Archivio di Dicembre, 2009

Racconto/Il cerchio

di rita cerquetti

Mancavano pochi chilometri alla fermata per il suo paese. Erano anni, decenni, che non ci tornava. Il sudore le colava fin sul naso. Riuscì appena a far cenno al professore di tirar giù d’un filo il finestrino. Il professore lo abbassò e lei si sporse verso la fessura bevendo l’aria dell’estate e con lo sguardo s’aggrappava alla campagna che filava a fianco della corriera. Un poco si calmò riconoscendo i pioppi, i campi, gli uccelli sulle acque.
Riconobbe il caldo afoso che fumava sui campi assordati dalle cicale. Riconobbe anche se stessa, da giovinetta, in qualche sbadata che correva in bicicletta e non si dava cura di tener giù le gonne.

Correva con i lunghi capelli ramati che ondeggiavano sulle spalle, liberi da elastici e forcine. Pedalava incurante del tempo e della fatica e del sudore che s’imperlava sulla fronte. A dire il vero, di fatica non se ne faceva tanta. Lì era una scommessa trovare una piccola discesa o una strada che assomigliasse ad una salita. Non importava che piovesse, ci fosse nebbia o sole. Ma quando c’era la neve o il gelo che induriva la terra era diverso. L’inverno lì trascorreva lento, freddo. La bicicletta bisognava lasciarla a casa, indossare scarponi e camminare, camminare. Corriere o scuola bus non ce n’erano, ma si andava a scuola ugualmente e si arrivava gelati, con le ginocchia e le guance arrossate dal freddo, con un pezzo di legna nella cartella da mettere nella stufa.
Alla mattina in bicicletta a scuola, al pomeriggio, con le amiche inseparabili, lungo l’argine a guardare il fiume che va a curve. Buttavano le biciclette sull’erba e di corsa scendevano su una spiaggia dove il fiume fa un gomito. Si spogliavano. Si stendevano al sole con solo le mutandine. A quel tempo essere abbronzati non era di moda. I soli ad esserlo erano contadini e muratori. Avevano un’abbronzatura strana che seguiva la linea delle canottiere.
Si dimenticavano del tempo. Nessuna aveva un orologio. Si regolavano con il sole. Del tempo, del resto, non gliene importava molto. Erano i grandi a preoccuparsene. Parlavano sempre di ore, puntualità al lavoro, tempo per studiare, tempo per pranzare e per cenare. Glielo imponevano quando andavano a scuola con quelle maledette sveglie che entravano nella testa a interrompere sogni. A scuola il tempo non passava mai, lì invece sembrava volare.
Quando il sole era ancora alto si tuffavano. Le loro grida gioiose venivano portate via dall’acqua che si trasformava in schizzi da cui facevano finta di sfuggire. Al piacere del fresco ritrovato si univa il piacere della trasgressione. I genitori avevano proibito di fare il bagno nel fiume, parlavano sempre di morti affogati o disgrazie del genere. Guardavano il fiume ma non avevano mai visto cadaveri passare. Solo rami spezzati, tronchi, correre veloci quando il fiume si gonfiava. Allora lo guardavano dall’alto della sponda. La spiaggia spariva. Si sedevano sull’argine tra l’erba, abbracciavano le ginocchia con le mani, appoggiavano il mento sulle ginocchia e cominciavano a chiacchierare.
Uscivano dall’acqua con addosso quell’odore strano che ha l’acqua di fiume. Allora non sapevano che era strano, nessuna era mai andata al mare. Bagnate e rinfrescate si stendevano sulla sabbia a guardare il fiume pigro. Un pesce saltava e l’acqua piatta vibrava in cerchi. Non si accorgevano di sguardi nascosti nè di amori clandestini tra il granoturco alto che si apriva e subito si richiudeva. Il silenzio era interrotto dal canto nascosto del cuculo. Quella era l’impronta del caldo, delle vacanze estive lunghe con notti dalle finestre aperte a sentir rane e grilli. Arrivavano tafani veloci come razzi dagli occhi prismatici, un fruscio veloce nell’erba alta. Un airone girava nel campo di fieno e beccava. Cielo sbiadito dal caldo. Giornate che facevano amare il vivere l’estate. Così, con un tempo immobile e sonnolento.

