Racconto/Emissioni
di lorena casadei
A mezzogiorno l’aria era diventata irrespirabile.
La proprietaria del bar Mazzini lo capì perché un paio di persone erano entrate e, storcendo il naso, erano subito uscite senza ordinare nulla.
Alle 6 del mattino aveva regolarmente alzato la serranda del suo locale, disposto i tavolini in bell’ordine e spolverato il bancone. Poi aveva messo in funzione la macchina del caffè e acceso la tv per i primi avventori. Notizie banali passavano attraverso programmi mediocri ma erano un toccasana per Mara, che non aveva voglia di parlare con i clienti. Mara la mattina presto era intrattabile.
Per cui quando Giovanni, entrando con la faccia spavalda e il ciuffo biondo ossigenato alla Elvis, le aveva urlato con forte accento livornese “O Mara, che puzza! Hai fatto a pezzi il tu’ marito e lo hai nascosto dietro il bancone?” non l’aveva presa bene. Giovanni scherzava sempre, lo conosceva da anni, ma questa volta Mara non aveva riso. Un certo fetore lo sentiva anche lei, mischiato all’aroma del caffè.
Si precipitò fuori per controllare se fosse in corso qualche lavoro alle fognature. Li avrebbe rampognati per bene. Non la avvisavano mai per tempo. Come si permettevano di fare uscire delle esalazioni così fastidiose per la sua clientela? Di fuori, sotto il sole ancora freddo, non c’era nessun operario al lavoro, nessun tombino scoperchiato.
In quel momento, assorto nei suoi pensieri, stava attraversando la piazza don Gabriele, a passo svelto. Mara lo salutò e rientrò sconsolata. Avrebbe telefonato in municipio.
Don Gabriele si teneva il berretto ben stretto sulla testa, e camminava con lunghe falcate per controbilanciare la forza del vento. Andava di fretta, aveva diversi appuntamenti. Dopo la visita del giovedì alla casa di riposo doveva salire fino in collina per celebrare la messa in sostituzione di Don Matteo, che era morto la settimana prima. Poi c’era lezione di catechismo in parrocchia e in serata le ultime confessioni. E finalmente, il giorno dopo, sarebbe partito in pellegrinaggio per San Giovanni Rotondo.
La casa di riposo era in fondo alla strada. Arrivò trafelato, spinse il maniglione antipanico della grande porta di metallo ed entrò. Lo accolse un tanfo soffocante.
Nell’ampio salone ricreativo otto vecchietti immobili stavano seduti in semicerchio davanti ad un enorme apparecchio televisivo, sospeso in alto sulla parete, che scagliava attorno a sé un suono assordante. Gli anziani tenevano il mento alzato per vedere meglio e ogni tanto abbassavano la testa per fare riposare il collo. Adoravano le paillettes sfavillanti delle ballerine e le canzoncine stupide e i giochi di intelligenza che venivano trasmessi a tutte le ore. Finito un programma, cambiavano canale fino a che ne trovavano uno simile.
L’odore intenso di cadavere putrescente preoccupò don Gabriele. “Odore di morte” sentenziò. Se qualcuno dei vecchietti fosse trapassato, addio viaggio a San Giovanni Rotondo. Pensò che sarebbe stato opportuno dare l’estrema unzione a tutti, così si sarebbe tolto il pensiero. Ammise che non era una riflessione molto religiosa, si scusò personalmente con Dio, e si mise all’opera.
“Forza ragazzi”, urlò per sovrastare il rumore della tv, “oggi facciamo le prove dell’estrema unzione. Tutti in fila!”. I vecchietti, instupiditi dalla tv-badante che l’istituto retribuiva con i pochi spiccioli del canone mensile, si sottoposero volentieri a quell’operazione. Quando fu il turno di Paolino, il vecchietto avvitato come un giocattolo su una carrozzella piena di leve e pulsanti, don Gabriele si vide opporre un netto rifiuto. Paolino urlò che lui non voleva morire. Fece roteare le ruote come un’arma e fuggì, girando in tondo per tutto il salone. Fece ribaltare il tavolino delle carte da gioco, si avviò alla porta d’uscita, prese la rincorsa e arrivò fino in fondo al corridoio. Don Gabriele lo raggiunse correndo e Paolino ripartì. Non voleva farsi prendere. Don Gabriele era già estenuato per la camminata e per il tanfo, ma il desiderio di andare a San Giovanni Rotondo e di andarci a tutti i costi era più forte e alla fine lo acchiappò. Gli inflisse l’estrema unzione, sfinito.
