di ettore tombesi
Basta essere un poco sinceri con se stessi per tuffarsi nella dolcezza. A me riesce facilmente, pensavo.
Avevo attraversato la piazza del mercato. Camminavo fra i passaggi affollati delle bancarelle disposte a pettine.
-I passeggini sono tremendi. Bloccano tutto. Ci vorrebbe la patente- Dissi a mio figlio.
Mia moglie era alle mie spalle e spesso si fermava. Guardava le “cose” per lui.
- Compera le mutande usate – Dissi.
Lei rise, ma lui non aveva voglia di scherzare. Nostro figlio era venuto con noi fino a Bologna perché voleva i pantaloni mimetici. Quelli della guerra, come dice lui. Li avevamo già visti dall’altra parte del mercato. Continuavamo ad aggirarci fra le bancarelle, per curiosare, ma lui non aveva voglia di camminare. La confusione continuava. Una donna araba, completamente nascosta dal burqa e con i guanti neri, si fermò fra noi e il passeggino di un’altra straniera. Iniziò fra loro un’accesa e incomprensibile discussione. Il vociare era diventato un fragore. Le onde sonore mi ferivano, si frangevano contro il mio sterno come onde fastidiose. Mi sentivo teso, posseduto da un’ansia di protezione verso i miei cari, come fossimo al mercato di chissà quale paese.
-Siamo gli unici italiani! Dissi.
- Quelli, papà, di che razza sono?- Chiese mio figlio, facendo un cenno con la testa.
- Cingalesi- Dissi.
I banchi del mercato carichi di mercanzie, sembravano fossero lì solo per loro. Ad un banco di maglieria italiana, e con i prezzi più alti di tutto il mercatino, l’ambulante parlava con cadenza bolognese. Era l’unico italiano, oltre a noi.
- Non possiamo saltare questa piazza. Non è certo la migliore, ma dopo Pasqua sono sicuro che si guadagnerà bene- Diceva alla proprietaria di una bancarella vicina.
Molti banchi erano gestiti da cinesi, altri da nord africani. Fuori dal reticolo delle bancarelle, verso l’esterno, il fragore delle voci si trasformava nel rumore della città. Auto, moto e giganteschi mezzi pubblici, coprivano le voci.
Tornammo al banco dei pantaloni mimetici. Il cielo si era fatto più basso e grigio. La temperatura era scesa per il vento di tramontana ed il parchimetro sarebbe scattato da lì a poco. Con i pantaloni di mio figlio nel sacchetto di plastica, decisi che era ora di tornare all’auto.
Sbucai dietro una serie di banchi, proprio di fronte al musicista. Era una musica dolce, quella che si diffondeva nell’aria. Prima non c’era. Se ne stava fra le bancarelle del mercato, defilato rispetto al grande passeggio. Era un giovane di colore e il suo viso era lucido. Cantava accompagnandosi con la chitarra. Dallo sgabello su cui se ne stava seduto sbucava un aggeggio elettronico che amplificava il suono e la voce. Si sentiva anche la base musicale registrata. Ci suonava e ci cantava sopra. Si dice così, ci canta sopra. Faceva solo due accordi. Per tutto il tempo in cui l’ho ascoltato, ha suonato solo due accordi. Aveva i capelli vaporosi e raccolti a boccoli, ma non come i rasta. Cantava in inglese, ma le parole non sono importanti. La dolcezza della sua voce prendeva il cuore di chi lo ascoltava. Lo lucidava. Penso che non occorra essere un esperto di musica per capire che ci sapeva fare. Chiude gli occhi e sussurra. All’inizio del vialetto che porta ai giardini, la chitarra e la sua voce si sovrapponevano agli altri suoni. Non, per il volume, ma per la loro delicatezza.
- Sentite che dolcezza!- Dissi.
Il giovane ci guardò e poi richiuse gli occhi e tornò alla sua canzone. Sembrava cantasse ad un concerto, di fronte ad una enorme platea. Ci metteva passione.
- Hai un euro?- Chiesi a mia moglie.
Misi il soldo sul rivestimento di stoffa rossa della custodia della chitarra. Era appoggiata a terra, aperta come una conchiglia o come un fiore rosso e maturo. Feci delicatamente. Altre volte ho dato del danaro a suonatori ambulanti ma, questa volta, ho fatto di tutto per non disturbare l’artista. Avrei voluto essere trasparente, ma lui si accorse e fece un cenno di soddisfazione.
Il suo viso era soddisfatto. Non come se avesse appena firmato un contratto con una casa discografica, certo, ma era chiaro che per lui quella moneta valeva molto di più di un euro. Mi allontanai, camminando all’indietro, per rispetto e per non perdere nulla di quella dolcezza. Di quel fare, del suono.
Mia moglie e mio figlio già risalivano il vialetto dei giardini pubblici. Guardavano le ultime bancarelle di prodotti etnici, relegate alla periferia del mercato.
Un gruppo di giovani, saranno stati quattro o cinque, mi superò di corsa. Quando l’ultimo fu alla mia altezza, la musica tacque. Ci fu un rumore brusco. Il microfono cadde con un tonfo. Il musicista si piegò e cadde a terra. La chitarra si schiacciò sotto il suo peso. Si teneva il volto fra le mani e poi la bocca e cercò di rialzarsi e si mise sulle ginocchia. Teneva le mani sul volto, come stesse pregando alla maniera dei mussulmani.
Poi fece per dire qualcosa e alzò una mano in direzione del gruppo, che era fuggito.
Era un lamento, non un grido. Un lembo di carne, un triangolo di carne grande come un formaggino, spuntava della sua guancia, accanto ad una mano. Carne non più nera, come la pelle, o rossa o rosa come il sangue, ma un miscuglio di tutti questi colori. Il bianco dei denti ora era reso visibile dal taglio che lacerava il viso. Ora vedevo il bianco degli occhi che prima non avevo visto e il bianco della carne lacera che ancora non sanguinava. Smise di lamentarsi, si accovacciò meglio e pianse, dondolando sulle ginocchia. La base musicale, da sotto lo sgabello, continuava a suonare. Restai immobile. Risentivo il rumore che aveva fatto il microfono, cadendo a terra. Sembrava fosse stato amplificato e ora mi rimbombava nel cervello.
Alcune donne gridavano. Accorsero alcune persone, che dovevano essere amici suoi, e poi altri inseguirono i delinquenti per poi fermarsi contro il muro di persone che affollavano le vie del mercato.
Un bianco e un anziano di colore lo sollevarono da dov’era e lo fecero sedere sul suo sgabello. Gli parlavano e volevano vedere la ferita, ma lui non scostava le mani. Rimasi a guardare. Rimasi lì, a guardare, impietrito.
Era stato colpito con un oggetto che si era conficcato in un angolo del viso e lo aveva lacerato. Rimasi lì, fermo, ancora un attimo.
La chitarra era spaccata in due pezzi. Un giovane la appoggiò sulla custodia cercando di ridarle una forma, come fosse il corpo d’uomo in una bara.
Qualcuno spense l’accompagnamento musicale e vidi la luce rossa del led andarsene. L’amplificatore sembrò farmi l’occhiolino. Sembrava volesse dirmi che così vanno le cose. Che avrei ascoltato ancora una musica così dolce, ma non ora e non più lì.