Archive for Giugno, 2010

Racconto/La festa della mamma

di silvia mantovani

Aveva indossato un paio di jeans e una camicia azzurra, appena stirata. Non era passato dal barbiere come in un primo momento aveva pensato di fare. Non voleva concedere troppo. Prese il mazzo di fiori che aveva comprato la mattina e scese le scale con la testa bassa. Si muoveva velocemente, osservando ogni cosa. I gradini delle scale quel giorno gli sembrarono sporchi. Era una domenica di tempo variabile.

Lasciò che il cancello si chiudesse alle sue spalle rimbalzando due volte.
Aprì la portiera della macchina e gettò il mazzo di fiori sul sedile di fianco. Cercò le chiavi nelle tasche dei jeans. La prima volta che provò ad infilarle non trovò la fessura, continuava a sbattere la chiave contro la piccola placca di ferro. Imprecò. Poi afferrò il volante come se volesse staccarlo. Si girò a guardare i fiori sul sedile di fianco. Era un mazzo di margherite bianche. Le aveva comprate da qualche ora. Erano ancora freschi. Finalmente riuscì ad infilare la chiave e fece retromarcia.

Le aveva raccontato ogni cosa. Di quando la madre l’aveva obbligato a mangiare il suo vomito. Di quando gli aveva infilato la testa nel wc e aveva tirato l’acqua. Di quando l’aveva spinto e fatto cadere per le scale. Le aveva detto che tutto accadeva in modo divertente, che sua madre aveva sempre una battuta. Che a volte si divertiva anche lui. Che non vedeva sua madre da cinque anni. Che se n’era andato di casa dopo la morte di suo padre. Che non voleva più rivederla.

Era una trasmissione alla radio. L’ascoltava di mattina mentre andava a lavoro. La conduttrice proponeva un tema e gli ascoltatori telefonavano. Ogni tanto mandava un po’ di musica.
Quel giorno la conduttrice parlava della festa della mamma. Cosa rappresenta per voi la mamma. Che ricordi avete? Volete raccontarci qualcosa? E soprattutto, festeggerete la festa della mamma? La voce era allegra.

Non le aveva raccontato tutto. Alcune cose erano arrivate dopo che aveva chiuso il cellulare. Quella volta del water, sua madre aveva detto qualcosa del tipo, “un nuovo modo per lavarsi i capelli, potremmo brevettarlo” e aveva riso. Anche lui aveva riso. Aveva il viso ancora rivolto verso lo smalto bianco e aveva riso. Cercò di ricordare bene. Com’era possibile che lo avesse fatto. No, non era stato un vero sorriso, era stato un tic nervoso, forse più un ringhio. Poi lei era uscita dal bagno e lui si era rialzato.

La festa sarebbe stata la domenica successiva. Dario non l’aveva mai festeggiata, non se n’era mai ricordato, neanche quando viveva a casa. Adesso abitava in un residence che dava sulla spiaggia. Un soggiorno, un soppalco con il letto e il bagno. Lavorava nel ristorante di un albergo come aiuto cuoco. Aveva fatto un corso alla regione. Aveva trovato lavoro a poca distanza dal residence. Non era stato difficile. Era una città di mare. D’estate cucinava per i turisti e d’inverno per gli agenti di commercio. Se la cavava bene. Aveva comprato un’auto e un forno a microonde.

Quando aveva telefonato aveva risposto una voce troppo giovane. Era una ragazza di vent’anni, non di più. Pensò di riattaccare. Non sapeva esattamente perché aveva chiamato. Erano stati i ricordi o forse il sentimento di rabbia provocato dalla voce della conduttrice.
Alla ragazza disse che non aveva niente da dire sulla festa della mamma, che avrebbe voluto solo raccontare qualcosa di sua madre. La ragazza gli chiese che cosa voleva raccontare. Dario rimase in silenzio per qualche secondo. Forse lei non avrebbe capito. Cose vecchie, disse. Va bene rispose la ragazza, la mandiamo in diretta dopo questa telefonata.
La conduttrice aveva ascoltato in silenzio. Non aveva fatto domande e non l’aveva mai interrotto. Di solito lo faceva, con un commento o una battuta. Questa volta non aveva detto niente. Era rimasto in silenzio. Anche quando Dario si era messo a piangere.
Penso che dovresti andare da lei, gli aveva detto alla fine. Penso che dovresti andarci con un mazzo di fiori e dirle che è una stronza.
Dario le aveva risposto che non ci sarebbe mai più andato.

Aveva attraversato lentamente la strada che fiancheggia il mare, costeggiata da una fila di alberghi colorati. Faceva grattare il motore ogni volta che cambiava marcia. Di solito non guidava così. Non riusciva a trovare un giusto equilibrio tra la mano che stringeva il pomello del cambio e il piede sulla frizione. Era ancora in tempo per tornare indietro. Sentiva i crampi allo stomaco. Ma anche qualcosa che lo attirava in avanti. Come se la macchina fosse trascinata da una corda.
Si ricordò di quando sua madre lo aveva portato al mare la prima volta, era un giorno di fine primavera. Nonostante non abitassero lontano, non aveva ancora visto il mare così da vicino. L’aveva visto dal finestrino della macchina, ma non si erano mai fermati. Non c’era mai tempo.
Quel giorno, si era trovato di fronte una distesa di acqua scintillante, immobile. Alcune persone camminavano lungo la riva con la schiena piegata. “Pescano i canelli”, gli aveva detto sua madre. Lui era corso nell’acqua completamene vestito, con i sandali e le calze. Lei aveva sorriso. Forse era l’unico che ricordava.

La casa non distava più di cinque chilometri dal mare. La madre viveva ancora nel vecchio quartiere delle case liberty, di fianco a quello che ancora oggi chiamano “il villaggio dei pescatori”. Era la parte vecchia della città, quella con le piccole case addossate le une alle altre, dove i pescatori tornavano la sera. Ora era un quartiere alla moda, con portoncini laccati di verde e inferriate elettriche alle finestre.
Il quartiere liberty invece era rimasto uguale, con le case di mattoni rossi, ora sbiaditi per il tempo.

Parcheggiò di fronte al giardino della casa. Era nascosta da siepi. Avrebbe voluto prepararsi. Vederla prima. Intravvedere qualcosa, non solo le strisce colorate di una sedia a sdraio. Vedere com’era vestita, cosa stava facendo, i suoi gesti.
Aveva ancora il vecchio mazzo di chiavi. Lo prese e cercò quella del cancello. Poi pensò che era meglio suonare il campanello. Sua madre aprì senza chiedere chi era. Dario attraversò il giardino ed entrò in casa. La porta era socchiusa, la stanza in penombra. La luce era spenta e le tende ancora chiuse. Sua madre era seduta sul divano e fumava guardando la televisione. Non ebbe bisogno di girarsi. L’aveva intravisto da dietro le tende prima di aprire.
“Ah sei tu”, disse la madre.
Dario era rimasto sulla porta ancora aperta. Appoggiò le chiavi sul tavolo di fronte alla finestra. Era ricoperto da uno strato di polvere che gli rimase attaccato alle mani. Il sole passava attraverso le tende ancora chiuse e dava un colore verde a tutte le cose. C’erano vasi di fiori secchi e appassiti, uno sul tavolo e uno sul mobiletto di fianco alla tv. Ebbe l’impressione di avere già visto quei fiori, cinque anni prima.
“Ti ho portato questi”, disse Dario indicando il mazzo sul tavolo.
“Grazie. Che cosa vuoi? Dei soldi? Non ne ho.”, disse ancora continuando a guardare la televisione. Stavano dando un poliziesco, forse l’ispettore Derrick o Colombo.
“Non voglio soldi”, rispose.
La madre si alzò senza guardarlo e andò in cucina. Indossava un vestito largo con dei fiori stampati. Il vestito non nascondeva le forme. La pelle delle gambe era bianca e segnata da puntini rossi. Indossava un paio di ciabatte sformate. Aveva lasciato la tv accesa e aveva preso il portacenere.
Dario sentì l’aria entrare dalla porta ancora aperta alle sue spalle. La chiuse e andò in cucina. Aveva lasciato i fiori sul tavolo.
La madre stava svuotando il portacenere nel secchio della spazzatura. Poi aveva preso una scatola di surgelati. Gli chiese se voleva qualcosa da mangiare.
Dario rispose che non sarebbe rimasto a lungo e che avrebbe mangiato qualcosa più tardi.
Si sedette al tavolo della cucina, guardava la madre che si muoveva da una parte all’altra. La donna aveva dei movimenti stanchi. Aveva aperto un cassetto, aveva preso una padella, aveva messo un po’ d’olio, poi, senza aspettare che l’olio fosse abbastanza caldo, aveva preso i bastoncini di pesce e li aveva messi nella padella, uno alla volta, riempiendola completamente. Poi aveva preso un bicchiere e una bottiglia e si era seduta al tavolo di fronte a lui.
“Vuoi del whisky?”
“E’ troppo presto per il whisky”
“Non è mai presto per il whisky”, disse lei e rise con una risata grassa e roca che sembrava provenire da un posto molto scuro. Forse dalla stanza di fianco.
“Cosa vuoi?”,chiese ancora la madre.
Dario la guardava.
“Non lo sai neanche tu”, gli disse.
La donna si versò il liquido giallo nel bicchiere e lo bevve velocemente schioccando le labbra.
“Questo whisky è ottimo”. Disse.
Dario guardò l’etichetta. Era di una marca che non conosceva.
La donna si alzò e andò a girare i bastoncini di pesce nella padella, poi tornò a sedersi e si vuotò ancora del whisky.
“Mi trovi bene?” Gli chiese.
“Non so.” Rispose Dario.
Poi la donna bevve ancora.
Dario sentiva l’odore aspro del liquore entrare nelle narici. Provò un senso di nausea. Erano passate da poco le undici. Si alzò e cercò la caffettiera.
“Ti stai sbagliando,” disse la madre. “E’ nel solito posto.”
Cercò in più posti, poi la trovò. Aveva una patina di calcare sul fondo.
“Non la usi molto”, disse Dario sorridendo.
“Sei intuitivo”, disse la madre, “sempre il solito bravo bambino intuitivo. Sono fiera di te.”
Dario appoggiò la caffettiera sul ripiano della cucina. Fece finta di non capire. Per una volta fece finta di non capire, non era lì per questo, non era lì per discutere.
Preparò la moka e la mise sul fornello. Poi si rimise a sedere di fronte a lei.
La donna aveva messo i bastoncini nel piatto e ora stava mangiando. Li succhiava uno ad uno.
Quando ebbe finito si alzò e strofinò il piatto con uno straccio unto, poi lo mise via, con gli altri piatti. Strofinò anche la padella, e la mise via.
Poi si sedette ancora e si versò un altro bicchiere di whisky.
“Allora?” gli chiese un’ultima volta. “Cosa sei venuto a fare?”,
Dario non rispondeva, aveva ancora bisogno di guardare. Era diverso. Sua madre era una donna obesa e stanca. Anche il suo senso dell’umorismo era stanco.
“Ti ho portato dei fiori”, le disse e si alzò per andare a prenderli. Quella frase gli provocò una tensione agli occhi. Se li strofinò con la manica della camicia mentre era ancora in sala da pranzo. Quando sollevò i fiori dal tavolo vide che era rimasto il segno tra la polvere.
Prese un vaso vuoto dalla vetrinetta di fianco alla porta della cucina. Era un vaso di vetro trasparente, pulito.
Ritornò in cucina. Allungò il mazzo e il vaso alla madre.
“Sono venuto per portarti questi, oggi è la festa della mamma”
Mentre le porgeva il mazzo si ricordò delle parole che avrebbe voluto dirle, di quello che le aveva suggerito la conduttrice alla radio. Pensava a quelle parole, alla parola che si meritava, che avrebbe chiuso tutto e fatto ricominciare tutto. Stronza. Ma non riuscì a dirla.
Sua madre lo guardava con lo sguardo di una guerriera sconfitta. Lo guardava ancora con aria di sfida. I suoi occhi erano immersi nel grasso del viso e nascondevano il luccichio che in passato brillava sempre nel suo sguardo.
Era una vecchia grassa e alcolizzata. E sola. Ebbe compassione di lei.
Prese il vaso che aveva dato alla madre e lo riempì d’acqua.
Poi tirò fuori la padella che la madre aveva messo via e la lavò con il detersivo, anche il piatto.
Pulì tutto ciò che vide sporco.
La madre era seduta alle sue spalle e teneva la bottiglia di whisky accanto a sé. I due si davano le spalle.
Quando ebbe finito, Dario prese il vaso e lo mise al centro del tavolo. Poi si versò una tazza di caffè e si sedette davanti a sua madre.
“Ne vuoi un po’?” le chiese.
La madre scosse la testa e i capelli le coprirono una parte del viso.

Il giorno dopo si svegliò presto e uscì a correre sulla spiaggia. La giornata era di pieno sole. Si accorse di avere ancora in tasca una mela. L’aveva presa prima di uscire dalla casa di sua madre, poi se n’era dimenticato. C’era un odore forte di salsedine e qualche gabbiano gracchiava sopra le onde alla ricerca di pesce. Lanciò la mela in mare. La vide riemergere e galleggiare sull’acqua come una piccola boa rossa.

