Archivio di Gennaio, 2010

Racconto/Normalizzazione

di lorena casadei

Anna era curva sul lavello, di fronte alla finestra. La luce arrivava decisa attraverso i vetri privi di tendine, e illuminava il piatto che teneva in mano. Dal rubinetto usciva un rivolo di acqua calda. Il vapore, come un rampicante, prendeva lentamente possesso dei vetri.
Anna non faceva nulla. Era immobile, con lo sguardo opaco rivolto ad una immagine inesistente. Le capitava spesso di sentirsi così, sfuocata e muta come in una vecchia polaroid, da quando era nato Bibo, con quella strana malformazione.
Nessuno se ne era accorto per tempo e Anna era arrabbiata con il mondo intero. Perché non avevano controllato meglio? Perché adesso toccava a lei prendersi quella pena? E trasalire ad ogni squillo di campanello, da quando avevano introdotto la nuova norma? Che cosa aveva fatto di male?
Tutte queste domande si affollavano nella sua mente ogni giorno, da sette anni.
Sentì il rumore della chiave nella porta. Era Marco che rientrava.
Scagliò il piatto nel lavello, con rabbia. Le schegge volarono per aria, e qualcuna le pizzicò il volto.
Marco entrò in cucina allarmato.
Anna scoppiò a piangere. “Accidenti a te!” urlò, rivolgendogli uno sguardo di condanna. Era anche colpa sua, se Bibo era nato con quella malformazione. I casi anomali si erano verificati solo nella sua famiglia.
Marco abbassò la testa. “Ci risiamo” pensò. Anna aveva il terrore che Bibo rientrasse nell’elenco dei soggetti alienabili emesso dal Dipartimento della Salute e della Normalizzazione, ed era certa che prima o poi glielo avrebbero portato via.
Aspettò con gli occhi bassi che finisse di sfogarsi. Tentò di avvicinarsi per calmarla, ma quel movimento la fece infuriare ancora di più. Lo respinse, alzando un braccio. Aveva mani bianche e affusolate, delicatissime, tipiche di chi ha suonato il pianoforte per anni.
Squillò il telefono e Marco si sentì sollevato. Il problema di dover affrontare Anna sarebbe stato rimandato per un po’.
Rispose tenendo il ricevitore distante. Era suo padre, che aveva l’abitudine di parlare al telefono a voce troppo alta.
“Si papà” confermò rassegnato “domenica ci saremo, non preoccuparti.” E poi, come se avesse dimenticato una cosa poco importante “che tempo fa a Bologna?”

A cento chilometri di distanza, Bruno abbassò la cornetta. La pose con delicatezza sul vecchio apparecchio, che non aveva mai voluto sostituire. Gli sembrava di fare un torto a Olga. Sua moglie era morta dopo la nascita di Bibo. Olga adorava quel telefono laccato nero. Quando squillava, si sedeva con solennità sulla poltroncina art deco, e rispondeva atteggiandosi a diva del cinema degli anni venti. Era adorabile.
Bruno si era sempre chiesto se la morte di Olga fosse collegata alla nascita di Bibo. Era stato doloroso per tutti, ma Olga aveva sofferto più di chiunque altro, come se si fosse sentita in colpa per quella strana malformazione.
Raccolse un pezzo di carta vicino al camino e lo gettò nella pattumiera. Era già piena, avrebbe dovuto vuotarla.
Bruno era addolorato per Bibo. Non lo facevano mai uscire. Non gli permettevano neppure di prendere l’autobus per andare a scuola. Anna lo portava in auto, e poi lo andava a riprendere. Non volevano che avesse contatti con gli altri bambini. Solo i rapporti strettamente necessari.
Sospirò. Annodò il sacchetto di plastica, si infilò maldestramente il cappotto e si chiuse la porta alle spalle.
Scese due rampe di scale e si imbatté nell’inquilino del piano di sotto. Incrociò il suo sguardo, ma non aveva voglia di parlare. Martini non gli piaceva, aveva un’aria da spia. Lo salutò frettolosamente e accelerò il passo.

Il signor Martini usciva sempre di casa alle sei del pomeriggio. Era un’abitudine che gli aveva imposto la sua nuova occupazione, con grande contrarietà della moglie. Una benedizione, pensava il signor Martini abbottonandosi la giacca, non dover rimanere in casa con quella strega. La vecchiaia non l’aveva addolcita affatto. Si aggiustò la sciarpa troppo corta per il suo grasso collo e osservò Bruno che gettava il sacchetto nel bidone della spazzatura.
Scosse la testa. Da quando era nato il nipote con quella malformazione era invecchiato di vent’anni. Ed era ancora convinto che nessuno sapesse nulla del bambino. Domenica avrebbe avuto una bella sorpresa. Un po’ gli dispiaceva, e rise dentro di sé per quella indiscutibile bugia.
Entrò nel negozio di videonoleggio, superò il commesso che stava prendendo appunti e si avvicinò alla postazione mobile. Accese il cellulare e fece il numero del DSN.

Marco inserì il portatile sulla base e andò in camera da letto. Passò davanti alla stanza di Bibo. La porta era aperta. Lo guardò giocare, seduto a terra con la schiena appoggiata allo sgabello del pianoforte. Si rabbuiò.
Dalla cucina veniva odore di stufato. Anna evidentemente si era già calmata. Marco si sentì assalire da una tristezza profonda, che arrivò fino allo stomaco e bloccò ogni suo desiderio.
“Prima o poi li lascerò” giurò in silenzio, senza convinzione.

Bibo appoggiò l’ultimo mattoncino sulla costruzione.
“Ecco fatto!” disse, ammirando con soddisfazione l’opera che aveva realizzato. Un’intera città colorata, completa di supermercato e negozi, una fabbrica, un ranch con i cavalli, una scuola con tanti bambini in giardino e perfino un grattacielo. Era uno spettacolo.
Aggiustò con pignoleria il cancello del ranch, spostò il pompiere vicino alla scala antincendio del palazzo, soffiò sul tetto della scuola come per pulirlo da una polvere immaginaria. La mamma sarebbe stata orgogliosa di lui.
D’altronde glielo diceva sempre che era molto intelligente.
“Tu sei un bimbo prezioso, sei unico”, gli sussurrava, accarezzandolo. Poi lo abbracciava, stringendolo forte.
Bibo adorava sentirle pronunciare quelle parole, ma da un po’ di tempo la mamma era diventata più triste, e lui si sentiva ancora più triste di lei.
Aveva ascoltato i rumori del litigio, anche questa sera. La odiava quando si comportava così con papà. E poi, non lo faceva mai uscire a giocare con gli altri bambini. Quando glielo chiedeva, la mamma rispondeva che aveva paura che si facesse male. E non accettava di discuterne oltre.
Bibo soffriva ma non voleva contrariarla.
Lei gli aveva insegnato ad amare il pianoforte. Fin da piccolo aveva dimostrato una straordinaria capacità di apprendimento e rispondeva con esercitazioni continue. A volte la mamma restava nella sua cameretta ad ascoltarlo, estasiata. Spesso facevano dei pezzi insieme: a lui piaceva molto sfiorarle le mani quando si incrociavano sulla tastiera.
Gli venne voglia di suonare.
Chiamò la mamma. Le avrebbe chiesto di togliere la fasciatura sotto la sua maglietta. Così finalmente avrebbe potuto tirar fuori le altre otto dita ed eseguire un’intera sonata in re minore a quattro mani.
Pregustava già con piacere il formicolio delle estremità che si liberavano dalla costrizione delle bende, la lenta circolazione del sangue che avrebbe tonificato le manine rese deboli dal riposo forzato, e l’impeto della sua forza sulla tastiera capace di fare uscire le note più incantevoli.

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Gennaio 27, 2010 Pubblicato in: Racconti   Leggi Tutto

Racconto/Dubbi

DUBBI

Emma aveva sempre dubbi su tutto, anche su ciò che considerava sciocchezze.
Quando si recava alla sua tabaccheria di fiducia per comprare il “biglietto della fortuna”, così lo chiamava, era sempre indecisa su quale scegliere. Il tabaccaio li attaccava con piccole mollette colorate lungo una cordicella di spago. Le prime volte cercava di affidarsi all’istinto, eppure quando si trovava di fronte alla cordicella la sua mano non si muoveva. Poi un giorno decise che il lunedì avrebbe preso il primo dall’alto, il martedì il secondo dall’alto, così di seguito per ogni giorno della settimana. Ma non funzionò. Allora cambiò, e per un certo periodo li scelse partendo dal basso. Poi decise di comprarli a giorni alterni, poi solo i giorni pari. Ma le vincite erano talmente rare e gli importi così esigui, che si rimproverò della sua incapacità di individuare il punto in cui si nascondeva la fortuna.
Quando si recava in un negozio per comprare una maglia, partiva con la voglia di un colore, ma quando si trovava al banco e la commessa le mostrava il capo di colori diversi, ecco che il dubbio la assaliva. Una volta ne acquistò tre dello stesso modello, ma di colori diversi. Riusciva a comprare a colpo sicuro solo quando vedeva un capo in vetrina. Le piaceva. Entrava nel negozio. Salutava la commessa, veloce puntava il dito e diceva: – Vorrei quello! – La commessa era felice di sbrigare il proprio lavoro in pochi minuti.

Emma viveva da sola in una palazzina composta da sei appartamenti a cui si accedeva da un unico portone che dava su una scala comune. Era l’unica persona che viveva da sola. Gli altri appartamenti erano abitati da famiglie con bambini e da due coppie, una di giovani e una di anziani.
Durante la settima di ferragosto le cinque famiglie andarono in vacanza. Quando partirono, in ore diverse della stessa giornata, Emma aveva sentito porte che si aprivano e si chiudevano, voci lungo le scale che esortavano a sbrigarsi, urla di bambini e il rumore delle auto che venivano messe in moto. Non vedeva l’ora che quell’andirivieni finisse per godersi la propria settimana di ferie nel silenzio assoluto.
La sera non sentì litigare la coppia che abitava nell’appartamento di fronte al suo. Non sentì il volume alto della tivù degli anziani al piano di sopra e non sentì piangere il bambino del secondo piano. La mattina, al risveglio, fu l’unica ad aprire la finestra della cucina e non ricevette il buongiorno dal condomino che si alzava sempre prima di lei e nemmeno vide l’anziano signore che andava a comprare il pane fresco e la salutava ogni mattina con le previsioni del tempo: – Bisognerà aspettare ancora qualche giorno, prima che piova, Emma -.
Fu come se fosse entrata in un’altra vita. A questo pensiero seguì un dubbio, che l’assillò per tutto il giorno: – Ho più paura del matrimonio o della vita da single? –
Non aveva commissioni da sbrigare. Non le restava che cucinare. Avrebbe occupato la mattinata e si sarebbe distratta un po’ da quel dubbio, che non era affatto una sciocchezza.

Decise di preparare gnocchi di patate al ragù.
Sbucciò le patate, le lavò, le tagliò e le mise a cuocere in una pentola d’acqua. Preparò il tagliere con la farina e il sale. Dal frigorifero prese un sedano, una carota e una cipolla; li lavò, li tritò e li mise a soffriggere in una casseruola con un po’ d’olio.

Il dubbio era sempre lì ed era talmente forte che la sua immaginazione la portò a vedere la frase scritta a caratteri cubitali scorrere sulla parete di fronte, come sul grande schermo di un cinema:
- Ho più paura del matrimonio o della vita da single? -.

Il soffritto era pronto, versò il macinato di carne nella casseruola, salò, mescolò e aggiunse il pomodoro. Il ragù doveva solo cuocere.

Quando era una ragazzina, aveva ricevuto una lettera da un innamorato che, per fare il simpatico, aveva scritto sulla busta, oltre all’indirizzo e al mittente: Corri postino, fai presto. E’ urgente. Aveva ritirato la lettera suo padre. Quando rientrò gliela consegnò ed Emma, dopo aver letto le parole scritte sulla busta, si vergognò e diventò rossa. Non sapeva cosa dire, si sentiva scoperta e restò in piedi di fronte a lui, con le braccia lungo i fianchi e la busta in una mano. Suo padre si stava facendo la barba; per una frazione di secondo smise di guardarsi allo specchio, si girò verso Emma e le disse:
- Sono contento sei hai un fidanzato. – Il rossore le sparì dalle guance, si sentì la faccia fresca e pensò: – Anch’io, quando sarò grande, mi sposerò. Come mio padre. –

di selene contadini

Si sedette al tavolo della cucina ad aspettare che le patate fossero cotte. A volte, quando non riusciva a darsi risposte, Emma si guardava intorno e le cercava nei comportamenti altrui.

Di recente un aneddoto l’aveva colpita. Un suo collega aveva chiesto ad un amico che si era sposato, dopo una lunga convivenza, cosa l’avesse fatto innamorare di sua moglie. L’amico non seppe rispondere. Il matrimonio procedeva bene. Ogni mattina dopo la doccia indossava sempre, sotto la camicia, una maglietta bianca, pulita. Un giorno incontrò di nuovo l’amico a cui aveva posto la domanda. Era insoddisfatta per non avere avuto risposta e gliela ripropose. Questa volta la risposta arrivò chiara e sicura: – Cosa mi ha fatto innamorare? Il profumo del suo bucato -.

Uno zio di Emma era un brontolone, ma adorava la moglie e faceva tutto quello che lei gli chiedeva: commissioni e lavoretti per la casa. Non si rifiutava mai. La moglie si ammalò e sapeva che non le restava molto da vivere. Per questo decise di insegnare al marito tutto ciò che c’è da sapere per gestire una casa: cucinare, fare la spesa, pulire, lavare e stirare. Lui brontolava, bestemmiava ed imparava e presto divenne un perfetto uomo di casa e la vecchia storia che spesso l’allievo supera il maestro si ripetè. Brontolava per tutto ciò che gli toccava fare, mentre dentro di sé viveva la sua grande sofferenza. Quando la moglie morì, seppe cavarsela benissimo. La sua dignitosa solitudine era cresciuta e maturata solo attraverso la sua vita di coppia.

E poi c’era l’altro zio di Emma, che aveva lasciato la moglie per seguire una donna che viveva all’estero. Quando rientrava in Italia, per motivi di lavoro, non mancava mai di passare davanti alla casa dove aveva vissuto con la moglie. Alzava lo sguardo verso le finestre e sperava che nessuno lo scoprisse. Il suo orgoglio non gli permetteva di ritornare a casa, pentito, ma il senso di colpa lo conduceva inesorabilmente di fronte a quelle finestre.

Le patate erano lessate. Le mise insieme alla farina e le lavorò con le mani fino ad ottenere un impasto ben solido. Lo tagliò a tocchetti. Gli gnocchi erano pronti. La cucina profumava di ragù. Prese una pentola grande, la riempì d’acqua e la mise sul fuoco. L’ora del pranzo si avvicinava. Apparecchiò la tavola. L’acqua incominciò a bollire. Gli gnocchi si potevano buttare.
Il campanello suonò. Si pulì le mani sporche di farina e con un movimento distratto fece cadere il barattolo di sale. – Accidenti – Disse. Andò ad aprire. Era il fidanzato, che aveva invitato per il pranzo. Lo salutò. Tornò in cucina, prese un pizzico di sale, se lo buttò dietro alle spalle e lasciò che fosse la sorte a dare una risposta al suo dubbio.
Il suo fidanzato non le aveva ancora fatto una proposta di matrimonio.

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Gennaio 27, 2010 Pubblicato in: Racconti   Leggi Tutto

Creatività/Manca sempre qualcosa

di stefano venturini

Che significato ha, per me, scrivere?

