ParoleSuImmagini/Der Graue un Die Kunste

Maggio 8th, 2010
di lorena casadei
http://www.artrepublic.com/attachments/image/621/9621/9621.jpeg

Der Graue und Die Kuste – Paul Klee

Dettagli
Giganti pesci rapaci, come aquile scese in picchiata sul mare, hanno già mangiato tutto il mio corpo.
Sputato i brandelli indigesti, fatto pulizia delle mie ossa. Mi resta solo il viso, che ora è stato appena infilzato dal naso a punta tagliente del primo pesce predatore. E’ la fine.
Il mio occhio sinistro se lo è già ingurgitato il pesce-uccello più grosso, quello più affamato. Per lui è stato una leccornia, per me una dolorosa agonia. E’ la fine.
Mi resta solo il pensiero che di tutto me sarà fatta attenta pulizia, e neppure un briciolo di schifosi brandelli di carne morta insozzerà questo mare meraviglioso.

Accarezzare
Pietà. Si, ho pietà di voi. Mentre un brivido di freddo sale lungo il mio collo e arriva al cervello (sono le uniche parti rimaste vive di me) ecco io riesco a provare pietà.
Per voi, poveri predatori con la pelle lucida, costretti a mangiare esseri come me per sopravvivere.
Vorrei rassicurarvi, con una carezza, darvi speranza sul vostro futuro. Ma non ne avrete. Quando quelli come me saranno finiti, morirete di fame.
E neanche una mano per accarezzarvi.
Premere
Quando mi avete assalito ho sentito su di me abbattersi con forza tutto il vostro rancore.
Un branco di pesci assassini sopra di me, che premeva sul mio corpo. Il dolore all’inizio è stato straziante. Poi, prima che incominciaste a sbranarmi, ho chiuso gli occhi e ho sentito.
Le mie ossa, in tutta la loro lunghezza, la mia pancia molle e grassa. Ho capito per la prima volta che avevo un corpo, e che di questo corpo mi ero completamente dimenticato.
Quando avete incominciato ad addentare le mie carni, ho sentito il petto, i muscoli delle braccia, ho riconosciuto le cosce e i fianchi.
Ho visto il filo rosso di sangue ingrossarsi e macchiare il colore dell’acqua e sono stato orgoglioso di creare arte prima della morte.
Anche le mie natiche flaccide avevano finalmente un senso.

Accoglienza
Il destino doveva compiersi. Ora lo capisco.
Mentre piluccate le mie ultime ossa voi ridete. Il dolore si affievolisce e lascia il posto ad una rassegnazione liberatoria. Il destino si deve compiere.
Ora sorrido anch’io. Capisco perché la mia morte avverrà in questo gigantesco liquido amniotico. Era così che doveva andare.
Chiudo l’ultimo occhio rimasto e aspetto che finiate di piluccare quello che resta di me.
Poi continuate a pulire tutto, non lasciate niente.
Io mi sento già raccolto nel grembo di mia madre. Ascolto le mie sensazioni. La dolcezza mi avvolge assieme alle carezze delle onde.
Madre mia accoglimi.

