di stefano venturini
Stavo tosando l’erba in giardino, poi Laura apparve sulla porta di casa e cominciò a sbracciarsi. La guardai sotto il fulgido sole dell’estate: con indosso il suo grembiule variopinto sembrava una piccola matriosca. Come un vigile nel traffico, agitava le braccia nell’aria afosa del primo pomeriggio. Spensi il tosaerba.
“C’è Luca al telefono”, disse sbuffando.
Presi il fazzoletto dalla tasca dei pantaloni e mi asciugai il sudore dalla fronte. Chiusi gli occhi e piegai la testa all’indietro in cerca di un po’ d’aria, ma fu inutile. Piantai lì tutto e andai a rispondere. Ci salutammo e lui mi chiese se andava tutto bene.
“Non c’è male”, risposi. “A parte il caldo torrido”.
“Già, è insopportabile. Io e Isabella stiamo pensando di farci installare una piscina”.
Era sempre felice quando annunciava qualcosa di nuovo per la loro casa. Come la volta che avevano passato un intero pomeriggio ad incollare dei pezzi di pietra grezza sulle pareti. “Devi vedere che lavoro abbiamo fatto”, mi aveva detto al telefono subito dopo. Aveva ancora il fiatone.
“Una piscina vera?”
“Sì, sì, vera. Certo. Mica gonfiabile. Abbiamo tutto lo spazio che vogliamo”.
“E quanto ti costa un affare del genere?”
“Tantissimo. Ma non c’è problema. Usiamo il gruzzoletto”.
Chiamava così i suoi risparmi. Luca era un vero lavoratore. Faceva un sacco di ore di straordinario in azienda, tutte in nero. Quei soldi non li depositava mai in banca. Li infilava dentro il rosone della chitarra classica senza corde che teneva sotto il letto. Sono lì solo per le grandi occasioni, diceva. Solitamente, per i lavori alla casa.
“Come va con Isabella?”, gli chiesi.
“Bene, bene”, si sbrigò lui.
Non lo sopportavo quando faceva così, perché sapevo che tra loro c’erano grossi problemi. Isabella ne aveva parlato a Laura. Per lui, invece, che fossero felici, tristi o incazzati, andava comunque sempre tutto bene. Avrei voluto aiutarlo ma non potevo, se non si apriva con me. Diceva che eravamo buoni amici, ma questa cosa mi impediva di crederci fino in fondo, e ci stavo un po’ male.
“Vi unite a noi per cena?”, mi chiese con entusiasmo. “Apparecchiamo in veranda. Fa fresco di sera. Così vi facciamo conoscere Oscar”.
“Chi è Oscar?”
“E’ una sorpresa. Dimmi che ci sarete”.
Mi grattai la nuca. Non sapevo cosa rispondere. Frequentarli era diventato impossibile. Se ne stavano buoni per un’ora, poi iniziavano a litigare. Lei era noiosa, non le andava mai bene nulla di Luca: e lasciami parlare, non interrompermi, e cosa dici, e cosa fai, e come tieni la forchetta, e mastica piano e di qui e di su e di giù. Lui non diceva niente; alzava gli occhi al cielo e sbuffava. Teneva tutto dentro, e chissà cosa le diceva, quando rientravano a casa. Insomma, stavo per dire di no, accampando una scusa. Poi pensai che forse era una buona occasione per tirare fuori i loro problemi e parlarne. Così dissi:
“Va bene. Basta che non litighiate troppo”.
“Ma no. Figurati”, rispose lui raggiante.
“Gliel’hai detto che se litigano non ci andiamo?”, disse Laura. Era seria e si capiva che non aveva nessuna voglia di vederli.
“Mi ha promesso qualcosa, alla sua maniera”.
“Non è sufficiente”.
“Lo so. Stavo per dirgli di no, ma a me piacerebbe aiutarli”.
“Io non voglio rovinarmi il sabato sera, come l’ultima volta”.
