Archivio di Marzo, 2010

Racconto/Cussi

di laura landi

Ho sempre pensato che la notte non finisce, ma si trasforma in giorno. Che la notte è capace di trasformare l’invisibile in visibile, senza nessun riguardo per la luce. Un merito assoluto, che io posso sentire, annusare e ascoltare dalla mia camera da letto.
E’ la notte, che concede al gallo della mia vicina Lina di cantare a perdifiato, quando lentamente il buio viene inghiottito dall’alba. Così ai piccoli uccelli che abitano sul tetto e che di gran lena salutano la luce, picchiettando sui coppi. L’alito della notte che si trasforma in giorno appoggia il profumo dei tigli fra le fessure delle persiane di legno. La carta da parati, con rami di fiori azzurri, sembra danzare con le prime luci che attraversano timorose la stanza. Tutto si trasforma. Lascio che i pensieri colorino la giornata. Cosa c’è di più eccitante e spensierato di un viaggio ?

Devo aver ereditato il desiderio di viaggiare in continuazione da mia mamma. Fin da quando ero piccolissima organizzava delle gite che duravano una giornata intera o anche solo un pomeriggio. Per i miei quattro anni erano già dei viaggi. Ma ciò che li rendeva davvero viaggi, era la loro preparazione. Mi avevano regalato una valigetta di latta con sopra dipinto un cavallo al galoppo e il mio viaggio ogni volta partiva da lì, dalla organizzazione del mio bagaglio. Vi trovavano posto, in ordine, la bambola con le gambe allungabili e un suo ricambio di vestiti, cioccolata, biscotti e un succo di frutta, matite colorate e un piccolo quaderno. La scimmia di peluche sedeva in macchina al mio fianco.
Santa Apollinare, il mausoleo di Teodorico, l’abbazia di Pomposa, Porto Garibaldi erano le nostre mete preferite. La mamma mi raccontava la storia di queste pareti. Mentre parlava, sembrava che sfogliasse un libro di favole. Passeggiate, foto e piccole spese.
Cussi, è sempre stato il mio soprannome, perché da piccola mi toccavano il naso e cantavano, cussi, cussi, cussi, ed io ridevo. Il babbo ancora oggi parla di me al maschile. Dice:‘il Cussi’, come se avesse desiderato avere un figlio maschio.
“Cussi, guarda il campanile di San’Apollinare. Quelle finestre si chiamano monofore, bifore o trifore” sussurrava la mamma, come se mi stesse rivelando un segreto.
Ed io alzavo lo sguardo e contro sole contavo le aperture delle finestre.
“Sembrano occhi. Allora il campanile ci guarda dall’alto e con le trifore ci vedrà benissimo! E’ divertente”. Rispondevo.
All’andata la mamma mi parlava in francese e al ritorno, prima di addormentarmi al buio della sera, ricordo i suoi occhi azzurri brillare nello specchietto retrovisore.

Ora il pensiero eccitante e spensierato del viaggio si faceva sempre più spazio. Il gallo, gli uccelli e la luce che danzava col buio nella mia camera, non lasciavano più dubbi. Dovevo partire, anche se tutti in casa stavano ancora dormendo. Sarei partita da sola.
In bagno ci vuole pazienza prima che arrivi l’acqua calda, ma si sa, chi deve partire non ha tempo da perdere. Ottimizzo il tempo, mi tolgo la camicia da notte e con l’acqua tiepida comincio a lavarmi.
“Odio questo sapone che sa di fiori”, mi dico. Ricorda il profumo che c’era in casa, il giorno che morì la nonna.
“Non voglio partire per il mio viaggio, con questo pensiero triste”.
“Mi rilaverò con quest’altro, al latte. Ecco, meglio, decisamente meglio”
Ogni viaggio prevede un abbigliamento adatto. Bermuda scozzesi, camicia bianca e infradito, sono perfetti per un viaggio eccitante e spensierato.
In cucina, i biscotti sfornati la sera prima profumavano la penombra. In casa, l’aria era ancora avvolta dal silenzio e le prime luci del giorno incoraggiavano il buio ad uscire di scena.
Tutto dorme. Tutto intorno sembra avere un’anima, ed è come se questa luce e questo silenzio, restituissero un respiro vero alle cose che di giorno sembrano inanimate. Nessun rumore, nessun movimento, eppure tutto ciò che mi circonda sembra vedermi. Sembra incoraggiare la mia solitaria avventura e sostenere l’emozione prepotente della mia partenza. In casa non è mai buio. La grande porta d’ingresso è una vetrata e la luce dell’alba può accomodarsi fra i silenzi delle cose e il riposo di chi ancora dorme, con infinita discrezione.
Bevo del succo di arancia e guardo dalla finestra il viale che, da casa, scende verso il cancello. Su un lato i tigli proteggono il prato dall’umidità della notte e sull’altro cespugli di rose gialle ricevono i primi raggi bassi del sole.
La macchina è parcheggiata al solito posto, e il suo muso guarda già verso la discesa e il cancello.
Mi siedo e metto in moto e, per vedere la strada, mi allungo sul volante schiacciando il clacson come una sirena. Le mie gambe arrivano a malapena ai pedali e dentro la macchina l’odore di benzina è piuttosto forte. In un solo istante partono i tergicristallo, l’acqua per pulire il vetro e con un gran balzo avanti, la macchina va incontro al suo inesorabile destino dettato dalla forza di gravità.
“Cussi, oh no, ti sei fatta male?” Grida la mamma da casa, svegliata dal frastuono del clacson.
Sento la sua voce trafelata avvicinarsi alla macchina, che aveva finito la sua corsa contro i cespugli di rose gialle. I tergicristallo, instancabili, ora lanciavano petali a destra e sinistra, come in una processione per il santo dell’estate.

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Marzo 31, 2010 Pubblicato in: Racconti   Leggi Tutto

Racconto/Tre piani d’odio

di ettore tombesi

La ringhiera di ferro della rampa delle scale aveva il corrimano smaltato di bianco, in alcuni punti era consumata e la vernice si sfogliava in piccole schegge.
Sono particolari che a volte rimangono impressi.
Davide, il fratello più piccolo, aveva sedici anni, ma non li dimostrava. Sembrava ancora un ragazzino. Le braccia e le gambe erano lunghe e sproporzionate rispetto al corpo, la sua testa bionda era allungata ed il collo sembrava sul punto di spezzarsi da un momento all’altro.
Lo aveva salvato ed era rimasto al terzo piano. Adesso era preoccupato per quello che aveva fatto.
Grazie a lui era scampato alla follia del padre ed era riuscito a fuggire da casa.
Aveva agguantato il corrimano della scala aveva fatto un gran salto ed era caduto in basso, a metà della rampa successiva, e poi aveva saltato ancora e poi ancora e poi giù, fino in fondo, e poi fuori, in strada. Forse dieci salti in tutto. Tre piani.
Il sole del tardo mattino di settembre, gli diede uno schiaffo. Sentiva l’asfalto che esalava il suo gas maledetto. Anche lui era maledetto, pensava.

Il padre e il suo socio si erano aizzati a vicenda mentre bevevano, al bar. Alla fine erano molto ubriachi.
Nel bar si era sparsa la voce che suo figlio maggiore si drogava.
-Io l’ho fatto ed io lo distruggo- disse suo padre.
-Non si può vivere con un drogato in casa- disse il socio.
- Vieni con me. Gli facciamo vedere noi, come finiscono quelli lì- disse suo padre.
Bevvero ancora fino a che l’alcol diede loro sufficiente coraggio. Quando salirono le scale era quasi mezzogiorno.
Il figlio stava sul letto a far niente, vestito. Pensava come fare per procurarsi dei soldi. Sentì il trambusto sul pianerottolo, e poi il vociare alla porta e l’armeggiare con le chiavi.Rumori normali.
Il padre entrò.
-Dove sei drogato del cazzo- disse.
Si capiva che era ubriaco dal tono della sua voce. Se non fosse stato ubriaco non avrebbe mai avuto il coraggio di parlare a quel modo.
Andò dritto in cucina, aprì il cassetto del tavolo e prese un coltello, a caso. Gli capitò in mano quello lungo, con la punta quadra ed il manico di legno. Lo usava sua madre per fare le tagliatelle.
-E’ di là, in camera. Dagli a quel drogato!- disse il socio, restando sulla soglia, come per impedire la fuga al ragazzo.
Davide stava guardando la tele in sala. Capì tutto in un baleno.
-Scappa, scappa! Ti vogliono ammazzare- urlò.
Il fratello con uno scatto si alzò dal letto e attraversò il corridoio di corsa, verso l’uscita.
Fece appena in tempo a vedere Davide che aveva afferrato il braccio armato del padre. Stavano lottando con le braccia alte, come due ballerini.
-Lasciami , che l’ammazzo!-
-Basta papà, non fare così-
-Lo ammazzo quel drogato-

Quando fu avanti alla porta della cucina, vide un lampo di luce all’altezza del viso e si chinò.
Fece appena in tempo a schivare il colpo. La lama gli sfiorò i capelli.
Spinse via il socio del padre, che stava ancora sull’uscio. Era enorme, e più grosso del padre.
Lo spostò come fosse carne morta. Un quarto di bue appeso al gancio della macelleria.
Non lo guardò neppure. Sapeva che l’uomo non avrebbe alzato un dito contro di lui. Lo conosceva. La sua era solo una complicità passiva.
Sentiva Davide alle sue spalle che ancora lottava con suo padre, per bloccarlo.
Se fosse rimasto lì avrebbe messo in pericolo il fratello, allora saltò giù, lungo la scala, con l’aiuto della ringhiera, fino all’asfalto.
Al terzo salto ripensò al padre. Ebbe la tentazione di tornare indietro e farla finita. L’avrebbe ucciso.
Fece un altro salto. Le sue mani gli mandarono un richiamo, come se fossero loro a parlare. Gli dicevano di tornare su e spezzare la vita anche all’altro ubriaco. I due non avrebbero avuto la forza e la lucidità di fare nulla. Avrebbe avuto la meglio. Li avrebbe presi uno alla volta e li avrebbe uccisi. Ma c’era Davide, che lo aveva salvato e che non c’entrava nulla con questa faccenda.
Si era comportato da eroe. Non aveva mai conosciuto un eroe.
Davide aveva fatto la cosa giusta e lui non voleva coinvolgerlo ancora di più.
Ancora un salto. Gli occhi gli bruciavano ed era sicuro che fossero rossi, iniettati di sangue. Poi un altro salto e le lacrime salate resero più intenso il bruciore.
-Stanno scendendo. Vai via- urlò Davide dal balcone.
-Ti telefono- disse.

Sentiva scendere il padre e l’altro. Urlavano e inciampavano fra di loro o forse nei gradini.
Erano veramente ubriachi, pensò.
Li aspettò e li vide. Si tenne alla distanza giusta per poter scappare. Era più agile di quei due.
Il sole schiaffeggiò anche loro. Si misero il braccio davanti al viso per proteggere gli occhi.
Li lasciò così, ciondolanti e con un braccio alzato per difendersi dalla luce. Sembrava un saluto.
Il padre aveva ancora in mano il coltello delle tagliatelle. Non lo brandiva come una minaccia, ma lo teneva in mano. Il braccio era disteso lungo il fianco, come se volesse nasconderlo.
Non lo seguirono ma lui, quando fu in fondo alla strada, si voltò a guardare per esserne sicuro.
Vigliacchi, pensò. Volevano prendermi di sorpresa, ma non hanno pensato a Davide.
Tremava e odiava. Poi sentì un formicolio al braccio e un dolore alla spalla.
Lo avevano colpito. La mano, i pantaloni e una scarpa erano rossi di sangue. Si asciugò le lacrime e se ne andò.