Il tramonto le coglieva di sorpresa. Pedalate energiche e veloci tra i campi e sentire odore di mais maturo. A inseguire conigli selvatici che uscivano allo scoperto, là in fondo fagiani mandavano richiami secchi. Bisognava fare in fretta altrimenti i genitori si sarebbero arrabbiati. Solo Gianna non si preoccupava. Lei poteva fare come voleva.
Finita la cena, si ritrovavano sotto il pergolato della sua casa reso ombroso dai tralci della vite da cui pendeva una lampadina debole che però loro non accendevano, altrimenti le zanzare avrebbero banchettato. Vicino alla porta, dal verde dei gerani piantati in pentole spuntava il rosso dei fiori. Lungo la parete, in fila ordinata, cespi di basilico e origano dentro barattoli. La casa era semplice, come quelle dei disegni dei bambini. Sulla facciata una scala saliva fino ad una porta. Su ciascun lato due finestre con le tendine bianche. Una per lei, una per la madre. Un padre lei non l’ha mai avuto. Quando era nata la madre aveva fatto un giuramento: «Nessun padre, mai. Solo io e te». Una scelta d’amore perché, quando c’é, non lascia scampo. Non aveva voluto neppure Vincenzo che voleva sposarla anche se incinta. Sui davanzali altri vasi dove i gerani esplodevano di colore da confondere gli occhi. La facciata, in basso, era interrotta da due porte-finestra. Una era protetta dal pergolato d’uva, l’altra era aperta. Dalla cucina ancora profumo d’arrosto e cicoria tagliata fine. Fuori della porta, in forma di ciambella, dormivano due gatti, con il naso infilato nella pancia. Merli schioccavano dal tetto. Il buio favoriva i loro discorsi. Parlavano di tutto, oppure se ne stavano a guardare le stelle. Le contavano e aspettavano le scie bianche, allora chiudevano gli occhi per esprimere un desiderio.

Le rivedeva quelle quattro lungo lo stradone che in morbide curve seguiva il fiume. Apparivano e scomparivano dietro la barriera di pioppi verdoni. Procedevano, ora in fila indiana, ora aprendosi a ventaglio o senza alcun ordine come se ognuna avesse una meta diversa. Erano sempre insieme. Quello che faceva una facevano le altre. Le chiamavano le quattro gemelline. Ma non si assomigliavano per niente. Un giorno correndo, ridendo e gridando, con il sole del tramonto negli occhi, non si accorse di un carretto tirato da un cavallo. Si ritrovò per terra con il cavallo che si impennava sopra di lei. Avete presente Furia, cavallo del re. Era la stessa cosa. Poi il buio.
Le amiche, la madre si alternavano a raccontare, leggere, parlare con ostinazione perché dicevano che così sarebbe uscita da quel sonno senza sogni. Veniva anche Luca. Per lei non c’era neppure buio, perché quando si sta così non sai più niente, non ci sei più.
«Signora, si é svegliata». Voce confusa di un’infermiera. Socchiuse gli occhi. Visi nascosti da mascherine e cuffie verdi. Non capiva dov’era. Tutt’intorno macchine che blateravano i loro incomprensibili bip-bip e tutti quei tubicini che entravano, uscivano, come quelli che si vedono nei film. Nel letto il suo corpo immobile.
Voleva riappropriarsi dello spazio e delle cose come dopo un viaggio lontano ma per qualche mese rimase intrappolata a percorrere una strada che altri decidevano. Tutte quelle restrizioni la soffocavano – ore e ordine e disciplina, ed essere ora qua ora là al momento stabilito. Venivano le amiche a tirarle su il morale e a rimetterla in sesto. Veniva anche Luca. Ma quando era sola non sopportava più il silenzio. Se non c’era nessuno, parlava da sola, teneva la radio accesa a tutto volume. Dormiva con la radio accesa. Se non c’erano rumori le sembrava di sentire come un ronzio che le metteva paura, come una zanzara dentro l’orecchio a letto in una notte d’estate che fa quasi impazzire quando la senti. Tutto questo preoccupava la madre . Cominciò a temere per la sua vita. Manifestava la sua paura con ordini ossessivi. «Torna subito a casa dopo la scuola». «Non andare al fiume» . «Non prendere la bicicletta». Lei protestava. Non riconosceva più la madre che fino allora si era sempre mostrata comprensiva, con cui si confidava. A dire il vero non le aveva mai detto dei bagni. Ma ognuno ha i suoi segreti! Era forte sua madre, e com’era bella con quegli occhi grandi e ricordò il suo parlare, e l’accento che veniva da generazioni vissute in quella pianura.