Quando rientrò, nella segreteria telefonica c’era un messaggio. Riconobbe la voce della donna. All’inizio era solo un respiro faticoso. Poi disse che non sapeva bene perché aveva telefonato. La voce era la stessa del giorno prima. Gli sembrò di sentire perfino l’odore del fumo della sigaretta.
“Ti volevo dire un’altra cosa”, la donna aveva ripreso a parlare dopo avere tossito alcune volte. “Non so se ti ho raccontato questa cosa”. Tosse. “E’ una sciocchezza. Mi è venuta in mente questa mattina.”
La sentì tirare una boccata dalla sigaretta e poi riprese.
“Quando avevo dodici, tredici anni.” Fece un’altra pausa.
“La sera, dopo essermi infilata nel letto. Ogni sera chiamavo mia madre. Urlavo”, disse. Aveva cominciato anche a ridere.
”Urlavo come una bambina di tre anni.” Rideva ancora.
“Lei non arrivava. Quando alla fine la sentivo entrare, mi chiedeva cosa volessi. “ Dario la sentì aspirare dalla sigaretta.
“Le dicevo che volevo raccontarle un sacco di cose, che avevo tante cose da dirle. E sai lei cosa mi rispondeva.” Sigaretta.
“Non sono cose importanti. Diceva proprio così. Non sono cose importanti.”
Sua madre rideva con la solita voce grassa e piena.
“Non ti fa ridere tutta questa storia.”
La sentiva ridere e tossire, come se volesse piangere. Poi riattaccò.

Share |

Giugno 26, 2010 Pubblicato in: Racconti   Leggi Tutto

Racconto/Motel Pamela

di claudia galanti

Il volto che vedevo nello specchio non mi piaceva. Davo la colpa alle luci bianche delle lampadine. Ero stanco, avevo dormito solo quattro ore e sembravo più vecchio. “Proprio oggi”, pensai.
Non sapevo se radermi. Non ne avevo voglia e poi sarei potuto anche piacerle, con quell’aria trasandata. Guardavo il mio riflesso e parlavo. “Ciao, finalmente sei arrivata” dicevo e mi guardavo diritto negli occhi. “Sei meravigliosa”. Poi mi voltavo e guardavo il mio volto di tre quarti.
Alla fine decisi di lasciare la barba. Immaginavo le sue mani che mi carezzavano il viso e il leggero rumore che avrebbe fatto la sua pelle contro i miei peli ispidi.
Il treno per Piacenza sarebbe partito alle 6.30, dovevo sbrigarmi. Non volevo perderlo, anche se in realtà non mi andava di partire. Si era creata una situazione imbarazzante. Come se una parte più profonda mi dicesse di non partire e quella superficiale, abituata a gestire le faccende quotidiane, non avesse invece dubbi al riguardo. Oppure il contrario. Forse era la parte profonda che voleva che partissi e quella superficiale mi diceva di restare e tornare a dormire. Davo la colpa di tutto alla stanchezza. Ma sapevo che sarebbe passata. Una volta arrivato e dopo aver visto Eva, sarei rinato.
Lei mi piaceva. Erano mesi che aspettavo di incontrarla. Accendeva la mia fantasia. Non l’avevo mai vista, ma l’avevo immaginata. Erano bastate le sue foto su Facebook. Gli occhi cristallini all’orientale e le lunghe gambe da gazzella.
Era diventata mia amica per sbaglio. Cercavo una Eva Marotti ex compagna di sbronze. Di lei ricordavo poco e niente. Eravamo finiti a letto insieme un paio di volte o forse più. Al suo nome corrispondeva un quadro di non so quale pittore. Siccome la mia ex amica se ne intendeva di arte, avevo dato per scontato che fosse lei. Così mi ero presentato con fare scanzonato ricordandole le nostre avventure.
Daniel: “Ciao tesoro scalzo, ricordi quella notte che abbiamo fatto il bagno al mare del Marano e ti hanno rubato vestiti borsa e sandali? Ma che stronzi! Devo dire che alla fine il reato aveva mutato gli eventi in mio favore : )”.
Eva: “Certo che me lo ricordo. Fossi stato tu quello senza vestiti magari le cose sarebbero andate diversamente… avresti dovuto mettere le mie mutandine per arrivare al parcheggio…”
Daniel: “Non ci avevo mai pensato… di che colore erano?”
Eva: “Forse nere, ma è un particolare che non ricordo”.
Daniel: “Nemmeno io, non ho potuto sfilartele”.
Nei nostri ricordi c’erano delle discordanze e soprattutto parecchi vuoti di memoria che potevano anche starci con il periodo rum e cola. Lei si era divertita a raccontarmi storie mai avvenute ed io le avevo creduto. Poi aveva cominciato ad esagerare per mettere fine al gioco e io fingevo di ricordare. Questo giochetto ci aveva preso la mano.
Eva: “Devo confessarmi”
Daniel: “Cosa è successo? Mi hai già tradito?”
Eva: “Si. Non sono quella Eva e mi sono inventata tutto”
Daniel: “NOOOO!!! Anche quella storia della più bella scopata della mia vita!?”
Eva: “Si. Ho solo immaginato come poteva essere con te…”
Daniel: “Beh, grazie della fiducia…”
Eva: “: )”
Daniel: “L’avevo capito… cosa credevi?”
Eva: “Allora non mi potrai più dire che sono stupenda… peccato!”
Daniel: “Quella Eva non era stupenda, già mi riferivo a te”
Eva: “Ruffiano!!! Non mi hai mai vista, che ne sai!?”
Daniel: “Pubblica una tua foto… e che si veda qualche cosa!”
Eva: “Cioè? Cosa vuoi vedere?”
Daniel: “Non so… usa un po’ di immaginazione…”
Eva: “Potrei mettere una foto hard, mentre indosso un completo in pizzo nero. Oppure mi vuoi nuda integrale con un cetriolo in mano???”
Daniel: “Eddai, intendevo una foto in cui si capisce come sei!”
Eva: “Si va bene, ho capito. Sei il solito uomo a cui piace la carne alla griglia”
Daniel: “Cioè? Adesso faccio io l’offeso. A me piaci tu non la tua carne… Voglio solo aver materiale per sognarti meglio”
Eva “…”
Daniel: “Ma sei grassa e pelosa? Tanto sei già arrabbiata… : ) ”
Eva: “No, sono riservata”.

Ogni mattina il mio primo pensiero era di collegarmi a internet e vedere se mi aveva lasciato messaggi. Se non era così controllavo il mio profilo ad intervalli regolari. Poi cercavo di capire in quali orari potevo trovarla on line per chattare. Ma non era regolare ed ero costretto a darle la caccia. Fino ad allora non mi ero mai interessato alle chat. Dare la caccia ad una donna significava girare locali notturni. Ritornavo sul luogo del primo incontro come un assassino sul luogo del delitto. Due elementi indispensabili nella ricerca di una donna sono il tempismo e la fortuna. Se maldestramente la preda mi sfuggiva senza nemmeno avermi lasciato il numero di telefono, ed avevo la fortuna di incontrarla di nuovo, non potevo mancare di tempismo. Quello conta molto di più dei pettorali, ma non tutti lo capiscono. Poi una volta innescata la seconda chance è fatta. Non fallisco quasi mai. In ogni caso cercare una donna creava occasioni impensate. Cercando lei magari ci si imbatteva in qualcun’altra, anche più interessante. Questa volta era diverso. Cercare lei significava mettersi in rete. Io, il portatile e la connessione wireless. Se mancava uno dei tre non se ne faceva nulla.

Andai in camera per vestirmi. Sopra il letto se ne stava spiegazzato il completo grigio che avevo indossato il giorno precedente. Ero tornato a casa ubriaco e incazzato nero. Mi ero spogliato in fretta ed ero crollato. Ero incazzato perché mi ero perso un’occasione. Sonia mi aveva guardato con l’occhio trombino per tutta la giornata. Il termine “occhio trombino” è mio e di Ugo e si riferisce a l’espressione che hanno gli occhi di una donna che non lascia dubbi, del tipo ci stai o no?
È un occhio che ammicca senza ammiccare. Un desiderio che diviene pensiero e che viaggia attraverso le pupille.
Già in Chiesa ci aveva provato. Io me ne stavo seduto sulla mia seggiolina del testimone. Quando era arrivata all’altare si era voltata verso me conficcandomi quello sguardo come una lama nella carne. Stavo per cadere. I suoi occhi rilucevano d’emozione, ma non era una emotività dovuta alla cerimonia che si stava per compiere e di cui era la protagonista. C’era qualcosa di alterato. Come se quella situazione non fosse sua e cercasse una via di fuga. Sembrava una mosca finita in una ragnatela. Forse si aspettava che la prendessi e la portassi via. Proprio io che la conoscevo appena. Chissà che cosa le faceva credere che l’avrei aiutata.
Ugo ed io condividevamo ogni cosa, ma quando strinsi la mano a Sonia, la prima volta, era già una futura moglie. Un futuro immediato. Si erano incontrati a marzo e agli inizi di maggio erano all’altare. L’avevo vista un paio di volte e avevo avuto il sentore che non fosse la donna giusta. Nessuna donna, secondo me, è quella giusta. Per prendere una decisione del genere si deve essere molto ottenebrati ed evidentemente l’effetto che Sonia aveva avuto su Ugo era di averlo rincoglionito. Lui aveva spinto per il matrimonio.
“Stavolta è quella giusta, Daniel. Non ho dubbi”, diceva.
Mentre pronunciava queste parole io guardavo la birra dorata che avevo di fronte e raccoglievo con le dita la condensa che si era formata sul vetro del bicchiere. Non avevo il coraggio di guardarlo negli occhi. Era ovvio che era un errore, ma che diritto avevo di dirglielo? Era innamorato. La conosceva appena e non aveva dubbi. A me era bastato uno sguardo per inquadrarla. Forse per questo cercava proprio me, all’altare.
In ogni caso guardare insistentemente il testimone non era un atteggiamento da sposa. Io comunque mi sentivo complice. Mentre avanzava verso il prete, con la sua camminata dinoccolata sui tacchi alti, mi era venuta voglia di prenderla e tirarla a me, solo per vedere se il cambio di direzione l’avrebbe fatta inciampare o se avesse continuato a fluire come un bandiera al vento.
Aveva gli occhi neri e lucenti e le labbra carnose, il naso sottile e i capelli lisci e corti. Una bellezza mediterranea. Poteva essere una modella. In realtà non so nemmeno cosa facesse, nella vita, e non mi importava. I suoi sguardi bastavano. Mi lusingavano e allo stesso tempo mi irritavano. Per un momento me l’ero immaginata vestita da sposa che mi cavalcava come una forsennata sulla sedia del testimone. Subito avevo cancellato quel pensiero come una botta di spugna su una lavagna. Un leggero alone restava visibile, ma con il tempo se ne sarebbe andato. Come le parolacce che scrivevamo a scuola.
“Cancellale prima che arrivi la maestra!” diceva Ugo. Ed io correvo al mio posto lasciandolo da solo davanti alla lavagna, con il cancellino in mano.
Guardavo gli anelli posati sul cuscino rosso bordò. Erano vicino a me. Ero io il loro custode e avevo l’incarico di porgerli al momento giusto. In ogni matrimonio c’è un innocente che porta gli anelli all’altare. Quel giorno no. Toccava a me, l’amico fidato. Mi avevano attribuito questa virtù accontentandosi di prenderla a prestito, al posto dell’innocenza. Come se la fiducia che Ugo nutriva nei miei confronti mi rendesse immune dai mali del mondo.
Fuori dalla Chiesa, prima che salissero in macchina mi ero avvicinato per abbracciare Ugo. Guardavo al di là della sua spalla… di nuovo quegli occhi. Ho sentito un brivido. Ero eccitato. Ci mancava che Ugo se ne accorgesse.
Più tardi anche la coscienza s’era smossa. Mentre se ne andavano sorridenti verso la spiaggia per far fotografie, io sono salito nella mia auto e ho cominciato ad andare verso il ristorante. Ad ogni curva sentivo montare la rabbia nello stomaco. L’impossibilità di averla mi innervosiva e ancora di più il senso di colpa che cresceva solo per averla desiderata. Dovevo dirlo a Ugo. Cominciavo già a cercare le parole giuste. Le parole mi tormentavano. Avrei dovuto dirgli, nel giorno del suo matrimonio, che sua moglie ci stava provando con me. Non potevo. Siamo amici ma non si può. E non ci si può fare la moglie di un amico.

Mi vestii in fretta prendendo le prime cose che mi capitarono sottomano. Dovevo correre in stazione e salire su quel treno per essere a Piacenza per le 10. Dovevo vedere Eva e volevo stringerla forte. Non sapevo nemmeno se si sarebbe lasciata abbracciare ma, da come mi scriveva in chat, qualche possibilità sembravo averla.
Aveva quarant’anni. Era stata una ginnasta e aveva girato il mondo per gareggiare, fino a quando si era sposata. Non era felice. Suo marito non la faceva felice. È impossibile rendere felice qualcuno per la vita. Prima di avvicinarsi all’altare dovremmo chiederci che cosa è la felicità. Se gli uomini si rendessero conto che dura solo pochi istanti, e sono istanti saltuari e incontrollati e senza causa apparente, non si prenderebbero mai in carico la felicità di altri. È ridicolo. Non l’ho mai biasimato, né lui e nemmeno lei.