Passarono più di dieci anni prima che padre e figlio si rivedessero. Fu quando Davide, un giorno, chiamò al telefono il fratello.
-Papà sta per morire. Devi venire. Fallo per me- disse.
Il fratello era diventato uomo e anche Davide. Si sentivano al telefono due volte all’anno, il giorno del loro compleanno. Era Davide che raccontava della famiglia.
Il padre stava male da tempo.
Suonò al campanello e dal balcone Davide gli disse di salire. Vide il sorriso.
Face i tre piani ripensando al giorno dell’agguato.
I fratelli si abbracciarono sul pianerottolo. Senza lacrime. Il padre era disteso sul letto che un tempo era stato il suo. Era vestito ed i pantaloni avevano la piega ben stirata, come se fossero appena stati indossati. Il piano del comodino era ingombro di confezioni di farmaci. A lato del letto c’era una gruccia porta flebo, in acciaio. Le maniche della camicia erano un po’ sgualcite, come se fossero state arrotolate e poi abbassate.
-L’infermiera viene due volte al giorno per la flebo e le iniezioni. Papà le dice le peggio cose. Non è cambiato. L’altro giorno, lei gli ha chiesto perché avesse messo l’orologio e lui le ha risposto che così poteva sapere per quanto tempo al giorno gli girava intorno e che non vedeva l’ora che lei se ne andasse. Adesso non vuole più la morfina. Dice che non gli serve, che non gli fa più effetto- disse Davide.
I suoi capelli erano diventati una peluria fine e color cenere. Il viso era scavato, il naso sembrava cresciuto più del dovuto e dominava la sua faccia. Il collo sprofondava nella camicia, allacciata e abbondante. Sembrava quello di una tartaruga che sprofonda nel suo carapace.
-Ti stava aspettando- disse Davide.
-Ciao Bà-
-Non ha voce- disse ancora Davide.
Si avvicinò per guardarlo più da vicino. Le labbra erano rinsecchite e, ai lati della bocca aveva due piccole piaghe. Due tagli aperti che prolungavano l’apertura della bocca. Ansimava. Gli occhi erano piccoli e umidi e sembrava che avessero visto in lui una speranza di guarigione dalla malattia. Un farmaco miracoloso. Le mani erano ancora grandi, come un tempo, solo più bianche e con le vene più accentuate. Il figlio gli strinse la destra.
Si mise, accosciato, accanto a lui, facendo attenzione a non urtare il letto.
- Peccato sia andata così. Mi dispiace – disse.
Il padre strinse appena la mano ed una lacrima gli scivolò lungo la tempia.
Lui rimase lì accanto al padre ancora un poco, poi si alzò. Guardò Davide come a dire che aveva finito.
-Adesso devo andare- disse.
Fece per allontanarsi, ma il padre non gli lasciava la mano. La stringeva con poca forza, ma non la lasciava. Allora il figlio guardò il padre negli occhi.
Era la prima volta in tutta la loro vita che si guardavano veramente.
La stretta di mano non finiva. Poi, quasi contemporaneamente, le loro mani si lasciarono.
I fratelli uscirono dalla stanza e si abbracciarono.
-Telefonami-
-Sì – disse Davide.
Scese le scale appoggiandosi al corrimano, con calma, senza correre o scappare.
Scendere i gradini lentamente, molto lentamente, gli sembrava servisse a cancellare l’odio, come una pennellata di vernice su quel pezzo di vita. Ad ogni gradino ascoltava, nel silenzio dei suoi pensieri, il rumore delle sue suole. Il loro scricchiolio gli sembrò un accompagnamento musicale, come il gracchiare delle rane al tramonto che chiude la luce del giorno.
In strada si girò. Vide Davide sul balcone che lo salutava.
Anche lui lo salutò, muovendo la mano, e si accorse di alcune gocce di sangue. Una piccola scheggia bianca di vernice del corrimano gli si era conficcata nel palmo della mano. La staccò con delicatezza.

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Marzo 31, 2010 Pubblicato in: Racconti   Leggi Tutto

Racconto/The secret

di elena rapisardi

Tre uomini in tre giorni, senza mai cambiare le lenzuola. Nima raccontava al telefono le ultime vicende sessuali che avevano messa a dura prova le notti di giovedì, venerdì e sabato. Fino a domenica a mezzogiorno. Pensa che gli ho pagato persino il pranzo a quello stronzo: 50 euro. Gli ho detto di lasciar perdere. Faccio io, così almeno pensavo di fare la bella figura con il milionario di turno.
Non hai mai avuto prima d’ora un milionario fra le gambe – replica acida la sua amica –
Ma cosa dici. Che ne sai.
Io so tutto di te stella, anche quello che tu non vuoi sapere. E lo sai perché le tue storie sono un fallimento? Anzi non c’è neanche il tempo di farle diventare storie. Sono solo scopate. Alcune meritano altre di meno.
… Si, meno di niente! Ti assicuro che Zaf mi ha fatto schifo. Mi sento sporca dentro. Non ci volevo finire a letto. Sabato notte era talmente sbronzo che non ce l’ha fatta. Domenica mattina è successo! Andava di bacino, violento, brusco, senza sentimento, senza coinvolgermi. Senza quasi toccarmi né baciarmi… che schifo. Eh la notte… ha dormito per tutto il tempo accovacciato in un angolo. Altro che Matteo… lui mi sta appiccicato, corpo a corpo… e io sudo ma non m’importa niente.
Cosa fai dopo?
Me lo chiedi anche? Prima di tutto devo cambiare le lenzuola!
E dopo? – sbuffa Lara – Ti va se ci vediamo al bar?
Quale? Il solito posto? Se lo dovessi incontrare non lo guarderei in faccia.
Ma a chi non guardi in faccia? – ride Lara lasciando intendere all’amica che la lista degli stronzi è talmente lunga quanto vaga –
Zaf e chi sennò. Chi gliel’ha chiesto di sfornare una balla dopo l’altra. Ipocrita, viscido, sfigato. Gli ho mandato un messaggio l’altro giorno. Aspetta che te lo leggo: “Non disquisisco di filosofia. Ma sono una donna vera. Mi hai guardato negli occhi preso per mano e detto di seguirti in montagna questo weekend. Non ti sei degnato di chiamarmi neanche una volta da domenica scorsa. Neanche per disdire la partenza con una qualsiasi scusa. Vaffanculo forever”.
Vaffanculo – ripete Lara – chi l’avrebbe detto. Si spacciava per un alternativo, un uomo sui generis. A quarant’anni è peggio di uno qualsiasi. Peccato, mi dispiace tanto avertelo presentato. Non credevo che fosse uno stronzo integrale.
Non è mica colpa tua. Mi sono lasciata coinvolgere dal suo modo di fare, di parlare di farmi sognare… come una bambina ingenua. Io che sono divorziata con una storia d’amore fallimentare finita da poco. Sto facendo fuoco e fiamme… tre uomini in tre giorni…
Se fossi stata una professionista avresti tirato su una bella cifra…
Mah non più di tanto. Ho un’amica prostituta che guadagna 200 euro a botta… una volta le ho chiesto se non fosse bassa questa tariffa.
Cosa ti ha risposto?
Che per dieci minuti va benissimo! Il sesso dura poco e gli uomini preferiscono parlare sia prima che dopo.
Parlare?! E cosa raccontano?
Parlano della moglie, dei figli, del lavoro. Si confidano perché dall’altra parte c’è chi ascolta senza replicare senza consigliare. Ascoltare facendo finta di capire senza intervenire. E’ che questo che vogliono gli uomini da noi donne: un sorriso indelebile stampato sul volto, uno sguardo sempre accondiscendente nei loro riguardi e mai una parola di troppo.
Ti ha confidato qualcos’altro?
Sì – ride Nima sempre più forte –
Cosa?! –urla dall’altro capo del telefono Lara, incuriosita- cos’ha detto?!
Beh… è un segreto professionale non so se posso confidartelo… – Nima si lascia scivolare dal divano e si accascia a pancia in giù sul tappeto, senza smettere di ridere –
Sono la tua confidente. L’unica persona con cui parli liberamente di sesso e vorresti tenermi all’oscuro di questo?
Ufffff. Tieniti forte. Ti racconto tutto dall’inizio. Anziché proseguire il discorso Nima riattacca il telefono e scoppia a ridere. E’ un gioco fastidioso che fanno spesso fra di loro fin da bambine… si sbattono il telefono in faccia per dispetto, quando meno te l’aspetti.
Il telefono squilla, una due tre volte… Nima lo sa che Lara sta bruciando dalla voglia di conoscere il segreto ma non risponde. Ha deciso di vendicarsi per quelle fastidiose parole che la sua amica aveva pronunciato prima. Io so tutto di te, stella! Le tue storie sono solo scopate. Poteva essere anche vero, poteva anche avere ragione, ma il tono con cui aveva proferito quelle parole aveva ferito Nima che già si sentiva sporca. Adesso si sentiva anche inutile. E sola.
Nima si guarda intorno, indecisa sul da farsi. Poi va in camera da letto e strappa le lenzuola dal materasso, le accatasta in un angolo e spalanca la finestra. L’aria sottile come una fredda lama le taglia il respiro. Si sentono voci in lontananza. La luce è quella della sera. Nima si passa le mani sulle guance e si tira indietro i capelli lanosi. E’ scalza, un brivido di freddo le inarca la schiena e le ricorda che fuori è autunno. Trasporta le lenzuola nello sgabuzzino, la lampadina si è fulminata. Inciampa nel secchio pieno d’acqua e cade come un peso morto, ferendosi allo spigolo della lavatrice. Lancia una bestemmia, poi un urlo, poi scoppia in un pianto disperato. Toccandosi la fronte si sporca la mano di sangue. Ora è davanti allo specchio con gli occhi gonfi e pieni di sconforto. Tampona un asciugamano sull’attaccatura dei capelli. Grace, la gattina persiana, richiamata dal trambusto, le si avvicina e strofina la sua testa pelosa fra le caviglie di Nima. Che le sferra un calcio, innervosita.
Passa 5 minuti a sbollire la rabbia. Poi Nima si stacca dallo specchio e spara a tutto volume Stan di Eminem. In casa inizia a piovere, Nima si scioglie sul divano in una pozzanghera di lacrime. Il suo pianto la scalda e la consola. Fino a che si addormenta.
Quando si sveglia ha mal di testa. Il display del telefono s’illumina a scatti. Allunga la mano verso il tappeto e lo afferra. Gli occhi non riescono a mettere a fuoco. Cosa c’è scritto? Chi mi cerca adesso?
. Nima sbuffa, si sistema il plaid come meglio può. Riprova ad addormentarsi ma uno strano senso di noia l’assale: si alza di scatto e s’infila sotto la doccia. Non ha tempo di rilassarsi con un bagno caldo. La sua jacuzzi è una pozza d’acqua stagnante e putrida da 7 giorni. Da venerdì, quando è stata con Matteo. Hanno fatto sesso in ogni stanza. Vasca compresa. Ma il tappo si è incastrato.
La notte di venerdì era iniziata presto. Nima ha aperto la porta di casa col sorriso, gli è saltata addosso come un babbuino e si è incollata al suo corpo muscoloso, incrociando le gambe attorno ai suoi fianchi. “Mi fa sentire così piccola. Protetta. La sua barba è morbida come la buccia di un kiwi”. Matteo ha 6 anni meno di Nima. Fa il muratore e la sera balla nei locali hip hop. Eppure riesce a comprenderla. “Quando facciamo l’amore, i nostri corpi si uniscono piano. Lui dice che prima mi vuole sentire e poi una volta che siamo una materia sola, si lancia all’attacco. Niente a che vedere con Zaf. Lui è nulla a confronto. Matteo è il mago dell’amore. Ma non vuole una relazione. Non in questo momento. Non con me. Dice che sono più grande di lui. Le nostre esigenze non combaciano”. Matteo non ha alcuna esigenza, se non quella di starsene a casa a fumarsi le canne con gli amici davanti alla play station. E’ così che trascorre il suo tempo libero, fra un impegno in discoteca e il lavoro con la cazzuola. Non esce quasi mai. Esce solo per andare da Nima una o due notti al mese. Non perdono neanche un minuto e scopano in ogni stanza, avvinghiati. Innamorati della magia che scaturisce dai loro corpi. Poi il nulla. Qualche volta un messaggio al cellulare per esprimere la voglia di ritrovarsi di nuovo insieme, di nuovo nudi.
Sabato, poco prima di sera – “Se riuscissi a descriverti le mie sensazioni… quello che ho provato, così intenso – Nima sorrideva, seduta sulla panchina. Mentre raccontava a Lara come si era svolta la serata, aspirava forte una Marlboro masticando una cicca. Davanti a lei passavano mano nella mano coppiette di teenagers che salivano in direzione del parco. Alcuni si appollaiavano sulle altalene, altri si nascondevano nelle casette di legno per i bambini. Il tramonto sbiadiva il cielo con i toni del rosso. Lara, di fianco a Nima, cercava il burro di cacao nella borsa. Mentre se lo passava sulle labbra, il gusto di ciliegia solleticava ricordi adolescenziali. A Lara saltò in mente la strada che costeggiava la ferrovia del Sud Est, il vecchio tratto fatto costruire da Mussolini nel ventennio fascista. All’altezza di Conversano. Un percorso cucito di alberi. Braccia appesantite da grosse biglie rosse. La polpa robusta lasciava le dita macchiate per giorni e giorni. Mentre Lara era in viaggio verso Sudest, Nima non smetteva di raccontare: “Eravamo scivolati nella vasca, avevo infilato un piede dietro la sua nuca. Abbiamo iniziato a guardarci e a sorridere. Ci siamo addirittura addormentati, senza musica, senza parlare. Quando la schiuma è svaporata, ha visto la mia pelle e ha cominciato a toccarmi… Matteo non si rende conto della sua bellezza. Lo tengo lontano perché potrei rimanerne ammaliata. La sua aria un po’ ingenua mi fa impazzire. Dietro al suo sguardo non c’è ipocrisia. Non ha bisogno di raccontare barzellette né di farcire i suoi discorsi con miraggi. Lui è così, semplicemente naturale. Con questo non intendo dire naif. Quando non scopiamo, parliamo di tutto. E’ curioso, gli piace ascoltare i miei discorsi. E’ appassionato di sport. Anche se d’inverno passa il suo tempo a giocare con la play, in primavera fa trekking…”
Che palle! Ripeteva Lara fra sé. Ma non aveva il coraggio di dire cosa pensava davvero. Lara non aveva mai visto Matteo di persona. Sentiva parlare di questo Adone ormai da 5 mesi. Eppure non riusciva ad immaginare il suo volto. Conosceva ogni centimetro del suo corpo, dalle descrizioni che ne faceva Nima: le sue spalle prominenti da cui partiva un drago orientale che si avvinghiava sul deltoide fino all’avambraccio, il suo giovane volto reso sensuale da una barbetta incolta e rada, due occhi grandi e scuri su cui s’inarcavano le sopracciglia disegnate, una pelle abbronzata da meticcio. Il culo di marmo, perfetto come quello del discobolo. Stranamente Nima non l’aveva mai immortalato in qualche scatto fotografico. Nemmeno sul telefonino. Lasciando Lara sola con la sua immaginazione.
Quando Matteo era entrato a casa di Nima aveva subito notato la luce negli occhi della sua amante e le sue mani corpulente l’avevano afferrata mentre si lanciava in volo su di lui. Aveva stretto le sue natiche fino a farle strizzare come un polipo appena pescato. E poi se l’era sbattuta sullo scoglio fino a farla gorgheggiare di piacere. Era andato avanti così fino alle 4 del mattino. Poi si erano addormentati abbracciati, con le gambe intrecciate e le guance bagnate dal sudore. La sveglia aveva agghiacciato quel tepore e lo aveva spinto fuori casa con un mal di testa fendente. Nima lo aveva osservato di nascosto mentre si vestiva. Ma aveva chiuso gli occhi, mentre lui la salutava. Non voleva risvegliarsi in quel modo, preferiva pensare che aveva sognato di scopare. Un sogno non lascia tracce.
DRRRIIIIIIINNNNN DDDDRRIINNN. Sara si è attaccata al campanello come una zecca. Nima schizza palpitante fuori dalla doccia. I suoi piedi bagnati lasciano impronte sparse ovunque. Cerca un accappatoio. Non lo trova. Va in camera, alza la folta pila di abiti sul piumone. Non lo trova. Apre l’armadio di scatto e tira giù l’asciugamano da mare. Si arrotola come può il telo intorno al corpo e corre verso il citofono. Scivola all’indietro, sbatte la testa e sviene all’istante. Grace si avvicina alla sua padroncina e le lecca il naso, miagola. Poi si accuccia sulla pancia di Nima. Respira ma non sente i rumori del citofono, gli strilli del telefono. E’ come morta, distesa sul pavimento, al buio della sala. Gli oggetti quotidiani si trasformano in assenza di luce e prendono sembianze diverse. Fanno quasi paura. La luce che arrivava dal bagno illuminava in lontananza la mano destra di Nima, aveva un’unghia spezzata innaffiata di rosso. Le sue labbra schiuse, la fronte incoronata di capelli bagnati a ciocche grosse come banane. Vista dall’alto sembrava l’effige di Medusa sull’egida di Zeus

