di stefano venturini
“Dove è papà?”, chiesi a mia madre.
“In giardino”, rispose lei.
Mi avvicinai alla porta e lo vidi, dritto e immobile, con la gambe divaricate e una mano dietro la schiena. Sembrava che sfidasse la luna, in maglietta e mutande.
“Non vuole rientrare”, disse mia madre. “Non vuole venire a dormire”.
Restammo in silenzio, e nell’oscurità della notte lo sentimmo fumare.
Uscii in giardino, affondando i piedi nudi nell’erba secca dell’estate, e mi misi al suo fianco. Lui fece un tiro profondo, e sparpagliò come scintille un po’ di cenere nell’aria. Si schiarì la gola.
Disse: “Vorrei che questa notte non passasse”.
Dissi: “Ma passerà, lo sai”.
Disse: “Vorrei non saperlo”.
Era stato l’ultimo giorno di vacanza, e mio padre di tornare a lavorare, a sessantasette anni, non ne aveva proprio voglia. Voleva chiudere con lo studio. Trent’anni di lavoro sono più che sufficienti, diceva lui, per rischiare l’infarto. Faceva il commercialista.
Era stato agitato tutto il giorno. Quando si era alzato, la prima cosa che aveva detto era stata: “E’ l’ultimo giorno”. Si era appoggiato allo schienale del letto, e aveva chiamato mia madre per chiederle di portargli la colazione. Aveva mangiato nel letto, poi si era messo a fumare.
“Ti ho detto mille volte di non fumare qui”, gli aveva detto lei, quando aveva sentito la puzza di fumo.
“E’ l’ultimo giorno”, aveva risposto lui con una vena d’angoscia nella voce.
Se ne era stato in poltrona tutto il giorno. A volte con la televisione accesa, altre volte spenta. Quando era spenta, appoggiava il fazzoletto sulla spalla, pronto a schiacciare le mosche fastidiose. Io me ne stavo in camera e leggevo e, nel silenzio della casa, sentivo lo schiocco del fazzoletto sulle sue gambe.
A pranzo non aveva spiccicato una parola.
“Che hai?”, gli aveva chiesto mia madre.
Lui non le aveva risposto; neanche l’aveva sentita.
A cena la stessa cosa. Aveva mangiato e bevuto il vino in silenzio. Io lo guardavo. Era la prima volta che lo vedevo così giù di corda. Ero abituato alle sue battute e al suo spirito. Sapevo che il lavoro lo stressava, lo vedevo tutti i giorni, però non mollava mai. Ora, tutto d’un tratto, era ridotto uno straccio. Come se le vacanze non fossero servite a niente. I suoi occhi erano spenti, assenti; avevo l’impressione che avesse abbandonato il suo corpo, che ora era un contenitore vuoto. Sembrava che mangiasse solo per sopravvivere.
“Ti piace il vino?”, gli chiesi.
“E’ lo stesso”, rispose lui senza guardarmi.
Mio padre venerava il vino. Sceglieva sempre con cura le etichette che comprava. A tavola, celebrava il primo bicchiere di ogni pasto con piccole ritualità: stappava la bottiglia, annusava il tappo di sughero ad occhi chiusi, e poi, tutto compiaciuto, versava, e con un tovagliolo asciugava dal collo le gocce residue. Io ero incantato dalla sua eleganza. Ascoltavo lo stillare morbido del vino nel bicchiere e attendevo che mio padre lo bevesse e lo giudicasse. Quel giorno però aveva fatto stappare la bottiglia a mia madre, e poi aveva bevuto il primo bicchiere come fosse acqua sporca.
“Che hai? Ci dobbiamo preoccupare?”, gli dissi.
Non rispose.
“Non è mica la fine del mondo, eh”, si intromise mia madre.
Mio padre la guardò e disse:
“Per me, sì”.
Si alzò da tavola, si accese una sigaretta e uscì in giardino. Si mise a fumare sotto il ciliegio, dandoci le spalle. Tirava boccate nervose, che si confondevano con il tremolio delle foglie, agitate dal vento caldo di fine estate.
Quando rientrai, quella notte, come ho detto, lui era ancora lì. Si era solo spostato: dal ciliegio, al pruno.
“Ti mancano solo tre anni alla pensione”, gli dissi. “Non puoi mollare ora”.
“Se penso a domani mi viene da piangere”.
“Dai, dobbiamo andare a dormire. E’ l’una passata. Non puoi stare qui tutta la notte”.
“Dì a tua madre che mi fumo un’altra sigaretta”.
Per un attimo, la fiamma dell’accendino rischiarò la sua faccia: aveva gli occhi lucidi, come se avesse pianto. Poi tornò il buio e non lo vidi più.
Poco dopo, l’anatra uscì dal cespuglio. Ce l’aveva portata mia zia. Mio cugino l’aveva vinta al Luna Park. L’avevamo tenuta in giardino ed era grande e bianchissima, ora che si era fatta adulta. All’inizio si spaventava per ogni cosa; ora si sentiva di casa. Non ci temeva più, e si avvicinava se imitavamo i suoi versi. La trattavamo come fosse un cane. Ci passò davanti e si diresse verso la vaschetta dell’acqua. Camminava lenta e borbottava tra sé. Bevve, e si mise a battere le ali allungando il collo. Poi ci ripassò davanti, come se noi non ci fossimo. Io sorrisi e guardai mio padre: aveva la testa piegata, e guardava la luna.