Daniel: “Quando ci vediamo?”
Eva: “Non lo so.”
Daniel: “Perché non vuoi vedermi?”
Eva: “No, io ti vorrei vedere, ma non so”
Daniel: “Perché no. Dai, quando ci incontriamo?”
Eva: “Non lo so, non sono convinta di volerti incontrare”
Daniel: “e perché?”
Eva: “…”
Daniel: “Sono un gentiluomo sai?”
Eva: “Per quel che ne so potresti anche essere un serial killer”
Daniel: “Grazie. Allora perché saresti qua a scrivermi?”
Eva: “Scrivere non crea legami reali e non è pericoloso”
Daniel: “Se fossi un serial killer ti troverei. So qual’è la tua città e verrei sotto casa tua ogni sera”
Eva: “Non è rassicurante…”
Daniel: “Anzi, se guardi dalla finestra mi vedrai…”
Eva: “Smettila, mi spaventi”
Daniel: “Alzati e prova a guardar fuori. Quando torni dimmi cosa vedi”
Eva: “La fai finita o no? Non mi diverti”
Daniel: “Oggi avevi una maglietta rosa… ti ho visto parcheggiare l’auto ed entrare in casa… meravigliosa”
Eva: “No. Sbagliato : P. Non ero in rosa, odio il rosa, e sono rientrata in autobus”
Daniel: “Dai su… incontriamoci! Voglio abbracciarti…”
Eva: “Si e poi?”
Daniel: “E poi ti bacio…”
Eva: “E dopo? Cosa succede?”
Daniel: “Vuoi che te lo scriva?”
Eva: “No. Intendevo dopo… il giorno dopo…”
Daniel: “Cosa te ne importa. Intanto condividiamo quel momento…”

Come tutti i treni interregionali, anche quello era lento e colmo di gente. Mi ero seduto sul sedile accanto al finestrino e pensavo a quanto sono lerci i sedili dei treni. Giorno dopo giorno assorbono il sudore e la polvere che si deposita sui vestiti e la pelle di migliaia di passeggeri. Ognuno di loro potrebbe raccontare una storia. La storia di un sedile e dei mille culi che lo hanno schiacciato.
Il posto accanto al finestrino è di sicuro il meglio che si può avere. Chi ci si siede non può evitare di guardare fuori. Ci fossero anche i peggiori mostri, il passeggero li guarderebbe. Mentre osservavo i miei mostri entrava nel vagone una ragazza con le cuffie nelle orecchie. Si era seduta proprio di fronte a me. Io avevo ritirato le gambe e le avevo lasciato spazio. Ero stato gentile, ma lei non se ne era accorta, non mi guardava. Continuavo a fissarla, distogliendo di tanto in tanto lo sguardo. Ma non riuscivo mai ad incrociare i suoi occhi. Era altrove, ma non era affatto un luogo felice. Mi ricordava Giulia, il mio ex tormento. Aveva circa la sua età, quando l’avevo incontrata. Anche lei aveva questa aria vaga e persa delle ventenni bisognose e tristi. Dolci, carine, ma pesanti. O l’amore vero o niente. E doveva essere amore pieno e compenetrante. Ti entrano nelle mutande, e fin qui tutto bene. Poi ci restano attaccate anche quando le butti in lavatrice.
Con lei era stata una storia seria. Serissima, anzi deprimente. Mentre scopava con me in realtà scopava suo padre. Coi sentimenti s’intende. Mi diceva che era innamorata dei miei capelli brizzolati. Mi accarezzava le rughe intorno agli occhi e mi chiamava papino. Quando cominciò a gridarlo anche a letto cominciai a preoccuparmi della sua, e anche della mia salute. L’immagine di suo padre, che un giorno mi aveva voluto presentare a tutti i costi, mi si parava davanti agli occhi e l’eccitazione svaniva. Una catastrofe. Poi non mi mollava mai. All’inizio era piacevole vederla, nuda o vestita che fosse. Era gradevole agli occhi. Anche la sua espressione dolce e la vocina. Era servile e sempre disponibile. Ma in meno di un mese era entrata in casa mia come un’inondazione. Aveva eroso i miei spazi vitali e sommerso ogni cosa della mia vita. Dopo qualche mese ero esploso e l’avevo lasciata, e le avevo dovuto mentire. Avevo dovuto dirle che non mi sentivo alla sua altezza e che meritava di meglio. Altrimenti si sarebbe uccisa. Lei credeva, e forse ci crede tutt’ora, nell’amore eterno. Credeva che due persone potessero vivere la perfezione per sempre. Non esiste la perfezione. L’attimo è perfetto e non ha nulla a che fare con l’eternità.
Emi era stata uno di quegli attimi. Avrei fatto ogni cosa per lei. Poi, un giorno, l’avevo trovata piegata con la testa dentro al water. Era casa mia e quello era il mio water. Stava vomitando la cena che avevo cucinato per farla felice. Avevo cominciato la mattina alle 9 con la spesa alla pescheria e avevo finito alle 10 di sera quando ero entrato in bagno per dirle che il sorbetto era in tavola. Un sorbetto al melone. Lei adorava il sorbetto al melone. Aveva le maniche del vestito sollevate fino ai gomiti. Era in ginocchio e la mano destra aveva ancora l’indice e il medio tesi, staccati dal resto della mano, pronti per rientrare in azione. La mano sinistra era appoggiata alla tavoletta. Gli occhi le schizzavano fuori dalle orbite e il bianco sembrava crepato, rotto. Venuzze rossastre circondavano la pupilla. Il volto era paonazzo e le labbra bluastre.
In quel momento ho visto la pazzia. La mia e la sua. Avevo davvero pensato che una cena l’avrebbe resa felice. Invece avrei dovuto prenderla a schiaffi da mattina a sera, perché lo fosse. Ma non è il mio stile.
È finita così. L’ho lasciata china sul water a guardarsi riflessa in quelle acque torbide. Me ne sono uscito di casa e sono stato fuori tutta la notte. Sapevo che mi avrebbe aspettato. Erano le 7 del mattino quando sono tornato e l’ho vista scendere le scale esterne della palazzina. L’ho spiata senza farmi vedere. Aveva i capelli legati e gli occhi gonfi. Il volto era pallido e la pelle sottile. Stretta nel soprabito blu che le cingeva la vita minuta, si allontanava mentre il ticchettio dei tacchi alti risuonava nel silenzio della prima mattina. Diafana bellezza.

Ero quasi arrivato. Nonostante il treno fosse lentissimo, a Piacenza mancavano solo poche fermate. La ragazza di fronte a me era sempre più nervosa. La vedevo scalpitare e temevo che mi mollasse un calcio da un momento all’altro. Continuava a pigiare sui tasti dell’ipod in cerca del brano perfetto per quel momento, ma non lo trovava. Non c’era. Guardava insistentemente il cellulare. Mi metteva a disagio. Cercai di giustificare questa smania con l’idea che fosse sconvolta. Forse aveva litigato con il ragazzo, oppure l’aveva trovato a letto con un’altra o peggio ancora con un altro. Può succedere.

Sonia aveva scalpitato per tutto il pomeriggio. L’avevo di fronte, perché il tavolo dei testimoni era accanto a quello degli sposini novelli. Non riusciva a stare ferma. Ugo l’abbracciava e lei lo lasciava fare. Sorrideva e stava al gioco, poi mi rivolgeva lo sguardo maledetto. Si sistemava il velo e mi fissava. Beveva e mi fissava. È evidente che anche io la guardavo, altrimenti non me ne sarei accorto. Ma lei era la sposa, era lei la protagonista in quella macedonia di persone. Lei e suo marito, io… io ero solo il testimone fidato. Non avrebbe dovuto guardarmi e nemmeno sorridermi.
Dopo parecchi brindisi l’atmosfera era euforica. Il vino sgorgava di continuo dalle bottiglie e gli invitati alticci intonavano cori e canzoni, mentre le donne preparavano quei noiosi scherzi tipici delle cerimonie. I tavoli rotondi, ricoperti da lunghe tovaglie bianche, erano colorati dai piatti di portata che restavano quasi intatti. Eravamo tutti sazi, ma le pietanze a venire erano ancora tante.
Odio i matrimoni. Li odio perché già dopo l’antipasto ho la sensazione di vivere una festa che sta finendo, ma che continua per forza d’inerzia. Allora ci si lascia trasportare. La noia mi fa riempire il calice per svuotarlo e mi viene voglia di fumare, anche se io non fumo e non ho mai fumato. Mi fanno invidia quelli che fanno dentro e fuori dal giardino, per una sigaretta. Una boccata di nicotina ed uno sguardo alla campagna marignanese. Eppure anche per loro dev’essere troppo. A sera i polmoni devono essere saturi.
Nonostante la noia non potevo andarmene. Poi Sonia sembrava sempre più interessata ad avvicinarmi ed io volevo vedere dove sarebbe arrivata. Il pensiero di parlare con Ugo si era assopito. Il vino aveva addormentato la coscienza e aveva risvegliato la leggerezza. Non era più importante parlargli. Non in quel momento.
Quando Sonia si era alzata dal tavolo era ubriaca. Il trucco le era colato leggermente sotto agli occhi. Era passata in mezzo ai tavoli strisciando, con la gonna gonfia, contro la mia sedia e si era voltata. Aveva posato una mano sulla mia spalla e mi aveva chiesto scusa. Poi mi aveva fatto cenno di seguirla. Io la guardavo allontanarsi oltre il salone della villa e attraversare l’arcata che conduce alla sala accanto. Mi ero alzato e l’avevo seguita. Si era fermata ad aspettarmi. La stanza era vuota. Due poltrone stile impero stavano accanto al divano, di fronte al grande camino. Con le mani posate sulla vita, se ne stava accanto a una copia della venere di Milo. Mi guardava sorridendo soddisfatta. Ce l’aveva fatta. Ero caduto nella sua rete. Io, le dovevo sembrare una conquista impossibile, per via del mio rapporto con Ugo, per quello che lui evidentemente le aveva raccontato di me.
Dopo aver sorriso si era girata di nuovo e aveva perso l’equilibrio, sui tacchi bianchi. Aveva imboccato barcollante il corridoio. Teneva sollevata la gonna ma, nonostante i suoi sforzi, i tacchi continuavano ad incastrarsi nella crinolina.
L’amicizia blocca. È come una relazione coniugale. È un legame. Se avessi continuato a seguirla mi sarei fatto una trombata indimenticabile. Se non avessi avuto amici. Ma poi ho pensato che di donne come lei ce ne sono tante. Di amici fidati, o che ti reputano tale, non lo so.
Mi sono fermato all’inizio del corridoio. L’ho guardata da lontano, mentre lei si fermava davanti alla porta del bagno. Si è girata verso me con aria interrogativa e indispettita. Le ho fatto un cenno di saluto con la testa e sono tornato indietro. Lei ha dato un calcio alla porta e l’ha sbattuta, entrando. Il tonfo echeggiava nelle sale vuote, mentre rientravo nel salone in festa.

Eva: “Non mi va di tradirlo, non me la sento”
Daniel: “Ma è una cosa normale. È il nostro istinto”
Eva: “Ma non è da assecondare”
Daniel: “Perché no? Perché sfidare le leggi universali?”
Eva: “Ma quali leggi universali d’Egitto???”
Daniel: “Dai non mi far dire cose così scontate. Sai benissimo di cosa parlo! Siamo di carne”
Eva: “E l’anima dove la lasci, filosofo? L’hai già venduta?”
Daniel: “No, sono solo onesto e conosco i miei limiti”
Eva: “Hai mai tradito?”
Daniel: “Si, mi è successo”
Eva: “E poi?”
Daniel: “E poi è come prima. Conosci solo una cosa in più”

Quando mi sono alzato dal sedile, la ragazza finalmente mi ha guardato. I suoi occhi neri hanno seguito i miei movimenti. Non l’ho salutata, perché avrei dovuto. Sono uscito dal vagone e ho respirato l’aria fresca. Poi ho preso l’autobus per arrivare all’appuntamento in via Veneto. C’è una sala da the molto graziosa, avevo pensato di portarla là.
Non volevo si sentisse in imbarazzo. Non era la prima donna sposata che incontravo e sapevo che era necessario un certo tatto. Doveva sentire solo i miei occhi su di lei.
Nella parallela a via Veneto c’è il Motel Pamela. Avevo già prenotato. È un motel carino e le stanze non puzzano di chiuso. L’ambiente è ospitale. Ogni stanza ha le tendine colorate con motivi optical anni ’60. È come ritrovarsi nel film Il laureato. In realtà non so se ci fossero le tende optical nel Laureato, però mi fanno pensare a quel film. Sarà un’associazione di idee legata al tradimento e al peccato. Ma non era un problema mio. Era lei la traditrice. Io sarei stato un Dustin Hoffman un po’ più cresciuto. Libero, e allo stesso tempo prigioniero del fascino di Mrs Robinson. Forse non calza, come paragone. Anche perché traditrice d’intenzione non sembrava esserlo. Dovevo convincerla. Se la conquistavo e le piacevo ci sarebbe stata, altrimenti non se ne sarebbe fatto nulla.

Il porticato di via Veneto era vuoto. Non c’era nessuno, a quell’ora. L’aria primaverile mi solleticava le narici e l’attesa mi lasciava il tempo di fantasticare. Volevo vederla arrivare e l’aspettai proprio di fronte alla fermata del bus, ma dall’altro lato della strada. Volevo vederla mentre attraversava di corsa la strada con i seni ondeggianti e i capelli fluenti. Poi mi avrebbe guardato negli occhi e mi avrebbe sorriso. Io l’avrei abbracciata e lei non avrebbe potuto resistermi. Almeno credevo.
Se non le fossi piaciuto avremmo trascorso insieme una tiepida mattinata di maggio. Cercavo di convincermi che anche in quel caso sarebbe andata bene. Del resto non si può piacere sempre, purtroppo. C’era una certa affinità tra noi, era chiaro. Se non le fossi piaciuto fisicamente sarebbe stato comunque un limite relativo. In fondo aveva deciso di incontrarmi e quindi le piacevo per altri motivi. Le mie foto le aveva viste su Facebook. Non si trattava di un vero e proprio appuntamento al buio. Se non fosse venuta affatto sarebbe stato più grave. Avrei fatto un viaggio così lungo per niente. Mi sarei sentito preso in giro. Magari no. Sarebbe stato il senso di colpa ad impedirle di partire. Comunque cercai di non pensare al peggio. In fondo era solo in ritardo di dieci minuti.
Quando arrivò un altro bus e si fermò, il mio cuore cominciò ad accelerare. Mano a mano che scendevano le persone l’agitazione cresceva. Il timore che non fosse venuta mi attanagliava la gola.
Poi ho visto i capelli biondi. Era lei. Si avvicinava all’attraversamento pedonale. In quel momento l’adrenalina scese. Era quello il momento più bello. Lei che arrivava e che da lontano mi scrutava.
Mentre attraversava la strada mi chiedevo se ci sarebbe stata. L’espressione era benevola e così pensavo di sì, che si poteva fare. Quando fu poco distante da me io allargai le braccia per farle capire quanto ero contento di vederla e per accoglierla. Appena sentii i suoi capelli lisci sfiorarmi il viso e il suo profumo avvolgermi le narici mi sentii rinascere. Ero pronto. Le sorrisi. Eravamo entrambi imbarazzati. Pensai di dirle subito che l’amavo. L’amavo davvero. In quel momento l’amavo alla follia. L’amavo come un affamato ama il cibo che sta per mangiare. Mi chiedevo se quel desiderio si sarebbe mai appagato. Questa volta mi sarebbe bastato l’antipasto oppure sarei voluto restare a tavola fino al dolce? Il dubbio non mi fece tentennare un attimo.
Ma non era il caso di dirle che l’amavo, mi avrebbe preso per scemo. Solo, le sussurrai all’orecchio che era stupenda.
“Non esagerare” mi disse lei.
“No dico davvero, sei ancora più bella dal vivo”. Questa le era piaciuta.“Ti ho convinta?”.
“Si. Ho capito come sei”.
“E cioè?”
“Un adulatore senza ritegno”.
“Ah quindi, un bugiardo?” Rideva mentre con la testa faceva cenno di si.
“Non sarei mai venuto se non fossi stato certo che eri meravigliosa come sei”.
Era arrossita. L’atmosfera si stava scaldando. Le cose stavano andando esattamente come avevo pensato. Ci piacevamo. Le chiesi se voleva bere qualcosa.
“Non è ancora ora dell’aperitivo! Mi vuoi ubriaca?” Aveva risposto maliziosa.
“Intendevo un caffè, oppure un the”, la rassicurai. Non volevo si sentisse minacciata. “Io sono innocuo. Non faccio niente di male alle donne, solo del bene”
“Simpatico”, rispose lei.
Ci avviammo verso la sala da the, mentre le cingevo la vita con un braccio. Avrei voluto dirle che suo marito era un uomo fortunato, ma era meglio tacere.

