PensieriSpettinati/Leopardi o del poeta che non imita più

Luglio 28th, 2010

di silvia mantovani

“Scintilla celeste, e impulso soprumano vuolsi a fare un sommo poeta, non studio di autori, e disaminamento di gusti stranieri. O noi sentiamo l’ardore di quella divina scintilla, e la forza di quel vivissimo impulso, o non lo sentiamo. Se sì, un soverchio studio delle letterature straniere non può servire ad altro che ad impedirci di pensare, e di creare di per noi stessi: se no, tutti gli scrittori del mondo non ci faranno poeti in dispetto della natura. Ricordiamoci ( e parmi dovessimo pensarvi sempre) che il più grande di tutti i poeti è il più antico, il quale non ha avuto modelli, che Dante sarà sempre imitato, agguagliato non mai, e che noi non abbiamo mai potuto pareggiare gli antichi (se v’ha chi tenga il contrario getti questa lettera che è di un mero pedante) perché essi quando voleano descrivere il cielo, il mare, le campagne, si metteano ad osservarle, e noi pigliamo in mano un poeta, e quando voleano ritrarre una passione s’immaginavano di sentirla, e noi ci facciamo a leggere una tragedia, e quando voleano parlare dell’universo vi pensavano sopra, e noi pensiamo sopra il modo in che essi ne hanno parlato; e questo perché essi e imprimamente i Greci non aveano modelli, o non ne faceano uso, e noi non pure ne abbiamo, e ce ne gioviamo, ma non sappiamo farne mai senza, onde quasi tutti gli scritti nostro sono copie di altre copie, ed ecco perché sì pochi sono gli scrittori originali, ed ecco perché c’inonda una piena d’idee e di frasi comuni, ed ecco perché il nostro terreno è fatto sterile e non produce più nulla di nuovo.” Leopardi – da “Lettera ai sigg. compilatori della Biblioteca italiana” – luglio 1816

Il brano è tratto da “Manuale di italianistica” curato da Vittorio Roda, ed. Bononia University Press., nel capitolo “L’età romantica” di Alfredo Cottignoli ed è parte della lettera con cui Leopardi partecipò alla discussione promossa da Madame de Stael sull’”isolamento culturale” dell’Italia, da cui il suo invito ad abbandonare i classici per tradurre la poesia contemporanea inglese, tedesca o il teatro francese.

Vorrei con questa lettera di Leopardi riflettere su come il passato, anche molto passato, possa ancora essere attuale; come certi temi non smettano di ripresentarsi, come quello sull’imitazione dei modelli.
Mi sembra che le parole di Leopardi siano provocatorie ma anche di incitazione. La provocazione è nell’affermare che il poeta più grande è già esistito, è il primo, quello che, non avendo nessun dilemma sul fatto di imitare o no i poeti precedenti, ha fatto poesia con ciò che c’era, ovvero con la natura e i sentimenti, da lì ha tratto ispirazione, da nient’altro, da nessun autore precedente. Dall’altra parte, trovo bello il modo semplice e leggero con cui Leopardi invita i poeti ad un modo più autentico di fare poesia: “perché essi quando voleano descrivere il cielo, il mare, le campagne, si metteano ad osservarle”, “e quando voleano ritrarre una passione s’immaginavano di sentirla”,” e quando voleano parlare dell’universo vi pensavano sopra”.

Qualche sera fa, durante una cena tra gli studenti di Rablè, sono stata colpita da alcune osservazioni. Semplici osservazioni, anzi una era una domanda. E mi era anche sembrato fossero passate così, senza nulla lasciare. Invece ci penso, anche perché sono osservazioni e domande ricorrenti, che, appunto, tornano ciclicamente.
La domanda che è stata fatta a chi frequenta il laboratorio di poesia, era questa:” durante i laboratori studiate anche gli aspetti più tecnici, come le rime, la struttura delle poesie e dei versi, sonetto, canzone, endecasillabo, sciolto non sciolto eccetera eccetera.?”.
L’osservazione invece era sul fatto che Dante fosse un poeta inarrivabile, un’eccezione nella storia della letteratura, un poeta inimitabile con una conoscenza infinita della storia e del suo tempo, anche quella inimitabile.
Alla fine si tratta di lecite e giuste osservazioni. Da una parte si richiede che in un laboratorio di poesia vengano trattati anche gli aspetti tecnici, dall’altra si evidenzia l’eccellenza indiscussa di un poeta conosciuto e tradotto in tutto il mondo.

Però mi chiedo se, a volte, non sia, più che necessario, limitativo studiare le forme tradizionali e codificate della poesia. Non è forse molto più soffocante studiare aspetti tecnici piuttosto che seguire la propria sonorità interiore? Magari mettendosi in una vasca e scivolando sotto il pelo dell’acqua per riconoscere il proprio ritmo, come ci aveva giustamente consigliato Paolo Vachino nella prima lezione (alla fine i professori non spariscono mai completamente, neanche durante le serate di soli studenti, anzi).
E quanto è veramente utile stare ancora a riconoscere grandezze ormai indiscusse e ripetute a tal punto da renderle banali come Dante, Hemingway, Manzoni, Leopardi? Quanto tutte queste osservazioni e tautologie, “perché Dante è Dante”, e queste ripetizioni ci bloccano invece di spronarci a scrivere?

Direi che le due cose, la domanda e l’osservazione, trattano del medesimo tema, ovvero del fatto che esiste un passato, una tecnica, un insieme di esempi, che sono da studiare per poter fare arte, e che, allo stesso tempo non sia facile, se non impossibile, arrivare agli stessi risultati di alcuni artisti eccezionalmente dotati. Mi sembra che questa cosa sia ormai chiara a tutti e da secoli. Però ci si torna. Quasi come se ci fosse bisogno di ribadirla.
Mi chiedo allora se, in realtà, non sia una scusa. Un modo per tirare i remi in barca, per non mettersi in gioco, per non rischiare di diventare anche, perché no, grandi come Dante o Manzoni.

Rifacciamoci alle parole di Leopardi: il poeta più antico non aveva modelli, i grandi classici non seguivano modelli ma ascoltavano, sentivano, vivevano e non perdevano tempo a leggere gli altri per imitarli.
Il mio discorso non è certo quello di smettere di leggere e studiare, anzi, io per prima lo faccio giornalmente. E penso che anche Leopardi non fosse di questa idea, vista la vastità della su biblioteca.

La mia proposta è quella di separare la vita in due parti. In una parte studiare e leggere per il solo piacere di farlo e di riflettere e di raccogliere particelle volatili che prima o poi si sedimenteranno dentro di noi e faranno terra in cui affondare le nostre radici artistiche.
Nell’altra parte chiudere i libri e osservare “il cielo, il mare, le campagne” oppure immaginare o ricordare un’emozione per farne versi. L’endecasillabo ne nascerà molto più libero e autentico, secondo me.
L’idea e la mia proposta spinta è proprio quella di fare delle camere stagne. Quando studi non scrivi versi, e quando scrivi versi non studi.
Penso che questo potrebbe essere un modo proprio per fare comunicare le due camere stagne, ma senza che se ne accorgano.

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Racconto/Le creme

Luglio 25th, 2010

di Selene Contadini

Sono al supermercato davanti alla corsia dei tubetti delle creme per le mani. Leggo le etichette: antirughe, idratante. Ci sono barattolini di ogni colore e sono ordinati in modo perfetto sulla scansia. Gli oggetti sistemati con ordine mi hanno sempre dato un senso di quiete.
Mi piace anche mettere a posto gli oggetti e poi riguardarli.
Mi guardo le mani e penso. Dovrei curare più queste mani e ne compro una per tipo, così mio figlio quando mi prenderà la mano non dirà più: – Che pelle secca, mamma -.
Sono una parrucchiera e le mie mani sono rovinate dalle tinte dei capelli.

Passa un anno da quel giorno al supermercato.
Da allora ho dovuto smettere per via dell’allergia. Ma le mie mani allora non avevano segreti. Erano la prova di ciò che facevo. Di allora è rimasta solo la secchezza che nasce dall’acqua.
L’acqua non perdona perché penetra e a lungo andare stravolge anche le la pelle più morbida.
Poi, dopo il lavoro al negozio non era finita. C’erano i lavori di casa. I panni da lavare, i piatti da lavare. Il ritmo e la frequenza con cui continuavo ad immergere le mani nell’acqua non diminuivano, anzi crescevano.
Il ritmo aumentava e la sera non era un momento di riposo.
L’acqua era la mia persecuzione e nello stesso tempo ne ero assuefatta. La odiavo e la cercavo. Usavo litri e litri di acqua per il mio lavoro. Bevevo tre litri di acqua al giorno. Facevo tre lavatrici al giorno. Stavo sotto la doccia per mezzora ogni sera. Compravo fiori freschi ogni giorno per riempire i miei dieci vasi e mi pareva sempre che l’acqua puzzasse e la cambiavo due volte al giorno. Pagavo enormi bollette di acqua. Mi piaceva andare al mare e spesso pensavo che nonostante fossi un’ottima nuotatrice sarei morta annegata, sovrastata da un’onda forte.
Fui felice quando mi diagnosticarono l’allergia. Forse le mie mani avrebbero potuto tornare belle come una volta.
Ma ci volle molto tempo. L’inverno mi aiutò perché potevo nasconderle con i guanti. In primavera, in estate, in autunno evitavo che qualcuno me le toccasse.
Se dovevo dare la mano fingevo che qualcosa mi cadesse a terra e mi abbassavo per raccogliere, niente.
Il tempo e la pazienza mi aiutarono e le mie mani guarirono e cessai di vergognarmi di esse.
Incontrai un uomo che con fare galante mi incantò, quando mi prese la mano e me la baciò. Non era più un gesto usuale da parte degli uomini.
Se prima di allora, in passato, avevo cura dei capelli degli altri, ora trovai un immenso piacere ad avere cura del mio corpo, in particolare delle mani e dei piedi e cercai lavoro in un negozio di profumeria fino a quando non lo trovai.
Davo consigli a chiunque entrasse e, le mie, sembravano le raccomandazioni di una madre preoccupata.
Mi accanivo e mi arrabbiavo con fare affettuoso con i clienti che presentavano mani arse e ruvide. Qualcuno se ne andava senza raccogliere le mie raccomandazioni. Un fallimento estremo si impadroniva di me perché non ero stata abbastanza chiara e convincente.
Erano in pericolo e prima se ne fossero accorti, meglio sarebbe stato per loro. Altrimenti le corse e l’affanno per curarle quando fosse stato troppo tardi li avrebbe distrutti.
Io ero stata fortunata a riuscire a salvarle. Per loro forse non sarebbe andata così.
- Sbrigatevi, sbrigatevi e incominciate da subito a prendervi cura di esse –
- Poi sarete più felici -.
Urlavo loro con il pensiero, sempre più forte, sempre più forte. E quando, ormai lontani, non potevano più sentirmi, allora il tono del mio pensiero si abbassava, fino a diventare calmo e più lento. Una sorta di rassegnazione s’impadroniva di me e non potevo fare altro che continuare il mio lavoro e aspettare qualcun altro da salvare.

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Poesia/Vacanze al mare

Luglio 23rd, 2010

di Roberto Sapucci

Strade sconosciute
piene di auto e di corpi
Una casa nuova, cento angoli da scoprire
L’ orizzonte perso
nell’assenza di una bussola.
Baciare un sogno
in un attimo
che nessuno possa rubare.
Fuggire subito per tornare
all’unica boa, in questo oceano
di colori e suoni,
che profumano di fiori di tiglio
e di sale.

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Poesia/Terra di confine

Luglio 23rd, 2010

di Roberto Sapucci

Tra sogno e veglia
osservo nella notte con le dita
la pelle illuminata da ombre digitali liquide.
Baricentri incatenati
nel silenzio pieno di note.
Respiri di vento.
Nell’alba ti vedo
luce
distinguo mare e cielo,
ma non riconosco alcun confine
tra il nostro blu e il nostro azzurro.

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Poesia/Placebo

Luglio 23rd, 2010

di Roberto Sapucci

Spezzo una compressa
affidando alla mezzaluna
l’attesa di un cielo scuro.
Non voglio rotolare pensieri
tra lenzuola in lotta.
Lasciami prosciugare il capo,
spegnimi gli occhi,
adesso.
Urgenza di sonno abissale,
ma è solo placebo
per la mia voglia di esistenza.

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Racconto/Che fine hanno fatto i merli?

Luglio 22nd, 2010

di stefano venturini

“Dove è papà?”, chiesi a mia madre.
“In giardino”, rispose lei.
Mi avvicinai alla porta e lo vidi, dritto e immobile, con le gambe divaricate e una mano dietro la schiena. Sembrava che sfidasse la luna, in maglietta e mutande.
“Non vuole rientrare”, disse mia madre. “Non vuole venire a dormire”.
Restammo in silenzio, e nell’oscurità della notte lo sentimmo fumare.
Uscii in giardino, affondando i piedi nudi nell’erba secca dell’estate, e mi misi al suo fianco. Lui fece un tiro profondo, e sparpagliò come scintille un po’ di cenere nell’aria. Si schiarì la gola.
Disse: “Vorrei che questa notte non passasse”.
Dissi: “Ma passerà, lo sai”.
Disse: “Vorrei non saperlo”.
Era stato l’ultimo giorno di vacanza, e mio padre di tornare a lavorare, a sessantasette anni, non ne aveva proprio voglia. Faceva il commercialista. Voleva chiudere con lo studio. Trent’anni di lavoro sono più che sufficienti, diceva lui, per rischiare l’infarto.
Era stato agitato tutto il giorno. Quando si era alzato, la prima cosa che aveva detto era stata: “È l’ultimo giorno”. Si era appoggiato allo schienale del letto, e aveva chiamato mia madre per chiederle di portargli la colazione. Aveva mangiato nel letto, poi si era messo a fumare.
“Ti ho detto mille volte di non fumare qui”, gli aveva detto lei, quando aveva sentito la puzza di fumo.
“È l’ultimo giorno”, aveva risposto lui con una vena d’angoscia nella voce.
Se ne era stato in poltrona tutto il giorno. A volte con la televisione accesa, altre volte spenta. Quando era spenta, appoggiava il fazzoletto sulla spalla, pronto a schiacciare le mosche fastidiose. Io me ne stavo in camera e leggevo e, nel silenzio della casa, sentivo lo schiocco del fazzoletto sulle sue gambe.
A pranzo non aveva spiccicato una parola.
“Che hai?”, gli aveva chiesto mia madre.
Lui non le aveva risposto; neanche l’aveva sentita.
A cena la stessa cosa. Aveva mangiato e bevuto il vino in silenzio. Io lo guardavo. Era la prima volta che lo vedevo così giù di corda. Ero abituato alle sue battute e al suo spirito. Sapevo che il lavoro lo stressava, lo vedevo tutti i giorni, però non mollava mai. Ora, tutto d’un tratto, era ridotto uno straccio. Come se le vacanze non fossero servite a niente. I suoi occhi erano spenti, assenti; avevo l’impressione che avesse abbandonato il suo corpo, che ora era un contenitore vuoto. Sembrava che mangiasse solo per sopravvivere.
“Ti piace il vino?”, gli chiesi.
“È lo stesso”, rispose lui senza guardarmi.
Mio padre venerava il vino. Sceglieva sempre con cura le etichette che comprava. A tavola, celebrava il primo bicchiere di ogni pasto con piccole ritualità: stappava la bottiglia, annusava il tappo di sughero ad occhi chiusi, e poi, tutto compiaciuto, versava, e con un tovagliolo asciugava dal collo le gocce residue. Io ero incantato dalla sua eleganza. Ascoltavo lo stillare morbido del vino nel bicchiere e attendevo che mio padre lo bevesse e lo giudicasse. Quel giorno però aveva fatto stappare la bottiglia a mia madre, e poi aveva bevuto il primo bicchiere come fosse acqua sporca.
“Che hai? Ci dobbiamo preoccupare?”, gli dissi.
Non rispose.
“Non è mica la fine del mondo, eh”, si intromise mia madre.
Mio padre la guardò e disse:
“Per me, sì”.
Si alzò da tavola, si accese una sigaretta e uscì in giardino. Si mise a fumare sotto il ciliegio, dandoci le spalle. Tirava boccate nervose, che si confondevano con il tremolio delle foglie, agitate dal vento caldo di fine estate.
Quando rientrai quella notte, come ho detto, lui era ancora lì. Si era solo spostato: dal ciliegio, al pruno.
“Ti mancano solo tre anni alla pensione”, gli dissi. “Non puoi mollare ora”.
“Se penso a domani mi viene da piangere”.
“Dai, dobbiamo andare a dormire. È l’una passata. Non puoi stare qui tutta la notte”.
“Dì a tua madre che mi fumo un’altra sigaretta”.
Per un attimo, la fiamma dell’accendino rischiarò la sua faccia: aveva gli occhi lucidi, come se avesse pianto. Poi tornò il buio e non lo vidi più.
Poco dopo, l’anatra uscì dal cespuglio. Ce l’aveva portata mia zia. Mio cugino l’aveva vinta al Luna Park. L’avevamo tenuta in giardino ed era grande e bianchissima, ora che si era fatta adulta. All’inizio si spaventava per ogni cosa; ora si sentiva di casa. Non ci temeva più, e si avvicinava se imitavamo i suoi versi. La trattavamo come fosse un cane. Ci passò davanti e si diresse verso la vaschetta dell’acqua. Camminava lenta e borbottava tra sé. Bevve, e si mise a battere le ali allungando il collo. Poi ci ripassò davanti, come se noi non ci fossimo. Io sorrisi e guardai mio padre: aveva la testa piegata, e guardava la luna.

