Racconto/La cannuccia

Aprile 26th, 2010

di selene contadini

C’era confusione. Incrociavo persone che se ne andavano e altre che, come me, arrivavano. Mi pentii di essere uscita, ma la temperatura adesso era più mite e avevo trovato il fresco che cercavo. Ero infelice per il caos creato dalla moltitudine e felice per l’aria dolce. Cercai un punto di equilibrio. Mi staccai dalla gente e andai a sedermi su una scalinata del paese.
C’era un concerto, da qualche parte.
Il brusio e la musica giungevano da lontano e creavano un sottofondo perfetto.
- Il fresco era piacevole – Me lo ripetei più volte, come se fosse una giusta ricompensa per la fatica di arrivare fin lì, e diedi l’addio a quella giornata di caldo afoso.
Di fronte a me c’era un grande parcheggio. Era vuoto, lo stavano ristrutturando. Pareva un lago di ghiaia che mi fece pensare al set cinematografico di un film postatomico.
Cercai con gli occhi un paesaggio più piacevole e osservai le case del borgo medioevale che facevano corona al parcheggio. Partivano dal basso e si alzavano verso la collina, dove il paese terminava con una chiesa e il campanile. Le case erano minute. Erano minute le loro porte e le loro finestre. Ma il parcheggio stava cambiando tutto e le case stesse si stavano trasformando. Alcune avevano già subito la trasformazione che stava avvenendo nel parcheggio. I segni del mutamento erano evidenti. Il portoncino di entrata di alcune era di legno levigato e opacizzato. I bagni, prima inesistenti, erano riconoscibili per le minuscole finestrine o piccoli oblò. Le pietre dei muri erano state ricoperte da intonaci colorati oppure lasciate a vista, ma curate. In altre invece lo stato di abbandono, l’umidità e il calore avevano spaccato il legno e causato profonde venature agli infissi. Le porte mostravano serrature un po’arrugginite e poco sicure. Sarebbe stato facile entrare e dare un’occhiata.
Alcuni gatti erano appollaiati vicino ai vasi di gerani. Le finestre avevano gli scuri verdi o marroni e molte erano spalancate. Qualche paesano se ne stava affacciato a guardare. Altri, forse, ascoltavano la musica standosene dentro casa, ma senza la curiosità di guardare fuori. Qualcuno guardava la tv ed era costretto a tenere alto il volume, per riuscire a sentire.
Anche i commenti dei paesani che passeggiavano erano riconoscibili. Erano contrastanti come l’aspetto delle loro case:
– Quando ci sono feste in paese non si vive più…
– Quando ci sono iniziative il paese rinasce. Ogni tanto è bello il rumore che porta una festa -.

In un angolo del parcheggio c’era una grossa gru gialla che sembrava dialogare con la parte alta del campanile sulla cui cima si apriva una finestra con due aperture.
- Campanile con bifore – Pensai e mi tornarono alla mente gli studi fatti a scuola.
Quando sollevai gli occhi per guardare il campanile e poi li riabbassai ebbi un piccolo capogiro.
I lavori in corso e il borgo creavano un miscuglio caotico di antico e moderno.

