
L’infinito viaggiare di Claudio Magris (edito da Mondadori negli Oscar) si apre con una prefazione che non è una semplice introduzione al libro ma una riflessione sul significato stesso del viaggio. Viaggio inteso come condizione esistenziale ed essenziale dell’uomo, come esperienza fisica e intellettuale. Attraverso il viaggio l’uomo sfida se stesso, si conosce e si perde.
Il viaggio è l’esperienza cardine e imprescindibile nella vita di un uomo. Magris affronta questa tematica anche, anzi soprattutto, attraverso la letteratura. Egli dialoga, discute con i grandi scrittori che hanno affrontato la tematica del viaggio. Così crea, con la sua prefazione, una mappa sul viaggio che permette al lettore di navigare secondo le sue inclinazioni.
Magris, in questo libro, raccoglie le pagine scritte durante i suoi viaggi che coprono un vasto arco temporale, dal 1981 al 2004, e un altrettanta vasta area geografica, dalla Spagna alla Cina, dalla Germania al Medio-oriente. Il filo conduttore è l’esperienza personale del viaggiatore-scrittore Magris ed è attraverso di essa che il mondo viene filtrato e descritto. Le sue pagine sono fedelmente ancorate al tempo e allo spazio in cui sono state vissute. La Storia, individuale e collettiva, diviene la trama che permette di tessere le diverse esperienze raccontate. La Storia -di etnie dimenticate, di luoghi poco conosciuti, di persone comuni, di vicende personali- è il punto di partenza da cui si dipanano gli intrecci che la collegano alla Storia dell’umanità, a importanti avvenimenti storici e politici, come la caduta del muro di Berlino, il conflitto tra Italia e Juguslavia, il difficile rapporto tra Occidente e Medio-oriente. Un legame intricato e complesso tra micro e macrocosmo che Magris svela in modo lucido e consapevole.
Leggendo il libro ci si accorge come scrittura e viaggio creino un binomio inscindibile. Non solo perché queste sono pagine di viaggio, ma perché l’autore cita innumerevoli scrittori e romanzi che permettono a Magris di capire in modo più profondo e completo la realtà in cui si trova a viaggiare. La letteratura serve all’autore-viaggiatore e al lettore-viaggiatore come chiave per penetrare nella realtà descritta.
Qui riporto due brani estrapolati dalla prefazione e, di seguito, uno dei capitoli del libro. Roberta Aliventi
Dall’introduzione:
“…Il viaggio sempre ricomincia, ha sempre da ricominciare, come l’esistenza, e ogni sua annotazione è un prologo; se il percorso nel mondo si trasferisce nella scrittura, esso si prolunga nel trasoloco dalla realtà alla carta- scrivere appunti, ritoccarli, cancellarli parzialmente, riscriverli, spostarli, variarne la disposizione. Montaggio delle parole e delle immagini, colte dal finestrino del treno o attraversando a piedi una strada e girando l’angolo. Solo con la morte, ricorda Karl Rahner, grande teologo in cammino, cessa lo status viatoris dell’uomo, la sua condizione esistenziale di viaggiatore. Viaggiare dunque ha a che fare con la morte, come ben sapevano Baudelaire o Gadda, ma è anche un differire la morte; rimandare il più possibile l’arrivo, l’incontro con l’essenziale, come la prefazione differisce la vera e propria lettura, il momento del bilancio definitivo e del giudizio. Viaggiare non per arrivare ma per viaggiare, per arrivare più tardi possibile, per non arrivare possibilmente mai.”
“… Paesaggio è passaggio; è anche un’andatura, come uno stile della scrittura. Ognuno attraversa un luogo con un suo ritmo. Uno va svelto, uno ciondola. Una città – una pagina- si percorre in mille modi: attento, lento, sincopato, frettoloso, distratto, sintetico, analitico, dispersivo.
Il viaggio-scrittura è un’archeologia del paesaggio; il viaggiatore- lo scrittore- scende come un archeologo nei vari strati della realtà, per leggere anche i segni nascosti sotto altri segni, per raccogliere quante più esistenze e storie possibili e salvarle dal fiume del tempo, dall’onda cancellatrice dell’oblio, quasi costruendo una fragile arca di Noè di carta, sebbene ironicamente consapevole della sua precarietà. Il paesaggio è pure cimitero, ossario, divenuto concime e linfa di vita, i tumuli che a Verdun sembrano colline, ma create dalle bombe e dai morti.
Muovendosi avanti e indietro nello spazio, senza seguire percorsi obbligati e affidandosi alla digressione più che alla linea retta, il viaggiatore per qualche breve momento sospende il tempo, lo tiene un po’ in scacco come il giocoliere che lancia e lascia per qualche attimo sospesi in aria tanti bastoncini, anche se sa che, prima o poi, gli cadranno tutti sulla testa.”
