasciarono senza fiato. Fu lui a rompere il ghiaccio.
“Studentessa?”
“Sono all’ultimo anno di giurisprudenza”.
Gli mostrai il libro. Cominciai a parlargli dei miei studi universitari. Temevo che si annoiasse e si alzasse fingendo di dover andare in bagno. Invece, alla stazione di Forlì, quando ormai avevo già indossato il cappotto, arrivò la fatidica frase.
“Mi piacerebbe rivederti”.
Lo scambio di numeri è venuto da sé ed ora mi ritrovo qui, innamorata pendolare del week end tra Rimini e Bologna.
Assaporo la sorpresa che proverà nel vedermi in questo insolito mercoledì. Il santo patrono di Rimini mi permette di aggiungere una giornata ai nostri sporadici incontri amorosi tassativamente concentrati nei fine settimana. Mi abbraccerà e mi stringerà forte, poi annuserà i miei capelli. Adoro quando lo fa e il mio nuovo shampoo alla vaniglia non farà che allungare quel momento di piacere
Poi mi sfiorerà le labbra con un dito, mi avvicinerà a sé delicatamente e mi bacerà con tutta la sua dolcezza. E ci perderemo nel turbine della passione. E cambierà idea.
“Sai amore. Penso che dovremo rifletterci meglio”.
E’ stata questa la frase laconica che ha buttato lì, davanti al cappuccino del Cafè de Paris. Poi la delusione stampata sul mio volto l’ha spinto a spiegarsi.
“Tu hai il tirocinio allo studio legale a Rimini, io la mia mostra qua. Dico solo che dovremmo aspettare”.
Da due anni ci vedevamo a giorni alterni e la convivenza mi sembrava la conclusione più logica. Sbagliavo.

Al diavolo! Non voglio che stupidi cattivi pensieri rovinino la mia giornata speciale.

Non mi sono neppure accorta che il treno è ripartito, ma ora la voce metallica mi riporta alla realtà.
“Bologna. Stazione di Bologna”. Mi lascio trascinare dall’ondata di gente anonima fin sotto i portici di via Indipendenza. Non rinuncio a lanciare occhiate veloci agli ultimi arrivi che salutano dalle vetrine. Però accelero il passo. Ci sarà tempo per gli acquisti. Un artista ha sempre tempo.
Magari prima mi renderò utile e darò una mano per l’allestimento della mostra. Poi la giornata sarà tutta per noi.
Sorrido al pensiero del caos che animerà quel piccolo grande rifugio. Un locale di ottanta metri quadri, piuttosto spazioso, ma allo stesso tempo così carico di creatività da apparire soffocante.
Il nostro ultimo incontro avrebbe richiesto decisamente più spazio.
“Fare l’amore in mezzo a tutti questi dipinti è surreale e allo stesso tempo bellissimo.”
Mi ha stretto forte.
“Di fronte a te anche l’opera d’arte più bella perde di valore”.
Un’ondata di calore mi fa avvampare. Istintivamente allungo il passo.

Fabio ha voluto farmi entrare subito nel suo mondo. Ma ci sono entrata in punta di piedi. Noi persone ordinarie non possiamo capire cos’è il mondo dell’arte finchè non ne veniamo a contatto.
Le mie conoscenze teoriche si limitavano alle lezioni della professoressa Corvaglia, che dal libro di storia dell’arte ci leggeva la biografia degli artisti. Fabio ha accettato questa mia ignoranza. Anzi, l’ha presa come un dono. Diceva che la mia era una posizione privilegiata perché mi ponevo nuda, senza preconcetti, di fronte ad ogni opera d’arte. Con gli occhi di un bambino potevo cogliere la bellezza di ogni dipinto perché lo vedevo per la prima volta. E così ho iniziato ad emozionarmi davanti agli “Innamorati Tahitiani” di Gauguin, ma anche davanti alla “Fucilazione” di Goya.
Ma il mondo dell’arte è anche stravaganza.
Capita spesso che mi svegli di soprassalto in piena notte. Sento dei rumori strani. E ritrovo Fabio appiccicato ad una tela con mille colori addosso, oppure con le mani nella creta mentre impasta non so cosa. Oppure è in giro a cercare ispirazione . Nel cuore della notte o all’alba, a seconda delle luci di cui ha bisogno. La compagna di un artista deve senza dubbio essere calma e razionale. Io ho rischiato di impazzire diverse volte.

Sbuco in piazza Maggiore. Godo della frenesia, della freschezza universitaria, ma anche della tradizione e della bellezza architettonica. L’aria è piena di smog. Via Ugo Bassi. Un ultimo interminabile rosso mi separa dal mio grande amore e io lo attendo come la Griffith degli anni d’oro ai blocchi di partenza. Finalmente imbocco via Zamboni e, tra studenti che vanno a lezione ed extracomunitari nel bel mezzo di losche contrattazioni, mi ritrovo sotto al portone del n. 36.
La chiave che mi ha lasciato gira a fatica nella toppa. Quando si deciderà a chiamare un fabbro?