Nel parcheggio non c’era nessuno, solo un bambino vestito di rosso. Si era chinato a raccogliere una cannuccia di plastica, buttata da chissà chi. La rigirò fra le mani, pensando a cosa farne, poi prese una decisione. S’inginocchiò e la puntò a terra, ci soffiò dentro e si sollevarono piccole nuvole di polvere. I suoi vestiti rossi, pantaloncini e maglietta, contrastavano con il colore chiaro della ghiaia. Anche la luce giocò scherzi alla mia immaginazione. Il buio serale, il chiaro della ghiaia e il dissesto del parcheggio mi fecero pensare ad un paesaggio lunare.
Il bambino se ne stava solo, immobile. Quando soffiava, e la cannuccia non sollevava più polvere, si spostava per cercare nuovi mucchietti di ghiaia.
Proseguì il suo gioco a lungo o forse no; quando osservo qualcosa perdo la cognizione del tempo.
Il bambino era soddisfatto. I suoi genitori lo tenevano d’occhio senza disturbarlo.
Pensai che fosse contento perché aveva uno strumento per divertirsi e spazio a sua disposizione.
Non si guardava attorno. La festa non lo attirava e nemmeno lo disturbava. Era troppo piccolo per essere lì, da solo. Io invece ero grande e potevo stare lì, da sola. Ma in questo caso la differenza fra adulto e bambino non esisteva più, perché il suo gioco dava tranquillità a entrambi.
Soffiava e si fermava a contemplare le spirali di fumo. Mi chiesi cosa vedesse, in quelle nuvole di polvere. Nel chiarore livido dei lampioni l’effetto era magico: da quella scena reale passai alla fantasia e mi vennero in mente i cerchi imperfetti dei fumetti dove appaiono le parole dei personaggi.
Il bambino giocava con la cannuccia e io giocavo con i pensieri.
Poi, i genitori, seduti vicino a me, lo dovettero richiamare più volte prima che lui obbedisse, ma non si arrabbiarono. Sembrava che anche a loro piacesse quel rito, e fra un richiamo e l’altro le pause duravano qualche minuto, come se fossero in uno stato d’ipnosi che rendeva il tono della loro voce paziente:
- E’ ora di andare piccolo…-
- Si è fatto tardi…-
- Ancora qualche minuto…-
Infine se ne andarono tutti e tre. Il bambino teneva ben stretta la cannuccia. Dava la mano solo ad uno dei genitori. Le sue ginocchia e i suoi piedi nudi dentro ai sandali erano impolverati e avevano assunto lo stesso colore della ghiaia. Ogni tanto si voltava indietro.
Il piazzale ora era vuoto, come a teatro, quando lo spettacolo è finito.
In quel momento pensai alla memoria come ad un’unità di misura.

Quante cose ricordo della mia infanzia?
Sarei in grado di enumerarle?
Saprei sommarle e ricavarne un totale?
Quando sono io, a ricordare, cerco di descrivere un episodio. Quando sono gli altri, a farlo, ascolto attenta e penso che il ricordo è bello quando è condiviso.
Quando ho qualcuno con cui spartirlo trovo un complice che sa comprendere.
Mi piacerebbe che la vita fosse un raccoglitore di esperienze, da poter aprire e consultare, quando i ricordi mi sfuggono. Ma non è così. La memoria è un’altalena che da sola non parte. Ha bisogno di spinte per funzionare, e le piccole spinte che il mondo esterno può regalare sono le scene quotidiane e gli oggetti.
Quando la mente abbandona il presente e fa qualche passo indietro, spesso non riesco a mettere a fuoco un evento passato. Mi capita soprattutto con i volti. Quando i visi perdono i loro lineamenti sono gli oggetti che danno continuità alle storie passate. Numeri telefonici scritti su biglietti sparsi, i casi di omonimia, le vecchie scarpe e i vecchi vestiti che tolgo dagli armadi quando faccio pulizia.
Frugo nei cassetti per cercare una cosa e ne trovo un’altra. A volte i ricordi si affollano e si confondono come colori a tempera, se unisci il rosso e il bianco ne esce l’arancio. E non sono più certa della stagione in cui qualcosa è accaduto. Questa è la mia memoria.
Una cosa che insieme ritorna e sfugge…un continuo svanire di ciò che è stato veramente, che poi riappare modificato, non più reale ma veritiero.

