Racconto/Il cerchio

di rita cerquetti

Mancavano pochi chilometri alla fermata per il suo paese. Erano anni, decenni, che non ci tornava. Il sudore le colava fin sul naso. Riuscì appena a far cenno al professore di tirar giù d’un filo il finestrino. Il professore lo abbassò e lei si sporse verso la fessura bevendo l’aria dell’estate e con lo sguardo s’aggrappava alla campagna che filava a fianco della corriera. Un poco si calmò riconoscendo i pioppi, i campi, gli uccelli sulle acque.
Riconobbe il caldo afoso che fumava sui campi assordati dalle cicale. Riconobbe anche se stessa, da giovinetta, in qualche sbadata che correva in bicicletta e non si dava cura di tener giù le gonne.

Correva con i lunghi capelli ramati che ondeggiavano sulle spalle, liberi da elastici e forcine. Pedalava incurante del tempo e della fatica e del sudore che s’imperlava sulla fronte. A dire il vero, di fatica non se ne faceva tanta. Lì era una scommessa trovare una piccola discesa o una strada che assomigliasse ad una salita. Non importava che piovesse, ci fosse nebbia o sole. Ma quando c’era la neve o il gelo che induriva la terra era diverso. L’inverno lì trascorreva lento, freddo. La bicicletta bisognava lasciarla a casa, indossare scarponi e camminare, camminare. Corriere o scuola bus non ce n’erano, ma si andava a scuola ugualmente e si arrivava gelati, con le ginocchia e le guance arrossate dal freddo, con un pezzo di legna nella cartella da mettere nella stufa.
Alla mattina in bicicletta a scuola, al pomeriggio, con le amiche inseparabili, lungo l’argine a guardare il fiume che va a curve. Buttavano le biciclette sull’erba e di corsa scendevano su una spiaggia dove il fiume fa un gomito. Si spogliavano. Si stendevano al sole con solo le mutandine. A quel tempo essere abbronzati non era di moda. I soli ad esserlo erano contadini e muratori. Avevano un’abbronzatura strana che seguiva la linea delle canottiere.
Si dimenticavano del tempo. Nessuna aveva un orologio. Si regolavano con il sole. Del tempo, del resto, non gliene importava molto. Erano i grandi a preoccuparsene. Parlavano sempre di ore, puntualità al lavoro, tempo per studiare, tempo per pranzare e per cenare. Glielo imponevano quando andavano a scuola con quelle maledette sveglie che entravano nella testa a interrompere sogni. A scuola il tempo non passava mai, lì invece sembrava volare.
Quando il sole era ancora alto si tuffavano. Le loro grida gioiose venivano portate via dall’acqua che si trasformava in schizzi da cui facevano finta di sfuggire. Al piacere del fresco ritrovato si univa il piacere della trasgressione. I genitori avevano proibito di fare il bagno nel fiume, parlavano sempre di morti affogati o disgrazie del genere. Guardavano il fiume ma non avevano mai visto cadaveri passare. Solo rami spezzati, tronchi, correre veloci quando il fiume si gonfiava. Allora lo guardavano dall’alto della sponda. La spiaggia spariva. Si sedevano sull’argine tra l’erba, abbracciavano le ginocchia con le mani, appoggiavano il mento sulle ginocchia e cominciavano a chiacchierare.
Uscivano dall’acqua con addosso quell’odore strano che ha l’acqua di fiume. Allora non sapevano che era strano, nessuna era mai andata al mare. Bagnate e rinfrescate si stendevano sulla sabbia a guardare il fiume pigro. Un pesce saltava e l’acqua piatta vibrava in cerchi. Non si accorgevano di sguardi nascosti nè di amori clandestini tra il granoturco alto che si apriva e subito si richiudeva. Il silenzio era interrotto dal canto nascosto del cuculo. Quella era l’impronta del caldo, delle vacanze estive lunghe con notti dalle finestre aperte a sentir rane e grilli. Arrivavano tafani veloci come razzi dagli occhi prismatici, un fruscio veloce nell’erba alta. Un airone girava nel campo di fieno e beccava. Cielo sbiadito dal caldo. Giornate che facevano amare il vivere l’estate. Così, con un tempo immobile e sonnolento.