Durante la notte mi svegliai. C’era silenzio. Mi venne in mente mio padre, e volli controllare se era venuto a letto. Mi alzai, infilai le ciabatte e attraversai il corridoio facendo piano. Aprii lentamente la porta della camera dei miei; non vedevo niente, era troppo buio. Accesi la luce in corridoio e la luce filtrò nella stanza attraverso la piccola fessura che avevo lasciato. Sopra le lenzuola, riconobbi la sagoma di mia madre. Dormiva a pancia in su, con le braccia distese lungo i fianchi e la bocca aperta; respirando, la gola emetteva un rantolo breve, seguito da un fischio sottile che usciva dal naso. Mio padre non c’era.
Scesi le scale piano piano. La luce in soggiorno era accesa. Senza finire la rampa, mi allungai per vedere. Era seduto in poltrona. Mi dava le spalle. Vedevo solo la sua testa pelata, e i pochi capelli che aveva l’attraversavano come striscioline di liquirizia. Stava fumando. Teneva il braccio alzato e il gomito sul bracciolo. Tra le dita, la sigaretta si consumava lentamente: la striscia di cenere si piegava, e il fumo saliva e si allargava in una spirale grigia, fino a dissolversi. Pensai che si fosse addormentato, ma poi mosse il braccio e buttò la cenere nel posacenere. Tossicchiò.
Mi sedetti sullo scalino e incrociai le braccia, appoggiandole sulle ginocchia. Mio padre spense la sigaretta e si tirò in avanti. Ai suoi piedi c’era Rocky, il cane. Aveva quattordici anni. Zoppicava ed era cieco da un occhio, che era bianco come una palla da biliardo. Mio padre lo accarezzò sulla testa.
“Siamo vecchi”, disse.
Si appoggiò di nuovo allo schienale della poltrona e allungò le gambe, incrociando i piedi. Fece per prendere il telecomando, poi guardò in sù, verso l’orologio appeso al muro: erano quasi le tre. Sfilò una sigaretta dal pacchetto sul tavolino e l’accese. L’odore mi colpì, acuto.

Il mattino seguente feci colazione da solo.
“Ha dormito?”, chiesi a mia madre, che sbriciolava il pane in una ciotola di mais.
“È venuto a letto, ma non ha chiuso occhio. Si è sdraiato e ha fumato. Non mi ha lasciato più dormire. Voleva che stessi sveglia con lui”.
“E non gli hai detto nulla per il fumo?”
“Che gli dovevo dire. In quel momento volevo solo dormire”.
“Cosa ti ha detto?”
“Per un po’ è stato zitto. Guardava davanti a sé, senza dire una parola. Era immobile, distante. Se non fosse stato perché ogni tanto tirava, mi pareva una mummia. Non batteva neanche ciglio. Poi, tra una sigaretta e l’altra, mi ha detto: “Sono vecchio. Non ho più le forze. Non so cosa fare. Non ce la faccio a ricominciare, questa volta””.
“E tu?”
“Io l’ho lasciato parlare un po’. Poi ho usato le solite frasi, sai: “Ma no, vedrai che è solo un momento. Passerà. Fra una settimana ne riparliamo”. Così”.
“E lui?”
“Ha borbottato qualcosa e si è acceso un’altra sigaretta. Allora mi sono alzata, sono venuta giù e gli ho preparato una camomilla. Gliel’ho portata a letto bella calda. “Tieni”, gli ho detto. “Ti calmerà un po’”. “Fammi un caffè. Non la bevo la camomilla”, mi ha risposto lui. “Guarda che con il caffè è peggio. Ti devi rilassare”, gli ho detto io. “Fammi un caffè, dai. Da brava”. Siamo scesi giù a berlo. Ci siamo messi davanti alla televisione, alle quattro e mezza del mattino. Tuo padre ha scanalato un po’. Poi si è fermato su un programma che trasmetteva la Tosca, in cui cantava Pavarotti. Abbiamo visto un atto intero. Ogni tanto alzava il volume e io gli dicevo: “Abbassa, che c’è tuo figlio che dorme”. Lui non mi badava. Agitava le braccia come un direttore d’orchestra. Ero contenta perché sembrava che si fosse ripreso. Poi ha spento. “Mi ha stufato”, ha detto. “E poi non è che mi risolva il problema””.
“Prima che venisse su a dormire, era in soggiorno che parlava con Rocky”, dissi.
“Non l’ho mai visto così giù”.
Mio padre è sempre stato un uomo allegro, pronto a dispensare consigli utili su come prendere la vita. Un gran lavoratore, e la sua professione è una delle più pesanti che conosca. Devi aggiornarti in continuazione, sorbirti tutti i problemi dei clienti, rispondere a mille domande ogni giorno; non c’è un attimo di pace. È una vita di puro stress. Eppure, lui ha retto per trent’anni.
“Mi sa che si è rotto qualcosa”, dissi. “Hai sentito, no? Ripete che è vecchio. Che non ha voglia di lavorare. Che gli mancano le energie di una volta”.
“Così, tutto d’un tratto?”, chiese mia madre.
“Può essere. Uno accumula stress tutta la vita, e poi un bel giorno esplode”.
Mandai giù l’ultima fetta biscottata e bevvi un sorso di tè caldo. Mi alzai dal tavolo e presi le chiavi dell’auto da sopra il frigorifero.
Mia madre uscì in giardino con la ciotola in mano e la posò nell’erba. Aveva mischiato pane e mais fino a farli diventare una poltiglia giallastra.
“Ciccia, Ciccia”, si mise a dire. “Vieni che c’è la pappa. Ciccia”.
L’anatra sbucò dallo stesso cespuglio della sera prima; marciò in un apparente equilibrio precario, come fanno i bambini quando imparano a camminare, allungò la testa e borbottò qualcosa. Mia madre l’accarezzò sul collo lungo e bianco, e poi rientrò.
“Non ha nemmeno voluto fare colazione”, disse, chiudendo la porta alle sue spalle. Si lavò le mani sporche di mais nel lavandino.
“A che ora è uscito?”, le chiesi.
“Saranno state le sette. Si è alzato, ha indossato i primi vestiti che ha trovato e se n’è andato senza salutare. “Non fai nemmeno colazione?”, gli ho chiesto. “Prendo solo un caffè al bar”, mi ha risposto lui”.
Sopra il lavello c’erano i due posacenere: quello del soggiorno e quello usato in camera da letto. Due montagne di sigarette alte come l’Everest: alcune finite, altre lasciate a metà. Mia madre rovesciò tutto nella pattumiera.
“Guarda qui”, disse. “Dimmi se un uomo deve vivere così”.

Quando arrivai in studio, mio padre era seduto sulla sedia girevole, davanti alla sua scrivania, sprofondato nello schienale di morbida pelle nera. Stava fumando.
“Ciao”, dissi io.
“Ciao”, disse lui con un filo di voce, alzando gli occhi solo per un attimo.
Aveva aperto le finestre della sua stanza e si era seduto. Il resto dello studio era al buio e silenzioso. Aprii tutte le ante e feci entrare il sole. La linea telefonica era ancora in modalità fax. Premetti il tastino e riattivai il telefono. Per terra c’erano i fogli che il fax aveva sputato durante l’estate. Ce n’erano una montagna sparsi dappertutto.
“Hai visto quanta roba è arrivata?”, gli chiesi.
“Mi vien da star male”.
Raccolsi i fogli e diedi un’occhiata veloce. C’erano molte pubblicità: nuovi cellulari, nuove tariffe, corsi di aggiornamento professionale. Poi gli immancabili fogli presenza dei dipendenti dei clienti, qualche avviso bonario, e varie cartacce spedite dall’Agenzia delle Entrate. Misi tutto sulla mia scrivania. Attaccai la spina della macchinetta del caffé e l’accesi.
“Vuoi un caffé?”, chiesi a mio padre.
Non mi rispose.
“Te lo fai un caffé?”, gli chiesi di nuovo.
“Sì, dai”, rispose lui dopo un po’.
La voce gli uscì floscia, tanto che per un attimo sembrò quasi sgonfiarsi l’aria.
Ne preparai due. Mi sedetti davanti a lui e gli porsi il bicchierino di plastica bianco.
“È già zuccherato”, gli dissi.
“Grazie”, fece lui.
Si staccò dallo schienale della poltrona con un po’ di fatica e allungò la mano. Prese il caffè e mischiò lo zucchero con la paletta trasparente. Poi la picchiettò due o tre volte sul bordo del bicchiere e bevve in un solo sorso.
“Come stai?”, gli chiesi.
Tirò fuori dai pantaloni un fazzoletto bianco tutto stropicciato e si pulì la bocca.
“Male”, rispose.
Rimise il fazzoletto in tasca.
“È solo perché è il primo giorno”, dissi.
“Non lo so. Non mi sono mai sentito così”.
“Così come?”
Si prese un’impercettibile pausa di riflessione.
“Così vecchio”.
Bevvi un sorso di caffè. Pensai a cosa dire. Era strano vederlo così; non sapevo come prenderlo.
“Forse la stai facendo un po’ troppo dura”, gli dissi.
Una frase di circostanza, lo sapevo bene: troppo generica per essergli d’aiuto. Ma fu la prima cosa mi venne in mente.
“Vedremo te, a sessantasette anni”.
Percepii irritazione nella sua risposta. Comprensibile: non aveva bisogno di stupide frasi fatte.
Appoggiò i gomiti sulla scrivania e incrociò le braccia. Per un po’ guardò fuori dalla finestra, gettando uno sguardo qua e là nel giardino. Il nostro studio si trovava al piano terra di una piccola villa su due piani. Pagavamo l’affitto ai padroni di sopra. Durante l’estate, e fino agli inizi di ottobre, i merli saltellavano nell’erba in cerca di qualcosa da mangiare. Quella mattina lui si accorse che non ce n’era nessuno.
“Che fine hanno fatto tutti?”, si chiese.
“Tu cosa conti di fare?”, gli chiesi io.
Alzò le spalle.
“Non lo so. C’è qualcosa che posso fare?”
Bevvi l’ultimo goccio di caffè.
“Magari andare in pensione”.
“Non me la danno”, rispose. “Fino a settant’anni non me la danno”.
“Nemmeno se anticipi tutti i contributi che ti restano da versare?”
“Posso anche farlo, ma fino a che non avrò compiuto i settant’anni non vedrò un soldo”.
Guardai per un momento lo zucchero sciolto in fondo al mio bicchiere. Lo spostai con la paletta. Cercai di pensare qualcosa. Sbuffai.
“Vabbé, vado a lavorare”, dissi.
“Li vedi tutti quei libri?”, mi chiese mio padre, puntando l’indice alle mie spalle. “Contali”.
Dietro di me, lungo la parete, c’erano due librerie, una accanto all’altra, con quattro ripiani ciascuna: erano piene di libri, vecchi e nuovi.
“Avanti. Ad alta voce”, mi disse.
“Questo lavoro ti è costato fatica, lo so”.
“Contali”, mi disse di nuovo.
Mi avvicinai alle mensole. Diedi uno scorcio agli anni d’imposta di ciascuno dei libri. I più vecchi, legati insieme ad articoli di giornale sbiaditi con elastici induriti dal tempo, portavano l’anno 1980. Per ogni anno c’era una sfila di pubblicazioni: le novità della Finanziaria del governo, le sentenze tributarie della Cassazione e così via. Poi c’erano gli spaventosi volumi dell’IVA e delle imposte sui redditi: enormi ammassi di pagine sottili, scritte a caratteri minuscoli, piene di numeri, leggi e commenti. Guardai mio padre e sorrisi. Lui fece di sì con la testa e disse:
“Forza”.
Iniziai a contare.
“Uno, due, tre…”
Le due biblioteche erano chiuse da ante di vetro. Mentre contavo, il mio sguardo cadde sul riflesso di mio padre: stava di nuovo guardando in giardino. Continuai a contare ma, distratto, abbassai il tono della voce senza rendermene conto. Lui si girò verso di me e a quel punto avevo perso il conto.
“… Quarantatré, quarantaquattro, quarantacinque…”, finsi di proseguire.
Sembrava che si rilassasse a sentire quella sfilza di numeri; come se quella quantità evocasse in lui il ricordo di quando, da giovane, tutti quei libri li divorava. Per avere una preparazione adeguata devi metterci la schiena, diceva sempre. È stata la prima cosa che mi disse quando venni a lavorare in studio. Ed era la prima cosa che faceva osservare a tutti quelli che assumeva. Se rimani indietro, non sopravvivi in questo lavoro. La preparazione viene prima di ogni cosa.
Ora che sentiva di essere stanco, che le energie e la voglia di continuare non erano più le stesse, era come se avvertisse la necessità di celebrare il suo passato, gli sforzi e i sacrifici compiuti.
“… settantasette, settantotto, settantanove…”
“Sono duecentonovantasei. Li ho contati prima”, disse a quel punto mio padre. “Poi ce ne sono altri naturalmente, ancora più vecchi. Ma quelli io e tua madre li abbiamo chiusi in scatoloni di cartone che abbiamo sistemato da qualche parte in cantina. Chiedi a lei quanto ci abbiamo messo”.
Mio padre andava molto fiero di quello che aveva realizzato nella vita. Era il terzo figlio di una famiglia di quattro fratelli e due sorelle. Di tutti, lui era l’unico che si era distinto per aver studiato. Non era nato per fare lavori manuali, ma per usare la testa. La decisione più importante la prese a ridosso dei quarant’anni. Aveva lasciato il lavoro da impiegato, in un’azienda molto importante: si era dimesso perché l’ambiente non lo stimolava, e perché stare alle dipendenze di qualcun altro lo soffocava. Voleva fare il libero professionista. Aveva un diploma di ragioneria, così si iscrisse all’Università di Giurisprudenza. Nel frattempo, però, dovendo sostenere la nostra famiglia, trovò un altro lavoro impiegatizio. E così, per sei lunghi anni, lavorò e studiò.
Io ero piccolo per comprendere il sacrificio che stava facendo. Ricordo solo che, dopo cena, si sedeva al tavolo in soggiorno e leggeva dei libroni enormi, e che, con una penna stilografica, ogni tanto sottolineava e poi scriveva qualcosa su un quadernone rosso.
Una notte mi svegliai e vidi la luce dell’abajour nella camera dei miei. Sentii che mia madre brontolava, e che poi disse: “Dai, adesso basta. Metti giù quel libro. Devi riposare”. “Non posso”, aveva risposto mio padre preoccupato. “Da brava, su, vai a farmi un caffé”. Lei si alzò, e in ciabatte andò in cucina. Io rimasi sveglio, avvolto nelle lenzuola, ad ascoltare. La casa, nel cuore della notte, si riempì del rumore metallico dei cucchiaini, del tinnio delle tazzine, del suono morbido e vaporoso della fiamma sul fornello, e, infine, del borbottio bollente del caffé. Quando mia madre tornò in camera, sentii che appoggiò il vassoio sul comodino, che chiuse il libro, che attraversò la stanza, che si distese sul letto e spense la luce.
Il giorno che mio padre si laureò, ricordo che entrò in casa e con un sorrisone esclamò:
“Ce l’ho fatta!”
Io non capivo a che cosa si riferisse, ma mia madre lo abbracciava visibilmente emozionata, e per quello ero felice anche io.
Gli erano rimasti solo due scogli per diventare commercialista: i tre anni di pratica in uno studio professionale e l’esame di Stato.
Continuò a lavorare come impiegato, e nel tempo che gli rimaneva, dopo la giornata di lavoro, faceva presenza nello studio del commercialista che lo aveva preso in carico. Passò altri tre anni molto duri, di studio e di lavoro.
L’esame di Stato fu la prova più difficile.
Tuttora è soprannominato l’esame “stanga”: è molto selettivo, e passano davvero i migliori. E mio padre fu tra quelli, naturalmente; al primo tentativo. Alcuni giorni dopo, uscì un articolo di poche righe sul giornale locale, che mio padre ritagliò e che conserva ancora oggi nel portafoglio: ce l’aveva fatta solo il diciannove per cento. C’era l’elenco dei promossi, in rigoroso ordine alfabetico; il suo nome era scritto nell’ultima riga e prima del punto.