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Marzo 21, 2010 Pubblicato in: Racconti   Leggi Tutto

Racconto/Agnese

di lorena casadei

Non aveva sentito bussare.
Stava rintanata nella penombra della stanza, rannicchiata su una seggiola di legno, lo schienale appoggiato contro il muro del camino, le mani in grembo.
Rigirava fra le dita un rosario, alla cui estremità sussultava una piccola croce di metallo. Piccoli movimenti del pollice facevano salire i grani uno dietro l’altro, come una ruota dentata che si bloccava regolarmente, con un breve scatto. Snocciolava la litania a bassa voce, in latino.
Ogni dieci avemaria alzava la testa a guardava fuori. Dalla finestra di fronte vedeva i campi del vicino, una distesa ancora vergine, libera da costruzioni. Al di là di quel confine si distinguevano i nuovi appartamenti, costruiti in fretta per ospitare gente che non era mai arrivata.
Sotto la finestra spiccava gelido il termosifone verniciato di bianco. Agnese lo utilizzava come base d’appoggio per le scatole dei bottoni. Non lo accendeva mai, lo trovava un oggetto freddo anche quando era in funzione.
Il divano dall’altra parte della stanza era coperto da un plaid multicolore, fatto ad uncinetto con gli scarti di lana. Sul cuscino centrale un vangelo in edizione tascabile era aperto sulla prima parabola di Luca.
Le luci erano spente. L’unico segno di vita, in quella vecchia casa, era il flebile bagliore del camino.
Gli interni erano stati ristrutturati di recente. Il camino in muratura, rifinito con mattoncini in cotto, era stato lasciato nella posizione che aveva sempre occupato quando, in quelle stanze, c’erano la vecchia cantina e le stalle. Lì Agnese si sentiva protetta. I muri la conoscevano da cinquant’anni.
Senza muovere la testa, alzò gli occhi per guardare il grande orologio appeso sopra la porta d’ingresso. Si sistemò gli occhiali. Le lenti erano diventate troppo deboli, ma non voleva cambiarle. I riflessi del fuoco sui cristalli rendevano il suo viso a tratti diabolico.
I capelli corti avevano sfumature dorate per le troppe colorazioni che si era fatte in casa. Un boccolo scivolò stanco sulla fronte. La permanente era definitivamente scomparsa. Lo ricacciò dietro l’orecchio.
Indossava una gonna di lana di un secolo prima, cucita e ricucita più volte. Agnese non era mai dovuta intervenire sulla larghezza. Il suo peso non era cambiato se non quando, per tre volte, aveva ospitato un altro essere dentro di lei.
Solo la sua altezza si era ridotta. Aveva dovuto accorciare spesso l’orlo davanti, perché la sua schiena si era inclinata sempre di più. Il tempo aveva battuto sul suo corpo come un martello sul chiodo, incurvandolo.
Nel silenzio si udiva solo il brontolio del gatto. Agnese si guardò attorno per capire dove si fosse nascosto. Il rumore proveniva dallo scatolone della carta straccia, di fronte al camino. Il gatto sembrò sentirla, aprì appena gli occhi, la guardò come per rassicurarla e si rimise a ronfare.
Sullo scatolone era appoggiato un bastone di legno, lucido e liscio. Era stato di suo marito. Era l’unica cosa che aveva tenuto di lui. Tutto il resto lo aveva lavato, piegato e buttato nei sacchi della croce rossa.
Mosse le gambe per sgranchirle. Un paio di scarpe da ginnastica, di due misure più grandi, erano deformate in corrispondenza dell’alluce valgo mai curato. Agnese non voleva farsi operare. Aveva sempre lavorato, tirato su le figlie, accudito il marito. Non aveva mai fatto passeggiate, diceva. A cosa potevano servirle, ora, i piedi?
Allungò una mano verso il parapetto del focolare per prendere una matita. Qualcosa cadde nel fuoco, e un aspro odore di bruciato si propagò nella stanza. Agnese annusò. Era un odore come di carne abbrustolita.
Lo conosceva da quando aveva 5 anni. Aveva buttato uno straccio nel camino acceso perché si era ricordata di una storia sentita dai vecchi del paese. Raccontavano che l’odore di stoffa messa sul fuoco assomiglia a quello di carne bruciata.
Agnese era una bimba molto intelligente e aveva dato prova di sapersela cavare da sola in varie occasioni. I genitori le affidavano compiti via via sempre più importanti.
Da quando era nata la sorellina, a maggio, aveva anche la responsabilità di badarla. Si era sobbarcata molto lavoro. Non aveva ancora l’età per andare a scuola e invidiava il fratello che poteva uscire di casa. Spesso si sentiva prigioniera.
Quel giorno era molto stanca. E triste. I genitori non arrivavano mai. Era quasi sera, c’era la semina del grano, ma ad Agnese non importava.
La sorellina piangeva spesso e i suoi pianti erano un peso insopportabile. Si era stancata di dondolare la culla di vimini.
Aspettò che i genitori arrivassero in una zona del campo da cui potessero vedere la casa. Buttò la stoffa sulle fiamme e corse fuori sbracciandosi. “La bambina mi è caduta sul fuoco!” urlò, disperata.
Un filo di fumo nero usciva dal camino. I genitori lo scorsero dal fondo del campo, udirono le grida e videro Agnese che correva avanti e indietro, ull’aia. Lasciarono le vanghe a terra e corsero su per la salita.
Arrivarono a casa, entrarono senza neppure guardarla. Agnese aveva smesso di urlare. Uscirono con la piccola in braccio, agitata per tutto quel baccano.
Agnese guardò la piccola, accoccolata fra le braccia morbide della madre, mentre il padre la carezzava. Per lei quelle carezze erano state dimenticate.
Suo padre guardò Agnese e non disse una sola parola. Rientrò e incominciò ad apparecchiare la tavola. Sua madre piangeva, senza fare rumore. Agnese aveva vinto ma nessuno la metteva sul podio.
Il giorno dopo ricominciò ad occuparsi della sorellina. Ma dentro di sé si sentiva più forte. Era riuscita a fare disperare i suoi genitori.
Nella penombra, Agnese aspirava con avidità quel fumo di stracci bruciati. Un sorriso le increspava appena le labbra.
Un rumore lieve la fece sussultare. La porta si stava aprendo lentamente. Tutti entravano senza bussare una seconda volta. Sapevano che Agnese era un po’ sorda e ne approfittavano. “Vieni alla riunione degli anziani?” Era sua cognata. Aveva 5 anni meno di lei ma era già bisnonna. Agnese era solo nonna, ma anche le figlie la chiamavano così, “nonna”.
“No, oggi non vengo, mi fanno male le ossa”, mentì. Voleva continuare a godersi quell’odore, in silenzio.