Ricordo la prima volta che salii quella scala.
“Il quinto piano senza ascensore dev’essere la punizione che la vita mi infligge per essermi accaparrata un figo come te”, gli dissi.
“Il quinto piano senza ascensore è diventata una benedizione ora che ci sei tu a salirlo insieme a me”.
E’ stato a partire da quella frase che ho iniziato a sentirlo davvero mio.
Una lacrima si affaccia timida all’angolo del mio occhio destro.
Queste frasi cancellano tutto. Lui mi vuole e presto troveremo il modo per stare sempre insieme.
Basta lasciar passare questa dannata mostra e tutto si sistemerà. E forse anche il nostro caro e onnipresente manager Pierre ci lascerà liberi di pensare al nostro futuro.
Anche se a Fabio ho dato tutt’altra impressione, non sopporto la sua invadenza.
L’ultima volta mi ha costretta a passare da sola la domenica perché, c’erano degli stupidi problemi con la sala. Ma non dovrebbe essere il lunedì il primo giorno lavorativo della settimana?

Il giorno che ho conosciuto Pierre eravamo ad un vernissage che aveva organizzato, a Parma, un anno fa.
“Enchanté, Pierre”.
La stretta di mano era moscia come la sua erre. E, insieme all’inchino facile, mi sembrò un segnale di falsità.
Dopo i convenevoli mi guardò con il mento rivolto verso l’alto e gli occhi socchiusi. Poi, con una smorfia che voleva essere un sorriso, attaccò.
“Tu da che scuola vieni, Giada?”
Sapeva che non ero un’artista. Loro si riconoscono subito. Voleva mettermi in imbarazzo. Come sempre intervenne Fabio, in mio aiuto.
“Lei non è di nessuna scuola. E non è neanche un’autodidatta. E’ semplicemente la mia ragazza. Già solo per questo potrebbe definirsi un’artista però, non credi?”
Risero di gusto. Quel giorno divenni trasparente. Non era mai successo. Fabio è stato sempre attento a non farmi sentire un’intrusa.

Capii subito che non andavo a genio a Pierre. La cosa era reciproca. Era eccentrico. Ma non in modo simpatico, come i vari pazzi amici di Fabio. Ostentava con orgoglio un completo Dolce & Gabbana tessuto cavallino, sciarpa con logo di Gucci e una messa in piega fresca di giornata. Il suo hair stylist doveva aver usato dello stucco per fissare quel ciuffo, che si muoveva solo su ordine delle sue dita. I suoi begli occhi azzurri secondo me esprimevano solo freddezza. I suoi denti candidi mi infastidivano. I suoi vestiti costosi rivestivano un manichino senza contenuto.

Il grosso problema fu che, nonostante la sua capacità di capire le persone, Fabio lo apprezzò ed iniziò da subito a decantarne le lodi.
“Giada, forse non lo sai, ma ti trovi davanti ad un mostro sacro. Pierre ha lasciato Modena per un periodo di studi a New York ed è arrivato a collaborare con artisti del calibro di Jim Drain e Scott Campbell”.
La mia espressione deve essere stata di stupore. Ripetei quei nomi per cercare di ricordarne l’esistenza.

Fabio e Pierre si erano conosciuti all’Accademia delle Belle Arti di Bologna. Poi si erano persi di vista quando Pierre era partito per gli Stati Uniti.
Al vernissage Pierre chiese a Fabio di mostrargli le sue opere. Aveva molti agganci e poteva indicargli una location giusta per un vernissage e allo stesso tempo aiutarlo nella promozione.
Fu allettante per Fabio, che accettò con entusiasmo.
Fu l’inizio della fine per me. Da quel giorno l’unico ambiente che non condividiamo con Pierre è la camera da letto.

Fabio è al settimo cielo per questa amicizia a tre.
“Le persone più importanti della mia vita sono qui insieme a me”, ripete spesso. “E vanno d’amore e d’accordo”.
Naturalmente io fingo. Pierre pure. Lui non sopporta la mia sciatta semplicità ed io non sopporto la sua cinica arroganza. Ma non sopporto nemmeno il suo stile di vita.
Grazie a lui ho imparato che esistono due categorie di artisti. Quelli che si nutrono solo di ispirazione e di amore per il mondo e quelli che si nutrono delle sostanze chimiche più svariate e creano solo se si sballano. Perché crollano le inibizioni, dicono. Per me crollano loro e basta.
Almeno in questo Fabio e Pierre hanno opinioni diverse.
Però un artista è aperto. Un artista non ha pregiudizi. E quando io provo a protestare vengo presa per bigotta.
“Non si dovrebbero giudicare le scelte di nessuno, tantomeno di un artista”, mi sento rispondere.
E a me allora tocca ingoiare, da bigotta ammutolita, vomito e depressione alternata ad euforia e nottate passate in bianco per stare dietro a Pierre.
Fabio apprezza queste stravaganze. Io le detesto.