Non potevo darle torto. Eravamo andati al cinema a vedere Moulin Rouge, e durante una scena romantica, Laura stava tirando su col naso, Isabella e Luca si erano messi a discutere, prima a voce bassa, bisbigliando rumorosamente, poi con un tono più acceso che disturbava la sala. “Ti avevo detto di spegnerlo. Non mi interessa se hai messo la vibrazione!”, aveva detto lei. “No. C’è mio fratello che mi aggiorna sul posticipo di campionato”, aveva risposto lui. “Spegnilo, ho detto! Mi dà fastidio”. Il tizio dietro di loro si era piegato in avanti scocciato, appoggiando le mani sui loro poggiatesta: “Zitti, per favore!”. Non c’era stato verso; i nostri amici avevano continuato a brontolare fino a diventare insopportabili. Dal fondo della sala qualcuno aveva fatto: “Ssshhh!”. “Fate silenzio. Basta!”, lo avevano seguito altre voci. Luca e Isabella si erano alzati per uscire, tra gli insulti di tutti. Lei teneva in mano un’enorme ciotola di carta ripiena di pop corn, e come aveva cominciato a far alzare gli altri per andarsene, aveva rovesciato palline bianche addosso alla gente e per terra. Mi era sembrato che, nel buio, le loro parole si fossero condensate in bitorzoli che ora saltellavano ovunque, invadendo ognuno e ogni cosa.
“Diamogli un’altra possibilità, dai”, dissi a Laura.
“Sai che non discuteremo mai con loro, dei loro problemi. Isabella parla solo con me, e Luca con te non si apre, lo conosci”.
“Tu dici che il loro vero problema è il figlio che lei desidera e lui non vuole. Ok. La cosa crea tensione. Ma è mai possibile che litighino sempre su tutto? Su cos’è che vanno d’accordo? Nemmeno su cosa guardare in televisione. Per me c’è qualcosa che non sappiamo”.
Laura prese detersivo e spugnetta da sotto il lavandino, per sgrassare i fornelli. Iniziò a grattare forte, e ogni tanto, con un dito, si spostava i capelli dal viso. Ben presto l’aria profumò di limone. Poi prese la scopa e mi intimò di uscire e di non entrare finché non avesse finito.
“Dami un chinotto”, le dissi.
Mi misi a bere nel corridoio, mentre la guardavo rassettare.
“E comunque trovo che siano due persone molto diverse”, continuai.
“Forse”, disse lei, mentre ammucchiava sul pavimento le briciole del pane.
“Forse? Dimmi che passioni condividono? A lui piacciono il calcio, i videogiochi, il poker e le scommesse. A lei? La lettura, che lui odia. Poi cos’altro? I talent show e non fare assolutamente nulla nel week end”.
“Beh, ognuno ha i suoi gusti. Non per questo due persone non possono volersi bene”.
“D’accordo. Però, senza interessi comuni, prima o poi l’ingranaggio si rompe. E’ fisiologico”.
“Lei è frustrata. La comprendo, poverina. Ha trentotto anni, ha paura di invecchiare e di sentirsi dire che non potrà più avere figli. Sta’ male per l’atteggiamento egoistico di Luca. Non capisce perché lui sia così indifferente al suo desiderio di maternità”.
Laura si fermò e si raddrizzò, tenendo la scopa come una bandiera. Fece un bel respiro per riprendersi dallo sforzo.
“Dammi un goccio”, disse.
Le passai il chinotto, e dopo un sorso contorse il viso per il pizzicore fresco delle bollicine in gola.
“Comunque, conosceremo Oscar”.
“E chi è?”, fece lei toccandosi la gola e passandomi la lattina.
“Non me l’ha detto. Vogliono farci una sorpresa”.
Laura aprì il frigorifero e ci guardò dentro. Tossicchiò. Poi picchiettò su una grossa anguria con le nocche e annuì soddisfatta.
“Che dici? Portiamo questa?”
“Ma sì”.
La tirò fuori e la mise sul tavolo. Poi disse:
“Avranno preso un cane”.
“Non saprei. A Luca neanche piacciono gli animali”.
“Ma se ha comprato quel immenso acquario che tiene in soggiorno”.
“Per arredare la stanza. Di quello che ci nuota dentro gli frega poco. Non pastura quasi mai, e al mattino si ritrova i pesci morti che galleggiano. Una volta gli ho detto: “Tanto vale che lo lasci vuoto”, e lui mi ha risposto: “Sì, con quello che l’ho pagato””.