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Marzo 21, 2010 Pubblicato in: Racconti   Leggi Tutto

Racconto/Piccolo tesoro

di Valentina Semprini

La casa era molto diversa da come la ricordavo.
Nella mia memoria era una bella casetta di campagna, un po’ rustica ma più che abitabile. In realtà i muri erano diroccati e i pavimenti erano pieni di avvallamenti e cunette.
Entrammo dalla porta della cucina e avanzammo a passo lento, con la dovuta cautela. Un po’ alla volta aprimmo tutte le finestre del pianterreno. C’era polvere e un senso di desolazione. Niente stoviglie né soprammobili, la nonna aveva chiuso la casa sapendo che era un addio definitivo – non poteva più abitare lì da sola – e lasciando tutto in ordine.
Iniziammo ad esplorare cassetti e scaffali per verificare che non fosse rimasto nulla di importante, nessun oggetto di famiglia a cui le nostre mamme fossero affezionate. In quella casa avevamo trascorso alcune settimane di vacanza tutte le estati, quando eravamo piccole. Era un po’ il nostro fortino dei ricordi.
«Mi piange il cuore all’idea di vendere», disse mia cugina.
«Anche a me», replicai, «ma ormai le mamme hanno deciso. Anzi c’è da ringraziare il cielo che abbiano trovato un compratore.»
«Immagino che butterà giù tutto e costruirà una villetta, vero?»
«Qui è tutto diroccato, non penso che ci sia nulla da salvare», risposi mentre mi affacciavo sul vano delle scale.
Misi un piede sul primo scalino, poi sul secondo.
«Mi pare che sia ben solida. Vado, eh?»
«Certo che è solida, la scala l’avevano scolpita dentro un unico blocco di roccia!»
Salimmo fino in cima e aprimmo qualche altra finestra. Al piano di sopra c’erano solo tre camere, due da letto, la terza adibita non si sa a cosa.
«Ma dov’è il bagno?», chiese mia cugina.
«Non c’è mai stato. I bisognini andavamo a farli nella vigna, ti ricordi?»
«Hai ragione! Mamma mia, quanto tempo è passato.»
L’esplorazione andava avanti senza alcun risultato particolare. Erano rimasti alcuni oggetti di uso comune molto vecchi, che già servivano a ben poco quando la nonna aveva chiuso tutto: forbici, qualche piatto, alcuni attrezzi agricoli, un pentolone gigantesco che immaginammo fosse stato utilizzato quando d’inverno si ammazzava il maiale e si faceva scaldare lo strutto sul fuoco all’aperto. Solo una volta eravamo state lì per le feste di Natale, ma quella vacanza a suon di salsicce e pane fatto in casa non l’avevamo mai dimenticata.
«Cos’è quest’affare?» Domandai.
«Fa’ vedere», disse mia cugina, e mi aiutò a far forza, per estrarre un grosso e curioso attrezzo che si era incastrato in una nicchia.
A furia di tirare, il legno vecchio e umido cedette: qualsiasi cosa fosse quell’aggeggio, lo spaccammo in due.
«Oddio. Questo non lo diciamo alle mamme, vero?»
«No no», rise mia cugina.
«Come aveva fatto a incastrarsi in quel modo?»
«Boh… forse lo avevano appoggiato qui nell’angolo e con il tempo il legno si era deformato.»
« No, guarda quel perno. Era incastrato in quel buco e stai tranquilla che non ci è finito da solo. Aiutami a spostarlo.»
Trascinammo via il misterioso arnese che, ripensandoci, poteva essere un pezzo di aratro, e potemmo così sbirciare nel misterioso buco nel muro. Era abbastanza profondo (quelle vecchie case avevano i muri molto spessi) e troppo buio per vederci bene. Ma alla luce fioca che arrivava dalla finestra sulla parete opposta, ci parve di vedere un pallido riflesso.
«Cos’è, vetro? Metallo?» dissi.
Mia cugina, più spiccia di me, infilò semplicemente una mano nel pertugio: «Vediamo.»
Tirò fuori un barattolo, di quelli che la nonna usava per la conserva di frutta.
«È pesantissimo!» disse.
«Appoggialo qui sul davanzale», suggerii.
Scrutammo con attenzione il barattolo impolverato. L’interno era foderato da un pezzo di stoffa, quindi non riuscivamo a vederne il contenuto.
Io tenevo il barattolo, mia cugina fece forza sul tappo. Riuscimmo ad aprirlo. Piano piano estraemmo il fazzolettone con il suo contenuto e lo riversammo sull’ampio davanzale.
Erano monete. Andando a peso, diciamo che sarà stato un chilo di roba.
«Sono piccoline», osservò mia cugina. «Le monete da collezione che si vedono nei negozi di numismatica sono più grandi.»
«Ma quali monete da collezione», ribattei. «Molte sono uguali e di taglio piccolo: una lira, venti centesimi… e poi guarda come sono ridotte, tutte ossidate, consunte. Questi sono risparmi!»
«Ma sono fuori corso da decenni. Questa è del dodici, questa del ventinove, questa del trentotto.»
«Vuoi vedere che sono risparmi del nonno?», dissi. «Secondo me le aveva messe da parte prima della guerra, ficcandole in quel buco e chiudendolo con quell’arnese che nessuno avrebbe mai spostato. Poi è partito soldato e le monete sono rimaste lì.»
«Vuoi dire che la nonna non ne sapeva niente?»
«Secondo me no, altrimenti le avrebbe tirate fuori. Il nonno è morto in Russia e nessuno sapeva niente di questi soldi.»
Esaminammo le monete una per una. Erano quasi tutte uguali, ed effettivamente non erano certo pezzi da collezione. Il taglio più grande era quello da una lira. Tutte recavano l’effigie di Vittorio Emanuele III Re d’Italia, ma su quelle del periodo fascista c’era scritto addirittura “Re e Imperatore”.
Ci scappava da ridere, ma soprattutto ci veniva da pensare a quel nonno che non avevamo mai conosciuto e che avevamo visto solo in fotografia, con la divisa da soldato. Ci avevano raccontato che era appassionato di caccia e che amava molto i suoi cani. Che era un discreto contadino, che vendeva l’uva del suo campo a un vinaio un po’ taccagno, che sapeva costruirsi da solo diversi attrezzi e oggetti di uso comune.
Ora venivamo a scoprire che era anche previdente, che ogni tanto metteva via una monetina, non importa quanto piccola o umile. Per dei modesti contadini come i nostri nonni, quel barattolo da conserva pieno di monete era un piccolo tesoro. Probabilmente lo aveva messo insieme per le emergenze o per le cattive annate, quando capitavano le estati troppo secche e l’uva non veniva su bene. Mi venne da pensare che se c’era un po’ di nonno in quelle monetine, il nonno con i suoi cani da caccia, i suoi attrezzi e la sua vigna, e il suo vino che non ho mai assaggiato, allora lì dentro c’era anche un po’ di me.
Mia cugina ed io rimettemmo le monete nel barattolo e terminammo l’ispezione della casa, dopodiché tornammo in città. Consegnare le monete alla nonna non avrebbe avuto senso: ormai l’età e la malattia le impedivano anche solo di riconoscerci. Ci consultammo con le mamme, che, dopo un momento di commozione al ricordo del loro papà morto soldato, suggerirono di consegnare il barattolo a un piccolo museo locale dell’arte contadina. In fondo quel vasetto, con il suo fazzolettone e le sue monete, era un simbolo di tempi andati in cui anche un pezzo da venti centesimi di lira valeva la pena di essere nascosto in una nicchia segreta della casa.
Tenemmo per noi soltanto una moneta per tipo e io scelsi per me le più consumate, le più ossidate, le più graffiate. Le più vissute. Una mi cadde e, a causa della patina spessa di verderame, quando toccò terra emise un suono sordo che non era nemmeno più metallico.

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Marzo 11, 2010 Pubblicato in: Racconti   Leggi Tutto

Racconto/Tomorrow is too late

di laura landi

Entro piano fra queste mura annerite dall’umidità e immerse nel verde delle palme, pennellate qua e là dalle tuniche arancioni dei monaci buddisti e profumate dagli incensi accesi davanti ai Buddha. In questa religione dove la pazienza è l’attendere: l’attesa dell’avventura, delle parole, dei segni. Una pazienza che sento tesa verso un incognito privo di aspettative e dove la pace non è l’assenza della guerra, ma un’alchimia e trasformazione dei veleni.
Entro piano nel tempio di Ta Prom in Cambogia, che è stato un capolavoro dell’architettura Khmer.
Questo viaggio è per me un oltrepassare la frontiera fra passato e presente e poi fra presente e futuro, ciò che normalmente si chiama scegliere o risoluzione di un conflitto o imparare a separare ciò che è me, da ciò che non lo è.
Un viaggio lontano da tutto ciò che non è chiaro e non è sicuro, ma non un viaggio per trovare chiarezza, sicurezza o risposte. Piuttosto, invece, per individuare domande.
Davanti a questo tempio mi sento davanti ad uno scenario irreale e i miei pensieri vanno a ripescare un ricordo di Van Gogh. Un giorno, durante un terribile temporale, il campanile della chiesa del padre viene colpito da un fulmine, e distrutto. Vincent riflette e capisce che nulla può fermare la potenza della natura, neanche la fede (il campanile) può nulla, solo il rispetto ha potere sulla natura.
Qui a Ta Prom , la natura della giungla ha vinto su tutto, creando un groviglio di vita passata e presente di indescrivibile fascino.
Radici, tronchi, rami abbracciano e spingono le mura di questo tempio che ha deciso di arrendersi, che lascia spazio alla fantasia di ognuno e permette di ritrovare i segni di un antico splendore. Ma è così grande lo stupore, che resto in ascolto della storia che passa di qui oggi, per me.
Le fronde, che filtrano l’aria fra le crepe stanche di queste mura, colorano l’aria di verde, e così le ombre e i riflessi. Le radici che separano con forza le pietre e che scavalcano i ruderi, assomigliano a braccia o ad artigli. L’imponenza della natura si fa spazio, reclama un luogo, urla un diritto e dalla terra dove ha ancorato le proprie radici, si spinge con forza verso il cielo. Piccole sculture fanno capolino fra ciò che resta e il loro sguardo è verde di muschio.
Fuori dal tempio decine di bambini mi offrono i loro prodotti e così resto con loro molto tempo, sfoderando il mio miglior inglese. Più passo il tempo con loro e più mi accorgo che il nostro interagire cambia; all’inizio il loro parlare è una cantilena per poter vendere le loro cose, poi capiscono che sono interessata ad ognuno di loro e così escono dal personaggio ed esplodono in tutta la loro preziosa e curiosa umanità, con racconti e domande.
Compro degli oggetti da ognuno di loro.
“compra da me”
“compra da me”
“il mio costa meno”
“questo ha i colori più belli”
“ma tu come ti chiami?”
“Laura, e tu ?”
“questo è rosa, per tua figlia”
“ma io non ho una figlia, ho due bambini”
“allora ecco le magliette azzurre dei templi per i tuoi figli”
“d’accordo, allora due magliette azzurre come gli occhi dei miei bambini”
“belli gli occhi azzurri”
“anche voi siete belli e vorrei fare delle foto insieme a voi, per farle vedere ai miei figli. Coraggio tutti vicini”
“da me non hai comperato niente”
“ho finito i soldi, ma ti prometto che domani torno e prendo i tuoi bracciali colorati.”
In un attimo entra con i suoi occhi nel mio cuore e mi dice,
“no, domani è troppo tardi, tomorrow is too late”.