Le nostre uscite a tre sono spesso una gara a chi riesce a catturare l’attenzione di Fabio. E Pierre vince spesso. Approfitta di questo momento cruciale della carriera di Fabio per cominciare discussioni infinite su chiaroscuri, effetti cromatici e spennellate varie.
E’ così che mi zittisce. Io non posso che assentire col capo. Lui mi guarda sottecchi con aria trionfante.
Questo sgomitare continuo ha cominciato a stancarmi. La mostra è la grande occasione di Fabio e non voglio essere d’intralcio. Ma appena finita la festa lo costringerò a scegliere.
E la prima donna Pierre uscirà finalmente dalla mia vita.

Terzo piano. Sono quasi arrivata.
Ma salgo le scale sempre più lentamente. Questi pensieri hanno provocato in me uno strano disagio. Ora che sono davanti alla porta dello studio la maniglia mi sembra una lama rovente. La porta non è chiusa a chiave. Entro in punta di piedi. E’ buio. Starà dormendo, ma saprò come svegliarlo.
Sento dei rumori provenire dallo stanzino. Forse sta lavorando. Non fa niente. Soprattutto considerando il suo umore instabile, appena è sveglio.
Faccio qualche altro passo, studiando il modo migliore per stupirlo, quando il rumore aumenta. Sono voci. Il pensiero che Pierre gli stia dando le ultime istruzioni per l’allestimento mi disturba.
Le voci però sono ovattate. Non sento parole. Piuttosto gemiti. Affanni. Staranno inscatolando l’occorrente per l’esposizione, penso. Il che significa che sarà indaffaratissimo. Però una piccola pausa non gli farà certo male. E lo stacanovista Pierre dovrà farsene una ragione.
Sono impaziente. Mi butto.

Aprendo la porta sfodero un “ta tan” con saltello da perfetto personaggio circense.
Un istante dopo mi ritrovo ad urlare terrorizzata.
Poi il disgusto mi soffoca il grido in gola e rimango immobile e muta.

Fabio è chino in avanti, in ginocchio, ma decisamente non sta preparando scatoloni e tanto meno sta dipingendo.
La persona che sta davanti a lui sembra però parecchio soddisfatta della sua opera.
L’espressione estasiata che appare sul volto di Pierre mi provoca un conato che a stento riesco a controllare. Poi incollo il mio sguardo sul suo petto troppo peloso, sui suoi muscoli troppo pronunciati e sul suo pomo d’Adamo, troppo vero.
Le gambe non riescono a sostenere tutto questo peso. Cado a terra. Svengo.

Tutto quello che c’è stato prima sparisce. Tutta la mia vita sparisce in quell’istante. Tutte le mie certezze sfumate. Non solo quella, labile, di avere accanto un uomo fedele per tutta la vita, ma addirittura la rassicurante sicurezza che, se un giorno qualcosa del genere fosse accaduto, sarebbe stato con una stangona, con le tette grosse e il nasino alla francese.
Invece è un uomo. Ed è Pierre. La persona di cui tra pochi giorni mi sarei dovuta liberare.

Lo dovevo capire. Il completo cavallino avrebbe dovuto rendermi chiaro tutto sin dall’inizio.
Riapro gli occhi e subito vedo questi due uomini chini su di me e nella mia mente li rivedo uniti, aggrovigliati.
Uno di loro due mi ha preso così solo una settimana fa. Due secondi fa l’ho visto prendere un uomo. L’uomo che detesto di più al mondo.
“Fabio, che cazzo hai fatto?”, urlo.
La domanda è retorica, ma anche adatta, nel senso letterale del termine.
“Giada, che ci fai tu qui”
La domanda è così stupida che mi fa ribollire lo stomaco. Come se il motivo della mia visita in quel momento rappresentasse la priorità, la prima domanda utile da porre.
“Ti volevo fare una sorpresa, ma a quanto pare mi hai preceduta. Come al solito”, riesco a dire sarcastica, stupendomi di avere ancora la forza di fare dello spirito.
“Non è come credi”, dice.
“No? E com’è allora? Spiegamelo tu. E tu rimettiti le mutande, schifoso”
Questa volta posso guardare Pierre col disprezzo che avrei sempre voluto dimostrargli. Anzi ne ho il diritto.
“Amore, è stato un momento di debolezza. Eravamo al culmine della creazione di una tela. Sai come vanno queste cose. Ma io ti amo, lo sai. Io amo solo te”
Strabuzzo gli occhi.
“Riordiniamo le idee. Numero uno, non mi sembravate tanto deboli. Numero due, ho visto con i miei occhi che eravate al culmine, ma certo non di una tela. Numero tre…”
Il mio tono di voce cresce.
“Non c’è un numero tre! Non lo so come vanno queste cose. Perché non mi è mai capitato di essere tradita con un uomo di ottanta chili col pizzetto!”.
Faccio una pausa per sottolineare un ultimo concetto.
“E per giunta stronzo!”
Sono stremata.
“Comunque nessun problema, ora me ne vado. Mi fai schifo. Non ti voglio più vedere!” dico.
Mi volto verso Pierre per l’ultima volta.
“E tu sei la persona più brutta, più meschina e più viscida che abbia mai conosciuto! Continua pure a rovinare la tua vita e quella degli altri. Ma almeno io non sarò più costretta a sopportare la tua presenza”
Ad un tratto capisco che, con Pierre, siamo arrivati a condividere anche la camera da letto.
Me ne devo andare da questa stanza.

