Pagine/Yates, Revolutionary road

Settembre 7th, 2009

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Richard Yates, Revolutionary road, Minimum Fax

“Revolutionary road” è il magnifico romanzo di esordio di Richard Yates. Pubblicato nel 1961, presentava sulla quarta di copertina una frase di Tennesse Williams che la casa editrice Minimum Fax ha mantenuto per questa edizione italiana: “Se nella letteratura americana moderna ci vuole qualcos’altro per fare un capolavoro, non saprei dire cosa.”

Narra le vicende di una coppia middle-class, Frank ed April Wheeler, colta nella metà degli anni cinquanta. Vivono nella zona residenziale del Connecticut occidentale, dove risiedono molti impiegati che fanno da pendolari con New York, con i loro due bambini piccoli. L’apparente “normalità” delle loro vite, simile a quella dei loro vicini, nasconde un coacervo di tensioni, di illusioni, di frustrazioni e di insoddisfazioni. I Wheeler si sforzano di essere meno conformisti dei loro amici vicini, sognano un futuro meno grigio, vorrebbero fuggire dallo stereotipo borghese nel quale temono di essere caduti. Una ricerca della felicità continuamente ostacolata da ritrattazioni, ripensamenti, timori, indolenza. I personaggi vorrebbero essere sempre qualcos’altro da quello che sono, ma sembrano non volersi impegnare fino in fondo per diventarlo.

Yates scava nella profondità delle loro personalità, mette a nudo i loro pensieri e le loro sensazioni. I loro pensieri si accavallano continuamente, un ragionamento ne nasconde uno successivo che potrebbe anche essere il contrario di quello precedente. Il suo non è un semplice atto d’accusa verso uno stile di vita “borghese” americano di quegli anni (peraltro valido anche in altre epoche e altri luoghi), ma qualcosa che va oltre. La sua è un’osservazione attenta e scrupolosa nei caratteri degli uomini e delle donne che vivono in quelle pagine, sulle loro idee e le loro convinzioni. Sulle forze che condizionano le loro esistenze. Richard Ford nella prefazione al romanzo parla di effetto narcotizzante che l’area suburbana (cuscinetto fra due esperienze di vita più dinamica, campagna/città) esercita sugli abitanti: “…gli stessi abitanti di quelle aree non sembrano altro che bestiame al pascolo affamato e inutile in cerca di una vita non migliore, ma solo più facile e meno responsabile. Tutti i personaggi di Revolutionary road non hanno un’idea precisa di chi siano veramente. Anzi, spesso sono pronti ad ammetterlo essi stessi.”

Emerge uno sguardo a tratti impietoso, eppure partecipe, non distaccato, e condito da uno spirito caustico. Yates ci costringe a guardare negli angoli meno accessibili delle personalità dei suoi personaggi e ci fa comprendere quanto siano vicini. Sempre Ford dice: “…ci ha mantenuto a una distanza dalla quale possiamo esercitare la nostra facoltà di giudizio e provare sollievo al pensiero che noi non siamo i Wheeler. (…) Ci invita a fare attenzione, a stare all’erta, a badare bene, e a vivere la vita come se avesse importanza quello che facciamo, poiché fare di meno mette in pericolo tutto quanto.” Marco Lumini

“April doveva aver passato la mattinata in preda a pensieri angoscianti, percorrendo su e giù le stanze di una casa mortalmente silenziosa, mortalmente pulita, e torcendosi le mani fino a farsele dolere; doveva aver passato un pomeriggio di attività frenetica al centro commerciale, guidando rabbiosamente la macchina tra una selva di sensi unici e agenti stradali irritabili, correndo dentro e fuori dai negozi per comprare i regali e il manzo da fare arrosto e la torta e il grembiulino. L’intera sua giornata era stata un’eroica preparazione di questo istante di autoumiliazione; e ora il momento era giunto, e che le prendesse un colpo se permetteva a qualcuno la minima interferenza.

“E’ stato quando eravamo in Bethune Street”, disse. “Quando sono rimasta incinta di Jennifer e ti ho detto che volevo… insomma, abortire, liberarmi di lei. Voglio dire, fino a quel momento tu non volevi un bambino più di quanto lo volessi io – e perchéavresti dovuto volerlo, poi? – ma poi sono andata a comprare quella siringa di gomma e ho scaricato su di te tutta la faccenda. Era come dire: D’accordo, allora, se proprio lo vuoi questo bambino, la responsabilità sarà tua, solo tua. Dovrai farti in quattro per provvedere a noi. Dovrai rinunciare all’idea di essere qualcosa d’altro, in questo mondo, all’infuori di un padre. Oh, Frank, se solo tu mi avessi fatto quel che mi meritavo – se solo mi avessi dato della stronza e m’avessi voltato le spalle, avresti scoperto subito il mio bluff. Con tutta probabilità non ce l’avrei fatta ad andare fino in fondo – Tanto per cominciare, non ne avrei avuto il coraggio – ma tu, niente. Eri troppo buono, tu, troppo giovane, e spaventato; hai continuato a darmi corda, ed è così che tutto è cominciato. E’ stato così che noi due abbiamo accettato quest’enorme illusione, perché di questo si tratta: un’enorme illusione: l’idea che, una volta messa su famiglia, la gente debba rinunciare alla vita reale e “sistemarsi”. E’ la grande menzogna sentimentalistica piccolo borghese, la menzogna che ti ho obbligato ad accettare per tutto questo tempo. Ti ho obbligato a vivere secondo questa menzogna! Dio mio, sono giunta al punto di creare questa immagine di me stessa completamente melensa, da dramma borghese – e penso che sia stato proprio questo ad aprirmi gli occhi – quest’immaginedi me stessa come la ragazza che avrebbe potuto diventare l’Attrice con la a maiuscola, se non si fosse sposata troppo giovane. E tu sai perfettamente che non sono mai stata un’attrce e non ho mai davvero aspirato a diventarlo; sai benissimo che se mi sono iscritta alla scuola di recitazione è stato solo per andarmene di casa, e io lo so quanto te. L’ho sempre saputo. Ed ecco che per tre mesi di fila mi sono portata stampata in faccia questa nobile espressione dolce-amara. Fino a che punto ci si può illudere, mi chiedo? Ti rendi conto che è roba da nevrosi? Volevo avere tutte e due le cose, io: non mi bastava averti rovinato l’esistenza volevo anche che il cerchio di questa mostruosità si chiudesse, e che fossi tu a far la figura di aver rovinato la mia, in modo da poter sembrare io la vittima, alla fine. Non è spaventoso? Eppure è vero, è vero!”

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