Dalla porta a vetri della cucina, che dava sul salone, la cuoca aveva osservato la scena e rideva. Non si era mai divertita così tanto. Olga in realtà era felice perché oggi sarebbe arrivata da Mosca sua figlia Tatiana, che non vedeva da due anni. Era ben disposta con tutto il mondo. Aprì la porta e invitò don Gabriele a prendere un caffè.
Olga era grassoccia. Da giovane doveva essere stata bellissima, lo si vedeva dai lineamenti ancora perfetti del viso, ma il mestiere che si era dovuta inventare per sopravvivere, e la tristezza di essere sola, l’avevano spinta a mangiucchiare spesso. Parlava poco. Sebbene abitasse nel paese da dieci anni, aveva imparato pochissime parole di italiano. Mise la zuccheriera accanto alla tazzina di caffè, poi sparecchiò, indossò il cappotto e uscì.
Le esalazioni che provenivano dal salone erano insopportabili, ma Olga aveva fatto il callo all’odore di vecchio. Assomigliava a quello stantio del pollo andato a male, che spesso doveva cucinare a quei poveretti.
Arrivò a casa. Tatiana era già li ad aspettarla, sulla porta di casa. Univa, alla bellezza della madre, il fascino del padre. La abbracciò forte, e si fece seguire in cucina. Parlarono fino a tardi, poi Tatiana si sistemò sul divano per riposare un po’. Accese la tv e si addormentò. Olga la guardò commossa. Tatiana era molto più bella di tutte le ragazze che stavano apparendo sullo schermo. La coprì con una coperta e le sfiorò delicatamente la fronte con un bacio, come faceva quando aveva cinque anni. Si rialzò tenendosi i fianchi. Fece una smorfia per il cattivo odore che le si era infilato nel naso, e che giustificò con il viaggio lungo e faticoso che Tatiana aveva affrontato. Più tardi le avrebbe dato una bella strigliata sotto la doccia.
Uscì di corsa per andare a comprare qualcosa per la cena. All’ingresso del portone si imbatté nel professor Guidi, che non la salutò neppure. Strano, era sempre così gentile.
Il professor Guidi aveva ancora l’immagine di sua moglie davanti agli occhi. L’aveva riconosciuta da lontano, il suo passo era inconfondibile. Era abbracciata ad un uomo che non conosceva, ma di cui aveva incominciato ad intuire l’esistenza. L’aveva seguita fin dentro il The Lounge, un locale dove si ritrovavano i ragazzi delle superiori, quando marinavano la scuola. Il professor Guidi si era fermato al bancone e aveva ordinato un caffè mentre li seguiva con gli occhi. Si erano seduti in fondo, ad un tavolino appartato e avevano cominciato a ridere e a toccarsi.
Il professor Guidi non aveva resistito. Si era avvicinato e aveva iniziato ad insultarla. Lei era rimasta muta, l’uomo non aveva mosso un dito. Portava un paio di occhiali da vista e lo guardava con una faccia sfrontata che il professor Guidi avrebbe volentieri preso a pugni. Il ragazzo del bar aveva subito acceso la tv per coprire il rumore della scenata. Dallo schermo uscirono stupidi bambini che cantavano canzoni da adulti, con voci da adulti, dimenandosi come adulti.
Il professor Guidi sentì all’improvviso di essere uno stupido bambino che stava facendo qualcosa da adulto. Smise di gridare. Una zaffata di uova marce invase lentamente l’angolino riservato. Sua moglie si staccò dall’abbraccio e guardò l’amante con sospetto. Dallo sguardo il professor Guidi capì che la loro storia sarebbe finita presto. Quell’odore mefitico era la più dolce vendetta del mondo. Soddisfatto, uscì dal locale.
Ancora con la testa fra le nuvole, per poco non si scontrò con Olga. Era una buona vicina di casa, ma adesso lui non aveva voglia di parlare con nessuno. Non aveva molta voglia di salutarla. Si rifugiò nel suo appartamento. Non c’era la tv ma la sua biblioteca era ben fornita. Avrebbe avuto tante serate solitarie di fronte a lui.
Scelse un libro, versò del rhum in un bicchiere e lo bevve d’un fiato. Poi si rannicchiò sul divano e incominciò a perdersi nella lettura. La luce del tramonto non era più sufficiente a illuminare le pagine. Accese l’abat-jour e chiuse le porte del terrazzo.
In quel momento stava rincasando Marco Montini, l’ingegnere che abitava nel palazzo di fronte. Stringeva nel pugno un mazzo di rose rosse e saltellava fischiettando. “Auguri” gli pronosticò con amarezza il professor Guidi.