Anche quella volta ero uscita di casa per fare una passeggiata. Ero andata in centro e mi ero infilata nelle piccole vie.
Vidi il negozio di un calzolaio. Il calzolaio indossava un grembiule marrone e stava lavorando dietro il banco, dove erano appoggiate scarpe spaiate da riparare. Batteva con un martello un chiodo sul tacco di uno stivale, che teneva fermo fra le cosce. Altri chiodi li teneva serrati tra le labbra.
All’interno del negozio, c’era una vecchia automobile rossa, una 600. Il rosso della carrozzeria brillava, come se fosse stata appena acquistata o appena lavata. Incastrata lì dentro, l’automobile sembrava di dimensioni più grandi rispetto a quelle reali. Era un gigante racchiuso in una piccola scatola .Una grande cosa dentro ad una piccola cosa.
Non riuscivo a staccarmi dalla vetrina. Il calzolaio alzò il viso. Mi guardò come se fosse abituato a vedere persone stupite, ferme lì davanti. Mosse la testa a destra e a sinistra per sgranchirsi il collo. I nostri sguardi si incrociarono e me ne andai scambiando un sorriso con lui.
Fu allora, proprio nell’attimo in cui ripresi a camminare, che vidi la mia immagine riflessa nel vetro e mi accorsi che non stonava con le cose che c’erano nel negozio: il bancone, il calzolaio, l’auto rossa. Era un insieme ordinato e perfetto e c’era posto anche per me.

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Racconto/Il biscotto mancante

