di angela maria di lelio
Ho sempre fatto il barista, fin da ragazzino.
Allora il lavoro minorile non era un problema. Ero così piccolo che non arrivavo neanche al bancone, ma avevo i miei incarichi.
C’erano da mettere via le bottiglie sul retro del bar, dentro cassette di colori diversi che all’ interno avevano uno scomparto per ogni bottiglia.
Cassette verdi per l’acqua minerale , cassette gialle per le bibite, rosse per la birra.
Una volta alla settimana il camioncino scassato della distribuzione veniva a portare le cassette nuove e a portare via i resi. Quelle cassette colorate sono stati gli unici Lego della mia infanzia.
C’erano da svuotare i portacenere e da pulire i tavolini passando lo straccetto. Per quanto lo strizzassi con tutte le mie forze, rimanevano sempre sul tavolo strisce di goccioline d’acqua che non volevano andare via . Poi ho imparato che, con uno straccio asciutto nell’altra mano era tutto più semplice.
Sono sempre stato magrolino e le brioches e le paste conservate dietro al vetro, le piramidi di cioccolatini, le file composte di pacchetti di caramelle non mi hanno mai attratto. Neanche gli avventori mi hanno mai attratto.
Non mi vedevano neanche e neanche io avevo voglia di vedere loro.
I miei genitori erano indaffarati , preoccupati e stanchi ogni giorno dell’anno.
Appena ho potuto me ne sono andato. Ho lavorato molto e ho messo da parte ogni centesimo.
Non ho mai desiderato di niente di più dello stretto necessario .
E quando ho visto in vendita quel baretto in Corso d’Augusto, in pieno centro a Rimini, me lo sono comprato.
Credo che sia il bar più piccolo d’Italia.
Appena entrati, sulla sinistra, c’è il bancone . Lo spazio per fare i caffè è appena sufficiente anche per uno magro come me. Anche dal lato dei clienti c’e’ appena lo spazio per uno e se entrano in due bisogna che si destreggino un po’ per non intralciarsi, specie d’inverno, con i giacconi pesanti. In fondo, il bancone si allarga un poco e lì posso mettere le paste e i panini. Lungo il muro, dal lato dei clienti, ci sono tre sgabelli alti e un piccolo ripiano dove posare giusto una tazzina. I giornali li lascio appoggiati sugli sgabelli e quando qualche cliente si mette a leggerne uno, riesce a farlo solo se non lo apre troppo. Nella vetrinetta che dà verso la strada metto in mostra dei prodotti di fascia medio alta per invogliare i passanti a dare un’occhiata. Marmellate inusuali , miele di varie qualità, tè ricercati, tutti in confezioni un po’ originali destinate a chi cerca un piccolo regalo di grande effetto e di importo tutto sommato abbordabile.
Finalmente non devo più dipendere da nessuno.
La mattina, prima di aprire vado a ritirare i giornali , le paste e i panini.
Poi accendo la macchina del caffè, che deve essere ben calda per quando arriveranno i primi clienti, e inizio a preparare con cura i panini. Sono pochi, ma tutti di tipi e farciture diverse.
Verso le sette e mezzo per la strada incomincia a passare qualche viandante, insieme al camioncino della spazzatura e a qualche auto autorizzata al transito nel centro storico.
Fino alle otto, otto e un quarto, entra qualche dipendente delle banche e delle assicurazioni lì intorno. Non hanno voglia di parlare: si bevono il loro caffè, si mangiano la loro pasta , danno un’occhiata alla pagina sportiva e se ne vanno.
Più tardi arrivano le ragazze dei negozi, che aprono fra le nove e le nove e mezzo. Sono sempre trafelate , irrequiete. Fanno un po’ dentro e fuori dal bar mentre bevono, mangiano e parlano al telefonino con la voce troppo alta . Rovistano a lungo nelle grandi borse piene di tutto per trovare il borsellino e quando l’hanno trovato non hanno mai monete spicciole per pagare la consumazione. Portano rumore e confusione, sono piene di vita . Preferisco i clienti della mattina presto.
Nella tarda mattinata, dai palazzi d’epoca che si affacciano sul corso escono avvocati vecchi e giovani per un aperitivo. Poi ritorna un po’ di quiete per i panini del pranzo mangiati leggendo le notizie.
I clienti sono ripetitivi, ma la gamma delle loro richieste è molto ampia. Caffè ristretto, caffè lungo, caffè macchiato, macchiato freddo, macchiato caldo, corretto, con panna, cappuccino con il latte di soya, con spolverata di cacao, tiepido senza schiuma e via di seguito. Loro ogni volta specificano, io non dico niente, ma so già quello che vogliono.
Mi sono inserito bene fra i bar di vecchia data della via: una parte della clientela preferisce non avere un barista sempre pronto a chiacchierare e a scherzare ogni giorno che dio manda sulla terra.
Dopo un anno passato così, finalmente solo, mi sono però un po’stancato.
La giornata è lunga, senza nessuno a darmi il cambio, e la domenica, quando il bar è chiuso, è una catena di ore lente e noiose.
Non mi posso mai allontanare, e devo fare acrobazie per comprare il prosciutto e il formaggio per i panini. Anche assentarmi per andare in bagno è un problema.
Stavo giusto pensando a questo quando è arrivata Anna.
E’ alta , magra, capelli corvini : si direbbe me in versione femminile .
Si è offerta di lavorare come apprendista nel bar e io, non so bene perché, le ho detto subito di sì, per un periodo di prova. Le ho spiegato cosa deve fare e come deve farlo. Tutto sommato mi costa poco e per qualche settimana potrò prendermi alcune libertà, un po’di calma. Poi, amici come prima.
E’ arrivata puntuale la mattina presto, si è messa un grembiule bianco e inamidato sopra il suo abitino nero . Io sono uscito per fare i soliti acquisti mattutini.
Sono tornato che i primi due clienti erano già stati serviti. Quando se ne sono andati li ha salutati con un sorriso augurando una buona giornata.
Man mano sono arrivati gli altri. I bancari, gli assicuratori, le commesse, gli avvocati. Per ognuno una parola gentile, un sorriso, un saluto educato .
Non le ho detto niente. Non mi ha detto niente. Anna è una persona riservata, come me . Ma, a differenza di me, si capisce , per la sua compostezza, che lei alla gente ci tiene , che le fa piacere servirla bene, augurarle una buona giornata con un sorriso dolce e timido che non pretende niente in cambio. E dall’altra parte del bancone i clienti, involontariamente, le sorridono con la stessa grazia.
Un po’ alla volta la clientela è aumentata, per fortuna nei momenti della giornata che prima rimanevano morti , così che il problema dello spazio ristretto non è peggiorato.
Vengono a godersi un caffè e il dolce sorriso di Anna. Vengono a rifornirsi di una gentilezza pulita e gratuita.
Il periodo dell’apprendistato è passato e io non le ho detto niente. Anche lei non mi ha detto niente ed è rimasta.
Sono passati dei mesi e un po’ alla volta, impercettibilmente, mi è parso che il grembiulino inamidato di Anna fosse sempre un pochino più arricciato. La sua pancia piatta ha incominciato ad arrotondarsi . E poi me l’ha detto. Aspetto un bambino.
Mi ha sorriso . Le ho sorriso anch’io.