Il tramonto le coglieva di sorpresa. Pedalate energiche e veloci tra i campi e sentire odore di mais maturo. A inseguire conigli selvatici che uscivano allo scoperto, là in fondo fagiani mandavano richiami secchi. Bisognava fare in fretta altrimenti i genitori si sarebbero arrabbiati. Solo Gianna non si preoccupava. Lei poteva fare come voleva.
Finita la cena, si ritrovavano sotto il pergolato della sua casa reso ombroso dai tralci della vite da cui pendeva una lampadina debole che però loro non accendevano, altrimenti le zanzare avrebbero banchettato. Vicino alla porta, dal verde dei gerani piantati in pentole spuntava il rosso dei fiori. Lungo la parete, in fila ordinata, cespi di basilico e origano dentro barattoli. La casa era semplice, come quelle dei disegni dei bambini. Sulla facciata una scala saliva fino ad una porta. Su ciascun lato due finestre con le tendine bianche. Una per lei, una per la madre. Un padre lei non l’ha mai avuto. Quando era nata la madre aveva fatto un giuramento: «Nessun padre, mai. Solo io e te». Una scelta d’amore perché, quando c’é, non lascia scampo. Non aveva voluto neppure Vincenzo che voleva sposarla anche se incinta. Sui davanzali altri vasi dove i gerani esplodevano di colore da confondere gli occhi. La facciata, in basso, era interrotta da due porte-finestra. Una era protetta dal pergolato d’uva, l’altra era aperta. Dalla cucina ancora profumo d’arrosto e cicoria tagliata fine. Fuori della porta, in forma di ciambella, dormivano due gatti, con il naso infilato nella pancia. Merli schioccavano dal tetto. Il buio favoriva i loro discorsi. Parlavano di tutto, oppure se ne stavano a guardare le stelle. Le contavano e aspettavano le scie bianche, allora chiudevano gli occhi per esprimere un desiderio.

Le rivedeva quelle quattro lungo lo stradone che in morbide curve seguiva il fiume. Apparivano e scomparivano dietro la barriera di pioppi verdoni. Procedevano, ora in fila indiana, ora aprendosi a ventaglio o senza alcun ordine come se ognuna avesse una meta diversa. Erano sempre insieme. Quello che faceva una facevano le altre. Le chiamavano le quattro gemelline. Ma non si assomigliavano per niente. Un giorno correndo, ridendo e gridando, con il sole del tramonto negli occhi, non si accorse di un carretto tirato da un cavallo. Si ritrovò per terra con il cavallo che si impennava sopra di lei. Avete presente Furia, cavallo del re. Era la stessa cosa. Poi il buio.
Le amiche, la madre si alternavano a raccontare, leggere, parlare con ostinazione perché dicevano che così sarebbe uscita da quel sonno senza sogni. Veniva anche Luca. Per lei non c’era neppure buio, perché quando si sta così non sai più niente, non ci sei più.
«Signora, si é svegliata». Voce confusa di un’infermiera. Socchiuse gli occhi. Visi nascosti da mascherine e cuffie verdi. Non capiva dov’era. Tutt’intorno macchine che blateravano i loro incomprensibili bip-bip e tutti quei tubicini che entravano, uscivano, come quelli che si vedono nei film. Nel letto il suo corpo immobile.
Voleva riappropriarsi dello spazio e delle cose come dopo un viaggio lontano ma per qualche mese rimase intrappolata a percorrere una strada che altri decidevano. Tutte quelle restrizioni la soffocavano – ore e ordine e disciplina, ed essere ora qua ora là al momento stabilito. Venivano le amiche a tirarle su il morale e a rimetterla in sesto. Veniva anche Luca. Ma quando era sola non sopportava più il silenzio. Se non c’era nessuno, parlava da sola, teneva la radio accesa a tutto volume. Dormiva con la radio accesa. Se non c’erano rumori le sembrava di sentire come un ronzio che le metteva paura, come una zanzara dentro l’orecchio a letto in una notte d’estate che fa quasi impazzire quando la senti. Tutto questo preoccupava la madre . Cominciò a temere per la sua vita. Manifestava la sua paura con ordini ossessivi. «Torna subito a casa dopo la scuola». «Non andare al fiume» . «Non prendere la bicicletta». Lei protestava. Non riconosceva più la madre che fino allora si era sempre mostrata comprensiva, con cui si confidava. A dire il vero non le aveva mai detto dei bagni. Ma ognuno ha i suoi segreti! Era forte sua madre, e com’era bella con quegli occhi grandi e ricordò il suo parlare, e l’accento che veniva da generazioni vissute in quella pianura.