L’immagine di quelle quattro lungo lo stradone diventa sfocata. Le figurine sono avvolte dalla nebbia che si infiltra polverosa tra i rami. Quegli alberi, la campagna, il fiume mutavano e diventavano nuovi. Quella terra diventava una bella addormentata.
Ricorda quando, d’autunno, la luce andava giù, i campi traspiravano con un respiro lento, pacato, che lasciava un velo brumoso a filo di stoppie, si infiltrava tra i rami degli alberi e ne assorbiva i colori. A occhi chiusi riconosceva l’autunno, aveva quel suo odore. Lungo il fiume sentiva gli effluvi che emana l’acqua, mescolati a foglie secche di pioppi e stoppie, un odore morbido, decadente; lo respirava sentendolo spesso e corposo. Si sedevano là sull’argine. Un sole esile faceva brillare ragnatele, le erbacce eran piene di bacche rotonde colorate, non sapeva anche loro avranno avuto un nome.

Lei impersonava l’umiltà, sempre vestita di cotonina grigia. Ed umile era il cerchietto d’argento che il professore aveva scelto per uno scopo da non dichiarare ai quattro venti. Quel cerchietto aveva giusto il diametro del dito di una donna. Il professore aveva dato all’artigiano le parole da incidere: «Noi andavam per lo solingo piano…». L’artigiano si stupì: «Un verso del Purgatorio su un cerchietto da mezzo pollice?» Il professore si sentì perso: la portinaia, Dante, il Purgatorio. Come spiegare? Ma trovò il bandolo e con le mani dietro la schiena e il viso assorto andava avanti e indietro nella bottega: «Il Purgatorio – diceva – il Purgatorio è una regione così vasta dove gli abitanti vivono a infinite distanze gli uni dagli altri e se vogliono parlare si affidano all’eco delle loro voci che chiamano da un picco all’altro. Sopra le nubi, soprattutto se c’è vento, si sente gridare». L’artigiano era del tutto smarrito dal manicomio di parole del professore che continuava a citare Casella, Manfredi, Costanza, Pia de Tolomei. «Come?» Gridava l’artigiano. Il professore si era chinato al suo orecchio e rincarato la dose: «Inutile gridare. In quelle solitudini non passa nessuna corriera, né i giorni feriali, né i festivi, né adesso, né mai!». «Mai?». «Mai!».
L’artigiano rabbrividì, per fortuna lui andrà all’inferno, poi prese
il bulino e, fissato l’anello in un morsettino da gingilli, adagio, adagio, per non rovinare l’anellino, tanto era sottile, picchiettò tutte le lettere di quel luogo dove non passano corriere né adesso, né mai.
Quel verso gli era parso adatto per la promessa fatta alla portinaia di accompagnarla dalla zia in quel paese perduto in mezzo alla pianura dove passava una corriera al giorno, e al sabato e alla domenica non c’era nessuna corsa.
Il giorno stabilito il professore e la portinaia presero la corriera. Seduti sui sedili il professore consegnò alla portinaia una scatoletta: «Da aprire solo giunti a destinazione, in casa della zia». La portinaia avvampò di confuso piacere mentre il professore si affrettava a scusarsi: «Non è niente, non è niente». Lei non riuscì a dire una parola tanto la lingua le s’ingarbugliava né a balbettare grazie. Impossibile dire grazie, grazie… I quadri che scorrevano nella sua mente, i ricordi, le visioni, come ora, lungo la strada con pioppi verdi, le suscitavano un’intima commozione.
Finalmente riuscì a dire grazie. Infilò la scatoletta nella borsa nera di finta pelle con i bordi consumati che teneva stretta sulle ginocchia. Le dita sfiorarono una foto con i bordi ormai arrotondati per quante volte l’aveva guardata. Vede Elena, grassottella, con un viso tondo incorniciato da capelli crespi e neri, con occhi grandi. Vede se stessa, esile, con un timido sorriso e il volto pieno di lentiggini, i capelli che sfuggono dal berretto di sbieco sulla testa e una calzetta allentata che ciondola sulla caviglia. Poi Gianna, la più alta. Mostrava già i segni sul corpo che facevano capire che in breve tempo sarebbe successo qualcosa d’importante. Infine, Sonia, la più brava a scuola e forse la più bella con i capelli raccolti in trecce dure. Allora erano così ingenue, sciocche e impetuose. E così giovani.
Disse grazie tante, ma con la testa fuori dal finestrino per farsi aiutare dal paesaggio della sua vita che scorreva nei suoi occhi ed era tale e quale a quando lei era bambina, ragazza. Poi una stanchezza senza tregua aveva iniziato ad invadere i suoi pensieri.

