di nevio semprini
Questo racconto ha ricevuto una menzione al premio Noblè di Rablè per la prosa, edizione 2010
Nel cortile del condominio c’era l’erba alta e secca, un Ciao bianco con le ruote sgonfie era incatenato alla cancellata arrugginita.
Suor Carmela camminava veloce, con passetti corti ma rapidi. Io ero rimasta qualche passo indietro, ero presa dai particolari di quella periferia che conoscevo bene, ma che non vedevo da due anni. Due anni meno quindici giorni per buona condotta, per essere precisa.
Salii dietro a lei gli scalini di graniglia rossastra, annerita dalla patina lucida di sporco indurito. L’appartamento che ci aveva trovato era al terzo piano. Ci abbracciammo con forza.
Il Signore sia con te. Mi disse.
Grazie “Ca”. Le risposi, e alzai il pollice della destra chiusa a pugno. Mi appoggiai alla balaustra e rimasi a guardare la sua veste azzurra scomparire e riapparire fra una rampa e l’altra. Un fantasma di luce azzurra fra il grigio rosso degli scalini e il grigio panna dei muri. Tre giorni dopo sarebbe arrivata Manu, così mi aveva promesso la suora.
Lei aveva fatto sei mesi per spaccio, io quasi due anni per furto e scippo. Troppo. Ma la condizionale me l’ero già giocata e, quando avevo strappato alla vecchia la borsa appesa al manubrio, lei era finita a terra. C’è mancato poco che ci rimanesse secca. Così mi hanno appiccicato anche l’accusa di lesioni colpose. L’arringa dell’avvocato che mi avrebbe dovuto assistere, del resto, pareva la predica di un parroco di paese. E di quelli tranquilli. Che colpa ne avevo io, se lei non sapeva stare in equilibrio neanche su un Ciao fermo, questo me lo dovrebbe spiegare, il giudice.
Con Manu mi vedevo nel cortile a fumare e mi sembrava di conoscerla abbastanza bene. Pensai che fosse una buona idea accettare la proposta di Suor Carmela, di dividere l’appartamentino con lei.
Una cucina-soggiorno-pranzo, un piccolo corridoio occupato dall’armadio a muro che fa da ripostiglio, su di un lato, e dalle tre porte che parevano incastrate nei tre lati liberi. Occorreva ricordarsi di chiudere le ante dell’armadio per lasciar spazio all’apertura della porta per il soggiorno. Del bagno mi piacevano le piastrelle con grandi fiori blu stile anni settanta, anche se alcune erano crepate e la tenda di nylon della doccia aveva delle macchie di muffa. C’era una camera sola da dividere con Manu, però avrei pagato duecentocinquanta euro al mese invece di cinquecento.
Mi venne qualche dubbio sulla mia compagna di stanza la settimana dopo il suo arrivo, quando lei non accettò il lavoro che ci aveva trovato Carmela, la suora. Suor Cà, come la chiamavamo al gabbio, ci aveva accompagnato al colloquio con la signora dell’ufficio personale della società. Durante il tragitto ci aveva raccontato com’era nata, diversi anni prima, quella amicizia con la signora e suo marito. Avevano un figlio handicappato e si erano rivolti a lei, che in quel periodo non lavorava ancora per il carcere femminile. Il figlio non gliel’aveva fatta, ma dall’esperienza era nata tra loro l’intesa di dare una mano alle persone in difficoltà. E io e Manu, dopo aver pagato i nostri debiti con la società, facevamo evidentemente parte di quella categoria.
Con tante belle parole ci disse in cosa consisteva il lavoro.
Vabbè. Dissi io senza entusiasmo.
No, potrei impazzire. Disse Manuela, il suo sguardo era basso, da vittima.
Ma guardi signorina che è un lavoro come un altro. Poi magari, dopo qualche mese, potreste chiedere di spostarvi nei supermercati o negli uffici. La Linda s.r.l. si occupa delle pulizie di un centinaio di aziende.
No. Confermò scuotendo la testa. Avevo gli occhi fissi su di lei, ma lei evitò di guardarmi.