L’immagine di quelle quattro lungo lo stradone diventa sfocata. Le figurine sono avvolte dalla nebbia che si infiltra polverosa tra i rami. Quegli alberi, la campagna, il fiume mutavano e diventavano nuovi. Quella terra diventava una bella addormentata.
Ricorda quando, d’autunno, la luce andava giù, i campi traspiravano con un respiro lento, pacato, che lasciava un velo brumoso a filo di stoppie, si infiltrava tra i rami degli alberi e ne assorbiva i colori. A occhi chiusi riconosceva l’autunno, aveva quel suo odore. Lungo il fiume sentiva gli effluvi che emana l’acqua, mescolati a foglie secche di pioppi e stoppie, un odore morbido, decadente; lo respirava sentendolo spesso e corposo. Si sedevano là sull’argine. Un sole esile faceva brillare ragnatele, le erbacce eran piene di bacche rotonde colorate, non sapeva anche loro avranno avuto un nome.

Lei impersonava l’umiltà, sempre vestita di cotonina grigia. Ed umile era il cerchietto d’argento che il professore aveva scelto per uno scopo da non dichiarare ai quattro venti. Quel cerchietto aveva giusto il diametro del dito di una donna. Il professore aveva dato all’artigiano le parole da incidere: «Noi andavam per lo solingo piano…». L’artigiano si stupì: «Un verso del Purgatorio su un cerchietto da mezzo pollice?» Il professore si sentì perso: la portinaia, Dante, il Purgatorio. Come spiegare? Ma trovò il bandolo e con le mani dietro la schiena e il viso assorto andava avanti e indietro nella bottega: «Il Purgatorio – diceva – il Purgatorio è una regione così vasta dove gli abitanti vivono a infinite distanze gli uni dagli altri e se vogliono parlare si affidano all’eco delle loro voci che chiamano da un picco all’altro. Sopra le nubi, soprattutto se c’è vento, si sente gridare». L’artigiano era del tutto smarrito dal manicomio di parole del professore che continuava a citare Casella, Manfredi, Costanza, Pia de Tolomei. «Come?» Gridava l’artigiano. Il professore si era chinato al suo orecchio e rincarato la dose: «Inutile gridare. In quelle solitudini non passa nessuna corriera, né i giorni feriali, né i festivi, né adesso, né mai!». «Mai?». «Mai!».
L’artigiano rabbrividì, per fortuna lui andrà all’inferno, poi prese
il bulino e, fissato l’anello in un morsettino da gingilli, adagio, adagio, per non rovinare l’anellino, tanto era sottile, picchiettò tutte le lettere di quel luogo dove non passano corriere né adesso, né mai.
Quel verso gli era parso adatto per la promessa fatta alla portinaia di accompagnarla dalla zia in quel paese perduto in mezzo alla pianura dove passava una corriera al giorno, e al sabato e alla domenica non c’era nessuna corsa.
Il giorno stabilito il professore e la portinaia presero la corriera. Seduti sui sedili il professore consegnò alla portinaia una scatoletta: «Da aprire solo giunti a destinazione, in casa della zia». La portinaia avvampò di confuso piacere mentre il professore si affrettava a scusarsi: «Non è niente, non è niente». Lei non riuscì a dire una parola tanto la lingua le s’ingarbugliava né a balbettare grazie. Impossibile dire grazie, grazie… I quadri che scorrevano nella sua mente, i ricordi, le visioni, come ora, lungo la strada con pioppi verdi, le suscitavano un’intima commozione.
Finalmente riuscì a dire grazie. Infilò la scatoletta nella borsa nera di finta pelle con i bordi consumati che teneva stretta sulle ginocchia. Le dita sfiorarono una foto con i bordi ormai arrotondati per quante volte l’aveva guardata. Vede Elena, grassottella, con un viso tondo incorniciato da capelli crespi e neri, con occhi grandi. Vede se stessa, esile, con un timido sorriso e il volto pieno di lentiggini, i capelli che sfuggono dal berretto di sbieco sulla testa e una calzetta allentata che ciondola sulla caviglia. Poi Gianna, la più alta. Mostrava già i segni sul corpo che facevano capire che in breve tempo sarebbe successo qualcosa d’importante. Infine, Sonia, la più brava a scuola e forse la più bella con i capelli raccolti in trecce dure. Allora erano così ingenue, sciocche e impetuose. E così giovani.
Disse grazie tante, ma con la testa fuori dal finestrino per farsi aiutare dal paesaggio della sua vita che scorreva nei suoi occhi ed era tale e quale a quando lei era bambina, ragazza. Poi una stanchezza senza tregua aveva iniziato ad invadere i suoi pensieri.