Share |

Giugno 25, 2010 Pubblicato in: Racconti   Leggi Tutto

Racconto/Il Ciao bianco

di nevio semprini

Questo racconto ha ricevuto una menzione al premio Noblè di Rablè per la prosa, edizione 2010

Nel cortile del condominio c’era l’erba alta e secca, un Ciao bianco con le ruote sgonfie era incatenato alla cancellata arrugginita.
Suor Carmela camminava veloce, con passetti corti ma rapidi. Io ero rimasta qualche passo indietro, ero presa dai particolari di quella periferia che conoscevo bene, ma che non vedevo da due anni. Due anni meno quindici giorni per buona condotta, per essere precisa.
Salii dietro a lei gli scalini di graniglia rossastra, annerita dalla patina lucida di sporco indurito. L’appartamento che ci aveva trovato era al terzo piano. Ci abbracciammo con forza.
 Il Signore sia con te.  Mi disse.
 Grazie “Ca”.  Le risposi, e alzai il pollice della destra chiusa a pugno. Mi appoggiai alla balaustra e rimasi a guardare la sua veste azzurra scomparire e riapparire fra una rampa e l’altra. Un fantasma di luce azzurra fra il grigio rosso degli scalini e il grigio panna dei muri. Tre giorni dopo sarebbe arrivata Manu, così mi aveva promesso la suora.

Lei aveva fatto sei mesi per spaccio, io quasi due anni per furto e scippo. Troppo. Ma la condizionale me l’ero già giocata e, quando avevo strappato alla vecchia la borsa appesa al manubrio, lei era finita a terra. C’è mancato poco che ci rimanesse secca. Così mi hanno appiccicato anche l’accusa di lesioni colpose. L’arringa dell’avvocato che mi avrebbe dovuto assistere, del resto, pareva la predica di un parroco di paese. E di quelli tranquilli. Che colpa ne avevo io, se lei non sapeva stare in equilibrio neanche su un Ciao fermo, questo me lo dovrebbe spiegare, il giudice.

Con Manu mi vedevo nel cortile a fumare e mi sembrava di conoscerla abbastanza bene. Pensai che fosse una buona idea accettare la proposta di Suor Carmela, di dividere l’appartamentino con lei.
Una cucina-soggiorno-pranzo, un piccolo corridoio occupato dall’armadio a muro che fa da ripostiglio, su di un lato, e dalle tre porte che parevano incastrate nei tre lati liberi. Occorreva ricordarsi di chiudere le ante dell’armadio per lasciar spazio all’apertura della porta per il soggiorno. Del bagno mi piacevano le piastrelle con grandi fiori blu stile anni settanta, anche se alcune erano crepate e la tenda di nylon della doccia aveva delle macchie di muffa. C’era una camera sola da dividere con Manu, però avrei pagato duecentocinquanta euro al mese invece di cinquecento.
Mi venne qualche dubbio sulla mia compagna di stanza la settimana dopo il suo arrivo, quando lei non accettò il lavoro che ci aveva trovato Carmela, la suora. Suor Cà, come la chiamavamo al gabbio, ci aveva accompagnato al colloquio con la signora dell’ufficio personale della società. Durante il tragitto ci aveva raccontato com’era nata, diversi anni prima, quella amicizia con la signora e suo marito. Avevano un figlio handicappato e si erano rivolti a lei, che in quel periodo non lavorava ancora per il carcere femminile. Il figlio non gliel’aveva fatta, ma dall’esperienza era nata tra loro l’intesa di dare una mano alle persone in difficoltà. E io e Manu, dopo aver pagato i nostri debiti con la società, facevamo evidentemente parte di quella categoria.

Con tante belle parole ci disse in cosa consisteva il lavoro.
 Vabbè.  Dissi io senza entusiasmo.
 No, potrei impazzire.  Disse Manuela, il suo sguardo era basso, da vittima.
 Ma guardi signorina che è un lavoro come un altro. Poi magari, dopo qualche mese, potreste chiedere di spostarvi nei supermercati o negli uffici. La Linda s.r.l. si occupa delle pulizie di un centinaio di aziende.
 No. Confermò scuotendo la testa.  Avevo gli occhi fissi su di lei, ma lei evitò di guardarmi.

Sono qui già da un mese. Arrivo alle otto, col tram mi ci volevano quaranta minuti, mi dovevo alzare prima delle sette. Così, sabato ho chiesto a tutti quelli che incontravo nel condominio se sapevano chi fosse il proprietario del Ciao abbandonato in fondo al cortile.
Nessuno ne sapeva niente, pare che fosse lì da diversi anni. Mario, quello che fa un po’ di tutto per il condominio, mi ha dato una mano. E’ zoppo, e non ha voglia di tagliare l’erba del cortile, però ha subito rimediato una tronchese bella lunga e ha tagliato la catena. Poi ha chiamato un suo amico meccanico e mi ha detto di passare da lui, per sistemarlo. Aveva una faccia soddisfatta, quando mi sono avviata a piedi spingendo il motorino. Poi m’ha detto:  Sei senza documenti, se ti beccano io non so niente. 
Col Ciao passo sui marciapiedi e impiego si e no un quarto d’ora. Se piove prendo il tram. Manu intanto ha rifiutato altri tre lavori.
Raccolgo fazzoletti di carta, cicche di sigarette, fiori, morti anche loro, dentro questo borgo di morti chiuso tra quattro mura. Sono qui dal lunedì al sabato, dalle otto alle tre di pomeriggio, mezz’ora di pausa-panino dalla mezza all’una, per seicentocinquanta euro al mese con contratto a progetto. Spero che nel progetto non ci sia anche l’obbligo di far resuscitare qualcuno. Tolti duecentocinquanta per l’affitto ne rimangono quattrocento, non che sia gran cosa ma dovrei riuscire a tirare avanti senza rubare. Almeno ci proverò.

 Come pensi di fare per l’affitto e la spesa ?  ho chiesto ieri sera a Manu dopo aver saputo del suo rifiuto di un altro lavoro e dopo la telefonata di Suor Cà, che mi ha chiesto di aiutarla. Pensa un po’, mi sono detta, da ex quasi assassina ad aiuto-suora in soli due anni.
 Ho dei soldi da parte.  Mi ha risposto un po’ brusca. Dal tono lasciava intendere che avrei dovuto farmi gli affari miei. Forse non l’ho conosciuta abbastanza in carcere, almeno sotto questo aspetto.

Il lavoro comincia a piacermi. Sì a piacermi. Mi piace l’idea che tutto ciò che sto facendo non è per compiacere o soddisfare qualche capo o funzionario o comunque persone per le quali lavori, ma dei morti. Dei morti: silenziosi e passivi anche se gli prendessi a calci le lapidi o rovesciassi sulle loro tombe l’acqua putrida dei vasi. Il mio senso di ribellione cominciava a cedere il passo.
E’ un vecchio cimitero e gli ultimi arrivati risalivano a più di dieci anni fa, quando finirono i posti. I posti migliori, sotto il colonnato che circonda e racchiude il prato, sono occupati dalle tombe monumentali delle famiglie importanti: i Farneti, i Campana, i Bertone ed altri.
Quella è la zona da pulire per prima, mi hanno detto quelli della Linda.
Ma la zona che mi piace di più è quella vicina al porticato, scoperta e per molte ore sotto il sole, una fascia di ghiaia bianca che corre parallela all’interno delle colonne e all’esterno delle tombe più nuove. E’ il posto delle tombe mal tenute e tutte diverse tra loro, croci arrugginite e lapidi sbeccate con i ritratti tristi, rovinati dalle macchie dell’umidità, o sbiancati da più di mezzo secolo di sole. Alcune tombe sono addirittura senza foto, da quanto sono vecchie e povere. Per alcune ci sono dei fiori di plastica, con le foglie ormai dello stesso colore indefinito dei petali, per le altre non ci sono neanche quelli.

La settimana dopo comincio a riconoscere alcuni frequentatori abituali. Come la signora sui quarantacinque, vestita di nero, ma di un nero che rimarcava la sua sensualità più che la malinconia del lutto. Finora era sempre venuta verso mezzogiorno, faceva una visita veloce alla tomba di quello che credo fosse il marito. Il tempo di inginocchiarsi, senza appoggiare il ginocchio avvolto dalla calza nera, farsi un veloce segno della croce, e tornava sulla Smart, anch’essa nera, parcheggiata di fianco all’ingresso. Proprio oggi, poco prima dell’una, stavo mangiando il panino col tonno seduta sul sellino del Ciao, l’ho vista uscire dalla Smart, scomparire al di là dei muri, e uscire pochi minuti dopo, che ancora non avevo finito il panino. Lei forse non mi ha notato, immobile in tuta bianca sul motorino bianco a ridosso del muro bianco; muovevo solo le mandibole per masticare e gli occhi per seguire i suoi movimenti. Si è tolta le scarpe nere col tacco basso, le ha riposte nel bagagliaio e le ha sostituite con delle scarpe rosso sangue con il tacco alto. Mentre faceva retromarcia ha appoggiato il telefono all’orecchio, e le labbra si sono aperte in un sorriso che lasciava scoperti i denti.

Il fatto che in questo cimitero fossero tutti sepolti da almeno dieci anni smorzava molto l’atmosfera tragica e drammatica. Forse per questo mi trovo bene qua. Poi vedo spesso il vecchietto in tuta sportiva. Viene a piedi e non prega mai, però parla di continuo alla tomba di suo fratello. L’altro ieri, mentre vuotavo il cestino ho sentito una parte del discorso che faceva ad alta voce.  Parlo con te  diceva  perché non c’è più nessuno vecchio come me. Te non mi rispondi, ma capisci almeno. I più giovani cosa vuoi che capiscano, quando gli racconto delle cose che sono successe quando non erano ancora nati? Ti ricordi la casa della Stella, dove dicevano che c’erano i fantasmi, io ci avevo nove, dieci anni, te dodici o tredici. Te mi hai detto che ci correva dietro il fantasma, si sentiva il rumore dei sandali sulla ghiaia e non vedevamo nessuno. Ci sarà stato poi il fantasma? Però come correvamo! E quando m’hai portato alla Casa, che non mi facevano entrare. E te che dicevi che ero maggiorenne, che garantivi per me? Non mi hanno mica fatto entrare poi, ho dovuto immaginarmi com’erano fatte le donne per dei mesi ancora, dei mesi… 
Poi mi sono allontanata, perché mi sembrava di rubare dei segreti.

Lunedì mattina sono venuti altri due vecchi, credo marito e moglie. Sono rimasti un’ora davanti alla piccola tomba bianca di una bimba nata e morta nello stesso mese dello stesso anno. Dalla seconda data incisa nel marmo bianco erano trascorsi sessant’anni giusti, loro si sono inginocchiati, hanno deposto un grande mazzo di rose bianche che ricopriva l’intera tomba. Poi si sono dati la mano e si sono parlati.
 Te la ricordi ancora? Chiedeva il signore anziano.
 Sì, mi sembra di sì, adesso che la vedo.
 Ma da viva, intendo.  Terminarono dispiaciuti di aver perso di lei anche il ricordo. Si costrinsero a ricordarla per dedicarle ancora un po’ di sofferenza.
Quando se ne sono andati mi hanno salutato.

Qui ho molto tempo per pensare, un po’ come in carcere, anche qua ci sono quattro mura alte. Però posso uscire quando voglio. Prima del carcere, pensare e agire per me erano quasi un’azione sola. Lì ho cominciato a riflettere, è come se avessi scoperto una persona sempre pronta a dialogare, anzi a discutere con me. E anche lei è uscita dal carcere, insieme a me.