Poi, all’improvviso, è come se mi svegliassi. Ho lo stomaco in subbuglio, come dopo una sbornia.
E il gran finale viene naturale. Tutto quello che avevo dentro, i mille pezzetti in cui mi aveva frantumato, viene fisicamente fuori. Il mio disgusto prende la mira e centra il suo “Infinito”. L’opera della sua vita. Una macchia microscopica, creata con precisione millimetrica, che si staglia sul bianco a significare lo spazio infinito del mondo.
Ma ora ho contribuito ad arricchire l’opera e la macchia si è allargata. D’un tratto sono grata alla merendina schifosa del carrello. Lui sbianca, ammutolisce, barcolla. Ma non c’è spazio per la pietà.
Rincaro la dose.
“Non penso che sarà difficile per te rifare una simile stronzata. Adesso, tra l’altro, è molto più viva di quel puntino di merda privo di significato!”
Mi prendo una pausa.
“E’ finita Fabio, finita per sempre. Ed è finita per merito tuo. Sono felice di averti ascoltato, per una volta, e di non averti convinto a vivere insieme”

Sulla strada del ritorno mi sento anestetizzata,.
Cammino, mi trascino come un automa. Nella mia mente si riaffaccia la stessa scena.
Vorrei cancellarla, in realtà. Vorrei cancellare anche il fatto di essere venuta al mondo.
A cosa è servita l’adolescenza, l’acne, lo sviluppo, la prima mestruazione, la prima volta?
A cosa la ginecologa, la pillola, la parrucchiera e soprattutto la ceretta, se poi è un essere peloso, improduttivo e con un ciuffo orribile, a portarmi via tutto?

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Novembre 11, 2009 Pubblicato in: Racconti   Leggi Tutto