Per capire che significato abbia per me la scrittura, devo realizzare perché, un giorno, di punto in bianco, mi sono messo davanti al computer a scrivere. Che bisogno c’era?
In quel periodo stavo leggendo Bukowski: Pulp, il suo romanzo.
L’avevo comprato in libreria quasi per caso. Sono appassionato di cinema, e stavo cercando materiale che trattasse l’argomento del “cinema pulp”. Gira di qua e gira di là, mi fermo davanti a questo libro tascabile, giallo canarino. Si intitolava proprio Pulp. Ho iniziato a sfogliarlo e a leggerlo, e ho deciso di comprarlo. Non sapevo nemmeno chi fosse Bukowski.
Insomma, lo leggo e mi diverto da matti. Allora prendo le sue raccolte di racconti, e mi diverto ancora di più. Allora inizio a parlare ai miei amici di questo scrittore e sembra che tutti lo conoscano. Mi divertivo talmente tanto che un giorno ho detto: “Adesso ci provo anch’io!”
Mi sono piazzato sopra la tastiera e ho iniziato a premere i tasti. Venivano fuori certe cazzate! Una cozzaglia di situazioni surreali pensate sul momento e scritte male. Però dicevo tra me: “Be’, simpatica questo punto. Forte!”. Se mi rileggo oggi mi si accappona la pelle. Mi viene da piangere.
Ma il punto non è questo. Il punto è che proprio iniziando a scrivere in quel modo, così, all’improvviso, avvertivo qualcosa: un appagamento che non avevo mai sentito prima. E l’appagamento è tutto, quando scrivo. L’idea prende forma sul foglio, si distacca piano piano da me. Esce dalla mia testa e dal mio corpo. Quando digito l’ultimo punto, la separazione è completa. Ho davanti a me l’artefatto, proprio come un uovo di gallina. Questa cosa mi realizza in modo impagabile.
L’energia che governa questo processo è la creatività. Liberarla per me è essenziale. E’ un po’ il motore psichico della vita. Senza creatività, senza liberarla soprattutto, non potrei godermi momenti di pura libido interiore.
Naturalmente, come tutte le energie, anche la creatività deve essere alimentata. Io lo faccio attraverso l’osservazione. E’ un po’ quello che diceva Hemingway, se non sbaglio.
Diceva: “Si tratta di imparare a vedere, ascoltare, pensare, percepire e poi scrivere … Se uno scrittore smette di osservare è finito”.
L’osservazione è il punto di partenza per ogni scrittore.
Ovviamente poi ci vuole un luogo da osservare. Io guardo alla vita di tutti i giorni. Al quotidiano. E’ lì che ho scoperto, con il tempo, che avevo il materiale essenziale su cui lavorare.
In questo modo, ho notato che ogni cosa che mi passa davanti agli occhi, anche la più banale, è degna di attenzione. Quando la trascrivo sul mio artefatto, assume un energia vitale diversa, rinnovata. La vedo sotto la luce caleidoscopica dell’arte.
La scrittura è magia, infondo.

Quali sono i temi che sento più importanti?

Mi riallaccio ai passaggi finali della risposta precedente.
Non ho un tema che mi sta particolarmente a cuore. Potrei dire il mondo, la vita, i rapporti umani.
Ci sono degli episodi che mi colpiscono più di altri. E allora mi viene un’idea e inizio a scrivere, spesso non sapendo nemmeno dove andrò a parare, o che piega prenderà il racconto. E’ un altro degli aspetti più affascinanti della scrittura. Al meno per quanto mi riguarda.
Ci sono parole e gesti comuni, che a volte mi sorprendono; mi commuovono e mi affascinano, al punto da ispirarmi a scriverci sopra una storia. Sono i più disparati, e quindi non saprei nemmeno catalogarli.
I rapporti umani, accompagnati da piccoli gesti, forse sono quelli che mi interessano di più. Nelle sfumatura e nelle apparenti banalità, a me piace trovare un senso: una collocazione. Quella è la vita, prima di tutto.
Poi la componente naturale.
Sarà perché vivo in campagna da diversi anni, ma ho notato come, nelle mie storie, ai personaggi si affianchino sempre animali o paesaggi. Come posso dire: se mentre due persone parlano, un uccellino si posa sul filo dell’alta tensione, cinguetta un po’ e poi vola via, non riesco a fare finta di nulla. Il mondo intorno a noi si muove; ogni cosa è in continuo movimento. Il flusso della vita ci accompagna in ogni istante. E noi ne facciamo parte. Non possiamo fare finta di niente.

Cosa soprattutto nutre la mia scrittura- al di là e al di fuori della letteratura. E perché?

E’ l’osservazione che nutre la mia scrittura. Spesso l’osservazione involontaria.
Proprio perché involontaria è sfuggevole. Allora, io che scrivo, devo rendermi conto di quello che sto guardando. Il problema diventa cogliere l’attimo.
L’osservazione involontaria è per sua natura imprevedibile, per questo sorprendente. Devo imparare ad averne coscienza. Solo così posso sfruttarla a dovere. L’importante è non sottovalutare nessun aspetto del mondo che vedo, nemmeno di quello che mi passa davanti, a ripetizione, nelle sue dinamiche sempre uguali. Credo che anche la routine sia un luogo in cui trovare qualcosa di interessante da scrivere.

Quali sono i risultati più importanti che credo di aver raggiunto in questi anni?

Il risultato più importante è quello di essere riuscito a scrivere dei racconti di senso compiuto.
A volte mi capita di scrivere in flusso, senza sapere quello che succederà. Certo, lae linee guida ce le ho in testa, ma lo scrivere è imprevedibile.
Si aprono delle porte e se ne chiudono di altre. A volte mi manca lo spunto, il guizzo. E quando lo trovo è come ingranare la marcia, e sentire sotto i piedi la strada che avanza a grande velocità.
Scrivere un racconto mi fa sentire come una valanga. Parto piano, piccolo piccolo, e lungo il cammino prendo pezzi qua e là, e inizio a rotolare con più vigore, sempre più grande, fino a fermarmi.
Il punto d’arrivo è quello più emozionante: la fase creativa si è completata. L’ultimo tasto lo premo con maggiore forza, per sottolineare la fine dell’atto.
Arrivare lì è un bel traguardo.
Poi arriva la fase compositiva. Sto cercando di lavorarci sopra parecchio. Qualche risultato l’ho ottenuto.
All’inizio la mia scrittura era molto acerba. Non so come dirlo altrimenti: mancava di forza narrativa. Qui la lettura e i consigli datimi sono stati essenziali.
Ora mi piace di più. La sento più matura. E ho capito che la semplicità viene prima di tutto.
Rileggendomi, facevo fatica a percepire l’errore, i punti deboli. Questo all’inizio. Come dire, mi mancava l’esperienza pratica.
L’esercizio, le correzioni, e la lettura, mi hanno permesso di vedere e di capire. A volte perdo ore su una sola frase. Scrivo e riscrivo lo stesso concetto in modi diversi, e con parole diverse. E’ un esercizio fondamentale, perché mette in luce come le parole, quelle giuste, facciano davvero la differenza.
E’ un lavoro che mi piace.

Quali sono le difficoltà che ancora incontro nello scrivere?

Dare spessore. Ad ogni cosa: persona o oggetto che sia.
Quando scrivo sento che sto dando le giuste informazioni, che sto caratterizzando in modo corretto un dialogo, un personaggio o una situazione.
Quando rileggo, invece, a volte ho la sensazione che manchi qualcosa. E allora parte la ricerca di quel qualcosa, e può durare minuti, giorni, pure anni.
E’ una bella sfida, per uno scrittore. Ma il segreto di una buona scrittura è tutto lì, credo.
Castellani dice sempre: “La scrittura non ha fretta”.
E’ un concetto semplice e chiaro. Soprattutto vero.
Lo spessore avvolge le parti di un racconto. Uno, due, tre giri di kebab, fino a che il sapore aumenta, diventa più forte e più incisivo.
Spessore e incisività, dunque. Sono elementi chiave di una storia. Se mancano questi due ingredienti, rimangono tante belle parole insipide.
Tutto questo presuppone una ricerca interiore. Lo scrittore è obbligato e autorizzato a guardarsi dentro. Deve farsi un bel viaggio nella trachea, fino alle viscere più profonde, per intuire/capire quali suoni provochino le vibrazioni migliori. Le parole sono potenti: la terra sussulta e si smuove, sotto i loro piedi.

Che tipo di racconti mi piacerebbe scrivere in futuro. Che tipo di storia?

Dipende tutto da quello che osserverò del mondo che mi circonda.
Sto leggendo una raccolta di racconti di Jonathan Lethem, L’inferno comincia nel giardino. La sua particolarità sta nell’uso che fa dell’elemento surreale, perfettamente incastonato nella vita reale. I suoi racconti hanno tutta l’aria di essere piccole metafore della sua vita. Mi piace molto. E’ l’estro dell’artista.
Come ho detto, la scrittura è magia. Come tutta l’arte in generale, del resto. E’ il luogo in cui i nostri occhi smettono di vedere, sostituiti dall’immaginazione. Ed è grazie a questa insolita prospettiva che la creatività prende forma, e le nostre dita forgiamo l’artefatto.
Mi piacerebbe scrivere racconti con maggiore personalizzazione. Ogni volta che scrivo cerco di imprimere il mio carattere. Vorrei espormi di più. Buttarmi a capofitto. Esplodere, risuonando nell’aria.

Qual è il libro che mi ha influenzato di più, da un punto di vista narrativo?

Cattedrale, di Raymond Carver.
E’ arrivato come una meteora, dal nulla.
Mi fu consigliato da un amico. “Leggilo”, mi disse. “Potrebbe piacerti”.
A dir la verità, all’inizio non è che mi piacesse tanto il suo modo di scrivere. Notai però una cosa: Carver era colpito dai piccoli gesti. Tutti i suoi racconti sono incentrati sui piccoli gesti. E’ una cosa che mi ha subito affascinato. Più leggevo, e più mi rendevo conto di come anche le più piccole banalità possano diventare vive e importanti attraverso la scrittura. Come se la scrittura offrisse la possibilità di dare peso e senso ad ogni cosa. Ogni singola cosa.
Nella vita di tutti i giorni, noi elaboriamo centinaia di informazioni che manco sappiamo. E tutte alla velocità della luce. Fatichiamo a metabolizzare la vita. Quante volte, in certi momenti (di solito forti e traumatici), diciamo: “Solo ora capisco che…”
Noi della vita non gustiamo nulla. Non ci soffermiamo mai. Diamo tutto per scontato.
La scrittura frena il tempo, per fortuna.
La scrittura fa andare tutto al rallentatore, per darci la possibilità di vedere, capire, realizzare.
Carver mi ha fatto capire questo. E’ stato il vero punto di partenza, per me.
Sono tantissimi gli scrittori che mi influenzano ogni giorno, naturalmente. Ma nel mio piccolo, posso dire che è grazie a Carver se ho iniziato a scrivere sul serio, per pura passione.
Menzione d’onore per Charles D’Ambrosio, e le sue due raccolte di racconti: Il museo dei pesci morti e Il suo vero nome.
Considero la sua scrittura la naturale evoluzione di quella di Carver. Mi fa impazzire.
Le sue parole sono ritmate, profonde. C’è un uso della metafora eccezionale, e, grazie ad essa, le immagini che riverbera mi lasciano senza fiato. D’Ambrosio è preciso. Affascinante. Perfetto.
Ecco, se devo scegliere un modello di scrittura, scelgo il suo.

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Gennaio 18, 2010 Pubblicato in: I modi dello scrivere   Leggi Tutto

Racconto/Fuga

di silvia mantovani

La stanza è in penombra. Le luci dell’alba entrano dalle fessure delle persiane. E’ distesa nel letto. La coperta copre il viso fino al naso. Si intravede solo la testa appoggiata sul cuscino e una nuvola di ricci neri. Le pupille brillano tra le ciglia abbassate. L’uomo è di fianco a lei, supino, con la bocca leggermente aperta. Osserva suo marito in silenzio dal nascondiglio tra le ciglia e la coperta. Percorre il profilo dell’uomo con gli occhi. Non si sente nessun rumore. Sembra che non respiri, sembra un cadavere, pensa Marta. Ha l’espressione, di un cadavere.
Marta non ha mai visto un cadavere. Non l’ha mai visto ma se l’è immaginato. Pallido, con il viso privo di tensioni, con un’espressione di aggrappo, di chi chiama aiuto sapendo che nessuno arriverà. Con un’espressione sorpresa, come se assistesse al crollo delle Twin Towers. Ricordava ancora i visi delle persone, mentre guardavano le immagini alla televisione, nel minimarket in cui lavorava. Marta aveva visto le immagini e subito aveva capito.
Sua madre se n’era andata quando lei aveva dieci anni. Se n’era andata una mattina di luglio. Se n’erano accorti dalle valigie sull’armadio, perchè ne mancava una e le altre rischiavano di cadere. Qualche giorno dopo aveva telefonato poi non aveva più parlato con lei. Non si erano più cercate.
Il giorno delle Twin Towers era andata nella stanza sul retro del minimarket per prendere un caffè. Aveva infilato la monetina e intanto guardava lo schermo appeso alla parete. Trasmetteva un programma di cucina. La conduttrice, una giovane donna bionda e riccia, stava cantando una canzone e mimava la bocca di un coccodrillo. Poi il programma sparì. Apparve la sigla del telegiornale e i due grattacieli di New York. Una colonna di fumo usciva dal centro di uno dei due. All’inizio aveva pensato ad un incidente. Quando vide arrivare un aereo e schiantarsi contro l’altro grattacielo, aveva capito. Nella stanza c’erano Gianni, il proprietario del minimarket, Giada, l’altra cassiera, e Augusto il magazziniere. Due clienti, un uomo con i baffi e una signora con i capelli biondi, erano apparsi sulla soglia della stanza e si lamentavano del fatto che alla cassa non ci fosse nessuno. Poi si erano messi a guardare lo schermo anche loro. Tutti osservavano le immagini in silenzio. La nuvola grigia che si alzava dal secondo grattacielo assomigliava al fungo di un’esplosione atomica, ma più piccolo. La cassiera si era dovuta sedere su una delle sedie che c’erano nella stanza. I due uomini invece erano rimasti in piedi. Il cliente con i baffi e la signora bionda erano entrati nella stanza semibuia. I visi erano azzurri, perché l’unica luce proveniva dal televisore. Fu in quel momento che Marta pensò alla faccia di un cadavere.

Osservò la pelle delle palpebre dell’uomo disteso accanto a lei. Erano venate di azzurro. Le narici si dilatavano a ogni respiro e mostravano ombre di peli neri. La pelle nuda nel collo formava delle pieghe, come quelle di un cane chow chow. Erano di un rosa intenso e completamente glabre. La testa era grossa e calva e dello stesso rosa della pelle del collo. Su una guancia era comparsa da poco una macchia più scura per il sole o l’età. Marta fece un espressione di disgusto. L’uomo che aveva sposato era cambiato in fretta. Solo gli occhi e la bocca erano rimasti uguali. Il resto era diventato flaccido.
Pensò alla valigia sotto il letto. Si sedette e la cercò con un tallone. Era fredda e rigida. Si inginocchiò sul tappeto e la tirò verso di sè cercando di non fare rumore. La prese tra le mani e andò in bagno. I bambini nella stanza di fianco dormivano ancora. L’orologio sul muro segnava le sei e quarantacinque.
La sera prima, durante la cena, aveva detto che il giorno dopo non ci sarebbe stata per accompagnare i bambini a scuola. Che doveva alzarsi prima. Che aveva del lavoro da fare. Lo aveva detto mentre si allungava per prendere l’insalatiera. L’uomo era distratto da una notizia del telegiornale. I bambini avevano continuato a tirarsi briciole di pane. “Domani mattina esco prima”, aveva ripetuto più forte, per essere certa che l’avessero sentita.
Improvvisamente, dopo alcuni minuti, Carlo, il più piccolo, smise di tirare le briciole e la guardò.
“E chi ci prepara la colazione?”, chiese preoccupato.
Marta era rimasta in silenzio. Non ci aveva pensato. No, non ci aveva pensato. Tutto era pronto, la valigia, il pieno di benzina, i soldi che aveva prelevato dal bancomat. Poi si era alzata ed era andata verso il bagno.
“Prepari tu la colazione?“, chiese un attimo prima di entrare in bagno al marito che nel frattempo aveva ripreso a mangiare.
“Sì, sì, faccio io, non ti preoccupare”, aveva risposto l’uomo.
Ogni cosa era rimasta uguale.