Sono qui già da un mese. Arrivo alle otto, col tram mi ci volevano quaranta minuti, mi dovevo alzare prima delle sette. Così, sabato ho chiesto a tutti quelli che incontravo nel condominio se sapevano chi fosse il proprietario del Ciao abbandonato in fondo al cortile.
Nessuno ne sapeva niente, pare che fosse lì da diversi anni. Mario, quello che fa un po’ di tutto per il condominio, mi ha dato una mano. E’ zoppo, e non ha voglia di tagliare l’erba del cortile, però ha subito rimediato una tronchese bella lunga e ha tagliato la catena. Poi ha chiamato un suo amico meccanico e mi ha detto di passare da lui, per sistemarlo. Aveva una faccia soddisfatta, quando mi sono avviata a piedi spingendo il motorino. Poi m’ha detto: Sei senza documenti, se ti beccano io non so niente.
Col Ciao passo sui marciapiedi e impiego si e no un quarto d’ora. Se piove prendo il tram. Manu intanto ha rifiutato altri tre lavori.
Raccolgo fazzoletti di carta, cicche di sigarette, fiori, morti anche loro, dentro questo borgo di morti chiuso tra quattro mura. Sono qui dal lunedì al sabato, dalle otto alle tre di pomeriggio, mezz’ora di pausa-panino dalla mezza all’una, per seicentocinquanta euro al mese con contratto a progetto. Spero che nel progetto non ci sia anche l’obbligo di far resuscitare qualcuno. Tolti duecentocinquanta per l’affitto ne rimangono quattrocento, non che sia gran cosa ma dovrei riuscire a tirare avanti senza rubare. Almeno ci proverò.
Come pensi di fare per l’affitto e la spesa ? ho chiesto ieri sera a Manu dopo aver saputo del suo rifiuto di un altro lavoro e dopo la telefonata di Suor Cà, che mi ha chiesto di aiutarla. Pensa un po’, mi sono detta, da ex quasi assassina ad aiuto-suora in soli due anni.
Ho dei soldi da parte. Mi ha risposto un po’ brusca. Dal tono lasciava intendere che avrei dovuto farmi gli affari miei. Forse non l’ho conosciuta abbastanza in carcere, almeno sotto questo aspetto.
Il lavoro comincia a piacermi. Sì a piacermi. Mi piace l’idea che tutto ciò che sto facendo non è per compiacere o soddisfare qualche capo o funzionario o comunque persone per le quali lavori, ma dei morti. Dei morti: silenziosi e passivi anche se gli prendessi a calci le lapidi o rovesciassi sulle loro tombe l’acqua putrida dei vasi. Il mio senso di ribellione cominciava a cedere il passo.
E’ un vecchio cimitero e gli ultimi arrivati risalivano a più di dieci anni fa, quando finirono i posti. I posti migliori, sotto il colonnato che circonda e racchiude il prato, sono occupati dalle tombe monumentali delle famiglie importanti: i Farneti, i Campana, i Bertone ed altri.
Quella è la zona da pulire per prima, mi hanno detto quelli della Linda.
Ma la zona che mi piace di più è quella vicina al porticato, scoperta e per molte ore sotto il sole, una fascia di ghiaia bianca che corre parallela all’interno delle colonne e all’esterno delle tombe più nuove. E’ il posto delle tombe mal tenute e tutte diverse tra loro, croci arrugginite e lapidi sbeccate con i ritratti tristi, rovinati dalle macchie dell’umidità, o sbiancati da più di mezzo secolo di sole. Alcune tombe sono addirittura senza foto, da quanto sono vecchie e povere. Per alcune ci sono dei fiori di plastica, con le foglie ormai dello stesso colore indefinito dei petali, per le altre non ci sono neanche quelli.