Marco Montini era eccitatissimo. Per la prima volta aveva lasciato a Giovanna le chiavi del suo appartamento. E il mazzo di fiori serviva a dimostrarle quanto fosse felice di aver preso quella decisione.
L’ascensore era bloccato, ma a Marco non importava. Salì di corsa la prima rampa di scale. Il miasma terrificante lo assalì al primo piano.
La nuvola puzzolente usciva dall’appartamento sei, dove viveva una famiglia di cinesi. In realtà nessuno li aveva mai visti, ma si intuiva la loro esistenza dalla presenza costante di cattivi odori. Stavano ascoltando un programma in italiano. “Immergeteli in acqua bollente”, si sentiva. Forse alla tv insegnavano a cucinare topi putrescenti e uova dei cento giorni. Rise fra sé e proseguì.
Al terzo piano il tanfo divenne ancora più nauseabondo. Al numero cinque abitava una coppia di meridionali. La tv a tutto volume, il presentatore urlava sciocchezze sulle Alpi Apuane, ma non riusciva a coprire le grida di un litigio in corso. Litigavano sempre. Cosa si erano lanciati addosso, bidoni di immondizia marcia? Trattenne il respiro e salì gli ultimi gradini al volo.
Arrivò al quarto piano e finalmente poté respirare. Un profumo d’arrosto lo accolse assieme all’abbraccio morbido di Giovanna. La serata si prospettava interessante. Avrebbero cenato a lume di candela poi sarebbero finiti a letto, come piaceva a lui, facendo finta di sorprendersi.
Giovanna indossava un vestito nero scollato che scopriva gran parte del suo seno abbondante. Nonostante fosse un paio di taglie in più rispetto al suo peso ideale, Marco la trovava molto sexi, “Cosa mi hai preparato?” le chiese baciandole il collo. “Una cosa molto speciale” rispose Giovanna ammiccante, con una intonazione così suadente che lui ebbe voglia di buttarla subito sul letto. Si trattenne. Finita la cena Giovanna accese la tv “per sottofondo”, disse, con un tono di voce ancora più stuzzicante.
Dopo dieci minuti fece la sua comparsa un ospite del tutto inaspettato e sgradito: un odore putrescente, come di cadavere. Marco, che stava accarezzando il corpo nudo di Giovanna, si bloccò. “Non ci riesco, scusami” mormorò, avvilito. Giovanna si mostrò delusa. Aveva messo tutto il suo impegno per preparargli la cena e adesso lui la lasciava così. Marco accese una sigaretta, aprì le persiane e uscì sul terrazzo.
Dall’altra parte della strada si illuminarono le finestre di una villetta a schiera. Sulle tende della grande vetrata si proiettò la sagoma di una donna, ingigantita dalla luce a cono. Parlava al telefono, agitata.
Marco rientrò in casa e aiutò Giovanna a sparecchiare, senza dire una parola.
La dottoressa Renzi era un mare in burrasca. Parlava, sollevava il telefono al cielo e urlava. “Ve l’avevo detto che dovevamo anticipare i tempi. Ora se ne accorgeranno tutti. Come possiamo evitare questa puzza maledetta se non li obblighiamo a passare al digitale terrestre?”
Allungò un braccio e si appoggiò alla parete. Chinò il capo e una ciocca di capelli neri le coprì gli occhi. Si spostò “Lo sapevate che i cavi si sarebbero putrefatti continuando a mandare programmi marcescenti. Avete abbassato sempre di più il livello di qualità? Avete imputridito ogni spazio? Questo è il risultato! Parker lo aveva previsto.”
Fece una pausa. “Dopo anni, così aveva scritto nella relazione, i cavi analogici sono soggetti ad interferenze e assorbono qualsiasi errore di trasmissione, accelerando il processo di decomposizione e trasmettendolo all’atmosfera. Il problema si evita solo con la trasmissione in digitale. Ve l’avevo detto.”
Alzò la voce, come per richiamare qualcuno dall’altra parte del telefono “Il digitale terrestre era una scelta necessaria. Andava imposta, non consigliata.”
Ascoltò e spalancò gli occhi. La bocca si deformò per l’urlo “Vuoi sapere perché negli altri Paesi europei non è ancora avvenuto il disastro? Ma perché in nessun altro Paese trasmettono programmi putridi come i nostri, idiota!
Domani prepariamo un piano operativo urgente per lo switch-off definitivo dell’analogico. Non possiamo permettere che la situazione ci sfugga di mano. E chi lo sente, se no, il capo? Lo sai che fra una barzelletta e l’altra è capace di spedirci al polo nord a calci in culo!”.
Chiuse il cellulare e lo scagliò contro il televisore. Mille pezzi di vetro volarono tutto intorno.