Quando arrivò al minimarket la saracinesca era già sollevata per metà.
Il negozio, illuminato dai neon, era vuoto. Sul retro, nella stanza dove di solito prendevano il caffè, la porta era socchiusa e la luce era accesa. Di solito, a quell’ora, il negozio era vuoto. Marta teneva tra le mani una busta con la lettera di dimissioni. Sulla busta c’era scritto “per Gianni”. Dalla stanza del caffè sentì arrivare delle risate soffocate. Guardò attraverso la porta socchiusa. Augusto e Giada erano seduti su una sedia di plastica. Augusto era seduto e Giada stava a cavalcioni sulle sue gambe, giocherellava con i peli del suo pizzetto. Glieli tirava in basso poi lo baciava sul mento. Augusto aveva le mani sotto il maglione della donna. L’orologio appeso al muro segnava le sette e venti.
Marta rimase a guardarli per un po’. Quando li vide baciarsi tornò indietro e fece finta di entrare sbattendo forte.
“C’è qualcuno? Sono io”, disse ad alta voce.
Sentì una sedia cadere. Giada arrivò subito e con le mani si sistemava i capelli. Le chiese se voleva un caffè, se aveva freddo, se aveva visto che c’era un po’ di ghiaccio sulla strada, perché era proprio freddo quella mattina.
“Cosa ci fai qui?”, le aveva chiesto alla fine.
Augusto era scivolato fuori dalla stanza e si era infilato nel magazzino. Uscì poco dopo guidando un piccolo montacarichi.
“E voi?” chiese Marta con distacco.
“Ieri sera ha chiamato un fornitore. Ha detto che sarebbe arrivato prima, ha chiesto se c’era qualcuno”, disse Giada velocemente.
“E Augusto?” continuò a chiederle Marta.”Non mi hai mai detto niente di Augusto” .
“Ma cosa vai a pensare. Non c’è niente da dire. Che pensieri ti fai. Era già qui, ha detto che aveva del lavoro da fare, delle scansie da sistemare, lo sai com’è ansioso, se non è tutto pronto prima di aprire non sta bene. Stavamo prendendo un caffè, te ne faccio uno?”, disse Giada senza interrompersi mai. Poi le appoggiò una mano sul braccio per accompagnarla sul retro.
“No, no” disse Marta ricordandosi della busta “Sono passata solo per dire che oggi non vengo al lavoro. Volevo lasciare questa sul tavolo di Gianni”. Mentre parlava aveva piegato la busta in due. “Ma caso mai gli telefono più tardi”, aveva detto alla fine.
“Ah” disse Giada.
“Me ne vado per un po’, non so per quanto. Dillo tu a Gianni”.
“Ah” disse ancora Giada “Va bene”. Mentre parlava Marta le guardava il ciuffo di capelli biondi che era scivolato fuori dall’elastico e ora era fermo nell’aria come un piccolo corno.
“Perché mi guardi così? Non ti fare strani pensieri. Tra me e Augusto non c’è niente. Te l’avrei detto. Tu invece dove vai? Perché non mi hai avvisato, ieri?”
Marta si guardò le mani. La busta era bianca e la scritta era stata fatta con un inchiostro rosa, la prima penna che aveva trovato sulla scrivania di sua figlia. Se la infilò in tasca e uscì dal negozio.
“Dai non ti preoccupare, dopo lo dico io a Gianni. Ti faccio chiamare così vi mettete d’accordo. Gli dico che hai avuto una cosa urgente, improvvisa. Ci sentiamo quando torni”, disse Giada a voce alta, tenendo la porta aperta, mentre Marta risaliva in macchina. Poi raggiunse Augusto e gli disse qualcosa all’orecchio.
Quando Marta uscì dalla porta non pensava a niente. Aveva la valigia nel bagagliaio della macchina.

Prese la strada del mare. Sarebbe arrivata nel sud e poi avrebbe deciso cosa fare.
La strada era intasata dal traffico della mattina. Le macchine procedevano a tratti. Dallo specchietto retrovisore vide un camioncino avvicinarsi velocemente. Marta toccò il pedale del freno per avvisarlo della coda. Una ragazza su una Panda bianca, dalla parte opposta, era ferma sul bordo della strada. Stava cercando di immettersi. Rimase ad osservarla mentre muoveva le mani in modo strano per dire di fermarsi. Quando alla fine riuscì ad infilarsi, altre macchine dietro di lei ne approfittarono. Una suonò il clacson per protestare, fece una manovra veloce e superò la fila.
Anche l’uomo nel furgoncino dietro di lei la superò. Aveva abbassato il finestrino e si era allungato dalla sua parte.
“E muoviti cretina!”, le urlò. Indossava solo una maglietta a maniche corte.
Dopo un’ora percorreva un tratto a ridosso del mare. Il mare era quasi nero. Improvvisamente il cellulare che aveva appoggiato sul coperchio del posacenere cominciò a suonare. Apparve la scritta PAPA’. Pensò subito che non gli aveva detto niente. Non gli aveva detto che partiva e che non sapeva quando sarebbe tornata.
Suo padre era rimasto solo dopo che sua madre se n’era andata.
Da quel giorno la chiamava tutte le mattine alle otto e trenta. A quell’ora era appena arrivata al minimarket e nel negozio non c’era molta gente.
Il cellulare aveva smesso di suonare. Si fermò per prendere un caffè, parcheggiando di fianco ad un bar lungo la strada. Lasciò il telefono sul coperchio del posacenere. Lo sentì suonare ancora.
A volte, quando sullo schermo compariva la scritta PAPA’, riusciva a immaginarlo. Lo vedeva seduto al tavolo della cucina con la moka del caffè, tra i mobili bianchi che aveva scelto sua madre e che gli aveva lasciato dopo la separazione.
Lasciò suonare il telefono ed entrò nel bar.
Chiese un caffè e si sedette al bancone. Era fatto a ferro di cavallo, di fronte ad una parete di vetro che dava sul mare. Di fuori era uscito il sole. Il mare, da lassù, sembrava più nero. Una barca attraversò l’immagine nel vetro e uscì dall’orizzonte.
Il ragazzo dietro il bancone si muoveva a ciondoloni tra il lavello e la lavapiatti.
“Di solito siamo chiusi, a quest’ora. Questo è un pub “, le disse mentre continuava a sistemare le tazzine.
Giada si accorse di essere l’unica persona nel bar, oltre al ragazzo.
“Volevo un caffè”, disse. Sperava che il ragazzo non la facesse andare via.
“Per un caffè si può fare.”, le rispose. “Ho aperto perché oggi è una bella giornata”, disse. Aveva un paio di occhiali da sole appoggiati sulla testa. Ogni tanto li calava sugli occhi poi li rialzava. “Ma di solito la mattina me ne sto a letto”
“Si sta bene al sole”, disse ancora il ragazzo mentre provava gli occhiali nuovi girandosi verso la vetrata.
“Già”, rispose Marta.
“Dove sta andando?”, le chiese.
“Nel sud”, rispose solo Marta.
Il ragazzo si era tolto gli occhiali da sole e si era avvicinato.
“Mmmm,” disse “mi sembra un ottimo giorno per andare nel sud”.
Giada sorrise e lasciò un euro sul bancone. Rimase nel parcheggio per un po’ a guardare il mare. Sul display del cellulare c’erano tre chiamate perse. Suo padre, aveva chiamato ancora.
Suo padre era stato un pescatore. Aveva fatto sempre il pescatore. Ora era in pensione. Quando lavorava usciva in mare due volte al giorno, una volta alle quattro di mattina e una alle tre del pomeriggio.
Pescava sgombri, sardine, sogliole, cernie, totani, granchi, granseole, moscardini, triglie, canocchie, cefali, mazzole, scampi, cozze,vongole e soprattutto il pesce azzurro, sardine, acciughe, sgombri, aguglie e anche tonni.
Quando era piccola si alzava alle tre per aspettarlo in cucina.
“Cosa ci fai qui?”, le chiedeva ogni volta, ma non le diceva di tornare a letto. Le dava un po’ di latte e caffè e si sedeva accanto a lei. La sua tazza era più grande, con tanto caffè e poco latte, ci affondava pezzi di pane vecchio e li ricopriva con lo zucchero. Poi prendeva un barattolo di salsa al pomodoro, di quella che la mamma preparava in estate, se la infilava nella tasca del giubbotto e la salutava.
Marta se lo ripeteva più volte prima di addormentarsi. “Mi devo svegliare alle tre, mi devo svegliare alle tre” fino a quando non si addormentava.
Le piaceva alzarsi a quell’ora. Suo padre non la sgridava veramente e lei poteva vederlo prima che uscisse. Dopo tornava a letto e si riaddormentava subito.
La madre l’aveva lasciato per amore. Aveva detto così a tutti e due. Li aveva chiamati al telefono qualche giorno dopo. Marta non aveva capito cosa intendesse la madre e non glielo aveva chiesto. Aveva pensato che fosse perché i suoi genitori litigavano sempre, perché non voleva più farla soffrire. Poi aveva scoperto che se n’era andata con un altro uomo.
Vide passare un’altra barca. Il cellulare non suonava più.
Riaccese il motore e rimase lì ancora un po’. Il ragazzo nel bar era appoggiato al bancone e provava ancora i suoi occhiali da sole firmati. Li alzava e li abbassava, più volte, verso il sole e verso il mare.
Marta fece retromarcia. Aspettò che passasse un camion e poi riprese la strada.

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Gennaio 14, 2010 Pubblicato in: Racconti   Leggi Tutto

Racconto/L’albero delle arance

di selene contadini

Solitamente Fabbri Pietro, il capofamiglia, era silenzioso quando cenava ma in quel periodo dell’anno, novembre, c’era qualcosa di cui parlare e l’argomento coinvolgeva tutti. Le arance dell’albero stavano maturando e dal colore verde erano passate all’arancio. Si facevano pronostici sui tempi della raccolta.
I componenti della famiglia erano il Signor Fabbri Pietro e la moglie Lucia, settantenni, e i tre figli Paolo, quarantenne, il maggiore, Annamaria, trentotto anni e Luisa, ventenne, la più piccola.
Era strano che in una città del nord un albero di arance fosse cresciuto così rigogliosamente. Forse la spiegazione era la posizione. Era stato piantato sul lato interno della casa che non dava sulla strada. Sullo stesso lato era stata costruita un’altra abitazione. L’albero era cresciuto rinchiuso fra i due lati delle case e godeva di un clima mite.
Ma questa spiegazione razionale non significava niente per Annamaria. Per lei l’albero era un miracolo della nonna, che, da quel che raccontava confusamente la mamma, quando l’aveva comperato credeva fosse una pianta di limoni. Per anni era semplicemente stata una pianta che non dava fiori. Quando, per la prima volta, i fiori bianchi sbocciarono in primavera, e poi le arance maturarono a dicembre, fu per tutti una sorpresa.
A parte quell’albero, il resto del giardino, che invece dava sulla strada, non era un granchè. Spoglio in inverno e colorato in estate per via dei gerani, gli unici fiori che la Signora Lucia riusciva a curare e a tenere in vita. Annamaria si era ripromessa che avrebbe curato lei quella parte della casa, magari coltivando qualcosa per renderla meno spoglia. Aveva fatto piantare una magnolia al padre e, l’anno successivo, due prunus. Quello che mancavano erano piante più piccole sotto quei tre alberi che abbellivano la parte alta della casa. Cosa che aveva fatto con l’albero delle arance. Nel piccolo fazzoletto di terra dove affondavano le radici aveva sistemato delle piccole piante grasse.

Da marzo ad aprile, dai rami spuntavano piccoli fiori bianchi e profumati.
Luisa, la figlia piccola, era nauseata dall’odore e, a differenza degli altri quattro componenti della famiglia, non lo chiamava profumo. Le faceva venire l’emicrania, era troppo forte e lei, che adorava prendere il caffè seduta sul terrazzo dalla primavera fino ad ottobre, doveva rinunciarci. Ogni tanto ci riprovava, si versava il caffè nella tazzina a tavola, usciva sul terrazzo, si sedeva sulla sua sedia in plastica bianca, che lei chiamava la sua sedia da caffè, resisteva un paio di secondi, poi rientrava dicendo: – Che puzza! –
Il fratello le rispondeva: – Non capisci niente -.
Lei scrollava le spalle e finiva di bere il suo caffè in casa.
Il fratello allora le diceva: – Se ti fa venire il mal testa, perché esci sul terrazzo?, sai che è così, in questo periodo –.
Lei, costretta a dare una spiegazione, rispondeva:
- Ci provo. Anche se non mi piace l’odore, l’albero è bello –
Per Luisa l’albero delle arance avrebbe dovuto essere inodore, allora sarebbe stato perfetto. Lo considerava un soggetto ideale per un quadro. Cominciò a scattare fotografie che sarebbero state inodori e stupende. A tavola le guardavano tutti insieme e dicevano: – Guarda che bella questa -.

Per Annamaria, invece, l’albero era un miracolo vivente. Le ricordava la nonna, che spesso la veniva a trovare in sogno. Una volta, più che di un sogno si trattò di una visione. Si rigirava nel letto. Non riusciva a prender sonno e ad un certo punto la vide lì, proprio accanto al suo letto, vestita con una gonna ed una maglia grigio fumo, esattamente come se la ricordava, con il viso largo. Poi si addormentò. Al mattino disse a tutti che aveva sognato la nonna, ma mentì, perché l’aveva proprio vista. Era uguale alla foto esposta sulla sua tomba, al cimitero. Le piaceva andare a trovare la nonna al cimitero perché con lei si poteva confidare ed ogni volta che aveva finito il suo sfogo le pareva che la nonna le dicesse: – Stai tranquilla -.
- Lei era morta e faceva presto a dire Stai Tranquilla – Pensava Annamaria. Soffriva di malinconia fin da piccola, come se qualcosa la rendesse dolce ma spesso, e incomprensibilmente, triste. Anche perchè era una donna fortunata. Aveva la salute, aveva una famiglia, aveva una casa, aveva amici, e aveva avuto anche l’amore. Cominciò a convincersi che non solo esiste l’infelicità dovuta alle esperienze negative della vita, ma anche un tipo di infelicità che si aggira nel corpo di una persona, tra il sangue, i muscoli e gli organi. Testarda, tornava dalla nonna, al cimitero, sperando ogni volta in una nuova rivelazione. Ma la nonna insisteva con il suo – Stai tranquilla – Poi, un giorno, Annamaria pensò che i morti non sono portati per i lunghi discorsi oppure non sanno scegliere le parole giuste. Si convinse che fosse così e imparò a mandare a quel paese la sua malinconia congenita e crebbe con il sorriso sulle labbra.