Durante la notte mi svegliai. C’era silenzio. Mi venne in mente mio padre, e volli controllare se era venuto a letto. Mi alzai, infilai le ciabatte e attraversai il corridoio facendo piano. Aprii lentamente la porta della camera dei miei; non vedevo niente, era troppo buio. Accesi la luce in corridoio e la luce filtrò nella stanza attraverso la piccola fessura che avevo lasciato. Sopra le lenzuola, riconobbi la sagoma di mia madre. Dormiva a pancia in su, con le braccia distese lungo i fianchi e la bocca aperta; respirando, la gola emetteva un rantolo breve, seguito da un fischio sottile che usciva dal naso. Mio padre non c’era.
Scesi le scale piano piano. La luce in soggiorno era accesa. Senza finire la rampa, mi allungai per vedere. Era seduto in poltrona. Mi dava le spalle. Vedevo solo la sua testa pelata, e i pochi capelli che aveva l’attraversavano come striscioline di liquirizia. Stava fumando. Teneva il braccio alzato e il gomito sul bracciolo. Tra le dita, la sigaretta si consumava lentamente: la striscia di cenere si piegava, e il fumo saliva e si allargava in una spirale grigia, fino a dissolversi. Pensai che si fosse addormentato, ma poi mosse il braccio e buttò la cenere nel posacenere. Tossicchiò.
Mi sedetti sullo scalino e incrociai le braccia, appoggiandole sulle ginocchia. Mio padre spense la sigaretta e si tirò in avanti. Ai suoi piedi c’era Rocky, il cane. Aveva quattordici anni. Zoppicava ed era cieco da un occhio, che era bianco come una palla da biliardo. Mio padre lo accarezzò sulla testa.
“Siamo vecchi”, disse.
Si appoggiò di nuovo allo schienale della poltrona e allungò le gambe, incrociando i piedi. Fece per prendere il telecomando, poi guardò in su, verso l’orologio appeso al muro: erano quasi le tre. Sfilò una sigaretta dal pacchetto sul tavolino e l’accese. L’odore mi colpì, acuto.
Il mattino seguente feci colazione da solo.
“Ha dormito?”, chiesi a mia madre, che sbriciolava il pane in una ciotola di mais.
“E’ venuto a letto, ma non ha chiuso occhio. Si è sdraiato e ha fumato. Non mi ha lasciato più dormire. Voleva che stessi sveglia con lui”.
“E non gli hai detto nulla per il fumo?”
“Che gli dovevo dire. In quel momento volevo solo dormire”.
“Cosa ti ha detto?”
“Per un po’ è stato zitto. Guardava davanti a sé, senza dire una parola. Era immobile, distante. Se non fosse stato perché ogni tanto tirava, mi pareva una mummia. Non batteva neanche ciglio. Poi, tra una sigaretta e l’altra, mi ha detto: “Sono vecchio. Non ho più le forze. Non so cosa fare. Non ce la faccio a ricominciare, questa volta””.
“E tu?”
“Io l’ho lasciato parlare un po’. Poi ho usato le solite frasi, sai: “Ma no, vedrai che è solo un momento. Passerà. Fra una settimana ne riparliamo”. Così”.
“E lui?”
“Ha borbottato qualcosa e si è acceso un’altra sigaretta. Allora mi sono alzata, sono venuta giù e gli ho preparato una camomilla. Gliel’ho portata a letto bella calda. “Tieni”, gli ho detto. “Ti calmerà un po’”. “Fammi un caffè. Non la bevo la camomilla”, mi ha risposto lui. “Guarda che con il caffè è peggio. Ti devi rilassare”, gli ho detto io. “Fammi un caffè, dai. Da brava”. Siamo scesi giù a berlo. Ci siamo messi davanti alla televisione, alle quattro e mezza del mattino. Tuo padre ha scanalato un po’. Poi si è fermato su un programma che trasmetteva la Tosca, in cui cantava Pavarotti. Abbiamo visto un atto intero. Ogni tanto alzava il volume e io gli dicevo: “Abbassa, che c’è tuo figlio che dorme”. Lui non mi badava. Agitava le braccia come un direttore d’orchestra. Ero contenta perché sembrava che si fosse ripreso. Poi ha spento. “Mi ha stufato”, ha detto. “E poi non è che mi risolva il problema””.
“Prima che venisse su a dormire, era in soggiorno che parlava con Rocky”, dissi.
“Non l’ho mai visto così giù”.
Mio padre è sempre stato un uomo allegro, pronto a dispensare consigli utili su come prendere la vita. Un gran lavoratore, e la sua professione è una delle più pesanti che conosca. Devi aggiornarti in continuazione, sorbirti tutti i problemi dei clienti, rispondere a mille domande ogni giorno; non c’è un attimo di pace. E’ una vita di puro stress. Eppure, lui ha retto per trent’anni.
“Mi sa che si è rotto qualcosa”, dissi. “Hai sentito, no? Ripete che è vecchio. Che non ha voglia di lavorare. Che gli mancano le energie di una volta”.
“Così, tutto d’un tratto?”, chiese mia madre.
