Archivio di Febbraio, 2010

Racconto/Emissioni

di lorena casadei

A mezzogiorno l’aria era diventata irrespirabile.

La proprietaria del bar Mazzini lo capì perché un paio di persone erano entrate e, storcendo il naso, erano subito uscite senza ordinare nulla.

Alle 6 del mattino aveva regolarmente alzato la serranda del suo locale, disposto i tavolini in bell’ordine e spolverato il bancone. Poi aveva messo in funzione la macchina del caffè e acceso la tv per i primi avventori. Notizie banali passavano attraverso programmi mediocri ma erano un toccasana per Mara, che non aveva voglia di parlare con i clienti. Mara la mattina presto era intrattabile.

Per cui quando Giovanni, entrando con la faccia spavalda e il ciuffo biondo ossigenato alla Elvis, le aveva urlato con forte accento livornese “O Mara, che puzza! Hai fatto a pezzi il tu’ marito e lo hai nascosto dietro il bancone?” non l’aveva presa bene. Giovanni scherzava sempre, lo conosceva da anni, ma questa volta Mara non aveva riso. Un certo fetore lo sentiva anche lei, mischiato all’aroma del caffè.

Si precipitò fuori per controllare se fosse in corso qualche lavoro alle fognature. Li avrebbe rampognati per bene. Non la avvisavano mai per tempo. Come si permettevano di fare uscire delle esalazioni così fastidiose per la sua clientela? Di fuori, sotto il sole ancora freddo, non c’era nessun operario al lavoro, nessun tombino scoperchiato.

In quel momento, assorto nei suoi pensieri, stava attraversando la piazza don Gabriele, a passo svelto. Mara lo salutò e rientrò sconsolata. Avrebbe telefonato in municipio.

Don Gabriele si teneva il berretto ben stretto sulla testa, e camminava con lunghe falcate per controbilanciare la forza del vento. Andava di fretta, aveva diversi appuntamenti. Dopo la visita del giovedì alla casa di riposo doveva salire fino in collina per celebrare la messa in sostituzione di Don Matteo, che era morto la settimana prima. Poi c’era lezione di catechismo in parrocchia e in serata le ultime confessioni. E finalmente, il giorno dopo, sarebbe partito in pellegrinaggio per San Giovanni Rotondo.

La casa di riposo era in fondo alla strada. Arrivò trafelato, spinse il maniglione antipanico della grande porta di metallo ed entrò. Lo accolse un tanfo soffocante.

Nell’ampio salone ricreativo otto vecchietti immobili stavano seduti in semicerchio davanti ad un enorme apparecchio televisivo, sospeso in alto sulla parete, che scagliava attorno a sé un suono assordante. Gli anziani tenevano il mento alzato per vedere meglio e ogni tanto abbassavano la testa per fare riposare il collo. Adoravano le paillettes sfavillanti delle ballerine e le canzoncine stupide e i giochi di intelligenza che venivano trasmessi a tutte le ore. Finito un programma, cambiavano canale fino a che ne trovavano uno simile.

L’odore intenso di cadavere putrescente preoccupò don Gabriele. “Odore di morte” sentenziò. Se qualcuno dei vecchietti fosse trapassato, addio viaggio a San Giovanni Rotondo. Pensò che sarebbe stato opportuno dare l’estrema unzione a tutti, così si sarebbe tolto il pensiero. Ammise che non era una riflessione molto religiosa, si scusò personalmente con Dio, e si mise all’opera.

“Forza ragazzi”, urlò per sovrastare il rumore della tv, “oggi facciamo le prove dell’estrema unzione. Tutti in fila!”.  I vecchietti, instupiditi dalla tv-badante che l’istituto retribuiva con i pochi spiccioli del canone mensile, si sottoposero volentieri a quell’operazione. Quando fu il turno di Paolino, il vecchietto avvitato come un giocattolo su una carrozzella piena di leve e pulsanti, don Gabriele si vide opporre un netto rifiuto. Paolino urlò che lui non voleva morire. Fece roteare le ruote come un’arma e fuggì, girando in tondo per tutto il salone. Fece ribaltare il tavolino delle carte da gioco, si avviò alla porta d’uscita, prese la rincorsa e arrivò fino in fondo al corridoio. Don Gabriele lo raggiunse correndo e Paolino ripartì. Non voleva farsi prendere. Don Gabriele era già estenuato per la camminata e per il tanfo, ma il desiderio di andare a San Giovanni Rotondo e di andarci a tutti i costi era più forte e alla fine lo acchiappò. Gli inflisse l’estrema unzione, sfinito.

Dalla porta a vetri della cucina, che dava sul salone, la cuoca aveva osservato la scena e rideva. Non si era mai divertita così tanto. Olga in realtà era felice perché oggi sarebbe arrivata da Mosca sua figlia Tatiana, che non vedeva da due anni. Era ben disposta con tutto il mondo. Aprì la porta e invitò don Gabriele a prendere un caffè.