A tavola, a proposito dell’albero delle arance si spendevano molte parole, ma erano sempre le stesse e ripetute più volte: – Quanto è bello, che pianta rigogliosa, quest’anno farà più arance, quest’anno ne farà di meno, quest’anno non saranno aspre, quest’anno sono più grosse, quest’anno sono più piccole, quest’anno saranno più dolci …-
Ma, ad un certo punto della conversazione, sul viso della Signora Lucia si formava una piega di preoccupazione che le spegneva il sorriso. Zittiva tutti e diceva:
- Al momento giusto andrà potato -.
L’albero toglieva luce a una parte del boschetto dei vicini, che delimitava il confine. In quel punto il boschetto non cresceva più, sottomesso dal vigore dell’albero e incapace di reagire a quella ombra superba, di fronte alla quale sembrava essersi intimidito. Lucia ripeteva ai vicini che le arance che crescevano sulla loro parte erano loro e che le raccogliessero, quando fosse stato il momento. – Sono le vostre, quelle, raccoglietele – diceva con voce gentile sporgendosi dal terrazzo. E i vicini ringraziavano per l’offerta che impediva loro di essere fermi e decisivi e non riuscirono mai ad imporre alla famiglia Fabbri di tagliare i rami che passavano sulla loro proprietà. La Signora Lucia li rassicurava. Il marito avrebbe tagliato i rami, trascorso l’inverno, al momento giusto della potatura, perché se l’avesse fatto prima sarebbe stato come uccidere l’albero. La sera, a tavola, disse:
- La ruota gira. In passato eravamo noi che chiedevamo loro di tagliare il boschetto, quando era troppo alto e toglieva luce alle finestre del pianoterra. Ora sono loro che chiedono la cosa a noi. La ruota gira -.
In cuor suo sperava che questo non facesse nascere uno di quegli antipatici litigi fra vicini, che lei, donna che amava il quieto vivere, non sopportava e non sapeva gestire. In realtà temeva che se i vicini si fossero incaponiti sul taglio dei rami, allo stesso modo avrebbero fatto il marito e il figlio per contrariarli, dal momento che erano irruenti, di carattere. Sarebbe potuta nascere una lite furibonda. Avrebbe dovuto essere brava lei, a gestire le cose, per evitare che qualcosa succedesse. Pensava: – Le donne di famiglia sono brave quando sanno calmare gli animi dei propri uomini e sanno indurli a comportamenti civili. Non vedeva l’ora che arrivasse l’ora della potatura per avere un pensiero in meno.
Il marito faceva finta di non sentire e non ribatteva ai commenti della moglie. Lei allora richiamava la sua attenzione in modo deciso: – Hai capito Pietro? – Pietro rispondeva: – Lo farò. – ma il più delle volte non rispondeva e continuava a mangiare in silenzio, con il viso rivolto verso il piatto. In fondo era un po’ sordo.
A Pietro piacevano gli alberi da frutto in generale. Per lui tutti i frutti erano come le ciliegie, buoni da mangiare appena colti. Faceva così anche con le arance. Le raccoglieva, impaziente, ancora prima che fossero ben mature. – Per verificare – diceva. Le sbucciava con le sue dita grosse e le assaggiava lì, all’aperto. Alla sera invece se ne mangiava una con il pane, a fine cena. Non avrebbe mai potato l’arancio, anche se andava fatto. – Lo farò – rispondeva, solo perché sapeva che era giusto farlo in via di principio. Una vicina di casa gli aveva gentilmente fatto notare che il proprio boschetto non fioriva lì dove fioriva l’arancio. Se, oltre alla vicina di casa ora ci si metteva anche la moglie, non poteva esimersi dal provvedere a quel taglio di rami. Si chiedeva perché due bellezze come quelle, il boschetto e l’albero delle arance, non potessero convivere. E pensò che il senso d’ingiustizia che spesso colpisce gli essere umani non risparmia neanche madre natura.
Tutti i componenti della famiglia erano d’accordo nel sostenere, insieme ad Annamaria, che:
- Quella pianta era talmente bella che avrebbe dovuto apparire bella anche agli altri – Annamaria ripeteva spesso questa frase, a tavola, e tutti l’approvavano, come fosse il verso di una poesia o una formula magica e comunque una frase perfetta. – E’ proprio vero – convenivano.
Paolo, il fratello maggiore, aveva un amico agronomo e gli mostrò l’albero e il frutto. Egli convenne che erano arance di buona qualità. E, dopo quel benestare, l’albero assunse la piena ufficialità di albero da frutto vero. E l’orgoglio aumentò. Ma Paolo non mangiava le arance. Le spremeva, perché il sapore agro gli pungeva la gola e gli legava i denti.
Annamaria una volta aveva ascoltato alla radio la notizia di un contadino che nel suo orto coltivato a patate bianche aveva raccolto una patata rossa, della forma e del peso di un cuore umano. L’episodio aveva fatto scalpore ed era iniziato un pellegrinaggio di persone che andavano a vedere la patata. Un altro miracolo pensò Annamaria e lo paragonò al suo albero. Lo raccontò eccitata al fratello e gli disse: – Cosa ne dici se informiamo un giornale locale. Magari inseriscono il nostro albero fra le curiosità della città. – Il fratello non fu d’accordo, sicuro del fatto che l’albero avrebbe suscitato un gran successo: – No, poi ci verrebbero a rompere le scatole troppe persone – rispose con il petto gonfio e il tono di voce alto.
- Meglio gli estranei che passano di lì, lo notano, si fermano stupiti a guardarlo per qualche attimo e si meravigliano. Accontentiamoci di questo. – Aggiunse Paolo, come se il loro orgoglio dovesse restare il più possibile privato e personale.

Ma si trattava in fondo di una città del nord. Nevicò e le temperature andarono sotto zero per un paio di giorni e poi risalirono bruscamente. Una mattina la famiglia trovò il marciapiedi pieno di arance. Pietro ne raccolse una, la sbucciò e infilò uno spicchio in bocca. La bocca gli si torse, si piegò in avanti, arricciò le labbra e sputò a terra una poltiglia di un colore fra bianco e arancio. Era disgustosa. Il gelo aveva rovinato il raccolto. – Povere arance – disse. Riempì diverse cassette di arance e nei giorni successivi le buttò via, ma non tutte in una volta.
A tavola, abbacchiati, si dissero che si sarebbero dovute raccogliere prima. Sarebbe bastato anticipare la raccolta di pochi giorni e lo spreco sarebbe stato evitato.
Pietro, come se fosse ringiovanito di sessanta anni, rivisse la sua infanzia di bambino di campagna, dove alla sera, anziché guardare la tivù si guardava il cielo e si facevano previsioni sul tempo e sui raccolti. Quel ricordo gli aveva disteso il volto. Il suo sguardo era allo stesso tempo fisso e lontano. Per un breve istante tenne la forchetta sospesa fra il piatto e la bocca, come se il ricordo avesse la precedenza sul boccone. Il ricordo aveva diminuito il dispiacere. – Niente si poteva fare contro il tempo – e questo fu il suo ultimo pensiero, prima di riprendere a mangiare.

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Gennaio 13, 2010 Pubblicato in: Racconti   Leggi Tutto

Racconto/Amiche

di vanessa pennacchini

L’appuntamento è in Piazzetta.
Romina è in ritardo, come al solito. Ma quando arriverà, il maquillage e l’acconciatura impeccabile la giustificheremo. Mentre la aspettiamo io e Daniela ci prendiamo un aperitivo.
Questa sera Rimini è fredda. Il clima mite di settembre ha lasciato posto ad un precoce e rigido inverno. Ci sediamo comunque all’aperto a fumare sigarette. Piero, il barista, ha acceso le stufette a fungo. Gli ordiniamo un bicchiere di Chianti. Lui dice che fa resuscitare anche i morti.

“Sono contenta che hai organizzato questa serata!”, dice Daniela. Dalla sua bocca esce una nuvola di fumo che si mescola a quello delle sigarette. “Era da tempo che non facevamo un’uscita tra donne”, aggiunge. Mangia con voracità le patatine che ci ha portato Piero. Poi arriva al punto. “La situazione sta peggiorando”, dice.
L’espressione assorta la rende ancora più bella. Ha grandi occhi neri che terminano in lunghe ciglia definite dal mascara. I riccioli dei capelli sembrano scolpiti. Come al solito indossa abiti scuri che mettono in risalto la sua carnagione chiara.
Agita il calice di vino appoggiato sul tavolo. Le sue gambe stanno tremando, i suoi piedi picchiano sul pavimento del gazebo e fanno dondolare anche la mia sedia.
“Mi ha mandato un messaggio poco fa”. Fa una pausa. “Mi vuole vedere”, aggiunge.
I contatti col suo ex storico, dopo anni di lontananza, finora si erano limitati a sporadici sms.
“In che senso?”, le chiedo sorpresa, e bevo un sorso di vino per mandar giù la tartina al tonno.
“Nel senso che se gli dico di sì lui arriva da Firenze.” Mi guarda dritto negli occhi. “Molla tutto per passare un week end con me”, aggiunge alzando il tono di voce.
“E Sergio?”, le chiedo preoccupata.
Un’oscillazione più decisa fa schizzare una goccia di vino dal calice di Daniela.
“Voglio stare con Sergio per tutta la vita. Ma adesso Riccardo si è rifatto vivo e tu sai cosa c’è stato tra noi”, risponde con un filo di voce.
Lo so benissimo. E’ una di quelle storie che non si dimenticano. E’ stato il suo primo amore. Ogni week end dovevo reggerle il gioco. Raccontavamo ai suoi genitori che dormiva a casa mia, o che eravamo in gita con la scuola, o altro ancora, e lei invece correva dal suo Riccardo col treno del sabato mattina. La domenica sera aspettavo con ansia il suo ritorno. Ci buttavamo sul divano e lei mi raccontava le novità passionali delle sue giornate toscane.
Poi la lontananza è diventata insopportabile. Lui era sempre più geloso. La chiamava ad ogni ora per chiederle dov’era e con chi era. Quando scendeva a Rimini sottoponeva Daniela, Romina e me ad interrogatori incrociati. Voleva verificare che le deposizioni coincidessero. Diceva a Daniela che aveva bisogno di averla vicina. Ma nessuno dei due era ancora pronto a trasferirsi. Così si sono lasciati. Daniela però non ha mai smesso di sognare i suoi bicipiti. Neanche ora, anche se è sposata da due anni con Sergio e lo ama alla follia.
A volte vorrei consigliarle di lasciarsi andare, fregarsene di tutto e godersi questa passione. Ma da me si aspetta altro. Io sono la voce della sua fragile coscienza.
“So che è difficile, ma pensaci bene. Per una notte rischi di mandare all’aria una vita intera”, dico, prudente.
Mi sorride. Aveva bisogno di scaricare su di me la responsabilità di un possibile rimpianto.
“Lo so. Infatti pensavo di rispondergli di no. Non riuscirei più a guardare in faccia Sergio.” Sospira. “Anche se me ne pentirò”.
Alzo il bicchiere, e spero di sollevare anche il suo morale.
“Alle occasioni perdute… e alle scelte giuste”, dico.
“Sarà”, ribatte lei. Quello sguardo furbetto ce l’ha sin dai tempi dell’asilo. “Rinunciare a una scopata così non mi sembra giusto!”, dice sbattendo le lunghe ciglia.
La guardo perplessa, poi scoppiamo a ridere.

“Arrivo sempre troppo tardi. Cosa mi sono persa?”. La sua voce rauca ci coglie di sorpresa.
“Perchè sbuchi così all’improvviso?”, le chiedo, voltandomi di scatto.
Romina ha capelli lisci, biondo platino, perfettamente scalati. Deduco che il ritardo di oggi è dovuto al colore e al taglio freschi di parrucchiere. Il trucco è pesante. Il rossetto color mattone risalta sulla pelle di porcellana. Il tailleur gessato è sbottonato al punto giusto. Indossa sandali con tacco alto in pieno inverno.
Il suo aspetto femminile contrasta con la sua voce. Voce da uomo in un corpo da bomba sexy e quando si sveglia la mattina, e dà il buongiorno, chiunque giaccia al suo fianco fa un balzo giù dal letto, ci racconta. Ma poi aggiunge che a tutti basta uno sguardo, per riprendersi. Ha un problema congenito alle corde vocali, ma lei non lo ha mai visto come un problema. Quando le diciamo che parla come un camionista, lei ribatte: “Nessuno se ne è mai lamentato finora, soprattutto certi camionisti che conosco!”
Ridiamo tutte e tre. Daniela si agita sulla sedia, solleva le gambe, urta contro il tavolino, facendo cadere il suo bicchiere, ormai vuoto.
E’ sbadata. I suoi movimenti sono troppo veloci. Ogni azione è uno scatto. Lei dice che è dovuto alla sua vitalità. Ad ogni modo il risultato è che spacca un sacco di cose.
Piero ci è abituato e arriva subito con scopa e paletta. Indossa la maglietta a maniche corte anche oggi. E, nonostante il freddo, i suoi pochi capelli sono appiccicati alla nuca, per il sudore.
Ognuna di noi ha preso strade diverse e vive per conto suo, ma Piero è il nostro approdo sicuro. E’ come un zio. Pesa più di un quintale ed è alto più di due metri. Ci dà un forte senso di protezione.
Frequentiamo il suo bar da quando eravamo adolescenti. “Quella merce non è in vendita”, borbottava, quando qualcuno si avvicinava a noi.
“Fortuna che non ti portiamo in giro, Piero, altrimenti non batteremmo chiodo”, lo sfotteva Romina. In realtà ci faceva piacere che ci proteggesse.
E anche ora che siamo adulte, si avvicina trascinando gli scarponi pesanti, ci rimprovera e ci mette in guardia.
“Avete finito di far danni? State attente, siete pericolose stasera”, dice con la sua voce profonda.
“Sei sempre il solito”, gli dice Romina avvicinandosi a lui. “Pensa agli affari tuoi cafone”, lo sbeffeggia. E’ in punta di piedi perché vuole arrivare all’altezza dei suoi occhi. Ma deve comunque inclinare la testa di novanta gradi.
“Di solito questa sceneggiata dura parecchio”, dico rivolgendomi a Daniela. Prendo sotto braccio Romina e la trascino via.

“E col tuo cafone come va invece?”, le chiede Daniela mentre ci incamminiamo.
Romina è la single del gruppo, ha quarant’anni suonati ma attira ragazzi come le api dal miele. Le piace la carne fresca, dice. La carne fresca però va a male in fretta. Così lei, dopo pochi mesi, la getta via.
“E’finita. Mi aveva stufato”, dice con aria sufficiente. “Voleva che andassi a vivere con lui, dopo tre mesi”.
Io e Daniela ci blocchiamo dietro di lei. La guardiamo rapite.
“Secondo voi dovrei riempirmi di debiti e sacrificare il mio spazio vitale per condividere il bagno con uno sbarbatello appena svezzato?” Non aspetta una risposta e continua a camminare davanti a noi. “Che torni dalla mamma”, dice agitando la mano destra. “L’altra sera invece ho conosciuto un tipo niente male”, riprende, con sguardo predatore. “Studia ingegneria. Ha un futuro, il ragazzo”, dice alzando il mento.
“La facoltà di ingegneria è tosta”, dico io mentre attraversiamo Piazza Cavour. Mi concentro sugli scalini e cerco di assumere un’espressione seria. “Ha davanti a sé almeno cinque anni di studio. Sicura di riuscire a stare con lui fino alla laurea?”
Coglie la provocazione. Si tocca il mento. “A pensarci bene gli ingegneri devono essere noiosi”, risponde. “Intanto lo testo, poi se in futuro dovrò realizzare un progetto lo chiamerò.” Mi dà una gomitata. “Anche se a quel punto sarà già “stagionato!”, si affretta a puntualizzare.