Racconto/Lenti a contatto

di stefano venturini

Mi ero alzato da poco e mi guardavo allo specchio del bagno. Avevo due occhiaie scure come l’ombra, i capelli in piedi, le labbra secche e un bruciore forte allo stomaco. Ero rincoglionito, incapace di coordinare pensieri. Alitai sul mio riflesso, si formò un alone di vino bianco. Sentii una fitta alla testa, che però passò in un attimo.
Con un gesto meccanico aprii l’armadietto e presi il contenitore delle lenti a contatto. Con una certa difficoltà cercai con le unghie di afferrare la prima, senza riuscirci. Allora feci un bel respiro e mi sedetti sulla tazza del cesso. Ci riprovai, con la massima attenzione. Riuscii a sfilarla al secondo tentativo, si allungò come una gomma di gelatina. Mi alzai e mi rimisi in piedi davanti allo specchio e la testa mi girò. Sistemai la lente sulla punta del dito indice. La guardai così da vicino da riuscire a leggere i numeri che vi si trovavano impressi.
“Ciiinque, seeette, oootto”, facevo molta fatica. “seeei… oh, ma chissenefrega”.
Aprii bene l’occhio e cercai di centrarlo con il dito, ma nel momento decisivo la lente si piegò come una vongola, si staccò e cadde nel lavandino. Bestemmiai.
Mi piegai sul lavello in cerca della lente. Non la vedevo, per quanti sforzi facessi. Poi ebbi un intuito. Guardai vicino al buco semitappato, e proprio sotto il tappo mi parve di vederla. Mi avvicinai ancora un po’.
“Eccoti, stronza”, dissi.
Tirai via il tappo e presi la lente che gli si era attaccata come una patella.
“Adesso mi tocca pulirti”, dissi.
Masticavo le parole lentamente, uscivano dalla bocca come bolle di sapone: giravano, ronzavano per la stanza e se ne uscivano dalla finestra mentre il sole faceva il suo ingresso a poco a poco.
Presi il flacone della soluzione unica e svitai il tappo adagio, facendo attenzione a non perder la lente, addormentata come un occhio sul mio dito. Socchiusi il palmo della mano e ci spruzzai dentro il liquido. Immersi la lente per ammorbidirla. Si aprì poco a poco come un riccio. La presi, la sgocciolai e la infilai al primo colpo.
Sbattei le palpebre per qualche secondo, per lasciarla assestare. Presi il barattolino e sfilai la seconda. Mi sentivo stanco morto. Non avevo chiuso occhio, durante la notte, e il mal di testa mi aveva tormentato. Aprii per bene l’occhio, e senza troppa fatica la seconda lente andò a posto.
“Che cazzo!”, esclamai. “C’è qualcosa che non va”.
Chiusi gli occhi e li mossi per bene: su, giù, destra, sinistra. Li riaprii.
Vedevo per metà sfuocato e per metà da un binocolo al contrario. Li stropicciai. Poi mi avvicinai allo specchio aprendoli più che potevo.
Le due lenti erano nello stesso occhio, una sopra l’altra. Le sfilai con un gesto veloce; dovevo dividerle in fretta per non farle appiccicare troppo. Cercai di separarle come pagine bagnate di un libro. Si strapparono a metà.
Non avevo altre lenti di scorta; le stavo ordinando su internet, in ufficio, ma poi era arrivato un cliente e me ne ero dimenticato. Avevo gli occhiali, ma le lenti erano vecchie di anni. Corsi in soggiorno e presi l’astuccio dal cassetto della credenza. Lo aprii lentamente; non ero nemmeno sicuro ci fossero ancora. C’erano: storti, sporchi e impolverati. Li strofinai per bene con un lembo della canottiera e ci guardai attraverso. Un po’ meglio, ma troppo poco: anche così, il mondo mi appariva come un intruglio sfuocato di colori.
Guardai l’orologio. Era tardi. Nemmeno il tempo di un caffé. Non avrei potuto guidare. I miei vestiti erano sul divano: macchie rosse e nere su uno sfondo verde. Con il piede urtai un sacchetto sul pavimento, e una costellazione di aloni dorati si distese davanti ai miei occhi. Patatine, che cominciarono a scrocchiare sotto i miei piedi. Presi i pantaloni e dentro una gamba avvertii qualcosa di pesante; ci infilai la mano e tirai fuori la bottiglia di vino bianco che mi ero scolato. Mi vestii in fretta.
Uscii di casa e montai in macchina. Mi guardai intorno. Le foglie, gli alberi, le case, la strada, il cielo: tutti i colori del mondo, esaltati dal sole, erano caleidoscopiche pennellate su un quadro. Sistemai gli specchietti retrovisori. Pensai che forse ce l’avrei fatta.
Misi in moto e imboccai la strada.
Non percepivo la profondità e tenere la distanza dalle altre vetture era difficile; non capivo quanto spazio avevo da chi stava davanti.
Frenai bruscamente. Stavo investendo una ragazza che attraversava la strada.
“Perché cazzo attraversi!”, gridai. Ma lei non mi sentì.
Poi guardai in alto e vidi il semaforo rosso. Sbattei le mani sul volante.
Feci un profondo respiro e appoggiai la testa sullo sterzo. Il cuore mi batteva forte e il mal di testa stava aumentando. Il clacson di un auto mi destò. Infilai la marcia ma non entrò, così il clacson strombazzò di nuovo, e con lui un altro e un altro ancora.
“Andate al diavolo!”, urlai, mostrando il dito medio.
Ripartii, e subito fui superato da due idioti che continuarono a suonare.
“Stronzi!”, gridai.
Per fortuna conoscevo la strada, la posizione delle rotonde e sapevo dove girare. Gli occhiali ogni tanto si piegavano sulla destra e quel poco che riuscivo a vedere spariva nella nebbia. Li raddrizzavo velocemente, ma dovevo fare attenzione perché le stanghette stavano attaccate per miracolo.
Parcheggiai davanti all’ufficio dove lavoravo. Diedi una sbirciata dentro e vidi la mia collega che stava servendo un cliente. Guardai l’orologio avvicinandolo al naso. Avevo solo dieci minuti.
Mi misi a correre. Non ricordavo esattamente dove fosse l’ottico, e non riuscivo a leggere le insegne. Mi avvicinavo e socchiudevo gli occhi per capire che negozio fosse.
“Tabaccaio. Vestiti. Vestiti. Bomboniere. Tabaccaio”.
Poi una lunga e immensa vetrata verde.
“Banca”.
Mi sentivo un imbecille, così entrai nel primo negozio che trovai.
Quando varcai la porta, suonò un’allegra melodia.
“Salve”, disse una signora grassa da dietro il bancone.
“Salve”, feci io, socchiudendo gli occhi nel tentativo di metterla a fuoco.
Mi guardai attorno per capire che cosa vendesse; quadri finti e bigiotteria varia, che ai miei occhi, però, luccicava come Swarovski.
“Ho bisogno urgente di un ottico”, le dissi. “Ricordavo di averne visto uno da queste parti”.
“Un ottico?”, chiese lei, aggrottando le sopracciglia.
“Precisamente”.
Si accarezzò il mento pensierosa e guardò all’insù, come se sul soffitto si trovasse la mappa della zona.
“Mi faccia pensare”.
“Con comodo”, feci io.
Sembrava un enorme pupazzo di burro. Non ne distinguevo i lineamenti e percepivo solo grossolanamente le espressioni del suo viso paffuto. La luce del locale era soffusa, e questo contribuiva ad ingigantire la sua figura.
“Ah, sì”, disse lei con un gridolino.
“Mi dica”.
“Ha chiuso”.
“Chiuso?”
“Sì. Ora c’è la banca”.
Strabuzzai gli occhi, incredulo.
“Il banchiere è un mio amico”, riprese lei.
Guardai l’orologio.
“Scappo. Grazie lo stesso”.
“Si figuri”.
Il traffico si era fatto intenso. Lunghe file di auto brillavano sotto i raggi del sole di settembre, un ammasso di metallo luminoso bianco, rosso e grigio che si muoveva come un bruco assonnato.
Il mal di testa stava tornando e lo stomaco brontolava. Il cellulare squillò. Era la mia collega.
“Sei in ritardo. La tua macchina è qui fuori. Tu che fine hai fatto, invece?”.
“Al diavolo Sofia, non ci vedo niente”.
“Che significa?”
“Significa che non ci vedo niente. Non ho più lenti a contatto e ho addosso un paio di occhiali vecchi”.
“Cosa conti di fare? Da sola non ce la faccio a servire tutti”.
“Adesso arrivo”.
Misi le mani in tasca e mi incamminai verso il negozio. “Cosa conti di fare?”, scimmiottavo la mia collega ad alta voce. “Da sola non ce la faccio a servire tutti”.
Le persone alla fermata del filobus si voltarono, ma non riuscivo a vedere le loro facce; non ero in grado di distinguerle. Mi accorsi di avere gli occhiali storti sul naso, così li raddrizzai e il ponte si ruppe.
“Dio caro!”.
Li gettai per terra e li calpestai. Li ruppi in mille pezzi, e le lenti crocchiarono sotto i miei piedi come patatine.