“Ma poi che divertimento è, guardare quei poveri pesci? Vorrei vedere se foste chiusi voi, in una gabbia di vetro, con qualcuno che dall’altra parte vi fissa tutto il tempo”.
Quando arrivammo, Luca era sulla porta di casa. Ci accolse con il sorriso, ci strinse le mani e ci fece entrare. Io gli passai l’anguria che tenevo in un sacchetto della spesa.
La stanza era in penombra. L’unica luce proveniva dall’acquario, il cui ronzio e lo scrosciare dell’acqua riempivano il vuoto. Guardai i pesci guizzare come proiettili, ed ebbi la sensazione che fino ad un attimo prima in quella casa ci fosse stato silenzio.
Mi spostai in veranda, dove la tavola era apparecchiata. Tante piccole candele accese erano sistemate ovunque, e le fiammelle, che vibravano sotto il palmo dell’imbrunire, creavano un’atmosfera rilassante. Si respirava profumo d’incenso, e una leggera brezza, che puliva l’aria dall’umidità, allontanava per sempre l’afa del giorno.
Rientrai, mi sedetti sul divano e fissai i pesci. Ce n’erano di diversi tipi: gialli, rossi, bianchi, lunghi, corti, piccoli e grandi. Piante ondeggianti come lingue salivano al cielo, mentre sul fondo, tra i sassolini dell’oceano, resti di antiche civiltà riposavano perdute nel tempo. La luce al neon illuminava come un faro, scottava come il sole e abbagliava la vista. Osservai alcuni pesci boccheggiare silenziosi, e rimasi affascinato quando, dietro di loro, un brivido di bollicine scosse l’acqua, risalendo in superficie.
“Quale di questi pesci è Oscar?”, chiesi sorridendo.
Luca adagiò l’anguria nel lavandino e aprì l’acqua per tenerla al fresco.
“Oscar non è mica un pesce”, mi rispose ridendo, senza voltarsi. Poi prese dal frigorifero quattro bottiglie di birra, mi sorrise, e le portò in tavola.
“Dove è Isabella?”, chiese Laura.
In quel momento Isabella uscì dalla camera da letto. Teneva in braccio qualcosa, ma nella soffusa oscurità non riuscivo a capire che cosa. Mi alzai dal divano, e con Laura le andai incontro.
“Vi presento Oscar!”, disse emozionata Isabella.
Laura le si avvicinò ancora un po’ e:
“Un cane! Te l’avevo detto!”, esclamò.
“Un cucciolo di chihuahua”, precisò Luca. “Di soli venti giorni. Voi non ci crederete, ma il piccolino, lì, mi è costato più di mille euro”.
Non avevo mai visto un chihuahua da vicino. Era piccolo e brutto. Sulle prime mi era sembrato un pipistrello beigiolino senza ali. Non mi sembrava una bella cosa da dire, nemmeno per scherzo. Così feci finta di nulla e cercai di assecondare l’entusiasmo dei nostri amici.
“Isabella ha insistito tanto. Ho voluto accontentarla”, continuò Luca, orgoglioso. “A quanto pare va matta per ‘sti cani”.
Laura accarezzò Oscar sul musino.
“Che brutto. Sembra un pipistrello”, disse voltandosi verso di me.
“Stupida!”, disse Isabella sorridendo. “Lui è il tesoro della mamma”.
Iniziò a fare su e giù come si fa coi neonati per fargli fare il ruttino.
“Oooh. Oooh”, cantilenava, mentre lo riportava in camera da letto per farlo riposare.
Dopo pochi minuti ci sedemmo a cenare. Isabella portò in tavola una ciotolona di riso freddo, un piatto di salumi e del formaggio. Dalla piccola fontana, in giardino, l’acqua iniziò a zampillare alta, ricadendo in uno scrosciare di applausi, mentre il cielo, sempre più scuro, tagliava su di noi una fetta di luna.
“L’apriamo sempre quando mangiamo”, disse Luca indicando la fontana. “Spero non vi disturbi. Per noi è molto rilassante”.
“No, anzi”, dissi io.
“Sì, infatti”, disse Laura.
Prima di iniziare a mangiare, Luca ci propose un brindisi. Riempì i bicchieri di birra e disse:
“Viva le coppie felici!”