“Può essere. Uno accumula stress tutta la vita, e poi un bel giorno esplode”.
Mandai giù l’ultima fetta biscottata e bevvi un sorso di tè caldo. Mi alzai dal tavolo e presi le chiavi dell’auto da sopra il frigorifero.
Mia madre uscì in giardino con la ciotola in mano e la posò nell’erba. Aveva mischiato pane e mais fino a farli diventare una poltiglia giallastra.
“Ciccia, Ciccia”, si mise a dire. “Vieni che c’è la pappa. Ciccia”.
L’anatra sbucò dallo stesso cespuglio della sera prima; marciò in un apparente equilibrio precario, come fanno i bambini quando imparano a camminare, allungò la testa e borbottò qualcosa. Mia madre l’accarezzò sul collo lungo e bianco, e poi rientrò.
“Non ha nemmeno voluto fare colazione”, disse, chiudendo la porta alle sue spalle. Si lavò le mani sporche di mais nel lavandino.
“A che ora è uscito?”, le chiesi.
“Saranno state le sette. Si è alzato, ha indossato i primi vestiti che ha trovato e se n’è andato senza salutare. “Non fai nemmeno colazione?”, gli ho chiesto. “Prendo un caffè al bar”, mi ha risposto lui”.
Sopra il lavello c’erano i due posacenere: quello del soggiorno e quello usato in camera da letto. Due montagne di sigarette alte come l’Everest: alcune finite, altre lasciate a metà. Mia madre rovesciò tutto nella pattumiera.
“Guarda qui”, disse. “Dimmi se un uomo deve vivere così”.
Quando arrivai in studio, mio padre era seduto sulla sedia girevole, davanti alla sua scrivania, sprofondato nello schienale di morbida pelle nera. Stava fumando.
“Ciao”, dissi io.
“Ciao”, disse lui con un filo di voce, alzando gli occhi solo per un attimo.
Aveva aperto le finestre della sua stanza e si era seduto. Il resto dello studio era al buio e silenzioso. Aprii tutte le ante e feci entrare il sole. La linea telefonica era ancora in modalità fax. Premetti il tastino e riattivai il telefono. Per terra c’erano i fogli che il fax aveva sputato durante l’estate. Ce n’erano una montagna sparsi dappertutto.
“Hai visto quanta roba è arrivata?”, gli chiesi.
“Mi vien da star male”.
Raccolsi i fogli e diedi un’occhiata veloce. C’erano molte pubblicità: nuovi cellulari, nuove tariffe, corsi di aggiornamento professionale. Poi gli immancabili fogli presenza dei dipendenti dei clienti, qualche avviso bonario, e varie cartacce spedite dall’Agenzia delle Entrate. Misi tutto sulla mia scrivania. Attaccai la spina della macchinetta del caffé e l’accesi.
“Vuoi un caffé?”, chiesi a mio padre.
Non mi rispose.
“Te lo fai un caffé?”, gli chiesi di nuovo.
“Sì, dai”, rispose lui dopo un po’.
La voce gli uscì floscia, tanto che per un attimo sembrò quasi sgonfiarsi l’aria.
Ne preparai due. Mi sedetti davanti a lui e gli porsi il bicchierino di plastica bianco.
“E’ già zuccherato”, gli dissi.
“Grazie”, fece lui.
Si staccò dallo schienale della poltrona con un po’ di fatica e allungò la mano. Prese il caffè e mischiò lo zucchero con la paletta trasparente. Poi la picchiettò due o tre volte sul bordo del bicchiere e bevve in un solo sorso.
“Come stai?”, gli chiesi.
Tirò fuori dai pantaloni un fazzoletto bianco tutto stropicciato e si pulì la bocca.
“Male”, rispose.
Rimise il fazzoletto in tasca.
“E’ solo perché è il primo giorno”, dissi.
“Non lo so. Non mi sono mai sentito così”.
“Così come?”
Si prese un’impercettibile pausa di riflessione.
“Così vecchio”.
Bevvi un sorso di caffè. Pensai a cosa dire. Era strano vederlo così; non sapevo come prenderlo.
“Forse la stai facendo un po’ troppo dura”, gli dissi.
Una frase di circostanza, lo sapevo bene: troppo generica per essergli d’aiuto. Ma fu la prima cosa mi venne in mente.
“Vedremo te, a sessantasette anni”.
Percepii irritazione nella sua risposta. Comprensibile: non aveva bisogno di stupide frasi fatte.
Appoggiò i gomiti sulla scrivania e incrociò le braccia. Per un po’ guardò fuori dalla finestra, gettando uno sguardo qua e là nel giardino. Il nostro studio si trovava al piano terra di una piccola villa su due piani. Pagavamo l’affitto ai padroni di sopra. Durante l’estate, e fino agli inizi di ottobre, i merli saltellavano nell’erba in cerca di qualcosa da mangiare. Quella mattina lui si accorse che non ce n’era nessuno.
“Che fine hanno fatto tutti?”, si chiese.
“Tu cosa conti di fare?”, gli chiesi io.
Alzò le spalle.
“Non lo so. C’è qualcosa che posso fare?”
Bevvi l’ultimo goccio di caffè.
“Magari andare in pensione”.
“Non me la danno”, rispose. “Fino a settant’anni non me la danno”.