LA TRAGEDIA E L’INCUBO
La vita, è stato detto più volte, imita la letteratura. Nel romanzo Piccola apocalisse di Tadeus Konwicki, uno dei più significativi scrittori polacchi contemporanei, il protagonista viene invitato – da due amici che militano in un’indefinita opposizione – a cospargersi di benzina ed a darsi fuoco, in segno di protesta, davanti alla sede del Partito, a Varsavia. Due settimane fa un uomo si è dato realmente fuoco, in Polonia, ma – almeno secondo le versioni ufficiali – sembrerebbe averlo fatto per esprimere la sua ansia dinnanzi agli scioperi ed alla rivolta del Paese; la televisione polacca, premurosa di ribadire quest’interpretazione (probabilmente veritiera, ma comunque gradita al governo) , ha esibito la sua immagine e le sue ferite, per fortuna non mortali, con un gusto dell’effetto sensazionale assai vicino a quella ricerca ed a quel consumo di eccitanti visivi che di solito caratterizzano lo stile sociale dell’Occidente.
Ma la vita procede e si trasforma più velocemtne della letteratura; dopo neanche due anni, il romanzo di Konwicki appare quasi scavalcato dagli eventi, da una realtà che è divenuta diversa, da una vita che è stata nuovamente inventata, con una fantasia più audace di quella che occorre per innovare un linguaggio poetico o per escogitare un racconto.
La Varsavia che, in queste settimane, si mostra al visitatore non è la spettrale città che evapora nel nulla evocata da Konwicki nel suo romanzo, non è l’irreale o surreale scenario di una piccola e insinuante fine del mondo. La Polonia rivela oggi un volto del tutto diverso e sembra incarnare – forse perché si trova sull’orlo di un possibile disastro, guardato serenamente in faccia – una realtà compatta e concreta, piena di contraddizioni ma scevra di ambiguità, ricca di sentimenti e valori, una realtà alla quale noi, eredi dell’ambivalenza e dell’incertezza, non siamo più abituati. Se ci si sente estranei o stranieri, non è per la sensazione di essere uomini che s’avventurano in un paese di nebbia, ma piuttosto per la sensazione di essere noi creature di nebbia o giochi di ombre che camminano tra persone vive, un po’ più minacciate dalla morte di quanto lo siamo noi, ma vive. In Polonia si sente la tragedia, non l’incubo; e la tragedia implica una dimensione umana di grandezza e di forza, un senso integro e intero della vita che viene aggredita o distrutta, l’intuizione di un destino e di un significato. La caduta tragica non rimpicciolisce l’individuo; lo precipita giù dal carro come un guerriero omerico colpito nella battaglia, non lo sminuzza e non lo dissolve nel nulla come accade a chi viene risucchiato negli irreali meandri dell’incubo.
La tragedia c’è, ma non si vede, ed è proprio questo che colpisce maggiormente. Tranne le lunghe ma compostissime file davanti ai negozi alimentari, per le strade non si avverte alcuna eccitazione o inquietudine, non si sente quell’atmosfera tesa che si forma nelle nostre città, come una corrente elettrica ad alta tensione, non appena qualche incidente turba la routine quotidiana. Le bandiere nazionali esposte sugli edifici indicano, con un linguaggio convenzionale intenzionalmente non provocatorio, l’adesione a Solidarnosc e la disponibilità allo sciopero, ma uno spettatore ignaro potrebbe credere ch’esse sventolino, festose e patriottiche, senza scopo particolare.
Lunedì 30 marzo, quando per alcune ore molti si preparavano al peggio e si accentuava la possibilità di uno scontro, che sarebbe stato probabilmente sanguinoso, un turista che non sapesse il polacco e non avesse occasione di parlare con qualche amico non si sarebbe accorto di nulla. L’incombere della tragedia non disturbava la normale esistenza giornaliera. Ero ospite delle università di Varsavia e Cracovia, in occasione di un convegno dedicato alla letteratura austriaca, ed ero partito con un ovvio sentimento d’imbarazzo, perché mi sembrava penosamente comico discettare di Musil davanti a persone che dovevano misurarsi concretamente con la fame e con l’eventualità dei carri armati. Ma il convegno era invece culturalmente appassionato e festosamente ospitale; gli studenti ponevano domande sulla tecnica narrativa di Schnitzler e i colleghi discutevano l’interpretazione del Cavaliere della rosa di Hofmannsthal o della lirica espressionista. Gli invitati, provenienti come me dall’Italia o per lo più dall’Austria o dalla Jugoslavia, potevano facilmente dimenticarsi che, fra una seduta del convegno e l’altra, i loro ospiti si recavano nei loro comitati di lotta per organizzare il vettovagliamento e l’assistenza medica nel caso si fosse decisa l’occupazione dell’università, che essi partecipavano alle riunioni sindacali e si preparavano materialmente alla possibilità di un tragico scontro.
Questa grande ombra non offuscava la piacevole cordialità dell’incontro. I caffè di Cracovia erano accoglienti nella loro amabile tranquillità absburgica; i discorsi, che certo vertevano sulla tensione del momento e sulla continua attesa di notizie che potevano essere decisive, divagavano presto sulle curiosità storiche e artistiche dell’una e dell’altra città, indulgevano allo scherzo e alla bonaria piacevolezza, alla grande arte del ridere.