Alzammo i calici, con la birra che si agitava tra le nostre mani.
“Alle coppie felici!”, disse ancora. “Viva!”
Subito dopo accadde qualcosa di inaspettato: Oscar abbaiò.
Io e Laura non ci facemmo molto caso; era normale che un cane abbaiasse. Gli occhi di Isabella, invece, si riempirono di stupore, spalancati come fari nella notte.
Disse: “Luca, hai sentito? Luca!”
Luca era ancora gasato per il brindisi. Si limitò a dire:
“Oscar?”
Un’irrefrenabile gioia si impadronì di Isabella e un sibilo le uscì strozzato dalla gola troppo stretta.
“Oh Dio! Oh Santo cielo! E’ stato proprio il mio piccolo Oscar?”
Laura mi guardò e sorrise stupita.
Isabella si alzò dalla sedia e corse in camera da letto. Tornò con Oscar in braccio.
“Rifallo su, rifallo, tesoro mio”, diceva. “Fai sentire ai nostri amici quanto sei bravo”.
In quel momento Luca balzò in piedi con il bicchiere in mano:
“A Oscar, il cane parlante!”
Oscar allungò il musino verso il nostro tavolo, attirato dai profumi del cibo; cercò più volte di divincolarsi dall’abbraccio materno di Isabella, senza riuscirci. Poi fece uno strano verso, come uno starnuto, e si pisciò addosso. Scoppiammo a ridere vedendo il getto di pipì disegnare un arco nell’aria. Isabella allontanò il cucciolo dal suo petto e dal tavolo, e lo portò di corsa ai piedi del divano, sistemandolo su un asciugamano bianco, steso proprio dove avevo messo i piedi poco prima. Mi guardai le suole delle scarpe.
“Mi sa che l’ho pestata”, dissi.
Luca, che nel frattempo si era preoccupato di prendere un panno per Isabella, disse: “Impossibile. Oscar non la fa mai lì. Glielo stiamo insegnando, ma non c’è nulla da fare. Aspetta che uno di noi lo prenda in braccio e la schizza per tutta casa”.
“Da bravo, su, Oscar. Devi farla qui, la pipì, capito?”, diceva Isabella, rimproverando con amore il suo cucciolo.
Dopo pochi minuti i nostri amici tornarono al tavolo, lasciando Oscar libero di correre per il prato. I fili d’erba erano più alti di lui. Era una saetta, schizzava a destra e a manca come un’arachide impazzita.
“Adesso gli spuntano le ali e si mette a volare intorno al palo”, disse Laura ridendo.
“Cattiva”, disse Isabella divertita e ancora visibilmente emozionata.
Finimmo i salumi e Isabella portò in tavola un piatto di chele di granchio fritte. Luca ne prese una e l’addentò voracemente.
“Ste, ti ho detto della piscina, no?”, chiese, masticando.
“Sì, al telefono”.
“Quale piscina?”, fece Laura.
Luca si alzò e rientrò in casa. Tornò con un depliant in mano e lo sfogliò fino alla pagina giusta.
“Questa”, rispose, indicandola con la chela mangiucchiata.
Era una piscina enorme.
“Ci sta’ in giardino?”, gli chiesi.
“Certo che sì”.
Si alzò un’altra volta. Sembrava incapace di restare seduto. Si mise in mezzo al prato e allargò le braccia.
“Vogliamo metterla qui, che dite?”
Laura guardò per un attimo Isabella, che sorrise.
“Saremo costretti a togliere la fontana, ma chissenefrega”, continuò Luca. “Non se ne può più di questo caldo insopportabile”.
“Che ne pensi, Isabella?”, chiese Laura.
“E’ stata mia l’idea”, rispose lei.
“Sì”, disse Luca. “E’ da un po’ che ne parliamo. Credo che sia arrivato il momento”.
Luca tornò al tavolo, facendo attenzione a non calpestare Oscar, che gli correva fra le gambe.
“Quanto costa?”, chiese Laura.
“Tanto”, rispose Isabella.
“Tanto? Tantissimo!”, puntualizzò Luca, rivolto a Isabella, come se avesse detto qualcosa di compromettente. Poi mi guardò e disse:
“Ma chissenefrega. Godiamoci la vita, no?”