Olga era grassoccia. Da giovane doveva essere stata bellissima, lo si vedeva dai lineamenti ancora perfetti del viso, ma il mestiere che si era dovuta inventare per sopravvivere, e la tristezza di essere sola, l’avevano spinta a mangiucchiare spesso. Parlava poco. Sebbene abitasse nel paese da dieci anni, aveva imparato pochissime parole di italiano. Mise la zuccheriera accanto alla tazzina di caffè, poi sparecchiò, indossò il cappotto e uscì.

Le esalazioni che provenivano dal salone erano insopportabili, ma Olga aveva fatto il callo all’odore di vecchio. Assomigliava a quello stantio del pollo andato a male, che spesso doveva cucinare a quei poveretti.

Arrivò a casa. Tatiana era già li ad aspettarla, sulla porta di casa. Univa, alla bellezza della madre, il fascino del padre. La abbracciò forte, e si fece seguire in cucina. Parlarono fino a tardi, poi Tatiana si sistemò sul divano per riposare un po’. Accese la tv e si addormentò. Olga la guardò commossa. Tatiana era molto più bella di tutte le ragazze che stavano  apparendo sullo schermo. La coprì con una coperta e le sfiorò delicatamente la fronte con un bacio, come faceva quando aveva cinque anni. Si rialzò tenendosi i fianchi. Fece una smorfia per il cattivo odore che le si era infilato nel naso, e che giustificò con il viaggio lungo e faticoso che Tatiana aveva affrontato. Più tardi le avrebbe dato una bella strigliata sotto la doccia.

Uscì di corsa per andare a comprare qualcosa per la cena. All’ingresso del portone si imbatté nel professor Guidi, che non la salutò neppure. Strano, era sempre così gentile.

Il professor Guidi aveva ancora l’immagine di sua moglie davanti agli occhi. L’aveva riconosciuta da lontano, il suo passo era inconfondibile. Era abbracciata ad un uomo che non conosceva, ma di cui aveva incominciato ad intuire l’esistenza. L’aveva seguita fin dentro il The Lounge, un locale dove si ritrovavano i ragazzi delle superiori, quando marinavano la scuola. Il professor Guidi si era fermato al bancone e aveva ordinato un caffè mentre li seguiva con gli occhi. Si erano seduti in fondo, ad un tavolino appartato e avevano cominciato a ridere e a toccarsi.

Il professor Guidi non aveva resistito. Si era avvicinato e aveva iniziato ad insultarla. Lei era rimasta muta, l’uomo non aveva mosso un dito. Portava un paio di occhiali da vista e lo guardava con una faccia sfrontata che il professor Guidi avrebbe volentieri preso a pugni. Il ragazzo del bar aveva subito acceso la tv per coprire il rumore della scenata. Dallo schermo uscirono stupidi bambini che cantavano canzoni da adulti, con voci da adulti, dimenandosi come adulti.

Il professor Guidi sentì all’improvviso di essere uno stupido bambino che stava facendo qualcosa da adulto. Smise di gridare. Una zaffata di uova marce invase lentamente l’angolino riservato. Sua moglie si staccò dall’abbraccio e guardò l’amante con sospetto. Dallo sguardo il professor Guidi capì che la loro storia sarebbe finita presto. Quell’odore mefitico era la più dolce vendetta del mondo. Soddisfatto, uscì dal locale.

Ancora con la testa fra le nuvole, per poco non si scontrò con Olga. Era una buona vicina di casa, ma adesso lui non aveva voglia di parlare con nessuno. Non aveva molta voglia di salutarla. Si rifugiò nel suo appartamento. Non c’era la tv ma la sua biblioteca era ben fornita. Avrebbe avuto tante serate solitarie di fronte a lui.

Scelse un libro, versò del rhum in un bicchiere e lo bevve d’un fiato. Poi si rannicchiò sul divano e incominciò a perdersi nella lettura. La luce del tramonto non era più sufficiente a illuminare le pagine. Accese l’abat-jour e chiuse le porte del terrazzo.

In quel momento stava rincasando Marco Montini, l’ingegnere che abitava nel palazzo di fronte. Stringeva nel pugno un mazzo di rose rosse e saltellava fischiettando. “Auguri” gli pronosticò con amarezza il professor Guidi.

Marco Montini era eccitatissimo. Per la prima volta aveva lasciato a Giovanna le chiavi del suo appartamento. E il mazzo di fiori serviva a dimostrarle quanto fosse felice di aver preso quella decisione.

L’ascensore era bloccato, ma a Marco non importava. Salì di corsa la prima rampa di scale. Il miasma terrificante lo assalì al primo piano.