Sono rimasta ferma a guardare quella piccola tomba per alcuni minuti. Credo fosse la loro figlia. Ma la ricordavano già nella tomba, troppo distante nel tempo e troppo breve la sua vita per essere ricordata. Non ci avevo mai pensato prima, ma i bambini e i ragazzi, quelli morti troppo presto, che hanno avuto funerali pieni di disperazione e di folla, sono quelli meno ricordati. Meno visitati dei nonni morti di morte naturale dopo ottanta, novant’anni di vita. Quelli che, ai loro funerali, la gente passeggiava e parlava d’altro.
Poi ho ripensato a me, a Manuela, a Suor Carmela che mi ha chiesto di starle vicino, di aiutarla a inserirsi e mi convinco che appena torno devo parlarle. Devo dire a Manuela che qua si sta bene, che questo lavoro non è male, e che ripensi al suo no. Deve smettere di starsene in casa come se fosse ancora in carcere, chiusa in camera a leggere e a fumare.

Entro nel cortile di casa, rimugino ancora le parole da dirle per convincerla, appoggio il Ciao al muro scarabocchiato di storie d’amore. Salgo e trovo la porta dell’appartamento chiusa, con sopra un post-it: “si prega di non disturbare fino alle quattro”. Mi viene la tentazione di aprire lo stesso, poi provo a chiamarla sul cellulare, ma è spento. Torno indietro e mi fumo due camel blu per far passare la mezz’ora che manca alle quattro. Alle quattro e cinque esce un signore pelato, in giacca e cravatta e valigetta che mi passa dritto a fianco, poi si ferma a guardare a destra e a sinistra prima di uscire dal cortile.
 Chi era quello?
 Un assicuratore.  Manuela è seduta sul letto disfatto, vestita ma scalza. Sull’unico comodino che c’è tra i nostri letti spuntano due pezzi da cinquanta euro, da sotto la radiosveglia.
 Chi era?
 Lasciami stare Vinicia.  Manu tiene lo sguardo basso.
Esco senza dire altro.  Ho capito quel che Suor Carmela voleva da me. Ma cazzo! Se lo sapeva che faceva le marchette perché mettermela in camera? Allora sei stronza. Non sono mica una santa io. Mi viene il vomito all’idea di stare ancora in quella camera, ma chi ce li ha i soldi per un altro posto? Questi pensieri mi frullano in testa intanto che cammino sul lungotevere e l’ultima Camel è già finita. Decido di chiamare la casa circondariale e chiedere di Suor Carmela.
 E’ impegnata nei colloqui, mi dispiace. Provi più tardi.  Mi risponde una voce distaccata. Mi viene un brivido al pensiero che quella voce proviene da dentro il carcere dove avevo marcito per due anni. Non volevo tornarci, neanche con la voce. Non richiamo più nessuno. Devo resistere a tutti i costi. Ma adesso chi ci torna nella camera con quella ? Passeggio ancora un pò, mangio qualcosa in un bar, torno tardissimo, quando Manuela già dorme. Per evitarla mi distendo sul divano. Ha due posti e devo tenere le gambe un po’ piegate. Mi sveglio prima del solito per la posizione scomoda, mi sciacquo la faccia nel lavandino della cucina e mi asciugo con uno strofinaccio. Prendo la giacca a vento, mi infilo in tasca il vasetto di nutella, un panino e decido di prendere il tram, visto che il tempo è un po’ piovigginoso.

Al cimitero oggi non arriva nessuno, non ho molto da fare. Mi fermo davanti a una vecchia tomba che mi colpisce per le immagini scolorite dei volti ancora giovani. I loro occhi paiono vivi e prigionieri di un sepolcro abbandonato da decenni. Gli sguardi non sono rivolti ai fiori tristi, ai marmi desolati; sono fieri e magnetici, e mi seguono. I loro nomi sono veramente particolari: Eupilio e Fiordalice. Leggo le date: Eupilio nato nel 1880 e morto nel 1959 e Fiordalice nata nel 1882 e morta nel 1960. Rileggo. Non ho mangiato da ieri a pranzo, ho dormito poco e male e ho una gran confusione in testa. Così mi siedo accanto a loro, tiro fuori il panino e la nutella, e ne faccio dei pezzetti che puccio nel vasetto. E, intanto che mi gusto quel sapore, mi vedo bambina e immagino che Eupilio e Fiordalice siano i miei nonni, anzi fatti due conti, i miei bisnonni. Tanto io non so chi sono né i miei genitori né e i miei nonni. Poi questo nome, Vinicia, che mi hanno affibbiato le suore dell’orfanotrofio, ha qualcosa in comune con i loro nomi. Quanto è strano non avere parenti, neanche vecchi o lontani e… manco defunti. Nessuno in cui cercare somiglianze, nessuno a cui dare le colpe del carattere che mi ritrovo.
Proprio nessuno.
I genitori, che mi hanno abbandonata a due mesi, potrei andarli a cercare, ma a che scopo? I bisnonni sarebbero in ogni caso morti. Morti per morti, questi mi sono simpatici. E chi può dire che non siano veramente i miei bisnonni? Mia mamma… sì mia mamma, se mi ha abbandonata non avrà neanche capito chi era mio padre, figurati i bisnonni. Ho deciso, da oggi saranno i miei bisnonni, adotterò dei bisnonni… morti. Sempre meglio che non avere nessun parente, in fondo tante persone non hanno conosciuto i bisnonni.
Dunque dobbiamo conoscerci. Non c’è nessuno in giro, è il momento giusto, deve essere una cosa tra me e loro. Gli chiedo chi sono, mentre mi ingozzo di nutella con due dita perchè il pane è già finito.
 Noi  Mi risponde Eupilio con lo sguardo  eravamo la coppia più bella della città. L’invidia della gente ci aveva fatti diventare gelosi e sospettosi l’uno dell’altra. Tutti inventavano storie su di noi che hanno rovinato con i dubbi gli anni della nostra bellezza. Solo da vecchi ci siamo veramente amati, pur con la bellezza oramai sfiorita. Perciò abbiamo deciso insieme che avremmo voluto sulla tomba le nostre foto da giovani. Per amarci nella nostra bellezza per tutta l’eternità. 
Fiordalice non mi parla ma il suo sguardo, nell’immagine scolorita in bianco e nero, ora è a colori. Vedo i suoi occhi grigi d’un azzurro luminoso.
Bella storia. Talmente bella che mi convinco sia vera. Meritate dei fiori. Vado alla tomba di famiglia dei Mangianti-Farneti, quelli hanno sempre tanti fiori freschi. Arriva direttamente il fioraio, incaricato da parenti che non ho mai visto. E chi se ne accorge. Prendo dei fiori e anche un vasetto, lo riempio d’acqua alla fontana e lo appoggio sotto la croce arrugginita di Eupilio e Fiordalice. Pulisco tutto per bene, nel magazzino trovo anche un prodotto per togliere la ruggine alla croce. La tomba dei miei bisnonni deve essere bella.

Ma che cazzo sto facendo? Devo muovermi. Mi servono soldi per uscire da quel cazzo di appartamento con quella mezza zoccola. Una signora è salita sulla scala a pioli per portare i fiori nel loculo in alto ed ha appoggiato sulla panca la giacca e la borsa. La signora è vestita bene, sicuramente ha la carta di credito e qualche centinaio di euro. Devo agire. Non mi sono dimenticata come si fa. Avevo rubato di tutto, in quindici anni. Avevo cominciato con i trucchi, i profumi, poi gli orecchini, catenine, anelli. Bazzicavo il reparto cosmetici e bigiotteria dei grandi magazzini. Quando andava male, un omone mi prendeva per un orecchio e mi trascinava fuori. Come potevano avvertire i genitori, se neanche io so chi sono? E quando capivano che ero orfana parevano come perdonarmi con lo sguardo. Come se avessi già avuto prima la punizione per qualunque malefatta futura. E così capii che potevo continuare a rubare senza grossi rischi. Passai alle autoradio, in quegli anni erano molto richieste. E non rompevo i vetri con gran fracasso, come i miei coetanei maschi, io aprivo le serrature. Escluse quelle delle auto tedesche, come le Bmw e le Mercedes, le altre non avevano segreti, per me. Poi, rubavo qualunque cosa che aveva un valore, anche su richiesta: giacche di pelle in discoteca, telefonini. Negli ultimi anni mi ero specializzata nelle borse delle signore. Prendevo il portamonete e le abbandonavo subito dopo. Nei mercati, nei tram, e l’ultima a quella signora in motorino. Io ero a piedi, uno scippo al contrario; ho preteso troppo. Dopo la sua caduta mi hanno inseguita in gruppo. Otto, dieci: non avevo scampo.
E ora quella borsa lasciata a se stessa, è così facile…
Incrocio lo sguardo con Eupilio. E’ uno sguardo di rimprovero che parla con l’altra parte di me, quella che ho conosciuto in carcere. La convince ad abbandonare l’idea.

Mi accorgo di avere più relazioni con i miei morti e i loro ospiti che con le persone fuori. Non ho voluto ricominciare a frequentare gli amici di prima. A casa non si parla, io e Manuela evitiamo di incontrarci e i suoi post-it che mi avvertono di non entrare sono sempre più frequenti.
Devo parlarle per l’ultima volta… Esco, mi fermo al distributore automatico di sigarette senza scendere dal Ciao, le Camel Blue sono finite, facciamo Marlboro Oro, le stesse di Manuela, chissà che non mi veda un po’ simile a lei, e si decida a parlarmi.
Alle tre e mezza sono a casa. Lei non c’è. Vado in camera, il suo letto è sfatto, il mio è a posto perché dormo ancora sul divano. Annuso la coperta del mio letto, non sento odori particolari, ma mi rimane il dubbio che usi il mio letto, quando si porta a casa un uomo. Frugo nel cassetto del comodino, che sarebbe in comune, ma di cui si è appropriata lei. Gomme da masticare, aspirine, tre pacchi di fazzoletti di carta, orecchini d’oro bianco, un perizoma, dei preservativi senza scatola e un piccolo specchio rettangolare da trucco. Prendo lo specchio per guardarmi, ho gli occhi arrossati per l’aria in motorino. Noto della polvere bianca fine sui bordi scuri dello specchio. Mi avvicino, appoggio il dito poi la assaggio con la punta della lingua. Capisco a cosa le servono tanti soldi. Mi sforzo di deglutire la saliva amara per sciogliere il nodo che mi blocca la gola.
Sento il rumore della chiave nella serratura, le vado incontro. Ha dei jeans bianchi ricamati, una maglietta molto scollata, il viso ben truccato, i capelli sistemati; l’opposto del mio look.
 Io e te dobbiamo parlare.
 Non adesso Vinicia.  Mi risponde senza guardarmi, mentre toglie la mia coperta dal divano.
 Adesso, Manuela.
 Parliamo, sì, ma più tardi.
 Stai facendo casino con la tua vita. Ma quella è tua. Non puoi incasinare anche al mia. Adesso che sto cercando di metterla sui binari giusti.
Continua a sistemare le cose in cucina e non mi guarda. Mi avvicino, l’afferro alle spalle per costringerla a girarsi verso di me.
 E guardami!  Le grido.
Manuela mi guarda con gli occhi rassegnati. In quell’istante suona il campanello.
 Te l’ho detto che non è il momento. Sto aspettando un amico.
 Amico per mezz’ora, o per un’ora?
 Per favore ne parliamo dopo.
 Vaffanculo Manu! Dopo, guardati in faccia per un minuto intero, se ci riesci.  Esco, sbattendo la porta. Sulla scala incontro un signore grasso e sudato che sale. Non provo più il senso di nausea dell’altra volta, solo una gran rabbia. Che smorzo con una birra media e due Marlboro, seduta nel bar dietro il condominio. Un cliente appoggiato al banco sorseggia un prosecco e appoggia su di me il suo sguardo pesante.
 Che cazzo vuoi?  Gli dico, poi mi alzo e me ne vado prima che abbia il tempo di rispondermi.
Mezz’ora dopo mi chiama Manuela. Lascio suonare e non rispondo. Mi messaggia: Mi dispiace, torna e parliamo. TVB.
Torno da lei e vuota il sacco. Si giustifica dicendo che usa la coca solo per riuscire a sorridere quando fa sesso con i clienti. Mi dice che ha intenzione di smettere, mi racconta di un tipo, insegnante – una gran brava persona – che vive con l’anziana madre e avrebbe perso la testa per lei… è solo questione di un po’ di tempo e:  Hop, un salto a piedi pari e vedrai che sarò la signora più riverita di piazza Navona… - mi rassicura Manuela con un’aria così convinta da farmi pensare che debba convincere me. Mi lascia libera di scegliere, se rimanere lì o andare in un altro appartamento. La guardo con gli occhi buoni e non dico nulla. Seguono trenta secondi di silenzio pesante. E’ il peso delle sensazioni che ci siamo trasmessi in trenta secondi di sguardi negli occhi.
Si alza per chiudere il rubinetto che sgocciola. Lo stringe con entrambe le mani, come se non dovesse più riaprirlo, come se le gocce uscissero dalla sua vita.
Poi mi propone di lasciarmi l’appartamento, ne cercerebbe un altro lei. Io non so cosa dirle. Capisco che ha buone intenzioni, ma non mi convince. Ora so che non ha mai lavorato per più di qualche mese di fila, ama il lusso, i gioielli, ama tutto quello che non può permettersi. E’ una sua fissa. Prima di spacciare aveva tutto quel che voleva da un uomo molto ricco di cui era l’amante. Ma un bel giorno lui ha deciso di sostituirla…. E per mantenere lo stesso stile di vita, non ha trovato di meglio che spacciare pasticche e coca fuori dalle discoteche.

I giorni successivi l’unico rapporto che mi fa vivere delle sensazioni buone è quello con i miei supernonni adottivi. Forse è una fuga per non pensare alla mia vita di merda. Comunque il loro sguardo sereno mi tiene compagna. A volte mi manca, così torno a pulire davanti a loro solo per fissare nella mia mente l’immagine di serenità che mi comunicano. Le uniche brave persone che ho conosciuto sono loro. Morte, ma meglio di tanti vivi.
Mi viene naturale parlargli:  Come va Eupilio? Cosa ti ha preparato a colazione Fiordalice … o lassù non si mangia più?  poi attendo la risposta: un sussurro di fronde, un ticchettio, un riflesso sui loro occhi. Qualunque segno so che è una risposta. Ma stanno arrivando due signore, una con un bimbo in mano. Bisbiglio verso i visi dei miei avi un - SSST, facciamo silenzio, c’è gente e se ci sentono magari mi prendono per matta…- e ricomincio a vuotare i cestini dai resti delle candele appiccicate ai fiori secchi.