Trova tutti: Poesia, Racconti

Racconto/Replacement

Maggio 8th, 2010

di lorena casadei

«Ancora qui?» La domanda gli sfuggì assieme ad una nota di fastidio. Inforcò gli occhiali e osservò con attenzione.
L’uomo era entrato di corsa nel grande salone luminoso, aveva strappato il biglietto dalla macchinetta distributrice e, senza neppure guardare il numero progressivo, si era diretto verso di lui. Avanzava a passo lento, non mostrava alcuna esitazione.
L’impiegato lo aveva riconosciuto dal fisico imponente. Era la terza volta che si presentava allo sportello sostituzioni, nel giro di pochi mesi.
Il signor Raimondi era un bambinone dal fisico possente. Indossava con morbida eleganza un completo blu notte, illuminato da una cravatta lilla. Il naso di grandi dimensioni era reso marginale dalla dolcezza dello sguardo, che dava al suo viso un’espressione delicata. I capelli corti appena ondulati riuscivano a stento ad attenuare una indiscutibile virilità. Le signore in fila agli sportelli si voltarono al suo passaggio, gli sguardi si soffermarono su di lui per alcuni secondi.
Camminando, l’uomo teneva la testa sollevata, lo sguardo fisso sull’insegna sopra l’ufficio. Ne sembrava ipnotizzato. Vi erano disegnate cinque stelle che sovrastavano un mappamondo, collegate da un raggio dorato alla grande scritta Replacement, il regno delle sostituzioni.
Molti gli avevano chiesto se l’ufficio facesse operazioni sostitutive anche all’estero. L’impiegato rispondeva come da copione che sì, certamente, la società non aveva confini. Ma in realtà non aveva mai visto nessuna transazione al di fuori del Paese.
Raimondi intanto si era fermato di fronte al vetro antisfondamento. Una sottile feritoia filtrava il passaggio delle parole. Raimondi aveva assunto un’aria preoccupata, come se si sentisse in colpa.
L’impiegato alzò la testa e finse di essere sorpreso. «Buongiorno signor Raimondi», lo salutò.
«Ehm, buongiorno», rispose Raimondi con una vocina flebile, in sfacciato contrasto con la sua corporatura. Una leggera bava gli scivolava al lato della bocca.
«Sono qui per… ehm…». Non continuò. L’impiegato gli risparmiò l’imbarazzo. «Si certo, ora cerco la pratica», disse in fretta. Raimondi non aveva percepito il tono sarcastico della sua voce.
Si spinse indietro sulla sedia girevole nella quale era sprofondato. La sedia, con un cigolio dolorante delle rotelle, andò a sbattere contro il mobiletto basso dietro di lui, dove erano impilate molte cartelle di diversi colori. L’impiegato si girò, e con sicurezza infilò una mano sotto la pila centrale. Tirò fuori una voluminosa cartella rossa.
La pratica Raimondi era facilmente riconoscibile. Era la cartella più rigonfia, piena di documenti, formulari e ricevute. Una volta estratta, la copertina rimase aperta, come una bocca affamata di altri moduli.
Anche Raimondi teneva ora la bocca aperta, gli occhi rivolti al cielo, in evidente imbarazzo. Si ricompose subito, non appena il dipendente tornò alla sua postazione.
L’impiegato si era nuovamente lasciato trasportare dalla sedia, spingendo i piedi e facendo leva sulle ginocchia che comprimevano il sedile. Si incastrò per bene fra la sedia e il tavolo, come se si sentisse più al sicuro, lasciando al busto appena lo spazio per respirare.
Osservò il groviglio di carte sparse sul tavolo, cercò il modulo giusto. Prese la penna, controllò che fosse aperta guardandola dal basso, temendo un inatteso schizzo di inchiostro, e diede il via alla liturgia delle domande.