Ridiamo. Scherziamo. Come vuole Romina. Ma io e Daniela conosciamo la sofferenza che si nasconde dietro il suo atteggiamento. Un uomo, non un ragazzino, è stata l’origine del suo cambiamento, cinque anni fa. Avevano dei progetti. Romina ci parlava della figlia che voleva avere da lui. Saremmo state le sue zie, diceva. Anche se temeva che avremmo potuto portarla sulla cattiva strada. Era felice. Poi, un maledetto giorno, mi si cariò un dente. Faceva un male terribile. Paolo, così si chiamava, era un dentista. Uno dei più affermati di Rimini.
Quando le dissi che volevo prendere un appuntamento, Romina mi accompagnò nel suo studio. Le avevo chiesto il numero di telefono ma lei aveva insistito per fargli una sorpresa. Disse che da Paolo quel giorno c’era solo il tecnico per preparare degli impianti e così, senza pazienti avremmo potuto parlare un po’. E poi voleva raccogliere indizi per scoprire il suo programma per la serata. Era il loro anniversario, quel giorno.
Romina parcheggiò la Mini Rossa in divieto di sosta, come sua abitudine. Salimmo le scale. Ricordo che quel corridoio lungo e buio dava un forte senso di pesantezza. Romina aveva le chiavi. Aprì la porta piano, per non farsi sentire. Quando entrammo la scena fu cruda. Paolo era sdraiato sulla poltrona inclinata. Sopra di lui c’era una bionda. Lo cavalcava con una veemenza che faceva traballare la poltrona.
Quando ci vide arrivare Paolo scostò la bionda con forza. Si alzò di scatto colpendo con la mano la vaschetta che aveva di fianco. Gli arnesi caddero tutti a terra provocando un rumore prolungato.
Romina non disse niente. Si voltò e se ne andò. La seguii, perché temevo che avrebbe potuto fare una sciocchezza. Salimmo in macchina. Non disse niente nemmeno quando estrasse la multa trattenuta dal tergicristalli. Mise in moto, guidò fino a casa sua. In un paio d’ore riempì degli scatoloni e due valigie.
Da quel giorno, il giorno del loro anniversario, non ha più voluto parlare di Paolo e non permise a noi di farlo. Non ha più accennato al sogno di avere una famiglia. E una sera, davanti ad un aperitivo, ha giurato che non avrebbe permesso a nessun altro uomo di trattarla così. Da quel giorno Romina è diventata la mangia uomini che conosciamo.

Attraversiamo la Vecchia Pescheria. C’è un mercatino dell’antiquariato. Ci fermiamo ad un paio di bancarelle, ma diamo un’occhiata veloce e proseguiamo. Siamo affamate. Entriamo in una nuova osteria, che ha scovato Daniela. Il locale è pieno. L’arredamento è piuttosto povero. Travi di legno a vista, soffitto alto. Il bancone del bar è di mogano scuro con gli sgabelli, e ricorda un pub inglese.
I tavoli sono apparecchiati con tovagliette di carta paglia, come deve essere in un’osteria. E’ un’osteria di pesce. C’è un acquario alla nostra sinistra. Dentro, le aragoste si muovono agitate.
Ci sediamo, ma Romina si alza subito per andare alla toilette.
“Si è sciolto lo stucco?”, la prendo in giro.
“Vado solo a lavarmi le mani”, risponde lei con una smorfia di disappunto.
Mi volta le spalle e va in bagno, ancheggiando.

“Quindi ha quasi finito il ciclo di radioterapia”, mi chiede Daniela. Apre il tovagliolo e se lo appoggia in grembo.
“La prossima settimana”, rispondo con un sospiro. “Dovrà fare molti controlli ma, se Dio vuole, quest’incubo è finito”.
Continuo con aria di sfida. “Quella maledetta palla non ha lasciato strascichi. L’ecografia non ha rivelato metastasi.”
Marco, il mio ragazzo, è stato operato da poco di un tumore al collo. E’ andato tutto bene, ma è stato un periodo difficile. Le mie amiche lo sanno. Mi sono state vicine nel momento più duro della mia vita.
Appena saputo l’esito della biopsia mi sono sentita morire. Ma avevo giurato di non piangere e di essere forte anche per Marco. Non ne parlai con nessuno. Ero decisa a portarmi addosso tutto il peso del dolore senza condividerlo. Forse con l’illusione che non parlandone sarebbe sparito prima.
Invece qualche giorno dopo Romina mi chiamò. Voleva raccontarmi con precisione della scopata con un fusto che aveva conosciuto la sera prima in palestra. O almeno credo. Non riuscivo ad ascoltarla e non riuscivo a risponderle o a ridere. Scoppiai a piangere. Versai tutte le lacrime che fino a quel momento avevo soffocato. Romina mi chiese cosa avevo, ma a me non usciva la voce.
Dopo mezz’ora lei e Daniela erano sotto casa mia con gelato e film. Ho tirato fuori il mio dramma tutto d’un fiato. Ho raccontato loro il mio dolore. E subito dopo mi sono sentita meglio.
Loro prima mi hanno sgridata per non averle chiamate subito. Poi Daniela ha infilato Ocean’s Eleven nel lettore DVD. “Ora basta lacrime. Oggi ci dobbiamo commuovere solo di fronte alla scena di Brad Pitt e George Clooney che progettano il loro colpo seduti sul divano”, disse.
Romina arrivò con la vaschetta di gelato. “E immaginare di stare in mezzo a loro”, concluse.
Mangiammo il gelato tutte e tre, direttamente dalla vaschetta. Guardammo il film sul divano, con le gambe avvinghiate, tra risate e scherzi. Non pensavo alle ecografie, al ricovero in ospedale, all’operazione che ci attendeva.
Nei giorni successivi ho affrontato la malattia di Marco con l’aiuto delle mie amiche. Daniela mi ha accompagnata in ospedale il giorno dell’operazione, ha condiviso con me l’estenuante attesa. Sei ore in sala d’aspetto. E’ riuscita a rendere sopportabile perfino quella giornata. Mi ha distratto parlandomi dei suoi falsi problemi, ha bevuto con me una decina di caffè e mi ha aiutato a non impazzire.
Romina ha scarrozzato diverse volte me e Marco per ospedali, visite e terapie, quando lui doveva portare il collare ed io ero troppo agitata per guidare. Io e Marco ora ridiamo, quando pensiamo alla sua guida spericolata. Era più preoccupato quando era in macchina con Romina di quando doveva attendere l’esito di un esame, mi dice.

Quando torna, Romina, sente di cosa stiamo parlando e cerca di sdrammatizzare.
“Oggi niente pensieri brutti. L’imperativo è bere, mangiare e divertirsi”, dice alzando il bicchiere. E’ ancora vuoto e protesta. “Non ci vogliono far bere in questo locale?”, dice.

Il cameriere arriva a prendere le ordinazioni. Deve essere il proprietario. Dà ordini agli altri. E’ un uomo alto ed esile. Il naso aquilino sporge dal suo viso smunto. Occhiaie pronunciate e occhi infossati. Le labbra sono sottili e la stempiatura vistosa.
Ordiniamo un antipasto freddo a testa, un fritto misto per due e un bianco della casa.
“A posto così?”, chiede con aria frettolosa senza nemmeno guardarci in faccia.
La smorfia con cui ci pone la domanda rivela un certo disappunto.
Appena ci volta le spalle, Romina gli fa il verso. “Gargamella non ha gradito la nostra ordinazione”, dice, facendo un gesto con la mano per enfatizzare la forma pronunciata del naso del padrone.
La cameriera appoggia sul tavolo la caraffa di vino e fa un risolino. Ha apprezzato la battuta, penso.

Osservo le mie amiche. La delicatezza del viso di Daniela. Le sue labbra carnose diventano ancora più piene, mentre succhia una canocchia. Mi chiedo se avrà la forza di respingere il suo primo amore.
Poi vedo la fragilità di Romina, nascosta dietro il suo aspetto da donna glamour. Spero che un giorno qualcuno riuscirà ad intaccare la corazza che si è costruita. Spero che riuscirà ad essere di nuovo felice.
Daniela gesticola animatamente, Romina fa battute sconce con voluta compostezza.

La cena è stata molto mediocre. Il fritto misto era impregnato d’olio. Le cozze erano rinsecchite. Sembrava fossero state strizzate. Il cocktail di scampi era tutto maionese e niente scampi.
“Non so se sono più dure le olive o i calamari”, ha detto Daniela dell’insalata di pesce.
Le alici erano sommerse dall’aceto ed il San Pietro dal pepe.
“Non pensavo di doverlo ammettere”, ho detto, “ma ho mangiato meglio l’ultima volta che hai cucinato tu, Romina”.
La cameriera sta sparecchiando, urta contro la nostra terza caraffa di vino e la rovescia.
“Scusate”. E’ esageratamente preoccupata.
“Non fa niente. L’avevamo quasi finita”, dico io alzando le spalle.
“Che cavolo hai combinato?”, dice con voce arrogante il padrone. E’ sbucato fuori da non so dove.
“Sei un disastro”, grida.
La ragazza parla con accento straniero. “Ora io sistemo”, dice e si affretta a pulire. La sua mano trema.
La aiutiamo, cercando di scherzarci su. “Se ti può consolare la nostra amica” le dico indicando Daniela e passando il tovagliolo sulla macchia di vino “detiene il primato di un bicchiere rotto ogni due sere che usciamo”. Accenna un timido sorriso, poi ci ringrazia e se ne va.
Quando torna in cucina il proprietario è sull’uscio e l’aspetta. Urla di nuovo qualcosa. Alza addirittura le mani in segno di minaccia. Poi la spinge dentro.
“E’ un negriero”, dice Daniela.
“E’ il classico codardo che assume le straniere per due soldi e poi le tratta come animali da soma”, dico anch’io.
“Speriamo almeno che la moglie lo tradisca”, conclude Romina con la sua voce cavernicola. Posa con delicatezza la tazzina di caffè sul tavolo.

Chiediamo il conto. Vogliamo uscire da questo posto e fumare una sigaretta. Mentre aspettiamo ci mettiamo d’accordo per la serata. O meglio litighiamo. Daniela vuole fare un giretto tranquillo al pub, mentre Romina vuole andare in discoteca. E’ il luogo ideale per la caccia alla carne fresca.
“Quel verme non ci ha ancora portato il conto”, le interrompo. Mi sbraccio e ottengo solo un cenno col capo. Ma il conto non arriva. Mi alzo.
“Ragazze si va a fumare”, dico.
Indossiamo cappotti e borsetta e usciamo.
Romina rassicura il padrone, che sta passando di lì. “Andiamo fuori a fumare. Non scappiamo”, dice.
Il freddo si è fatto più pungente. Un gruppo di adolescenti sta armeggiando con cartine e tabacco. Decidiamo per la discoteca. Romina estrae il cellulare dalla borsa per chiamare un pierre che ha conosciuto tempo fa.
“Non mi dispiace affatto rivederlo”, dice mentre si accende la sigaretta.
“Sei incorreggibile”, le dico, e le do una leggera pacca sul sedere.
“Bisogna tenersi in allenamento”, ribatte lei, saltellando prima su un piede e poi sull’altro per scaldarsi, “in tutti gli sport.”
“Hai ragione”, dico. “Anche io e Marco da qualche giorno abbiamo ripreso gli allenamenti”, aggiungo.
Romina smette di spingere i tasti del telefonino. Daniela tossisce mentre butta fuori il fumo. Si avvicinano entrambe.
“Il collo non gli fa più male e il dottore dice che può muoverlo, purchè stia attento a non subire traumi.” Faccio una pausa. “Io sono molto delicata”, aggiungo.
“Ecco perché sabato l’abbiamo visto così bene. E con un gran appetito.”, dice Daniela.
Subito dopo si incupisce.
“Invece io e Sergio non ci alleniamo da un po’”, confessa.
La guardiamo stupite.
“Dici sul serio?”, le chiedo. “Non mi avevi detto nulla”, aggiungo preoccupata.
“E’ colpa mia”, dice lei abbassando lo sguardo. “Non lo desidero più come prima”.
Cala un silenzio imbarazzante.
Poi interviene Romina. “Secondo me dovresti toglierti uno sfizio”, dice, e getta lontano la sigaretta, sparandola con l’indice e il pollice.
Mi volto verso di lei e strabuzzo gli occhi. “E non pensi al povero Sergio?”, le chiedo.
“E’ proprio a lui che penso”, si difende lei. “Sto solo dicendo che Daniela ha il chiodo fisso del suo ex. E finchè continuerà a pensarci non potrà dedicarsi completamente a Sergio”.
“Romina ha ragione”, interviene Daniela con voce sommessa. “Sono settimane che sogno Riccardo. La mattina mi sveglio e penso a lui. A volte Sergio mi chiede qualcosa ed io nemmeno gli rispondo”.
“Come volevasi dimostrare”, mi dice Romina allargando le braccia. “Ha bisogno di una notte con Van Damme”.
Accenna un sorriso e posa il braccio sulla spalla di Daniela. “Poi tornerai da Danny De Vito”, le dice.
Mi arrendo. Riprenderò il discorso quando sarò sola con Daniela, senza Romina di mezzo. O forse no.

Torniamo a parlare del proprietario del locale.
“Almeno quelli più giovani non sono così acidi”, dice Romina.
“Quando rientriamo, se la cameriera ha un occhio nero chiamo la polizia”, dico io.
“Potremmo segnalarlo all’amico di Sergio, il finanziere”, dice Daniela.“Loro trovano sempre il modo di punire qualcuno”, dice. “E poi la qualità del cibo è imbarazzante”.
Siamo arrabbiate.
Le tre caraffe di vino fanno il resto.
Ci guardiamo attorno. I ragazzi vicino a noi hanno facce stordite e altro a cui pensare. Attraverso le vetrate del ristorante si intravede la cameriera. Ha un’aria umiliata e sembra stia facendo di tutto per non peggiorare la sua situazione. Sparecchia con cura, curva sui tavoli, facendo attenzione a non provocare danni. Si volta di continuo, vuol vedere se qualcuno la sta controllando. Il suo viso è terrorizzato. Ha paura di perdere il lavoro, anche se non perderlo significa farsi umiliare.

Ci scambiamo un’occhiata. Frughiamo tutte e tre dentro la borsetta e controlliamo che ci sia tutto.
“Ragazze si va”, dice Romina.
Cominciamo a camminare. Acceleriamo il passo. Per farci coraggio ci spingiamo a vicenda, in modo piuttosto goffo. Tolgo la sciarpa come per alleggerirmi. Daniela fa lo stesso.
Pensiamo solo a correre.

