di silvia mantovani
I genitori di Stefano Cucchi avrebbero dichiarato che il figlio, che pesava 43 kg, non soffriva di anoressia. Dicono che in carcere ne ha persi altri 7, di kg, ma insistono nel dire che non era affatto anoressico.
Ancora. Leggo sul Corriere Romagna di ieri che due ex (?) tossicodipendenti muoiono di overdose, e che i parenti dichiarano che ne erano usciti, che non se lo spiegano.
Ancora. Mi raccontano di una ragazza di venti anni, anoressica, che pesa poco più di 40 kg. Secondo i genitori la sua anoressia sarebbe iniziata con una dieta concordata tra amiche. Mi raccontano proprio così, che è stata tutta colpa di una dieta e che tra poco dovrà essere ricoverata. Continua a dimagrire e non si spiegano, i genitori, perché continui a dimagrire, dal momento che è seguita da psicologi da più di un anno. La ragazza ne ha cambiati diversi, perché in realtà non ne voleva nessuno (ma va! Che strano, no?, che una persona anoressica, che non si nutre più, che strano dico, che non voglio nessuna cura).
Quante ne sento, e quanta rabbia mi viene ogni volta. Me ne viene così tanta che ogni volta vorrei salire sulla prima sedia che trovo e urlarla, urlarla tutta la rabbia che ho dentro.
Conosco i problemi alimentari, so cosa vuol dire cercare nel cibo pace e tranquillità, calore, affetto. So ogni cosa e so anche cosa c’è dietro una dipendenza (cibo, droga), dietro una fragilità che può ucciderti. Lo so perché ho letto e ho cercato di capire,.
Non c’è bisogno di laurearsi in psicologia o di comprare tomi voluminosi per capire gli elementi basilari di queste malattie, non ce n’è bisogno.
Si può comprare il libro di Fabiola De Clercq “Tutto il pane del mondo”, o “Donne che mangiano troppo”, della psicologa tedesca Renate Gockel, o si può andare su internet e chiamare su google, anoressia, bulimia, obesità. Si può anche guardare semplicemente negli occhi una persona che soffre di disturbi alimentari. Lì dentro si trovano molte cose.
Ma basta, basta, basta per favore dire stronzate, stronzate che placano l’anima, che mettono tutto a posto, che abbattono i sensi di colpa, che fanno riprendere la vita come era prima, anzi che noia questa pausa di sospensione, che fatica eh, che fatica guardare le cose in faccia, che fatica dover vedere tutti questi scheletri che si muovono per le strade, sepolti sotto strati di abiti scuri, e dover girare la faccia dall’altra parte, per non vedere.
Che fatica sentirseli accanto, sul tram, sentire il loro corpo che si muove a scatti, il loro odore di vecchio, o le loro carni molli ed enormi che invadono anche il tuo seggiolino, o vedere macchie di vomito sui giacconi, o vedere gli occhi infossati, i lividi sulle braccia, i buchi nelle guance, le ossa scure sotto la pelle secca come carta vetrata, o i ventri giganteschi su gambe che mano a mano si stringono verso le caviglie sostenute da piedi gonfi come palloncini. Che fatica dover ascoltare le urla di questi corpi. E poi quanti ce ne sono, quanti se ne vedono, ma perché circolano, perché si muovono tra le strade, non potrebbero restarsene a casa loro? Anche perché sono loro che lo vogliono, no?, il loro star male.
Poi leggiamo di quelli che muoiono, e allora diciamo un sacco di stronzate, diciamo che una persona che pesa 40 kg, uomo o donna che sia, non è anoressico, diciamo che una persona che non si droga da un po’ di tempo è uscita dalla droga. Diciamo che l’anoressia è tutta colpa di una dieta eccetera eccetera. Quello che vorrei dire è che le persone che hanno o hanno avuto delle dipendenze, dalla droga, dal cibo, dal non cibo, dai soldi, dallo shopping ecc. ecc. sono persone piene di fragilità, di punti fragili, dei talloni di Achille. I talloni di Achille nei momenti di difficoltà tornano a fare male.
Con tutta tranquillità, vorrei solo dire che è normale. Quando nella vita ci troviamo ad affrontare difficoltà, dei momenti di tristezza, può succedere che si ricada in una dipendenza, perchè quella dipendenza, all’origine, ci ha dato felicità, tranquillità, serenità, pace. Poi si è trasformata in un mostro, ma all’inizio era il paradiso. Non è così strano che, pur uscendone, ci si possa ricadere. E per di più queste dipendenze sono accumuli di cose che riempiono buchi, carenze di affetto, di amore e nascono da lì, dai buchi.
E un’altra cosa, di miopia si può morire e si può far morire.