«Come è successo?» iniziò. Raimondi non rispose.
«Lei ha l’obbligo come da contratto di fornire tutti i dati e i chiarimenti che le vengono richiesti, lo sa?» incalzò l’impiegato. Subito però si rese conto di avere sbagliato l’attacco. «Quanti fermi tecnici ha fatto?» proseguì in modo più pacato.
«Pochi, sono sempre uscito il sabato sera e tutti i fine settimana, senza problemi» balbettò Raimondi.
«Allora è stato durante le giornate lavorative?»
«Sì, penso di sì.» Raimondi pronunciò la frase con aria smarrita. «Il modello non ha retto allo stress, non è stata colpa mia, era troppo fragile. La carrozzeria era eccezionale, devo ammetterlo, ma…».
L’impiegato non gli prestava più attenzione. Le solite scuse, pensava, la verità era che Raimondi si ostinava a richiedere sempre lo stesso tipo. Non aveva ancora capito che quei modelli non facevano per lui.
«E’ stata in panne per diverso tempo, è vero, ma non volevo sostituirla» proseguì Raimondi mangiandosi le parole.
Esitò prima di continuare. Gli dispiaceva molto avere fallito. Gli occhi guardavano il nulla sul soffitto. «Mi ci ero affezionato, ma ora mi rendo conto che è necessario. Non riesco a tenerla più. La colpa è….». Incespicò sulle parole, perdendo il filo del discorso.
«Non voglio sapere di chi è la colpa» tagliò corto l’impiegato, interrompendo quel profluvio di parole. «Aveva fatto il test iniziale di compatibilità?» chiese poi meccanicamente barrando una casella sul modulo.
«Sì, cioè no, non lo so». Raimondi era confuso.
«Dove si trova ora?» chiese l’impiegato con malcelata insistenza.
«Di fuori, nell’area attesa. Non ha subìto danni. Solo non ha retto.» tornò a giustificarsi.
«E’ già il terzo modello che le sostituiamo nel giro di pochi mesi», osservò l’impiegato con freddezza. «La polizza ora sarà più costosa. Esiste un parametro minimo e lei lo sta superando con questa ulteriore richiesta, ne è consapevole? »
Raimondi annuì. Era ancora più impacciato. «La prima volta il modello era un po’ antiquato, poi me ne avete dato uno da competizione, ora mi servirebbe….» elencò.
«Per quanto la nostra sia un’organizzazione molto efficiente» recitò l’impiegato «non abbiamo a disposizione quello che lei richiede, e comunque non in questo momento. Il suo nominativo verrà inserito in banca dati. Le faremo sapere. »
«Ma io ne ho bisogno subito!» protestò Raimondi.
«Ho capito», mormorò l’impiegato con tono spazientito. Riprese in mano il modulo e cancellò la crocetta.
Una smorfia gli adombrò il viso. Avrebbe dovuto fare una segnalazione alla direzione. Cercò nello schedario, prese tempo. «Vediamo, questo potrebbe andare bene.»
Puntò su Raimondi uno sguardo tagliente. «Mi raccomando, questa volta stia più attento.» lo rimproverò. Non riusciva a capire come un uomo non privo di fascino come lui dovesse ricorrere all’ufficio replacement per trovare una compagna fissa.
«Un amore sostitutivo non è come un’auto di cortesia. E’ impegnativo, delicato, dovrebbe saperlo, va trattato con attenzione. Il mio ce l’ho da vent’anni e non mi ha mai dato problemi.». Gli strizzò l’occhio, cercando l’intesa.
Raimondi si irrigidì. L’impiegato allora si rifece professionale. «Ecco venga a ritirarlo domani» gli disse, passandogli il foglio sotto il vetro.
Abbassò la testa e batté con forza il timbro sull’angolo in fondo al foglio. Mentre guardava Raimondi allontanarsi, rimpianse i bei tempi in cui di sostitutivo c’erano solo le auto.
Archiviò la pratica nella cartella rossa.