La settimana dopo comincio a riconoscere alcuni frequentatori abituali. Come la signora sui quarantacinque, vestita di nero, ma di un nero che rimarcava la sua sensualità più che la malinconia del lutto. Finora era sempre venuta verso mezzogiorno, faceva una visita veloce alla tomba di quello che credo fosse il marito. Il tempo di inginocchiarsi, senza appoggiare il ginocchio avvolto dalla calza nera, farsi un veloce segno della croce, e tornava sulla Smart, anch’essa nera, parcheggiata di fianco all’ingresso. Proprio oggi, poco prima dell’una, stavo mangiando il panino col tonno seduta sul sellino del Ciao, l’ho vista uscire dalla Smart, scomparire al di là dei muri, e uscire pochi minuti dopo, che ancora non avevo finito il panino. Lei forse non mi ha notato, immobile in tuta bianca sul motorino bianco a ridosso del muro bianco; muovevo solo le mandibole per masticare e gli occhi per seguire i suoi movimenti. Si è tolta le scarpe nere col tacco basso, le ha riposte nel bagagliaio e le ha sostituite con delle scarpe rosso sangue con il tacco alto. Mentre faceva retromarcia ha appoggiato il telefono all’orecchio, e le labbra si sono aperte in un sorriso che lasciava scoperti i denti.
Il fatto che in questo cimitero fossero tutti sepolti da almeno dieci anni smorzava molto l’atmosfera tragica e drammatica. Forse per questo mi trovo bene qua. Poi vedo spesso il vecchietto in tuta sportiva. Viene a piedi e non prega mai, però parla di continuo alla tomba di suo fratello. L’altro ieri, mentre vuotavo il cestino ho sentito una parte del discorso che faceva ad alta voce. Parlo con te diceva perché non c’è più nessuno vecchio come me. Te non mi rispondi, ma capisci almeno. I più giovani cosa vuoi che capiscano, quando gli racconto delle cose che sono successe quando non erano ancora nati? Ti ricordi la casa della Stella, dove dicevano che c’erano i fantasmi, io ci avevo nove, dieci anni, te dodici o tredici. Te mi hai detto che ci correva dietro il fantasma, si sentiva il rumore dei sandali sulla ghiaia e non vedevamo nessuno. Ci sarà stato poi il fantasma? Però come correvamo! E quando m’hai portato alla Casa, che non mi facevano entrare. E te che dicevi che ero maggiorenne, che garantivi per me? Non mi hanno mica fatto entrare poi, ho dovuto immaginarmi com’erano fatte le donne per dei mesi ancora, dei mesi…
Poi mi sono allontanata, perché mi sembrava di rubare dei segreti.
Lunedì mattina sono venuti altri due vecchi, credo marito e moglie. Sono rimasti un’ora davanti alla piccola tomba bianca di una bimba nata e morta nello stesso mese dello stesso anno. Dalla seconda data incisa nel marmo bianco erano trascorsi sessant’anni giusti, loro si sono inginocchiati, hanno deposto un grande mazzo di rose bianche che ricopriva l’intera tomba. Poi si sono dati la mano e si sono parlati.
Te la ricordi ancora? Chiedeva il signore anziano.
Sì, mi sembra di sì, adesso che la vedo.
Ma da viva, intendo. Terminarono dispiaciuti di aver perso di lei anche il ricordo. Si costrinsero a ricordarla per dedicarle ancora un po’ di sofferenza.
Quando se ne sono andati mi hanno salutato.
Qui ho molto tempo per pensare, un po’ come in carcere, anche qua ci sono quattro mura alte. Però posso uscire quando voglio. Prima del carcere, pensare e agire per me erano quasi un’azione sola. Lì ho cominciato a riflettere, è come se avessi scoperto una persona sempre pronta a dialogare, anzi a discutere con me. E anche lei è uscita dal carcere, insieme a me.
Sono rimasta ferma a guardare quella piccola tomba per alcuni minuti. Credo fosse la loro figlia. Ma la ricordavano già nella tomba, troppo distante nel tempo e troppo breve la sua vita per essere ricordata. Non ci avevo mai pensato prima, ma i bambini e i ragazzi, quelli morti troppo presto, che hanno avuto funerali pieni di disperazione e di folla, sono quelli meno ricordati. Meno visitati dei nonni morti di morte naturale dopo ottanta, novant’anni di vita. Quelli che, ai loro funerali, la gente passeggiava e parlava d’altro.
