
Il sergente nella neve – Mario Rigoni Stern (Einaudi super ET)
Questo libro racconta i ricordi del sergente maggiore Mario Rigoni Stern. Siamo in Russia, in riva al Don, tra le truppe italiane inviate in appoggio ai tedeschi dal governo fascista. E’ una testimonianza ma anche un romanzo che parla di uomini. Scritto in prima persona, il libro è diviso in due parti distinte ma continue. Nella prima intitolata “Il caposaldo”, MRS racconta la vita di trincea negli ultimi giorni prima della ritirata. Nella seconda “La sacca”, racconta la fuga disperata, nell’inverno russo, delle truppe Italiane e dei loro alleati.
Nella prima parte MRS usa una prosa con maggior descrizione dei fatti e dei luoghi. Le frasi sono più lunghe e articolate. Il modo in cui scrive serve a rendere l’idea dell’attesa (i soldati aspettano un probabile ordine di ritiro). Nella seconda parte la prosa cambia. Le frasi diventano brevi, affannate. Ci sono spesso ripetizioni di parole. L’autore vuole rendere l’idea dell’estrema fatica della marcia, passo dopo passo in mezzo alla neve, e della disumanità della guerra. In ogni pagina la guerra è mostrata come una follia che consuma le energie, corpo e mente degli uomini. C’è l’incessante ricerca di cibo. I soldati, per rimanere umani e non impazzire, restano uniti (MRS dice spesso ai suoi sottoposti: dobbiamo rimanere uniti), si aiutano l’un l’altro e nonostante tutto cercano attimi di felicità. In questa edizione Einaudi super ET vi è alla fine un breve scritto di Eraldo Affinati che analizza il romanzo. Devo dire che non mi trovo d’accordo su molte delle sue affermazioni. Ad un certo punto, durante una battaglia, MRS dice: “Anche i russi di certo dovevano averlo capito. Diavolo! Piantiamo qui tutto, ci sono tante belle ragazze e vino buono, no, Baroni? Loro hanno le Katiusce e le Maruske e la vodka e i campi di girasole; e noi le Marie e le Terese, vino e boschi d’ abeti. Ridevo, ma gli angoli della bocca mi facevano male e impugnavo il mitragliatore.” Affinati dice di intendere in queste parole un “sentimento nazionale lasciato trapelare senza enfasi retorica, come un rinnovamento d’identità capace di esaltarsi nel confronto con quella avversaria”. Non sono d’accordo. Qui a mio parere MRS vuole solo far intendere l’assurdità di una guerra fatta contro uomini come lui che amano le stesse cose che ama lui: le donne, il bere, la natura. Alla fine del capitolo “Il caposaldo” MRS rimane per pochi secondi solo nella trincea dopo la ritirata delle truppe e dice: “Erano vuote le tane. Sulla paglia che una volte era il tetto di un’isba giacevano calze sporche, pacchetti vuoti di sigarette, cucchiai, lettere gualcite: sui pali di sostegno erano inchiodate cartoline con fiori, fidanzati, paesi di montagna e bambini. Ed erano vuote le tane, vuote di tutto e io ero come le tane. Ero solo sulla trincea e guardavo nella notte buia. Non pensavo a nulla. Stringevo forte il mitragliatore. Premetti il grilletto, sparai tutto un caricatore; ne sparai un altro e piangevo mentre sparavo”. Affinati nella sua postfazione parla di indignazione di MRS contro l’inganno dei gerarchi militari, l’ingiustizia della storia, l’efficienza mancata dell’armata, del fatto che MRS ha compiuto il suo dovere combattendo e ora rischia di morire per causa di comandi superiori che pensano a conservare incolumità e privilegi. Io non percepisco nulla di questo. In tutto il racconto non c’è politica nè ideologia nè rabbia verso i “capi”. Qui si parla di persone semplici che spesso accettano quello che gli capita come fosse destino e cercano comunque di vivere in modo dignitoso. MRS e i suoi commilitoni vivono alla giornata felici per un pezzo di carne, un po’ di polenta e qualche sigaretta. Cercano, nonostante l’assurdità della situazione in cui si trovano, l’allegria, il piacere della compagnia, il calore umano. MRS dice di non pensare a nulla e sparare e piangere. Lui non pensa a nulla. Di certo gente come Mussolini e i fascisti che l’hanno spedito lì non gli deve stare simpatica ma la rabbia di MRS è, io credo, contro il destino avverso. Se lui ed i suoi commilitoni avessero davvero vissuto con la rabbia nel cuore, lì dentro il caposaldo, probabilmente non sarebbero sopravvissuti. Andrea Teodorani