Era proprio sotto la finestra la bici gettata nella foga della frenata. Accanto, la bici di Luca. Lo rivede lì davanti, vicino all’orto, con la giacca troppo grande con un’aria all’improvviso adulta e i pantaloni diventati troppo corti da cui sbucavano i piedi diventati troppo lunghi. E quella voce che dapprima l’aveva fatta sorridere e poi aveva cominciato a piacerle quando perse i toni striduli e stonati dei ragazzi che crescono e non sono più ragazzi e non ancora uomini. La sentiva da lontano, poi farsi più vicina alla casa dove lei viveva con la madre.
Se lo ricorda Luca, seduto accanto a lei nello stesso banco, a scuola, a imbrattarsi di nero con i pennini che stridevano e che, se non si stava attenti, si biforcavano e lasciavano segni doppi. Se lo ricorda nell’acqua fresca del fiume che raggrinziva la pelle nei primi bagni di maggio. Se lo ricorda quando lo mandavano via perché volevano rimanere sole e lui s’imbronciava. Ma poi la prima mela d’autunno era per lui, le prime castagne, i primi fichi. Lui accettava quei doni con noncuranza, li mordeva e sorridendo le lanciava i semi sul naso.
Lei faceva l’offesa. Lui rideva.
Poi all’uscita di scuola, nei tratti di campagna ormai aperta, lungo la scorciatoia scivolosa, indurita dal gelo, lontano dagli sguardi dei compagni, lui le prendeva la cartella e se la caricava sulle spalle. E la sfidava in una corsa che le faceva battere il cuore forte sotto al cappotto. Correvano. Le curve dei pioppi. Il fiume via via più vicino sotto il volo radente di un germano. Poi erano a casa.
Arrivò il giorno in cui videro quel corpo trascinato dall’acqua.
Lei lo ricorderà sempre così: capelli foltissimi e ricci, passo lungo di chi ha sempre fretta , sorriso facile e grandi occhi buoni.
E cadde il silenzio.
La donna si rabbuiò al pensiero di Luca e pensò al tempo, a cosa fosse il tempo. Da allora la sua vita era come una persona che si era voltata a guardare indietro. Il tempo per lei si era fermato. Aveva guardato la vita scorrerle accanto come qualcosa che non la riguardava più. Ed erano cominciati i tanti “preferirei di no”. Ma fu solo un attimo perché il panorama di quella pianura giallastra catturò di nuovo i suoi pensieri, era di stoppie corte che facevano male quando ci si camminava mentre in primavera era soffice e verde, ma poi il verde ingialliva. La sua mente ritornò al calendario, ai mesi, agli anni, alle date, quasi quarant’anni e non ha mai avuto un figlio. L’unico che avrebbe potuto nascere sarebbe stato di Luca, ma Luca quel figlio se l’era portato via.
Poi la corriera arrivò al suo paese. Scesero la portinaia e il professore. C’era la zia. Le donne si abbracciarono e il professore s’inchinò. La portinaia era orgogliosa delle scarpe lucide del professore. Tutto era predisposto. Il professore era alloggiato alla trattoria dell’Angelo, per lui era pronta una stanzina al piano di sopra con la finestra che dava sul bersò del gioco delle bocce. Il professore salì un momento per depositare la borsa. La stanzina aveva il soffitto con le travi di legno, il comò con lo specchio dentro una cornice dorata, il letto che sapeva di lavanda, il quadro della Sacra Famiglia sopra il letto. Il professore guardò dalla finestra la luce del giorno che si adagiava nel pomeriggio della campagna mentre lontano si spegneva il rumore della corriera che andava chissà dove, e chissà se sarebbe ripassata nei giorni feriali o festivi o forse mai.