La nuvola puzzolente usciva dall’appartamento sei, dove viveva una famiglia di cinesi. In realtà nessuno li aveva mai visti, ma si intuiva la loro esistenza dalla presenza costante di cattivi odori. Stavano ascoltando un programma in italiano. “Immergeteli in acqua bollente”, si sentiva. Forse alla tv  insegnavano a cucinare topi putrescenti e uova dei cento giorni. Rise fra sé e proseguì.

Al terzo piano il tanfo divenne ancora più nauseabondo. Al numero cinque abitava una coppia di meridionali. La tv a tutto volume, il presentatore urlava sciocchezze sulle Alpi Apuane, ma non riusciva a coprire le grida di un litigio in corso. Litigavano sempre. Cosa si erano lanciati addosso, bidoni di immondizia marcia? Trattenne il respiro e salì gli ultimi gradini al volo.

Arrivò al quarto piano e finalmente poté respirare. Un profumo d’arrosto lo accolse assieme all’abbraccio morbido di Giovanna. La serata si prospettava interessante. Avrebbero cenato a lume di candela poi sarebbero finiti a letto, come piaceva a lui, facendo finta di sorprendersi.

Giovanna indossava un vestito nero scollato che scopriva gran parte del suo seno abbondante. Nonostante fosse un paio di taglie in più rispetto al suo peso ideale, Marco la trovava molto sexi, “Cosa mi hai preparato?” le chiese baciandole il collo. “Una cosa molto speciale” rispose Giovanna ammiccante, con una intonazione così suadente che lui ebbe voglia di buttarla subito sul letto. Si trattenne. Finita la cena Giovanna accese la tv “per  sottofondo”, disse, con un tono di voce ancora più stuzzicante.

Dopo dieci minuti fece la sua comparsa un ospite del tutto inaspettato e sgradito: un odore putrescente, come di cadavere. Marco, che stava accarezzando il corpo nudo di Giovanna, si bloccò. “Non ci riesco, scusami” mormorò, avvilito. Giovanna si mostrò delusa. Aveva messo tutto il suo impegno per preparargli la cena e adesso lui la lasciava così. Marco accese una sigaretta, aprì le persiane e uscì sul terrazzo.

Dall’altra parte della strada si illuminarono le finestre di una villetta a schiera. Sulle tende della grande vetrata si proiettò la sagoma di una donna, ingigantita dalla luce a cono. Parlava al telefono, agitata.

Marco rientrò in casa e aiutò Giovanna a sparecchiare, senza dire una parola.

La dottoressa Renzi era un mare in burrasca. Parlava, sollevava il telefono al cielo e urlava. “Ve l’avevo detto che dovevamo anticipare i tempi. Ora se ne accorgeranno tutti. Come possiamo evitare questa puzza maledetta se non li obblighiamo a passare al digitale terrestre?”

Allungò un braccio e si appoggiò alla parete. Chinò il capo e una ciocca di capelli neri le coprì gli occhi. Si spostò “Lo sapevate che i cavi si sarebbero putrefatti continuando a mandare programmi marcescenti. Avete abbassato sempre di più il livello di qualità? Avete imputridito ogni spazio? Questo è il risultato! Parker lo aveva previsto.”

Fece una pausa. “Dopo anni, così aveva scritto nella relazione, i cavi analogici sono soggetti ad interferenze e assorbono qualsiasi errore di trasmissione, accelerando il processo di decomposizione e trasmettendolo all’atmosfera. Il problema si evita solo con la trasmissione in digitale. Ve l’avevo detto.”

Alzò la voce, come per richiamare qualcuno dall’altra parte del telefono “Il digitale terrestre era una scelta necessaria. Andava imposta, non consigliata.”

Ascoltò e spalancò gli occhi. La bocca si deformò per l’urlo “Vuoi sapere perché negli altri Paesi europei non è ancora avvenuto il disastro?  Ma perché in nessun altro Paese trasmettono programmi putridi come i nostri, idiota!

Domani prepariamo un piano operativo urgente per lo switch-off definitivo dell’analogico. Non possiamo permettere che la situazione ci sfugga di mano. E chi lo sente, se no, il capo? Lo sai che fra una barzelletta e l’altra è capace di spedirci al polo nord a calci in culo!”.

Chiuse il cellulare e lo scagliò contro il televisore. Mille pezzi di vetro volarono tutto intorno.

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Febbraio 28, 2010 Pubblicato in: Racconti   Leggi Tutto

Racconto/Parole

di lorena casadei

La vedo avvicinarsi al treno.

Indossa una gonna leggera a fiori, e una camicetta bianca aperta fin sopra il seno. I volant delle maniche sono mossi dal vento, come lunghe ciglia che sbattono sulle mani sottili. Un cappellino di paglia ben calcato sulla fronte trattiene lunghi capelli castani, lisci come fili di seta.

Il viso della ragazza si concede al sole e il suo sguardo è perso nell’aria frizzante del pomeriggio. La accompagna un profumo di fiori, dove li tiene?, che arriva fino a me e mi inebria.