“Nemmeno se anticipi tutti i contributi che ti restano da versare?”
“Posso anche farlo, ma fino a che non avrò compiuto i settant’anni non vedrò un soldo”.
Guardai per un momento lo zucchero sciolto in fondo al mio bicchiere. Lo spostai con la paletta. Cercai di pensare qualcosa. Sbuffai.
“Vabbé, vado a lavorare”, dissi.
“Li vedi tutti quei libri?”, mi chiese mio padre, puntando l’indice alle mie spalle. “Contali”.
Dietro di me, lungo la parete, c’erano due librerie, una accanto all’altra, con quattro ripiani ciascuna: erano piene di libri, vecchi e nuovi.
“Avanti. Ad alta voce”, mi disse.
“Questo lavoro ti è costato fatica, lo so”.
“Contali”, mi disse di nuovo.
Mi avvicinai alle mensole. Diedi uno scorcio agli anni d’imposta di ciascuno dei libri. I più vecchi, legati insieme ad articoli di giornale sbiaditi con elastici induriti dal tempo, portavano l’anno 1980. Per ogni anno c’era una sfila di pubblicazioni: le novità della Finanziaria del governo, le sentenze tributarie della Cassazione e così via. Poi c’erano gli spaventosi volumi dell’IVA e delle imposte sui redditi: enormi ammassi di pagine sottili, scritte a caratteri minuscoli, piene di numeri, leggi e commenti. Guardai mio padre e sorrisi. Lui fece di sì con la testa e disse:
“Forza”.
Iniziai a contare.
“Uno, due, tre…”
Le due biblioteche erano chiuse da ante di vetro. Mentre contavo, il mio sguardo cadde sul riflesso di mio padre: stava di nuovo guardando in giardino. Continuai a contare ma, distratto, abbassai il tono della voce senza rendermene conto. Lui si girò verso di me e a quel punto avevo perso il conto.
“… Quarantatré, quarantaquattro, quarantacinque…”, finsi di proseguire.
Sembrava che si rilassasse a sentire quella sfilza di numeri; come se quella quantità evocasse in lui il ricordo di quando, da giovane, tutti quei libri li divorava. Per avere una preparazione adeguata devi metterci la schiena, diceva sempre. E’ stata la prima cosa che mi disse quando venni a lavorare in studio. Ed era la prima cosa che faceva osservare a tutti quelli che assumeva. Se rimani indietro, non sopravvivi in questo lavoro. La preparazione viene prima di ogni cosa.
Ora che sentiva di essere stanco, che le energie e la voglia di continuare non erano più le stesse, era come se avvertisse la necessità di celebrare il suo passato, gli sforzi e i sacrifici compiuti.
“… settantasette, settantotto, settantanove…”
“Sono duecentonovantasei. Li ho contati prima”, disse a quel punto mio padre. “Poi ce ne sono altri naturalmente, ancora più vecchi. Ma quelli io e tua madre li abbiamo chiusi in scatoloni di cartone che abbiamo sistemato da qualche parte in cantina. Chiedi a lei quanto ci abbiamo messo”.
Mio padre andava molto fiero di quello che aveva realizzato nella vita. Era il terzo figlio di una famiglia di quattro fratelli e due sorelle. Di tutti, lui era l’unico che si era distinto per aver studiato. Non era nato per fare lavori manuali, ma per usare la testa. La decisione più importante la prese a ridosso dei quarant’anni. Aveva lasciato il lavoro da impiegato, in un’azienda molto importante: si era dimesso perché l’ambiente non lo stimolava, e perché stare alle dipendenze di qualcun altro lo soffocava. Voleva fare il libero professionista. Aveva un diploma di ragioneria, così si iscrisse all’Università di Giurisprudenza. Nel frattempo, però, dovendo sostenere la nostra famiglia, trovò un altro lavoro impiegatizio. E così, per sei lunghi anni, lavorò e studiò.
Io ero piccolo per comprendere il sacrificio che stava facendo. Ricordo solo che, dopo cena, si sedeva al tavolo in soggiorno e leggeva dei libroni enormi, e che, con una penna stilografica, ogni tanto sottolineava e poi scriveva qualcosa su un quadernone rosso.
Una notte mi svegliai e vidi la luce dell’abajour nella camera dei miei. Sentii che mia madre brontolava, e che poi disse: “Dai, adesso basta. Metti giù quel libro. Devi riposare”. “Non posso”, aveva risposto mio padre preoccupato. “Da brava, su, vai a farmi un caffé”. Lei si alzò, e in ciabatte andò in cucina. Io rimasi sveglio, avvolto nelle lenzuola, ad ascoltare. La casa, nel cuore della notte, si riempì del rumore metallico dei cucchiaini, del tinnio delle tazzine, del suono morbido e vaporoso della fiamma sul fornello, e, infine, del borbottio bollente del caffé. Quando mia madre tornò in camera, sentii che appoggiò il vassoio sul comodino, che chiuse il libro, che attraversò la stanza, si distese sul letto e spense la luce.
Il giorno che mio padre si laureò, ricordo che entrò in casa e con un sorrisone esclamò:
“Ce l’ho fatta!”
Io non capivo a che cosa si riferisse, ma mia madre lo abbracciava visibilmente emozionata, e per quello ero felice anche io.