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Dicembre 15, 2009 Pubblicato in: Racconti   Leggi Tutto

Racconto/Allergie

di lorena casadei

Mercoledì mattina il dottor Wolf si svegliò con un terribile mal di testa.
“Non ci voleva” pensò, proprio quel giorno che doveva intervenire come relatore nella annuale riunione societaria.
Si girò verso sua moglie, ancora addormentata. Era bellissima. Una sottile lama di luce filtrava dalle persiane socchiuse, e le illuminava le labbra morbidissime. Avrebbe voluto baciarla.
Aveva conosciuto Martha solo tre mesi prima, ed era stato un colpo di fulmine. Si erano incontrati durante un convegno sugli effetti dell’influenza nella cultura occidentale. Lei studiava veterinaria, a lui invece interessavano le conseguenze delle malattie sugli organismi aziendali.
Fra un intervento e l’altro si erano scambiati lunghi sguardi. All’uscita, il dottor Wolf si era ritrovato Martha sotto braccio, senza sapere come ci fosse riuscito. Erano entrati in un caffè e, emozionatissimo, le aveva chiesto di diventare sua moglie.

Si fece forza e si alzò. Prima di conoscere Martha il dottor Wolf passava molto tempo in ufficio e ancora adesso trovava piacere nel suo lavoro di direttore finanziario.

Quella sera rientrò stanchissimo. L’emicrania era sparita fin da metà mattinata, ma la giornata era stata intensa. Non vedeva l’ora di abbracciare Martha.

Lei lo aspettava sulla porta di casa. Appena il dottor Wolf si avvicinò, gli gettò le braccia al collo e lo strapazzò di baci. Al dottor Wolf incominciò a battere forte il cuore. Ridicolo, alla sua età.

Entrarono. Martha lo aiutò a togliersi il soprabito, lo abbracciò ancora e gli sussurrò “meine liebe”, mordicchiandogli un orecchio. Il dottor Wolf non capiva una parola di tedesco, ma era orgoglioso che Martha sapesse parlare correntemente quattro lingue, con ognuna delle quali sapeva dirgli qualcosa di dolce. Gli tornò il mal di testa.

Martha si accorse del suo cambiamento di umore e lo rimproverò con un sorriso. “Sembri stanco, ti strapazzi troppo in ufficio. Dovresti farti visitare”.

Il dottor Wolf annuì, non voleva deluderla.

Quando si erano sposati, Martha avrebbe volentieri rinunciato agli studi per stare più tempo con lui, ma il dottor Wolf non glielo aveva permesso. Era giovane, doveva avere qualche interesse al di fuori della loro nuova famiglia. Lei aveva ubbidito e aveva continuato a coltivare la sua passione per la medicina, studiando a casa.

Andò a letto, accompagnato da Martha e da una camomilla. “Domattina starai meglio” gli disse, con un sorriso tenero.

Giovedì mattina il dottor Wolf si svegliò con un forte mal di testa. Si trascinò in bagno e si guardò allo specchio. Il suo viso era pieno di puntini rossi. Si passò una mano fra i capelli grigi, e ne raccolse una manciata. Si spaventò. In giornata sarebbe andato dal dottore.

Martha dormiva ancora, non voleva svegliarla. La sfiorò con un bacio. Gli riprese la tachicardia. Ridicolo, pensò.