Trascina una vecchia valigia. Due cinghie di cuoio cucite ai lati stringono saldamente un giornale e una maglietta viola di cotone a maniche lunghe. Alza una mano per difendersi dal riverbero del sole. Si ferma a pochi passi da me.

Guarda il biglietto che ha in mano, legge il numero sul vagone, ricontrolla il biglietto e annuisce. E’ la carrozza giusta.

Appoggia il piede sul primo gradino e si gira verso di me. Accenna a un sorriso. E’ bellissima.

Sento i palmi delle mani inumidirsi, neanche fossi in aereo e ci fosse un vuoto d’aria. Mi agito. Devo assolutamente dirle qualcosa. La ragazza sparisce all’interno della carrozza.

La valigia pesante è quella di chi parte per un lungo viaggio, e allora la vedrò riapparire in questa stessa stazione? Oppure è quella di chi ha concluso il suo viaggio e torna a casa, e dunque potrei non rivederla mai più?

Mi decido. Aspetterò che si affacci al finestrino e le dirò qualcosa. Le sussurrerò che è bellissima. Prima, anzi, le chiederò il nome.

No, devo colpire la sua attenzione con una frase interessante, ho poco tempo, aggiungo un complimento e poi le allungo il mio biglietto da visita. E’ tutto chiaro, ora vado.

Lei si affaccia, due carrozze più avanti. Mi osservo, sono a posto, posso farcela. Corro sotto il finestrino. La guardo estasiato, sorrido e apro la bocca.

Niente, non viene fuori niente. Le parole sono tutte dentro al mio cervello, bloccate.

Vocianti e allegre erano arrivate veloci nei miei pensieri, come un fiume in piena, ma una grata è scesa dall’alto e le ha arrestate. Fine della corsa. Uno scarno lucchetto immaginario le tiene prigioniere. Il rumore metallico della prigione verbale mi ferisce.

Le vedo tutte insieme che si accapigliano si agitano si spingono per uscire per prime, una addosso all’altra, le gambette magre delle p che si accavallano sulle forme arrotondate delle g creando un groviglio sconclusionato, senza senso. Non le riconosco, nuvole di polvere me ne impediscono la lettura, non le capisco.

Urlano “scegli me! scegli me!” ma io non le vedo nella loro interezza, non le comprendo, non ne ricordo una sola.

La ragazza è ferma al finestrino. Aspetta, curiosa. Ce la farò. Non posso perdere questa possibilità. Aggrotta le ciglia. Il treno si mette in moto, parte. La ragazza si allontana, lentamente. Forza, ce la puoi fare, mi invita con gli occhi. Muove la mano come per gettarmi un’ancora di salvezza. Ma io sento che è finita.

La ragazza sparisce con il treno. E’andata. Le parole allora si liberano tutte in una volta, la serratura che le teneva bloccate si sgancia. Rotolano tutte intere nella mia mente, bellissime, con una forza romantica che mi rende orgoglioso del mio genio creativo.

Ma una parola corre più veloce delle altre, le sovrasta e le precede. Non è diretta alla ragazza, è diretta a me. La sento rimbombare nel vuoto assoluto e angosciato della mia mente.

“Imbecille!”.

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Febbraio 28, 2010 Pubblicato in: Racconti   Leggi Tutto

Libri/Il primo libro di antropologia

di andrea teodorani

Il primo libro di antropologia – Marco Aime (Piccola Biblioteca Einaudi Mappe)