Mio padre non accennava a reagire, nemmeno dopo una settimana di lavoro. Si faceva passare solo le telefonate necessarie, quelle dei clienti importanti. Per tutti gli altri non c’era. Ogni volta che squillava il telefono gli saliva il nervoso e bestemmiava. Beveva e fumava in continuazione. Aveva accumulato una montagna di carte sulla sua scrivania, ma non se ne curava. Ci dava un’occhiata e poi le piantava lì.
Gli portai una lettera dell’Agenzia delle Entrate che contestava una dichiarazione dei redditi vecchia di tre anni. Prese dal cassetto la lente di ingrandimento. Mio padre era miope e portava gli occhiali. Con il passare degli anni, però, faticava sempre più a leggere da vicino. Così, una sera, mia madre tirò fuori da un vecchio scatolone una lente di ingrandimento.
“Usa questa”, gli disse.
“E da dove salta fuori?”
“Era di mio padre. L’ha usata in questura, durante gli ultimi anni di servizio. Mi sono ricordata che l’avevo messa insieme alle altre cianfrusaglie della mia famiglia”.
Mio padre la prese in mano e la studiò per un po’.
“Ha la lente sbeccata”, osservò.
“Sì. Ho visto. Si sarà rotta sotto il peso di tutto quello che c’è nello scatolone”.
Mio padre se l’avvicinò all’occhio e poi l’allontanò. Due o tre volte. Si piegò sul giornale e provò a guardarci attraverso.
“Sembra funzionare”, disse.
“Certo che funziona!”, rispose mia madre.
Non si è più separato da quella lente. La custodiva gelosamente nel cassetto della sua scrivania, in ufficio, e la tirava fuori ogni volta che doveva leggere, anche quando non era necessario perché i caratteri erano belli grandi. Avevo come l’impressione che per lui fosse diventata un feticcio, un oggetto dotato di potere magico di cui non potesse fare a meno. È un classico di ogni professionista, del resto, avere un inventario di totem: la sigaretta, il caffé, la penna stilografica e guai a scrivere con un’altra, la cravatta e così via.
Con quella lente analizzava ogni cosa, come se vedesse tutto sotto una luce diversa. Quella mattina non fece eccezioni: diede una scorsa veloce al foglio, passando più volte la lente su e giù, come fosse ai raggi X. Si fermò in mezzo alla pagina, e lì ci restò per qualche secondo, muovendo gli occhi da sinistra a destra.
“Chissenefrega”, disse dopo un po’.
“Cioè?”
“Cioè chissenefrega. Abbiamo trenta giorni di tempo per rispondere. E ora non ho voglia di metterci la testa”.
“Facendo così, stai accumulando un sacco di carte. Da qualche parte devi pur iniziare. Devi reagire”.
Appoggiò piano piano la lente sulla scrivania, incrociò le braccia e guardò fuori dalla finestra.
Quel piccolo rettangolo d’aria, tra lui e il giardino, sembrava diventata la sua unica via di fuga. Ogni volta che ci guardava attraverso, avevo come l’idea che nella sua testa elaborasse un piano d’evasione; che pianificasse nei minimi dettagli quello che doveva fare per scappare senza lasciare tracce.
Poi, con la voce più triste che avessi mai sentito, disse:
“Non so cosa mi stia succedendo”.
Sembrò quasi mancargli il fiato, sul finire della frase.
“Non possiamo rimanere indietro, lo sai. Non possiamo permettercelo”.
Lui annuì, senza guardarmi, e si accarezzò la barba rossiccia con le dita.
“Mi fai un caffé, per piacere?”, mi chiese.
“Un altro? Ne hai bevuti troppi oggi”.
“Uno solo. Poi prendo una di queste cartacce e vedo che cosa riesco a combinare”.
Per qualche secondo ci guardammo: sapevo che non lo avrebbe fatto, glielo leggevo negli occhi.
“E va bene”, dissi. “Ma è l’ultimo”.
Andai nella mia stanza. Presi un bicchierino, una cialda, e azionai la macchinetta del caffé. Agitai una bustina di zucchero e ne strappai un angolino. Poi sentii uno strano verso. Interruppi l’erogazione e tornai di là.
Mio padre stava in piedi davanti alla finestra spalancata, con in bocca una specie di trombetta. La teneva con tutte e due le mani e ci soffiava dentro ad intervalli regolari. Emetteva un suono stridulo, come un richiamo. Rimasi a bocca aperta sulla soglia della porta. Incredulo, gli chiesi che cosa stesse facendo. Lui sobbalzò e si girò di scatto.
“Ah! Sei tu”, disse.
“Già”.
“Scusa, è che io… lo vedi questo?”
Mi mostrò l’oggetto che teneva in mano.
“Sì?”
“È un richiamo per i merli”, disse.
Sorrisi, e subito dopo scoppiai a ridere.
“Ma sei scemo?”, gli dissi.
Sorrise anche lui.
“No. Perché?”
“Non so. Ti sembra normale stare alla finestra soffiando dentro quel coso?”
“È un richiamo per i merli, te l’ho detto”.
“E da quando ne hai uno?”
“Me l’ha dato Giovanni”.
“Giovanni? Il figlio della perpetua?”
“Il figlio della perpetua. Ieri sera, prima di rientrare a casa, sono passato da lui. È un cacciatore, no? Ho pensato che poteva sapere qualcosa sui merli. Non ti sei accorto che non se ne vedono più in questo giardino?”
“Dio, no. Non ci ho fatto caso”.
“Io sì. Così gli ho chiesto perché, e lui mi ha risposto che non lo sapeva, che forse hanno trovato un luogo migliore per nidificare. Poi mi ha dato questo richiamo e mi ha fatto vedere come si usa. Magari riesci a vederne qualcuno, mi ha detto”.
“E funziona?”
“Non mi sembra”.
In quel momento provai per lui una forte tenerezza: mi avvicinai, e gli chiesi di farmi vedere come usarlo.
“Devi prenderlo così, vedi? Poi ci soffi dentro, ma non troppo forte”.
“Fammi provare”.
Impugnai la trombetta con entrambe le mani, guardai mio padre, e ci soffiai dentro. Ne uscì uno stridolio sordo.
“Non ci siamo”, disse lui. “A Giovanni usciva un suono diverso, me l’ha fatto sentire bene”.
Riprovai. Come prima.
“Da’ qui”, disse lui.
Ci provò due o tre volte. Il suo suono era più pulito del mio.
“Che dici?”, mi chiese.
“Non lo so. Io non vedo arrivare nessun merlo”.
Soffiò di nuovo. E poi di nuovo ancora. Ora facevamo a turno, e nessuno dei due voleva smettere.
Il telefono squillò molte volte, ma mio padre non voleva che andassi a rispondere.
“Lascia perdere”, mi diceva. “Non è importante”.
Restammo lì a fischiare all’aria, nella speranza che qualcosa accadesse, come per magia. Non arrivava nessun merlo, naturalmente, ma dopo un po’ era come se non ci importasse più: come se non fosse più quello il punto. Volevamo solo continuare a crederlo possibile, e questo ci bastava.
Guardai mio padre prima che soffiasse un’altra volta: aveva uno spicchio di sole che gli attraversava la guancia. Sorrise. Sorrisi anch’io.

Passò un po’ di tempo, poi mio padre si convinse ad andare da un medico, sotto la pressione di mia madre. La situazione non migliorava: era sempre stanco perché non dormiva, e aveva tutta l’aria di essere sull’orlo di una crisi di nervi.
Ogni sera mia madre ci provava, con la camomilla.
“Bevila, che è bella calda”, gli diceva.
Ma non aveva nessuna effetto su di lui: passava la notte seduto nel letto a fumare e a lamentarsi, con mia madre che dormiva ad intermittenza.
Una volta, in studio, scoppiò quasi a piangere. Mi sentii un po’ a disagio, provando un certo imbarazzo, perché non l’avevo mai visto così. Lo vidi in enorme difficoltà: senza via d’uscita e privo delle energie necessarie per reagire.
“Sto male. Mi viene da piangere”, ripeteva.
Aveva gli occhi lucidissimi, la faccia stanca e lo sguardo abbattuto. Indossava gli stessi vestiti da giorni, la barba era trascurata, e le unghie delle mani erano lunghe. Troppo lunghe. Mia madre lo sgridava, gli diceva che doveva darsi almeno un contegno, ma non c’era verso. Era completamente inghiottito dal suo mondo di nebbia.
Fumava tantissimo, ad un ritmo insostenibile. Ovunque andasse teneva una sigaretta fra le dita: avrei sentito l’odore di nicotina della sua pelle da un chilometro di distanza.
Oltre al fumo, c’era il caffé. Se ne faceva in continuazione, in studio. Uno dietro l’altro, anche a distanza di pochi minuti.
“Non puoi continuare a farti tutti questi caffé, e a fumare come stai facendo. Rischi l’infarto. Credo che sia l’ultima cosa che ci serva”, gli feci notare un pomeriggio, un po’ seccato.
“Guarda che mica li bevo tutti”, mi rispose.
E in fondo era vero. A volte si bagnava solo le labbra. L’aroma e il sapore gli erano diventati del tutto indifferenti: ciò che contava era perdere tempo e tenere lontani la scrivania e il lavoro.
I bicchierini non li buttava subito. Li sistemava lungo il perimetro del lavandino del bagno. Alla fine della giornata era quasi inutilizzabile. C’erano bicchierini ovunque: alcuni vuoti, altri pieni come se non fossero stati toccati, ma la maggior parte aveva il fondo del caffé mischiato allo zucchero sciolto, e la cenere delle sigarette sulle pareti appiccicose. Sembrava la scacchiera di una dama impazzita. Poi, verso sera, prima di chiudere lo studio, mio padre buttava tutto nel sacchetto della spazzatura che teneva nella vasca, e risciacquava il lavandino. I suoi gesti erano lenti, assenti, quasi meccanici. Ogni volta mi chiedevo a che cosa pensasse, ma non mi andava di disturbarlo. Non in quel momento, che sembrava il più intimo di tutta la giornata.
Non si curava più di niente, ormai. Non lo vedevo più sorridere. Era come una lampadina sottoposta a continui cali di tensione: illumina sempre meno, fino a che si spegne del tutto con un sordo crac.
“Domani ti porto dal medico”, disse mia madre a cena, spezzando il silenzio.
Mio padre la guardò con occhi tristi. Girò il cucchiaio nella minestra ormai fredda, e non disse una parola.
“Ti darà qualcosa, almeno per farti dormire”, continuò lei.
A quel punto, gli occhi di mio padre girarono su di me. Dovetti fare un certo sforzo per reggere quello sguardo di traverso, bagnato da lacrime nascoste. Contrassi le dita dei piedi nelle ciabatte morbide.
“Mi ascolti? Guarda che lo dico per il tuo bene”.
Girò anche la testa, appena appena; socchiuse le labbra, e le strinse forti l’una contro l’altra.
Volevo dire che la mamma aveva ragione, che doveva farsi prescrivere una cura, ma mi bloccai.
Stava aprendo la bocca. Poi, un piccolo sussurro passò tra i suoi denti stretti:
“Mi dispiace”.

“Allora, come è andata?”, chiesi a mia madre.
“Il dottore l’ha visitato e sta bene. L’ha trovato solo un po’ depresso”.
“Un po’?”
“Sì, e ha detto che è normale ad una certa età. È un insieme di cose. L’andropausa, l’ipertensione, lo stress. Sono cose frequenti passati i sessanta”.
“Adesso lui dov’è?”
“È andato da Giovanni, a restituire quel coso che fischia”.
“Il richiamo”.
Mia madre teneva in mano un sacchetto della farmacia. Da come era tirato, pareva avere un certo peso.
“Quelle sono le medicine che gli ha prescritto il medico?”, le chiesi.
“Sì. Deve prenderle tutte e tutti i giorni”.
Non so perché in quel momento non fui curioso di sapere quali medicinali fossero e non indagai oltre. Mia madre appoggiò il sacchetto sulla cassapanca in cucina, e indossò il grembiule per preparare la cena.
A tavola, non chiesi nulla della visita a mio padre. Lo stato in cui versava lo addolorava profondamente: il suo orgoglio era ferito. E lo capivo. Era stato un uomo forte, sempre capace di reagire alle difficoltà. Nella vita aveva affrontato tutto con grande sicurezza, credendo soprattutto in sé stesso. Era stato un uomo molto positivo. Non voleva che ci si fasciasse la testa prima del dovuto; non voleva che si pensasse sempre in negativo. Mi aveva spronato, soprattutto all’università, a fare mille esperienza diverse. Buttati, mi diceva. Fallo ora che puoi. Viaggia. Vai a studiare all’estero. Ascolta il mio consiglio. Era pieno di entusiasmo e di energia.
Ora che sentiva le sue sicurezze vacillare, che vedeva affievolirsi la luce sotto la quale aveva guardato il mondo fino a quel momento, si sgonfiava e si afflosciava come un palloncino. Mi figuravo spesso la strana scena di mio padre che, seduto alla sua scrivania, cerca di alzarsi per raggiungere la finestra spalancata. Quando ci prova, la sua voce inizia a contare, e i suoi libri, prima ordinati sulle sue mensole, ora si ammucchiano pesanti sulle sue gambe. La sua sigaretta, abbandonata nel posacenere, si accende da sola e brucia l’ossigeno. Mio padre arranca, spaventato, in balia del se stesso. Si divincola. Boccheggia. Soffoca. Mentre la voce che esce dalla sua bocca si fa roca e poi stride in un’eco senza fine. Un ultimo sguardo, e le ante si chiudono d’un tratto nel buio dei suoi occhi. La fine. Poi, un’improvvisa boccata di aria lo riporta alla luce. Di nuovo vivo. E così daccapo, all’infinito.
Improvvisamente io dovevo essere protetto da tutto. Qualsiasi cosa decidessi di fare, lui era contrario o titubante. Si preoccupava del singolo dettaglio. Non andare forte in macchina, torna presto, chiama quando sei arrivato. Oppure: perché prendi l’aereo? Non è il periodo buono questo, con tutti gli attentati che ci sono. Il treno? Con questo freddo? Se si ghiacciano le rotaie è pericoloso. Maledetta nebbia! Vai piano. Accendi i fari e stai attento.
La cosa sorprendente è che queste raccomandazioni le ho sentite per una vita da mia madre. E non era insolito che mio padre intervenisse borbottando, dicendole di smetterla di trattarmi come un bambino.
Ora mia madre non mi diceva più niente. C’era mio padre a farlo.
Questo cambiamento stava trasformando anche il rapporto tra i miei genitori. Mio padre non è mai stato un uomo molto affettuoso; ci voleva bene, ma non lo ha mai dimostrato con attenzioni amorose. Poche volte l’ho visto abbracciare mia madre e sussurrarle qualcosa di dolce. Altrettante stringere me. Non ricordo un suo bacio. E sono certo che non mi abbia mai detto: “Ti voglio bene”. Non so come reagirei se lo facesse. Probabilmente mi imbarazzerei e non saprei che cosa dire. Ma non è questo il punto.
Il punto è che mio padre ora, nei rari momenti di lucidità, si lasciava andare a gesti dolci. Abbracciava mia madre, la baciava sulle guance, e le diceva un sacco di carinerie. In studio, mentre lavoravo o studiavo, veniva lì e picchiettava il palmo della mano sulla mia testa e mi diceva bravo.
Nei rari momenti di lucidità. Perché, quando la depressione tornava, diventava come un bambino inerme che, privo di qualsiasi protezione, si rannicchia in un angolo e piagnucola spaventato dal buio. E che, quando si asciuga le lacrime e apre per bene gli occhi, si trova a rincorrere una finestra spalancata e inarrivabile.
Ecco!, pensai a tavola quel giorno. Quello che devono fare quei medicinali, qualunque essi siano, è di tenere aperta quella cazzo di finestra, e non permettere per nulla al mondo che si richiuda di nuovo.
Mangiammo in silenzio, come al solito. Poi, quando io ero alla frutta, mio padre si alzò e andò a sedersi in poltrona, davanti alla televisione, e si accese una sigaretta. Per un po’ nella casa si sentirono solo il telegiornale, mio padre che fumava nervosamente, e il mio coltello che spelava una mela farinosa. Mia madre guardava nel piatto, pensierosa, con lo sguardo assente. Saremo andati avanti così per dieci minuti.
A rompere il silenzio fu l’anatra, che venne a beccare sul vetro della portafinestra della cucina. Mi voltai a guardarla, e mi accorsi che sotto di me, che mi fissava, c’era Rocky, con il suo occhio bianco, che aspettava paziente che gli allungassi un pezzettino di qualcosa. Gli diedi l’ultimo spicchio della mela, lui lo prese in bocca e per mangiarlo andò ad accucciarsi ai piedi di mio padre.
Mia madre si alzò, senza perdere di vista quello che stava pensando, e, con gesti meccanici, imparati a memoria, spezzettò sul tovagliolo la mollica del pane avanzato. Aprì la portafinestra, e con una gettata decisa la sparpagliò nell’erba. Per primi si fiondarono dall’alto i passeri, evidentemente in attesa, sopra i rami. Ognuno cercava di prendere la sua parte e poi schizzava via con il boccone nel becco. L’anatra sbatté le lunghe ali bianche per farsi più grande, e, con la sua tipica andatura ballonzolante, si fece largo in mezzo al gruppo che si disperse in un batter d’occhio.
Stetti a guardare, mentre mia madre rientrò e fece scorrere l’acqua per lavare i piatti.
Dopo qualche minuto, nel giardino non c’era più nessuno: i passeri se n’erano tornati nei nidi e l’anatra si era nascosta sotto il solito cespuglio. Nell’erba rimaneva qualche mollica dimenticata.
Rimasi seduto al mio posto; non avevo voglia di alzarmi. Presi uno stuzzicadenti e incominciai a passarlo tra i denti. Mia madre sparecchiava e metteva i piatti e i bicchieri nel lavandino, dove l’acqua calda ribolliva della schiuma del detersivo.
In televisione c’erano i servizi sportivi. Guardai mio padre: aveva finito la sigaretta, e ora se ne stava a braccia conserte ad ascoltare quello che diceva il giornalista.
Dietro di me, sulla cassapanca, c’era il sacchetto con dentro le medicine. Mi voltai e lo presi. Ci guardai dentro, e poi le tirai fuori una ad una: il Tavor per dormire la notte, il Lexotan per stare tranquillo, e il Karvezide per tenere sotto controllo la pressione. Doveva imbottirsi di questi farmaci tutti i giorni. Rimisi tutto nel sacchetto e lo lasciai lì sul tavolo, vicino alla tovaglia appallottolata.
Fu in quel momento che lo vidi. Il merlo zampettava furtivo nell’erba in direzione delle molliche dimenticate. Allargai gli occhi incredulo, assorto in un piccolo sorriso. Mi girai verso mio padre, allungando il collo verso di lui, e stando molto attendo a tenere bassa la voce.
“Papà…”, sussurrai. “Papà”, ripetei, e questa volta un po’ più forte.
Diedi uno sguardo in giardino con la coda dell’occhio, e proprio in quell’attimo vidi il merlo, veloce come un lampo, spiccare il volo con in bocca qualcosa.
Non mi aveva sentito, mio padre: forse per il volume della televisione troppo alto, o forse si era inaspettatamente addormentato.
Io rimasi lì, a bocca aperta, senza più dire una parola, con la sensazione molto forte di averlo per un attimo soltanto immaginato.