La sera quando rientrò a casa si sentiva perfettamente bene. Martha, abbracciandolo, gli chiese se fosse stato dal dottore. Il dottor Wolf se ne era completamente dimenticato. Gli strani sintomi della mattina erano spariti appena era arrivato in ufficio.

Ricambiò l’abbraccio, le accarezzò il collo profumato. Mentre lei parlava della sua giornata, il dottor Wolf si sentì prudere il viso. Si passò una mano sulla barba, lentamente. Sotto le dita sentì alcuni rigonfiamenti. Erano riapparsi, all’improvviso.

Si girò di scatto per nascondersi, non voleva impensierire Martha. Ormai era l’unica a preoccuparsi per lui.

I suoi genitori erano morti tre anni prima, lasciandogli in eredità molti beni, una bellissima grande casa e tanta solitudine. L’arrivo di Martha aveva riempito il suo mondo.

Andò a letto preoccupato. Passò tutta la notte abbracciato a Martha.

Il venerdì mattina i puntini rossi erano spariti, ma avevano lasciato il posto a bolle semitrasparenti. Il prurito era ancora più fastidioso. E il mal di testa era ritornato.

Si decise. Si vestì in fretta e corse nello studio del dottore di famiglia.

Il dottor Peanuts era un tipo dai capelli nerissimi, con un fisico dinoccolato. Strabuzzava spesso gli occhi come se ogni volta si trovasse di fronte ad una scoperta scientifica. Parlava pochissimo. A dispetto del suo nome da cartone animato, era un luminare della medicina, molto apprezzato anche fuori città.

Lo accolse con uno sguardo indagatore, lo osservò, lo esaminò, lo rimirò come se fosse stato un’opera d’arte, lo toccò con attenzione, bofonchiò ed emise il verdetto.

Allergia, sentenziò, rialzandosi impettito e spruzzando inavvertitamente sul viso del dottor Wolf una miriade di goccioline di saliva.

Aveva l’aria preoccupata. Era un rarissimo tipo di allergia, gli spiegò, che si era sviluppata nei paesi anglosassoni. La gravità consisteva nella personalizzazione delle cause, che potevano essere indotte da piante, animali o altri esseri viventi. Bastava un leggero sfioramento per scatenare la reazione. I sintomi più comuni erano tachicardia, bolle, prurito, calvizie precoce, forti mal di testa. Perciò doveva assolutamente a risalire alla causa ed e-li-mi-nar-la. Pronunciò l’ultima frase con gravità. Perché, continuò, se non l’avesse fatto, sarebbe certamente morto. Gli rimaneva pochissimo tempo. L’allergia era già in uno stadio avanzato.

Il dottor Wolf tornò a casa frastornato. Abbracciò la moglie. E sentì subito tornargli la tachicardia, il prurito sulle guance e il mal di testa.

Sbiancò. Quella rivelazione improvvisa lo fece star male. Non poteva accettare che la causa del suo male fosse la persona che amava di più al mondo.

Si girò verso di lei, fece per aprire la bocca quando vide passare nei suoi occhi, di solito ricchissimi di tenerezza, un lampo che gli parve sinistro.

Si accasciò sulla poltrona di velluto che si trovava proprio dietro di lui. Si rese conto, con pacata rassegnazione, che le forze lo stavano definitivamente abbandonando.

Fu allora che notò il libro. Spuntava dalla tasca destra del soprabito di Martha, appeso all’appendiabiti di legno. I suoi occhi fotografarono con la velocità di uno scatto fotografico la copertina colorata e consunta:

H. Helmut
DAZU INDUZIEREN ALLERGIEN
Ed. Kampf
Preis DM 34.50

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Dicembre 9, 2009 Pubblicato in: Racconti   Leggi Tutto