Si riempì il bicchiere di birra e prese un’altra chela dal piatto.
Lei lo guardò torva: non aveva gradito. Avrei scommesso che si sarebbe messa a urlare “Non ti permettere, sai! ” o “Non rivolgerti a me in questo modo!”, con la sua tipica cantilena pedante. Invece si trattenne e si girò verso Laura, senza dire una parola.
Il buio era calato come un’ombra su di noi senza che ce ne accorgessimo. Il vento fresco e leggero accarezzava l’erba come dita di una mano e sussurrava tra gli alberi ricolmi di frutti. Le guizzanti fiammelle delle candele ridisegnavano i confini dei nostri visi, delle nostre espressioni e dei nostri occhi, così lucidi e vivi sotto il chiarore della luna. Quella scheggia di silenzio, un’impercettibile sospensione nell’eternità, mi aprì un varco nelle loro vite. Un flash. Così. Improvviso.
Mi sembrò che Luca masticasse quelle chele all’infinito, e che Isabella, in lacrime, cercasse di accarezzare Oscar senza riuscire a toccarlo. Respirai debolezza, fragilità e dolore, tutto d’un fiato. Mi lasciai ferire e poi sedurre da quella visione di pena; una tale compassione che avrei voluto abbracciarli e stringerli con tutte le mie forze.
Ma Luca ruppe il silenzio. Aveva finito la chela.
“Allora, come va nella vostra nuova casa?”, disse.
Si ciucciò le dita di una mano e si pulì un dente.
Quella domanda infranse l’incantesimo, che svanì come caligine nel vento. Fu come se lui si fosse accorto della mia intrusione, e si fosse schermato per impedirmi di andare a fondo. Ci aveva chiesto come andassero le cose nella nostra nuova casa: per lui, noi dovevamo essere il centro dell’attenzione. Provai un profondo fastidio. Che diavolo c’era di interessante da dire su di noi, eh? Noi stavamo bene, ci amavamo; eravamo fatti l’uno per l’altra. Parlami di voi, invece, Sant’Iddio. Perché ti chiudi come un riccio. Spiegami come fate a stare insieme; come sopportate una tale tortura. Avanti Luca, non fermarti. Mangia, su. Continua a mangiare le tue maledette chele.
“Molto bene”, disse Laura. “E quando finiremo di arredarla sarà perfetta. Dobbiamo solo abituarci alla campagna. Non sentire le auto sulla strada mi fa impressione.”
Laura mi guardò e mi costrinsi a un finto sorriso. Non avevo ascoltato una parola di quello che aveva detto. Ora fissavo Isabella, che scuoteva leggermente il bicchiere e guardava la birra oscillare come le braccia di un equilibrista sopra un filo.
Dissi la prima sciocchezza che mi venne in mente.
“Oggi ho tagliato l’erba per la prima volta”.
Luca aspettò che dicessi qualcos’altro. Poi scoppiò a ridere e disse:
“Wow!”
Mi versò nuova birra.
“Hai sentito Isabella? Brindiamo!”, esclamò alzandosi in piedi.
Era diventata una stupida serata di brindisi. Il cielo ci era testimone: sopra le nostre teste, che era piccoli puntini neri, ribollivano di schiuma i nostri calici, e le sciocche risate di Luca si scioglievano dalla sua lingua perdendosi nella notte.
“Quando vi sposate?”, chiese Isabella.
“Molto presto”, rispose lei stringendosi al mio braccio.
“Siete grandi!”, disse Luca. “Grandi!”, ripeté ancora, dando una pacca sulla spalla di Isabella.
Non ero più dell’umore, e quel gesto mi colpì come un pugno; mi fece arrabbiare. Che cos’era tutta quell’improvvisa complicità? Da dove veniva quell’assurdo entusiasmo?
D’un tratto mi sentii scomodo, su quella sedia. Mi era venuta voglia di rovinare la serata. Volevo che Luca e Isabella litigassero, si azzuffassero, che si prendessero a schiaffi fino a non sentire più le mani. Non me ne fregava più niente.
Incrociai le caviglie sotto il tavolo e mi raddrizzai sulla schiena. Assunsi un espressione seria.
Dissi: “Quand’è che voi deciderete di fare un figlio, invece?”