Novembre 8th, 2009 at 12:03
Dice Charles D’ambrosio in uno dei suoi racconti tratto da “Il museo dei pesci morti”: Il futuro è più forte della droga. Naturalmente droga come dipendenza in genere, per dialogare con Silvia, quì sopra. Nel racconto, chi dice la frase è una operatrice nel campo sociale, una che tratta di comunità di recupero. Questo personaggio del racconto non specifica come il futuro possa vincere la droga ( dipendenza ).
Il futuro è un termine che non dice nulla, se non si ha in sè un proprio futuro, un sogno, una passione, uno scopo, da potere trasmettere ad altri.
Penso che capire il problema, a volte non basta. soprattutto quando ci viene voglia di urlare contro fatti della vita così drammatici. Credo sia molto importante esprimere il ” Futuro” del racconto di D’ambrosio. Il nostro futuro, espresso e confrontato con altri futuri.
Per smettere di urlare occorre vivere il futuro ed esprimerlo, e la scrittura è, a mio avviso un ottimo veicolo. Forse a qualcuno non basta.
viva. Ettore T.
Novembre 9th, 2009 at 13:25
A volte mi chiedo: davvero i genitori voltano la testa dall’altra parte? Vedono davvero, ma fingono di non vedere? Oppure vedono, ma non sanno più distinguere un figlio drogato da un figlio non drogato? Propendo per questa seconda ipotesi.Non sanno vedere perchè non POSSONO.Come potrebbe essere diversamente? Viviamo in una società che vive uno stato alterato di coscienza. Penso al comico presentatore che sembra perennemente fatto di coca. Penso al Presidente di una regione che si fa di coca e di trans. Un intimo del Presidente del Consiglio è sotto processo per spaccio. Penso alla moda che ci invia costantemente immagini di donne dal viso sofferente, malato,dal corpo anoressico. Anoressia e coca sono i simboli del successo, come un tempo la gotta era simbolo di nobiltà e benessere. Chi non vede che cosa, allora? Non vediamo, non possiamo più vedere, ciò che è simbolo non solo di “normalità” ma perfino di vittoria. Cosa è la miopia? In che cosa consiste? Chi ne è affetto? L’eroina rendeva il tossico una persona immediatamente distinguibile. lo riconoscevi al primo sguardo. Oggi la droga, il cosiddetto drogato, è una persona che coabita perfettamente con la vita “normale” e anzi, ripeto, ne rappresenta l’apice.
Trovo anche un po’ moralistico l’allarme che suscita la parola droga. La droga, la cosiddetta droga, fa parte, da sempre, della cultura umana. Può piacere o non piacere ma è così. Ma resta il fatto che l’uso che si fa in Messico del peyote non è l’uso delle pasticche che si fa in discoteca. Trovo che uno dei picchi di questo moralismo ambiguo e ipocrita sia rappresentato dalla morte di Cucchi, ammazzato per essere stato beccato con 20 gr di hashish in tasca!
Sì, anch’io sono convinto che il futuro, di per sè, non ha nulla di salvifico. Ma a me sembra che viviamo in una società, quella italiana, immersa in una droga terribile. che è la rassegnazione e la mancanza di progettualità. Nessuno, o pochi, mi sembrano disposti a rischiare il futuro. a scommettere su un progetto. Scommettiamo, invece, sul Gratta e Vinci. Viva
Novembre 9th, 2009 at 19:50
Intervengo stimolato dalle parole di Silvia e dal dibattito che ne è seguito per dire questo: i genitori c’entrano e non c’entrano. Non c’entrano perché spostano il baricentro del problema: che è e resta il corpo dell’anoressico/a. C’entrano, a volte direttamente, a volte no, per essere, per esperienza esperita e arcivissuta, al punto che non mi voglio addentrare oltre, la causa da cui trae scaturigine il disagio, prima, la malattia gravissima, poi.
Novembre 10th, 2009 at 09:57
Progettualità, una parola che mi fa star bene. Ma progettualità, futuro, sono là, non qua. sono oltre la prima visione, sono oltre la miopia. Allora se manca la progettualità, se il massimo che si riesce a fare è scommettere su un gratta e vinci, vuol dire che non c’è la forza di progettare. Il progetto richiede tempo, ha diverse fasi, un grosso investimento, eppure se ci penso mi fa stare così bene. Penso ai miei progetti, a quelli che ho messo da parte perchè troppo lunghi da realizzare. Ecco troppo lunghi. Perchè nelle dipendenze, nella miopia, c’è il fatto di fare prima. Cioè se trovo uan cosa che mi fa star bene nell’arco di pochi minuti me ne sparo una cifra, in gola, nelle vene, dove volete. Se non voglio vedere, se resto miope, prima non soffro perchè non vedo, secondo faccio prima. Allora come si fa a non vedere un ragazzo/a che pesa 40 kg? come si fa? genitori o non genitori? va colorato di giallo fosforescente? così forse, diventando un’opera di arte contemporanea diventa più itneressante?
