Racconto/Amiche

di vanessa pennacchini

L’appuntamento è in Piazzetta.
Romina è in ritardo, come al solito. Ma quando arriverà, il maquillage e l’acconciatura impeccabile la giustificheremo. Mentre la aspettiamo io e Daniela ci prendiamo un aperitivo.
Questa sera Rimini è fredda. Il clima mite di settembre ha lasciato posto ad un precoce e rigido inverno. Ci sediamo comunque all’aperto a fumare sigarette. Piero, il barista, ha acceso le stufette a fungo. Gli ordiniamo un bicchiere di Chianti. Lui dice che fa resuscitare anche i morti.

“Sono contenta che hai organizzato questa serata!”, dice Daniela. Dalla sua bocca esce una nuvola di fumo che si mescola a quello delle sigarette. “Era da tempo che non facevamo un’uscita tra donne”, aggiunge. Mangia con voracità le patatine che ci ha portato Piero. Poi arriva al punto. “La situazione sta peggiorando”, dice.
L’espressione assorta la rende ancora più bella. Ha grandi occhi neri che terminano in lunghe ciglia definite dal mascara. I riccioli dei capelli sembrano scolpiti. Come al solito indossa abiti scuri che mettono in risalto la sua carnagione chiara.
Agita il calice di vino appoggiato sul tavolo. Le sue gambe stanno tremando, i suoi piedi picchiano sul pavimento del gazebo e fanno dondolare anche la mia sedia.
“Mi ha mandato un messaggio poco fa”. Fa una pausa. “Mi vuole vedere”, aggiunge.
I contatti col suo ex storico, dopo anni di lontananza, finora si erano limitati a sporadici sms.
“In che senso?”, le chiedo sorpresa, e bevo un sorso di vino per mandar giù la tartina al tonno.
“Nel senso che se gli dico di sì lui arriva da Firenze.” Mi guarda dritto negli occhi. “Molla tutto per passare un week end con me”, aggiunge alzando il tono di voce.
“E Sergio?”, le chiedo preoccupata.
Un’oscillazione più decisa fa schizzare una goccia di vino dal calice di Daniela.
“Voglio stare con Sergio per tutta la vita. Ma adesso Riccardo si è rifatto vivo e tu sai cosa c’è stato tra noi”, risponde con un filo di voce.
Lo so benissimo. E’ una di quelle storie che non si dimenticano. E’ stato il suo primo amore. Ogni week end dovevo reggerle il gioco. Raccontavamo ai suoi genitori che dormiva a casa mia, o che eravamo in gita con la scuola, o altro ancora, e lei invece correva dal suo Riccardo col treno del sabato mattina. La domenica sera aspettavo con ansia il suo ritorno. Ci buttavamo sul divano e lei mi raccontava le novità passionali delle sue giornate toscane.
Poi la lontananza è diventata insopportabile. Lui era sempre più geloso. La chiamava ad ogni ora per chiederle dov’era e con chi era. Quando scendeva a Rimini sottoponeva Daniela, Romina e me ad interrogatori incrociati. Voleva verificare che le deposizioni coincidessero. Diceva a Daniela che aveva bisogno di averla vicina. Ma nessuno dei due era ancora pronto a trasferirsi. Così si sono lasciati. Daniela però non ha mai smesso di sognare i suoi bicipiti. Neanche ora, anche se è sposata da due anni con Sergio e lo ama alla follia.
A volte vorrei consigliarle di lasciarsi andare, fregarsene di tutto e godersi questa passione. Ma da me si aspetta altro. Io sono la voce della sua fragile coscienza.
“So che è difficile, ma pensaci bene. Per una notte rischi di mandare all’aria una vita intera”, dico, prudente.
Mi sorride. Aveva bisogno di scaricare su di me la responsabilità di un possibile rimpianto.
“Lo so. Infatti pensavo di rispondergli di no. Non riuscirei più a guardare in faccia Sergio.” Sospira. “Anche se me ne pentirò”.
Alzo il bicchiere, e spero di sollevare anche il suo morale.
“Alle occasioni perdute… e alle scelte giuste”, dico.
“Sarà”, ribatte lei. Quello sguardo furbetto ce l’ha sin dai tempi dell’asilo. “Rinunciare a una scopata così non mi sembra giusto!”, dice sbattendo le lunghe ciglia.
La guardo perplessa, poi scoppiamo a ridere.