Gli erano rimasti solo due scogli per diventare commercialista: i tre anni di pratica in uno studio professionale e l’esame di Stato.
Continuò a lavorare come impiegato, e nel tempo che gli rimaneva, dopo la giornata di lavoro, faceva presenza nello studio del commercialista che lo aveva preso in carico. Passò altri tre anni molto duri, di studio e di lavoro.
L’esame di Stato fu la prova più difficile.
Tuttora è soprannominato l’esame “stanga”: è molto selettivo, e passano davvero i migliori. E mio padre fu tra quelli, naturalmente; al primo tentativo. Alcuni giorni dopo, uscì un articolo di poche righe sul giornale locale, che mio padre ritagliò e che conserva tuttora nel portafoglio: ce l’aveva fatta solo il diciannove per cento. C’era l’elenco dei promossi, in rigoroso ordine alfabetico; il suo nome era scritto nell’ultima riga e prima del punto.
Mio padre non accennava a reagire, nemmeno dopo una settimana di lavoro. Si faceva passare solo le telefonate necessarie, quelle dei clienti importanti. Per tutti gli altri non c’era. Ogni volta che squillava il telefono gli saliva il nervoso e bestemmiava. Beveva caffè e fumava in continuazione. Aveva accumulato una montagna di carte sulla sua scrivania, ma non se ne curava. Ci dava un’occhiata e poi le piantava lì.
Gli portai una lettera dell’Agenzia delle Entrate che contestava una dichiarazione dei redditi vecchia di tre anni. Prese dal cassetto la lente di ingrandimento e diede un’occhiata. Mio padre era miope e portava gli occhiali. Con il passare degli anni, però, faticava sempre più a leggere da vicino. Così, una sera, mia madre tirò fuori da un vecchio scatolone una lente di ingrandimento.
“Usa questa”, gli disse.
“E da dove salta fuori?”
“Era di mio padre. L’ha usata in questura, durante gli ultimi anni di servizio. Mi sono ricordata che l’avevo messa insieme alle altre cianfrusaglie della mia famiglia”.
Mio padre la prese in mano e la studiò per un po’.
“Ha la lente sbeccata”, osservò.
“Sì. Ho visto. Si sarà rotta sotto il peso di tutto quello che c’è nello scatolone”.
Mio padre se l’avvicinò all’occhio e poi l’allontanò. Due o tre volte. Si piegò sul giornale e provò a guardarci attraverso.
“Sembra funzionare”, disse.
“Certo che funziona!”, rispose mia madre.
Non si è più separato da quella lente. La custodiva gelosamente nel cassetto della sua scrivania, in ufficio, e la tirava fuori ogni volta che doveva leggere, anche quando non era necessario perché i caratteri erano belli grandi. Avevo come l’impressione che per lui fosse diventata un feticcio, un oggetto dotato di potere magico di cui non potesse fare a meno. E’ un classico di ogni professionista, del resto, avere un inventario di totem: la sigaretta, il caffé, la penna stilografica e guai a scrivere con un’altra, la cravatta e così via.
Con quella lente analizzava ogni cosa, come se vedesse tutto sotto una luce diversa. Quella mattina non fece eccezioni: diede una scorsa veloce al foglio, passando più volte la lente su e giù, come fosse ai raggi X. Si fermò in mezzo alla pagina, e lì ci restò per qualche secondo, muovendo gli occhi da sinistra a destra.
“Chissenefrega”, disse dopo un po’.
“Cioè?”
“Cioè chissenefrega. Abbiamo trenta giorni di tempo per rispondere. E ora non ho voglia di metterci la testa”.
“Facendo così, stai accumulando un sacco di carte. Da qualche parte devi pur iniziare. Devi reagire”.
Appoggiò piano piano la lente sulla scrivania, incrociò le braccia e guardò fuori dalla finestra.
Quel piccolo rettangolo d’aria, tra lui e il giardino, sembrava diventata la sua unica via di fuga. Ogni volta che ci guardava attraverso, avevo come l’idea che nella sua testa elaborasse un piano d’evasione; che pianificasse nei minimi dettagli quello che doveva fare per scappare senza lasciare tracce.
Poi, con la voce più triste che avessi mai sentito, disse:
“Non so cosa mi stia succedendo”.
Sembrò quasi mancargli il fiato, sul finire della frase.
“Non possiamo rimanere indietro, lo sai. Non possiamo permettercelo”.
Lui annuì, senza guardarmi, e si accarezzò la barba rossiccia con le dita.
“Mi fai un caffé, per piacere?”, mi chiese.
“Un altro? Ne hai bevuti troppi oggi”.
“Uno solo. Poi prendo una di queste cartacce e vedo che cosa riesco a combinare”.
Per qualche secondo ci guardammo: sapevo che non lo avrebbe fatto, glielo leggevo negli occhi.
“E va bene”, dissi. “Ma è l’ultimo”.
Andai nella mia stanza. Presi un bicchierino, una cialda, e azionai la macchinetta del caffé. Agitai una bustina di zucchero e ne strappai un angolino. Poi sentii uno strano verso. Interruppi l’erogazione e tornai di là.