Ho ancora nel naso l’odore che faceva il grasso sul fucile mitragliatore arroventato. Ho ancora nelle orecchie e sin dentro il cervello il rumore della neve che crocchiava sotto le scarpe, gli sternuti e i colpi di tosse delle vedette russe, il suono delle erbe secche battute dal vento sulle rive del Don. Ho ancora negli occhi il quadrato di Cassiopea che mi stava sopra la testa tutte le notti e i pali di sostegno del bunker che mi stavano sopra la testa di giorno. E quando ci penso provo il terrore di quella mattina di gennaio quando la Katiuscia, per la prima volta, ci scaraventò le sue settantadue bombarde. Prima che i russi attaccassero e pochi giorni dopo che si era arrivati si stava bene nel nostro caposaldo. Il nostro caposaldo era in un villaggio di pescatori in riva al Don nel paese dei cosacchi. Le postazioni e le trincee erano scavate nella scarpata che precipitava sul fiume gelato. Tanto a destra che a sinistra la scarpata declinava sino a diventare un lido coperto di erbe secche e di canneti che spuntavano ispidi tra la neve. Al di là del lido, a destra, il caposaldo del Morbegno; al di là del dell’altro, quello del tenete Cenci. Tra noi e Cenci, in una casa diroccata, la squadra del sergente Garrone con una pesante. Di fronte a noi, a meno di cinquanta metri, sull’altra riva del fiume, il caposaldo dei russi. Dove eravamo noi doveva essere stato un bel paese. Ora, invece, delle case rimanevano in piedi soltanto i camini di mattoni. La chiesa era metà; e nell’abside erano il comando di compagnia, un osservatorio e una postazione per la pesante. Scavando i camminamenti negli orti delle case che non c’erano più, uscivano fuori dalla terra e dalla neve patate, cavoli, carote, zucche. Qualche volta era roba buona e si faceva la minestra. Le uniche cose vive, animalmente vive, che erano rimaste nel villaggio, erano i gatti. Non più oche, cani, galline, vacche, ma solo gatti. Gatti grossi e scontrosi che vagavano fra le macerie delle case a caccia di topi. I topi non facevano parte del villaggio ma facevano parte della Russia, della terra, della steppa: erano dappertutto. C’erano topi nel caposaldo del tenente Sarpi scavato nel gesso. Quando si dormiva venivano sotto le coperte al caldo con noi. I topi! Per Natale volevo mangiarmi un gatto e farmi con la pelle un berretto. Avevo teso anche una trappola, ma erano furbi e non si lasciavano prendere. Avrei potuto ammazzarne qualcuno con un colpo di moschetto, ma ci penso soltanto adesso ed è tardi. Si vede proprio che ero intestardito di volerlo prendere con una trappola, e così non ho mangiato polenta e gatto e non mi sono fatto il berretto con il pelo. Quando si tornava dalla vedetta, si macinava segala: e così ci riscaldavamo prima di andare a dormire. La macina era fatta con due corti tronchi di rovere sovrapposti e dove questi combaciavano c’erano dei lunghi chiodi ribaditi. Si faceva colare il grano da un foro che stava sopra nel centro e da un altro foro, in corrispondenza dei chiodi, usciva la farina. Si girava con una manovella. Alla sera, prima che uscissero le pattuglie, era pronta la polenta calda. Diavolo! Era polenta dura, alla bergamasca, e fumava su un tagliere vero che aveva fatto Moreschi. Era senza dubbio migliore di quella che facevano nelle nostre case. Qualche volta veniva a mangiarla anche il tenente che era marchigiano. Diceva: – Com’è buona questa polenta!- e ne mangiava due fette grosse come mattoni. E poiché noi avevamo due sacchi di segala e due macine, alla vigilia di Natale mandammo una macina e un sacco al tenente Sarpi con augurio per i mitraglieri del nostro plotone che erano lassù al caposaldo. Si stava bene nei nostri bunker. Quando chiamavano al telefono e chiedevano: – Chi parla? – Chizzarri, l’attendente del tenente, rispondeva: – Campanelli! – Era questo il nome di convenienza del nostro caposaldo e quello di un alpino di Brescia che era morto in settembre, dall’altra parte del filo rispondevano: – Qui Valstagna: parla Beppo-. Valstagna è un paese sul fiume Brenta lontano dal mio dieci minuti di volo d’aquila mentre qui indicava il comando di compagnia, Beppo, il nostro capitano nativo di Valstagna. Pareva proprio di essere sulle nostre montagne e sentire i boscaioli chiamarsi fra loro. Specialmente di notte quando quelli del Morbegno, che erano nel caposaldo alla nostra destra, uscivano sulla riva del fiume a piantare reticolati e conducevano i muli davanti alle trincee e urlavano e bestemmiavano e battevano pali con le mazze. Chiamavano persino i russi e gridavano: – Paesani! Paruschi, spacoina noci! – I russi, stupefatti, stavano a sentire. [...]