Aprile 13th, 2010

di lorena casadei

Mancava un biscotto, ne era certo.
Il dottor Torrisi aveva preso il pacchetto dallo scaffale del supermercato, lo aveva appoggiato in fretta nel carrello della spesa e poi si era fermato. C’era qualcosa che non andava.
Guardò di nuovo la confezione colorata dei suoi biscotti preferiti, tondi, friabili, con molti cereali dentro. Sentiva che mancava un biscotto. Riprese in mano il tubo colorato con la carta lucida e crepitante. Lo rigirò, lo soppesò sollevando gli occhi, cercò l’indicazione del peso riportata sulla confezione. C’era scritto 250g. Dunque l’azienda produttrice non dichiarava alcuna variazione, ma questo non era sufficiente a convincere il dottor Torrisi. A lui non sfuggiva niente.
Fece una scommessa con se stesso. Teneva sempre una scorta di quei biscotti. Al suo rientro a casa avrebbe confrontato le due confezioni e avrebbe avuto la certezza che lo stavano imbrogliando.
Nessun altro si sarebbe accorto di una differenza così piccola, ma lui si. Aveva un intuito speciale per ogni piccola variazione intervenuta sugli oggetti sulle persone sugli ambienti. Lo accompagnava un fiuto particolare per tutto quello che subiva modifiche. Era sensibile a tutto ciò che non quadrava.
Un giorno il ragioniere gli aveva portato i bilanci aziendali da firmare. Sfogliando le pagine aveva notato un’incongruenza nello stato patrimoniale. Gli era bastato osservare la lunghezza delle cifre nelle colonne dell’attivo e del passivo per capire che il totale non era corretto. I numeri avevano un’armonia, e lui sapeva coglierla.
Aveva invitato l’impiegato a ricontrollare i dati. Sentì la sua esitazione e non gli diede il tempo di ribattere. “Verifichi l’errore e mi riporti il bilancio entro mezzora.” gli aveva ordinato. Dopo dieci minuti il ragioniere era ritornato, con le orecchie basse. Nelle sue mani c’era il bilancio corretto e nei suoi occhi l’interrogativo di come avesse fatto a capire l’errore senza usare la calcolatrice . “Era saltata una riga nella trascrizione” aveva farfugliato, ma il dottor Torrisi lo aveva zittito alzando una mano, mentre continuava a guardare i fogli. “Perfetto, la chiamerò più tardi” aveva annunciato svogliatamente, mentre ascoltava gli applausi del suo io che esultava dentro di sé. “Sei un genio” si ripeteva.
Proseguì lungo la corsia delle confetture controllando se tutto fosse allineato per bene, e non comprò altro. Era troppo arrabbiato.
Si fermò alla cassa, osservò la commessa e non riuscì a nascondere un’aria di rimprovero. Non tollerava di essere preso in giro. “Ve la farò vedere io” dichiarò dentro di sé, “dovreste controllare la merce che comprate”. Ma la commessa non aveva decifrato la rabbia del dottor Torrisi e batté lo scontrino in modo meccanico. Aveva tagliato i capelli di recente e li aveva tinti di rosso. Il dottor Torrisi riusciva a intravvedere alcuni fili bianchi. La commessa alzò la testa, gli passò il resto con un sorriso. “Grazie e buona giornata” lo salutò con gentilezza, ma il dottor Torrisi rimase impassibile. “Buongiorno” rispose secco.
All’uscita, appeso al vetro della porta scorrevole, un grande manifesto reclamizzava un ciclo di conferenze. Notò che i primi tre relatori avevano lo stesso nome di battesimo, Antonio. Incamerò un altro applauso a se stesso per il suo fine spirito di osservazione e si diresse verso l’ufficio.
Arrivò in tempo per la riunione sul bilancio, indetta dalla direzione generale per il primo pomeriggio.
Nella sala riunioni, perfettamente pulita, erano già tutti raccolti attorno al grande tavolo di cristallo. Il dottor Torrisi si sedette di fronte al direttore commerciale. Alla sua destra il consulente di direzione si stava sistemando la cravatta. Abbassò la testa spostando la sedia sotto il tavolo e vide che i pantaloni del consulente avevano l’orlo disfatto. Non era sposato, la madre era morta un mese prima e gli effetti cominciavano a notarsi.
Aprì la relazione del direttore commerciale e incominciò a leggere.
Non c’era una sola virgola a posto. Il dottor Torrisi immaginava il collega con un pugno chiuso sopra il testo a rovesciar virgole, così come si sparge il grana sopra i maccheroni. A caso, sperando di indovinare qualche posizione. Aveva una gran voglia di correggerlo e questo lo faceva diventare impaziente. Non riusciva a concentrarsi sull’argomento. Le virgole gli passavano davanti agli occhi, ridacchiando.
Sbatté le palpebre, come per togliersele di torno, poi aprì gli occhi di scatto. Erika, l’assistente del direttore commerciale, che aveva sempre tenuto gli occhi bassi porgendo le cartelline ai partecipanti, aveva gettato uno sguardo di intesa al presidente. Era durato un attimo, come il frullo d’ali di un colibrì, ma il dottor Torrisi lo aveva intercettato, e capito. Il direttore commerciale continuava a parlare. Gongolò dentro di sé, non gli sfuggiva niente. Avrebbe utilizzato quell’informazione quando fosse andato a trattare il cambio di mansione. Possedeva ormai un archivio di dati sensibili, anzi di gesti e azioni sensibili. Un patrimonio da fare invidia alle agenzie di spionaggio.