Mio padre stava in piedi davanti alla finestra spalancata, con in bocca una specie di trombetta. La teneva con tutte e due le mani e ci soffiava dentro ad intervalli regolari. Emetteva un suono stridulo, come un richiamo. Rimasi a bocca aperta sulla soglia della porta. Incredulo, gli chiesi che cosa stesse facendo. Lui sobbalzò e si girò di scatto.
“Ah! Sei tu”, disse.
“Già”.
“Scusa, è che io… lo vedi questo?”
Mi mostrò l’oggetto che teneva in mano.
“Sì?”
“E’ un richiamo per i merli”, disse.
Sorrisi, e subito dopo scoppiai a ridere.
“Ma sei scemo?”, gli dissi.
Sorrise anche lui.
“No. Perché?”
“Non so. Ti sembra normale stare alla finestra soffiando dentro quel coso?”
“E’ un richiamo per i merli, te l’ho detto”.
“E da quando ne hai uno?”
“Me l’ha dato Giovanni”.
“Giovanni? Il figlio della perpetua?”
“Il figlio della perpetua. Ieri sera, prima di rientrare a casa, sono passato da lui. E’ un cacciatore, no? Ho pensato che poteva sapere qualcosa sui merli. Non ti sei accorto che non se ne vedono più in questo giardino?”
“Dio, no. Non ci ho fatto caso”.
“Io sì. Così gli ho chiesto perché, e lui mi ha risposto che non lo sapeva, che forse hanno trovato un luogo migliore per nidificare. Poi mi ha dato questo richiamo e mi ha fatto vedere come si usa. Magari riesci a vederne qualcuno, mi ha detto”.
“E funziona?”
“Non mi sembra”.
In quel momento provai per lui una forte tenerezza: mi avvicinai, e gli chiesi di farmi vedere come usarlo.
“Devi prenderlo così, vedi? Poi ci soffi dentro, ma non troppo forte”.
“Fammi provare”.
Impugnai la trombetta con entrambe le mani, guardai mio padre, e ci soffiai dentro. Ne uscì uno stridolio sordo.
“Non ci siamo”, disse lui. “A Giovanni usciva un suono diverso, me l’ha fatto sentire bene”.
Riprovai. Come prima.
“Da’ qui”, disse lui.
Ci provò due o tre volte. Il suo suono era più pulito del mio.
“Che dici?”, mi chiese.
“Non lo so. Io non vedo arrivare nessun merlo”.
Soffiò di nuovo. E poi di nuovo ancora. Ora facevamo a turno, e nessuno dei due voleva smettere.
Il telefono squillò molte volte, ma mio padre non voleva che andassi a rispondere.
“Lascia perdere”, mi diceva. “Non è importante”.
Restammo lì a fischiare all’aria,nella speranza che qualcosa accadesse, come per magia. Non arrivava nessun merlo, naturalmente, ma dopo un po’ era come se non ci importasse più: come se non fosse più quello il punto. Volevamo solo continuare a crederlo possibile, e questo ci bastava.
Guardai mio padre prima che soffiasse un’altra volta: aveva uno spicchio di sole che gli attraversava la guancia. Sorrise. Sorrisi anch’io.
Passò un po’ di tempo, poi mio padre si convinse ad andare da un medico, sotto la pressione di mia madre. La situazione non migliorava: era sempre stanco perché non dormiva, e aveva tutta l’aria di essere sull’orlo di una crisi di nervi.
Ogni sera mia madre ci provava, con la camomilla.
“Bevila, che è bella calda”, gli diceva.
Ma non aveva nessuna effetto su di lui: passava la notte seduto nel letto a fumare e a lamentarsi, con mia madre che dormiva a intermittenza.
Una volta, in studio, scoppiò quasi a piangere. Mi sentii un po’ a disagio, provando un certo imbarazzo, perché non l’avevo mai visto così. Lo vidi in enorme difficoltà: senza via d’uscita e privo delle energie necessarie per reagire.
“Sto male. Mi viene da piangere”, ripeteva.
Aveva gli occhi lucidissimi, la faccia stanca e lo sguardo abbattuto. Indossava gli stessi vestiti da giorni, la barba era trascurata, e le unghie delle mani erano lunghe. Troppo lunghe. Mia madre lo sgridava, gli diceva che doveva darsi almeno un contegno, ma non c’era verso. Era completamente inghiottito dal suo mondo di nebbia.
Fumava tantissimo, ad un ritmo insostenibile. Ovunque andasse teneva una sigaretta fra le dita: avrei sentito l’odore di nicotina della sua pelle da un chilometro di distanza.
Oltre al fumo, c’era il caffé. Se ne faceva in continuazione, in studio. Uno dietro l’altro, anche a distanza di pochi minuti.
“Non puoi continuare a farti tutti questi caffé, e a fumare come stai facendo. Rischi l’infarto. Credo che sia l’ultima cosa che ci serva”, gli feci notare un pomeriggio, un po’ seccato.
“Guarda che mica li bevo tutti”, mi rispose.
E in fondo era vero. A volte si bagnava solo le labbra. L’aroma e il sapore gli erano diventati del tutto indifferenti: ciò che contava era perdere tempo e tenere lontani la scrivania e il lavoro.