Poi ho ripensato a me, a Manuela, a Suor Carmela che mi ha chiesto di starle vicino, di aiutarla a inserirsi e mi convinco che appena torno devo parlarle. Devo dire a Manuela che qua si sta bene, che questo lavoro non è male, e che ripensi al suo no. Deve smettere di starsene in casa come se fosse ancora in carcere, chiusa in camera a leggere e a fumare.
Entro nel cortile di casa, rimugino ancora le parole da dirle per convincerla, appoggio il Ciao al muro scarabocchiato di storie d’amore. Salgo e trovo la porta dell’appartamento chiusa, con sopra un post-it: “si prega di non disturbare fino alle quattro”. Mi viene la tentazione di aprire lo stesso, poi provo a chiamarla sul cellulare, ma è spento. Torno indietro e mi fumo due camel blu per far passare la mezz’ora che manca alle quattro. Alle quattro e cinque esce un signore pelato, in giacca e cravatta e valigetta che mi passa dritto a fianco, poi si ferma a guardare a destra e a sinistra prima di uscire dal cortile.
Chi era quello?
Un assicuratore. Manuela è seduta sul letto disfatto, vestita ma scalza. Sull’unico comodino che c’è tra i nostri letti spuntano due pezzi da cinquanta euro, da sotto la radiosveglia.
Chi era?
Lasciami stare Vinicia. Manu tiene lo sguardo basso.
Esco senza dire altro. Ho capito quel che Suor Carmela voleva da me. Ma cazzo! Se lo sapeva che faceva le marchette perché mettermela in camera? Allora sei stronza. Non sono mica una santa io. Mi viene il vomito all’idea di stare ancora in quella camera, ma chi ce li ha i soldi per un altro posto? Questi pensieri mi frullano in testa intanto che cammino sul lungotevere e l’ultima Camel è già finita. Decido di chiamare la casa circondariale e chiedere di Suor Carmela.
E’ impegnata nei colloqui, mi dispiace. Provi più tardi. Mi risponde una voce distaccata. Mi viene un brivido al pensiero che quella voce proviene da dentro il carcere dove avevo marcito per due anni. Non volevo tornarci, neanche con la voce. Non richiamo più nessuno. Devo resistere a tutti i costi. Ma adesso chi ci torna nella camera con quella ? Passeggio ancora un pò, mangio qualcosa in un bar, torno tardissimo, quando Manuela già dorme. Per evitarla mi distendo sul divano. Ha due posti e devo tenere le gambe un po’ piegate. Mi sveglio prima del solito per la posizione scomoda, mi sciacquo la faccia nel lavandino della cucina e mi asciugo con uno strofinaccio. Prendo la giacca a vento, mi infilo in tasca il vasetto di nutella, un panino e decido di prendere il tram, visto che il tempo è un po’ piovigginoso.
Al cimitero oggi non arriva nessuno, non ho molto da fare. Mi fermo davanti a una vecchia tomba che mi colpisce per le immagini scolorite dei volti ancora giovani. I loro occhi paiono vivi e prigionieri di un sepolcro abbandonato da decenni. Gli sguardi non sono rivolti ai fiori tristi, ai marmi desolati; sono fieri e magnetici, e mi seguono. I loro nomi sono veramente particolari: Eupilio e Fiordalice. Leggo le date: Eupilio nato nel 1880 e morto nel 1959 e Fiordalice nata nel 1882 e morta nel 1960. Rileggo. Non ho mangiato da ieri a pranzo, ho dormito poco e male e ho una gran confusione in testa. Così mi siedo accanto a loro, tiro fuori il panino e la nutella, e ne faccio dei pezzetti che puccio nel vasetto. E, intanto che mi gusto quel sapore, mi vedo bambina e immagino che Eupilio e Fiordalice siano i miei nonni, anzi fatti due conti, i miei bisnonni. Tanto io non so chi sono né i miei genitori né e i miei nonni. Poi questo nome, Vinicia, che mi hanno affibbiato le suore dell’orfanotrofio, ha qualcosa in comune con i loro nomi. Quanto è strano non avere parenti, neanche vecchi o lontani e… manco defunti. Nessuno in cui cercare somiglianze, nessuno a cui dare le colpe del carattere che mi ritrovo.