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Gennaio 12, 2010 Pubblicato in: Racconti   Leggi Tutto

Racconto/Che fine hanno fatto i merli?

di stefano venturini

“Dove è papà?”, chiesi a mia madre.
“In giardino”, rispose lei.
Mi avvicinai alla porta e lo vidi, dritto e immobile, con la gambe divaricate e una mano dietro la schiena. Sembrava che sfidasse la luna, in maglietta e mutande.
“Non vuole rientrare”, disse mia madre. “Non vuole venire a dormire”.
Restammo in silenzio, e nell’oscurità della notte lo sentimmo fumare.
Uscii in giardino, affondando i piedi nudi nell’erba secca dell’estate, e mi misi al suo fianco. Lui fece un tiro profondo, e sparpagliò come scintille un po’ di cenere nell’aria. Si schiarì la gola.
Disse: “Vorrei che questa notte non passasse”.
Dissi: “Ma passerà, lo sai”.
Disse: “Vorrei non saperlo”.
Era stato l’ultimo giorno di vacanza, e mio padre di tornare a lavorare, a sessantasette anni, non ne aveva proprio voglia. Voleva chiudere con lo studio. Trent’anni di lavoro sono più che sufficienti, diceva lui, per rischiare l’infarto. Faceva il commercialista.
Era stato agitato tutto il giorno. Quando si era alzato, la prima cosa che aveva detto era stata: “E’ l’ultimo giorno”. Si era appoggiato allo schienale del letto, e aveva chiamato mia madre per chiederle di portargli la colazione. Aveva mangiato nel letto, poi si era messo a fumare.
“Ti ho detto mille volte di non fumare qui”, gli aveva detto lei, quando aveva sentito la puzza di fumo.
“E’ l’ultimo giorno”, aveva risposto lui con una vena d’angoscia nella voce.
Se ne era stato in poltrona tutto il giorno. A volte con la televisione accesa, altre volte spenta. Quando era spenta, appoggiava il fazzoletto sulla spalla, pronto a schiacciare le mosche fastidiose. Io me ne stavo in camera e leggevo e, nel silenzio della casa, sentivo lo schiocco del fazzoletto sulle sue gambe.
A pranzo non aveva spiccicato una parola.
“Che hai?”, gli aveva chiesto mia madre.
Lui non le aveva risposto; neanche l’aveva sentita.
A cena la stessa cosa. Aveva mangiato e bevuto il vino in silenzio. Io lo guardavo. Era la prima volta che lo vedevo così giù di corda. Ero abituato alle sue battute e al suo spirito. Sapevo che il lavoro lo stressava, lo vedevo tutti i giorni, però non mollava mai. Ora, tutto d’un tratto, era ridotto uno straccio. Come se le vacanze non fossero servite a niente. I suoi occhi erano spenti, assenti; avevo l’impressione che avesse abbandonato il suo corpo, che ora era un contenitore vuoto. Sembrava che mangiasse solo per sopravvivere.
“Ti piace il vino?”, gli chiesi.
“E’ lo stesso”, rispose lui senza guardarmi.
Mio padre venerava il vino. Sceglieva sempre con cura le etichette che comprava. A tavola, celebrava il primo bicchiere di ogni pasto con piccole ritualità: stappava la bottiglia, annusava il tappo di sughero ad occhi chiusi, e poi, tutto compiaciuto, versava, e con un tovagliolo asciugava dal collo le gocce residue. Io ero incantato dalla sua eleganza. Ascoltavo lo stillare morbido del vino nel bicchiere e attendevo che mio padre lo bevesse e lo giudicasse. Quel giorno però aveva fatto stappare la bottiglia a mia madre, e poi aveva bevuto il primo bicchiere come fosse acqua sporca.
“Che hai? Ci dobbiamo preoccupare?”, gli dissi.
Non rispose.
“Non è mica la fine del mondo, eh”, si intromise mia madre.
Mio padre la guardò e disse:
“Per me, sì”.
Si alzò da tavola, si accese una sigaretta e uscì in giardino. Si mise a fumare sotto il ciliegio, dandoci le spalle. Tirava boccate nervose, che si confondevano con il tremolio delle foglie, agitate dal vento caldo di fine estate.
Quando rientrai, quella notte, come ho detto, lui era ancora lì. Si era solo spostato: dal ciliegio, al pruno.
“Ti mancano solo tre anni alla pensione”, gli dissi. “Non puoi mollare ora”.
“Se penso a domani mi viene da piangere”.
“Dai, dobbiamo andare a dormire. E’ l’una passata. Non puoi stare qui tutta la notte”.
“Dì a tua madre che mi fumo un’altra sigaretta”.
Per un attimo, la fiamma dell’accendino rischiarò la sua faccia: aveva gli occhi lucidi, come se avesse pianto. Poi tornò il buio e non lo vidi più.
Poco dopo, l’anatra uscì dal cespuglio. Ce l’aveva portata mia zia. Mio cugino l’aveva vinta al Luna Park. L’avevamo tenuta in giardino ed era grande e bianchissima, ora che si era fatta adulta. All’inizio si spaventava per ogni cosa; ora si sentiva di casa. Non ci temeva più, e si avvicinava se imitavamo i suoi versi. La trattavamo come fosse un cane. Ci passò davanti e si diresse verso la vaschetta dell’acqua. Camminava lenta e borbottava tra sé. Bevve, e si mise a battere le ali allungando il collo. Poi ci ripassò davanti, come se noi non ci fossimo. Io sorrisi e guardai mio padre: aveva la testa piegata, e guardava la luna.

Durante la notte mi svegliai. C’era silenzio. Mi venne in mente mio padre, e volli controllare se era venuto a letto. Mi alzai, infilai le ciabatte e attraversai il corridoio facendo piano. Aprii lentamente la porta della camera dei miei; non vedevo niente, era troppo buio. Accesi la luce in corridoio e la luce filtrò nella stanza attraverso la piccola fessura che avevo lasciato. Sopra le lenzuola, riconobbi la sagoma di mia madre. Dormiva a pancia in su, con le braccia distese lungo i fianchi e la bocca aperta; respirando, la gola emetteva un rantolo breve, seguito da un fischio sottile che usciva dal naso. Mio padre non c’era.
Scesi le scale piano piano. La luce in soggiorno era accesa. Senza finire la rampa, mi allungai per vedere. Era seduto in poltrona. Mi dava le spalle. Vedevo solo la sua testa pelata, e i pochi capelli che aveva l’attraversavano come striscioline di liquirizia. Stava fumando. Teneva il braccio alzato e il gomito sul bracciolo. Tra le dita, la sigaretta si consumava lentamente: la striscia di cenere si piegava, e il fumo saliva e si allargava in una spirale grigia, fino a dissolversi. Pensai che si fosse addormentato, ma poi mosse il braccio e buttò la cenere nel posacenere. Tossicchiò.
Mi sedetti sullo scalino e incrociai le braccia, appoggiandole sulle ginocchia. Mio padre spense la sigaretta e si tirò in avanti. Ai suoi piedi c’era Rocky, il cane. Aveva quattordici anni. Zoppicava ed era cieco da un occhio, che era bianco come una palla da biliardo. Mio padre lo accarezzò sulla testa.
“Siamo vecchi”, disse.
Si appoggiò di nuovo allo schienale della poltrona e allungò le gambe, incrociando i piedi. Fece per prendere il telecomando, poi guardò in su, verso l’orologio appeso al muro: erano quasi le tre. Sfilò una sigaretta dal pacchetto sul tavolino e l’accese. L’odore mi colpì, acuto.

Il mattino seguente feci colazione da solo.
“Ha dormito?”, chiesi a mia madre, che sbriciolava il pane in una ciotola di mais.
“E’ venuto a letto, ma non ha chiuso occhio. Si è sdraiato e ha fumato. Non mi ha lasciato più dormire. Voleva che stessi sveglia con lui”.
“E non gli hai detto nulla per il fumo?”
“Che gli dovevo dire. In quel momento volevo solo dormire”.
“Cosa ti ha detto?”
“Per un po’ è stato zitto. Guardava davanti a sé, senza dire una parola. Era immobile, distante. Se non fosse stato perché ogni tanto tirava, mi pareva una mummia. Non batteva neanche ciglio. Poi, tra una sigaretta e l’altra, mi ha detto: “Sono vecchio. Non ho più le forze. Non so cosa fare. Non ce la faccio a ricominciare, questa volta””.
“E tu?”
“Io l’ho lasciato parlare un po’. Poi ho usato le solite frasi, sai: “Ma no, vedrai che è solo un momento. Passerà. Fra una settimana ne riparliamo”. Così”.
“E lui?”
“Ha borbottato qualcosa e si è acceso un’altra sigaretta. Allora mi sono alzata, sono venuta giù e gli ho preparato una camomilla. Gliel’ho portata a letto bella calda. “Tieni”, gli ho detto. “Ti calmerà un po’”. “Fammi un caffè. Non la bevo la camomilla”, mi ha risposto lui. “Guarda che con il caffè è peggio. Ti devi rilassare”, gli ho detto io. “Fammi un caffè, dai. Da brava”. Siamo scesi giù a berlo. Ci siamo messi davanti alla televisione, alle quattro e mezza del mattino. Tuo padre ha scanalato un po’. Poi si è fermato su un programma che trasmetteva la Tosca, in cui cantava Pavarotti. Abbiamo visto un atto intero. Ogni tanto alzava il volume e io gli dicevo: “Abbassa, che c’è tuo figlio che dorme”. Lui non mi badava. Agitava le braccia come un direttore d’orchestra. Ero contenta perché sembrava che si fosse ripreso. Poi ha spento. “Mi ha stufato”, ha detto. “E poi non è che mi risolva il problema””.
“Prima che venisse su a dormire, era in soggiorno che parlava con Rocky”, dissi.
“Non l’ho mai visto così giù”.
Mio padre è sempre stato un uomo allegro, pronto a dispensare consigli utili su come prendere la vita. Un gran lavoratore, e la sua professione è una delle più pesanti che conosca. Devi aggiornarti in continuazione, sorbirti tutti i problemi dei clienti, rispondere a mille domande ogni giorno; non c’è un attimo di pace. E’ una vita di puro stress. Eppure, lui ha retto per trent’anni.
“Mi sa che si è rotto qualcosa”, dissi. “Hai sentito, no? Ripete che è vecchio. Che non ha voglia di lavorare. Che gli mancano le energie di una volta”.
“Così, tutto d’un tratto?”, chiese mia madre.
“Può essere. Uno accumula stress tutta la vita, e poi un bel giorno esplode”.
Mandai giù l’ultima fetta biscottata e bevvi un sorso di tè caldo. Mi alzai dal tavolo e presi le chiavi dell’auto da sopra il frigorifero.
Mia madre uscì in giardino con la ciotola in mano e la posò nell’erba. Aveva mischiato pane e mais fino a farli diventare una poltiglia giallastra.
“Ciccia, Ciccia”, si mise a dire. “Vieni che c’è la pappa. Ciccia”.
L’anatra sbucò dallo stesso cespuglio della sera prima; marciò in un apparente equilibrio precario, come fanno i bambini quando imparano a camminare, allungò la testa e borbottò qualcosa. Mia madre l’accarezzò sul collo lungo e bianco, e poi rientrò.
“Non ha nemmeno voluto fare colazione”, disse, chiudendo la porta alle sue spalle. Si lavò le mani sporche di mais nel lavandino.
“A che ora è uscito?”, le chiesi.
“Saranno state le sette. Si è alzato, ha indossato i primi vestiti che ha trovato e se n’è andato senza salutare. “Non fai nemmeno colazione?”, gli ho chiesto. “Prendo un caffè al bar”, mi ha risposto lui”.
Sopra il lavello c’erano i due posacenere: quello del soggiorno e quello usato in camera da letto. Due montagne di sigarette alte come l’Everest: alcune finite, altre lasciate a metà. Mia madre rovesciò tutto nella pattumiera.
“Guarda qui”, disse. “Dimmi se un uomo deve vivere così”.

Quando arrivai in studio, mio padre era seduto sulla sedia girevole, davanti alla sua scrivania, sprofondato nello schienale di morbida pelle nera. Stava fumando.
“Ciao”, dissi io.
“Ciao”, disse lui con un filo di voce, alzando gli occhi solo per un attimo.
Aveva aperto le finestre della sua stanza e si era seduto. Il resto dello studio era al buio e silenzioso. Aprii tutte le ante e feci entrare il sole. La linea telefonica era ancora in modalità fax. Premetti il tastino e riattivai il telefono. Per terra c’erano i fogli che il fax aveva sputato durante l’estate. Ce n’erano una montagna sparsi dappertutto.
“Hai visto quanta roba è arrivata?”, gli chiesi.
“Mi vien da star male”.
Raccolsi i fogli e diedi un’occhiata veloce. C’erano molte pubblicità: nuovi cellulari, nuove tariffe, corsi di aggiornamento professionale. Poi gli immancabili fogli presenza dei dipendenti dei clienti, qualche avviso bonario, e varie cartacce spedite dall’Agenzia delle Entrate. Misi tutto sulla mia scrivania. Attaccai la spina della macchinetta del caffé e l’accesi.
“Vuoi un caffé?”, chiesi a mio padre.
Non mi rispose.
“Te lo fai un caffé?”, gli chiesi di nuovo.
“Sì, dai”, rispose lui dopo un po’.
La voce gli uscì floscia, tanto che per un attimo sembrò quasi sgonfiarsi l’aria.
Ne preparai due. Mi sedetti davanti a lui e gli porsi il bicchierino di plastica bianco.
“E’ già zuccherato”, gli dissi.
“Grazie”, fece lui.
Si staccò dallo schienale della poltrona con un po’ di fatica e allungò la mano. Prese il caffè e mischiò lo zucchero con la paletta trasparente. Poi la picchiettò due o tre volte sul bordo del bicchiere e bevve in un solo sorso.
“Come stai?”, gli chiesi.
Tirò fuori dai pantaloni un fazzoletto bianco tutto stropicciato e si pulì la bocca.
“Male”, rispose.
Rimise il fazzoletto in tasca.
“E’ solo perché è il primo giorno”, dissi.
“Non lo so. Non mi sono mai sentito così”.
“Così come?”
Si prese un’impercettibile pausa di riflessione.
“Così vecchio”.
Bevvi un sorso di caffè. Pensai a cosa dire. Era strano vederlo così; non sapevo come prenderlo.
“Forse la stai facendo un po’ troppo dura”, gli dissi.
Una frase di circostanza, lo sapevo bene: troppo generica per essergli d’aiuto. Ma fu la prima cosa mi venne in mente.
“Vedremo te, a sessantasette anni”.
Percepii irritazione nella sua risposta. Comprensibile: non aveva bisogno di stupide frasi fatte.
Appoggiò i gomiti sulla scrivania e incrociò le braccia. Per un po’ guardò fuori dalla finestra, gettando uno sguardo qua e là nel giardino. Il nostro studio si trovava al piano terra di una piccola villa su due piani. Pagavamo l’affitto ai padroni di sopra. Durante l’estate, e fino agli inizi di ottobre, i merli saltellavano nell’erba in cerca di qualcosa da mangiare. Quella mattina lui si accorse che non ce n’era nessuno.
“Che fine hanno fatto tutti?”, si chiese.
“Tu cosa conti di fare?”, gli chiesi io.
Alzò le spalle.
“Non lo so. C’è qualcosa che posso fare?”
Bevvi l’ultimo goccio di caffè.
“Magari andare in pensione”.
“Non me la danno”, rispose. “Fino a settant’anni non me la danno”.
“Nemmeno se anticipi tutti i contributi che ti restano da versare?”
“Posso anche farlo, ma fino a che non avrò compiuto i settant’anni non vedrò un soldo”.
Guardai per un momento lo zucchero sciolto in fondo al mio bicchiere. Lo spostai con la paletta. Cercai di pensare qualcosa. Sbuffai.
“Vabbé, vado a lavorare”, dissi.
“Li vedi tutti quei libri?”, mi chiese mio padre, puntando l’indice alle mie spalle. “Contali”.
Dietro di me, lungo la parete, c’erano due librerie, una accanto all’altra, con quattro ripiani ciascuna: erano piene di libri, vecchi e nuovi.
“Avanti. Ad alta voce”, mi disse.
“Questo lavoro ti è costato fatica, lo so”.
“Contali”, mi disse di nuovo.
Mi avvicinai alle mensole. Diedi uno scorcio agli anni d’imposta di ciascuno dei libri. I più vecchi, legati insieme ad articoli di giornale sbiaditi con elastici induriti dal tempo, portavano l’anno 1980. Per ogni anno c’era una sfila di pubblicazioni: le novità della Finanziaria del governo, le sentenze tributarie della Cassazione e così via. Poi c’erano gli spaventosi volumi dell’IVA e delle imposte sui redditi: enormi ammassi di pagine sottili, scritte a caratteri minuscoli, piene di numeri, leggi e commenti. Guardai mio padre e sorrisi. Lui fece di sì con la testa e disse:
“Forza”.
Iniziai a contare.
“Uno, due, tre…”
Le due biblioteche erano chiuse da ante di vetro. Mentre contavo, il mio sguardo cadde sul riflesso di mio padre: stava di nuovo guardando in giardino. Continuai a contare ma, distratto, abbassai il tono della voce senza rendermene conto. Lui si girò verso di me e a quel punto avevo perso il conto.
“… Quarantatré, quarantaquattro, quarantacinque…”, finsi di proseguire.
Sembrava che si rilassasse a sentire quella sfilza di numeri; come se quella quantità evocasse in lui il ricordo di quando, da giovane, tutti quei libri li divorava. Per avere una preparazione adeguata devi metterci la schiena, diceva sempre. E’ stata la prima cosa che mi disse quando venni a lavorare in studio. Ed era la prima cosa che faceva osservare a tutti quelli che assumeva. Se rimani indietro, non sopravvivi in questo lavoro. La preparazione viene prima di ogni cosa.
Ora che sentiva di essere stanco, che le energie e la voglia di continuare non erano più le stesse, era come se avvertisse la necessità di celebrare il suo passato, gli sforzi e i sacrifici compiuti.
“… settantasette, settantotto, settantanove…”
“Sono duecentonovantasei. Li ho contati prima”, disse a quel punto mio padre. “Poi ce ne sono altri naturalmente, ancora più vecchi. Ma quelli io e tua madre li abbiamo chiusi in scatoloni di cartone che abbiamo sistemato da qualche parte in cantina. Chiedi a lei quanto ci abbiamo messo”.
Mio padre andava molto fiero di quello che aveva realizzato nella vita. Era il terzo figlio di una famiglia di quattro fratelli e due sorelle. Di tutti, lui era l’unico che si era distinto per aver studiato. Non era nato per fare lavori manuali, ma per usare la testa. La decisione più importante la prese a ridosso dei quarant’anni. Aveva lasciato il lavoro da impiegato, in un’azienda molto importante: si era dimesso perché l’ambiente non lo stimolava, e perché stare alle dipendenze di qualcun altro lo soffocava. Voleva fare il libero professionista. Aveva un diploma di ragioneria, così si iscrisse all’Università di Giurisprudenza. Nel frattempo, però, dovendo sostenere la nostra famiglia, trovò un altro lavoro impiegatizio. E così, per sei lunghi anni, lavorò e studiò.
Io ero piccolo per comprendere il sacrificio che stava facendo. Ricordo solo che, dopo cena, si sedeva al tavolo in soggiorno e leggeva dei libroni enormi, e che, con una penna stilografica, ogni tanto sottolineava e poi scriveva qualcosa su un quadernone rosso.
Una notte mi svegliai e vidi la luce dell’abajour nella camera dei miei. Sentii che mia madre brontolava, e che poi disse: “Dai, adesso basta. Metti giù quel libro. Devi riposare”. “Non posso”, aveva risposto mio padre preoccupato. “Da brava, su, vai a farmi un caffé”. Lei si alzò, e in ciabatte andò in cucina. Io rimasi sveglio, avvolto nelle lenzuola, ad ascoltare. La casa, nel cuore della notte, si riempì del rumore metallico dei cucchiaini, del tinnio delle tazzine, del suono morbido e vaporoso della fiamma sul fornello, e, infine, del borbottio bollente del caffé. Quando mia madre tornò in camera, sentii che appoggiò il vassoio sul comodino, che chiuse il libro, che attraversò la stanza, si distese sul letto e spense la luce.
Il giorno che mio padre si laureò, ricordo che entrò in casa e con un sorrisone esclamò:
“Ce l’ho fatta!”
Io non capivo a che cosa si riferisse, ma mia madre lo abbracciava visibilmente emozionata, e per quello ero felice anche io.
Gli erano rimasti solo due scogli per diventare commercialista: i tre anni di pratica in uno studio professionale e l’esame di Stato.
Continuò a lavorare come impiegato, e nel tempo che gli rimaneva, dopo la giornata di lavoro, faceva presenza nello studio del commercialista che lo aveva preso in carico. Passò altri tre anni molto duri, di studio e di lavoro.
L’esame di Stato fu la prova più difficile.
Tuttora è soprannominato l’esame “stanga”: è molto selettivo, e passano davvero i migliori. E mio padre fu tra quelli, naturalmente; al primo tentativo. Alcuni giorni dopo, uscì un articolo di poche righe sul giornale locale, che mio padre ritagliò e che conserva tuttora nel portafoglio: ce l’aveva fatta solo il diciannove per cento. C’era l’elenco dei promossi, in rigoroso ordine alfabetico; il suo nome era scritto nell’ultima riga e prima del punto.