I bicchierini non li buttava subito. Li sistemava lungo il perimetro del lavandino del bagno. Alla fine della giornata era quasi inutilizzabile. C’erano bicchierini ovunque: alcuni vuoti, altri pieni come se non fossero stati toccati, ma la maggior parte aveva il fondo del caffé mischiato allo zucchero sciolto, e la cenere delle sigarette sulle pareti appiccicose. Sembrava la scacchiera di una dama impazzita. Poi, verso sera, prima di chiudere lo studio, mio padre buttava tutto nel sacchetto della spazzatura che teneva nella vasca, e risciacquava il lavandino. I suoi gesti erano lenti, assenti, quasi meccanici. Ogni volta mi chiedevo a che cosa pensasse, ma non mi andava di disturbarlo. Non in quel momento, che sembrava il più intimo di tutta la giornata.
Non si curava più di niente, ormai. Non lo vedevo più sorridere. Era come una lampadina sottoposta a continui cali di tensione: illumina sempre meno, fino a che si spegne del tutto con un sordo crac.
“Domani ti porto dal medico”, disse mia madre a cena, spezzando il silenzio.
Mio padre la guardò con occhi tristi. Girò il cucchiaio nella minestra ormai fredda, e non disse una parola.
“Ti darà qualcosa, almeno per farti dormire”, continuò lei.
A quel punto gli occhi di mio padre girarono su di me. Dovetti fare un certo sforzo per reggere quello sguardo di traverso, bagnato da lacrime nascoste. Contrassi le dita dei piedi nelle ciabatte morbide.
“Mi ascolti? Guarda che lo dico per il tuo bene”.
Girò anche la testa, appena appena; socchiuse le labbra, e le strinse forti l’una contro l’altra.
Volevo dire che la mamma aveva ragione, che doveva farsi prescrivere una cura, ma mi bloccai.
Stava aprendo la bocca. Poi, un piccolo sussurro passò tra i suoi denti stretti:
“Mi dispiace”.
“Allora, come è andata?”, chiesi a mia madre.
“Il dottore l’ha visitato e sta bene. L’ha trovato solo un po’ depresso”.
“Un po’?”
“Sì, e ha detto che è normale ad una certa età. E’ un insieme di cose. L’andropausa, l’ipertensione, lo stress. Sono cose frequenti passati i sessanta”.
“Adesso lui dov’è?”
“E’ andato da Giovanni, a restituire quel coso che fischia”.
“Il richiamo”.
Mia madre teneva in mano un sacchetto della farmacia. Da come era tirato, pareva avere un certo peso.
“Quelle sono le medicine che gli ha prescritto il medico?”, le chiesi.
“Sì. Deve prenderle tutte e tutti i giorni”.
Non so perché in quel momento non fui curioso di sapere quali medicinali fossero e non indagai oltre. Mia madre appoggiò il sacchetto sulla cassapanca in cucina, e indossò il grembiule per preparare la cena.
Quella sera, a tavola, non chiesi nulla della visita a mio padre. Lo stato in cui versava lo addolorava profondamente: il suo orgoglio era ferito. E lo capivo. Era stato un uomo forte, sempre capace di reagire alle difficoltà. Nella vita aveva affrontato tutto con grande sicurezza, credendo soprattutto in sé stesso. Era stato un uomo molto positivo. Non voleva che ci si fasciasse la testa prima del dovuto; non voleva che si pensasse sempre in negativo. Mi aveva spronato, soprattutto all’università, a fare mille esperienza diverse. Buttati, mi diceva. Fallo ora che puoi. Viaggia. Vai a studiare all’estero. Ascolta il mio consiglio. Era pieno di entusiasmo e di energia.
Ora che sentiva le sue sicurezze vacillare, che vedeva affievolirsi la luce sotto la quale aveva guardato il mondo fino a quel momento, si sgonfiava e si afflosciava come un palloncino. Mi figuravo spesso la strana scena di mio padre che, seduto alla sua scrivania, cerca di alzarsi per raggiungere la finestra spalancata. Quando ci prova, la sua voce inizia a contare, e i suoi libri, prima ordinati sulle mensole, ora si ammucchiano pesanti sulle sue gambe. La sua sigaretta, abbandonata nel posacenere, si accende da sola e brucia l’ossigeno. Mio padre arranca, spaventato, in balia del se stesso. Si divincola. Boccheggia. Soffoca. Mentre la voce che esce dalla sua bocca si fa roca e poi stride in un’eco senza fine. Un ultimo sguardo, e le ante si chiudono d’un tratto nel buio dei suoi occhi. La fine. Poi, un’improvvisa boccata di aria lo riporta alla luce. Di nuovo vivo. E così daccapo, all’infinito.
Improvvisamente io dovevo essere protetto da tutto. Qualsiasi cosa decidessi di fare, lui era contrario o titubante. Si preoccupava del singolo dettaglio. Non andare forte in macchina, torna presto, chiama quando sei arrivato. Oppure: perché prendi l’aereo? Non è il periodo buono questo, con tutti gli attentati che ci sono. Il treno? Con questo freddo? Se si ghiacciano le rotaie è pericoloso. Maledetta nebbia! Vai piano. Accendi i fari e stai attento.
La cosa sorprendente è che queste raccomandazioni le ho sentite per una vita da mia madre. E non era insolito che mio padre intervenisse borbottando, dicendole di smetterla di trattarmi come un bambino.