Il titolo di questo libro ricorda un testo scolastico. È probabilmente una scelta voluta. L’autore, Marco Aime, docente di Antropologia culturale all’università di Genova espone in maniera semplice quello che è il lavoro dell’antropologo moderno e quali sono le nozioni basilari che devono far parte delle sue conoscenze ma non si rivolge solo a chi è interessato a questa scienza. I temi di cui tratta sono così attuali e universali da coinvolgere tantissime altre discipline, dall’arte alla filosofia, dalla religione alla sociologia, ma anche politica e perfino tecnologia. In parole povere questo libro è un’introduzione ad un mondo molto vasto: il mondo dell’essere umano.
Il libro è ben scritto, piacevole da leggere, pieno di citazioni intelligenti e curiosità interessanti. Non ha la pretesa di essere la ‹‹bibbia›› dell’antropologo. L’autore ci fa capire che questa materia è talmente ampia e multiforme da essere ancora lontana dall’avere regole universali.
Un buon antropologo deve usare i propri sensi. Deve osservare, fare domande, ascoltare, toccare con mano, assaggiare, annusare e poi formulare delle ipotesi. Il buon antropologo sa già da principio che le sue teorie potranno solo avvicinarsi alla verità. Lo sapeva bene Claude Lévi-Strauss quando disse che le grandi dichiarazioni dei diritti dell’uomo ‹‹hanno la forza e la debolezza di enunciare un ideale troppo spesso dimentico del fatto che l’uomo non realizza la propria natura in un’umanità astratta ma in culture tradizionali.››.
Grandi pittori come Picasso, Braque e Matisse attinsero a piene mani dall’estetica africana senza probabilmente capirne nulla. Lo stesso Picasso lo ammise.
Aime ci insegna che ogni essere umano, fin dalla nascita, è permeato dalla cultura che lo circonda e che condiziona il suo modo di pensare. Siamo vittime inconsapevoli dell’etnocentrismo cioè del considerare il proprio gruppo di appartenenza come il centro del mondo. Il risultato è il giudicare sbagliato tutto ciò che non risponde ai propri canoni.
Riti e comportamenti che a noi occidentali possono apparire assurdi o a volte addirittura crudeli sono del tutto normali per altre culture e viceversa. Ad esempio per un africano guardare una persona negli occhi è un segno di insolenza mentre per un europeo è segno di franchezza. In occidente i riti eseguiti su genitali femminili hanno creato grandi polemiche e sono vietati. Eppure è permessa la circoncisione maschile anche se si tratta di una pratica dolorosa che può traumatizzare chi ne viene sottoposto.
In passato l’uomo occidentale pensava che gli abitanti dei paesi esotici non portassero vestiti perché primitivi, senza pudore e senza cultura, come animali. Nel suo diario di bordo l’esploratore James Cook scrive che quando i suoi marinai guardavano esplicitamente i genitali non nascosti dei nativi della terra del fuoco li mettevano in imbarazzo. Agli occhi di uomini occidentali è peccato mostrare le proprie nudità perché così gli è stato insegnato fin da piccoli. Per i nativi non vi era nulla di male. Piuttosto pensavano fosse sconveniente che qualcuno li fissasse. Ciò che li infastidiva era la morbosità degli sguardi.
In alcuni paesi i matrimoni sono combinati e la famiglia dello sposo paga un prezzo alla famiglia della sposa. Si potrebbe pensare che la sposa è come un oggetto da comprare. In realtà è un modo di risarcire la perdita di un componente della famiglia (di solito è la donna ad andarsene di casa per vivere con il marito). Inoltre in questo modo si crea un legame tra le due famiglie.
Non siamo forse anche noi occidentali assurdi agli occhi di altre popolazioni?
Montesquieu provò ha descrivere l’Europa così come la vedrebbe una persona nata al di fuori dei suoi confini: ‹‹ Il re di Francia è il principe più potente d’Europa. Non possiede miniere d’oro come il re di Spagna suo vicino, ma ha più ricchezze di lui, perché le ricava dalla vanità dei suoi sudditi, più inesauribile delle miniere [...] D’altronde questo re è un gran mago: esercita il suo potere anche sullo spirito dei sudditi, li fa pensare come vuole. Se nel suo tesoro c’è solo un milione di scudi e gliene occorrono due, gli basta persuaderli che uno scudo ne vale due, ed essi ci credono [...] Quando ti dico di questo principe non devi stupirti: c’è un altro grande mago più potente di lui, il quale domina il suo spirito non meno di quanto egli domini su quello degli altri. Questo mago, che si chiama papa, ora gli fa credere che tre è uguale a uno, che il pane che mangia non è pane, che il vino non è vino, e mille altre cose del genere.››.
Nel 1956 Horace Miner pubblicava su ‹‹American Anthropologist›› un articolo dal titolo ‹‹Body Ritual among the Nacirema››: ‹‹L’antropologo si è talmente abituato alla diversità dei modi in cui i popoli si comportano in situazioni simili, che non si stupisce nemmeno di fronte alle usanze più esotiche [...] Il professor Linton fu il primo a portare venti anni fa, all’attenzione degli antropologi il rituale dei Nacirema, ma la cultura di questo popolo è ancora pochissimo conosciuta. La cultura dei Nacirema è caratterizzata da una sviluppata economia di mercato. Mentre la maggior parte del tempo delle persone viene dedicato a scopi economici, una larga parte dei frutti di queste attività e una cospicua parte del giorno vengono spesi in attività rituali. Il centro di tali attività è il corpo umano, l’aspetto e la salute del quale incombono come concetto dominante per l’ethos delle persone. Mentre tale concezione non è inusuale, i suoi aspetti cerimoniali e la filosofia che vi è associata sono unici [...]. La credenza fondamentale che sta alla base dell’intero sistema sembra essere che il corpo umano è brutto e che la sua naturale tendenza è di debilitarsi e ammalarsi. Per questo ogni abitazione ha una stanza con uno scrigno, dove anche i bambini vengono iniziati ai misteri. Nello scrigno sono contenute molte cure e pozioni magiche senza le quali i nativi non potrebbero vivere [...]. Ogni giorno ciascun membro della famiglia, in successione, entra nella camera dello scrigno, china la testa di fronte alla scatola della cura, mescola diversi tipi di acqua santa e inizia un breve rito di abluzione. I Nacirema hanno un orrore e una fascinazione quasi patologici per la bocca, la cui condizione si crede avere un’influenza sovrannaturale in tutte le relazioni sociali [...]. In aggiunta ai riti privati della bocca, le persone una o due volte l’anno vanno a cercare un santone della bocca. Questi sacerdoti hanno un impressionante corredo di parafernalina, consistente in una varietà di trapani, punteruoli, sonde e punzoni. L’utilizzo di tali oggetti per esorcizzare il male della bocca dà vita a incredibili torture rituali del cliente [...]. Si può dire che emerge uno schema piuttosto interessante, in quanto la maggior parte delle popolazione mostra chiare tendenze masochistiche. E’ a questo che il professor Linton si riferiva, parlando di una parte di rituali giornalieri del corpo eseguiti solo dagli uomini. Tali riti prevedono di grattare e lacerare la superficie della faccia con uno strumento tagliente. Riti specifici femminili sono eseguiti solo quattro volte al mese, ma se difettano per frequenza, spiccano per barbarie. Come parte della cerimonia, le donne cuociono le loro teste in piccoli forni per circa un’ora. Il dato teoricamente teorizzante è che quello che sembra essere un popolo essenzialmente masochistico, abbia creato specialisti sadici [...]. E’ dura comprendere come siano vissuti così a lungo sotto il peso che essi si sono imposti. Ma anche costumi esotici come questi presentano significativi reali se osservati dall’interno, come suggerito da Malinowski quando scriveva: “Guardando da lontano e dall’alto, dai nostri luoghi sicuri nella civiltà sviluppata, è facile vedere tutta la crudezza e l’irrilevanza della magia. Ma senza il suo potere e la sua guida i primi uomini non avrebbero potuto superare le difficoltà pratiche come hanno fatto, né avrebbero potuto raggiungere i più alti stadi dell’evoluzione”. (per comprendere il tono ironico dell’articolo, basta leggere al contrario il nome del popolo in questione)››.