Col passare dei giorni ho trasformato la loro tomba. La croce ripulita dalla ruggine e verniciata color oro. A terra non c’è la base in marmo come nelle tombe più recenti. Così ho zappettato e concimato il terreno, poi ho seminato un prato di trifogli e dei crisantemi nella parte vicina alla croce. Ho creato un bordo di sassi colorati a colori vivaci che incorniciano il piccolo giardino. Ho ripulito il vetro delle foto incastonate nei decori della croce.

Oggi è il 10 novembre, il giorno del mio addio a Manuela.
Sono passati quasi otto mesi da quando siamo uscite dal carcere. La sua vita non è cambiata gran chè dai primi giorni. Però abbiamo imparato a convivere. Quando lei riceve i suoi amici, io sono fuori casa, abbiamo stabilito orari e regole, poi mi fa uno sconto sull’affitto: paga tre quarti lei e un quarto io. E un po’ mi dispiace lasciarla. Ma quella che mi è capitata è una di quelle opportunità a cui non devi dire di no. Mi trasferisco dalla famiglia Moscati, nella loro villa ai Parioli.

Due settimane fa, il giorno dell’anniversario della morte di Fiordalice, decido di comperare un mazzo di orchidee e rose rosse e le sistemo appoggiate alla croce della tomba. Le orchidee le lambiscono il viso ritratto. Qualche metro più a sinistra, distaccata di due posti c’è la tomba della bimba morta a un mese d’età. Proprio quel giorno rivedo i nonnini che tornano a farle visita. Mi vedono, mentre riordino il mazzo di fiori e accennano un saluto. Si fanno il segno della croce davanti all’immagine della piccola, poi tolgono da una sportina dei fiori recisi e li ripongono nei due vasetti di marmo bianco. Pregano per qualche minuto, poi vengono verso di me.
 La ricordo abbandonata da anni, quella tomba.  Commenta lui.
 Bella, è!  dico io.
 Lei è parente allora.
 Sono i miei bisnonni.  Dico con orgoglio.
 Ha sistemato lei così bene la tomba?
 Sì, la mia famiglia si trasferita a Milano e così nessuno se ne curava.
 Ma che brava ragazza è lei. I giovani della sua età non si curano certo dei morti, neppure se parenti stretti. Pensano solo a sè. La nostra unica bimba se fosse cresciuta e diventata donna … chissà…

E così via, un discorso dietro l’altro, gli ho raccontato la loro storia, così come l’avevo immaginata. Inventavo sul momento, per soddisfare ogni loro curiosità. Avevano notato e si erano chiesti perché quelle fotoricordo da giovani. Visto che Fiordalice era scomparsa a settantotto anni ed Eupilio a settantanove. La mia risposta e soprattutto come avevo abbellito la loro dimora, mi avevano fatto guadagnare tutta la loro stima.
Quando sono usciti, stavo spazzando dietro ad una cappella e li ho sentiti parlottare tra loro su di me, si chiedevano se Vinicia potesse fare al caso loro…
Boh… chi sono questi e cosa mi potrebbero proporre? mi sono chiesta. Nei giorni successivi mi sono informata e ho saputo che i nonnini sono i signori Moscati, lui è cavaliere del lavoro, lei è la moglie. Sono ricchi sfondati, non hanno figli e vivono in una villa ai Parioli.
Così, sempre con le occhiate di consenso di Eupilio, ho lucidato ben bene anche la tomba dei loro pianti, così minuscola che non mi è costata neppure molto sforzo.
E’ arrivato il 2 novembre, giorno dei morti, che per me è stato l’inizio della nuova vita…

Non ero in servizio, ho preso in prestito l’elegante cappotto nero dal guardaroba di Manuela, gli stivali lucidati, i capelli freschi di parrucchiera e un leggero trucco. Mi sono guardata allo specchio soddisfatta, ho riso tra me al pensiero che se volessi potrei rubare i clienti migliori a Manuela.
Poi sono andata al cimitero come tutti gli altri parenti. In tram, per non rovinare tutto il lavoro.

Il cimitero così affollato, pare una festa. Cerco di essere una visitatrice come tutti gli altri, mi basta distogliere il pensiero sul lavoro in più che mi avrebbe procurato quella folla.
I signori Moscati sono in compagnia di un ragazzotto, che mi presentano come Giacomino, nipote del fratello di lui. Se ne va poco dopo e restiamo noi tre, un pò appartati dalla massa delle persone che affollano le altre zone del cimitero.
Parliamo del tempo, del più e del meno, dei loro acciacchi. Poi un istante di silenzio e io dico che dovrei far ritorno per riordinare la casa. A questo punto mi fanno la proposta di andare ad assisterli e fare qualche lavoro di pulizia nella loro villa. A millecinquecento euro al mese, vitto e alloggio compresi. Mi sento colpita da un fulmine, ma un fulmine buono.
Penso in un istante al fatto che io, che avevo sempre vissuto giorno per giorno, in qualche mese mi ero inventata un passato, e da adesso, avrei anche un futuro. Come risposta mi viene l’impulso di abbracciarli.

Ora vivo in una casa fantastica ai Parioli. Va tutto bene, il lavoro è tranquillo, ho molto tempo libero, ma devo rimanere disponibile ad ogni bisogno dei signori Moscati. Ho pensato spesso a come sono stata brava a dare una così buona immagine di me. Mi sono chiesta quale cosa in particolare poteva averli colpiti, al di là della storia dei miei bisnonni.
Ieri, per caso, nella loro rubrica telefonica aperta alla lettera “S”, ho visto il numero di cellulare di Suor Carmela.

Dimenticavo: credo di piacere molto a Giacomino. Non che mi faccia impazzire quell’espressione fra il lesso e lo stupito che fa quando mi incontra. Ma è un così bravo ragazzo. In fondo rubare un cuore, non è un reato, anche se qualche volta fa molto più male dello scippo di una borsa.
Domani mattina porterò dei fiori nuovi a Fiordalice e le chiederò un parere su questa faccenda di cuore. Non lavorerò più vicino a loro, ma sono rimasta amica, e poi devo esser loro riconoscente…
Il Ciao bianco, l’ho portato con me, ma l’ho fatto verniciare di nero. Nella villa è tutto così bianco…

Share |

Giugno 24, 2010 Pubblicato in: Racconti   Leggi Tutto

Racconto/Fermata d’autobus

di nicoletta carli
questo racconto ha ricevuto una menzione all’edizione 2010 del Noblè di Rablè per la prosa

La signora bionda con gli occhiali spessi tossiva. A brevi intervalli la sua mano si chiudeva a pugno in prossimità della bocca ed emetteva quel rantolo rauco estromettendo la sua fanghiglia bronchiale.

Laura era seduta composta nell’ultima fila, controllava la strada e i suoi tempi. Erano arrivati in prossimità delle scuole elementari, l’autobus iniziava a rallentare, cartelle colorate sfilavano ai bordi della strada, piccole mani salutavano tra sorrisi e grida. L’autobus si dirigeva ora fuori dal centro abitato, mancava ancora un chilometro alla sua fermata, si avviò cautamente a piccoli passi verso l’uscita, nessun contatto.

Da cinque anni aspettava sulla strada l’autobus per andare a lavorare. Alle sei e mezza, puntuale, la sua figura attendeva sotto la pensilina. La curvatura leggera del suo corpo era quasi inghiottita dal buio, se ne restava ferma in piedi stringendo al petto i suoi progetti arrotolati come sigari.
Un motorino era sfrecciato davanti all’ autobus , il conducente aveva premuto con vigore il freno, tutti all’interno avevano perso il controllo dei loro movimenti, il viso di Laura si era compresso contro la schiena di un ragazzo, il cellulare che teneva in mano le era scivolato a terra.
Lui l’aveva raccolto con estrema naturalezza porgendoglielo come se le donasse un fiore.
- Grazie, scusa -
Non le aveva risposto ma sorriso garbato.
Il conducente inveiva ancora contro il motorino scuotendo la testa come per liberarsi da un laccio.
La spia arancione aveva iniziato a lampeggiare; poco prima che l’autobus si fermasse il ragazzo aveva fatto un passo indietro e le aveva detto
- Prego -
aveva un forte accento dell’est.

In pochi minuti una decina di persone si erano diramate sulla strada, Laura aveva seguito per un istante la figura del ragazzo miscelarsi con altri giovani riuniti a cerchio, non sembravano avere fretta, si davano pacche sulle spalle e leggere gomitate, ridevano.
Erano le sette e mezza, forse riusciva a prendersi un caffè prima di entrare in studio.
Passò davanti al supermercato che aveva appena aperto, a terra vicino alle entrate, un senegalese stava distribuendo la sua mercanzia sopra un tappeto multicolore, si voltò verso di lei, abbozzò un saluto con la testa mentre arrotolava a spirale una cintura taroccata Gucci.
Non si era mai permessa un abito firmato, nemmeno nelle occasiono speciali. C’erano stati compleanni in cui aveva fantasticato su una frivolezza, aveva indugiato sulle vetrine, rivestendo il proprio corpo con la merce esposta.

Solo una volta era entrata. Le sue mani erano scivolate leggere sopra i tessuti, palpava la conquista del piacere, non aveva peso, si sentiva leggera, ma i prezzi dei cartellini erano barriere contro le sue possibilità d’acquisto.
Aveva perso suo padre quando era appena una ragazzina, da allora ogni cosa aveva perso il piacere del superfluo tutto si limava al necessario, solo l’indispensabile era consentito.
La casa con il cane era di fronte a lei, aumentò il passo e si strinse nel cappotto.
Le finestre erano sempre chiuse, serrate in totale diniego.
Il verde sfacciato della siepe segnalava l’arrivo. I rivoli della pianta lambivano il cemento fuori dal perimetro della casa, come ciocche di capelli. Il muro della facciata principale non aveva colore, era nudo, in esposizione.
Il manto chiazzato del cane era disteso all’interno del giardino, adagiato come una salma, mentre passava alzò di pochi centimetri il muso. I suoi occhi lattiginosi si fissarono su di lei, tirò dritto. Era già morto, quanti anni poteva avere quindici forse anche di più, erano anni che passava davanti alla casa e lui era sempre lì che aspettava di morire. La sua presenza odorava di muffa, di avariato. Non sopportava quel’ espressione condannata, quel vivere confinato in una specie di cimitero.
La casa era sempre deserta, abbandonata al suo ospite solitario. Non aveva mai visto nessuno in giro, eppure ogni tanto aveva registrato una bicicletta, degli stivali di gomma, un attrezzo per il giardino, presenze di vita.

Al Bar c’era Luigi , faceva il tirocinio in uno studio legale di fianco al suo.
- Buongiorno signorina Laura -
Nel saluto aveva innalzato il suo cappuccino come se fosse una coppa di champagne, una chiazza di liquido si era riversata sul pavimento, senza curarsene si era diretto verso di lei.
- Quando ti posso invitare a cena! Facciamo domani sera. Prenoto subito -
Riprovava la stessa battuta da mesi, con varianti quali
- Sono stra-impegnato ma trovo un buco per te! -
– Non chiamarmi troppo spesso che le altre sono gelose -
Non lo sopportava, la sua faccia divertita, la leggerezza con cui si intrometteva nella vita degli altri, senza peso, senza valutare le conseguenze.

Guardò l’orologio, otto e cinque, doveva andare.
Erano già tutti presenti, le quattro postazioni occupate da teste ricurve risucchiate dal monitor di fronte.
Elisa, la segretaria, alzò la testa e aprì la mano, un saluto delicato senza suono.
- Maurizio ha chiesto di te, lo chiamo e gli dico che sei arrivata -
Laura aveva ancora in mano i rotoli del progetto al quale stava lavorando, la consegna era per il fine settimana, aveva ancora qualche giorno per ultimare il tutto.
– Ha chiesto se puoi andare un attimo nel suo ufficio -
Maurizio era il socio più giovane dello studio, quando era stata assunta aveva fatto il colloquio con Sandro che invece era di una decina d’anni più grande.
Maurizio era un tipo che prendeva le distanze dandoti del tu. Citava frasi prese a prestito da altri, per cadenzare le sue opinioni personali, se ne stava in cattività nel suo largo ufficio, senza contaminarsi con i suoi dipendenti.

- Buongiorno Laura, come stai tutto bene? Posso offrirti un caffè?
- No grazie l’ho già preso al Bar -
- Volevo sapere lo stato di avanzamento del progetto della ristrutturazione della Villa Landi, ieri l’ho sentito per telefono e mi ha chiesto….

Mentre le parlava trafficava con un cassetto della scrivania, non l’aveva quasi guardata in viso, aveva pescato un fascicolo di fogli disordinati e li livellava con caparbietà sul tavolo.
Era sempre a disagio quando si trovava di fronte a lui. Il suo ego era appeso ai quadri nelle pareti con la sua faccia sorridente che presenziava ad alcuni eventi. Diversi souvenir di viaggi sparsi sui mobili, lo sfondo del personal computer con la sua famiglia al mare, una tavola da windsurf con disegni tribali appoggiata vicino alla porta.
- Sapevo che il termine di consegna era fissato per lunedì prossimo -
- Si ma ha premura di vedere gli sviluppi quindi se non è un problema entro domani dovremmo esporgli l’avanzamento dei lavori -
Anche quella sera avrebbe dovuto lavorarci sopra fino a tardi.
- Bene allora domani mattina ci fermiamo mezz’oretta insieme per vedere il tutto, grazie -

Alle sei e mezza passava l’autobus del rientro. Era in ritardo, aumentò il passo.
Alle sette sua madre iniziava il suo secondo lavoro come cassiera in un cinema, non si incontravano quasi mai, a volte capitava che le lasciasse qualcosa da riscaldare di fianco al microonde, a volte no.
La casa del cane era già avvolta nella penombra, senza nessuna luce.
Il giardino era vuoto, un secchio rovesciato era l’unica presenza. Il cane era in piedi vicino ai gradini della porta, le zampe incerte sembravano oscillare, il pelo corto era leggermente scosso dal vento.
Non rimaneva mai occultato dietro un riparo, restava visibile nella sua devastazione come un sacrificio. Sperava sempre di non vederlo, ma la vista lo catturava sempre, esposto al macello degli sguardi. Non c’erano ossa a terra a segnalare una qualsiasi funzione vitale, forse non si cibava da giorni.