Ora mia madre non mi diceva più niente. C’era mio padre a farlo.
Questo cambiamento stava trasformando anche il rapporto tra i miei genitori. Mio padre non è mai stato un uomo molto affettuoso; ci voleva bene, ma non lo ha mai dimostrato con attenzioni amorose. Poche volte l’ho visto abbracciare mia madre e sussurrarle qualcosa di dolce. Altrettante stringere me. Non ricordo un suo bacio. E sono certo che non mi ha mai detto ‘Ti voglio bene’. Non so come reagirei, se lo facesse. Probabilmente mi imbarazzerei e non saprei che cosa dire. Ma non è questo il punto.
Il punto è che mio padre ora, nei rari momenti di lucidità, si lasciava andare a gesti dolci. Abbracciava mia madre, la baciava sulle guance, e le diceva un sacco di carinerie. In studio, mentre lavoravo o studiavo, veniva lì e picchiettava il palmo della mano sulla mia testa e mi diceva bravo.
Nei rari momenti di lucidità. Perché, quando la depressione tornava, diventava come un bambino inerme che, privo di qualsiasi protezione, si rannicchia in un angolo e piagnucola spaventato dal buio. E che, quando si asciuga le lacrime e apre per bene gli occhi, si trova a rincorrere una finestra spalancata e inarrivabile.
Ecco!, pensai a tavola quella sera. Quello che devono fare quei medicinali, qualunque essi siano, è di tenere aperta quella cazzo di finestra, e non permettere per nulla al mondo che si richiuda di nuovo.
Mangiammo in silenzio, come al solito. Poi, quando io ero alla frutta, mio padre si alzò e andò a sedersi in poltrona, davanti alla televisione, e si accese una sigaretta. Per un po’ nella casa si sentirono solo il telegiornale, mio padre che fumava nervosamente, e il mio coltello che spelava una mela farinosa. Mia madre guardava nel piatto, pensierosa, con lo sguardo assente. Saremo andati avanti così per dieci minuti.
A rompere il silenzio fu l’anatra, che venne a beccare sul vetro della portafinestra della cucina. Mi voltai a guardarla, e mi accorsi che sotto di me, che mi fissava, c’era Rocky, con il suo occhio bianco, che aspettava paziente che gli allungassi un pezzettino di qualcosa. Gli diedi l’ultimo spicchio della mela, lui lo prese in bocca e per mangiarlo andò ad accucciarsi ai piedi di mio padre.
Mia madre si alzò, senza perdere di vista quello che stava pensando, e, con gesti meccanici, imparati a memoria, spezzettò sul tovagliolo la mollica del pane avanzato. Aprì la portafinestra, e con una gettata decisa la sparpagliò nell’erba. Per primi si fiondarono dall’alto i passeri, evidentemente in attesa, sopra i rami. Ognuno cercava di prendere la sua parte e poi schizzava via con il boccone nel becco. L’anatra sbatté le lunghe ali bianche per farsi più grande, e, con la sua tipica andatura ballonzolante, si fece largo in mezzo al gruppo, che si disperse in un batter d’occhio.
Stetti a guardare, mentre mia madre rientrò e fece scorrere l’acqua per lavare i piatti.
Dopo qualche minuto, nel giardino non c’era più nessuno: i passeri se n’erano tornati nei nidi e l’anatra si era nascosta sotto il solito cespuglio. Nell’erba rimaneva qualche mollica dimenticata.
Rimasi seduto al mio posto; non avevo voglia di alzarmi. Presi uno stuzzicadenti e incominciai a passarlo tra i denti. Mia madre sparecchiava e metteva i piatti e i bicchieri nel lavandino, dove l’acqua calda ribolliva per la schiuma del detersivo.
In televisione c’erano i servizi sportivi. Guardai mio padre: aveva finito la sigaretta, e ora se ne stava a braccia conserte ad ascoltare quello che diceva il giornalista.
Dietro di me, sulla cassapanca, c’era il sacchetto con dentro le medicine. Mi voltai e lo presi. Ci guardai dentro, e poi le tirai fuori una ad una: il Tavor per dormire la notte, il Lexotan per stare tranquillo, e il Karvezide per tenere sotto controllo la pressione. Doveva imbottirsi di questi farmaci tutti i giorni. Rimisi tutto nel sacchetto e lo lasciai lì sul tavolo, vicino alla tovaglia appallottolata.
Fu in quel momento che lo vidi. Il merlo zampettava furtivo nell’erba in direzione delle molliche dimenticate. Allargai gli occhi incredulo, assorto in un piccolo sorriso. Mi girai verso mio padre, allungando il collo verso di lui, e stando molto attendo a tenere bassa la voce.
“Papà…”, sussurrai. “Papà” ripetei, e questa volta un po’ più forte.
Diedi uno sguardo in giardino con la coda dell’occhio, e proprio in quell’attimo vidi il merlo, veloce come un lampo, spiccare il volo con in bocca qualcosa.
Non mi aveva sentito, mio padre: forse per il volume della televisione troppo alto, o forse si era inaspettatamente addormentato.
Io rimasi lì, a bocca aperta, senza più dire una parola, con la sensazione molto forte di averlo per un attimo soltanto immaginato.