Rivolsi la domanda a Isabella, sorpresa dalla domanda inaspettata.
L’aria si fermò, e cadde pesante sul tavolo muto. Avevo acceso la miccia; la sentivo scoppiettare nel buio. Nei suoi occhi, invece, brillava il bagliore delle piccole scintille.
Laura mi diede un calcio sotto il tavolo. Io feci altrettanto.
“Possiamo cambiare argomento?”, chiese gentilmente Isabella.
“Piuttosto, perché non apriamo l’anguria?”, si affrettò a dire Laura.
Luca aveva perso il sorriso; si picchiettò il pollice sugli incisivi e, senza farselo ripetere, si alzò e andò in cucina. Chiuse l’acqua del rubinetto e prese l’anguria. La lasciò cadere dalle mani sullo sgocciolatoio, che sussultò facendo vibrare le posate con un tremore metallico. Ci girammo a guardarlo; lui non fece altrettanto. Prese dal cassetto un lungo coltello affilato, lo conficcò all’estremità dell’anguria e iniziò a tagliare.
“Sei impazzito?”, si arrabbiò Laura.
Non la considerai neppure. Guardavo Isabella che giocherellava pensierosa con un nocciolo d’oliva nel piatto.
“Non sono io che devo essere convinta”, si rivolse a me, quasi sottovoce. “E’ lui”. Prese il nocciolo e lo gettò distrattamente nel giardino. Oscar si mise a correre in direzione del lancio e poi nascose il muso nell’erba.
Laura guardò l’amica con un’espressione dolce, in contrasto con quella assunta con me.
“Forse non si sente pronto, Isabella. Ha paura”, disse.
“Questo è quello che dice sempre. Ma secondo me c’è dell’altro”.
“Cioè?”, chiesi io.
Mi resi conto di essere stato troppo diretto e poco sensibile, ma non ci feci caso.
Isabella per un attimo guardò in cucina: Luca stava sistemando le prime fette nel piatto. Poi ritornò su di me:
“Non mi cerca più. Non facciamo l’amore da mesi, ormai”.
“Scusa?”, chiese Laura stupita.
“Sto’ perdendo la pazienza”, continuò Isabella.
“Ma lui che dice? Come si giustifica?”, chiese Laura.
“Che dice? Dice che non lo sa nemmeno lui il perché”.
“Figurati”.
Osservai Luca. Con il coltello toglieva nervoso i semini neri dalla polpa rossa e succosa dell’anguria.
“Penso di non piacergli più”, proseguì Isabella. “E’ successo un fatto molto brutto”.
Io e Laura appoggiammo i gomiti sul tavolo e ci allungammo verso di lei, creando uno spazio intimo da riempire con le parole.
“Rientro dal lavoro come tutti i giorni. Sfilo le scarpe e cammino scalza fino alla nostra stanza. La porta è socchiusa. Mi scappa l’occhio e mi accorgo di Luca. Non mi aspettavo di trovarlo lì, a quell’ora”.
Luca ora mi teneva d’occhio. La mia nuova postura e la voce bassa di Isabella lo insospettirono. Per un attimo aggrottò le sopracciglia e rallentò i suoi movimenti; poi tornò a tagliare come se nulla fosse.
“Potevo solo intravederlo. Era seduto alla scrivania, davanti al computer”.
Laura incrociò le braccia. Teneva la bocca immobile, semiaperta, e gli occhi fissi sull’amica. Io ascoltavo e godevo, stuzzicandomi con l’unghia una gengiva.
Tutt’intorno, il sinistro formicolare delle candele agitava l’oscurità, mentre il colpo metallico della lama sullo sgocciolatoio scandiva il tempo come un pendolo antico.
“Si agitava in modo strano, su quella sedia. Mi sono avvicinata in punta di piedi e ho spiato dentro. E’ stato orribile quello che ho visto. Si stava masturbando. Si stava facendo una sega davanti a un filmino pornografico”.
Isabella si mise una mano davanti agli occhi.
Un colpo di vento mi destò e fu come risvegliarsi. Riportai l’attenzione su di me e sull’ambiente circostante. Sentii di nuovo lo scrosciare morbido della fontana, come se qualcuno ne avesse alzato il volume.
