Pagine/Giordano, La solitudine dei numeri primi

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Ho finito “La solitudine dei numeri primi” di Paolo Giordano, edizioni Mondadori, Premio Strega 2008. L’avevo cominciato intorno a natale, letto in brevissimo tempo le prime duecento pagine, sospeso e ripreso ora. Ho finito le ultime cento pagine con la stessa velocità delle prime. Perché questo è effettivamente un libro veloce, si legge in fretta, si butta giù come un bicchiere d’acqua. Si trangugia alla continua ricerca di qualcosa, alla ricerca di una profondità maggiore della semplice descrizione esterna degli eventi. Lo chiudi e non ti resta niente, nessun retrogusto, probabilmente qualche lacrima qualcuno l’avrà versata ma non è certo un libro che ti svela i misteri della vita. C’è, come ormai spesso accade, anzi ci sono, due traumi infantili, e ci sono due vite condotte con il continuo eco di questi traumi. Ma non c’è altro. Non c’è analisi, e questo è un paradosso visto che il protagonista è un matematico, non c’è analisi della vita, non c’è profondità, non c’è mistero, non c’è lo stare dentro la scena tutto il tempo necessario per sentire che cosa sta accadendo e come questa scena finisce. Non c’è lo svolgimento del teorema. C’è fretta, la fretta di arrivare alla fine, anch’essa deludente. Sebbene mi trovi a mio agio nei cosiddetti finali aperti, sospesi, dove la vita entra da sola senza che sia lo scrittore a dire cosa deve fare la vita, ecco qui non l’avrei voluto, perché qui era tutto il libro che era così, sospeso, purtroppo sul niente. C’è un punto, verso il finale, in cui sembra ci sia una grande svolta, un’occasione che la vita offre a questi due sfortunati ragazzi ma l’autore non la coglie e torna a dare un senso di vuoto, di vacuità, ma senza saggezza. Penso però anche che sia difficile che un ragazzo di venticinque anni scriva un romanzo diverso da questo. Voglio dire che, salve le eccezioni e questa a mio parere non lo è, la saggezza è fonte di tempo, comunque, indipendentemente da quanto tragica è stata la tua vita.

Il capitolo 38, di cui riporto qualche riga, è l’unico in cui ho sentito svilupparsi per intero tutto il sentire di Alice, una dei due protagonisti. Silvia Mantovani

“La sera mangiava foglie di insalata, pescandole direttamente dal sacchetto di plastica. Erano croccanti e fatte di niente. Il solo sapore che ne usciva era quello dell’acqua. Non le mangiava per riempirsi lo stomaco, ma soltanto per sostituire il rito della cena e occupare in qualche modo quel tempo, di cui non avrebbe saputo che altro fare. Masticava insalata finchè non le veniva la nausea di quella roba inconsistente.

Si svuotava di Fabio e di sé, di tutti gli sforzi inutili che aveva fatto per arrivare fino a lì e non trovarci niente. Osservava con distaccata curiosità il riaffiorare delle sue debolezze, delle sue ossessioni. Questa volta avrebbe lasciato decidere loro, tanto lei non era riuscita a combinare niente. Contro certe parti di sé si rimane impotenti, si diceva, mentre regrediva piacevolmente ai tempi in cui era ragazza. Al momento in cui Mattia era partito e da lì a poco anche sue madre, per due viaggi diversi ma altrettanto distanti da lei. Mattia. Ecco. Ci pensava spesso. Di nuovo. Era come un’altra delle sue malattie, dalla quale non voleva veramente guarire. Ci si può ammalare anche solo di un ricordo e lei era ammalata di quel pomeriggio nella macchina, di fronte al parco, quando con il proprio viso aveva coperto il suo per togliergli davanti il luogo di quell’orrore.”

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     Luglio 27, 2009 Pubblicato in Pagine -       Leggi Tutto

1 Commento al “Pagine/Giordano, La solitudine dei numeri primi”

  1. Andrea T. says:

    Cosa rende un romanzo un buon romanzo? Come si valuta un romanzo?
    Ho letto “la solitudine dei numeri primi” diverso tempo fa su suggerimento di un amico. Lui ne era entusiasta.
    Devo dire di aver faticato a leggere fino alla fine. E se sono arrivato all’ultima pagina è solo per il “dovere” di non lasciarlo a metà. Non perché fosse difficile da leggere od oscuro nei contenuti ma perché lo trovavo noioso e banale. Profondo come una fiction televisiva.
    Allora mi son chiesto se questo romanzo rientrava in quella famosa categoria conosciuta come “cacca d’artista”, cioè si è voluto dare una presunta artisticità pur di vendere copie.
    Perché allora in tanti lo considerano un grande romanzo? Sono io che non capisco?

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