Mio padre non accennava a reagire, nemmeno dopo una settimana di lavoro. Si faceva passare solo le telefonate necessarie, quelle dei clienti importanti. Per tutti gli altri non c’era. Ogni volta che squillava il telefono gli saliva il nervoso e bestemmiava. Beveva caffè e fumava in continuazione. Aveva accumulato una montagna di carte sulla sua scrivania, ma non se ne curava. Ci dava un’occhiata e poi le piantava lì.
Gli portai una lettera dell’Agenzia delle Entrate che contestava una dichiarazione dei redditi vecchia di tre anni. Prese dal cassetto la lente di ingrandimento e diede un’occhiata. Mio padre era miope e portava gli occhiali. Con il passare degli anni, però, faticava sempre più a leggere da vicino. Così, una sera, mia madre tirò fuori da un vecchio scatolone una lente di ingrandimento.
“Usa questa”, gli disse.
“E da dove salta fuori?”
“Era di mio padre. L’ha usata in questura, durante gli ultimi anni di servizio. Mi sono ricordata che l’avevo messa insieme alle altre cianfrusaglie della mia famiglia”.
Mio padre la prese in mano e la studiò per un po’.
“Ha la lente sbeccata”, osservò.
“Sì. Ho visto. Si sarà rotta sotto il peso di tutto quello che c’è nello scatolone”.
Mio padre se l’avvicinò all’occhio e poi l’allontanò. Due o tre volte. Si piegò sul giornale e provò a guardarci attraverso.
“Sembra funzionare”, disse.
“Certo che funziona!”, rispose mia madre.
Non si è più separato da quella lente. La custodiva gelosamente nel cassetto della sua scrivania, in ufficio, e la tirava fuori ogni volta che doveva leggere, anche quando non era necessario perché i caratteri erano belli grandi. Avevo come l’impressione che per lui fosse diventata un feticcio, un oggetto dotato di potere magico di cui non potesse fare a meno. E’ un classico di ogni professionista, del resto, avere un inventario di totem: la sigaretta, il caffé, la penna stilografica e guai a scrivere con un’altra, la cravatta e così via.
Con quella lente analizzava ogni cosa, come se vedesse tutto sotto una luce diversa. Quella mattina non fece eccezioni: diede una scorsa veloce al foglio, passando più volte la lente su e giù, come fosse ai raggi X. Si fermò in mezzo alla pagina, e lì ci restò per qualche secondo, muovendo gli occhi da sinistra a destra.
“Chissenefrega”, disse dopo un po’.
“Cioè?”
“Cioè chissenefrega. Abbiamo trenta giorni di tempo per rispondere. E ora non ho voglia di metterci la testa”.
“Facendo così, stai accumulando un sacco di carte. Da qualche parte devi pur iniziare. Devi reagire”.
Appoggiò piano piano la lente sulla scrivania, incrociò le braccia e guardò fuori dalla finestra.
Quel piccolo rettangolo d’aria, tra lui e il giardino, sembrava diventata la sua unica via di fuga. Ogni volta che ci guardava attraverso, avevo come l’idea che nella sua testa elaborasse un piano d’evasione; che pianificasse nei minimi dettagli quello che doveva fare per scappare senza lasciare tracce.
Poi, con la voce più triste che avessi mai sentito, disse:
“Non so cosa mi stia succedendo”.
Sembrò quasi mancargli il fiato, sul finire della frase.
“Non possiamo rimanere indietro, lo sai. Non possiamo permettercelo”.
Lui annuì, senza guardarmi, e si accarezzò la barba rossiccia con le dita.
“Mi fai un caffé, per piacere?”, mi chiese.
“Un altro? Ne hai bevuti troppi oggi”.
“Uno solo. Poi prendo una di queste cartacce e vedo che cosa riesco a combinare”.
Per qualche secondo ci guardammo: sapevo che non lo avrebbe fatto, glielo leggevo negli occhi.
“E va bene”, dissi. “Ma è l’ultimo”.
Andai nella mia stanza. Presi un bicchierino, una cialda, e azionai la macchinetta del caffé. Agitai una bustina di zucchero e ne strappai un angolino. Poi sentii uno strano verso. Interruppi l’erogazione e tornai di là.
Mio padre stava in piedi davanti alla finestra spalancata, con in bocca una specie di trombetta. La teneva con tutte e due le mani e ci soffiava dentro ad intervalli regolari. Emetteva un suono stridulo, come un richiamo. Rimasi a bocca aperta sulla soglia della porta. Incredulo, gli chiesi che cosa stesse facendo. Lui sobbalzò e si girò di scatto.
“Ah! Sei tu”, disse.
“Già”.
“Scusa, è che io… lo vedi questo?”
Mi mostrò l’oggetto che teneva in mano.
“Sì?”
“E’ un richiamo per i merli”, disse.
Sorrisi, e subito dopo scoppiai a ridere.
“Ma sei scemo?”, gli dissi.
Sorrise anche lui.
“No. Perché?”
“Non so. Ti sembra normale stare alla finestra soffiando dentro quel coso?”
“E’ un richiamo per i merli, te l’ho detto”.
“E da quando ne hai uno?”
“Me l’ha dato Giovanni”.
“Giovanni? Il figlio della perpetua?”
“Il figlio della perpetua. Ieri sera, prima di rientrare a casa, sono passato da lui. E’ un cacciatore, no? Ho pensato che poteva sapere qualcosa sui merli. Non ti sei accorto che non se ne vedono più in questo giardino?”
“Dio, no. Non ci ho fatto caso”.
“Io sì. Così gli ho chiesto perché, e lui mi ha risposto che non lo sapeva, che forse hanno trovato un luogo migliore per nidificare. Poi mi ha dato questo richiamo e mi ha fatto vedere come si usa. Magari riesci a vederne qualcuno, mi ha detto”.
“E funziona?”
“Non mi sembra”.
In quel momento provai per lui una forte tenerezza: mi avvicinai, e gli chiesi di farmi vedere come usarlo.
“Devi prenderlo così, vedi? Poi ci soffi dentro, ma non troppo forte”.
“Fammi provare”.
Impugnai la trombetta con entrambe le mani, guardai mio padre, e ci soffiai dentro. Ne uscì uno stridolio sordo.
“Non ci siamo”, disse lui. “A Giovanni usciva un suono diverso, me l’ha fatto sentire bene”.
Riprovai. Come prima.
“Da’ qui”, disse lui.
Ci provò due o tre volte. Il suo suono era più pulito del mio.
“Che dici?”, mi chiese.
“Non lo so. Io non vedo arrivare nessun merlo”.
Soffiò di nuovo. E poi di nuovo ancora. Ora facevamo a turno, e nessuno dei due voleva smettere.
Il telefono squillò molte volte, ma mio padre non voleva che andassi a rispondere.
“Lascia perdere”, mi diceva. “Non è importante”.
Restammo lì a fischiare all’aria,nella speranza che qualcosa accadesse, come per magia. Non arrivava nessun merlo, naturalmente, ma dopo un po’ era come se non ci importasse più: come se non fosse più quello il punto. Volevamo solo continuare a crederlo possibile, e questo ci bastava.
Guardai mio padre prima che soffiasse un’altra volta: aveva uno spicchio di sole che gli attraversava la guancia. Sorrise. Sorrisi anch’io.

Passò un po’ di tempo, poi mio padre si convinse ad andare da un medico, sotto la pressione di mia madre. La situazione non migliorava: era sempre stanco perché non dormiva, e aveva tutta l’aria di essere sull’orlo di una crisi di nervi.
Ogni sera mia madre ci provava, con la camomilla.
“Bevila, che è bella calda”, gli diceva.
Ma non aveva nessuna effetto su di lui: passava la notte seduto nel letto a fumare e a lamentarsi, con mia madre che dormiva a intermittenza.
Una volta, in studio, scoppiò quasi a piangere. Mi sentii un po’ a disagio, provando un certo imbarazzo, perché non l’avevo mai visto così. Lo vidi in enorme difficoltà: senza via d’uscita e privo delle energie necessarie per reagire.
“Sto male. Mi viene da piangere”, ripeteva.
Aveva gli occhi lucidissimi, la faccia stanca e lo sguardo abbattuto. Indossava gli stessi vestiti da giorni, la barba era trascurata, e le unghie delle mani erano lunghe. Troppo lunghe. Mia madre lo sgridava, gli diceva che doveva darsi almeno un contegno, ma non c’era verso. Era completamente inghiottito dal suo mondo di nebbia.
Fumava tantissimo, ad un ritmo insostenibile. Ovunque andasse teneva una sigaretta fra le dita: avrei sentito l’odore di nicotina della sua pelle da un chilometro di distanza.
Oltre al fumo, c’era il caffé. Se ne faceva in continuazione, in studio. Uno dietro l’altro, anche a distanza di pochi minuti.
“Non puoi continuare a farti tutti questi caffé, e a fumare come stai facendo. Rischi l’infarto. Credo che sia l’ultima cosa che ci serva”, gli feci notare un pomeriggio, un po’ seccato.
“Guarda che mica li bevo tutti”, mi rispose.
E in fondo era vero. A volte si bagnava solo le labbra. L’aroma e il sapore gli erano diventati del tutto indifferenti: ciò che contava era perdere tempo e tenere lontani la scrivania e il lavoro.
I bicchierini non li buttava subito. Li sistemava lungo il perimetro del lavandino del bagno. Alla fine della giornata era quasi inutilizzabile. C’erano bicchierini ovunque: alcuni vuoti, altri pieni come se non fossero stati toccati, ma la maggior parte aveva il fondo del caffé mischiato allo zucchero sciolto, e la cenere delle sigarette sulle pareti appiccicose. Sembrava la scacchiera di una dama impazzita. Poi, verso sera, prima di chiudere lo studio, mio padre buttava tutto nel sacchetto della spazzatura che teneva nella vasca, e risciacquava il lavandino. I suoi gesti erano lenti, assenti, quasi meccanici. Ogni volta mi chiedevo a che cosa pensasse, ma non mi andava di disturbarlo. Non in quel momento, che sembrava il più intimo di tutta la giornata.
Non si curava più di niente, ormai. Non lo vedevo più sorridere. Era come una lampadina sottoposta a continui cali di tensione: illumina sempre meno, fino a che si spegne del tutto con un sordo crac.
“Domani ti porto dal medico”, disse mia madre a cena, spezzando il silenzio.
Mio padre la guardò con occhi tristi. Girò il cucchiaio nella minestra ormai fredda, e non disse una parola.
“Ti darà qualcosa, almeno per farti dormire”, continuò lei.
A quel punto gli occhi di mio padre girarono su di me. Dovetti fare un certo sforzo per reggere quello sguardo di traverso, bagnato da lacrime nascoste. Contrassi le dita dei piedi nelle ciabatte morbide.
“Mi ascolti? Guarda che lo dico per il tuo bene”.
Girò anche la testa, appena appena; socchiuse le labbra, e le strinse forti l’una contro l’altra.
Volevo dire che la mamma aveva ragione, che doveva farsi prescrivere una cura, ma mi bloccai.
Stava aprendo la bocca. Poi, un piccolo sussurro passò tra i suoi denti stretti:
“Mi dispiace”.