Proprio nessuno.
I genitori, che mi hanno abbandonata a due mesi, potrei andarli a cercare, ma a che scopo? I bisnonni sarebbero in ogni caso morti. Morti per morti, questi mi sono simpatici. E chi può dire che non siano veramente i miei bisnonni? Mia mamma… sì mia mamma, se mi ha abbandonata non avrà neanche capito chi era mio padre, figurati i bisnonni. Ho deciso, da oggi saranno i miei bisnonni, adotterò dei bisnonni… morti. Sempre meglio che non avere nessun parente, in fondo tante persone non hanno conosciuto i bisnonni.
Dunque dobbiamo conoscerci. Non c’è nessuno in giro, è il momento giusto, deve essere una cosa tra me e loro. Gli chiedo chi sono, mentre mi ingozzo di nutella con due dita perchè il pane è già finito.
Noi Mi risponde Eupilio con lo sguardo eravamo la coppia più bella della città. L’invidia della gente ci aveva fatti diventare gelosi e sospettosi l’uno dell’altra. Tutti inventavano storie su di noi che hanno rovinato con i dubbi gli anni della nostra bellezza. Solo da vecchi ci siamo veramente amati, pur con la bellezza oramai sfiorita. Perciò abbiamo deciso insieme che avremmo voluto sulla tomba le nostre foto da giovani. Per amarci nella nostra bellezza per tutta l’eternità.
Fiordalice non mi parla ma il suo sguardo, nell’immagine scolorita in bianco e nero, ora è a colori. Vedo i suoi occhi grigi d’un azzurro luminoso.
Bella storia. Talmente bella che mi convinco sia vera. Meritate dei fiori. Vado alla tomba di famiglia dei Mangianti-Farneti, quelli hanno sempre tanti fiori freschi. Arriva direttamente il fioraio, incaricato da parenti che non ho mai visto. E chi se ne accorge. Prendo dei fiori e anche un vasetto, lo riempio d’acqua alla fontana e lo appoggio sotto la croce arrugginita di Eupilio e Fiordalice. Pulisco tutto per bene, nel magazzino trovo anche un prodotto per togliere la ruggine alla croce. La tomba dei miei bisnonni deve essere bella.
Ma che cazzo sto facendo? Devo muovermi. Mi servono soldi per uscire da quel cazzo di appartamento con quella mezza zoccola. Una signora è salita sulla scala a pioli per portare i fiori nel loculo in alto ed ha appoggiato sulla panca la giacca e la borsa. La signora è vestita bene, sicuramente ha la carta di credito e qualche centinaio di euro. Devo agire. Non mi sono dimenticata come si fa. Avevo rubato di tutto, in quindici anni. Avevo cominciato con i trucchi, i profumi, poi gli orecchini, catenine, anelli. Bazzicavo il reparto cosmetici e bigiotteria dei grandi magazzini. Quando andava male, un omone mi prendeva per un orecchio e mi trascinava fuori. Come potevano avvertire i genitori, se neanche io so chi sono? E quando capivano che ero orfana parevano come perdonarmi con lo sguardo. Come se avessi già avuto prima la punizione per qualunque malefatta futura. E così capii che potevo continuare a rubare senza grossi rischi. Passai alle autoradio, in quegli anni erano molto richieste. E non rompevo i vetri con gran fracasso, come i miei coetanei maschi, io aprivo le serrature. Escluse quelle delle auto tedesche, come le Bmw e le Mercedes, le altre non avevano segreti, per me. Poi, rubavo qualunque cosa che aveva un valore, anche su richiesta: giacche di pelle in discoteca, telefonini. Negli ultimi anni mi ero specializzata nelle borse delle signore. Prendevo il portamonete e le abbandonavo subito dopo. Nei mercati, nei tram, e l’ultima a quella signora in motorino. Io ero a piedi, uno scippo al contrario; ho preteso troppo. Dopo la sua caduta mi hanno inseguita in gruppo. Otto, dieci: non avevo scampo.