[...] Si cammina e viene ancora notte. E’ freddo: più freddo di sempre, forse quaranta gradi. Il fiato si gela sulla barba e sui baffi; con la coperta tirata sulla testa si cammina in silenzio. Ci si ferma, non c’è niente. Non alberi, non case, neve e stelle e noi. Mi butto sulla neve; e sembra che non ci sia neanche la neve. Chiudo gli occhi sul niente. Forse sarà così la morte, o forse dormo. Sono in una nuvola bianca. Ma chi mi chiama? Chi mi dà questi scossoni? Lasciatemi stare. – Rigoni. Rigoni. Rigoni! In piedi. La colonna è partita. Svegliati, Rigoni-. E’ il tenente Moscioni che mi chiama quasi con angoscia e aprendo gli occhi lo vedo curvo su di me. Mi dà un paio di scossoni e vedo bene il suo viso ora, e i due occhi scuri che mi fissano, la barba dura e lucente di brina, la coperta sopra la testa. – Rigoni, prendi, – dice. E mi dà due piccole pastiglie. – Inghiotti, fatti forza, avanti -. Mi alzo, cammino con lui e a poco a poco raggiungiamo la compagnia e capisco tutto… Ma quanti che si sono buttati sulla neve non si alzeranno più? Cenci e Moscioni mi fanno salire sul cavallo. Ma è peggio che camminare; temo di congelarmi, ridiscendo e cammino. Cenci mi dà una sigaretta e fumiamo. – Di’ Rigoni, che desidereresti adesso? – Sorrido, sorridono anche loro. La sanno la risposta perché altre volte l’ho detta camminando nella notte. – Entrare in una casa, in una casa come le nostre, spogliarmi nudo, senza scarpe, senza giberne, senza coperte sulla testa; fare un bagno e poi mettermi una camicia di lino, bere una tazza di caffè-latte e poi buttarmi in un letto vero con materassi e lenzuola, e grande il letto e la stanza tiepida con un fuoco vivo e dormire, dormire e dormire ancora. Svegliarmi, poi, e sentire il suono delle campane e trovare una tavola imbandita: vino, pastasciutta, frutta: uva, ciliegie, fichi, e poi tornare a dormire e sentire una bella musica. – Cenci ride, Antonelli ride e anche i miei compagni ridono. – Eppure lo voglio fare, se ci ritorno, – dice Cenci, – e poi, – aggiunge, – un mese di mare alla spiaggia, sulla sabbia tutto nudo, solo con il sole che brucia-. Intanto camminiamo e Cenci vede il mare verde e io un letto vero. Ma Moscioni è serio, è il più consapevole tra noi, ha i piedi nella neve e vede steppa, alpini, muli, neve. Laggiù si vede un lume. Non è il mare verde, non è il letto vero, è solo un villaggio. Ma quel lume è come quello di una favola. Anzi è più lontano. Non ci si arriva mai. Il villaggio è piccolo e non c’è posto per tutti; siamo tra i primi, ma le isbe sono già tutte occupate. Dovremmo forse passare il resto della notte all’aperto. Il capitano, Cenci, Moscioni e una metà della già ridotta compagnia vanno in cerca di alloggio. Io rimango con il resto degli uomini e il mio plotone. Il mattino dopo il capitano mi disse che aveva mandato un portaordini: da loro c’era posto per tutti. Ma io non vidi arrivare nessun portaordini, quella notte. Parte dei miei compagni si sistemarono attorno a un pagliaio coprendosi con la paglia. Altri andarono non so dove, e io rimasi solo con Bodei davanti al fuoco. D’un tratto si sentì belare e Bodei si alzò, andò a prendere la pecora che aveva belato e l’uccise vicino al fuoco. Io l’aiutai a scuoiarla e sul fuoco vivo mettemmo ad arrostire una coscia della pecora ciascuno. La carne calda e sanguinolenta era incredibilmente buona. E dopo le cosce, abbrustolimmo il cuore, il fegato, i rognoni infilati alla bacchetta del fucile. Attorno al fuoco si abbrustoliva la carne della pecora e l’odore del fumo era grasso e buono. Mangiammo le braciole, e passavano le ore, poi il collo e le gambe anteriori. Vennero da noi, forse attratti dall’odore, due fanti italiani e un tedesco; finirono