“Allora, come è andata?”, chiesi a mia madre.
“Il dottore l’ha visitato e sta bene. L’ha trovato solo un po’ depresso”.
“Un po’?”
“Sì, e ha detto che è normale ad una certa età. E’ un insieme di cose. L’andropausa, l’ipertensione, lo stress. Sono cose frequenti passati i sessanta”.
“Adesso lui dov’è?”
“E’ andato da Giovanni, a restituire quel coso che fischia”.
“Il richiamo”.
Mia madre teneva in mano un sacchetto della farmacia. Da come era tirato, pareva avere un certo peso.
“Quelle sono le medicine che gli ha prescritto il medico?”, le chiesi.
“Sì. Deve prenderle tutte e tutti i giorni”.
Non so perché in quel momento non fui curioso di sapere quali medicinali fossero e non indagai oltre. Mia madre appoggiò il sacchetto sulla cassapanca in cucina, e indossò il grembiule per preparare la cena.
Quella sera, a tavola, non chiesi nulla della visita a mio padre. Lo stato in cui versava lo addolorava profondamente: il suo orgoglio era ferito. E lo capivo. Era stato un uomo forte, sempre capace di reagire alle difficoltà. Nella vita aveva affrontato tutto con grande sicurezza, credendo soprattutto in sé stesso. Era stato un uomo molto positivo. Non voleva che ci si fasciasse la testa prima del dovuto; non voleva che si pensasse sempre in negativo. Mi aveva spronato, soprattutto all’università, a fare mille esperienza diverse. Buttati, mi diceva. Fallo ora che puoi. Viaggia. Vai a studiare all’estero. Ascolta il mio consiglio. Era pieno di entusiasmo e di energia.
Ora che sentiva le sue sicurezze vacillare, che vedeva affievolirsi la luce sotto la quale aveva guardato il mondo fino a quel momento, si sgonfiava e si afflosciava come un palloncino. Mi figuravo spesso la strana scena di mio padre che, seduto alla sua scrivania, cerca di alzarsi per raggiungere la finestra spalancata. Quando ci prova, la sua voce inizia a contare, e i suoi libri, prima ordinati sulle mensole, ora si ammucchiano pesanti sulle sue gambe. La sua sigaretta, abbandonata nel posacenere, si accende da sola e brucia l’ossigeno. Mio padre arranca, spaventato, in balia del se stesso. Si divincola. Boccheggia. Soffoca. Mentre la voce che esce dalla sua bocca si fa roca e poi stride in un’eco senza fine. Un ultimo sguardo, e le ante si chiudono d’un tratto nel buio dei suoi occhi. La fine. Poi, un’improvvisa boccata di aria lo riporta alla luce. Di nuovo vivo. E così daccapo, all’infinito.
Improvvisamente io dovevo essere protetto da tutto. Qualsiasi cosa decidessi di fare, lui era contrario o titubante. Si preoccupava del singolo dettaglio. Non andare forte in macchina, torna presto, chiama quando sei arrivato. Oppure: perché prendi l’aereo? Non è il periodo buono questo, con tutti gli attentati che ci sono. Il treno? Con questo freddo? Se si ghiacciano le rotaie è pericoloso. Maledetta nebbia! Vai piano. Accendi i fari e stai attento.
La cosa sorprendente è che queste raccomandazioni le ho sentite per una vita da mia madre. E non era insolito che mio padre intervenisse borbottando, dicendole di smetterla di trattarmi come un bambino.
Ora mia madre non mi diceva più niente. C’era mio padre a farlo.
Questo cambiamento stava trasformando anche il rapporto tra i miei genitori. Mio padre non è mai stato un uomo molto affettuoso; ci voleva bene, ma non lo ha mai dimostrato con attenzioni amorose. Poche volte l’ho visto abbracciare mia madre e sussurrarle qualcosa di dolce. Altrettante stringere me. Non ricordo un suo bacio. E sono certo che non mi ha mai detto ‘Ti voglio bene’. Non so come reagirei, se lo facesse. Probabilmente mi imbarazzerei e non saprei che cosa dire. Ma non è questo il punto.
Il punto è che mio padre ora, nei rari momenti di lucidità, si lasciava andare a gesti dolci. Abbracciava mia madre, la baciava sulle guance, e le diceva un sacco di carinerie. In studio, mentre lavoravo o studiavo, veniva lì e picchiettava il palmo della mano sulla mia testa e mi diceva bravo.
Nei rari momenti di lucidità. Perché, quando la depressione tornava, diventava come un bambino inerme che, privo di qualsiasi protezione, si rannicchia in un angolo e piagnucola spaventato dal buio. E che, quando si asciuga le lacrime e apre per bene gli occhi, si trova a rincorrere una finestra spalancata e inarrivabile.
Ecco!, pensai a tavola quella sera. Quello che devono fare quei medicinali, qualunque essi siano, è di tenere aperta quella cazzo di finestra, e non permettere per nulla al mondo che si richiuda di nuovo.
Mangiammo in silenzio, come al solito. Poi, quando io ero alla frutta, mio padre si alzò e andò a sedersi in poltrona, davanti alla televisione, e si accese una sigaretta. Per un po’ nella casa si sentirono solo il telegiornale, mio padre che fumava nervosamente, e il mio coltello che spelava una mela farinosa. Mia madre guardava nel piatto, pensierosa, con lo sguardo assente. Saremo andati avanti così per dieci minuti.
A rompere il silenzio fu l’anatra, che venne a beccare sul vetro della portafinestra della cucina. Mi voltai a guardarla, e mi accorsi che sotto di me, che mi fissava, c’era Rocky, con il suo occhio bianco, che aspettava paziente che gli allungassi un pezzettino di qualcosa. Gli diedi l’ultimo spicchio della mela, lui lo prese in bocca e per mangiarlo andò ad accucciarsi ai piedi di mio padre.
Mia madre si alzò, senza perdere di vista quello che stava pensando, e, con gesti meccanici, imparati a memoria, spezzettò sul tovagliolo la mollica del pane avanzato. Aprì la portafinestra, e con una gettata decisa la sparpagliò nell’erba. Per primi si fiondarono dall’alto i passeri, evidentemente in attesa, sopra i rami. Ognuno cercava di prendere la sua parte e poi schizzava via con il boccone nel becco. L’anatra sbatté le lunghe ali bianche per farsi più grande, e, con la sua tipica andatura ballonzolante, si fece largo in mezzo al gruppo, che si disperse in un batter d’occhio.
Stetti a guardare, mentre mia madre rientrò e fece scorrere l’acqua per lavare i piatti.
Dopo qualche minuto, nel giardino non c’era più nessuno: i passeri se n’erano tornati nei nidi e l’anatra si era nascosta sotto il solito cespuglio. Nell’erba rimaneva qualche mollica dimenticata.
Rimasi seduto al mio posto; non avevo voglia di alzarmi. Presi uno stuzzicadenti e incominciai a passarlo tra i denti. Mia madre sparecchiava e metteva i piatti e i bicchieri nel lavandino, dove l’acqua calda ribolliva per la schiuma del detersivo.
In televisione c’erano i servizi sportivi. Guardai mio padre: aveva finito la sigaretta, e ora se ne stava a braccia conserte ad ascoltare quello che diceva il giornalista.
Dietro di me, sulla cassapanca, c’era il sacchetto con dentro le medicine. Mi voltai e lo presi. Ci guardai dentro, e poi le tirai fuori una ad una: il Tavor per dormire la notte, il Lexotan per stare tranquillo, e il Karvezide per tenere sotto controllo la pressione. Doveva imbottirsi di questi farmaci tutti i giorni. Rimisi tutto nel sacchetto e lo lasciai lì sul tavolo, vicino alla tovaglia appallottolata.
Fu in quel momento che lo vidi. Il merlo zampettava furtivo nell’erba in direzione delle molliche dimenticate. Allargai gli occhi incredulo, assorto in un piccolo sorriso. Mi girai verso mio padre, allungando il collo verso di lui, e stando molto attendo a tenere bassa la voce.
“Papà…”, sussurrai. “Papà” ripetei, e questa volta un po’ più forte.
Diedi uno sguardo in giardino con la coda dell’occhio, e proprio in quell’attimo vidi il merlo, veloce come un lampo, spiccare il volo con in bocca qualcosa.
Non mi aveva sentito, mio padre: forse per il volume della televisione troppo alto, o forse si era inaspettatamente addormentato.
Io rimasi lì, a bocca aperta, senza più dire una parola, con la sensazione molto forte di averlo per un attimo soltanto immaginato.

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Gennaio 11, 2010 Pubblicato in: Racconti   Leggi Tutto

Racconto/Micro-Bar

di angela maria di lelio

Ho sempre fatto il barista, fin da ragazzino.
Allora il lavoro minorile non era un problema. Ero così piccolo che non arrivavo neanche al bancone, ma avevo i miei incarichi.
C’erano da mettere via le bottiglie sul retro del bar, dentro cassette di colori diversi che all’ interno avevano uno scomparto per ogni bottiglia.
Cassette verdi per l’acqua minerale , cassette gialle per le bibite, rosse per la birra.
Una volta alla settimana il camioncino scassato della distribuzione veniva a portare le cassette nuove e a portare via i resi. Quelle cassette colorate sono stati gli unici Lego della mia infanzia.
C’erano da svuotare i portacenere e da pulire i tavolini passando lo straccetto. Per quanto lo strizzassi con tutte le mie forze, rimanevano sempre sul tavolo strisce di goccioline d’acqua che non volevano andare via . Poi ho imparato che, con uno straccio asciutto nell’altra mano era tutto più semplice.
Sono sempre stato magrolino e le brioches e le paste conservate dietro al vetro, le piramidi di cioccolatini, le file composte di pacchetti di caramelle non mi hanno mai attratto. Neanche gli avventori mi hanno mai attratto.
Non mi vedevano neanche e neanche io avevo voglia di vedere loro.
I miei genitori erano indaffarati , preoccupati e stanchi ogni giorno dell’anno.
Appena ho potuto me ne sono andato. Ho lavorato molto e ho messo da parte ogni centesimo.
Non ho mai desiderato di niente di più dello stretto necessario .
E quando ho visto in vendita quel baretto in Corso d’Augusto, in pieno centro a Rimini, me lo sono comprato.
Credo che sia il bar più piccolo d’Italia.
Appena entrati, sulla sinistra, c’è il bancone . Lo spazio per fare i caffè è appena sufficiente anche per uno magro come me. Anche dal lato dei clienti c’e’ appena lo spazio per uno e se entrano in due bisogna che si destreggino un po’ per non intralciarsi, specie d’inverno, con i giacconi pesanti. In fondo, il bancone si allarga un poco e lì posso mettere le paste e i panini. Lungo il muro, dal lato dei clienti, ci sono tre sgabelli alti e un piccolo ripiano dove posare giusto una tazzina. I giornali li lascio appoggiati sugli sgabelli e quando qualche cliente si mette a leggerne uno, riesce a farlo solo se non lo apre troppo. Nella vetrinetta che dà verso la strada metto in mostra dei prodotti di fascia medio alta per invogliare i passanti a dare un’occhiata. Marmellate inusuali , miele di varie qualità, tè ricercati, tutti in confezioni un po’ originali destinate a chi cerca un piccolo regalo di grande effetto e di importo tutto sommato abbordabile.
Finalmente non devo più dipendere da nessuno.
La mattina, prima di aprire vado a ritirare i giornali , le paste e i panini.
Poi accendo la macchina del caffè, che deve essere ben calda per quando arriveranno i primi clienti, e inizio a preparare con cura i panini. Sono pochi, ma tutti di tipi e farciture diverse.
Verso le sette e mezzo per la strada incomincia a passare qualche viandante, insieme al camioncino della spazzatura e a qualche auto autorizzata al transito nel centro storico.
Fino alle otto, otto e un quarto, entra qualche dipendente delle banche e delle assicurazioni lì intorno. Non hanno voglia di parlare: si bevono il loro caffè, si mangiano la loro pasta , danno un’occhiata alla pagina sportiva e se ne vanno.
Più tardi arrivano le ragazze dei negozi, che aprono fra le nove e le nove e mezzo. Sono sempre trafelate , irrequiete. Fanno un po’ dentro e fuori dal bar mentre bevono, mangiano e parlano al telefonino con la voce troppo alta . Rovistano a lungo nelle grandi borse piene di tutto per trovare il borsellino e quando l’hanno trovato non hanno mai monete spicciole per pagare la consumazione. Portano rumore e confusione, sono piene di vita . Preferisco i clienti della mattina presto.
Nella tarda mattinata, dai palazzi d’epoca che si affacciano sul corso escono avvocati vecchi e giovani per un aperitivo. Poi ritorna un po’ di quiete per i panini del pranzo mangiati leggendo le notizie.
I clienti sono ripetitivi, ma la gamma delle loro richieste è molto ampia. Caffè ristretto, caffè lungo, caffè macchiato, macchiato freddo, macchiato caldo, corretto, con panna, cappuccino con il latte di soya, con spolverata di cacao, tiepido senza schiuma e via di seguito. Loro ogni volta specificano, io non dico niente, ma so già quello che vogliono.
Mi sono inserito bene fra i bar di vecchia data della via: una parte della clientela preferisce non avere un barista sempre pronto a chiacchierare e a scherzare ogni giorno che dio manda sulla terra.
Dopo un anno passato così, finalmente solo, mi sono però un po’stancato.
La giornata è lunga, senza nessuno a darmi il cambio, e la domenica, quando il bar è chiuso, è una catena di ore lente e noiose.
Non mi posso mai allontanare, e devo fare acrobazie per comprare il prosciutto e il formaggio per i panini. Anche assentarmi per andare in bagno è un problema.
Stavo giusto pensando a questo quando è arrivata Anna.
E’ alta , magra, capelli corvini : si direbbe me in versione femminile .
Si è offerta di lavorare come apprendista nel bar e io, non so bene perché, le ho detto subito di sì, per un periodo di prova. Le ho spiegato cosa deve fare e come deve farlo. Tutto sommato mi costa poco e per qualche settimana potrò prendermi alcune libertà, un po’di calma. Poi, amici come prima.
E’ arrivata puntuale la mattina presto, si è messa un grembiule bianco e inamidato sopra il suo abitino nero . Io sono uscito per fare i soliti acquisti mattutini.
Sono tornato che i primi due clienti erano già stati serviti. Quando se ne sono andati li ha salutati con un sorriso augurando una buona giornata.
Man mano sono arrivati gli altri. I bancari, gli assicuratori, le commesse, gli avvocati. Per ognuno una parola gentile, un sorriso, un saluto educato .
Non le ho detto niente. Non mi ha detto niente. Anna è una persona riservata, come me . Ma, a differenza di me, si capisce , per la sua compostezza, che lei alla gente ci tiene , che le fa piacere servirla bene, augurarle una buona giornata con un sorriso dolce e timido che non pretende niente in cambio. E dall’altra parte del bancone i clienti, involontariamente, le sorridono con la stessa grazia.
Un po’ alla volta la clientela è aumentata, per fortuna nei momenti della giornata che prima rimanevano morti , così che il problema dello spazio ristretto non è peggiorato.
Vengono a godersi un caffè e il dolce sorriso di Anna. Vengono a rifornirsi di una gentilezza pulita e gratuita.
Il periodo dell’apprendistato è passato e io non le ho detto niente. Anche lei non mi ha detto niente ed è rimasta.
Sono passati dei mesi e un po’ alla volta, impercettibilmente, mi è parso che il grembiulino inamidato di Anna fosse sempre un pochino più arricciato. La sua pancia piatta ha incominciato ad arrotondarsi . E poi me l’ha detto. Aspetto un bambino.
Mi ha sorriso . Le ho sorriso anch’io.

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Gennaio 11, 2010 Pubblicato in: Racconti   Leggi Tutto