E ora quella borsa lasciata a se stessa, è così facile…
Incrocio lo sguardo con Eupilio. E’ uno sguardo di rimprovero che parla con l’altra parte di me, quella che ho conosciuto in carcere. La convince ad abbandonare l’idea.
Mi accorgo di avere più relazioni con i miei morti e i loro ospiti che con le persone fuori. Non ho voluto ricominciare a frequentare gli amici di prima. A casa non si parla, io e Manuela evitiamo di incontrarci e i suoi post-it che mi avvertono di non entrare sono sempre più frequenti.
Devo parlarle per l’ultima volta… Esco, mi fermo al distributore automatico di sigarette senza scendere dal Ciao, le Camel Blue sono finite, facciamo Marlboro Oro, le stesse di Manuela, chissà che non mi veda un po’ simile a lei, e si decida a parlarmi.
Alle tre e mezza sono a casa. Lei non c’è. Vado in camera, il suo letto è sfatto, il mio è a posto perché dormo ancora sul divano. Annuso la coperta del mio letto, non sento odori particolari, ma mi rimane il dubbio che usi il mio letto, quando si porta a casa un uomo. Frugo nel cassetto del comodino, che sarebbe in comune, ma di cui si è appropriata lei. Gomme da masticare, aspirine, tre pacchi di fazzoletti di carta, orecchini d’oro bianco, un perizoma, dei preservativi senza scatola e un piccolo specchio rettangolare da trucco. Prendo lo specchio per guardarmi, ho gli occhi arrossati per l’aria in motorino. Noto della polvere bianca fine sui bordi scuri dello specchio. Mi avvicino, appoggio il dito poi la assaggio con la punta della lingua. Capisco a cosa le servono tanti soldi. Mi sforzo di deglutire la saliva amara per sciogliere il nodo che mi blocca la gola.
Sento il rumore della chiave nella serratura, le vado incontro. Ha dei jeans bianchi ricamati, una maglietta molto scollata, il viso ben truccato, i capelli sistemati; l’opposto del mio look.
Io e te dobbiamo parlare.
Non adesso Vinicia. Mi risponde senza guardarmi, mentre toglie la mia coperta dal divano.
Adesso, Manuela.
Parliamo, sì, ma più tardi.
Stai facendo casino con la tua vita. Ma quella è tua. Non puoi incasinare anche al mia. Adesso che sto cercando di metterla sui binari giusti.
Continua a sistemare le cose in cucina e non mi guarda. Mi avvicino, l’afferro alle spalle per costringerla a girarsi verso di me.
E guardami! Le grido.
Manuela mi guarda con gli occhi rassegnati. In quell’istante suona il campanello.
Te l’ho detto che non è il momento. Sto aspettando un amico.
Amico per mezz’ora, o per un’ora?
Per favore ne parliamo dopo.
Vaffanculo Manu! Dopo, guardati in faccia per un minuto intero, se ci riesci. Esco, sbattendo la porta. Sulla scala incontro un signore grasso e sudato che sale. Non provo più il senso di nausea dell’altra volta, solo una gran rabbia. Che smorzo con una birra media e due Marlboro, seduta nel bar dietro il condominio. Un cliente appoggiato al banco sorseggia un prosecco e appoggia su di me il suo sguardo pesante.
Che cazzo vuoi? Gli dico, poi mi alzo e me ne vado prima che abbia il tempo di rispondermi.
Mezz’ora dopo mi chiama Manuela. Lascio suonare e non rispondo. Mi messaggia: Mi dispiace, torna e parliamo. TVB.
Torno da lei e vuota il sacco. Si giustifica dicendo che usa la coca solo per riuscire a sorridere quando fa sesso con i clienti. Mi dice che ha intenzione di smettere, mi racconta di un tipo, insegnante – una gran brava persona – che vive con l’anziana madre e avrebbe perso la testa per lei… è solo questione di un po’ di tempo e: Hop, un salto a piedi pari e vedrai che sarò la signora più riverita di piazza Navona… - mi rassicura Manuela con un’aria così convinta da farmi pensare che debba convincere me. Mi lascia libera di scegliere, se rimanere lì o andare in un altro appartamento. La guardo con gli occhi buoni e non dico nulla. Seguono trenta secondi di silenzio pesante. E’ il peso delle sensazioni che ci siamo trasmessi in trenta secondi di sguardi negli occhi.