Non mi lascia andare via, muove le mani e i polsi, fa dei piccoli passi laterali con una grazia e una leggerezza disarmante. Sono i passi della danza khmer che ho visto fare ad un gruppo di bambine orfane, in un centro di accoglienza a Siem Reap.
Mi invita a danzare con lei fra la polvere della terra e il tempio sullo sfondo mentre, in cielo, boccoli di nubi annunciano la pioggia. Lascio questo tempo e ritrovo i miei sei anni, la mia aula in cima alle scale, la sbarra, lo specchio, il pavimento di legno che scricchiola, le vetrate, il pianoforte, mentre mi lego le scarpe da punta e inizio il pliè alla sbarra.
“Da grande farò la ballerina”. Promessa mantenuta e sogno avverato. Per anni ho parlato danzando, scivolando sulle note di Chaikovsky o Dvoràk, disegnando col corpo le linee dei desideri. Innamorandomi dei cigni, delle principesse, delle fate o delle bambole che interpretavo. Ogni spazio era il mio palcoscenico, anche se ero a piedi nudi e la musica esplodeva dentro di me o quando mi ritrovavo fra le note che viaggiavano leggere nell’aria. Ricordo ancora gli occhi azzurri e schivi di mia mamma riflessi nello specchio, mi aiutava a fare lo chignon e la signora Anna le sussurrava,”questa bambina ha una grazia deliziosa”. Danzare, danzare, danzare. E poi partire, Parigi, Salisburgo. E oggi, Cambogia. Danzare la danza khmer davanti ai templi di Angkor, con una bambina di strada.
Troppo tardi per restare o troppo tardi per tornare ? Sapere qual è il punto esatto nel groviglio della mente in cui non si aspettano più risposte, perché si vive l’istante che sta passando, perché a volte, lungo la via del ritorno, non c’è aria e la vita ti spinge avanti senza chiederti da dove vieni. Per la mia ballerina cambogiana domani è troppo tardi perché è oggi che la grazia attraversa il suo corpo, mentre vende bracciali e vuole che la vita risponda ai suoi sette anni.

Frastuono in cielo, fra i boccoli delle nubi e il vento impetuoso che scuote gli altissimi fusti delle palme, come braccia che salutano l’orizzonte o schiene che si inchinano al tramonto. La grande pioggia oscura in anticipo il giorno. Le enormi buche delle strade si riempiono di acqua e sono così profonde che i bambini ci si tuffano dentro per gioco. Le scimmie ai bordi della strada spariscono in un attimo, lasciando qua e là, dietro di sé, le bucce di banana. Cerco un tuk-tuk per tornare in albergo, ma sono tutti fuggiti a riparasi. Il tuk-tuk è un taxi cambogiano composto da un motorino, al quale è legato un carretto con una tettoia e di solito il guidatore è decisamente spericolato. Si fa buio e resto con alcuni bimbi sotto una tenda. Non so bene cosa fare, ma so che non è prudente restare nei templi, nella giungla di notte.
“Dovresti venire a dormire a casa mia, perché il tuo albergo è troppo lontano e la pioggia non si fermerà” dice la bambina.
Una delle mie piccole amiche, mi offre ospitalità, mentre protegge sotto la maglietta le sue sciarpe di seta colorata.
La casa non è lontana ed è un unico ambiente di legno rialzato da terra, per evitare gli allagamenti e l’ingresso di animali indesiderati. Il mio arrivo non stupisce nessuno, l’accoglienza è fatta di gesti semplici e amorevoli. Entro piano in questa famiglia, dove il padre è morto diversi anni fa e la mamma si occupa da sola di Soly e dei suoi cinque fratelli. Mi offrono un vestito asciutto e un telo per asciugarmi i capelli. Raccolgono l’acqua piovana in un catino, per preparare il riso. Aiuto a sistemare le stuoie a terra, per mangiare, e gioco insieme ai bambini con uno strumento di legno a forma di rana, che ho comperato da un piccolo, al tempio. Alla musica della pioggia e del vento si uniscono le risate e le battute di mano.
Questa sera sto vivendo un viaggio nel viaggio. Come un viaggio al centro della storia e del cuore, al centro del tempo e dei pensieri che camminano e portano avanti la vita. In silenzio, in punta di piedi, nella fatica e nel buio che arriva all’improvviso, senza aspettare che il giorno finisca. Seduti sulle stuoie, il riso nelle ciotole, ciò che resta, fra le ombre della sera, è condividere una parte di storia con chi è capace di offrirmi il niente che ha, senza chiedere nulla in cambio.
Stringo la notte, dormendo poco e ascoltando il respiro leggero di questa casa. Tutto è vicino e cerco di raccogliere ogni spiraglio che mi lega a questo istante.
Soly aveva ragione, la pioggia non si fermerà. La mia stanza d’albergo è lontana.
“a che pensi ?” chiede.
“vorrei che i miei figli fossero qui, vorrei che ti conoscessero”
”potrai raccontare di aver giocato con me e di esserti bagnata con la pioggia cambogiana. Sicuramente rideranno”
”hai ragione, Soly, è stata bella questa pioggia”.
Un pugno di ore capaci di farmi sentire lontano e vicino. Le stringo a me e attraverso una porta immaginaria fatta di sguardi e gesti, di tempi infiniti e possibili. Queste ore sono capaci di avvicinare le parole difficili da dire, ma così chiare, se indossate senza attesa.
Questa notte sarà per sempre, perché tomorrow is too late.

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Marzo 6, 2010 Pubblicato in: Racconti   Leggi Tutto

Racconto/Francesca, detta Cettina

di rita cerquetti

Se ne stava alla finestra tutto il giorno con le mani aggrappate alle sbarre. La teneva aperta anche quando il sole era rovente. La prima volta che l’aveva incontrata, le si era avvicinata, l’aveva chiamata, ma lei non si era girata. La bambina aveva avuto un sobbalzo come se fosse uscita da un sogno. Appoggiò le mani, dolcemente, sulle sue spalle e sentì tutta la fragilità di quel piccolo corpo. La prese per mano. La piccola mano sparì nella sua. La portò verso il letto. Le sembrava una conquista. Temeva che si volesse sottrarre al contatto. Prese una sedia e si sedette davanti a lei. La guardava stordita. Quel visino pallido, dai tratti ancora da bambina, le faceva montare in corpo una rabbia tremenda. Se fosse stata lei, la bambina, avrebbe fatto la stessa cosa, si sorprese a pensare. Solo gli occhi stonavano su quel viso. Non erano occhi di bambina. C’era un’ombra scura negli occhi di Cettina e lei voleva far sparire, quell’ombra che sembrava una parete eretta tra la bambina e il mondo. Sedeva curva, con le mani strette tra le ginocchia e lo sguardo fisso sulle mani. Le gambe penzolavano immobili, a un palmo dal pavimento. C’erano graffi sulle gambe magre. Graffi sulle braccia. Erano ancora vivi.
“Come ti chiami?” chiese l’assistente sociale, sollevandole il mento. Sapeva il nome della bambina, ma voleva che fosse lei a dirlo. Dirlo era un po’ come riconoscersi.
“Francesca, ma mi chiamano Cettina. Adesso che me l’hai chiesto mi sono ricordata il mio nome. Nessuno mi ci ha mai chiamato. Non mi dispiace Cettina. E tu? Come ti chiami?”
“Giuseppina”
“Ti posso chiamare Peppa? E’ più corto e me lo ricordo meglio. Mi piace di più. Mia nonna c’aveva una gallina. Si chiamava Peppa. Quando andavo dalla nonna ci giocavo anche se la gallina non era contenta. Voleva sempre scappar via quando la prendevo in braccio e la volevo accarezzare. Dalla nonna c’andavo con il babbo, ma poi lui è morto e dalla nonna non ci sono più tornata”
“Peppa, mi piace. Chiamami così. Guarda cosa t’ho portato”. Non voleva affrontare immediatamente l’argomento. Voleva conquistarsi la fiducia della bambina.
Cettina prese il pacco
“Che bello! Non l’ho mai avuto un pacco.” Lo teneva stretto e nei suoi occhi si leggeva meraviglia mescolata a sospetto.
“Dai, aprilo”
“Ho paura di rovinare la carta. Non la voglio rompere. Ho sempre paura quando c’ho le cose nuove”
“Adesso ti faccio vedere come possiamo aprirlo senza romperla”
Francesca slacciò il fiocco giallo e poi, piano piano, staccò lo scotch e la carta si aprì
“Che bella. Una Barbie. Non ce l’ho mai avuta una Barbie.”
Cettina aprì la scatola. Prese la bambola come si prende in braccio un bambino e stette a guardarla. Si alzò e iniziò a girare come in una danza incerta seguendo una musica che solo lei poteva sentire. Si fermò e si rimise a sedere sul letto.
“Come è bella. E’ così che voglio diventare quando cresco e mi verranno le cose. Quando mi verranno le cose non avrò più paura, perchè sarò grande e i grandi non hanno paura”
“Allora vuoi diventare bionda?”
“Sì, bionda. E poi voglio mettermi il rossetto e lo smalto sulle unghie. Anche quelle dei piedi, come fanno le signore. Così non sentirò più le vergogne.” Abbassò gli occhi. Giuseppina si sentiva stringere il cuore a quei discorsi. Continuava a guardarla, a guardare la bocca semi aperta da cui si intravedevano i piccoli denti. Gli incisivi si sovrapponevano.
Anche lei aveva sentito “le vergogne”, come diceva Cettina. Avrà avuto sette o otto anni. Era al cinema seduta accanto alla madre. Sentì una mano risalire lungo la sua coscia, sotto la gonna. Chiamò la madre. La mano si ritrasse. Non disse niente, chiese solo alla madre di cambiare posto. Dov’era, non vedeva bene. Si era vergognata di parlare.
“Posso tenere il fiocco?” riprese Cettina
“Sì, certo.”
“Me lo voglio mettere in testa così c’avrò il sole in testa.”
Giuseppina accarezzò i capelli di Cettina. Il suo tempo era scaduto. L’avrebbe incontrata il giorno dopo e quello dopo ancora, tutti i giorni.

Mercoledì mattina, 16 agosto, quando Giuseppina entrò nell’istituto, Adriana le corse incontro.
“Giuseppina, Giuseppina ….. Cettina…”
“Cettina cosa?”
“L’abbiamo trovata poco fa, nelle docce. Si è impiccata”
Alla sera, quando tornò a casa, prese dalla borsa un quaderno. Buttò borsa e scarpe in un angolo. Il quaderno era di Cettina. L’avevano trovato sotto il materasso.