“Madonna”, fece Laura.
C’era tutto in quell’espressione. Voleva dire: “Che schifo”. Significare: “Quanto mi dispiace”. E anche: “Che imbarazzo”. Che altro si poteva dire?
Sentii lo strappo deciso dal rotolo a muro dei tovaglioli di carta. Guardai in cucina: tempo scaduto. Luca prese il piatto, con le fette d’anguria pulite e ordinate.
“Vi sentivo bisbigliare”, disse tornando.
Appoggiò il piatto sul tavolo e aspettò.
“Ho detto che vi ho sentito bisbigliare”, ripeté con un sorriso stretto e retorico.
Rimase in piedi, con le mani appoggiate sul tavolo e la braccia tese. Io lo guardai, ma lui aveva gli occhi su Isabella. Si aspettava da lei una risposta.
“Isabella ci raccontava di Oscar”, disse Laura.
Luca guardò Laura. Poi di nuovo Isabella.
“Davvero? E che cosa raccontavi ai nostri amici?”
“Di come l’avete scelto”, rispose Laura, accennando a un sorrisetto.
“Ma dai. E perché parlava a bassa voce?”, chiese lui sussurrando le parole con un tono di scherno.
Perché, perché. Quanti perché. Siediti e basta, volevo dirgli.
“Non è vero”, disse Isabella. “Non stavo parlando di Oscar”.
Luca appoggiò la lingua sul labbro superiore. Io mi mordicchiavo quello inferiore e Laura contorceva le dita sotto il tavolo.
Isabella cercò di proseguire, ma si sforzò per trattenere il pianto. Gesticolò nel vuoto con le mani, il viso contratto, e poi si passò il dito sotto il naso. Con un filo di voce disse:
“Perché non vuoi più fare l’amore con me”.
I nostri respiri si bloccarono, sospesi nella gola. Di colpo, tutto parve fermarsi. Poi, un improvviso fotogramma impazzito e la mano di Luca scattò in avanti, violenta, rovesciando il bicchiere di Isabella.
“Sei un cretino!”, disse lei.
La birra, schiumosa, si versò sulla tovaglia come un mare in burrasca.
“Vai al diavolo!”, disse lui. “Vai al diavolo!”. “E tu”, aggiunse, rivolto a me, “Che cazzo di domande fai?”
Si mise una mano nervosa tra i capelli. Si sforzò di dire qualcos’altro ma non disse nulla; ci mandò al diavolo con un ampio gesto delle mani e rientrò in casa. Si sdraiò sul divano e accese la tele.
Isabella usava i tovaglioli di carta per asciugare.
“Scusate”, diceva. “Scusate”.
Guardandolo disteso sul quel divano bianco, scuro in volto, mentre schiacciava a caso i tasti del telecomando, lo immaginai davanti a quel computer, con il pene nella mano che faceva giù e su veloce, sempre più veloce: gli occhi bianchi di piacere, e un sibilo perpetuo di godimento che filtrava dalla gola buia e profonda. Ecco, la sua verità.
Luca spense la televisione e si alzò. Tirò un calcetto a Oscar accucciato ai suoi piedi.
“Spostai, idiota!”, esclamò. “Sei sempre in mezzo ai coglioni!”.
Il cagnolino, spaventato, zampettò veloce sotto il tavolo.
“Che fai, idiota!”, urlò Isabella.
“Vaffanculo!”, sbraitò lui.
Se ne andò in camera da letto sbattendo la porta, che si chiuse con un tonfo, risucchiando per un attimo l’ossigeno che stavamo respirando.
Isabella prese in braccio Oscar e lo baciò sulla testa. Si alzò e camminò per il giardino, stringendoselo al viso.
Laura raccolse i piatti e li portò in cucina.
“Lascia stare. Ci penso dopo io”, diceva Isabella.
Io restai seduto. Osservavo la fiamma vibrante di una candela che si contorceva nell’oscurità, sotto il soffio leggero del mio respiro. Mi leccai la punta delle dita e la spensi, facendo scendere su di me il bluastro abbraccio del bagliore lunare. Mi alzai, e spensi tutte le candele, una ad una, restituendo la notte al silenzio. Il richiamo di un gufo lontano, poi più nulla.