Si alza per chiudere il rubinetto che sgocciola. Lo stringe con entrambe le mani, come se non dovesse più riaprirlo, come se le gocce uscissero dalla sua vita.
Poi mi propone di lasciarmi l’appartamento, ne cercerebbe un altro lei. Io non so cosa dirle. Capisco che ha buone intenzioni, ma non mi convince. Ora so che non ha mai lavorato per più di qualche mese di fila, ama il lusso, i gioielli, ama tutto quello che non può permettersi. E’ una sua fissa. Prima di spacciare aveva tutto quel che voleva da un uomo molto ricco di cui era l’amante. Ma un bel giorno lui ha deciso di sostituirla…. E per mantenere lo stesso stile di vita, non ha trovato di meglio che spacciare pasticche e coca fuori dalle discoteche.
I giorni successivi l’unico rapporto che mi fa vivere delle sensazioni buone è quello con i miei supernonni adottivi. Forse è una fuga per non pensare alla mia vita di merda. Comunque il loro sguardo sereno mi tiene compagna. A volte mi manca, così torno a pulire davanti a loro solo per fissare nella mia mente l’immagine di serenità che mi comunicano. Le uniche brave persone che ho conosciuto sono loro. Morte, ma meglio di tanti vivi.
Mi viene naturale parlargli: Come va Eupilio? Cosa ti ha preparato a colazione Fiordalice … o lassù non si mangia più? poi attendo la risposta: un sussurro di fronde, un ticchettio, un riflesso sui loro occhi. Qualunque segno so che è una risposta. Ma stanno arrivando due signore, una con un bimbo in mano. Bisbiglio verso i visi dei miei avi un - SSST, facciamo silenzio, c’è gente e se ci sentono magari mi prendono per matta…- e ricomincio a vuotare i cestini dai resti delle candele appiccicate ai fiori secchi.
Col passare dei giorni ho trasformato la loro tomba. La croce ripulita dalla ruggine e verniciata color oro. A terra non c’è la base in marmo come nelle tombe più recenti. Così ho zappettato e concimato il terreno, poi ho seminato un prato di trifogli e dei crisantemi nella parte vicina alla croce. Ho creato un bordo di sassi colorati a colori vivaci che incorniciano il piccolo giardino. Ho ripulito il vetro delle foto incastonate nei decori della croce.
Oggi è il 10 novembre, il giorno del mio addio a Manuela.
Sono passati quasi otto mesi da quando siamo uscite dal carcere. La sua vita non è cambiata gran chè dai primi giorni. Però abbiamo imparato a convivere. Quando lei riceve i suoi amici, io sono fuori casa, abbiamo stabilito orari e regole, poi mi fa uno sconto sull’affitto: paga tre quarti lei e un quarto io. E un po’ mi dispiace lasciarla. Ma quella che mi è capitata è una di quelle opportunità a cui non devi dire di no. Mi trasferisco dalla famiglia Moscati, nella loro villa ai Parioli.
Due settimane fa, il giorno dell’anniversario della morte di Fiordalice, decido di comperare un mazzo di orchidee e rose rosse e le sistemo appoggiate alla croce della tomba. Le orchidee le lambiscono il viso ritratto. Qualche metro più a sinistra, distaccata di due posti c’è la tomba della bimba morta a un mese d’età. Proprio quel giorno rivedo i nonnini che tornano a farle visita. Mi vedono, mentre riordino il mazzo di fiori e accennano un saluto. Si fanno il segno della croce davanti all’immagine della piccola, poi tolgono da una sportina dei fiori recisi e li ripongono nei due vasetti di marmo bianco. Pregano per qualche minuto, poi vengono verso di me.
La ricordo abbandonata da anni, quella tomba. Commenta lui.
Bella, è! dico io.
Lei è parente allora.
Sono i miei bisnonni. Dico con orgoglio.
Ha sistemato lei così bene la tomba?
Sì, la mia famiglia si trasferita a Milano e così nessuno se ne curava.