“Peppa, oggi mi sento felice. C’è il sole e un passerotto è venuto a trovarmi. Oggi sono contenta perchè domani è il mio compleanno e il passerotto è venuto a farmi gli auguri. C’avrò 12 anni e così mi verranno le mie cose e sarò grande anch’io. Questo te l’avevo già raccontato, ma mi scordo delle cose che dico. Oggi è martedì, ma sembra domenica. La domenica mi è sempre piaciuta perchè mi lasciano dormire di più. Ma poi arriva Adriana che mi sveglia e dice che devo andare a fare colazione. Stamattina per colazione m’hanno dato il caffè e latte e le fette biscottate con la marmellata di albicocche. Mi piacciono le albicocche. Hanno il colore del fiocco che mi hai dato quando m’hai regalato la Barbie. Così stamattina avevo il sole in testa e anche nella bocca. Poi m’hanno dato una pesca. Anche quella mi piace. Invece a me non mi piace l’inverno. E’ freddo. Ci sono i passeri che io non so come fanno a stare fuori col freddo. Io sento freddo quando vado da don Ugo. Non ho i vestiti pesanti, non c’ho neppure una sciarpa però don Ugo ha detto che me ne comprava una ma poi non me l’ha data. Dopo che sono andata a fare colazione sono tornata in camera e ho giocato con la Barbie. Quando gioco mi vengono le vergogne…non riesco a continuare ma poi Peppa mi abbraccia forte e io so che lei mi vuole bene e posso fidarmi. E allora le vergogne spariscono. L’ho spogliata e l’ho guardata. Lei non c’ha le cose che c’ho io, anche se lei è già grande. Anch’io voglio i capelli lunghi come quelli della Barbie così gli uomini mi guardano e mi danno quello che voglio. C’ho giocato e ho visto che c’ha anche le tette. A me non sono ancora cresciute. Quando Peppa viene ci voglio giocare con lei. Peppa mi piace, mi accarezza ma no come don Ugo. Gli ho cambiato i vestiti e messo le scarpe con i tacchi aguzzi. Anch’io voglio mettere i tacchi alti così pensano che sono più grande. Una volta me li sono messi, ma non stavo in piedi, i piedi mi si piegavano all’infuori e mia madre mi ha detto di toglirle perchè sennò le rovinavo. L’aveva comprate con i soldi che gli avevo dato io. Qui io ci sto bene, anche con Giovanna che dorme nella stanza con me, anche se non parla con nessuno. Qualche volta piange ma io non so perchè lo fa. A me non mi viene mai da piangere, nemmeno quando sento le vergogne. Con Peppa mi vengono le vergogne ma poi mi passa. Ma non mi passano i ricordi, quando sono grande li faccio passare, ma ancora sono piccola e ci sono i ricordi.
Prima avevo delle amiche, Gianna, Loredana e Gessica, ma lei diceva che si scriveva con la J che io non sapevo cos’era. Ma dopo che andavo da don Ugo non mi parlavano più e dopo, quando passavo per strada, i ragazzini mi gridavano “eccola, eccola la zoccala. Adesso fallo anche con noi.” Io non lo volevo fare era la mia mamma che mi ci portava.
La mia mamma dice che lei è vecchia e brutta e che mi vuole bene ma io non ci credo se uno vuole bene non le fa del male. Ma io ancora sono piccola e non capisco. Quando ho pensato a mia madre mi è venuta una gran rabbia e ho preso la Barbie. L’ho sbattuta per terra e poi gli ho staccato la testa e l’ho buttata via. La prima volta che m’ha portato da don Ugo mi ha fatto proprio male tra le gambe. Mi bruciava tutto fino alla pancia. Ho sentito che bruciava tutto anche altre volte ma poi non mi faceva più male. Mi faceva il solletico ma io non lo volevo fare ma mamma diceva che don Ugo era buono e lo faceva perchè mi voleva bene. Ci dava il pane perchè mamma non lavorava e non c’avevamo niente da mangiare. Mamma mi aveva portato alla chiesa e mi aveva detto che dovevo fare quello che mi chiedeva don Ugo così potevamo avere da mangiare tutti i giorni e i vestiti e le paste alla domenica. Don Ugo non mi piaceva con tutti i peli tra le gambe. Ce l’aveva anche sul sedere. Don Ugo dice che mi vuole bene ma a me non mi piace. Quando facciamo all’amore vuole che lo accarezzo e che lo bacio e se poi lui è contento mi dà più soldi. Io lo faccio contento sennò mia madre mi sgrida ma quando mi vuole baciare mi viene da vomitare. C’ha sempre un alito puzzolente, come di cavoli marci, e per non sentirlo smetto di respirare. Certe volte mi fa paura con quella cosa così grossa tra le gambe. Mi fa paura ma la mamma dice che di lui non devo avere paura, come dei Santi . Adesso mi stanno tornando le vergogne. Peppa dice che non sono io a vergognarmi. Sono mia madre e Don Ugo che si devono vergognare. Forse provo le vergogne perchè ancora non capisco. Voglio diventare grande e così non provo più le vergogne. Un giorno sono andata in cucina. Ho preso il coltello più grande e quando sono tornata lui era steso nudo sul letto. Si toccava e mi chiamava. Allora gli ho ficcato il coltello nella pancia. Poi glel’ho ficcato da tutte le parti. Poi non ha urlato più, ma c’era il sangue dappertutto. Io sono fuggita. Non mi ricordo quando sono arrivata qui. L’altro giorno ho sentito Adriana che parlava sottovoce con Francesca vicino alla porta del bagno al buio e diceva che mia madre era stata arrestata. Io non so quanto devo rimanere qui dentro. Qui ci sto bene ma ho paura che Don Ugo ritorna come fanno i Santi e ricomincia a fare l’amore con me. Ieri notte l’ho sognato. Era grande, peloso e con il coltello piantato nella pancia. Si avvicinava, ma per fortuna mi sono svegliata in tempo. Ma se ritorna e non mi sveglio? Domani è il mio compleanno e non voglio che lui mi porta le paste per festeggiare. Domani c’ho 12 anni.”

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Marzo 5, 2010 Pubblicato in: Racconti   Leggi Tutto

Racconto/Respiri

di laura landi

Respiro i pensieri. Nel respiro c’è tutto ciò che nel tempo non può andare perso, né prima, né dopo, né davanti, né dietro. Nel tutto ci sono i nostri respiri. E’ lì che gioca la nostra memoria, fra i respiri regalati e quelli spariti, quelli smarriti e quelli in viaggio. Quelli che parlano degli affanni di ciò che manca e quelli che attraversano l’aria come frecce infuocate. I respiri che riempiono gli spazi fra i sorrisi o gli spazi fra i giochi dei bambini o i respiri che scelgono di nascondersi fra le fessure, aspettando che il giorno passi e non li veda. Il respiro che implode, che sfida il tempo contando le ore e poi cede alla sfida di tornare, per restare. Quanto spazio trovo in un respiro e quanto spazio perdo se quel respiro manca ?
Mi sono addormentata in sala operatoria con te, piccolo mio, che galleggiavi leggero dentro di me.
Mi sono addormentata felice, ricordo che ridevo ed ero impaziente di vederti. Ho sentito il mio respiro farsi sempre più lontano e trasportare via tutti i pensieri, in un posto dove non c’è fretta, né freddo, né tempo da restituire.
Quanti respiri ho fatto senza curarmene, senza desiderare di farli o accettare di perderli. Ho respirato anche per te, mio piccolo, fino a quando ho potuto.
Al mio risveglio tu non c’eri. Il tuo primo respiro è imploso in un labirinto di silenzio; né pianti, né voce, né respiro, né musica di battiti. Uno spazio vuoto testardamente lungo, un precipitare di istanti apparentemente slegati fra loro, eppure, accidenti, cosi inseparabili. Luci, corse, calore, mani veloci ed esperte per riportare il respiro a te, che naufragavi fra le onde di un non-luogo muto e lontano.
E poi, improvvisamente, il tempo ti ha restituito la voce del respiro, senza curarsi di averti lasciato un soffio di vita così potente, che oggi a distanza di quattordici anni, è lo stesso che attraverso le tue mani, scivola sul pianoforte, restituendo al tuo viaggio, quello che ti è mancato nei primi istanti.
Perché nel respiro c’è tutto ciò che nel tempo non può andare perso, né prima, né dopo.

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Marzo 1, 2010 Pubblicato in: Racconti   Leggi Tutto

Racconto/Il signor Morte

di ettore tombesi

Il nonno Nando era da poco uscito dalla sede centrale delle Ferrovie dello Stato.
Aveva firmato alcune carte, e soprattutto aveva ritirato l’orologio da tasca.
Le ferrovie lo regalavano ai dipendenti per merito di fine carriera. L’aveva già visto addosso ad alcuni suoi ex colleghi in pensione.
Era fiero del suo valore. Era in acciaio ed aveva una scritta sul retro.
Fissò le lancette sulle cinque, l’ora in cui era uscito per l’ultima volta dalle officine meccaniche.
Aveva una catenella d’argento con moschettone e la carica manuale. Non caricò l’orologio.
Non aveva mai avuto orologi, non gli erano mai serviti.
Si fermò al bar ed ordinò un caffè. Non andava mai al bar. Se lo faceva, era solo nelle grandi occasioni e sempre con la moglie Luigia.
Era da poco in pensione e aveva deciso di concedersi qualcosa di speciale.
Questa volta era solo, ma si mise a sedere, ordinò il caffè e si fece portare il quotidiano. Come i signori veri, pensò.
Sfogliò il giornale, come se vi potesse cogliere delle coincidenze che sottolineassero l’importanza che quel giorno aveva per lui.
Voleva imprimere nella propria memoria l’immagine dei fatti, riportati dal quotidiano.
Qualcuno si avvicinò al tavolo, in silenzio. Nando si accorse della sua presenza dallo spostamento dell’aria. Fredda. Nessun rumore.
Poi la persona accostò una sedia accanto al tavolo dove era seduto, si sedette, stette un poco in silenzio e infine parlò.
- Sono Morte, disse.
Nando gettò il giornale fuori dai suoi pensieri. Guardò la voce.
Non lo conosceva, non l’aveva mai visto. Una faccia qualsiasi. Tonda e con gli occhialini simili ai suoi. Capelli grigi, con l’attaccatura normale. Gli occhi neri, piccoli. Mai conosciuto prima.
Pensò che si fosse sbagliato e che volesse scherzare. Nei bar, i burloni fanno parte dell’arredamento. Riportò lo sguardo sul quotidiano e riammise il giornale tra i suoi pensieri.
- Guardami, sono Morte, disse la persona.
Ce l’aveva con lui. Lo guardò meglio e poi guardò tutti quelli che affollavano il bar, alla ricerca di un complice della burla. Cercò una risata, un ammicco, un indizio dello scherzo.
-Senta, signor come si chiama, sto leggendo. Se non ha nulla da fare veda di disturbare qualcun altro, disse.
Poi ci ripensò. Il tipo l’aveva chiamato per nome. Lui di solito era svelto ad afferrare le cose, ma era così assorto nella lettura che ci arrivò in ritardo. L’uomo conosceva il suo nome.
- Ci conosciamo ? – Chiese Nando.
- Io ti conosco. Sono Morte e conosco tutti-
- Il suo nome non mi è nuovo, disse Nando con leggerezza. Mi ricorda qualcosa di cupo, aggiunse.
- Sono seduto di fronte a te e siccome mi hai risposto, significa che mi vedi. E’ con quelli come te che io scrivo le mie storie. Mi puoi vedere, perché io, Morte, ho un compito. Scrivo di chi non vuol morire. Racconto perché non vuol morire. Sono stato chiaro?-
Nando si sentì attraversare da un brivido.