Anche suo padre aveva smesso di mangiare gli ultimi giorni della malattia.
L’infermiera cercava di imboccarlo ma il liquido gli scivolava dalla bocca giù per il collo. I suoi occhi senza speranza vigilavano intorno a sé, lei rimaneva in disparte, la sua vitalità si opponeva a quella mattanza.
Aveva voluto rimanere nel suo letto, in ospedale avrebbe avuto maggiore assistenza e loro non sarebbero state prigioniere della sua sofferenza, ma suo padre era rimasto a casa. I passi erano diventati leggeri, le parole quasi sussurrate, era rispetto davanti alla sofferenza, di fronte a qualcuno che vuole osservare senza essere osservato.

Non provava pietà né compassione, era un vecchio cane arrivato al capolinea, era stato fortunato a non crepare prima sotto un auto o sbavare schiuma per aver ingerito qualche veleno. Non sopportava il suo martirio pubblico, quello sguardo carico di disperazione compressa senza speranza.
Era passata veloce, lui l’aveva seguita con la testa, poi si era adagiato al suolo.

Sette e cinque del mattino l’autobus era in ritardo, aveva dormito solo tre ore, l’aria fredda cercava di aderire alla pelle rimasta scoperta.
La donna con gli occhiali spessi era pressata tra un uomo sulla settantina e una ragazzo con ipod si stringeva nel suo corpo come una crisalide.
Laura punteggiava il percorso con l’orologio, il ritardo aumentava ad ogni semaforo rosso.
All’uscita della sua fermata c’era stato un gran brusio, una signora aveva avuto una piccola storta nello scendere e si era ritrovata a terra con la sottana a scacchi rossi e verde sollevata sopra le cosce bianche come albume. Un signore l’aveva aiutata ad alzarsi e lei continuava a ringraziarlo con le gote avvampate dal calore della vergogna.
Passò rapida di fianco alla casa, il cane non c’era.
Si sentì sollevata per avere evitato quel confronto.

Erano quasi le sette di sera quando Laura lasciò lo studio. Il buio era calato su ogni cosa, il prossimo autobus sarebbe passato alle sette e quaranta.

Maurizio non era stato soddisfatto di alcune soluzioni adottate per il casolare da ristrutturare, tutta la giornata era stata china sul progetto a riformulare alcuni passaggi, non aveva pranzato, la mattina seguente avrebbero ricontrollato i cambiamenti e forse se ne sarebbero aggiunti altri.

L’Autobus era perso, non aveva fretta di raggiungere la fermata, era stanca.

Per la prima volta non si rese nemmeno conto di essere arrivata di fianco alla casa del cane, il giardino dormiva nella sua immutata solitudine.
Cercava nella semi oscurità il brillare dei suoi occhi, il sibilo laconico della sua voce. La sera aveva cancellato ogni contorno conosciuto, i profili si confondevano gli uni agli altri.
Quando suo padre se ne era andato aveva provato un senso di liberazione, l’odore di incenso della chiesa l’aveva quasi fatta vomitare, era la consegna alla morte.
La sua morte le ridonava la sua voce senza filtri, la musica nello stereo, le risate delle amiche nella camera, i vestiti accesi, colori e profumi.
Poi tutto era cambiato.

Il cane non c’era, per tutti i giorni successivi sarebbe rimasto di lui solo una ciotola vuota.

Share |

Giugno 22, 2010 Pubblicato in: Racconti   Leggi Tutto

Noblè/Raccontare in pubblico

di claudio castellani

Discorso pronunciato in occasione del Noblè di Rablè edizione 2010

Viviamo un’epoca senza confini. Non un’epoca infinita, ma priva di confini.

Cadono i confini nazionali, sono cadute le cosiddette ideologie e con esse sono scomparsi anche in letteratura tutti gli ismi. Non ci sono più scuole, non ci sono più tendenze. Non c’è più romanticismo, idealismo, positivismo, realismo, naturalismo, decadentismo, espressionismo, psicologismo, minimalismo ed epicismo.

Sinceramente non so se questo è un bene o un male. Non lo so con la mente. Istintivamente, invece, credo che questa situazione anarchica, aperta, per alcuni aspetti desertica, abbia creato una situazione difficile, anche dolorosa, ma piena di opportunità. Non perché una situazione aperta e desertica disegni necessariamente uno spazio in cui le persone sono, o si sentono, più libere. Ma perché uno spazio vuoto costringe le persone a esporsi, a ricorrere alla propria creatività per inventarsi una direzione, un senso e una meta.

Possiamo perfino dire che l’epoca in cui viviamo è un’epoca ideale, da un punto di vista letterario. Se, come diceva Cecov, scopo del narratore non è stabilire soluzioni ma indicare dei problemi, bè, abitiamo un’epoca in cui è sufficiente che allunghiamo una mano perché ci troviamo impigliati tra le dita dubbi, incertezze, contraddizioni. Se scopo del narratore non è stabilire soluzioni ma indicare problemi, potremmo quasi dire che abitiamo un’epoca in cui allo scrittore piovono in testa racconti da tutte le parti. Potremmo paradossalmente dire che questa è per lo scrittore un’epoca felice.

Ma questo è, appunto, solo un paradosso. Per molti motivi. E’ difficile essere felici in un mondo privo di confini. Vivere in una realtà aperta è come abitare nella famosa casa di via dei matti numero zero, priva di tetto, di pavimenti e di pareti. I confini a volte soffocano, ma danno anche rifugio, protezione, senso di sicurezza. E’ difficile perché la felicità non è il nutrimento dello scrittore. Lo scrittore, ripeto, si nutre di problemi, non di soluzioni. E’ un vagabondo, un senza casa. Come diceva Gesù, gli uccelli hanno nidi, le volpi hanno tane, ma il figlio dell’uomo non ha una pietra su cui poggiare il capo. La felicità non è una cosa che riguardi lo scrittore. La felicità è una condizione sospesa e immobile, breve, in cui non ci sono e non ci possono essere ostacoli. La felicità non genera storie.

Eppure è vero che un narratore vuole sempre continuare a narrare e a rendere visibile ciò che è invisibile. Smettere di narrare è diventare ciechi, mentre il narratore si ostina a vedere anche al buio.

Non perché il narratore sia un super-eroe, qualcosa di speciale. Voglio leggervi il pensiero di uno scrittore sudafricano che si chiama Breyten Breytenbach. Dice:”L’importanza dello scrittore va ridimensionata. Noi non siamo maestri, profeti o eroi. Se tali vogliamo essere, occorre separare rigorosamente i ruoli. Dobbiamo accettare il fatto che il sogno non è una scienza e che ci limitiamo a influenzare una parte marginale della società”.

E’ proprio su questa marginalità che vorrei spendere due parole. Lo scrittore italiano non possiede punti di fuga. E’ prigioniero di un vicolo cieco. Non può scappare all’estero, come può fare un fotografo o un chimico. Il suo principale strumento di lavoro è la lingua. E l’italiano è una lingua parlata in un solo paese e per di più minuscolo, ai margini del mondo globalizzato. Come dire che il suo principale strumento di lavoro è la voce, ma una voce fioca, appena percettibile.

Eppure io credo che anche questa marginalità sia un’occasione. Come sapete, quest’anno Rablè ha cominciato a pubblicare dei libri. Tra pochi giorni uscirà un volume che raccoglie il lavoro di chi frequenta il Laboratorio di scrittura poetica. In fondo al volume apparirà una paginetta che vi voglio leggere. Dice così:

A volte sembra strano voler aggiungere altri libri al mondo. I  numeri raccontano che ogni anno si pubblicano 60 mila libri nuovi e, di questi, il 60% non vende neppure una copia. Lo sfruttamento industriale della narrazione porta ad uno spreco di risorse e di intelligenze esattamente come lo sfruttamento industriale della terra crea, insieme alla sovrabbondanza di cibo, una fame endemica.

L’insopprimibile bisogno umano di narrare  è diventato prigioniero della produzione di serie che ha creato un mercato anonimo, fatto di librerie ugualmente enormi, perfettamente identiche in tutte le parti del mondo. Un discorso analogo riguarda gli Autori. Il meccanismo anonimo di produzione e distribuzione libraria crea spesso narrazioni svincolate dai territori di appartenenza. O vincolate a luoghi globalizzati, perfettamente identici in tutte le parti del mondo.

Rablè IndieBook.it è una piccolissima casa editrice. Una piccola dimensione può garantire il nascere di una zona appartata dello scrivere. Può offrire un’opportunità per organizzare un nuovo rapporto con il pubblico, per dare voce ad una generazione di scrittori che non sia isolata dal contesto in cui vive, ma che al contrario ne divenga espressione.”

La paginetta finisce qui. Voglio aggiungere alcune cose.

Io credo che vivere una dimensione appartata dello scrivere non significa affatto vivere una dimensione isolata. Vuole dire, al contrario, costruire uno spazio in cui è prioritario osservare ciò che succede in tutto il mondo e, allo stesso tempo, nel territorio in cui si vive. Significa conoscere tutto ciò che accade in tutto il mondo, ma non distaccare mai lo sguardo da ciò che succede sotto i nostri occhi. Una dimensione appartata dello scrivere non è una dimensione miope e provinciale. E’ il contrario. Una dimensione appartata dello scrivere ha un senso se diventa un luogo in cui ci concediamo il tempo necessario per sperimentare e per cercare nuove soluzioni narrative. Se ci sottraiamo cioè alla nevrosi dominante che ci spinge a cercare incessantemente il nuovo e a pensare che il nuovo è sempre e necessariamente migliore di quanto è accaduto o scritto solo pochi giorni prima. E’ un’ansia che ci fa vivere solo nella dimensione del presente, dell’attualità, delle mode del momento, e che ci fa dimenticare l’importanza del passato, anche recente. Arte significa in primo luogo ricerca, ricerca di nuovi linguaggi e di nuovi mezzi espressivi. Questa ricerca ha bisogno del tempo necessario per osservare ciò che accade dentro di noi e attorno a noi, nel nostro territorio e in territori stranieri. La globalizzazione, vorrei chiarire questo, non è di per sé un male. Lo diventa quando significa inseguire le mode, perdere di vista la nostra dimensione individuale, le storie che vediamo e che ascoltiamo dentro di noi e attorno a noi.

Il lavoro dello scrittore consiste nel porsi al servizio delle proprie storie e cercare incessantemente le parole per raccontarle. E le parole vivono sulle terre, nelle acque e nell’aria e in ogni luogo. Si incontrano, si scontrano, si uniscono e si ibridano tra di loro. Sono organismi terribilmente complessi. E’ proprio la loro complessità a creare una bellezza a cui lo scrittore non sa sottrarsi. Le parole hanno una vita planetaria e una vita locale, sono la sintesi di una storia collettiva e lunga secoli e allo stesso tempo sono la sintesi perfetta della nostra piccola storia individuale. Sono onde sonore che vibrano sia sulla gamma delle onde lunghe che di quelle medie e in modulazione di frequenza. Lavorare con le parole significa, credo, fondere queste diverse sonorità, accedere ai diversi e possibili livelli di sonorità.

C’è un altro paradosso che secondo me caratterizza il lavoro del narratore. O, forse, più che un paradosso è il continuo ondeggiare e muoversi all’interno di una polarità. Ad un estremo del pendolo c’è la solitudine e all’altro estremo c’è la coralità. Privilegiare un solo estremo della polarità significa dimezzare il lavoro dello scrittore.

Quando è di fronte a un foglio bianco lo scrittore è solo. Cerca di mettere ordine tra i materiali da costruzione che ha raccolto nel corso delle sue passeggiate trasognate e vagabonde, prive di meta. Cerca di elaborare progetti, cerca soluzioni nuove, cerca di realizzarle. In fondo non sa bene quale sarà il risultato e come sarà accolto. Scrivere è come lanciare un messaggio in una bottiglia. Non si sa se qualcuno lo raccoglierà e cosa ne farà. Scrivere richiede un grande senso di fiducia che deriva non dalla sopravvalutazione del proprio lavoro, ma dal fatto che la vita acquista un senso solo se è una continua ricerca di senso. L’aspetto problematico della faccenda risiede nel fatto che, quando è chiuso nella sua fortezza della solitudine, lo scrittore, per non essere presuntuoso, deve tuttavia compiere un genuino atto di presunzione e convincersi che, se una cosa ha senso per lui, allora ne ha anche per gli altri. Se una cosa è interessante per lui, lo sarà anche per gli altri.