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Novembre 10, 2009 Pubblicato in: Racconti   Leggi Tutto

Creatività/Dell’utilità e del danno della poesia

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di hermann hesse, da Il giovane poeta, tratto da Una biblioteca della letteratura universale

Il fatto che lei oggi senta l’esigenza di scrivere versi non è di per sé motivo di distinzione né di vergogna. L’abitudine a chiarire nell’intimo della coscienza il dato vissuto e a fermarlo in una forma conchiusa, può stimolarla e aiutarla a diventare un vero uomo. Ma lo scrivere poesie può anche nuocerle, e in effetti nuoce a molti, perché conduce a considerare esaurita l’esperienza e a disfarsene in fretta, anziché ad assaporarla senza secondi fini. Parecchi giovani poeti si avvezzano a valutare le loro esperienze sotto l’aspetto poetico che presentano, e così diventano degli affresca tori sentimentali: la vita, cioè, interessa loro solo in quanto ne possono scrivere.

Finchè lei avrà la sensazione che i suoi tentativi poetici la incitino e la aiutino a veder più chiaro in se stesso e nel mondo, ad accrescere la sua capacità di sperimentazione, a temprare la sua consapevolezza, farà bene a persistervi. E allora, sia che lei possa dirsi un poeta o no, quello che da lei verrà fuori sarà un uomo utile, vivace, chiaroveggente. Se tale, come spero, è la meta che lei si prefigge, e se nel godimento letterario o nel produrre letteratura lei dovesse avvertire il minimo ostacolo in quel senso, la più piccola tentazione a imboccare equivoche diversioni, a cedere alla vanità, a indebolire il suo genuino sentimento, allora butti via tutte le carte e tutti i libri, suoi o nostri che siano

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Novembre 10, 2009 Pubblicato in: I modi dello scrivere   Leggi Tutto