- Io non la conosco, e la sua storia è molto interessante. Non credo che lei sia Morte e comunque l’argomento non mi piace. Allora, o se ne va via lei o me ne vado via io, disse Nando, colpendo infastidito il giornale con due colpi secchi, come per ritrovare la piega centrale fra le pagine.
- Vuoi una prova. Toccami la mano-
Nando si accorse solo in quel momento di quanto fosse lontana la voce. Sembrava giungesse da una caverna. Era una voce piena di rimbombi, come alla ricerca di spazi vuoti da riempire.
Le mani di Morte erano bianche e le unghie trasparenti e la pelle era così sottile che si potevano vedere i nervi.
Toccare la mano di uno sconosciuto, tastare il dorso della mano di un uomo. Che schifo, pensò.
Ma doveva farlo per tagliare corto.
Scostò il giornale, guardò di nuovo il volto dell’individuo e toccò quella mano appoggiata sul tavolino.
Nando fu attraversato da una fitta dolorosa che partiva dalle dita e saliva lungo il braccio e infine si conficcava nel cuore. Una specie di scossa elettrica.
La mano di Nando e poi il suo braccio divennero freddi, come morti.
Poi si staccò, a fatica. Impaurito guardò quegli occhi neri. Sembravano di velluto.
- Cosa vuole da me?- chiese Nando, alzando un po’ la voce.
- Sono venuto a prenderti-
- Non voglio morire. Non ora- disse Nando.
- Perché non vuoi morire?- chiese Morte.
Poi appoggiò sul tavolo un taccuino e si mise a scrivere.
Aggiustò gli occhiali con l’indice, scostò per bene il gomito e mosse un poco la penna, come uno che non scrive di frequente.
- Per mille motivi. Sono in pensione da mezz’ora e mia figlia non si è ancora sposata e non è giusto morire ora, finché le cose non sono a posto- disse Nando.
- Parla ancora- disse Morte e continuò a scrivere.
-Abbiamo progetti per il futuro. Stiamo ingrandendo la casa. Vogliamo che diventi un albergo.
Mia figlia è brava e se lo merita. È figlia adottiva e ha sofferto. Io le voglio un gran bene e non voglio lasciarla così, prima che tutto sia sistemato, concluse Nando.
- Ho scritto tutto ciò che hai detto. Ritornerò, disse Morte.
Chiuse il taccuino, si alzò deciso e andò verso l’uscita. Quando fu sulla soglia si volse un istante verso Nando. Non fece un saluto. Fu uno sguardo di intesa, la chiusura di un contratto.
Nando si guardò attorno. Era la prima volta che entrava in quel bar. Lui abitava nella zona del mare e non conosceva gente di città. A chi avrebbe detto del suo sudore freddo e del suo dolore al petto? Quei pochi, la gente del bar, non erano lì per lui. Forse non avevano visto nulla e nulla c’era da vedere, se non due uomini maturi che parlavano seduti attorno ad un tavolo.
Si incamminò verso casa e si sentiva pesante. Era il suo peso ed il peso dell’incontro. Una follia di sudore freddo e di dolore al petto quasi svanito, ma ancora presente.
Il peso di una visione che gli affossava mente e cuore con un segreto. La solitudine del segreto.
Entrò in casa e chiamò la moglie Luigia. Lei non rispose.
Era morta.

Passò del tempo.
L’orologio da tasca di mio nonno era luccicante. Di metallo lucido, come i cucchiai del ristorante. L’avevo trovato per caso. Da bimbo curiosavo nei cassetti, negli armadi e nei posti dove pensavo ci fosse qualcosa da scoprire. Era un gioco.
Quando trovavo qualcosa di interessante, lo prendevo, lo toccavo, lo rigiravo tra le mani.
Mi inventavo delle storie.
Interpretavo i ruoli dei miei personaggi, cambiando il tono della voce.
Un giorno trovai una conchiglia lucida e colorata.
Trascorsi, con la fantasia, il pomeriggio in giro per il mondo, per luoghi e mari lontani, nelle vesti di un pirata e ancora di un naufrago e poi di un indigeno cercatore di perle.
L’orologio era nella camera di mio nonno Nando e, ogni volta che potevo, lo prendevo.
Chiamavo i miei giochi con nomi inventati o con nomi propri o con nomi che in qualche modo ricordassero l’oggetto. L’orologio si chiamava Cipolla.
Il campanile della chiesa, per me era il Bullo, perché era il più alto di tutti.
L’auto di famiglia era il Maestro, perché era nera e cupa come l’abito ed il volto di un signore che chiamavamo così.
Vivevo in un albergo, e gli spazi abitati erano al piano terra.
Finita l’estate, lungo il corridoio, veniva montata una porta a vetri, proprio davanti alla rampa delle scale, che chiudeva e riparava dal freddo invernale. Il piano terra dell’albergo, in inverno, assumeva così l’aspetto di una casa qualunque. Come se si fosse trasformato in un grande appartamento.
Un gioco, che facevo spesso, era quello di girare per i piani e per le stanze dell’albergo.
Immaginavo di esplorare mondi nuovi, mai scoperti.
Al quarto piano c’era la soffitta. Io non potevo entrarci, mi era stato vietato.
Era pericoloso, diceva mia madre. Forse era vero, ma io pensavo che non voleva che andassi a curiosare nei vecchi bauli impolverati o negli armadi, coperti da bianchi lenzuoli lisi.
L’esplorazione della soffitta richiedeva troppo tempo perché lei non si accorgesse della mia assenza. Potevo salire quando lei usciva e rimanevo da solo con il nonno.
Quando salivo in soffitta però, il fatto che lei non fosse in casa mi metteva una gran fifa. Il nonno era anziano, non mi avrebbe potuto aiutare, anche se un giorno si era messo a scendere giù per le scale che vanno nello scantinato. Poi la mamma lo aveva fermato. In salita, poi, non sarebbe riuscito a risalire nemmeno un piano.
Andavo anche nello scantinato e poi in garage e giù in cantina e nella dispensa e le avventure non finivano mai. Ma era la cameretta del nonno a emanare il fascino più forte. Forse perché non avevo il permesso di entrarci.
Nella sua stanza c’era cattivo odore. Odore di vecchio, come i suoi abiti.
Lui era un omone gigante e parlava poco.
Di pomeriggio stava seduto in silenzio, per ore. Guardava dalla finestra della sala la gente che passava. Io gli facevo gli scherzi. Gli facevo paura da dietro. Lui non diceva nulla.
A volte, mentre era seduto, mi aggrappavo al suo collo, da dietro. Lo stringevo forte e gli davo un bacio sulla guancia o dove capitava. Una volta si alzò in piedi, sempre con me attaccato dietro e, dal momento che era alto, avevo paura a staccare la presa. Mi aiutò mia madre, a scendere da lì.
Lui rimaneva fermo e non diceva nulla.

Fumava mezzo sigaro al giorno. Si spegneva spesso. Un giorno gli disegnai i baffetti alla Hitler con la cenere del toscano. Leccai un dito, lo appoggiai sul posacenere e poi lo passai sotto il suo grosso naso. Aveva i capelli bianchi tagliati con la scodella e la riga da una parte. Il nonno era un bel gioco, ma non potevo entrare in camera sua e anche mia madre non voleva.
Stavo con lui solo quando era in giro per casa.
-Non entrare in camera del nonno senza di me, diceva mamma.
Un giorno mi sgridò, perché avevo preso un gioco dalla sua stanza.
Era la croce di ferro al valor militare. Così mi disse lei. A me piaceva il nastrino colorato. Color bianco, rosso e verde e ne avevo fatto un braccialetto.
Avevo usato la croce come cacciavite per smontare un’automobilina. Avevo fatto leva e si era piegata. Era color bronzo e c’era una figura impressa sopra, ma quando la feci vedere al mio amico Massimo, a lui non interessava.
Non era un bel gioco e la rimisi nella sua scatola. Mia madre mi scoprì. Le mamme hanno questa capacità di scoprire tutto.
L’orologio, invece, era bellissimo. “ A ricordo del ferroviere Ferdinando” c’era scritto.
C’era scritto anche altro, ma non ero molto bravo a leggere e poi, quando mi accorsi di quella scritta sul retro della cassa, l’acciaio era già mezzo consumato e le lettere si leggevano a fatica.
Avevo scoperto come staccare la catenella ed il mio passatempo preferito, con l’orologio, era di farlo scivolare sul largo corrimano della scala esterna.
Prendeva velocità, batteva sul portavasi, si alzava in cielo e cadeva sulla ghiaia, tra gli aghi di pino. Misuravo la distanza. Poi ricominciavo.
Il vetro non si rompeva mai. Le lancette erano sempre ferme.
Da quando avevo trovato l’orologio, le lancette erano sempre fisse sulle cinque, ma per il mio gioco funzionava benissimo.
Poi, quando mi stancavo o dovevo fare qualcosa con mia madre, lo rimettevo al suo posto. Entravo nella cameretta buia del nonno, giravo attorno al letto, mettevo l’orologio nel cassetto del comodino e uscivo in fretta.
L’orologio aveva un segreto. Si apriva. Aveva uno sportellino sul retro, ma dentro non c’era nulla.
Mi piaceva pensare che in passato avesse contenuto dei messaggi segreti.
Il nonno era vedovo da tempo. Da prima che nascessi io.
In camera sua c’erano due foto appese della nonna, la Luigia. Il nonno parlava di lei come se dovesse tornare da un momento all’altro, come se fosse uscita per andare alla bottega.
Una foto era più vecchia dell’altra. Era il primo piano in bianco e nero di una donna giovane.
Mi aveva colpito il collo voluminoso del cappotto grigio ed i capelli neri raccolti sulla testa.
Sembrava avesse una palla da calcio in equilibrio sul capo.
L’altra foto, era un mezzo busto della Luigia a colori. La foto era più recente e mia nonna più anziana. Aveva sempre il pallone sulla testa, ma era grigio chiaro, quasi bianco.
I due volti della stessa persona non erano molto differenti, nonostante fossero passati molti anni fra i due scatti. Della foto a colori mi colpiva il medaglione d’oro che portava al collo. Avrei giocato volentieri anche con quello.

Mi colpiva anche un cicciolo di carne scura, grande come un pisello, accanto al suo naso. Non aveva il volto di una donna buona. Aveva la bocca che scendeva e lo sguardo di una che comanda.
C’erano anche due quadri appesi. Erano legati in alto, ad una cordicella, e stavano inclinati in modo che si potessero vedere bene. Sembrava che dovessero cadere da un momento all’altro. Le cornici nere erano quadrate, ma i due volti dipinti era racchiusi in due ovali. Anche al cimitero avevo visto delle foto che assomigliavano ai quadri. Erano i volti di due uomini con il cappello a bombetta.
Mi piaceva il nome bombetta, mi faceva pensare alla mie storie fantastiche di guerra. Uno era magro e con i baffetti sottili, gli occhi vispi, la bombetta sulla testa era inclinata e gli dava un’espressione da burlone. L’altro era più cicciottello e con lo sguardo più serio. Assomigliava ad un maialino ed anche al macellaio che aveva il negozio vicino casa.
Un cappello così non l’avevo mai visto addosso a nessuno, in strada, ma mio nonno forse ne nascondeva uno uguale in un armadio, in soffitta. Un giorno avevo sbirciato per caso, mentre spostavano le sue cose. La soffitta per me era vietata, ma quel giorno ero lì.
Anche in estate non potevo salire in soffitta da solo.
Ci stavano i clienti giovani, che potevano fare le scale e spendevano poco. Anche un cameriere dell’albergo dormiva lì, ma lui non era mio amico. Non voleva che entrassi in sala da pranzo per prendere il pane e la frutta che stavano sui tavoli.
Mi aveva sgridato il primo, giorno che era arrivato, e per tutta l’estate era rimasto arrabbiato con tutti. Forse non per colpa mia, ma non era mio amico.
I volti dei due con la bombetta non avevano nome, né parentela con nessuno. Anche il nonno si era dimenticato di chi fossero, ma dal momento che, quando si era sposato, i quadri erano già in casa e la nonna ci teneva molto, non furono mai spostati. C’era una legge che non permetteva di spostare nulla, in camera del nonno. Solo la mamma faceva le pulizie dal nonno e per il resto non poteva entrarci proprio nessuno.
Nando aveva una malattia alle mani e una alla testa.
Le mani si muovevano con difficoltà. Le grosse nocche tenevano le dita inclinate e rigide.
Teneva le mani sempre aperte a metà. Sembrava dovesse bere dalla fontana o sollevare una cassa di frutta o portare un vassoio.
L’albergo era ad angolo, come le sue mani. Davanti c’era la strada grande, alberata e trafficata. Affianco la strada piccola, in discesa.
Il marciapiede era il mio confine, e andava dalla stradina d’angolo fino alla stradina successiva, lungo il viale alberato. Erano alberi ciccioni, con foglie grandi con tante punte e palline verdi e dure.
I grandi alberi facevano fresco in estate e grandi mucchi di foglie in autunno, lungo tutto il viale.
In autunno le palline diventavano marroni e cadevano. Le lanciavo in aria per gioco con tutta la mia forza e, quando cadevano al suolo, esplodevano sparando spore ovunque, come bombe vere.
Qualche volta il nonno mi prendeva per mano. Con la mano ad angolo. Era grande e larga.
Andavamo fino alla fine del marciapiede e poi tornavamo indietro.
Rispettava il mio confine o, forse, ubbidiva alla mamma.