Trova tutti: Racconti

Racconto/Cronaca

Maggio 8th, 2010

di ettore tombesi

Basta essere un poco sinceri con se stessi per tuffarsi nella dolcezza. A me riesce facilmente, pensavo.

Avevo attraversato la piazza del mercato. Camminavo fra i passaggi affollati delle bancarelle disposte a pettine.
-I passeggini sono tremendi. Bloccano tutto. Ci vorrebbe la patente- Dissi a mio figlio.
Mia moglie era alle mie spalle e spesso si fermava. Guardava le “cose” per lui.
- Compera le mutande usate – Dissi.
Lei rise, ma lui non aveva voglia di scherzare. Nostro figlio era venuto con noi fino a Bologna perché voleva i pantaloni mimetici. Quelli della guerra, come dice lui. Li avevamo già visti dall’altra parte del mercato. Continuavamo ad aggirarci fra le bancarelle, per curiosare, ma lui non aveva voglia di camminare. La confusione continuava. Una donna araba, completamente nascosta dal burqa e con i guanti neri, si fermò fra noi e il passeggino di un’altra straniera. Iniziò fra loro un’accesa e incomprensibile discussione. Il vociare era diventato un fragore. Le onde sonore mi ferivano, si frangevano contro il mio sterno come onde fastidiose. Mi sentivo teso, posseduto da un’ansia di protezione verso i miei cari, come fossimo al mercato di chissà quale paese.
-Siamo gli unici italiani! Dissi.
- Quelli, papà, di che razza sono?- Chiese mio figlio, facendo un cenno con la testa.
- Cingalesi- Dissi.
I banchi del mercato carichi di mercanzie, sembravano fossero lì solo per loro. Ad un banco di maglieria italiana, e con i prezzi più alti di tutto il mercatino, l’ambulante parlava con cadenza bolognese. Era l’unico italiano, oltre a noi.
- Non possiamo saltare questa piazza. Non è certo la migliore, ma dopo Pasqua sono sicuro che si guadagnerà bene- Diceva alla proprietaria di una bancarella vicina.
Molti banchi erano gestiti da cinesi, altri da nord africani. Fuori dal reticolo delle bancarelle, verso l’esterno, il fragore delle voci si trasformava nel rumore della città. Auto, moto e giganteschi mezzi pubblici, coprivano le voci.
Tornammo al banco dei pantaloni mimetici. Il cielo si era fatto più basso e grigio. La temperatura era scesa per il vento di tramontana ed il parchimetro sarebbe scattato da lì a poco. Con i pantaloni di mio figlio nel sacchetto di plastica, decisi che era ora di tornare all’auto.
Sbucai dietro una serie di banchi, proprio di fronte al musicista. Era una musica dolce, quella che si diffondeva nell’aria. Prima non c’era. Se ne stava fra le bancarelle del mercato, defilato rispetto al grande passeggio. Era un giovane di colore e il suo viso era lucido. Cantava accompagnandosi con la chitarra. Dallo sgabello su cui se ne stava seduto sbucava un aggeggio elettronico che amplificava il suono e la voce. Si sentiva anche la base musicale registrata. Ci suonava e ci cantava sopra. Si dice così, ci canta sopra. Faceva solo due accordi. Per tutto il tempo in cui l’ho ascoltato, ha suonato solo due accordi. Aveva i capelli vaporosi e raccolti a boccoli, ma non come i rasta. Cantava in inglese, ma le parole non sono importanti. La dolcezza della sua voce prendeva il cuore di chi lo ascoltava. Lo lucidava. Penso che non occorra essere un esperto di musica per capire che ci sapeva fare. Chiude gli occhi e sussurra. All’inizio del vialetto che porta ai giardini, la chitarra e la sua voce si sovrapponevano agli altri suoni. Non, per il volume, ma per la loro delicatezza.
- Sentite che dolcezza!- Dissi.
Il giovane ci guardò e poi richiuse gli occhi e tornò alla sua canzone. Sembrava cantasse ad un concerto, di fronte ad una enorme platea. Ci metteva passione.
- Hai un euro?- Chiesi a mia moglie.
Misi il soldo sul rivestimento di stoffa rossa della custodia della chitarra. Era appoggiata a terra, aperta come una conchiglia o come un fiore rosso e maturo. Feci delicatamente. Altre volte ho dato del danaro a suonatori ambulanti ma, questa volta, ho fatto di tutto per non disturbare l’artista. Avrei voluto essere trasparente, ma lui si accorse e fece un cenno di soddisfazione.
Il suo viso era soddisfatto. Non come se avesse appena firmato un contratto con una casa discografica, certo, ma era chiaro che per lui quella moneta valeva molto di più di un euro. Mi allontanai, camminando all’indietro, per rispetto e per non perdere nulla di quella dolcezza. Di quel fare, del suono.
Mia moglie e mio figlio già risalivano il vialetto dei giardini pubblici. Guardavano le ultime bancarelle di prodotti etnici, relegate alla periferia del mercato.
Un gruppo di giovani, saranno stati quattro o cinque, mi superò di corsa. Quando l’ultimo fu alla mia altezza, la musica tacque. Ci fu un rumore brusco. Il microfono cadde con un tonfo. Il musicista si piegò e cadde a terra. La chitarra si schiacciò sotto il suo peso. Si teneva il volto fra le mani e poi la bocca e cercò di rialzarsi e si mise sulle ginocchia. Teneva le mani sul volto, come stesse pregando alla maniera dei mussulmani.
Poi fece per dire qualcosa e alzò una mano in direzione del gruppo, che era fuggito.
Era un lamento, non un grido. Un lembo di carne, un triangolo di carne grande come un formaggino, spuntava della sua guancia, accanto ad una mano. Carne non più nera, come la pelle, o rossa o rosa come il sangue, ma un miscuglio di tutti questi colori. Il bianco dei denti ora era reso visibile dal taglio che lacerava il viso. Ora vedevo il bianco degli occhi che prima non avevo visto e il bianco della carne lacera che ancora non sanguinava. Smise di lamentarsi, si accovacciò meglio e pianse, dondolando sulle ginocchia. La base musicale, da sotto lo sgabello, continuava a suonare. Restai immobile. Risentivo il rumore che aveva fatto il microfono, cadendo a terra. Sembrava fosse stato amplificato e ora mi rimbombava nel cervello.
Alcune donne gridavano. Accorsero alcune persone, che dovevano essere amici suoi, e poi altri inseguirono i delinquenti per poi fermarsi contro il muro di persone che affollavano le vie del mercato.
Un bianco e un anziano di colore lo sollevarono da dov’era e lo fecero sedere sul suo sgabello. Gli parlavano e volevano vedere la ferita, ma lui non scostava le mani. Rimasi a guardare. Rimasi lì, a guardare, impietrito.
Era stato colpito con un oggetto che si era conficcato in un angolo del viso e lo aveva lacerato. Rimasi lì, fermo, ancora un attimo.
La chitarra era spaccata in due pezzi. Un giovane la appoggiò sulla custodia cercando di ridarle una forma, come fosse il corpo d’uomo in una bara.
Qualcuno spense l’accompagnamento musicale e vidi la luce rossa del led andarsene. L’amplificatore sembrò farmi l’occhiolino. Sembrava volesse dirmi che così vanno le cose. Che avrei ascoltato ancora una musica così dolce, ma non ora e non più lì.

Trova tutti: Racconti