Racconto/Il signor Rossi e la vecchia

di andrea teodorani

Il signor Rossi abitava da dieci anni in una casa sul lato di una piccola piazza nel paese di S. La piazza, collegata al resto del paese da due vie, una per entrare e una per uscire, aveva al suo centro un parcheggio e i cassonetti della spazzatura. Una strada a senso unico girava intorno al parcheggio e una serie di alberi dalla corteccia scura e dalle foglie chiare separava le strette case, appoggiate una all’altra, dalla strada.
Il signor Rossi amava la tranquillità della piazza. Le case erano ben tenute, la strada pulita e non si vedevano brutte facce in giro. I bambini erano pochi e non facevano chiasso. Ancor prima di sposarsi il signor Rossi e la moglie, di comune accordo, avevano deciso di non averne.
Un sabato mattina, intorno alle nove, la vicina del signor Rossi, una vecchia magra e un po’ gobba, era uscita di casa e si era avviata a piedi in paese con una borsa appesa al braccio destro.
Un’ora dopo la vecchia era di ritorno con la borsa appesantita da qualcosa.
Attraverso la finestra della camera da letto il signor Rossi vide che la vecchia sedeva fuori di casa. Stava su una sedia proprio davanti alla porta d’ingresso e ripuliva una grossa quantità di fagiolini, che teneva sul davanzale, dai gambi. Gettava lo scarto in un secchio di plastica.
“Accidenti alla vecchia”, disse.
“Che ti piglia?”, disse la moglie che in quel momento stava riordinando il letto. Era una donna grassa e bassa, con guance flosce che la facevano assomigliare ad un bulldog.
“Guarda qui che macello. Le lenzuola sono piene di briciole. E’ bello mangiare a letto davanti al televisore, ma guarda che macello.”, disse ancora la moglie.
“La vecchia s’è di nuovo messa seduta fuori di casa”
“E allora?”
“Allora devo lavare l’automobile. Mi fisserà per tutto il tempo”
“Tu ignorala”
“Mi da fastidio. E’ sorda come una campana e non dice mai una parola. Sta lì e non dice niente, guarda e basta. Non riesco a sopportarla.”
“Non rimarrà lì in eterno. Di solito se ne sta chiusa in casa. Lava la macchina più tardi o domani, tanto che altro hai da fare? Oppure portala all’autolavaggio.”
Il signor Rossi, di norma pallido in viso, divenne improvvisamente di un color rosa acceso dal collo in su. Da molti anni soffriva di pressione alta e aveva difficoltà di respirazione. Ultimamente anche di insonnia. Era un uomo grande e grosso con due enormi mani, un collo gonfio, taurino e una voce possente. Quando il sangue gli affluiva alla testa assomigliava ad una bottiglia di spumante sul punto di far saltare il tappo. Quasi tutti i suoi conoscenti ne avevano paura e un po’ anche sua moglie. Era consapevole di incutere timore e la cosa spesso lo divertiva.
“A me piace lavare l’auto” disse, sbuffando.
La moglie era tornata alle sue faccende e gli dava le spalle.
“Povera vecchia, è sempre sola. Nessuno le fa mai visita. E non si sente mai un rumore arrivare da casa sua. Nemmeno lo squillo del telefono. Certo, potrebbe anche non avere la linea. Ti ricordi cosa ha detto il Garzanti, il panettiere? Che la vecchia aveva marito e figlio? Che se sono andati uno dopo l’altro e non si sono più fatti vedere? Certa gente è proprio egoista. Sì, certa gente è meglio perderla che trovarla”, disse la moglie.
“Io stanotte l’ho sentita la vecchia”
“Ancora non hai dormito?”
“Solo poche ore”
“E cosa hai sentito?”
“Colpi, scricchiolii. Non lo so. Va a capire cos’era. Ero di sotto che cercavo di rilassarmi sulla poltrona. C’era un bel silenzio. Poi all’improvviso…Mi ha fatto fare un bel salto. E non è la prima volta che la sento.”.
Quando il signor Rossi fu sul punto di uscire dalla camera, sua moglie lo prese per un braccio.
“Tra poco vado dalla parrucchiera. Non ho tempo di cucinare. Compro qualcosa di pronto.”
Il signor Rossi fece un cenno con la mano come per dire “cosa vuoi che mi importi”. Percorse il corridoio e scese in garage. Prese due secchi di latta. Uno lo riempì d’acqua e sapone liquido, nell’altro mise una spugna e un panno in pelle di daino. Dopo aver aperto la saracinesca del garage fece retromarcia con l’automobile, una vecchia berlina ben conservata.
Come aveva immaginato, la vicina si era messa ad osservarlo. La vecchia indossava un abito semplice di stoffa azzurra senza maniche, e aveva un fazzoletto in testa legato sotto il mento, da cui uscivano ciocche di capelli bianchi. Ai piedi, due grossi calzini neri e sandali consumati. Il viso della vecchia era solcato da rughe profonde, inespressivo. Gli occhi piccoli e neri sembravano bottoni. Stava masticando qualcosa, sembrava ruminare.
Il signor Rossi pensò fosse bene dire qualcosa.
“Buongiorno”, disse, senza guardarla.
La vecchia continuava ad osservarlo e a ruminare. Il signor Rossi si era infiammato in viso.
“Buongiorno”, disse più forte.
La vecchia fece un cenno con la mano.
Il signor Rossi ritornò in garage per prendere i secchi. Sbuffò forte e scosse la testa.
“Maledetta vecchia”, pensò.
Proprio in quel momento nella piazza era entrato il camion della nettezza urbana. Con molto rumore fece il giro del parcheggio fino ai cassonetti della spazzatura. Due uomini, usciti dall’abitacolo, agganciarono un cassonetto al meccanismo di ribaltamento e, uno alla volta, scaricarono la spazzatura dentro alla pancia del camion. Quando il camion se ne andò, ritornò il silenzio.
Il signor Rossi era solito lavare l’auto in tutta calma. Prima la bagnava, poi la insaponava con vigore, risciacquava e poi asciugava delicatamente.
Aveva appena finito di risciacquare quando si ricordò della vecchia, ma lei non era più al suo posto. Era rimasta solo la sedia. Il signor Rossi guardò la casa della vecchia. I battenti delle finestre erano tutti socchiusi. Lei li teneva sempre così. All’improvviso gli sembrò di sentire un rumore provenire dall’interno, come un tonfo, che lo fece sussultare.
“Devo asciugare l’auto. E’ tardi.”, disse tra sè e sè.
Prese dal secchio vuoto la morbida pelle di daino e cominciò a strofinare la carrozzeria.