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Racconto/Il congresso

Luglio 21st, 2010

di Simona Rastelli

“ Il treno delle sei e trentaquattro per Roma è in partenza sul primo binario” annuncia l’ altoparlante. “ Siete pregati di prendere posto.” Silvia si siede accanto al finestrino. Ha sonno. Si è svegliata alle cinque e la sera prima invece di andare a letto presto ha dovuto stirare le camicie per il marito . Fa il rappresentante di gioielli, gira in macchina per tutta l’ Italia e deve essere sempre elegante. Cambia una camicia al giorno e la pretende perfettamente stirata . Lei è una pediatra e lavora tutto il giorno, così ha sempre avuto delle colf per fare i lavori domestici, ma nessuna di loro è stata mai abbastanza brava nella stiratura delle camicie . Nel corso degli anni ne ha dovute cambiare così tante che ha perso il conto. Tatiana non riusciva a eliminare le pieghe, Natasha non stirava bene il colletto, Adriana rovinava i polsini . Ha litigato con lui un sacco di volte. A volte ha pensato di scappare di casa e lasciarlo da solo, alle prese coi suoi futili problemi. Alla fine, per quieto vivere, e soprattutto per i due figli ancora piccoli, si è rassegnata. Adesso stirare le camicie tocca a lei, anche se è una cosa che odia fin da ragazza . Sembra quasi che lui voglia punirla perché è una donna che lavora, ha successo, è stimata dai colleghi e dai pazienti. Una forma di invidia . Non sopporta di essere conosciuto come” il marito della dottoressa “.
Silvia è in partenza per Roma con due colleghe, il solito corso di aggiornamento medico. Sandra è venuta a prenderla con la sua twingo azzurra e hanno lasciato la macchina nel parcheggio a pagamento della stazione di Rimini. Alle sei del mattino è già impossibile trovare un posto libero in strada. In ogni caso non spenderanno una gran cifra; stanno fuori solo due giorni e il sabato sera saranno già a casa. Gloria invece si è fatta accompagnare dal marito, che è salito sul treno e l’ ha anche aiutata a sistemare il bagaglio. Come al solito è quella che ha la valigia più grande di tutti ; è molto ambiziosa e cambia vestito e scarpe almeno tre volte al giorno.
Il treno sta per partire quando si apre la porta dello scompartimento ed entra un uomo. E’ alto e magro, indossa un impermeabile beige, stretto in vita da una cintura con fibbia dorata. Capelli corti brizzolati, ha un volto dai lineamenti irregolari; naso importante ed occhi castani scuri, velati di tristezza. La bocca è carnosa, increspata in un atteggiamento di malcelata insofferenza. Le ricorda un attore del cinema degli anni cinquanta . Si avvicina con passo deciso , si ferma e si guarda intorno come se stesse cercando qualcosa . Appoggia il trolley nero nel corridoio, infila una mano nella tasca destra dell’impermeabile ed estrae un biglietto. ” Posto 54 A “mormora. Guarda con aria seccata Silvia e le sue amiche. “ E’ possibile che abbiate sbagliato posto?” chiede con arroganza. Le tre donne controllano i biglietti . “- Mi sposto .- dice Silvia.
L’ uomo allora solleva il trolley e lo incastra nel portabagagli. Le sue mani sono grandi, con dita lunghe e sottili. Le unghie sono ben curate e tagliate molto corte. Sul dorso della mano si intrecciano vene azzurrognole pulsanti. Di sicuro un tipo nervoso, forse un artista o un pianista. Oppure un chirurgo che va anche lui a Roma per un corso di aggiornamento. Silvia chiude gli occhi per un istante. Le mani dell’ uomo cominciano a toccarla , la esplorano . Prima sfiorano delicatamente le dita dei suoi piedi, poi si spostano sulle caviglie e percorrono le gambe, l’ incavo delle ginocchia e si spingono fino all’ inguine. Si infilano sotto il perizoma . E’ già bagnata. Riapre gli occhi e lo guarda spudorata. Lui a sua volta la guarda, ma il suo sguardo è duro, quasi minaccioso. Sembra dirle “ Stai attenta, non giocare con il fuoco. ” Lei allora si sente avvampare di vergogna e abbassa gli occhi sul libro che ha portato per il viaggio. I suoi occhi azzurri percorrono le righe, le frasi, le parole. Rilegge più volte la stessa frase ma le parole si susseguono l’ una all’ altra senza un senso compiuto. Poi il suo cuore accelera .
Le capita da qualche settimana. All ‘ improvviso, dopo un ‘ emozione, un’ arrabbiatura, una corsa troppo veloce, sente il cuore accelerare e deve fermarsi, respirare profondamente. Dieci minuti e le passa. Ha chiamato Daniela, la sua amica cardiologa . ” Vieni domattina in ospedale che ti faccio una visita di controllo” le ha proposto lei. Ci è andata da sola, al marito non ha detto nulla. Quando ha qualche problema lo risolve sempre da sola, lui è uno sul quale non si può contare. L’ amica l’ ha visitata, poi le ha fatto l’ Elettrocardiogramma e per scrupolo anche l’ eco cardiogramma.. “Va tutto bene – le ha detto – Non ci sono soffi, le tue valvole cardiache sono perfette. E’ solo che sei stressata, forse lavori troppo. L’ epidemia di influenza suina ti ha dato la botta finale. I tuoi sono attacchi di ansia; non pensare sempre al lavoro e a quel rompipalle di marito che ti ritrovi. Devi ritagliare del tempo per te stessa. Rilassati, vatti a fare un bel massaggio , trovati un amante giovane come ho fatto io.” Si è messa a ridere .” Di uomo me ne basta uno- ha risposto lei – non voglio complicarmi la vita. “. Ha deciso di andare al congresso , per non pensare né al lavoro né alle camicie del marito e fare un po’ di shopping compulsivo con le amiche.
Dopo i controlli si sente più tranquilla . Adesso, appena ha sentito il battito accelerare si è detta : “ Silvia calmati! E’ solo uno sconosciuto salito sul tuo stesso treno. Scenderà a Roma e poi non lo vedrai mai più.” Il tipo nel frattempo si è seduto vicino a Gloria, nel sedile dietro al suo. Iniziano a parlare e lei si scopre a spiare ogni loro parola . Lui ha l’ accento romagnolo, deve’ essere delle sue parti. L’ amica si presenta subito. ” Sono Gloria , vado a Roma ad un congresso insieme a delle colleghe, Silvia e Sandra. “Anche io – risponde l’uomo- Novità sulle epatiti virali- “ Lei sorride:” Che coincidenza. Andiamo allo stesso congresso ! Anche tu sei un medico? “. “ Lavoro nel reparto di Chirurgia dell’Ospedale di Rimini. Non hai mai sentito parlare del famoso dottor Antonio Rossi, esperto mondiale nel trattamento delle emorroidi?”. Scoppiano a ridere.
“ Noi siamo al Marriott Hotel – esclama Gloria – e tu ?” “ Anche – risponde ”. “Che fortuna ! “ pensa Silvia, ancora incredula che lui sia proprio un chirurgo. Chiacchierano per un po’, poi si fa silenzio. Lui estrae un piccolo libro da uno zaino rosso. Silvia cerca di leggerne il titolo, ma non riesce a decifrarne le parole al rovescio. Sandra chiude gli occhi, cullata dal dondolio del treno e si addormenta . E’ la più riservata delle tre, e anche l’ unica non sposata.
Silvia si alza per andare in bagno. Subito Gloria la segue. Si fermano davanti alla porta della toilette. “ E’ il mio tipo “- dice sottovoce Gloria all’ amica “ Oltre a essere un bell’ uomo ha molto senso dell’ humour, come me. Mi guarda in un modo, come se volesse spogliarmi con gli occhi. Sono sicura di piacergli, e molto.” dice. Silvia sente il suo cuore accelerare di nuovo, il suo corpo è scosso da un brivido . Avrebbe voglia di accendersi una sigaretta. Sempre la stessa storia : tutti gli uomini che incontrano nei loro viaggi hanno occhi solo per l’ amica. Dal tono sicuro con cui lo dice, poi , le viene il dubbio che sia vero. Non si può fare a meno di notarla, appariscente e griffata com’ è. Non è bella, ma molto attenta ai dettagli e sa scegliere abiti che fanno risaltare i suoi lati migliori, se ci sono. Il seno è quasi piatto, mentre il sedere a mandolino non passa inosservato. “ Senti ,- dice- si da il caso che sia anche il mio tipo e oltretutto l’ ho notato prima io! “ “ Va bè, tanto siamo sposate, cosa parliamo a fare?” risponde Gloria irritata. A Silvia non importa di essere sposata, anzi si sente come se non lo fosse. Suo marito, con il lavoro che fa, dorme spesso fuori casa. Visto che è lei l’ addetta alle camicie, non ha potuto fare a meno di notare tracce di rossetto. La prima volta ci è rimasta male e gli ha chiesto perché la tradiva. Lui si è arrabbiato e ha negato .” Io ho a che fare con molte gioielliere ed è normale che nel salutarci ci si dia un bacio sulle guance”- ha detto lui. Lei non ci ha creduto e un giorno l’ ha seguito. L’ ha visto mentre baciava una donna davanti ad una gioielleria. Una tipa alta e robusta, molto appariscente . Bocca rifatta, occhi bistrati di nero , vestita in modo volgare. Il contrario di lei. Alla sera, quando è tornato a casa dal lavoro, lo ha affrontato piangendo e lui l ‘ha umiliata dicendole che con l’ amante si sente un uomo, che lei lo fa sentire importante . L’ ha messo su un piedistallo e lo incensa da mattina a sera. Soprattutto è una donna sicura di sé, passionale, non fredda e insicura come lei. Quando fanno l’ amore lei urla e si lascia andare. Non ha alcuna intenzione di lasciarla. Silvia ha pianto per giorni e giorni , più per l’ umiliazione che per altro, pensando che in fondo suo marito avesse ragione. E’ vero che è un’ insicura, lo è sempre stata, e che non riesce mai a lasciarsi andare, soprattutto nel sesso. Anche mentre fanno l’ amore la sua mente è occupata dai problemi di lavoro e dei figli. Le ha rinfacciato più volte di essere frigida . Ma non pensa di esserlo, forse lo è con lui. E’ solo una che vuole tenere sempre tutto sotto controllo, sapere con precisione cosa l’ aspetta. La sua giornata è scandita come un orologio e se qualcosa non va l’ assale l’ansia.. Quando ha scoperto l’ esistenza dell’ amante di lui ha pensato di separarsi , ma la condizione di donna sola la spaventa , con due figli piccoli ancora da crescere. Ha deciso di accettare quella situazione soprattutto per loro: hanno solo otto e quattro anni e non vuole vederli soffrire . Una volta che era in macchina con i due bambini, stavano tornando da una festa di compleanno , il maschio di otto anni le ha raccontato che i genitori di un suo compagno di classe si erano appena separati .” Tu cosa ne pensi ?” gli ha chiesto lei. “ E’ la cosa più brutta del mondo.” ha detto lui. Recita la sua parte di brava moglie che assolve tutti i suoi doveri , tranne quelli coniugali. Agli occhi degli altri tutto è perfetto. Così non si sente affatto in colpa adesso , se quel tipo le piace. E ‘ da tempo che non prova un’ attrazione così forte per un uomo. Forse da prima del suo matrimonio
Silvia entra nel bagno. Il treno all’ improvviso accelera e ondeggia . Ha paura di cadere e scivolare sul pavimento bagnato di urina . Il water è sporco, chi è entrato prima di lei non ha tirato l’acqua e un pezzo di merda è attaccato alle pareti. Le viene da vomitare. Fa la pipì senza appoggiarsi , si pulisce con una salvietta inumidita e si lava a lungo le mani. Poi si specchia. Osserva il proprio viso, le piccole rughe di espressione vicino agli occhi e ai lati della bocca. Porta i capelli molto corti , come per nascondere la sua femminilità. Solleva il pullover e si guarda le tette. “ Sono più belle di quelle di Gloria ” pensa . Esce dal bagno , lascia entrare l’ amica e torna al suo posto. Antonio ha alzato lo sguardo dal libro e le guarda proprio le tette. Si sente euforica. Va a sedersi e riapre il romanzo , lo sfoglia e poi, annoiata , lo ripone nella borsa. Guarda fuori dal finestrino. Alberi, colline, case, finestre si susseguono l’ uno all’ altra. Terrazzini con i panni stesi che ondeggiano al vento, tapparelle che si alzano all’ iniziar del giorno. Qualcuno è seduto al tavolo della colazione e sorseggia il caffellatte, ignaro di essere osservato dai passeggeri del treno.
Alcuni bambini coi grembiuli rosa e azzurri sono fermi davanti al cancello di una scuola, in attesa che suoni la campana di inizio delle lezioni.
Smette di guardare il paesaggio e chiude di nuovo gli occhi. Lei ed Antonio sono ora fermi davanti alla porta della sua camera di albergo . Stanno per salutarsi dopo aver trascorso la serata insieme . Lui si china verso di lei , si avvicina con la bocca e la bacia. Le sue labbra sono morbide e hanno un buon sapore, un misto di tabacco e liquirizia. Prima la bacia dolcemente , poi inizia a mordicchiarle le labbra. Le piace. Sente la sua lingua toccarle il palato e le sembra di venire risucchiata in un vortice , senza via di scampo. Non riescono più a staccarsi, le sue mani le cingono la vita , poi si infilano sotto la maglia e le accarezzano dolcemente la schiena. All’ improvviso lui le scopre una tetta e le mordicchia il capezzolo. Silvia, affannata, cerca la chiave della stanza dentro la borsa, quando sente da lontano una voce che la chiama : “ Siamo arrivate . Dormi a occhi aperti?”. Si scuote , si alza e si infila la giacca , prende la valigia dal portabagagli ed insieme alle amiche si mette in fila nel corridoio del treno. E’ ancora frastornata. Antonio è alle loro spalle.
Nell’ atrio della stazione li attende una hostess alta e bionda con un cartello che indica il loro congresso. Le si avvicinano e si presentano. Arrivano anche altri colleghi, sono una trentina di persone. La hostess li invita a seguirla e a salire su un pulmino bianco e azzurro. Consegnano le valigie all’ autista . Gloria si siede di nuovo vicino ad Antonio, mentre lei e Sandra scelgono due posti nella fila dietro a loro. Vede l’ amica che prende lo specchietto dalla borsetta , si sistema i lunghi capelli neri e mette il rossetto sulle labbra .
Poi comincia a tempestare di domande il suo compagno di viaggio. Gli chiede dove abita, se è fidanzato, cosa fa nel tempo libero. Lei ascolta incuriosita e prova un senso di invidia. Come al solito la sua timidezza l’ ha bloccata. Avrebbe voluto sedersi lei al posto di Gloria.
Arrivano all’ Hotel Marriott, un quattro stelle. La sala congressi è moderna e funzionale. Questa volta Silvia si siede vicino ad Antonio, mentre le sue amiche sono nella fila davanti alla loro. Le relazioni scientifiche sono quattro, e sarebbero tutte molto interessanti , ma lei non riesce a stare concentrata. Il suo cuore inizia a battere più in fretta. Le manca l’ aria e comincia a tossire. Inspira piano e sente che il battito rallenta. Ogni tanto sbircia l’ uomo con la coda dell’ occhio. Guarda attento il relatore e prende appunti. La sua scrittura è regolare, lettere piccole e ben marcate, pendono leggermente verso destra. All’ improvviso la sua mano destra si alza, come fosse autonoma, e si appoggia sulla sinistra di lui . Si accorge che non porta la fede né altri anelli. Sente la ruvidezza della pelle nelle nocche e nelle dita e la morbidezza nel dorso e vicino al polso. Lui non si ritrae e non la guarda , rimane indifferente. Sente le vene dell’ uomo pulsare forte , i suoi tendini tesi ed elastici. Preme più forte fino a sentire le ossa . Dure, robuste. E’ la mano di un uomo forte e sicuro di sé. Può fare del male, se vuole. Forse lo ha anche fatto, ma a lei non importa , in quel momento. Sa solo che lo desidera e che nulla la farà desistere. Lui si gira verso di lei e la guarda con aria di sfida. Il relatore ha finito di parlare e i medici vanno nelle loro stanze per cambiarsi.
Silvia ha una camera al terzo piano. Sul letto matrimoniale c’ è un copriletto di raso giallo , stesso colore per le tende. La moquette grigia è morbida . Toglie le scarpe coi tacchi e cammina a piedi nudi. Va in bagno e si lava le mani . Si spoglia , apre il frigobar e si versa un calice di frizzantino che appoggia sul bordo della vasca . Si immerge , apre l’ idromassaggio e sta quasi per addormentarsi , quando suona il cellulare. Esce in fretta , lascia una scia d’ acqua sul pavimento e si avvolge nell’ asciugamano. “ Sei pronta ? Ci aspettano nella hall per andare al ristorante “- dice Sandra. ” Mi vesto e scendo.-” risponde lei.
Apre la valigia . Si mette un perizoma di seta nero e il reggiseno abbinato. Calze velate con la riga dietro e un tubino nero molto scollato con un fiocco sul fianco. Poi si trucca : rossetto rosso fuoco , molto mascara e riga nera ben accentuata intorno agli occhi. Una spruzzata di Chanel Nr. 5 come tocco finale. E’ l ‘ ultima ad arrivare. Le sue amiche sono in piedi e stanno chiacchierando con Antonio. Gloria è fasciata da un tubino rosso , stesso colore del rossetto e delle scarpe. Sandra indossa un abito nero molto semplice. Si sente delusa, Antonio non la guarda nemmeno. Si incamminano tutti insieme . Il ristorante è famoso per i carciofi alla giudia . Non è lontano, peccato che piova a dirotto e devono camminare veloci per evitare le pozzanghere. Per il gruppo dei medici è stato apparecchiato un lungo tavolo rettangolare. Silvia siede accanto a Gloria , Sandra e Antonio di fronte a loro. Si versano un dito di vino rosso e brindano al loro incontro in treno. Mentre parlano del congresso il cameriere serve delle alici marinate. Non sono granché, sanno troppo di limone, gli spaghetti all’ amatriciana sono scotti, i carciofi troppo unti. Il vino invece va giù molto bene . Ogni tanto guarda Antonio per vedere se la sta guardando , ma lui fissa il piatto, pensieroso. Quando finalmente alza gli occhi la loro espressione è lontana, quasi assente. Verso metà cena lei e Gloria si fanno un cenno e si alzano per andare alla toilette. Mentre si specchiano l’ amica le dice :” Tu ancora non c’eri, ma io stasera ho fatto un figurone. Sono arrivata per prima nella hall . Antonio mi ha scrutata dalla testa ai piedi e si è lasciato sfuggire un grido di ammirazione. Dovevi vedere con che occhi mi guardava.!” .
Silvia è scossa da un brivido e sente il cuore in gola, ma cerca di non darlo a vedere . “In effetti stai molto bene” le dice- sembri quasi la donna in rosso del film”! L’ altra non risponde, ma sorride fiera. Si ripassano il rossetto e tornano a sedersi al tavolo. Il cameriere serve la panna cotta e il caffè, poi tutti si alzano e si incamminano chiacchierando verso l’ uscita. In albergo loro quattro prendono lo stesso ascensore, ma scendono a piani diversi. Prima di salutarsi si baciano sulle guance e si scambiano i numeri di cellulare . Antonio partirà molto presto , al mattino.
Silvia si spoglia e rimane in mutande. Si accende una sigaretta, si strucca, si lava i denti e indossa la camicia da notte. Va a letto ma non riesce a dormire. Si gira e si rigira, ha caldo e poi freddo. Si alza , va in bagno a rinfrescarsi il viso e a bere un bicchier d’ acqua. Si accende un’ altra sigaretta , poi spalanca la finestra per far entrare un po’ di aria fresca. Finalmente ha smesso di piovere . Annusa con voluttà l’ odore di asfalto bagnato . Torna a letto e spegne la luce, poi la riaccende e guarda l’ora: sono già le due. Lui è lì vicino, al piano di sopra. Lo immagina nudo, sul letto, mentre legge un libro. Ha il suo numero di cellulare, potrebbe chiamarlo o mandargli un messaggio : “Ti aspetto in camera mia”. O la va o la spacca. Tanto , cosa ha da perdere ? Sente bussare alla porta. Si alza e va ad aprire. “ Mi fai entrare ? “ dice Antonio . Non aspetta la risposta. Entra spavaldo e chiude la porta. Lei si accende una sigaretta :” Chi ti stira le camicie ?” gli chiede. “ Vivo solo-risponde- Le stiro da me”. Poi le toglie la sigaretta dalle mani , la sdraia sul letto e le sfila le mutande . Si spoglia anche lui e la penetra. Dopo due spinte viene mentre Silvia inizia a singhiozzare.