di mangiare la pecora; anzi spolparono le ossa che Bodei e io avevamo lasciato. Erano senza armi e al posto delle scarpe avevano stracci e paglia legati con filo di ferro. Facemmo loro un po’ di posto vicino al fuoco, e se ne stettero lì silenziosi. Non si alzavano nemmeno in cerca di legna e Bodei brontolava; nemmeno il fumo scansavano con la testa. Io avevo un gran sonno. Mi addormentai ma incominciava l’alba, e di lì a poco mi svegliarono i rumori che sembra procedere la partenza della colonna. Raduno i miei compagni di plotone. Si va, ma la colonna invece di proseguire, ritorna sula pista di ieri. Che succede? Vediamo già a destra un paese abbastanza grosso. Dicono che vi sono i russi e che bisogna conquistarlo per lasciare la strada aperta agli altri dei nostri che seguiranno. – Avanti il Vestone!- gridano in testa, e ci fanno passare. Ora son pronti a farci passare. Ci viene comunicato da che parte attaccare e andiamo ancora una volta. Il plotone di Cenci e Moscioni a destra, io al centro e un po’ arretrato con la pesante, poi le altre compagnie del battaglione, infine i tedeschi. Da un fosso vengono fuori dei soldati russi con le mani alzate e noi li disarmiamo. Si sente qualche sparo qua e là, ma fiacco. Il maggiore Bracchi ci segue e ogni tanto ci grida degli ordini. Vediamo altri soldati russi che se ne vanno. Non sembra una vera battaglia. La pesante non spara nemmeno un colpo. Noi siamo più in alto e vediamo tutto. Raggiungiamo le prime isbe e aggiriamo il paese. Troviamo un branco di oche che strepitano. Ne acciuffiamo alcune; e tiriamo loro il collo e ce le portiamo in spalla tenendole per la testa. E’ stata per le oche la battaglia. Dal centro del paese dove c’è la chiesa, gridano adunata. E’ già finito tutto. Andando in direzione della chiesa vediamo dei camion abbandonati di marca americana, vi sono anche dei cannoni piazzati con le munizioni accanto. Strano che i russi abbiano tanta artiglieria in un piccolo paese. Ma perché non hanno sparato? Era un caposaldo ben munito. Stanotte la colonna è passata sull’orlo della muraglia che sovrasta il paese. E’ stato là che io mi sono addormentato sulla neve. Non ci hanno sentiti. Eravamo veramente ombre. E mi ricordai di aver visto chiarore nelle vicinanze. E che mi ero detto: “Perché non andiamo lì?” Pensando a queste cose vedo un’isba con la porta aperta ed entro. Non mi accorgo che entrando ho scavalcato un morto, un russo, messo di traverso sulla soglia. Nell’isba mi guardo attorno per cercare qualcosa da mangiare. C’è già qualcun altro che mi ha preceduto; vedo cassetti aperti, biancheria, merletti sparsi sul pavimento e cassapanche aperte. Frugo in un cassetto, ma poi in un angolo vedo delle donne e dei ragazzi che piangono. Piangono singhiozzando forte con la testa fra le mani e le spalle che sussultano. Allora mi accorgo dell’uomo morto sulla soglia e vedo che lì vicino il pavimento è tutto rosso di sangue. Non so dire quello che ho provato, vergogna o disprezzo di me, dolore per loro o per me. Mi precipitai fuori come se fossi il colpevole. Vi è di nuovo adunata. Stavolta è davanti alla chiesa. Si vedono abbandonati dei camion italiani carichi di sacchi di patate secche tagliate a fette e mi riempio le tasche di queste. Sulla neve vi sono pure due botti di vino. Una è sfondata con dentro il vino gelato tutto a scaglie rosse. Mi riempio la gavetta di scaglie rosse e me ne metto qualcuna in bocca. Un ufficiale dice: – State attenti, potrebbe essere avvelenato-. Ma non era affatto avvelenato. I tedeschi si prendono tutti i prigionieri russi che abbiamo fatto, si allontanano e poi sentiamo numerose raffiche e qualche colpo. Nevica.
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