di roberta aliventi
Ci sono delle tappe nella vita di ognuno di noi che rappresentano un giro di boa, un punto di arrivo e di ri-partenza. Queste svolte possono arrivare senza preavviso o possono essere annunciate da tempo. Io sapevo che sarebbe arrivata la fine della mia vita da studente. Sapevo che ci sarebbe stato un giorno dopo, in cui, tutto quello che ero stata negli ultimi vent’anni, non mi avrebbe più qualificato e sarei stata qualcosa d’altro. Ho caricato il periodo post-laurea di molte aspettative. Non in termini lavorativi. Il problema non riguarda quali e quanti sbocchi e quali opportunità l’università ti offre al suo termine. Pensavo che dopo mi sarei sentita nuova, libera e piena di energia. Mi immaginavo una me stessa matura, pronta per una nuova condizione che mi lasciava uno spazio esteso in cui muovermi. Dopo la laurea avrei finalmente avuto la voglia e il tempo di girare, curiosare, di fare ciò che mi piaceva senza condizionamenti. Mi sbagliavo. Sono rimasta ferma, immobile, schiacciata da una sensazione di vuoto. Sono dieci giorni che mi sono laureata e tutto intorno mi sembra immobile, come bloccata da sabbie mobili in cui un giorno è uguale all’altro e non c’è nulla da fare. Il problema è che in realtà ci sarebbero milioni di cose da fare. Negli ultimi mesi appena mi veniva in mente di fare una determinata cosa, con decisione affermavo: “questo sicuramente lo farò dopo la laurea”. Di questi “sicuramente lo farò dopo” ne avevo piena un’agendina che ora ho buttato. Perché tutto si è sgonfiato all’improvviso. Ho capito che la carica che mi dava la certezza di aver voglia era l’arrivo e non la ri-partenza. Ho provato a dare la colpa a fattori esterni ma questa scusa ha retto per poco. La verità è che sono rimasta inceppata dentro, spaventata. E piuttosto che alzarmi e iniziare a guardarmi intorno, ho chiuso gli occhi e mi sono rannicchiata sotto le coperte, sperando che il tempo passasse senza di me.
Ho pensato allora all’ ex-studente Raskòlnikov, alla sua ossessione, al suo rimanere sopraffatto da un’idea fissa che annulla tutto il resto e annienta la volontà di reagire. Raskòlnikov pensa che l’unica soluzione che possa risolvere la sua condizione di assoluta miseria sia uccidere la vecchia usuraia Aljçna Ivànovna . Quest’idea si impossessa della sua mente, lo annienta come uomo e come individuo, lo fa prigioniero. Questo pensiero fisso lo costringe a rinnegare qualsiasi altra possibilità. Il Raskòlnikov ossessionato dall’omicidio. Un uomo annientato, che non può e non vuole vedere altro. E’ lì che la mente umana cade, imbroglia se stessa, pensare che non vi siano alternative. Razumìchin è l’altro volto della stessa miseria, quello che si ingegna, che non si arrende. Appare dunque evidente come la realtà stessa pesi sulle nostre vite ma anche come quella stessa realtà possa essere determinata da noi stessi, dalla nostra capacità di reagire. Non si tratta di Bene o Male, di giusta o cattiva strada. In questa rassegna lucida dell’animo umano, in cui si sviscerano i lati più nascosti dell’uomo, volendo o no, ci si riconosce. Una presa di coscienza che fa correre un brivido giù lungo la schiena.