Pensieri Spettinati/Pre-Mortem

di claudio castellani

L’altro giorno mi scrive una ragazza. In passato ha seguito i corsi di scrittura creativa di Rablè. Ora segue dei corsi di giornalismo. E’ una persona molto intelligente, scriveva bei racconti. E’ contenta dei corsi che segue ora, quelli giornalismo. Si parla e si imparano un sacco di cose interessanti, dice. E però conclude:”Fra famiglia e lavoro sono sempre più radicata al mio piccolo paesino di provincia dove non mi serviranno a molto queste nozioni. Nel frattempo studio il web, cerco di comprendere le possibilità che da un piccolo paesino di provincia ci sono permesse. Insomma, come al solito ho le idee confuse e ti riempio la posta di ciance.”
Roberta Aliventi, mi sembra, con ciò che ha scritto nei suoi pensieri spettinati – vedi Post Lauream – è un po’ sulla stessa lunghezza d’onda. Ho studiato, mi sono laureata. Ho imparato cose. Avevo voglia di fare cose che ho sempre rimandato a dopo la laurea e adesso mi trovo invece davanti al vuoto.
Sono discorsi che mi appassionano. Mi sembra siano discorsi molto importanti e che valga la pena di tirarli fuori da una dimensione da piagnisteo. Il piagnisteo non serve a nulla.
Perché non cominciamo a discuterne?
Cerco di svolgere il mio pensiero nel modo più semplice possibile, anche se correrò il rischio di semplificare troppo le cose. Dunque.
So benissimo in quale situazione si trovano oggi i giovani. Disoccupazione –e soprattutto disoccupazione giovanile- alle stelle. Scuola studio e ricerca, in Italia, sono una plaga depressa. Un continuo taglio di fondi. Se si è fortunati si trova un lavoro di ripiego in posta. Un lavoro come segretaria in un ufficio d’avvocati o cose del genere. Questa è la realtà e la si accoglie con rassegnazione. E’ così. E’ una realtà che ci sovrasta. Immodificabile. Accettiamola. Accettiamo il vuoto.
Mi chiedo: ma perché? Perché dovrebbe essere così? Vediamo alcune cose. Da tempo penso alcune banalità. Sono queste.
-Con un migliaio di euro oggi siamo in grado di comprare una cinepresa le cui prestazioni sono 100 volte superiori a una cinepresa che 60 anni fa costava centinaia di milioni di lire. Conseguenza: 60 anni fa per girare un film c’era necessariamente bisogno di un produttore e di una sofisticata sala di montaggio. Oggi non è più così. Anche il montaggio ce lo si fa in casa con un qualunque computerino. Conosco persone che hanno seguito corsi di sceneggiatura, si sono prese un diploma e poi se lo sono messe in tasca ad ammuffire. Domanda: perché?
-Aprire un blog costa un investimento di Zero Euro. Un blog è come un giornale. Per aprire un giornale e diffondere articoli, racconti, pensieri ecc, un tempo c’era bisogno di un editore che investisse miliardi di lire in una casa editrice. Bisognava anche essere fortunati, e trovare un editore disposto ad assumerti. Oggi non è più così. Mi chiedo: perché tanti blog sono un concentrato di banalità? Perché ci sono in giro giovani pieni di cultura e di idee e non usano lo strumento del blog per professionalizzare le loro capacità culturali?
-Se uno vuole pubblicare un libro, oggi può farlo con Il Mio Libro di Repubblica. Può stamparsi un libro e metterlo in vendita su quel sito. Sta per arrivare l’e-book. L’e-book è un’idea che provoca un moto di disgusto nel 99% delle persone a cui ne parlo. Ma l’e-book contribuirà ulteriormente a emancipare gli scrittori dagli editori. Perché non riflettere sulla cosa?
-Gli stessi ragionamenti valgono per musica, scultura, danza e ogni altra espressione artistica e culturale.
-Face Book. E’ un social network. È uno strumento che consente alle persone di conoscersi, di parlare e di discutere. Mi chiedo: perché bisogna usarlo SOLO per comunicare cazzate? Andate su Face Book e contate i post del tipo: “Ehi, gente, mi sto mangiando un gelato al pistacchio. Figo, eh!”. Mi domando perché Face Book non possa venir utilizzato per discutere ANCHE dei problemi importanti della vita. Perché non usarlo per unire attorno a noi altre persone che hanno i nostri stessi interessi e cercare di avviare, CONCRETAMENTE, dei progetti? Fare un film, creare un blog giornalistico? Mai sentito parlare del citizen-journalism? Perché i blog, FB, i social network, gli strumenti tecnologici a prezzo basso o quasi nullo non diventano strumenti per INVENTARSI UN MESTIERE o comunque una attività che dia senso alla propria vita?
Non mi dispiacerebbe se ci si mettesse a discutere e ad analizzare le ragioni di questa arrendevolezza, di questa inerzia che caratterizza l’Italia di oggi. Grazie