Al giorno d’oggi lo studio dell’antropologia si è diffuso in tutto il mondo e non è più esclusiva di persone nate in occidentale. Nonostante la diffusione del sapere l’idea che una cultura sia migliore di un’altra è ancora radicato. Questa idea è frutto dell’etnocentrismo e non riguarda i soli paesi del mondo occidentale. I barbari sono gli altri. I civili siamo noi.
Eppure l’idea di razza intesa come divisione in gruppi dalle caratteristiche biologiche e attitudini culturali specifiche è stata ormai del tutto demolita. Come dice Luigi Luca Cavalli-Sforza: ‹‹Non è la genetica a influenzare la cultura ma al contrario sono gli elementi culturali a influenzare la genetica.››. La purezza non esiste. Le culture, le tradizioni delle popolazioni di tutto il mondo sono il risultato di varie influenze. In Italia gli spaghetti sono considerati piatto tipico eppure sono originari della Cina e la pizza non è altro che l’evoluzione di un alimento arabo. Gran parte dei generi musicali contemporanei sono di matrice africana: rock, reggae, hip hop, blues.
Chissà quanti scozzesi sono a conoscenza del fatto che il loro amato kilt ha solo due secoli di storia, è in realtà di origine irlandese e la stoffa di cui è fatto, il famoso tartan, proviene dalle fiandre. Le persone non hanno una memoria duratura.
La fragilità della memoria umana viene spesso sfruttata da élite politiche per creare una identità nazionale forte. Non importa se questa identità non ha reali fondamenta storiche. Per esistere davvero uno stato deve prima esistere nell’immaginario del popolo che abita i suoi confini. Questa identità immaginaria può diventare tanto forte da sfociare nel fanatismo. I diritti universali dell’uomo diventano meno importanti dei doveri imposti al cittadino dal governo della sua nazione. Non è forse quello che è successo nella Germania nazista?
Sartre diceva che è stato l’antisemitismo a creare il semita. Prima che vi fosse la negazione dei loro diritti gli ebrei non pensavano alla religione come un fattore di identità comune. Chi viveva in Germania si sentiva tedesco, chi viveva in Italia si sentiva Italiano.
Come dice Jean Cuisenier: ‹‹l’identità di un popolo si forma non per via di una lingua, un territorio o una religione comune ma nel progetto e nelle attività che diano un senso alla lingua, al possesso di un territorio, alla pratica di usanze e di riti religiosi.››.
La necessità dei burocrati occidentali di organizzare, elencare, dividere in parti distinte ha causato non pochi problemi in tutto il mondo. Il vocabolo ‹‹etnia›› si è diffuso anche per opera degli amministratori coloniali (ai tempi delle colonie europee). Il paese colonizzatore non poteva permettersi di disperdere le proprie forze per il controllo di grandi territori lontani dalla madre patria. Doveva trovare sul luogo un piccolo gruppo di persone da elevare al di sopra della comune popolazione e da usare come funzionari (si pensi anche ai Kapo dei lager).
Si sono così create divisioni all’interno di popolazioni. In India, per esempio, sono sempre esistite le caste ma hanno preso una forma reale, consistente, quando gli inglesi decisero di fare un censimento della popolazione.
Ai giorni nostri alcuni paesi si sono dimostrati superbi nel credere che la propria idea di democrazia si potesse esportare o imporre con la forza senza considerare quale fosse l’idea altrui di democrazia. Hanno peccando di etnocentrismo.
Il lavoro dell’antropologo lo costringe a mettersi nei panni dell’altro, ad essere umile, a rispettare, a dialogare, a cercare di capire e a diffidare dei giudizi affrettati. Forse è un mestiere che dovremmo fare tutti, almeno per un po’, nel corso della nostra vita.