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Poesia/Fotografie

Luglio 21st, 2010

di Roberto Sapucci

Cerco una proporzione
tra righe di una maglietta
e occhi neri
che dicono “guardami”.

Cerco la proporzione
tra mucchi di carbone
un grembiule troppo grande
i ricci radi e una coperta
sfilacciata dalla polvere.

Vedo una sproporzione
tra ciò che sta davanti
e ciò che sta dietro
la lente di una fotocamera.

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Poesia/Bonsai

Luglio 21st, 2010

di Roberto Sapucci

Pensieri coltivati come bonsai.
Un solo frutto rosso pende
da un fragile ramo.
Tardivo, immaturo,
eppure dolcissimo.

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Pensieri spettinati/Petrolio

Luglio 20th, 2010

di claudio castellani

Il telegiornale dice che oggi Obama e Cameron si incontrano. Parleranno anche della Bp e del tappo che dovrebbe tappare la stazione di servizio sottomarina che da alcune settimane sta riversando milioni di litri di petrolio nel golfo del Messico, si presume. Il telegiornale, tra l’altro, dice che la situazione del tappo peggiora, invece di migliorare.
Comunque. Obama e Cameron parleranno. Non sappiamo bene di cosa parleranno. Di soldi, è presumibile. Di costi di recupero e di ripulitura.
Ora, la cosa interessante è una domanda che, in tutta questa faccenda, è già stata posta ma è stata mantenuta troppo sullo sfondo, secondo me. Proviamo a portarla in primo piano. Cosa sarebbe successo se il tappo della stazione di servizio sottomarina non fosse saltato per incuria e idiozia della Bp ma per un attentato terroristico di un paese e/o personalità straniera?
Le mie scarse nozioni di diritto mi suggeriscono che in atto terroristico c’è dolo. C’è, cioè, una precisa volontà di colpire, uccidere, danneggiare, distruggere un avversario. Da parte della Bp non c’è stato questo dolo, d’accordo. C’è stata SOLO una sopravalutazione del profitto a discapito di vite umane (distrutte nell’esplosione del tappo), dell’ambiente e del lavoro di migliaia (o milioni?) di persone.
Mi domando: quale è la sottile linea d’ombra che separa un atto di guerra da un atto genericamente criminale? Il fatto che in un caso si colpisce in nome dell’appartenenza ad entità statali, a ideologie e religioni diverse e contrapposte, mentre nell’altro in nome di una divinità terribilmente concreta ma unica e unificante che si chiama denaro, invece di Allah?
Capisco che qui torniamo al punto di partenza, cioè al dolo e alla volontà deliberata di colpire. Ma a me sembra che il processo di Norimberga contro i criminali nazisti abbia stabilito con sufficiente chiarezza che si è colpevoli di crimini contro l’umanità anche quando si obbedisce passivamente a ordini la cui esecuzione ha come risultato l’offesa all’umanità. Lo dico, perché le inchieste giornalistiche e giudiziarie stanno mettendo in luce una continua e procrastinata volontà della Bp di adottare scarsi livelli di sicurezza, sempre in nome del risparmio e del denaro. E dunque: chi sarà ritenuto responsabile, della Bp? Il suo amministratore delegato, o anche le schiere di tecnici e manager che hanno passivamente accettato e applicato la politica industriale della Bp? Verranno tutti rinchiusi a Guantanamo? Verrà loro impedito di lavorare e di guadagnare uno stipendio? O, per lo meno, di avvicinarsi ad alcunché che abbia a che fare col petrolio?
Insomma, cosa è, esattamente, e come possiamo catalogare un atto criminale contro l’umanità che non sia frutto di una contrapposizione tra stati? E’ una domanda interessante, secondo me, e inevitabile, in un mondo in cui le entità statali stanno evaporando per essere sostituite da gigantesche multinazionali. Come muta il concetto di guerra e quello di crimini contro l’umanità nell’epoca della globalizzazione?
Due piccole cose che, forse, ci fanno intravvedere con chiarezza una possibile risposta.
1-Internazionale ha pubblicato, poche settimane fa un articolo del quotidiano inglese Observer. Vi appaiono cifre e dati impressionanti sui disastri ambientali e umani determinati da anni e anni di estrazione di petrolio in Nigeria da parte soprattutto della Shell. “In realtà dagli oleodotti, dalle pompe e dalle piattaforme petrolifere disseminate sul delta [del Niger] esce ogni anno una quantità di petrolio maggiore di quella che si sta riversando nel golfo del Messico”, scrive l’Observer.
2-Di recente un tribunale indiano ha mandato praticamente assolti i responsabili del disastro ambientale e umano di Bophal.
Da questi due fatti non sono nati scandali o servizi giornalistici di particolare rilievo. Ma tanto sono negri, lì, e non è il caso di sprecare tante filosofie, come ci insegnano 2000 anni di cristianesimo.

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Racconto/Sulla veranda ci si può anche specchiare