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Dicembre 7, 2009 Pubblicato in: Pensieri spettinati   Leggi Tutto

Pensieri spettinati/Post-Lauream

di roberta aliventi

Ci sono delle tappe nella vita di ognuno di noi che rappresentano un giro di boa, un punto di arrivo e di ri-partenza. Queste svolte possono arrivare senza preavviso o possono essere annunciate da tempo. Io sapevo che sarebbe arrivata la fine della mia vita da studente. Sapevo che ci sarebbe stato un giorno dopo, in cui, tutto quello che ero stata negli ultimi vent’anni, non mi avrebbe più qualificato e sarei stata qualcosa d’altro. Ho caricato il periodo post-laurea di molte aspettative. Non in termini lavorativi. Il problema non riguarda quali e quanti sbocchi e quali opportunità l’università ti offre al suo termine. Pensavo che dopo mi sarei sentita nuova, libera e piena di energia. Mi immaginavo una me stessa matura, pronta per una nuova condizione che mi lasciava uno spazio esteso in cui muovermi. Dopo la laurea avrei finalmente avuto la voglia e il tempo di girare, curiosare, di fare ciò che mi piaceva senza condizionamenti. Mi sbagliavo. Sono rimasta ferma, immobile, schiacciata da una sensazione di vuoto. Sono dieci giorni che mi sono laureata e tutto intorno mi sembra immobile, come bloccata da sabbie mobili in cui un giorno è uguale all’altro e non c’è nulla da fare. Il problema è che in realtà ci sarebbero milioni di cose da fare. Negli ultimi mesi appena mi veniva in mente di fare una determinata cosa, con decisione affermavo: “questo sicuramente lo farò dopo la laurea”. Di questi “sicuramente lo farò dopo” ne avevo piena un’agendina che ora ho buttato. Perché tutto si è sgonfiato all’improvviso. Ho capito che la carica che mi dava la certezza di aver voglia era l’arrivo e non la ri-partenza. Ho provato a dare la colpa a fattori esterni ma questa scusa ha retto per poco. La verità è che sono rimasta inceppata dentro, spaventata. E piuttosto che alzarmi e iniziare a guardarmi intorno, ho chiuso gli occhi e mi sono rannicchiata sotto le coperte, sperando che il tempo passasse senza di me.
Ho pensato allora all’ ex-studente Raskòlnikov, alla sua ossessione, al suo rimanere sopraffatto da un’idea fissa che annulla tutto il resto e annienta la volontà di reagire. Raskòlnikov pensa che l’unica soluzione che possa risolvere la sua condizione di assoluta miseria sia uccidere la vecchia usuraia Aljçna Ivànovna . Quest’idea si impossessa della sua mente, lo annienta come uomo e come individuo, lo fa prigioniero. Questo pensiero fisso lo costringe a rinnegare qualsiasi altra possibilità. Il Raskòlnikov ossessionato dall’omicidio. Un uomo annientato, che non può e non vuole vedere altro. E’ lì che la mente umana cade, imbroglia se stessa, pensare che non vi siano alternative. Razumìchin è l’altro volto della stessa miseria, quello che si ingegna, che non si arrende. Appare dunque evidente come la realtà stessa pesi sulle nostre vite ma anche come quella stessa realtà possa essere determinata da noi stessi, dalla nostra capacità di reagire. Non si tratta di Bene o Male, di giusta o cattiva strada. In questa rassegna lucida dell’animo umano, in cui si sviscerano i lati più nascosti dell’uomo, volendo o no, ci si riconosce. Una presa di coscienza che fa correre un brivido giù lungo la schiena.

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Dicembre 7, 2009 Pubblicato in: Racconti   Leggi Tutto