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Febbraio 17, 2010 Pubblicato in: Articoli   Leggi Tutto

Pensieri spettinati/Salinger

di marco lumini

“Sa le anitre che stanno in quello stagno vicino
a Central Park South?
Quel laghetto? Mi saprebbe dire per caso dove
vanno le anitre quando il lago gela?”

Voglio riportare parti di due articoli comparsi su La Repubblica il 29 gennaio a seguito della notizia della morte di J.D. Salinger.
Il primo è a firma di Edmondo Berselli e si incentra sul valore dell’opera più conosciuta dello scrittore, “Il giovane Holden”.

“(…) Salinger non ha mai voluto valorizzare il suo romanzo. Ha sempre rifiutato versioni cinematografiche o di altro genere. (…) Ma ciò che conta, nel romanzo, è il clima, l’atmosfera, ciò che le pagine raccontano come sottointeso, il parlato come senso implicito. Ed è per questo che il romanzo di Salinger è diventato un volume d’affezione, cioè di culto, noto in tutto il mondo, conosciuto come un libro imperdibile. Lo si conosce anche senza averlo letto. E in effetti è così: Il giovane Holden è una macchina inesorabile, un libro di cui è difficile raccontare la trama, perché in realtà non c’è trama, ma che lentamente si insinua nella psicologia di chi legge e in questo modo va alla scoperta di un America ancora ingenua, ricca più che altro di alberghi da due soldi e di piccoli locali in cui si incontrano vecchie compagne di scuola.
E’ per questo che il libro ha avuto il suo spettacolare esito generazionale, con i padri che hanno regalato il romanzo ai figli, in una specie di reciproca educazione sentimentale metropolitana attraverso la quale intere generazioni hanno imparato a conoscere l’America dei Cinquanta.
(…) Il romanzo di Salinger rappresenta un mezzo miracolo, un “caso” irripetibile, la storia di un libro che si è fatto da sé. E che non vuole saperne di perdere carisma negli anni. Per quale ragione infatti un libro del genere dovrebbe trasmettersi nei decenni: solo perché è una testimonianza d’epoca? Oppure perché è il ritratto di una società che ha imboccato la via del cambiamento (psicologico e mentale prima che sociale e comportamentale).
In realtà The Catcher in the Rye è una specie di romanzo antropologico, che si accontenta della durata di un week end, e per questo non ha bisogno di vicende eccessivamente complicate. Salinger descrive alcuni frammenti di vita, e sarebbe il caso di rintracciare tutto questo nelle forme del suo slang formidabile: come nei suoi racconti, buona parte del fascino del libro nasce infatti dal linguaggio dello scrittore: un lessico che mima la lingua giovanile, e la fa sentire viva, nelle sue espressioni. (…) Volendo, si legge il romanzo di Salinger come un autentico classico, una storia senza nessuna sbavatura, in cui ogni parola è essenziale, ogni battuta è perfetta, ogni piccola storia interna è di precisione memorabile(…).”

Aggiungo due annotazioni tratte da un articolo di Vittorio Zucconi in cui descrive la società americana dei primi anni Cinquanta permeata di puritanesimo e perbenismo. Salinger ebbe la forza e il merito di svelare “la ruggine sotto la lamiera luccicante. Il vuoto nel cuore della prosperità post bellica. (…) Non lo fece con la violenza ideologica di un Michael Moore, o con la foga immaginosa di un Oliver Stone, e l’apocallisse nella giungla di Francis Ford Coppola era ancora lontana. Ce la spiegò guardandosi dentro, nel buio, nella angst che la prosperità genera, in adolescenti che non sanno come affrontare un mondo troppo bello per essere vero, lasciato dai loro genitori e non sanno come, e a chi dirlo (…).”