Luglio 19th, 2010

di stefano venturini

Si era preparato una spremuta d’arancia. Aveva preso dal freezer del ghiaccio e l’aveva messo nel bicchiere. Si era asciugato il sudore sulla fronte con il fazzoletto, e si era accomodato al tavolo sulla veranda.
Durante l’estate, da lì, Giuseppe ammirava tutto il giorno la campagna, verde e gialliccia: davanti a lui si stendevano campi di granturco e frumento, percorsi da lunghe file di alberi che costeggiavano i canali d’irrigazione. Vicino, un fiumiciattolo scorreva blando, e di notte il suo rumore lo aiutava a prender sonno. Poco più in là, si scorgeva un piccolo magazzino dove i contadini accatastavano la loro legna.
Bevve un sorso di spremuta.
“Mi piace starmene qui”, disse. “Senti che pace, Adele”.
Stava seduto per ore a farsi cuocere la pelle dal sole, lasciandosi accarezzare dalle sfumature dell’aria, e ascoltando in silenzio il frinire delle cicale.
“Mi sa che ci sono nato, per tutto questo”.
A settant’anni, dopo essere andato in pensione, aveva lasciato la città dove per anni aveva lavorato e vissuto con la moglie. Troppa confusione: aveva bisogno di silenzio e tranquillità. Allora aveva venduto l’appartamento a una coppia di giovani, e lui e Adele si erano trasferiti lì, in una vecchia casa di campagna, lontano da tutti e da tutto.
Ora indossava una camicia a scacchi bianchi e blu, con le maniche tirate su fino ai gomiti. L’aveva comprata in una merceria poche settimane dopo essere arrivati, in una delle sue rare visite in paese. Dal taschino sul petto estrasse una sigaretta. La guardò per un po’, rigirandosela fra le dita, riflettendo su quello che aveva appena detto. Poi se la mise in bocca.
La moglie, seduta all’altro capo del tavolo, lavorava a maglia. Lo ascoltava, e ogni tanto, per far riposare gli occhi, alzava lo sguardo e gli sorrideva.
“Questa pace, Adele, mi fa battere il sangue nelle vene”, continuò lui. “È tutta qui la vita. Tutta qui davanti a noi”.
Dalla tasca posteriore dei bermuda prese l’accendino e si accese la sigaretta. Fece un tiro a pieni polmoni, e poi esalò rilassato il fumo dal naso. Osservò la moglie, concentrata sul suo lavoro, e sorrise. Adele era sempre stata molto dolce con lui. Era una donna mansueta e accondiscendente. Non aveva mai protestato per quel mutamento di vita improvviso. Lo aveva lasciato fare, e l’aveva semplicemente seguirlo. Le era molto grato per questo.
“Ho un segreto che ti voglio svelare. Ti va di ascoltarmi?”, chiese Giuseppe.
La moglie alzò il capo, e lo guardò da dietro gli spessi occhiali da vista. L’aveva incuriosita il tono semiserio e misterioso del marito.
“Tu parla, che io ti ascolto”, rispose.
Lui le indicò un punto indistinto del giardino.
“Se fisso in silenzio uno qualunque di quei fiori, nella mia testa riesco a vedere un sacco di cose”.
Per ascoltare, Adele aveva lasciato a metà un intreccio di fili.
“Che cosa vuol dire?”, chiese.
Giuseppe tenne il dito puntato, e con l’altra mano posò la sigaretta nel portacenere.
“La vedi quella margherita lì, proprio vicino a quel cespuglio?”, le chiese.
“Sì che la vedo”.
“Aspettami qui”.
Discese i gradini della veranda e si avvicinò al fiore, lo colse delicatamente e tornò a sedersi.
“Ecco qui”, disse.
Sistemò il fiore sul tavolo.
“Che cosa vedi, Adele?”
“Una margherita”, rispose lei. “Che cosa dovrei vedere?”
Giuseppe bevve un sorso di spremuta e si adagiò allo schienale della sedia, dondolandosi. Rimase lì a fissare il fiore, mentre il fumo della sigaretta si alzava nell’aria.
“Che stai facendo?”, chiese lei, guardandolo meravigliata.
“È difficile adesso, perché ci sei qui tu. Anche ora, però, vedo molto di più di una semplice margherita”.
Adele socchiuse gli occhi: non capiva se il marito era serio, o se la stesse prendendo in giro.
Lui cercò di spiegarle:
“Quando sono rilassato, e osservo quello che mi sta intorno, riesco a vedere un ricordo sempre diverso della mia vita”.
Non lo capiva e non sapeva bene cosa dire. Le piaceva ascoltarlo e basta: Giuseppe era contento di parlare, e capitava che lo facesse per ore, senza che lei dicesse una parola. A volte si perdeva in certi ragionamenti e lei non trovava più il filo, e a quel punto era contenta anche solo di sentire la sua voce. Abbassò la testa e riprese a lavorare, finendo l’intreccio di fili che aveva iniziato.
Giuseppe diede un altro tiro alla sigaretta. Si alzò, entrò in cucina e prese una mela dal cesto della frutta. Ne prese una rossa. Poi, da un cassetto, tirò fuori un panno bianco. Uscì e posò tutto sul tavolo.
“Avevo cinque anni. Era il mio primo giorno di scuola”, disse.
Adele aveva interrotto di nuovo il lavoro. Guardò la mela e lo strofinaccio, poi guardò il marito con aria interrogativa.
“Ho rivisto quel giorno, quando poco fa ho guardato quel fiore. E se lo avessi osservato più a lungo forse avrei rivissuto le stesse emozioni. Ricordo che piansi tantissimo”.
“Io non me lo ricordo tanto, il primo giorno di scuola”, disse Adele. “Però ricordo che avevo un grembiule rosa come quello delle mie compagne. Perché la margherita te lo ha fatto tornare in mente?”
“Non lo so”, rispose lui. “Ho visto mio padre che mi accompagnava e che mi teneva per mano. Diceva che dovevo entrare in classe e che sarebbe venuto a prendermi all’ora di pranzo. Ho pianto un sacco. Ero rosso in faccia, con le lacrime che scorrevano sulle mie guance. In classe, la maestra mi ha visto triste, mi ha chiesto come mi chiamavo e perché stavo piangendo. Non ho detto niente: mi sentivo addosso lo sguardo degli altri bambini”.
Adele allargò leggermente le labbra, sorpresa.
“Eri un piagnone”, sorrise. “Io invece ero contenta di andare a scuola, di conoscere nuove bambine e di giocare con loro. Per me la scuola era come l’asilo, ma un po’ più seria”.
“Io piangevo perché era una cosa nuova. Prima di tutto la scuola era proprio brutta. Era più grande dell’asilo, vecchia e con le sbarre alle finestre. Mi faceva paura. Poi dovevo conoscere i nuovi compagni, ma io volevo quelli dell’asilo. E poi c’era la nuova maestra: avevano detto che dava i compiti e i voti. Quando mio padre se ne andò via e mi lasciò lì solo, mi venne solo da piangere”.
Adele rise. Ogni volta che rideva la fronte e le orecchie le diventavano rosse, e sulle guance si formavano tante piccole pieghe. Si sistemò gli occhiali sul naso.
“La maestra mi ha chiesto di andare da lei, alla cattedra”, proseguì Giuseppe. “Mi ha accarezzato la testa, e mi ha detto che non dovevo avere paura: avrei fatto tante amicizie e sarei stato un bravo studente”.
“Io non sono stata molto brava, dalle Canossiane”, disse Adele. “Nel doposcuola volevo giocare. Io e le mie amiche non studiavamo mai. C’era una suora che ci sgridava sempre, e una volta è rimasta con noi per controllare che facessimo i compiti, e da quel giorno è stato così tutti i pomeriggi. Aveva gli occhi azzurri e cattivi, la faccia vecchia e rugosa e i capelli erano nascosti da un copricapo bianco. Avevo paura a guardarla”.
Giuseppe fumava la sigaretta. Ascoltava. Era contento che anche lei partecipasse a quelle chiacchierate.
Quando Adele tacque, Giuseppe prese dal tavolo il panno e la mela.
“La maestra ha tirato fuori dalla borsa queste due cose qui”, disse. “Mi ha chiesto di strofinare la mela e, mentre la lucidavo, ha scritto sulla lavagna le parole: Giuseppe, lucida, la, mela. Ognuno ha cercato di copiarle, ma quello che veniva fuori era più uno scarabocchio che altro”.
Giuseppe addentò la mela.
“Ho visto tutto questo in quel fiore”, disse masticando.
“E secondo te che cosa avrei dovuto vedere io?”, chiese lei.
Quando discutevano, Adele lo ascoltava e poi faceva certe domande ingenue che lui adorava. Mostrava la propria fragilità. Giuseppe si inteneriva e sentiva una gran voglia di stringerla e di proteggerla.
“Qualcosa di tuo”, rispose lui, con un sorriso negli occhi. “Però non so se è una cosa che capita a tutti”, cercò di tornare serio. “A me succede così. Sono stimolato dalla tranquillità che c’è qui: mi incanto su ogni cosa e affiorano i ricordi. E senti questa: quando guardo l’orizzonte, i miei pensieri si allargano. Cioè, sono meno particolari, però sempre molto intensi”.
Posò la mela sul tavolo.
“Ora ti faccio un esempio”, disse. “Se osservo qualcosa di particolare vedo delle cose della mia vita. Succede lo stesso anche se ascolto. Che so, il ronzio di una mosca, lo scricchiolio delle assi di legno, il rumore delle cicale. Mi succede anche quando sento la pioggia sui vetri e i tuoni nel cielo. Ma se sposto l’attenzione su un intero campo di grano, per esempio, o su una lunga fila di alberi, e poi guardo su fino al cielo, come dire, provo cose diverse”.
Adele continuava il suo lavoro a maglia. Ogni tanto alzava la testa e guardava il marito. Lui aveva smesso di parlare, ora. Si dondolava sulla sedia, mani sulle ginocchia e sguardo perso. Faceva di tanto in tanto della pause. Si soffermava a ripassare mentalmente quello che aveva appena finito di dire e a prender fiato, per poi ricominciare.
Giuseppe prese il bicchiere senza guardare, e con un solo sorso finì la spremuta. Si pulì la bocca con il dorso della mano.
“Sento di essere vivo, Adele”.
Lei guardò l’orizzonte.
“Riesco a sentire la vita dentro”, disse lui. “E ogni volta mi emoziono. Quando esci a fare la spesa, io me ne sto qui, con la sigaretta in bocca, e osservo tutto quello che mi circonda. Riprovo il dolore, la sofferenza, la gioia, la felicità di ogni istante della mia vita”.
“Hai sofferto molto?”, gli chiese lei, senza distogliere lo sguardo dall’orizzonte.
“Siamo sposati da tempo. Sai quello che abbiamo passato”, rispose lui.
“È vero”, disse lei. “Ma quello che mi hai appena raccontato non lo sapevo”.
“Credo di aver sofferto come tutti, più o meno. Certi pensieri, certe immagini, sono più intense di altre, naturalmente. Quando piove, per esempio, il ricordo della morte di mio padre è molto forte”.
“Che cosa provi? Intendo, se rivivi quel momento”.
“Penso che sono ancora vivo, e sono arrivato fino a qui. Quel giorno sono morto insieme a lui. Avevo trent’anni e non me l’aspettavo, perché è successo tutto troppo in fretta. Ho portato quel dolore con me per molto tempo. Ora, quando ci ripenso, provo cose diverse. Lui non c’è più, io ci sono ancora e posso ricordarlo. Non so se mi capisci. Di morire tocca a tutti, e a molti capita di piangere la morte di chi si ama. Ma la vita è così, non ci puoi fare niente. Se guardo l’orizzonte, vedo la mia vita come una successione di fatti che mi seguono e che mi hanno fatto diventare così come sono. Sono felice, e non ho più paura di soffrire”.
“Sei sempre stata una persona speciale, Giuseppe”, disse Adele, commossa.
“Ricordare è la cosa migliore che possiamo fare. Ci fa sentire vivi. L’ho capito solo qui, in questa casa, in questo luogo. E adesso ci sei tu, che sei dolce e ingenua, e c’è questa veranda, la spremuta, la sigaretta, i campi, le cicale, il sole, e le nuvole che ci passano sopra la testa”.
Lei si era alzata e si era avvicinata al marito.
“Portami a fare una passeggiata”, disse.
Allungò la mano verso di lui.
“Raccontami tutto quello che vedi e che senti. Fallo insieme a me”.
Giuseppe sorrise, le prese la mano, e insieme scesero i gradini della veranda.
Cominciarono a camminare lungo la stradina polverosa, accompagnati dallo sciacquio del ruscello. Il sole era alto nel cielo e scottava sulla pelle.
“Ho cercato di essere una brava moglie e buona”, disse lei.
“Lo sei stata”, rispose lui.
I passeri volavano rapidi e si appollaiavano sui cavi dell’elettricità. Fermo, in mezzo al campo, un contadino faticava a mettere in moto il suo trattore, mentre un cane abbaiava in lontananza, cercando di attirare l’attenzione di qualcuno.
Adele e Giuseppe camminavano senza sentire la fatica.
D’un tratto, lei si fermò.
“Il nostro primo incontro!”, esclamò.
Giuseppe la guardò, sorpreso.
“Il nostro primo incontro! Guarda, quel campanile!”, ripeté.
Stava indicando la cima di un vecchio campanile lontano, che sembrava sbucare dalle pannocchie di mais.
“Mi ha ricordato il nostro primo incontro, quella volta, giù in città!”
Giuseppe sorrise: “Sono stato un po’ matto”.
“Matto, sì! Stavo alla bancarella per vendere i mazzi di viole di mia madre. Ero lì dal mattino. A mezzogiorno ne avevo venduto soltanto uno, a una signora che mi conosceva e che si era fermata per salutarmi”.
“Io sono passato di lì con il giornale sotto braccio”, disse Giuseppe. “Me lo ricordo come fosse adesso”.
“Mi sei passato davanti a passo spedito. Mi ero accorta che mi avevi notata, sai? Poi hai svoltato l’angolo e non ti ho più visto”.
“Stavo andando a pranzare, prima di tornare in bottega. Quando sono ripassato di lì, ti ho guardata di nuovo, ma tu stavi sistemando i fiori e non mi hai visto”.
“Cercavo di esporli meglio, perché la gente proprio non li guardava”.
“Poi però, con la scusa del caffè di metà pomeriggio, sono tornato da te”.
“Quanto fa per tutte le viole? mi hai chiesto”.
Adele era divertita.
“Come scusi? mi hai domandato tu, e sei diventata tutta rossa”.
“Ero imbarazzata. Non avevo neppure capito cosa mi avevi chiesto. Mi hai fatto uno strano effetto”, sorrise.
Giuseppe pensò alle guance rosse della moglie, e cercò di ricordare com’erano.
“Volevo prenderle tutte e farti contenta”, disse poi.
Lei si allungò per dargli un bacio sulla guancia.
Lui le strinse la mano.
“Seguimi”, disse.
Salirono per un sentiero in mezzo agli alberi, e raggiunsero l’ampia cima di una collina tutta verde. Quando arrivarono, Giuseppe appoggiò la mano sulla fronte per scrutare l’orizzonte e ripararsi dalla luce del sole.
Accarezzò la spalla della moglie.
“Adele, voltati”.
Una piana di campi di grano e di granturco si stendeva sotto di loro come un mare calmo. Il sole batteva forte e luccicava sull’acqua corrente dei rigagnoli in piena. C’era solo il ronzio di una mosca in mezzo a quel silenzio di pace e abbandono.
Lei rimase immobile. Sentiva la mano calda del marito sulla spalla. Non riusciva a parlare. O forse non voleva rompere il silenzio.
Poi, dalla sua bocca uscì un sussurro, istintivo e primordiale:
“È bellissimo”.
Giuseppe chiusi gli occhi e respirò a fondo:
“È lì, che io ritrovo me stesso”.

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Il diario di Jane Somers – Doris Lessing – Feltrinelli

Luglio 17th, 2010

Jane “Janna” Somers è una persona di successo. Ha quarantanove anni, è bella, elegante e indipendente. Vicedirettrice della rivista “Lilith”, tutto quel che ha lo ha ottenuto lavorando duramente. Eppure qualcosa non va nella sua vita. La morte di suo marito prima e di sua madre poi la lasciano quasi indifferente come se non la riguardassero. Jane se ne accorge e prova un senso di colpa. Decide quindi di mettersi alla prova e comincia a prendersi cura di Maudie una vecchina sola, poverissima che vive nello squallore più totale, incapace di badare a se stessa. Ma Maudie non è una vecchia dolce e sensibile. Ha un carattere complesso. Come potrebbe essere altrimenti? E’ una persona reale, di novant’anni, con un passato molto difficile. Tra Jane e Maudie si instaura un’amicizia conflittuale. Jane si affeziona a Maudie e allo stesso tempo ne prova repulsione perché vede nella vecchia tanti comportamenti e tante situazioni che ritrova in se stessa: la stessa caparbietà, la stessa solitudine. Pian piano Jane cambia la sua vita. Dedica meno tempo alla ricerca del successo e alla cura del suo aspetto esteriore cioè all’apparenza e più tempo a ciò che le da davvero piacere. Prendendo spunto dai racconti dei ricordi di Maudie diventa scrittrice.
Tante altre storie si intrecciano a quella principale che parla del rapporto tra Jane e Maudie. Ci sono Joice e Phyllis, colleghe di Jane. Georgie, la sorella di Jane, e la sua famiglia. Le “buone vicine” che aiutano gli anziani della città, un lavoro molto duro.
È questo romanzo in forma di diario bello, sincero e ben scritto ma terribilmente triste. L’autrice non ci risparmia niente riguardo la realtà della vecchiaia. Jane Somers è lo pseudonimo di Doring Lessing. Attraverso questo romanzo critica diversi aspetti della società moderna e sopra tutti la paura di invecchiare e lo stato di abbandono, di invisibilità, in cui vivono tanti anziani. A questo proposito un passaggio importante del romanzo è quando Jane scrive uno dei suoi primi libri. I personaggi di cui scrive sono anziani dolci e adorabili. Quando qualcuno le fa notare che i personaggi non rispecchiano la realtà lei risponde che lo fa per adeguarsi al gusto dei lettori. I lettori vogliono leggere di anziani felici e gentili. Questa è una provocazione.
In realtà all’interno del libro aleggia un avvertimento: fai attenzione lettore. Non ignorare le persone come Maudie. Per quanto tu ti senta diverso da loro, così come pensava di essere Jane prima di conoscerla, quando avrai la sua età sarai molto simile a lei. Anzi, lo sei già.
Andrea Teodorani.

[...] Vidi una vecchia strega. Stavo guardando una vecchia e pensai, una strega. Questo perché avevo passato l’intera giornata a lavorare a un servizio, Stereotipi di donne, allora e adesso. Quell’allora non era specificato con esattezza, la tarda età vittoriana, forse, la vecchia signora di classe, la madre di tanti figli, la zia nubile e invalida, la Donna Nuova, la moglie del missionario, eccetera. Dovevo scegliere tra circa quaranta fotografie e schizzi. Tra questi, anche quello di una strega, ma l’avevo scartato. Ed ora era lì, accanto a me, in farmacia. Una donnina minuscola, curva, con un naso che scendeva a incontrare il mento, vestiti pesanti e polverosi, neri, e qualcosa di non troppo dissimile da una cuffia vittoriana in testa. Si accorse che la guardavo, mi mise in mano una ricetta medica e disse, “Cos’è questo? Me lo prenda lei.” Occhi azzurri bellicosi, sotto ripide sopracciglia grigie, ma c’era qualcosa di meravigliosamente dolce nel suo sguardo. Mi piacque subito, chissà perché. Presi la ricetta e sapevo che la cosa non sarebbe finita lì. “Certo,” le dissi. “Ma perché? Il farmacista è stato poco gentile con lei?” Scherzavo: e lei rispose subito, scuotendo vigorosamente la testa. “No, quel ragazzo non capisce e io non so mai di cosa sta parlando.” Il ragazzo era il giovane farmacista ritto dietro il banco con le mani appoggiate al ripiano, attento, sorridente: la conosceva bene, si vedeva. “La ricetta è per un sedativo,” dissi. Lei disse, “Questo lo so,” e piantò le dita sulla carta che avevo appoggiato, aperta, alla borsetta. “Ma non aspirina, no?” Dissi, “E’ una cosa di nome Valium.” “Proprio quel che pensavo. Non è un analgesico, è uno stupefacente,” disse lei. Il farmacista rise. “Ma no, niente di così drammatico,” disse. Io dissi, “L’ho preso anch’io qualche volta.” Lei disse, “L’ho detto, al dottore, aspirina – ecco cosa gli ho chiesto. Ma anche loro, i dottori, sono dei buoni a nulla.” Tutta questo aspra e tremante, con una sorta di gaiezza. Ce ne stavamo lì tutti e tre in piedi, a ridere, eppure lei era così arrabbiata. “Vuole che le dia dell’aspirina, Mrs. Fowler?” “Si, sì. Non ho intenzione di prendere questa roba che istupidisce.” Lui le diede l’aspirina, prese i soldi, che lei tirò fuori dalle profondità di una gran borsa color ruggine contandoli lentamente, una moneta dopo l’altra. Poi il farmacista prese i soldi dei miei acquisti – smalto per unghie, fard, ombretto, eye liner, rossetto, lucidalabbra, cipria, mascara. Tutto quanto: avevo finito ogni tipo di cosmetico. La vecchia restò a guardarmi, con un’espressione sua, caratteristica, ora lo so, l’espressione dura e riflessiva di chi vuol capire. Di chi cerca di afferrare un concetto. Adattai il mio passo al suo e uscii dal negozio con lei. Fuori, sul marciapiede, non mi guardò, ma c’era una richiesta nel suo comportamento. Le camminai accanto. Era difficile camminare così piano. Di solito io vado velocissima, ma non lo sapevo, me ne accorsi in quel momento. Lei faceva un passo, poi si fermava, guardava il marciapiede, e faceva un altro passo. Pensai al modo in cui giravo per le strade, tutti i giorni, velocissima, e a come non mi fossi mai accorta di Mrs. Fowler, che pure abitava vicino a me, e all’improvviso guardai su e giù per la strada e le vidi – donne anziane. Anche uomini anziani, naturalmente, ma per lo più erano donne. Camminavano lentamente. Si fermavano a coppie o a gruppetti, a parlare. Oppure sedevano sulla panchina all’angolo, sotto il platano. Non le avevo mai viste. Questo perché avevo paura di essere come loro. Avevo paura, mentre camminavo accanto alla vecchia. Era il suo odore, un odore dolce, acre, polveroso. Vidi la sporcizia sul suo vecchio colo sottile, e sulle sue mani. La casa aveva il parapetto rotto, i gradini rotti e scheggiati. Senza guardarmi, perché non aveva intenzione di chiedermi di entrare, la vecchia scese attentamente i gradini e si fermò davanti a una porta rabberciata alla meglio con una rozza asse di legno inchiodata di traverso. Quella porta non avrebbe tenuto a bada nemmeno un gatto deciso ad entrare, ma la vecchia frugò in cerca di una chiave, la trovò, finalmente, aguzzò lo sguardo in cerca della serratura, e aprì. Io entrai con lei, col cuore che mi doleva e lo stomaco in rivolta per via dell’odore. Che quel giorno era di pesce troppo cotto. Entrammo in un lungo corridoio buio. Lo percorremmo fino alla “cucina.” Non avevo mai visto niente del genere se non tra le foto della pratica “Indigenti” che tenevamo in ufficio, case destinate a essere abbattute e roba del genere. La cucina era un prolungamento del corridoio, con un vecchio fornello a gas, nero e unto, un vecchio lavandino di porcellana bianca, pieno di crepe e giallo di grasso, con un solo rubinetto, quello dell’acqua fredda, avvolto in vecchi stracci, che sgocciolavano metodicamente. Un vecchio tavolo di legno, piuttosto bello, con alcuni piatti evidentemente “lavati” ma incrostati di sudiciume. Le pareti umide e macchiate. L’intera stanza puzzava, un puzzo orribile… Mrs Fowler non mi guardò, mentre deponeva il pane, i biscotti e il cibo per i gatti. I colori brillanti, nitidi, delle confezioni e delle scatolette in quel posto orribile. Lei se ne vergognava, ma non aveva nessuna intenzione di scusarsi. Disse in tono brusco ma in un certo senso accattivante, “Lei vada nella mia stanza e si sieda dove vuole.” La stanza in cui entrai conteneva una vecchia stufa di ferro nero che mandava un luccichio di fiamme. Due poltrone vetuste e incredibilmente malridotte. Un altro bel tavolo di legno, vecchio, coperto di carta di giornale. Un divano pieno di vestiti e fagotti. E un gatto giallo sul pavimento. Era tutto così sudicio, squallido, triste, orribile. Pensai a tutte noi che scrivevamo di decorazioni, mobili e colori – a come cambiava il gusto, alla quantità di oggetti che buttavamo via, sempre stanche di tutto. E c’era questa cucina, la cui foto, se l’avessimo pubblicata, ci avrebbe sommerso di donazioni di lettori. Mrs. Fowler arrivò con una vecchia teiera marrone e un paio di tazze da tè, di porcellana, piuttosto graziose. Fu la cosa più difficile che avessi mai fatto, bere da quella tazza sporca. Non parlammo molto perché non volevo rivolgerle domande dirette, e lei tremava di orgoglio e dignità. Continuava ad accarezzare la gatta – “Bellezza mia, tesoro,” in tono duro ma con una sorta di dolcezza – e disse senza guardarmi, “Quand’ero giovane mio padre aveva un negozio, e poi abbiamo avuto una casa in St. John’s Wood, e così lo so come dovrebbero essere le cose.” E quando mi accomiatai disse, sempre senza guardarmi, “Suppongo che non ci vedremo più…” E io dissi, “Potremmo vederci, se vuole.” Allora mi guardò e c’era un leggero sorriso nei suoi occhi, e io dissi, “Verrò sabato pomeriggio a prendere il tè, se vuole.” “Oh, ma certo che voglio, certo che voglio.” E tra di noi si stabilì un attimo di intimità: ecco la parola giusta. Eppure lei era così orgogliosa, non voleva chiedermi niente, poi si voltò dall’altra parte e ricominciò ad accarezzare la gatta. Oh, carina, bellezza mia.
Quella sera tornai a casa in preda al panico. Mi ero compromessa, mi ero impegnata. Ero piena di disgusto. L’odore acre, sudicio permeava i miei vestiti e i miei capelli. Mi feci un bagno, mi lavai i capelli, mi vestii e mi truccai con cura, poi telefonai a Joyce e dissi, “Andiamo a cena fuori.” Consumammo un’ottima cena da Alfano, e parlammo. Io non dissi niente di Mrs. Fowler, naturalmente, eppure non feci che pensare a lei: seduta nel ristorante, con tutta quella gente ben vestita, pulita, continuavo a pensare, se lei entrasse in questo posto… be’, non glielo permetterebbero mai. Non potrebbe entrare qui, nemmeno come sguattera, o donna delle pulizie. [...]