Colpiva l’assenza di enfasi con la quale i nostri amici erano pronti a mettere in gioco tutta la loro esistenza, sperando di non doverlo fare. Una giovane giornalista del quotidiano “Zycie Warszawy” diceva che, il giorno precedente, le era balenato per un attimo il pensiero di fuggire col primo aereo, ma poi, dopo aver raccontato l’intervista fatta a Walesa qualche ora prima, passava a descrivere allegramente un soggiorno e un servizio in Giappone. Pensavo che, al loro posto, sarei stato inceppato dal timore o eccitato da un’esaltazione monomaniaca. La lezione che ci veniva da quel coraggio non derivava soltanto dalla disponibilità a rischiare, ma soprattutto dall’amore per la consuetudine e per l’armonia d’ogni giorno che trapelava in quegli uomini e in quelle donne, capaci ma non certo desiderosi di affrontare il caos, l’avvenimento eccezionale. Noi dimentichiamo spesso quest’amore della familiarità quotidiana, la capacità di sentirsi appagati e felici della ripetizione sempre nuova, di ciò che rende incantevole lo scorrere del tempo: guardare, passeggiare, costruire, leggere, mettersi a tavola fra volti cari, parlare, incontrarsi, amare, essere amici. Chi ha tutto questo è un privilegiato e deve sapere di esserlo, dev’essere consapevole che la sua felicità è questo fluire, consueto e normale ma sempre nuovo, delle ore d’ogni giorno. Chi ha una più grande capacità d’amare sa rinunciare a questo suo bene per lottare affinché lo ricevano gli altri, che ne sono privati da avversità naturali o sociali; l’agire del rivoluzionario, come quello del cristiano, è la generosità di chi, a malincuore, sacrifica la gioiosa armonia della sua esistenza e affronta il disordine per amore degli altri, esclusi da quell’armonia.
Quest’amore, capace di rinunciare al piacere di vivere, ma non certo asceticamente compiaciuto bensì rammaricato di tale rinuncia, non ha nulla in comune con quella smaniosa inettitudine alla gioia e all’appagamento quotidiano che spinge tante anime scontente e meschine a cercare il disordine per amore del disordine, a trovar conforto nell’eccezionale e nel drammatico, ad eccitarsi per ogni tensione e per ogni disastro, piccolo o grande, che diano loro l’illusione di recitare un ruolo esaltante.
La vita, in Occidente, è spesso drogata da quest’impotente infantilismo, che produce fallimenti pubblici e privati. A questa diffusa inconsistenza i drammi e i fermenti che hanno luogo nei paesi comunisti contrappongono una grande lezione di realtà e verità, di umiltà; una collega di Varsavia mi raccontava che, dopo uno sciopero all’università, gli studenti, che vi avevano partecipato, le avevano chiesto di riprendere subito il consueto seminario di letteratura.
Lunedì 30 marzo io mi auguravo, come tutti, un esito pacifico di quel conflitto, ma mi rendevo conto di augurarmelo spinto anzitutto dal mio piccolo interesse personale, dal desiderio che tutto resti sostanzialmente com’è, che non si alteri con nessuna scossa violenta quell’equilibrio dal quale anch’io traggo un modesto tornaconto, i rapporti e gli scambi con i colleghi, i convegni ed i viaggi…
Nelle mie reazioni istintive esprimevo, come tutti, l’Occidente, che s’allieta di ogni difficoltà dei regimi comunisti, purché essa rimanga contenuta in modo da non mutare nulla. Sedevo accanto ai miei amici, ma di lì a pochi giorni sarei partito; non condividevo, nei punti essenziali del vivere e del sopravvivere, il loro destino. L’ironia della storia intreccia queste vicinanze e scava queste lontananze; la tragica storia della Polonia è solcata da tale ironia.
C’è forse anche un volto polacco, un’espressione del viso segnata, come da rughe, dalle vicende di questo destino. E’ il volto di certi vecchi, per esempio di un vecchietto impassibile e canzonatorio che suonava un complicato tamburo al Mercato dei Tessuti di Cracovia: un volto composto di riguardosa malinconia e indifferente derisione, come la maschera dei grandi comici. La familiarità con le catastrofi ha prodotto questo viso. E’ anche il viso di Poldy Beck, che ha condensato nel suo Libro dei fischi, una specie di parodistico trattato in versi sull’arte di fischiare, la sua fuga senza fine da un disastro all’altro, dallo sfacelo dell’impero absburgico al nazismo allo stalinismo. Serio e imperturbabile, Poldy Beck – ebreo austriaco che vive a Lodz, fra la casa e il caffè – è un narratore di barzellette di professione, che lascia cadere pezzetti della Storia come cenere dal sigaro. “S’immagini” mi diceva, “un giovane critico ha parlato d’impegno politico a proposito del Libro dei fischi; l’unica politica che m’interessa è quella dello struzzo.”
13 aprile 1981
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