Il nonno faceva fatica a camminare. Per partire, spostava il corpo in avanti e, per non cadere, le gambe erano costrette a seguirlo.
I primi passi erano corti e veloci, di assestamento. Poi una volta partito, manteneva il suo ritmo.
La mamma lo aiutava a scendere e salire i tre gradini della scala di ingresso.
Io mi annoiavo. Era troppo lento anche per me, che avevo pochi anni.
Se incontravo i miei amici, li salutavo muovendo appena la testa. Non potevo giocare con loro.
Il nonno non mi avrebbe lasciato il braccio. Alla fine del marciapiede si fermava. Si girava da fermo. Piano. Poi spostava il corpo in avanti e ripartiva. Rivedevo i miei amici, abbassavo la testa e continuavo fino a casa. Era un dovere stare con il nonno, come lavarsi la faccia al mattino.
I miei amici giocavano a puzza in alto e a nascondino. Io portavo a spasso il nonno più lento del mondo.
Quando spazzava davanti all’albergo, alla mattina presto, bloccava il manico della scopa con i pollici. Era buffo guardarlo.
Le sue mani non erano diventate ad angolo per colpa della ferita di guerra, quando aveva messo il braccio fuori della trincea ed era stato colpito. La pallottola gli aveva rotto l’osso in più parti e avevo visto i buchi che aveva nel braccio.
Il braccio gli faceva molto male, diceva la mamma, ma questo non era la causa delle mani piegate.
La mamma mi disse che si fece colpire in trincea, per amore della nonna, perché la amava e voleva rivederla.
Avrebbe dovuto farsi colpire ad una mano, pensavo.
Tanto non gli servivano a granché, e non avrebbe avuto dolore al braccio.
La medaglia l’avrebbe avuta comunque.
Spazzava e ci metteva tutta la mattina per fare un pezzetto.
Ogni tanto si fermava a raccogliere qualcosa da terra e, per abbassarsi e rialzarsi, ci impiegava molto tempo. Altre volte l’avevo visto frugare con difficoltà nei bidoni della spazzatura.
Non mi piaceva quando mi toccava i capelli, per salutarmi. Pensavo che avesse le mani sporche.
Era un omone alto e robusto ed aveva poche espressioni in viso.
Non capivo se facesse fatica a camminare o se si stancasse o se se avesse fame o freddo.
Mia madre lo lavava alla domenica mattina. Lui stava in piedi, dentro la vasca da bagno. Poi quando era più anziano, stava a sedere su una vecchia sedia, dentro la doccia.
Una volta l’avevo visto mentre faceva la pipì nel lavandino. Non mi era piaciuto. Mi aveva fatto schifo e lo avevo detto a mia madre. Lei si arrabbiò molto con il nonno, ma lui non sembrava molto interessato alla cosa.
Questa era la malattia della testa. Non era molto interessato alle cose.
Camminava davanti casa e alla gente che incontrava diceva:
- Io ho incontrato Morte.
Lo guardavano con pazienza. Vedevano il suo stato confuso. Un anziano che ha perso la testa, pensavano.
Chi non lo conosceva si fermava a parlare con lui e diceva:
- Anch’io, sa? Un mio parente ha avuto un incidente ed ero presente mentre moriva.
Poi capivano il suo stato, perché non rispondeva e continuava a ripetere:
-Io ho incontrato Morte.
Pensavo che il nonno fosse strano anche perché mangiava il pesce con la testa e le spine, faceva colazione con la minestra fredda della sera prima e mangiava, per merenda, la cipolla cruda.

Parlava pochissimo e stava a testa bassa. Era alto ed era un po’ incurvato, ma non da sempre.
Avevo visto una sua foto vestito da ferroviere e stava dritto con la schiena.
Da quando era morta la nonna era successo qualcosa, diceva la mamma, quando le chiedevo di lui.
Una sera, la mamma uscì ed io rimasi con il nonno. Nel suo lettone.
Mi raccontò la storia di un asino che faceva uscire monete d’oro dal sedere.
Parlava con lentezza e ogni tanto si fermava e mi chiedeva di cosa stava parlando.
Ogni volta che diceva culo o cacca, io ridevo come un matto.
Alla fine mi diceva solo le parolacce ed io ridevo. Il nonno parlava poco, ma aveva una bella voce.
La mattina dopo mi svegliò mia madre e mi chiese come fosse andata.
Gli dissi delle parolacce e delle risate e si mise a ridere anche lei.
Era felice per me e sarebbe potuta uscire ancora, la sera.
Rimasi altre sere, con lui, nel lettone. Qualche volta non parlava. Si addormentava subito e mi annoiavo. Parlavo io. Lo scuotevo per un braccio, lo svegliavo e parlavo con lui dei miei giochi e della mamma. Non gli dicevo dell’orologio e delle altre cose.
Avevo capito che era molto vecchio perché aveva la dentiera e la teneva sopra al comodino, nel bicchiere dell’acqua.
Lui aveva solo due paia di scarpe. Quelle nere, della domenica, che infilava solo con la mamma, perché erano strette, e quelle di panno con la cerniera davanti. Quelle di tutti i giorni.
Erano enormi e calde e le metteva anche in estate. Non facevano la puzza e lui non stava mai al sole. Era bianchissimo.
Un giorno lo vidi ridere con la dentiera. Era la mattina di Pasqua ed avevo ricevuto l’uovo di cioccolato. Il primo che ricordo. La mamma mi portò dal nonno e lo scartammo insieme.
Lui mangiò la cioccolata. Un pezzetto. Si mise a ridere. Il cioccolato si appiccicava al palato e alla dentiera e gli faceva il solletico. Rideva e si vedeva la dentiera marrone di cacao.
Anche lì, era buffo.
Poi, una sera, la mamma uscì ed io rimasi sul lettone con lui. Non stava bene e la mamma mi disse di non affaticarlo e di dormire subito. Il nonno mi sembrava agitato.
Riuscii a leggere nel suo volto una espressione di dolore e di paura. Mi faceva tenerezza.
Mi guardava negli occhi e non capivo.
Incominciò a parlare come se io fossi un adulto. Muoveva gli occhi in fretta, come se fosse agitato per ciò che doveva dire.
Mi parlò della Luigia e della sua morte.
Parlava lentamente, con lunghe pause. Voleva che ascoltassi e capissi bene. Concluse il racconto così.
- Con me, la vita è stata buffa. Ora sta finendo. Finalmente. Un giorno, ho incontrato Morte. Vestiva i panni di un uomo, simile a me. Non ci si deve fidare della Morte. Anche quando sembra che non stia facendo niente, lei ha già fatto.
Se per caso un giorno ti capitasse di incontrarla, scappa. Non fermarti con lei. E’ una fregona!
La morte prende sempre e non lascia niente. Hai capito?
Dopo avermi chiesto se avessi capito, mi prese per le spalle con le sue mani rigide e mi scosse come un albero dai frutti maturi.
Poi si calmò, si accomodò meglio nel lettone e mi ordinò di dormire.

Non mi sono addormentato subito. Il nonno mi aveva stupito e scosso per davvero.
La mattina seguente la mamma mi portò sul seggiolino della bici in una palestra fuori Rimini. Bisognava pedalare per un ora.
Ero seduto sul seggiolino e mi tenevo saldo con le mani al manubrio ed i piedi fermi sulle pedane. Mi vennero le formichine alle gambe, ma non lo dissi alla mamma.
Avevo un po’ paura della bici, perché una volta avevo messo il piede fra i raggi della ruota, la bici si era bloccata e cademmo a terra. La mamma si sbucciò il ginocchio ed io andai zoppo per qualche giorno.
In bici parlammo del nonno e della sera precedente.
Gli dissi, senza girare la testa, che non avevo riso e che il nonno mi aveva sbattuto, scrollato e gli descrissi il gesto.
Subito non disse nulla. Poi parlò della mia schiena e della palestra. La palestra era una cura, diceva. In palestra dovevo stare disteso a pancia in su, sopra una panca ricurva e faceva molto male. Poi tornammo a casa, ma non parlammo molto.
Incrociammo un funerale.
- Il morto porta male, disse.
Quando tornammo a casa, io entrai in casa per primo, perché la mamma stava sistemando la bici.
Il nonno era in cucina, steso a terra. Era morto.
Mia madre gridò e poco dopo arrivò gente e poi arrivò il dottore.
Avevano messo il nonno sopra il divano all’ingresso.
I clienti dell’albergo tornavano dalla spiaggia e passavano davanti al nonno morto, per raggiungere le loro camere. Si segnavano come in chiesa e stringevano la mano della mamma.
Ero seduto vicino a lui, composto e serio come mi era stato detto.
Ad un certo punto lui fece un rumore con la bocca. Sembrava un lamento, ma era morto.
Per due giorni la casa rimase al buio. Coprirono anche gli specchi.
Potevo giocare solo in camera mia ed il nonno non c’era più. Era stato portato via.
Passò ancora qualche giorno e l’arredamento della camera del nonno sparì in soffitta con tutte le sue cose.
Una sera ero nel mio letto e venne mia madre a salutarmi. Non succedeva spesso.
Veniva quando doveva dirmi delle cose importanti.

Gli chiesi del nonno.
- Dove sarà adesso?
- E’ con la nonna Luigia. Sta bene e ci guarda da lassù. E’ morto, disse.
La parola morte, mi ricordò dello strano racconto del nonno le dissi. Lei mi spiegò:
- Quando morì la nonna, lui ebbe un infarto, un dolore al cuore. Gli successe fuori casa, in città. Forse qualcuno gli disse che lei era morta, e lui ebbe un infarto. A momenti moriva anche il nonno. Da quel giorno non si riprese più. Rimase fermo nel tempo, come un vecchio orologio.
- L’orologio! dissi ad alta voce. Il nonno aveva un orologio che chiamava cipolla ed io ci giocavo spesso. E’ mio! Lo rivoglio.
La mamma mi guardò e si mise a piangere. L’aveva buttato via, disse. Non funzionava. Era sempre fermo sulle cinque.

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Marzo 1, 2010 Pubblicato in: Racconti   Leggi Tutto