La riunione terminò. Il dottor Torrisi passò dall’ufficio del personale a ritirare la busta paga, poi entrò nella sua stanza e raccolse i fogli sparsi sulla scrivania, li inserì nella borsa assieme al bilancio e alla relazione. Infilò il rotolo dei biscotti nella tasca esterna e uscì.
Pensava a come capitalizzare la sua capacità.
All’ingresso dell’autostrada si erano già formate un paio di colonne. Le auto arrivavano veloci e procedevano a passo d’uomo. Doveva scegliere la fila giusta, non voleva perdere tempo. Passò in rassegna i modelli degli autoveicoli. Poi guardò le facce dei conducenti. Fece un rapido calcolo, tentennò un secondo, e si accodò alla fila di destra. Davanti a lui un tir precedeva tre auto di grossa cilindrata. La lunghezza complessiva era identica nelle due colonne, ma quando il tir passò, la sua auto raggiunse velocemente il casello. Si congratulò per la sua capacità di osservazione.
Corse in cucina. Sua moglie stava mettendo un piatto nel forno. La raggiunse, le circondò i fianchi con un braccio e le posò un bacio sulla guancia. Appoggiò la cartella in un angolo. Aprì la dispensa delle provviste. Canticchiando cercò il pacchetto di biscotti che aveva acquistato la settimana prima. Lo estrasse con attenzione, come fosse un delicato oggetto di cristallo. Lo appoggiò sulla tavola, dritto. Prese dalla cartella il pacchetto che aveva comprato al supermercato e lo mise di fianco all’altro. Sembravano due grattacieli in un plastico di Hong Kong. La bocca gli si allargò in un sorriso di compiacimento. Le torri gemelle biscottifere non avevano la stessa altezza.
Girò attorno al tavolo, abbassando la schiena come se scrutasse l’orizzonte, gli occhi ridotti a due fessure, senza staccare lo sguardo dai due piccoli tubi colorati. Quello che aveva appena comprato era più basso. Di pochi millimetri, ma più basso. Allungò la mano e prese la bilancia dei cibi. Pesò prima un pacco e poi l’altro. La posizione della levetta sembrava invariata. Le tacche dei grammi erano troppo larghe, incapaci di misurare una differenza così piccola. Ebbe un momento di smarrimento. Voleva raggiungere una certezza assoluta.
La moglie lo guardò con aria interrogativa.
Aprì la prima confezione e tolse i biscotti. Li contò, uno ad uno. Venticinque. I biscotti, friabili, lasciarono una scia di briciole sul tavolo. Sentì salire la tensione. Una goccia di sudore gli scivolò sulla guancia. Nella seconda confezione contò ventidue ventitre ventiquattro biscotti. Ventiquattro, esattamente uno in meno dell’altra.
Un lampo di soddisfazione gli illuminò il viso. Il suo fiuto era più preciso di una bilancia. Ancora una volta il suo senso estremo per i particolari aveva vinto. Si fece di nuovo i complimenti. A distanza di tempo aveva notato una differenza di pochi millimetri. Era imbattibile. Nulla gli sfuggiva. Era dotato di una capacità di osservazione non comune. Unica al mondo.
La moglie era rimasta tutto il tempo in silenzio.
Il dottor Torrisi raccolse i biscotti e li reinserì nelle relative confezioni. Con il sorriso fisso sulle labbra, si girò per rendere partecipe la moglie della sua vittoria, ma Elisa si era allontanata verso la camera da letto. Ora avrebbe potuto scrivere al servizio clienti dell’azienda produttrice, minacciando di rendere pubblica la frode se non gli avessero dato soddisfazione. Dovevano quantomeno ammettere che a lui non si poteva nascondere niente.
Tolse la busta paga dalla borsa e la archiviò nella cartella rossa sopra il ripiano a fianco della dispensa. “Chi ha aperto la mia cartella?” protestò. Aveva notato che la bolletta del telefono era inserita a rovescio. Lui teneva tutti i documenti in fila, con l’intestazione in alto. “Sono stata io” rispose stancamente la moglie dalla camera da letto, “ho dovuto controllare la scadenza prima di passare in banca.”
“Niente, non mi sfugge niente” canticchiò felice il dottor Torrisi con un ritornello appena inventato.
Uscì dalla cucina slacciandosi la cravatta. Rimase con la punta stretta in una mano, mentre con la destra tirava l’altra estremità. Sembrava essere stato colto nell’atto di impiccarsi. Elisa era ferma sulla porta della camera da letto, con la valigia in mano. Lo guardava immobile, con distacco.
Il dottor Torrisi deglutì, ma tenne lo sguardo su di lei.
“Cosa stai facendo?” le chiese, come se avesse paura di parlare. Silenzio. Rimasero immobili a studiarsi, in un fermo immagine lunghissimo. Elisa aspettava che lui pronunciasse altre parole, ma il dottor Torrisi era impietrito.
“Me ne vado” rispose lei e sollevò la valigia, prendendo il cappotto in mano. Lo scansò decisa, aprì la porta di casa e la richiuse alle spalle con un colpo secco.
Il dottor Torrisi si risvegliò. La seguì sul pianerottolo, stordito. Elisa aveva già raggiunto la seconda rampa di scale.
Sollevò la testa, aveva un sorriso triste. “Non ti amo più” rincarò, e ricominciò a scendere. “Non te ne eri accorto? “
L’eco della domanda rimbalzò nell’androne.