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Racconto/L’attesa

Luglio 8th, 2010

di colomba nini

Verona, trenta gradi alle otto del mattino, il ticchettio dei tacchi otto centimetri risuonava lungo i vicoli del centro storico. Si fermò nel cortile della casa al riparo di mura merlate. Alzò lo sguardo verso l’edera fresca e indugiò sul balcone.
-Chissà quando sarà il mio momento.- pensò.
Aveva trascorso gli ultimi dieci anni della sua vita ad accudire i genitori anziani e all’improvviso si era ritrovata orfana. Il papà e la mamma se ne erano andati a pochi mesi l’uno dall’altra.
Adesso aveva fame di vita. Quella che aveva solo guardato dalla finestra scostando appena le tendine, come fanno i vecchi.
Guardò il Cartier che era appartenuto a sua madre. -Le otto e venti, è tardi devo andare.- pensò. Affrettò il passo, ma i tacchi sprofondavano nelle fughe del porfido. Rallentò per non cadere in terra.
Davanti all’ufficio postale, alcune persone stavano già ordinate in fila. Avrebbe voluto scacciarli via come piccioni e fumarsi una sigaretta in pace.
Entrò seguita dalle colleghe sudate. Accesero i ventilatori e presero posto sulle sedie girevoli. Lucia controllò la posta che il corriere aveva lasciato per terra. Sentì le voci della gente fuori che si lamentavano dell’attesa e del caldo.
Si guardò nel riflesso della vetrata, scostò i riccioli appiccicati alla fronte e spinse i capelli indietro con entrambe le mani, infilò gli occhiali pesanti e prese posto sulla sedia. Lavorava alle poste solo da un anno, ma il direttore le aveva già affidato il conteggio giornaliero degli incassi e il compito di aprire al mattino. Le colleghe più anziane avevano subito spettegolato sul loro rapporto. Veramente all’inizio lui ci aveva provato, ma Lucia lo aveva messo a posto con parole asciutte, per lei un uomo sposato era come un prete. Non erano più tornati sull’argomento.

Chiuse il portone di casa con due giri di chiave, liberò i piedi dai sandali di pelle e li appoggiò con sollievo sul pavimento fresco. L’odore dei panni stesi in soggiorno aveva riempito le stanze. Ripensò al profumo del ragù della mamma che le faceva salire veloce i gradini, ai vetri appannati dall’acqua che bolliva impaziente nella pentola d’alluminio.
Ripose la rivista aperta vicino alla tazza della colazione, mise le stoviglie nell’acquaio. Riempì di formaggio un grosso pezzo di pane e lo mangiò sbriciolando direttamente sulla tovaglia.
Sentiva caldo, si spogliò e si distese sul divano, si addormentò subito e sprofondò in un sogno. Vide un uomo, in piedi al di là del vetro, davanti allo sportello dell’ufficio. Aveva spalle forti sotto la giacca a doppio petto. Si risvegliò per il freddo con l’immagine dell’uomo ancora negli occhi. Si rivestì.
Andò in cucina, avvitò con energia la moca del caffè e aspettò sfogliando la rivista. Non avrebbe saputo descrivere nemmeno una foto delle pagine che aveva sfogliato, aveva la testa altrove. Non riusciva a ricordare dove avesse già visto quell’uomo.

Lucia spense la musica nell’ufficio del direttore. -Duecentoventidue. – ripeté avvilita. I conti la facevano impazzire, mancavano sedicimila lire. – Sentiva freddo, il ventilatore vorticava rumoroso sulla sua testa. Cercò con lo sguardo il golfino, ma era rimasto appeso vicino alla cassa.
Aprì la porta e venne colpita dalla luce, poi l’urto del caldo. Si avvicinò rapida all’appendiabiti, ma il golfino non c’era. Un’ ombra schermò il bagliore che proveniva dall’esterno. Alzò lo sguardo, davanti a lei c’era l’uomo del sogno.
Da quel giorno lo vide spesso nell’ufficio.

Il lunedì mattina la fila di gente impediva la chiusura della porta. Le impiegate giovani erano più addormentate del solito e si lamentavano per le folate di caldo che provenivano dall’asfalto ridotto ad un ammasso appiccicoso.
-Chiudete la porta! – ripetevano con voci lamentose.
Lucia lavorava senza posa, ogni tanto sbirciava nella fila in cerca di Diego. Conosceva il suo nome, lo aveva letto sul bollettino del telefono. Erano già le undici, ma niente. Alle undici e mezzo lo vide entrare trafelato. Distolse subito lo sguardo e lo studiò di sottecchi. Dai bermuda bordeaux uscivano due polpacci robusti e muscolosi, aveva sicuramente fatto sport, in gioventù. Il ventre un po’ rilassato dava alla sua figura un’aria matura che le ispirava fiducia. Quando fu sicura di non essere vista, indugiò sul suo viso: una striscia di peli era sfuggita alla rasatura nella fossetta del mento. Doveva essere stato dal parrucchiere di recente. Il ciuffo brizzolato che scendeva sulla fronte bassa era stato spuntato, le sopracciglia disegnavano un arco perfetto che abbracciava completamente l’occhio fin quasi alla tempia. Quando fu il suo turno, le disse che era lì per pagare una multa. Il colore dei suoi occhi le ricordò l’acquamarina che la mamma riponeva sul ripiano mentre lavava i piatti.
Lucia lasciò cadere il resto. Sentì il contatto con la mano di Diego, la ritrasse di scatto.
– Che ne dice di cenare insieme questa sera?- le chiese lui. Gli avrebbe chiesto volentieri di ripetere la domanda, gettò una rapida occhiata alla fila impaziente e accettò. Le labbra di Diego si distesero in un sorriso.
Mentre andava a casa si accorse degli sguardi di due uomini, si sentiva bella come da tempo non le capitava. Ma di fronte all’armadio aperto fu presa dal panico. Non aveva niente da mettersi. Ripensò all’ultima volta che era uscita con un uomo, Federico il figlio del commercialista, aveva ventinove anni. Erano andati al ristorante “Il melograno”. La prima mezz’ora era trascorsa nel timore di commettere qualche errore. Doveva scegliere tra un esercito di posate e bicchieri. Della seconda parte della serata ricordava l’onnipresenza del maitre che l’aveva fatta sentire come a scuola durante i compiti in classe, con le tasche zeppe di bigliettini. Non ricordava nemmeno la faccia di Federico, solo i suoi modi affettatati.
L’appuntamento con Diego era per le otto, sarebbe andato a prenderla a casa. Ripassò per la centesima volta davanti allo specchio, la gonna di seta a fiori cadeva perfetta sul ginocchio ossuto.
Il citofono suonò con qualche minuto d’anticipo. Alzò il ricevitore, aveva una voce da speaker, di quelle che vorresti sentire ogni giorno al risveglio. Strinse con forza il manico della borsa con le mani sudate. Si precipitò sulle scale. Si ricompose. -Calma. – si disse – E’ solo un invito a cena. – Scese lentamente. Fece una pausa nell’androne. Si sistemò i capelli e uscì.
A cena, Lucia non riuscì quasi a mangiare, a furia di rispondere alle domande di Diego. Di sé, le raccontò di aver lavorato come fotoreporter, aveva la mente stracolma di immagini come un vecchio album di famiglia. A quarant’anni si era lasciato addomesticare da una donna che poi lo aveva lasciato a un passo dal matrimonio. Lucia guardò istintivamente il suo anulare e notò un alone più chiaro. Adesso lavorava per un’azienda che produceva componenti per macchine fotografiche professionali.

Sabato mattina, sotto un acquazzone estivo, Diego si presentò al portone di Lucia con una vecchia Canon al collo. La trascinò per i vicoli del centro fino a Piazza delle Erbe incorniciata dalle bancarelle degli ambulanti. La pioggia aveva intensificato il profumo delle spezie fresche, Lucia si fermò ad annusarle come un grosso cane da caccia. Stava comprando un mazzo di origano, si sentì osservata, guardò in direzione di Diego, ma era sparito. Lo riconobbe in lontananza, dietro l’obiettivo, scattava foto muovendosi come una marionetta.

Lunedì mattina, notò davanti all’ufficio un oggetto lungo appeso all’inferriata proprio di fronte alla vetrata d’ingresso. Si avvicinò e vide che erano fiori, grosse gerbere gialle, più simili a girasoli che a margherite. Sperò che fossero per lei, estrasse il biglietto infilato in mezzo ai rami di nebbiolina. Lesse il suo nome. Dentro, sul cartoncino, una breve frase scritta in corsivo. Sei speciale, è bello sapere che ci sei. Lucia annusò il biglietto, sapeva di origano.
-Non aprite oggi?- l’apostrofò una voce di donna. La gente in attesa le andò incontro come fanno i piccioni quando vedono arrivare qualcuno con del pane sbriciolato nelle mani.
-Tra pochi minuti potrà accomodarsi.- rispose. Le passò davanti con gli occhi sui fiori.

Rientrò in casa, congelata. Sfilò la sciarpa e i guanti, l’estate era stata terribilmente afosa ma l’inverno pareggiava i conti. Nevicava senza sosta da due giorni, nonostante fosse marzo. Suonarono al citofono, Lucia aprì. I passi pesanti fecero vibrare la ringhiera di ferro della scala. Sui gradini grumi di neve annerita. Si affacciò sulla soglia e l’uomo l’abbracciò come se dovesse partire per un lungo viaggio, lasciò gli scarponi inzuppati sullo zerbino ed entrò in casa. Lucia aveva cucinato uno dei suoi piatti preferiti, crema di patate con pezzetti di speck abbrustolito, lo faceva ogni volta che Diego partiva per lavoro.
-Guarda quei due come si baciano! Di sicuro sono amanti, per farlo così davanti a tutti.- disse un’anziana donna all’amica che trascinava sbuffando una valigia su ruote.
-A presto amore, ci vediamo tra due settimane.- le sussurrò Diego.
Lucia lo baciò ancora una volta.
Lo guardò salire in carrozza e poi corse per salutarlo con la mano. Lo rivide per un istante. Il suo sguardo la colpì come il bagliore di una rivoltella.

Sei impareggiabile. Lucia portò alle labbra il biglietto che aveva trovato sopra al cuscino e lo ripose nella scatola dei biscotti. Era colma di pezzetti di carta ordinati come savoiardi, erano tutti messaggi di Diego. Ne prese alcuni tra i più logori e li distese sul copriletto di ciniglia, li lesse ad uno ad uno nonostante li conoscesse a memoria.
Quando era lontano, Diego la chiamava ogni sera, Lucia non prendeva mai impegni a quell’ora. Non aveva tempo per nessuno e le poche amiche avevano cominciato a diradarsi; se Diego era a casa, facevano vita ritirata e quando era sola trascorreva le giornate ad aspettarlo.
Al telefono Diego le chiedeva di raccontargli le sue giornate, l’avrebbe voluta accanto a sé nelle lunghe serate dopo il lavoro. Eppure non le aveva mai veramente chiesto di accompagnarla.

Uscì in anticipo dall’ufficio e corse a casa a cambiarsi, Diego sarebbe arrivato con il treno delle quindici e dieci.
In piedi sulla banchina, Lucia tirò fuori dalla borsa lo specchio e si ripassò il rossetto. Guardò l’ora. Le tre e venti. Il treno era in ritardo.
Cominciò a camminare avanti e in dietro aggiustando di tanto in tanto la gonna a portafoglio che si apriva alle correnti d’aria. Sentiva lo stomaco in subbuglio. Presto lo avrebbe riabbracciato, ma l’impazienza le impediva di provarne sollievo.
La voce dell’altoparlante farfugliò un ritardo di mezz’ora. Ascoltò senza prendervi parte, i commenti rassegnati di due signore in tailleur che aspettavano la carrozza di prima classe.
-Ci mancava solo il ritardo.- Pensò lei. Erano già le quattro. Gettò la terza sigaretta. Alle quattro e mezzo il pavimento sudicio era cosparso di mozziconi che rotolavano al passaggio dei treni. L’ultima volta che il treno aveva avuto un simile ritardo, un uomo si era gettato sui binari. Lucia rabbrividì.
Alle cinque in punto il treno proveniente da Torino cominciò a frenare e dopo pochi minuti si arrestò. Allargò istintivamente le gambe per avere più stabilità. Frugò con lo sguardo dentro ogni finestrino. Inspirò l’aria invecchiata che usciva dai vagoni e il sudore della gente che sgusciava fuori, frettolosa. Quando il treno ripartì, gli sguardi dei passeggeri indugiarono sul suo viso. Aveva poco più di trent’anni, ma gli occhi opachi come quelli dei vecchi.
-Gli deve essere successo qualcosa.- pensò – Portò le mani agli occhi per fermare le lacrime. -Mio Dio, fa che stia bene.- disse – Si sedette sulla panchina fredda, distese le gambe strisciando le suole sul pavimento di cemento.
Dopo un’ora il freddo le era salito alla pancia costringendola a cercare un bagno. Guardava continuamente alle sue spalle come una mamma che si allontana dal nido. L’odore fetido dei bagni le diede la nausea. Si chinò sulle ginocchia instabili sopra alla turca macchiata di ruggine e di escrementi. Sul lavandino non c’era nemmeno il sapone, si strofinò le mani sotto il getto di acqua fredda.
Tornò al bar e bevve un altro caffè. Appoggiò i gomiti sul bancone, gli avambracci si appiccicarono sul piano cosparso di zucchero. Il barista le rivolse un sorriso complice, come se la conoscesse da anni. Lei si ripulì gli angoli della bocca con un tovagliolino di carta e si diresse al binario numero cinque. Controllò i passanti, ma le facce erano tutte uguali, deformate dalle lacrime che le appannavano la vista. Cambiò direzione. Di fronte alla biglietteria, chiese all’impiegato notizie sul treno proveniente da Torino, le confermò il ritardo annunciato fissando le sue guance macchiate dal mascara. Riprese il suo posto sulla panchina, accavallò le gambe e si tamponò gli occhi con il fazzoletto di stoffa ricamato, uno di quelli che la mamma aveva preparato per il suo corredo. Lo aveva tolto dalla scatola rivestita di seta, sfilandolo piano per non rovinare quella specie di puzzle dove ogni pezzo aveva la forma di un triangolo.
-Ancora un’ora, e arriverà.- Si guardò allo specchio, passò sulle guance un velo di cipria e ritoccò il rossetto, si aggiustò con un colpo di pettine i capelli. -Chissà quante cose avrà da raccontare. Sarà piacevole cenare insieme.- disse. Immaginò il coltello rompere la crosta dorata della pasta al forno, Diego leccò la besciamella sulla forchetta e bevve con gusto un lungo sorso di Bardolino.
I ragazzi seduti per terra sopra agli zaini cominciarono a sghignazzare. Capì imbarazzata di aver parlato ad alta voce. Anche la mamma parlava da sola andando avanti e indietro nel tempo.
Di fronte alla linea gialla stavano in attesa numerose persone, c’era una doppia fila di teste che si allungavano in direzione del fischio del treno, qualcuno cercava di farsi avanti per avere i posti migliori. Restò seduta ancora un istante. Si alzò. La gonna aderiva alle sue gambe, spiegazzata come un quotidiano. Lo cercò in ogni giacca, in ogni scarpa lucida, in ogni barba incolta. Lo cercò in ogni mano stretta attorno ad una valigetta, in ogni voce bassa da baritono. La folla si allontanò fino a diventare una macchia informe e grigia. Una sagoma scura le andò incontro. -Signorina, va tutto bene?- le chiese il capostazione.
- Aspetto mio marito, deve essere successo qualcosa.- disse. Poi cadde a terra.
L’uomo adagiò il corpo sulla panchina. Fece un cenno nervoso ad un collega dall’altra parte del binario.