Qui possiamo far rientrare in campo Breytenbach, quando dice che il sogno non è una scienza. C’è un solo modo per trasformare la presunzione dello scrittore in un percorso che è esattamente il contrario di una scalata, ed è infatti una discesa dalle vette di quei piedestalli su cui vengono collocati maestri profeti ed eroi. Ed è quello di condividere la propria scrittura. Stamparla. Diffonderla. Mandarla in giro per il mondo, in modo da rendere pubblici i propri sogni e confrontarli con quelli degli altri. E siccome i sogni non sono scienza, questo confronto è destinato a cambiarci e a cambiare le cose. Magari perché scopriamo che i nostri sogni sono migliori di quelli degli altri. O magari perché scopriamo che molte altre persone sognano il nostro stesso sogno. O magari perché scopriamo che gli altri sognano sogni migliori del nostro. Ma se questo confronto fa maturare in noi una nuova consapevolezza, la farà maturare probabilmente anche in altri. La scrittura è qualcosa che si avvicina molto al dono. Gli studiosi del dono sono giunti ad una conclusione. Che una merce sottrae beni al mondo. Compro un’auto e quest’auto è sottratta al mercato. Il dono, al contrario, ne aggiunge. E’ quel che dicevo prima: lo sfruttamento industriale della terra crea allo stesso tempo sovrabbondanza di cibo e fame endemica. Il dono invece non lascia mai indifferenti le persone che lo ricevono, ma le stimolano a ricambiarlo, magari con un dono più grande e più bello, in una coralità di scambi che chiamiamo umanità. Il dono ha un andamento circolare e collettivo. Non coinvolge solo chi compra e chi vende, ma coinvolge un’intera comunità.

Il fatto che ci siamo messi a trasformare le nostre storie in libri è un fatto molto importante. E’ importante perché dimostra che le nostre storie sono diventate belle e numerose. Ed è importante perché, finora, il nostro lavoro ha messo in risalto la dimensione della solitudine, della ricerca dei mezzi linguistici e narrativi per dar forma a dei racconti. Ora possiamo rendere il gioco più dinamico e aggiungere la seconda polarità, che è appunto quella del confronto. Confrontarsi significa che cominciamo ad accompagnare i nostri racconti in giro per il mondo, organizzarne la vendita e, soprattutto, a presentarli di persona al pubblico, nelle librerie, nelle biblioteche e nei centri culturali. Sono le presentazioni che ci permettono di trasformare le nostre storie in un dialogo continuo con il pubblico.

Le librerie rischiano di scomparire  sotto l’urto delle nuove tecnologie e della nascita dell’ e book(come molti di voi già sanno, Rablè ha organizzato su questo tema un convegno che si svolgerà alla Biblioteca di Misano il prossimo 12 settembre). La smaterializzazione dei libri contrarrà fortemente il numero delle librerie. Diminuirà il loro numero ancora più velocemente di quanto non stia già accadendo ora. E, tuttavia, sono convinto che il libro non scomparirà. Assumerà nuove forme, ma non scomparirà. Forse non scompariranno neppure le librerie. O forse, col nome di libreria finiremo per intendere una cosa diversa da quella che intendiamo oggi. Oggi libreria è il posto fisico dove compriamo i libri. Domani, forse, diventerà il luogo semplice di una operazione complessa, che è appunto quella di un confronto e di uno scambio tra scrittori e pubblico. Un luogo aperto, come una piazza, in cui le idee e i sogni si confrontano. Se agli scrittori tocca il compito di spogliarsi della maschera con cui si travestono da maestri, profeti ed eroi, tocca loro anche il compito di indossare una tuta da facchino e portare in giro la loro merce. Depositandola non sugli scaffali di un supermercato, dove il cliente non vede mai in faccia chi ha coltivato l’insalata, ma su una bancarella ambulante, che ristabilisca un contatto tra il contadino e l’umanità che si ciba dei suoi prodotti.

Il senso di una scuola di scrittura non è solo insegnare a scrivere racconti e valorizzare il talento di chi la frequenta. Ma è fare sì, anche, che i suoi allievi la smettano, un giorno o l’altro, di essere allievi, salgano da soli su un palcoscenico e, standosene lì da soli, si dimostrino  disposti a prendersi i fischi o gli applausi che si meritano. E questo è il senso della nostra piccola casa editrice.

Share |

Giugno 22, 2010 Pubblicato in: Articoli   Leggi Tutto

Racconto/Fuso orario

di lorena casadei

Questo racconto ha vinto il Noblè di Rablè per la prosa, edizione 2010

Le stelle tessevano una coperta che avvolgeva la notte. Il silenzio era mosso dallo sciabordio delle onde sullo scafo.

Barrett si godeva la solitudine. Le mani scivolavano lente sul timone della sua barca a vela.

A solo poche miglia dai divertimenti della città, il mare ritornava silenzioso come doveva esserlo mezzo secolo prima. Un tramonto a Auckland era uno dei piaceri che aveva continuato a concedersi dopo il suo ingresso nel dorato e noioso mondo della pensione. Per una volta niente bar di tendenza e musica, ma solo relax e il mare incantato della Nuova Zelanda. Dall’altra parte un panorama di profili di isole e vulcani e rocce.

La sua vita aveva ripreso ritmi calmi. Ogni volta che usciva scopriva un piccolo paradiso notturno.

Le luci della città si avvicinavano. Aveva deciso di rientrare in porto.

L’ingegnere si svegliò con il profumo del mare nelle narici. Interessante, osservò, visto che si trovava in pieno centro a Londra. Si passò una mano sulla testa lucida e si guardò attorno.

Doveva completare il trasloco. Sarebbe partito per Roma il giorno dopo e aveva ancora due valigie da preparare.

L’ingegnere era una persona metodica. Andava a dormire presto, e non ricordava mai nulla delle sue notti. La sua vita era un equilibrio perfetto: 12 ore di attività e 12 ore di vuoto.

Dietro il suo aspetto anonimo si nascondeva un tecnico ricercato. Le sue parcelle erano considerevolmente aumentate nel corso degli anni, di pari passo con una crescente avversione per il genere umano.

L’ingegnere immetteva nel suo lavoro un flusso tale di energia da risultare a molti irritante. Più montava la tensione, più si accavallavano le cose da fare, più erano ingarbugliati i problemi, e più lui riusciva a trovare la soluzione, a scoprire il nesso sconosciuto per altri.

Spesso succedeva che mentre il gruppo di lavoro istintivamente rallentava, lui aumentava il ritmo e abbandonava gli altri senza guardarsi indietro.

Parlava correntemente diverse lingue, tra cui l’italiano. Perciò non gli fu difficile accettare la proposta di una multinazionale americana che doveva riorganizzare la propria sede a Roma. Si trattava di una sola ora di differenza di fuso orario.

Sull’aereo, per non arrendersi ad una improbabile conversazione con il vicino, si immerse nella lettura della rivista di bordo. Si lasciò attrarre da un articolo sulla Nuova Zelanda e dalle immagini di pecore e balene, di vulcani, grotte e kiwi rossi. Sentì che le luci di Auckland, i colori intensi delle foreste, la prepotenza dei geyser, gli appartenevano. Sarebbe stata la sua prossima meta, a 12 ore di fuso orario da Londra. L’equilibrio era perfetto: mezzo giro esatto del globo coincideva, a rovescio, con i suoi ritmi di vita. Si addormentò e atterrò a Roma.

Dopo due settimane, l’ingegnere si sentiva ancora estraneo alla città. La sua abitazione era incastonata in uno dei palazzi centenari affacciati sul Colosseo. Ma questo non attutiva il suo malessere.

La differenza di un’ora del fuso orario continuava a dargli fastidio. Si sentiva stanco, affaticato, strano. Andava a letto presto e si svegliava la mattina dopo ancora stanco.

Si sentiva vecchio.

«  E’ una sola ora » si ripeteva, ma sembrava che non riuscisse più a riprendere il ritmo. Quel fine settimana, dopo essere rientrato dall’ufficio, si rivestì e decise di uscire. Era ancora giorno.

Si incamminò per le vie del centro. La città era ubriaca di gente e di colori. Si fermò all’ingresso di una mostra. Attraverso la porta a vetri, vide un quadro appeso alla parete centrale. Era una tela del pittore neozelandese Goldie, che raffigurava la testa tatuata di un vecchio Maori. L’ingegnere non amava la pittura né l’arte in genere.

Osservò nuovamente il quadro. Dove l’aveva visto ancora? Come sapeva il nome dell’autore?

Rientrò a casa stanco e si mise subito a letto.

Barrett si apprestò ad uscire in barca. Dopo essere passato a ritirare un libro dall’Istituto d’Arte, dove manteneva rapporti di consulenza, si fermò al porto. Avrebbe fatto un po’ di manutenzione allo scafo.

Il GPS richiamò la sua attenzione con un lamento. Aveva smesso di funzionare la sera prima. Trovare un tecnico disponibile sarebbe stata un’impresa e dunque Barrett, che non amava affatto gli apparecchi elettronici, si impose di ripararlo lui stesso.

Barrett era goffo in tutto ciò che non riguardava l’arte, ma non ebbe alcuna remora ad aprire l’apparecchio. Riconobbe il circuito, spostò con delicatezza un cavetto, ruotò una testina. Il GPS era tornato a vivere. Non sapeva come avesse fatto. Non ci pensò. Sistemò i suoi capelli bianchi di ragazzo dietro le orecchie e uscì in mare.

Quando vide Auckland accendersi, sentì che aveva bisogno della terraferma. Gli venne voglia di far parte del mondo. Rientrò in porto e cedette ai piaceri della notte.

La mattina seguente un filo di luce entrò dalla finestra e gli colpì gli occhi con ferocia. L’ingegnere sentì in bocca il sapore amaro di una ubriacatura.

Chiuse gli occhi e rivide il quadro del giorno prima. Era come se lo avesse riconosciuto. Segni non più nascosti ma incomprensibili. Perché soffriva i postumi di una sbornia?  Percepiva qualcosa di sfuocato e inquietante.

Si premette una mano sulla fronte, come per scacciare il mal di testa. Stava cedendo alla tristezza. Aveva la tendenza a compiangere se stesso.

Rimpianse lo sgabuzzino delle scope nel suo appartamento a Londra. Era il nascondiglio dove trovava conforto alla melanconia, quando arrivava improvvisa. Le scope in realtà non c’erano, ma dovevano esserci state una volta. Era un sottoscala, chiuso da una cornice di legno con un vetro opaco al centro. C’era una semplice scrivania di legno ed una seggiola impagliata. Sopra un ripiano era ricavata una finestrella che dava sulla cucina, da cui entrava la luce.

Lì si rifugiava, lì trovava le idee, lì si ricomponeva quando era a pezzi.

Andò al lavoro senza alcun entusiasmo.

Barrett si svegliò di soprassalto. Aveva dimenticato il libro in macchina. Scese dal letto. Poi si fermò. Lui non possedeva un’automobile.

Sentì che stava vivendo qualcosa di anomalo. Percepiva la spiegazione ma quando sembrava essersene appropriato gli sfuggiva, come sabbia bianca finissima tra le dita. Non riusciva a trattenerla, eppure alcune tracce di granelli ne dimostravano il passaggio.

L’ingegnere rientrò stanchissimo, come se non avesse dormito tutta la notte.  Aveva parcheggiato l’auto in garage, senza essere riuscito a centrare le strisce bianche. Aveva bisogno di capire. Ascoltò con apprensione il parere del suo analista a Londra. Era senz’altro affetto da sindrome del fuso orario: stordimento generale anche per parecchio tempo dopo un viaggio aereo. Disturbi più pronunciati quando si fa rotta verso est.

L’ingegnere non era convinto, ma la stanchezza prevalse sui dubbi.

Barrett si sentiva sdoppiato. Tutto finiva nella sua memoria, inascoltato. Un elemento sopra l’altro, lasciato lì, ignorato, a marcire. Una sorta di compostaggio dei pensieri.

Era stato un professore universitario con la rara dote della creatività. L’abilità nel comprendere, raggiunta per avere molto osservato e studiato, era uno dei suoi punti fermi. E ora si stava sgretolando di fronte all’incapacità di decifrare segnali che ritornavano con sempre maggiore frequenza.

Inalò l’aria fresca della notte. Era un altro uomo, travestito da navigante? Doveva separare il sogno dalla vita.

Sciolse gli ormeggi e uscì in mare.

Si svegliò ancora una volta con il profumo di mare nelle narici. Si passò un dito sulla lingua, era salato. Tolse un’alga dal pigiama. Si sentì impotente.

Si vestì senza guardare cosa stesse indossando.

Come uno stantuffo, i pensieri affondavano e riaffioravano. Barrett sapeva che per estrarre materiali preziosi, la trivella doveva andare sotto la superficie. Nella sua analisi, ogni affondo era un dolore.

Era notte inoltrata. Non volle interrompere la  navigazione. In mare aperto si sentiva bene, ma quella sera il mare era mosso. Lui stesso tremava.

L’ingegnere si incamminò nervoso verso il garage. La valigetta dondolava senza ritmo. Sentì il rumore di una motocicletta che lo affiancò. Istintivamente strinse le dita con forza. Gli strapparono la borsa con un movimento deciso, spingendolo in avanti. Venne catapultato sul palo della luce dall’altra parte della strada. Batté la fronte.

Al passaggio di un’onda più forte, il corpo di Barrett beccheggiò e ondeggiò, come se lui stesso fosse una barca senza timone.

Si aggrappò ad una cima inesistente, poi si arrese ai flutti dei suoi pensieri. Ogni salvataggio era impossibile. Si abbandonò, si afflosciò. Il rollio dello scafo sganciò il boma, che lo colpì alla testa. Cadde all’indietro sul ponte.

Lo scafo luccicava alla luna.

L’ingegnere rimbalzò e inciampò sull’acciottolato. Cadde a faccia in giù, lasciando sul palo una scia di saliva. La faccia a terra, sentì odore di erba e di terra coltivata. Udì un flebile sottofondo di belati. Vide da lontano il porto, il suo mare, la sua barca a vela ancorata in rada. Respirò lentamente l’ultimo respiro.

Barrett venne issato a bordo da un piccolo motoscafo. Quando arrivarono in porto respirava con affanno. Mentre lo caricavano sul lettino dell’autoambulanza vide il cielo terso. Troppo calmo. Abbandonò il capo verso il finestrino. L’ultima cosa che vide fu un angolo di Colosseo che si allontanava lento, illuminato da un sole obliquo.

Share |

Giugno 22, 2010 Pubblicato in: Racconti   Leggi Tutto