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Racconto/Analisi

Aprile 12th, 2010

di laura landi

“ Questo uomo è un caso da manuale “, sentenzia l’urologo e l’uomo da manuale è mio padre.
Prima di Natale, le sue analisi erano terribili e gli era stata prescritta una cura di tre mesi. Il babbo si sta curando da vent’anni per un tumore alla prostata.
Oggi il medico mi guarda e dice: “ queste analisi sono ottime, il babbo è un fenomeno “.
Un poliambulatorio arroccato in collina fra ciuffi di verde e un cielo indisponente. Non c’è fretta, non ci sono file, né racconti di malattie nella sala d’aspetto. E’ come un’ampolla di vetro in perfetto equilibrio su un cucuzzolo di mondo. Silenzio e respiri lenti. Anche le porte non fanno rumore, come i nostri passi e le nostre parole. Le finestre incorniciano gli alberi scossi dal vento, ma da dentro non si sente. Anche il fruscio del vento sembra essere stato inghiottito da questo silenzio ovattato.
Il medico guarda le analisi. Sono custodite in un raccoglitore ad anelli, dove è riunita tutta la storia clinica di mio padre. Da anni visite, interventi, ricoveri e analisi sono ordinati in questo grande quaderno.
“Lei è una donna perfetta “ , dice l’urologo, mentre sospira.
La donna perfetta è mia madre, che da anni fissa a questi anelli la salute del babbo.
Vorrei urlare. Ora questo silenzio, che mi aveva accolto e protetto appena arrivata, mi indispone. Mi soffoca. Mi regala una sentenza meravigliosa e, dall’altra, un giudizio troppo invadente.
Perciò è questo che succede a ottantasette anni ? Si è dei ‘ fenomeni ‘ e dei ‘ casi da manuale ‘, perché la nostra parte biologica risponde ottimamente alle cure ? E che altro ?
Non c’è forse una storia, una vita, l’esperienza del cammino, una memoria scritta nella mente di ciò che siamo, di ciò che abbiamo amato e creato, odiato e stretto nelle mani, tutto quello che ci è passato dentro e sopra, che abbiamo perso e ritrovato, lasciato andare e silenziosamente rimpianto ?
Ed ecco una ‘ donna perfetta ‘, che oggi sa tenere in ordine quella parte di mondo che parla dello scorrere del tempo, dell’inesorabile potenza del corpo e di tutto ciò che la scienza può offrire per restare.
E di tutte le battaglie vinte nei giorni lontani ? Le risalite, le porte sbattute e il coraggio di sfidare altri venti, altre rotte, senza mappe o soluzioni, che ne è di tutto questo oggi, su questo cucuzzolo di mondo ?
Strappo questo silenzio e ricompongo il suono della vita attraverso il ricordo di una foto nel mio studio. L’uomo fenomeno e la donna perfetta vanno in bicicletta sul lungomare, sessant’anni fa. La mamma è seduta sul cannone e il suo sguardo lucente sembra sfidare dolcemente la vita. I capelli lunghi e ricci si offrono alla brezza. Si sente sicura e protetta tra le braccia del babbo e le gambe incrociate assicurano che non vuole scendere. Il babbo tiene il manubrio con sicurezza. Le gambe muscolose rendono la posa terribilmente immobile, mentre la loro ombra vibra e si allunga sul marciapiede, verso il mare. I loro occhi guardano avanti, ma forse non nella stessa direzione. Solo un signore di schiena si affaccia su questa foto e rimane così, per sempre, a sua insaputa, sulla mia scrivania.
Non c’è traccia qui, in questa foto, del raccoglitore ad anelli, eppure ciò che non si vede è fra queste pagine. Fra questi anelli c’è una storia lunga sessant’anni, partita dal lungomare in bicicletta.
Una storia fatta, andando.

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