Il secondo articolo è una riflessione di Gabriele Romagnoli sulla decisione di Salinger di ritirarsi a vita privata e di nascondersi dai media. Qualcosa che ha a che fare con il rapporto scrittore-pubblico.

“(…)L’ultimo delitto sarebbe far luce nella caverna dove Salinger si era ritirato. E certo: nella società dell’apparenza lascia la scena l’unico che era diventato un mito senza farsi vedere mai, togliendo la propria faccia dal risvolto del suo romanzo, imponendo la copertina bianca, non concedendo più interviste, figurarsi andare in televisione, smettendo addirittura di scrivere. Più lui si ritirava più la sua fama cresceva, rispondendo alla più subdola escontata legge di seduzione. Dice oggi il suo agente: “Era nel mondo, ma non del mondo.” Il mondo è banale, e Salinger pure lo era, ma a differenza di molti, di quasi tutti, aveva imparato a tenere, se non a bada, per sé gli istinti, che per definizione sono bassi. Il giovane Salinger era, come chiunque, assetato di conferme, di ammirazione, successo. Scriveva e voleva essere pubblicato. Più che banale, naturale. Mandava lettere ai direttori di riviste, allegava racconti, caldeggiava la sua prosa. Poi che accadde? Il suo desiderio venne esaudito ed è scontato anche ricordare che questa è talora la più grande maledizione per un uomo. Si trovò tra le mani il libro con il suo nome sopra, le sue parole dentro e la sua faccia in fondo. Lo vide diffondersi, lesse le recensioni entusiaste e condiscendenti. Come può capitare a chi scrive, si sentì attribuire dai lettori, a tutti i livelli, pensieri e intenzioni che non aveva mai avuto. Scoprì che essere capito è a volte più terribile che essere frainteso. Che l’ammirazione sfregia più dell’indifferenza. Che scrivere è una cosa, pubblicare un’altra. Chi è del mondo scrive per essere letto, recensito, per presentare il proprio lavoro (magari chiamandolo opera) in una sera di baldoria davanti all’inclito relatore e al generoso pubblico in una libreria del centro, per tenerlo sulle ginocchia al talk show, inserito a proposito dal conduttore in una pausa che dovrebbe chiamarsi pubblicitaria. Salinger, che invece era nel mondo, guardò tutto questo prima che si materializzasse e ne fuggì. Scappò dalla 57ma strada di Manhattan dove abitava, dalle tavolate di scrittori all’Algonquin Hotel dove l’invidia prendeva la maschera della solidarietà, da quei vacui momenti in cui essere riconosciuti è considerato un modo per accettare il proprio percorso. Scappò da sé stesso. Perché aveva dentro le stesse debolezze di chiunque, le mie (lo ammetto), le tue (di te che stai leggendo e stai scrivendo e sogni di avere successo per questo). Le sue debolezze per le donne, sempre più giovani, dipendenti, malleabili. Cercò di esorcizzare il diavolo che bussava alla sua porta con un patto da firmare.
Andò lontano, nel New Hampshire, in mezzo al nulla. Secretò l’indirizzo, staccò il telefono, fece bruciarele lettere degli ammiratori arrivate all’editore. Altroché blog, interfaccia con il pubblico, scambio virtuoso. Voleva essere solo con il proprio demone, che soltanto la scrittura curava, con l’impossibilità di essere felicementesé stesso, di accettarsi come uomo (e chi ne è capace, quando cala la notte, si disvelano gli specchi e la memoria mette in canna tanti colpi per quante volte la si è fatta franca?) Aveva un talento, oh certo. Ma chi ha un talento è il primo, talora l’unico a conoscerne il limite. E più il mondo lo esalta più pensa che il mondo è incapace di giudizio. Restano due tentazioni: il fallimento come liberazione o l’esilio come rimedio.
(…) Non pensate che sia diverso da voi, non dico superiore, dico appena diverso: mangia carote, starnutisce, fa la spesa (non fotografatelo per questo), se può si porta a letto le ragazzine. C’è un solo momento che lo rende differente, uno solo in cui una luce di taglio lo illumina, in cui non si tortura per nulla, non insegue niente e nessuno, ma si concede un atto di pura grazia (e ogni uomo ne ha uno, ma a volte passa la vita senza scoprirselo): è quando scrive. J.D. Salinger che scrive, non J.D. Salinger dentro un libro nelle tue mani: in quello si riconosceva, accettava, consolava. Lì ha voluto nascondersi negandoci (assai più che negandosi) ogni altra pubblicazione. Lì ogni tassello dentro di lui era la suo posto. Che abbia scritto ancora una frase o un mare di pagine. Che sia stato sereno per un minuto o per anni, lontano da noi: lì ha vissuto e lì si è sepolto. E lì, rispettosamente esclusi, lo lasciamo.”

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Febbraio 5, 2010 Pubblicato in: Pensieri spettinati   Leggi Tutto