Il giardino dell’albergo era diventato improvvisamente silenzioso, la campanella della cena aveva richiamato gli ospiti come il risucchio di un tubo di scarico.
La mano incerta prese la tazzina facendola tremare. Appoggiò la sigaretta sul posacenere stracolmo e afferrò il manico con entrambe le mani. Le dita ingiallite. Non si sentiva affatto bene, alle otto veniva servita la cena e lei non si reggeva in piedi, dopo il sesto cognac.
-Signorina Lucia!- la chiamò il cameriere – stiamo servendo la cena. –
La donna girò appena la testa brizzolata.
- Vengo subito.- rispose con la voce irruvidita dal fumo. Buttò giù l’ultimo sorso di caffè e cercò di alzarsi, ma ricadde sulla sedia. – Meglio saltare la cena. – pensò. Chiuse gli occhi. Nel sogno vide sfilare i treni. Il luccichio del binario la abbagliò e lei alzò lo sguardo al finestrino. Un uomo, Diego, le sorrideva, ma solo con la bocca; gli occhi avevano una piega beffarda che le provocò una fitta al torace. Era un estraneo, oppure il rovescio della persona che aveva conosciuto. Stava guardando il calco della sua immagine ancora sporco del gesso di colui che aveva annullato la sua vita.
La sigaretta lasciata sul posacenere stava bruciando la carta di un gelato. Il cameriere dell’hotel si avvicinò per spegnerla. -Anche stasera non ha mangiato .- le disse.
Lucia lo guardò confusa senza capire chi fosse.

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Racconto/La parete imperfetta

Luglio 1st, 2010

di marcella montesano

Non ne ho voglia ma prendo la macchina e guido. Percorro i pochi chilometri che separano casa mia dall’ospedale. La strada è deserta, non passa nessuno. E’ pomeriggio ed ho un leggero sonno. C’è il sole ma è ancora freddo. L’inverno non è finito. Parcheggio e mi osservo nello specchietto retrovisore. Ho il viso corrucciato e i capelli spettinati. Cammino sul marciapiede senza alzare lo sguardo. Solo in lontananza si sentono passare le macchine. Ogni tanto qualcuno attraversa la strada. Poche voci. Pochi rumori.
E’il mio unico giorno di riposo e non ho voglia di sprecare neanche mezz’ora in un ospedale. Ma domani sarà troppo tardi, la zia sarà dimessa. Oggi è il giorno perfetto.
Suono il campanello del reparto, c’è un primo cancello. E’alto e vecchio, coperto di macchie di ruggine. La vernice ha ceduto col passare del tempo e le piogge. Mi rispondono e dico chi sono. Per entrare nel reparto di Psichiatria c’è un sentiero di ciottoli, un labirinto con molte curve. Attorno cresce l’erba in modo disordinato. Qua e là ci sono ciuffi di fiori rinsecchiti e cespugli senza forma. Ci sono pochi alberi, alcuni sono pini. Hanno creato un letto di aghi sul pavimento d’erba.
Il reparto è separato dal resto dell’ospedale. I matti devono stare separati dagli altri malati, come se fossero contagiosi. Dovrebbero scriverlo su una targhetta, sulla porta. Questo pensiero mi fa sorridere. Suono il secondo campanello, sono davanti al portone principale. Alcuni infermieri parlano e sfogliano moduli dietro ad una finestra. Entro. Mi trovo in un corridoio fatto a elle. Ai lati ci sono delle porte chiuse, le stanze dei pazienti. Non si sente nessuna voce. La luce entra dalla grande finestra in fondo. Avanzo piano e sento un rumore di televisione alla mia destra. La sala della televisione è piccola, arredata con alcune sedie e qualche poltrona. Una porta a vetri dà sull’esterno, s’intravede un tavolo da ping pong e il muro. La zia mi ha raccontato che alcuni giorni fa un paziente ha provato a scavalcarlo. E’ stato fermato da due infermieri e portato in una stanza d’isolamento. E’ stato legato al letto fino al giorno dopo. Eppure questo muro mi colpisce per la sua bellezza. E’ alto e coperto di edera dalle foglie grandi. Le pietre sono ricoperte da muschio verde chiaro.
Mi viene incontro una ragazza dai capelli scuri. Indossa una tuta azzurra, sbiadita, e ai piedi ha delle ciabatte con la fibbia rotta.
“Ce l’hai una sigaretta?”, dice.
“Non fumo, mi dispiace”, dico.
“Fai bene, io fumo due pacchetti da quando avevo tredici anni”, dice.
Non le credo. Poi la osservo mentre si passa le mani tra i capelli. Le dita sono ingiallite, con sfumature scure attorno alle unghie. Ha le occhiaie e i denti rovinati. E’ magra, i pantaloni le cadono e si vede un po’ di pancia. Nonostante la pelle spenta, nonostante la magrezza, nonostante lo sguardo stanco è una bella ragazza. Mi sorride con la bocca, non con gli occhi. Mi saluta con un cenno e si allontana verso la sala del fumo, in fondo al corridoio. Chiederà una sigaretta alle sue compagne.
Sono quasi le tre. I pazienti si svegliano ed escono dalle stanze lentamente. Li vedo camminare lungo il corridoio. Guardo le pareti, hanno un colore indefinito. Fra bianco, giallino e verde.
“Gli ospedali sono punizioni”, penso.
Un medico cammina a passo svelto. Saluta i pazienti senza guardarli, tiene lo sguardo sulla cartella che ha fra le mani. E’ magro, alto. Ha il viso teso e porta gli occhiali. Lo sguardo è freddo e stanco. Gli chiedo se la zia è già sveglia.
M’indica la stanza e la raggiungo. Trovo anche lo zio, è seduto accanto al suo letto. La zia Anna e lo zio Mario sono inseparabili da quarant’anni. La zia senza di lui non è neppure capace di farsi la valigia. Ha sessantadue anni. E’stata una dirigente del comune. Era una pedagogista. Lo zio è sempre arrabbiato e sempre più magro. Ha pochi capelli e molte macchie sul viso. Invece la zia, un tempo magra come un grissino, è gonfia. Non grassa, gonfia.
“Ciao piccolina”, mi dice col tono di voce con cui si salutano i bambini dell’asilo. I figli che vai a prendere alla fine della giornata, i figli che ti corrono incontro. Anche lei sorride con la bocca, non con gli occhi. Le sono rimaste le fossette. Sulla guancia il neo che mi piace tanto.
“Come stai?”, dico.
“Meglio, domani mi dimettono. Qui non tornerò più. Ho trovato un nuovo dottore, il dottor C. di Roma. Un luminare,”dice.
“Si, ne ho sentito parlare. Usa molto i farmaci e l’elettroshock, ”dico.
La zia ha cambiato almeno dieci psichiatri, è stata in quasi tutte le cliniche italiane specializzate in depressione. Da Milano a Lecce. I medici da cui si è fatta curare sono prima bravissimi e poi, dopo qualche mese, incompetenti.
“Hanno azzeccato la terapia?Riesci a dormire bene?”
“Non ancora, non ci capiscono niente. Ho sempre mal di testa e voglia di morire”.
Lo dice sorridendo. Lo zio è assente, abbassa spesso lo sguardo e fa delle smorfie. Mi racconta di averla lasciata sola per qualche minuto, qualche giorno prima che la ricoverassero. L’ha ritrovata sul tetto del loro condominio che guardava in basso, immobile.
La zia è gentile con tutti. Mi racconta che si è fatta voler bene, che ha fatto amicizia con gli altri pazienti. Usciamo dalla stanza e ci sediamo su una panchina nel corridoio, vicino alla guardiola. Mi presenta Antonio che dorme nell’ultima camera a destra. E’ basso e robusto, ha la barba incolta e un paio di vecchi occhiali dalle lenti spesse come fondi di bottiglia. Le stanghette sono incollate alle lenti con scotch bianco. Ha un sorriso simpatico. L’unico sorriso che ho visto entrando in questo posto. Le lenti fanno sembrare i suoi occhi enormi. Antonio mi parla bene della zia. Quando si allontana la zia mi racconta la storia di quest’uomo. Crede di comunicare con un giudice del tribunale attraverso le prese d’aria e i citofoni. E scrive su quaderni che non fa toccare a nessuno. La zia mi dice che nessuno riuscirebbe a leggerli perché usa un alfabeto che non esiste, fatto di segni e scarabocchi. E’ un contabile in pensione da dieci anni. Ha lavorato per avvocati famosi e fece un concorso per entrare in polizia. Non fu ammesso. E ‘divorziato, i figli abitano lontano e si sentono solo per telefono. Il meno possibile. Lui dice che lavorano molto e non hanno tempo.
La zia mi chiede come sto. Mi fa sempre le stesse domande. Le rispondo allo stesso modo di sempre, cambio solo i punti e le virgole. Le racconto di Marco. Lo vuole conoscere. Tutte le volte che sto per andarla a trovare insieme a lui le scoppia il mal di testa e non vuole vedere nessuno. A volte penso a quello che abbiamo in comune e ho paura di diventare come lei, fra trent’anni. Nelle foto ingiallite che ci ritraggono insieme vedo che abbiamo gli stessi lineamenti. In quelle foto sembra felice, sorride. Ora ha la pelle grigia e dimentica. Perde pezzi di memoria ogni giorno. Allora penso alle differenze, a come siamo cresciute in modo diverso. Vedo com’è adesso e ricordo com’era un tempo. Cerco di tenere con me quei pezzi di vita insieme. Io ne ho aggiunti altri. La zia, al contrario di me, è immutabile.
Il passato mi sembra vicino quando le parlo. Ma anche quando la penso. La penso spesso. Ora fa le stesse cose tutti i giorni. Una volta non era così.
Mi ricordo la casa gialla in periferia dove abitava, vicino alla centrale elettrica. Veniva a prenderci tutte le settimane con la macchina color caffellatte. Mi sembrava in gamba. Indossava spesso dei tailleur e le scarpe con i tacchi, la nonna diceva che faceva un lavoro importante. La casa era grande, c’era spazio per i bambini che non ha mai avuto. Ha avuto me i miei fratelli. Poi c’è stata l’adozione ed è sparita. Io e la mia famiglia eravamo felici per lei. Io speravo che fosse una femmina e così doveva essere ma la prima adozione non andò a buon fine. La zia in quel periodo stava sempre a letto, voleva vederci lo stesso, ma appena entravamo nella sua camera si metteva a piangere. Invece di dirci come stava, cercava di trattenere le lacrime. Ci teneva fuori dalla sua stanza. Capivamo lo stesso. Dopo pochi mesi gli zii trascorsero un mese In Perù per conoscere un altro bambino, Edo, che sarebbe diventato loro figlio. Prima che tornasse in Italia ero già triste, volevo una cugina. Il bambino aveva sei anni, picchiava il cane e ci faceva i dispetti. Quando giocavamo doveva essere lui il vincitore, perché era un bambino sfortunato. Sotto l’albero di Natale per lui c’erano sempre molti regali. A noi la zia faceva regali di nascosto, perché Edo “era geloso”. Ogni volta che si parlava di lui la zia ci ricordava i traumi che aveva subito. Ci zittiva. In pochi mesi la zia è scomparsa e noi andavamo sempre più di rado a trovarla. Le telefonavamo perché ci venisse a prendere. La risposta era sempre la stessa. Ora Edo è tornato al suo paese d’origine. E divorziato e in Italia ha perso il lavoro. Gli zii dicono che chiama tutte le sere e che tornerà. Dicono che sta bene, che a loro ha dato tante soddisfazioni.
Penso a molti anni fa.
La casa gialla aveva un giardino enorme, con rose, alberi e rampicanti. Lo zio se ne prendeva cura. Noi eravamo dappertutto. C’erano giocattoli in garage, libri illustrati in salotto, le mie bambole sul pavimento. Ho ancora in testa l’odore che c’era, entrando dalla porta principale. Un odore di vecchio che saliva lungo le scale e arrivava fino in soffitta. Mi piaceva. La casa era grande e ben arredata. Pensavamo che la zia fosse ricca. La mia stanza preferita era lo studio. C’era una grande libreria bianca che copriva un’intera parete. Era alta, piena di enciclopedie e di libri. Li guardavo e facevo finta di essere una professoressa. Li sfogliavo e mi divertivo, anche se non capivo niente. Andavo ancora alle elementari ma mi piaceva studiare i libri di grammatica delle medie. Ho ricevuto in regalo dalla zia uno dei miei primi libri, “Piccole donne”. Ricordo Jo che si taglia i capelli per venderli e le litigate con Amy. Ricordo che Beth muore di scarlattina. Non ci volevo credere. Ricordo la dichiarazione d’amore di Laurie a Jo. Speravo che si baciassero. Invece Jo si innamorava di un uomo più vecchio con la barba rossa. Dopo è arrivato “Il diario di Anna Frank”. Ricordo il nascondiglio nella casa ad Amsterdam. Le due famiglie camminavano e parlavano piano per non farsi scoprire. Certi giorni mangiavano insalata perché non c’era altro. Nella prima pagina c’è ancora la dedica. “Un regalo importante per una bambina che diventerà importante, 8 febbraio 1990.” Così ho iniziato a leggere. Dopo l’adozione lo studio è diventato la camera da letto di Edo. La libreria è scomparsa
I due libri ora sono sul mio scaffale. Ho comprato due librerie. Qualche anno fa ho ritrovato anche i libri di favole e li ho messi vicini. In alcune pagine ci sono i miei scarabocchi. Nel ripiano in basso ci delle foto che devo mettere a posto. Vedo la zia un paio di volte l’anno e le chiedo sempre la stesa cosa: “Se dovessi ritrovare le foto di quando eravamo piccoli me le fai vedere?”. Non si è dimenticata. Le ha trovate e me le ha regalate. Mi ricordano come eravamo. Fuori da questo ospedale sono una persona felice. Nella casa gialla ero una bambina felice e importante. La zia mi ha raccontato che la casa gialla ora è disabitata. Presto saranno costruite nuove case. Immagino le porte e il cancello chiusi a chiave, le finestre serrate. Immagino le stanze vuote e buie, l’erba alta in giardino, i fiori appassiti. Nei miei pensieri quella casa non è disabitata. Ci siamo ancora noi che giochiamo a rincorrerci. C’è lo zio che pota le rose, mentre la zia ci chiama per la merenda. Quella casa mi appartiene.
La zia e lo zio escono nel cortile interno per fumarsi una sigaretta. Li vedo parlare dalla porta a vetri. Stanno davanti al muro coperto da muschio verde. Io rimango dentro, sto appoggiata al muro e faccio finta di guardare la televisione. Davanti a me sta seduta una signora di mezz’età. Ha i capelli raccolti. Sono sporchi e puzzano. Ha il viso triste, ha appena pianto. Sulla poltrona un anziano si è addormentato. Mi sposto perché la luce mi da fastidio e guardo la parete. Ci sono delle crepe e una macchia chiara. Ci sono dei chiodi, ma non c’è appeso niente. La fisso. Un infermiere accanto a me parla:
“Hanno provato a ridipingerla ma non c’è niente da fare. E’ una parete imperfetta”, dice.
Mi avvicino di nuovo alla parete, ora è illuminata dalla luce del sole. Sembra di un altro colore. Mi appoggio e la tocco con le mani. E’ liscia e in rilievo, piacevole al tatto. Rimango alcuni secondi. La zia non sa che sono ancora qui. Ci siamo già salutate. Me ne vado senza farmi vedere.
Marcella Montesano 27 Maggio 2010

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