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Novembre 9, 2009 Pubblicato in: Racconti   Leggi Tutto

Pensieri spettinati/Tutto il pane e tutto il silenzio del mondo

di silvia mantovani

I genitori di Stefano Cucchi avrebbero dichiarato che il figlio, che pesava 43 kg, non soffriva di anoressia. Dicono che in carcere ne ha persi altri 7, di kg, ma insistono nel dire che non era affatto anoressico.
Ancora. Leggo sul Corriere Romagna di ieri che due ex (?) tossicodipendenti muoiono di overdose, e che i parenti dichiarano che ne erano usciti, che non se lo spiegano.
Ancora. Mi raccontano di una ragazza di venti anni, anoressica, che pesa poco più di 40 kg. Secondo i genitori la sua anoressia sarebbe iniziata con una dieta concordata tra amiche. Mi raccontano proprio così, che è stata tutta colpa di una dieta e che tra poco dovrà essere ricoverata. Continua a dimagrire e non si spiegano, i genitori, perché continui a dimagrire, dal momento che è seguita da psicologi da più di un anno. La ragazza ne ha cambiati diversi, perché in realtà non ne voleva nessuno (ma va! Che strano, no?, che una persona anoressica, che non si nutre più, che strano dico, che non voglio nessuna cura).
Quante ne sento, e quanta rabbia mi viene ogni volta. Me ne viene così tanta che ogni volta vorrei salire sulla prima sedia che trovo e urlarla, urlarla tutta la rabbia che ho dentro.
Conosco i problemi alimentari, so cosa vuol dire cercare nel cibo pace e tranquillità, calore, affetto. So ogni cosa e so anche cosa c’è dietro una dipendenza (cibo, droga), dietro una fragilità che può ucciderti. Lo so perché ho letto e ho cercato di capire,.
Non c’è bisogno di laurearsi in psicologia o di comprare tomi voluminosi per capire gli elementi basilari di queste malattie, non ce n’è bisogno.
Si può comprare il libro di Fabiola De Clercq “Tutto il pane del mondo”, o “Donne che mangiano troppo”, della psicologa tedesca Renate Gockel, o si può andare su internet e chiamare su google, anoressia, bulimia, obesità. Si può anche guardare semplicemente negli occhi una persona che soffre di disturbi alimentari. Lì dentro si trovano molte cose.
Ma basta, basta, basta per favore dire stronzate, stronzate che placano l’anima, che mettono tutto a posto, che abbattono i sensi di colpa, che fanno riprendere la vita come era prima, anzi che noia questa pausa di sospensione, che fatica eh, che fatica guardare le cose in faccia, che fatica dover vedere tutti questi scheletri che si muovono per le strade, sepolti sotto strati di abiti scuri, e dover girare la faccia dall’altra parte, per non vedere.
Che fatica sentirseli accanto, sul tram, sentire il loro corpo che si muove a scatti, il loro odore di vecchio, o le loro carni molli ed enormi che invadono anche il tuo seggiolino, o vedere macchie di vomito sui giacconi, o vedere gli occhi infossati, i lividi sulle braccia, i buchi nelle guance, le ossa scure sotto la pelle secca come carta vetrata, o i ventri giganteschi su gambe che mano a mano si stringono verso le caviglie sostenute da piedi gonfi come palloncini. Che fatica dover ascoltare le urla di questi corpi. E poi quanti ce ne sono, quanti se ne vedono, ma perché circolano, perché si muovono tra le strade, non potrebbero restarsene a casa loro? Anche perché sono loro che lo vogliono, no?, il loro star male.
Poi leggiamo di quelli che muoiono, e allora diciamo un sacco di stronzate, diciamo che una persona che pesa 40 kg, uomo o donna che sia, non è anoressico, diciamo che una persona che non si droga da un po’ di tempo è uscita dalla droga. Diciamo che l’anoressia è tutta colpa di una dieta eccetera eccetera. Quello che vorrei dire è che le persone che hanno o hanno avuto delle dipendenze, dalla droga, dal cibo, dal non cibo, dai soldi, dallo shopping ecc. ecc. sono persone piene di fragilità, di punti fragili, dei talloni di Achille. I talloni di Achille nei momenti di difficoltà tornano a fare male.
Con tutta tranquillità, vorrei solo dire che è normale. Quando nella vita ci troviamo ad affrontare difficoltà, dei momenti di tristezza, può succedere che si ricada in una dipendenza, perchè quella dipendenza, all’origine, ci ha dato felicità, tranquillità, serenità, pace. Poi si è trasformata in un mostro, ma all’inizio era il paradiso. Non è così strano che, pur uscendone, ci si possa ricadere. E per di più queste dipendenze sono accumuli di cose che riempiono buchi, carenze di affetto, di amore e nascono da lì, dai buchi.
E un’altra cosa, di miopia si può morire e si può far morire.

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Novembre 6, 2009 Pubblicato in: Pensieri spettinati   Leggi Tutto