scusate, so che sto provocando, non è certo per dire che ci dobbiamo occupare di risolvere l’anoressia o tutte le dipendenze ma sto solo cercando di vedere. E siccome alcune di queste cose finiscono nei telegiornali, sui titoli dei giornali, nei servizi di moda mi sono rotta. Io sono molto miope in un occhio, mi mancano quasi 5 gradi, e con l’altro ci vedo benissimo. baci, silvia
Novembre 10th, 2009 at 12:37
Anch’ io sono molto miope in un occhio e nell’ altro ci vedo benissimo. Questo significa, mia cara Silvia, che anche noi non vogliamo vedere qualcosa.
E’ difficile non vedere che un ragazzo pesa solo 40 kg, è vero, ma siamo sempre sicuri che stia male per questo?
Al giorno d’ oggi se sei in carne sei out, se sei magro sei figo.
Ho paura che sarà difficile quando mio figlio sarà grande, poichè io sono la prima ad avere nascosto tanto ai miei genitori, e loro, perfette persone normali, non hanno visto niente. Ricordo che ho pensato mille volte che loro fossero miopi, e lo erano e lo sono, però a portare gli occhiali in casa mia, sono solo io, aihmè.
Novembre 10th, 2009 at 14:06
Scusate se insisto. Questa è la mia crociata. Ognuno di noi ha la sua, penso. Ognuno di noi cerca di far vedere qualcosa agli altri ,qualcosa che conosce più o meno bene.
Quando dico che sono miope in un occhio voglio dire che sono miope in tante cose. In metà della mia vita forse. E il mio era un invito ad aiutarmi a vedere meglio dal mio occhio miope.
Quello che volevo proporre io, con il mio intervento, era di farvi vedere o intravvedere un mondo, quello delle dipendenze, in particolare dal cibo, non cibo.
Io combatto la mia crociata contro le ipocrisie e le miopie ufficiali, le combatto contro i titoli facili, contro le pigrizie. Perchè non smetterò mai di ripetere che di miopia si muore e si fa morire. E preferisco rischiare di sbagliarmi a riconoscere una persona con disturbi alimentari che non farlo. Ma ognuno ha la sua di crociata, ognuno farà questo per qualcosa d’altro. Penso ad Alessandra Zaghini che in questi giorni sta aiutando dei bambini palestinesi a vivere serenamente le loro giornate e, quando tornerà, ci aiuterà a togliere a vedere meglio. Penso a tante persone che anche qui, ogni giorno, nella scrivania di fianco cercano di farci vedere qualcosa, della loro vita, di se stessi.
Bisogna vedere se noi vogliamo vedere.
Un bacio, silvia
Dicembre 23rd, 2009 at 10:14
Carissima Silvia, mi ingerisco anche nel tuo sito di scrittura, perchè hai toccato un punto dolente, e molto sofferente, del mio cuore. Il 28 settembre 2008 ho perso un’amica di 37 anni con tre bambini, di cui il più piccolo, al momento, di neanche 18 mesi. Tutti lo sapevamo che era anoressica, ma nessuno ha voluto aiutarla davvero. C’è davvero chi continua a dire che poi non era mica tanto magra, che dovevano accorgersene i suoi genitori, suo marito, che comunque anche un pò se lo merita perchè sotto sotto lo voleva lei, e sua madre continua a sostenere che non è mica morta per questa malattia ma per un attacco cardiocircolatorio! Peccato che, come dici anche tu, mi sono documentata proprio su internet, è ho scoperto che le persone anoressiche muoiono proprio per un attacco cardiocircolatorio, o perchè sono intente a vomitare quel poco che hanno appena ingerito, o perchè sono così debilitate che il loro copro smette di funzionare! Io sono a pezzi. Non era la mia migliore amica, ma adesso penso a tutte le occasioni di stare insieme che ci siamo perse, ai suoi bambini che cresceranno senza sapere cosè una mamma e mi sento morire dal rimorso per non aver fatto nulla per capire il suo disagio. Viviamo sempre in mezzo a tanta gente, ma a nessuno di loro apriamo davvero il nostro cuore … è tanto, tanto, triste. Per questo mi sarebbe piaciuto poter aiutare gli altri, magari con la psicologia, ma forse anche questo è un sogno o un pretesto per il fatto che non riesco neanche ad iutare me stessa.