Ma che brava ragazza è lei. I giovani della sua età non si curano certo dei morti, neppure se parenti stretti. Pensano solo a sè. La nostra unica bimba se fosse cresciuta e diventata donna … chissà…
E così via, un discorso dietro l’altro, gli ho raccontato la loro storia, così come l’avevo immaginata. Inventavo sul momento, per soddisfare ogni loro curiosità. Avevano notato e si erano chiesti perché quelle fotoricordo da giovani. Visto che Fiordalice era scomparsa a settantotto anni ed Eupilio a settantanove. La mia risposta e soprattutto come avevo abbellito la loro dimora, mi avevano fatto guadagnare tutta la loro stima.
Quando sono usciti, stavo spazzando dietro ad una cappella e li ho sentiti parlottare tra loro su di me, si chiedevano se Vinicia potesse fare al caso loro…
Boh… chi sono questi e cosa mi potrebbero proporre? mi sono chiesta. Nei giorni successivi mi sono informata e ho saputo che i nonnini sono i signori Moscati, lui è cavaliere del lavoro, lei è la moglie. Sono ricchi sfondati, non hanno figli e vivono in una villa ai Parioli.
Così, sempre con le occhiate di consenso di Eupilio, ho lucidato ben bene anche la tomba dei loro pianti, così minuscola che non mi è costata neppure molto sforzo.
E’ arrivato il 2 novembre, giorno dei morti, che per me è stato l’inizio della nuova vita…
Non ero in servizio, ho preso in prestito l’elegante cappotto nero dal guardaroba di Manuela, gli stivali lucidati, i capelli freschi di parrucchiera e un leggero trucco. Mi sono guardata allo specchio soddisfatta, ho riso tra me al pensiero che se volessi potrei rubare i clienti migliori a Manuela.
Poi sono andata al cimitero come tutti gli altri parenti. In tram, per non rovinare tutto il lavoro.
Il cimitero così affollato, pare una festa. Cerco di essere una visitatrice come tutti gli altri, mi basta distogliere il pensiero sul lavoro in più che mi avrebbe procurato quella folla.
I signori Moscati sono in compagnia di un ragazzotto, che mi presentano come Giacomino, nipote del fratello di lui. Se ne va poco dopo e restiamo noi tre, un pò appartati dalla massa delle persone che affollano le altre zone del cimitero.
Parliamo del tempo, del più e del meno, dei loro acciacchi. Poi un istante di silenzio e io dico che dovrei far ritorno per riordinare la casa. A questo punto mi fanno la proposta di andare ad assisterli e fare qualche lavoro di pulizia nella loro villa. A millecinquecento euro al mese, vitto e alloggio compresi. Mi sento colpita da un fulmine, ma un fulmine buono.
Penso in un istante al fatto che io, che avevo sempre vissuto giorno per giorno, in qualche mese mi ero inventata un passato, e da adesso, avrei anche un futuro. Come risposta mi viene l’impulso di abbracciarli.
Ora vivo in una casa fantastica ai Parioli. Va tutto bene, il lavoro è tranquillo, ho molto tempo libero, ma devo rimanere disponibile ad ogni bisogno dei signori Moscati. Ho pensato spesso a come sono stata brava a dare una così buona immagine di me. Mi sono chiesta quale cosa in particolare poteva averli colpiti, al di là della storia dei miei bisnonni.
Ieri, per caso, nella loro rubrica telefonica aperta alla lettera “S”, ho visto il numero di cellulare di Suor Carmela.
Dimenticavo: credo di piacere molto a Giacomino. Non che mi faccia impazzire quell’espressione fra il lesso e lo stupito che fa quando mi incontra. Ma è un così bravo ragazzo. In fondo rubare un cuore, non è un reato, anche se qualche volta fa molto più male dello scippo di una borsa.
Domani mattina porterò dei fiori nuovi a Fiordalice e le chiederò un parere su questa faccenda di cuore. Non lavorerò più vicino a loro, ma sono rimasta amica, e poi devo esser loro riconoscente…
Il Ciao bianco, l’ho portato con me, ma l’ho fatto verniciare di nero. Nella villa è tutto così bianco…