Era proprio sotto la finestra la bici gettata nella foga della frenata. Accanto, la bici di Luca. Lo rivede lì davanti, vicino all’orto, con la giacca troppo grande con un’aria all’improvviso adulta e i pantaloni diventati troppo corti da cui sbucavano i piedi diventati troppo lunghi. E quella voce che dapprima l’aveva fatta sorridere e poi aveva cominciato a piacerle quando perse i toni striduli e stonati dei ragazzi che crescono e non sono più ragazzi e non ancora uomini. La sentiva da lontano, poi farsi più vicina alla casa dove lei viveva con la madre.
Se lo ricorda Luca, seduto accanto a lei nello stesso banco, a scuola, a imbrattarsi di nero con i pennini che stridevano e che, se non si stava attenti, si biforcavano e lasciavano segni doppi. Se lo ricorda nell’acqua fresca del fiume che raggrinziva la pelle nei primi bagni di maggio. Se lo ricorda quando lo mandavano via perché volevano rimanere sole e lui s’imbronciava. Ma poi la prima mela d’autunno era per lui, le prime castagne, i primi fichi. Lui accettava quei doni con noncuranza, li mordeva e sorridendo le lanciava i semi sul naso.
Lei faceva l’offesa. Lui rideva.
Poi all’uscita di scuola, nei tratti di campagna ormai aperta, lungo la scorciatoia scivolosa, indurita dal gelo, lontano dagli sguardi dei compagni, lui le prendeva la cartella e se la caricava sulle spalle. E la sfidava in una corsa che le faceva battere il cuore forte sotto al cappotto. Correvano. Le curve dei pioppi. Il fiume via via più vicino sotto il volo radente di un germano. Poi erano a casa.
Arrivò il giorno in cui videro quel corpo trascinato dall’acqua.
Lei lo ricorderà sempre così: capelli foltissimi e ricci, passo lungo di chi ha sempre fretta , sorriso facile e grandi occhi buoni.
E cadde il silenzio.
La donna si rabbuiò al pensiero di Luca e pensò al tempo, a cosa fosse il tempo. Da allora la sua vita era come una persona che si era voltata a guardare indietro. Il tempo per lei si era fermato. Aveva guardato la vita scorrerle accanto come qualcosa che non la riguardava più. Ed erano cominciati i tanti “preferirei di no”. Ma fu solo un attimo perché il panorama di quella pianura giallastra catturò di nuovo i suoi pensieri, era di stoppie corte che facevano male quando ci si camminava mentre in primavera era soffice e verde, ma poi il verde ingialliva. La sua mente ritornò al calendario, ai mesi, agli anni, alle date, quasi quarant’anni e non ha mai avuto un figlio. L’unico che avrebbe potuto nascere sarebbe stato di Luca, ma Luca quel figlio se l’era portato via.
Poi la corriera arrivò al suo paese. Scesero la portinaia e il professore. C’era la zia. Le donne si abbracciarono e il professore s’inchinò. La portinaia era orgogliosa delle scarpe lucide del professore. Tutto era predisposto. Il professore era alloggiato alla trattoria dell’Angelo, per lui era pronta una stanzina al piano di sopra con la finestra che dava sul bersò del gioco delle bocce. Il professore salì un momento per depositare la borsa. La stanzina aveva il soffitto con le travi di legno, il comò con lo specchio dentro una cornice dorata, il letto che sapeva di lavanda, il quadro della Sacra Famiglia sopra il letto. Il professore guardò dalla finestra la luce del giorno che si adagiava nel pomeriggio della campagna mentre lontano si spegneva il rumore della corriera che andava chissà dove, e chissà se sarebbe ripassata nei giorni feriali o festivi o forse mai.

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     Dicembre 15, 2009 Pubblicato in Racconti -       Leggi Tutto

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