“Arrivo sempre troppo tardi. Cosa mi sono persa?”. La sua voce rauca ci coglie di sorpresa.
“Perchè sbuchi così all’improvviso?”, le chiedo, voltandomi di scatto.
Romina ha capelli lisci, biondo platino, perfettamente scalati. Deduco che il ritardo di oggi è dovuto al colore e al taglio freschi di parrucchiere. Il trucco è pesante. Il rossetto color mattone risalta sulla pelle di porcellana. Il tailleur gessato è sbottonato al punto giusto. Indossa sandali con tacco alto in pieno inverno.
Il suo aspetto femminile contrasta con la sua voce. Voce da uomo in un corpo da bomba sexy e quando si sveglia la mattina, e dà il buongiorno, chiunque giaccia al suo fianco fa un balzo giù dal letto, ci racconta. Ma poi aggiunge che a tutti basta uno sguardo, per riprendersi. Ha un problema congenito alle corde vocali, ma lei non lo ha mai visto come un problema. Quando le diciamo che parla come un camionista, lei ribatte: “Nessuno se ne è mai lamentato finora, soprattutto certi camionisti che conosco!”
Ridiamo tutte e tre. Daniela si agita sulla sedia, solleva le gambe, urta contro il tavolino, facendo cadere il suo bicchiere, ormai vuoto.
E’ sbadata. I suoi movimenti sono troppo veloci. Ogni azione è uno scatto. Lei dice che è dovuto alla sua vitalità. Ad ogni modo il risultato è che spacca un sacco di cose.
Piero ci è abituato e arriva subito con scopa e paletta. Indossa la maglietta a maniche corte anche oggi. E, nonostante il freddo, i suoi pochi capelli sono appiccicati alla nuca, per il sudore.
Ognuna di noi ha preso strade diverse e vive per conto suo, ma Piero è il nostro approdo sicuro. E’ come un zio. Pesa più di un quintale ed è alto più di due metri. Ci dà un forte senso di protezione.
Frequentiamo il suo bar da quando eravamo adolescenti. “Quella merce non è in vendita”, borbottava, quando qualcuno si avvicinava a noi.
“Fortuna che non ti portiamo in giro, Piero, altrimenti non batteremmo chiodo”, lo sfotteva Romina. In realtà ci faceva piacere che ci proteggesse.
E anche ora che siamo adulte, si avvicina trascinando gli scarponi pesanti, ci rimprovera e ci mette in guardia.
“Avete finito di far danni? State attente, siete pericolose stasera”, dice con la sua voce profonda.
“Sei sempre il solito”, gli dice Romina avvicinandosi a lui. “Pensa agli affari tuoi cafone”, lo sbeffeggia. E’ in punta di piedi perché vuole arrivare all’altezza dei suoi occhi. Ma deve comunque inclinare la testa di novanta gradi.
“Di solito questa sceneggiata dura parecchio”, dico rivolgendomi a Daniela. Prendo sotto braccio Romina e la trascino via.

“E col tuo cafone come va invece?”, le chiede Daniela mentre ci incamminiamo.
Romina è la single del gruppo, ha quarant’anni suonati ma attira ragazzi come le api dal miele. Le piace la carne fresca, dice. La carne fresca però va a male in fretta. Così lei, dopo pochi mesi, la getta via.
“E’finita. Mi aveva stufato”, dice con aria sufficiente. “Voleva che andassi a vivere con lui, dopo tre mesi”.
Io e Daniela ci blocchiamo dietro di lei. La guardiamo rapite.
“Secondo voi dovrei riempirmi di debiti e sacrificare il mio spazio vitale per condividere il bagno con uno sbarbatello appena svezzato?” Non aspetta una risposta e continua a camminare davanti a noi. “Che torni dalla mamma”, dice agitando la mano destra. “L’altra sera invece ho conosciuto un tipo niente male”, riprende, con sguardo predatore. “Studia ingegneria. Ha un futuro, il ragazzo”, dice alzando il mento.
“La facoltà di ingegneria è tosta”, dico io mentre attraversiamo Piazza Cavour. Mi concentro sugli scalini e cerco di assumere un’espressione seria. “Ha davanti a sé almeno cinque anni di studio. Sicura di riuscire a stare con lui fino alla laurea?”
Coglie la provocazione. Si tocca il mento. “A pensarci bene gli ingegneri devono essere noiosi”, risponde. “Intanto lo testo, poi se in futuro dovrò realizzare un progetto lo chiamerò.” Mi dà una gomitata. “Anche se a quel punto sarà già “stagionato!”, si affretta a puntualizzare.

Ridiamo. Scherziamo. Come vuole Romina. Ma io e Daniela conosciamo la sofferenza che si nasconde dietro il suo atteggiamento. Un uomo, non un ragazzino, è stata l’origine del suo cambiamento, cinque anni fa. Avevano dei progetti. Romina ci parlava della figlia che voleva avere da lui. Saremmo state le sue zie, diceva. Anche se temeva che avremmo potuto portarla sulla cattiva strada. Era felice. Poi, un maledetto giorno, mi si cariò un dente. Faceva un male terribile. Paolo, così si chiamava, era un dentista. Uno dei più affermati di Rimini.
Quando le dissi che volevo prendere un appuntamento, Romina mi accompagnò nel suo studio. Le avevo chiesto il numero di telefono ma lei aveva insistito per fargli una sorpresa. Disse che da Paolo quel giorno c’era solo il tecnico per preparare degli impianti e così, senza pazienti avremmo potuto parlare un po’. E poi voleva raccogliere indizi per scoprire il suo programma per la serata. Era il loro anniversario, quel giorno.
Romina parcheggiò la Mini Rossa in divieto di sosta, come sua abitudine. Salimmo le scale. Ricordo che quel corridoio lungo e buio dava un forte senso di pesantezza. Romina aveva le chiavi. Aprì la porta piano, per non farsi sentire. Quando entrammo la scena fu cruda. Paolo era sdraiato sulla poltrona inclinata. Sopra di lui c’era una bionda. Lo cavalcava con una veemenza che faceva traballare la poltrona.
Quando ci vide arrivare Paolo scostò la bionda con forza. Si alzò di scatto colpendo con la mano la vaschetta che aveva di fianco. Gli arnesi caddero tutti a terra provocando un rumore prolungato.
Romina non disse niente. Si voltò e se ne andò. La seguii, perché temevo che avrebbe potuto fare una sciocchezza. Salimmo in macchina. Non disse niente nemmeno quando estrasse la multa trattenuta dal tergicristalli. Mise in moto, guidò fino a casa sua. In un paio d’ore riempì degli scatoloni e due valigie.
Da quel giorno, il giorno del loro anniversario, non ha più voluto parlare di Paolo e non permise a noi di farlo. Non ha più accennato al sogno di avere una famiglia. E una sera, davanti ad un aperitivo, ha giurato che non avrebbe permesso a nessun altro uomo di trattarla così. Da quel giorno Romina è diventata la mangia uomini che conosciamo.

Attraversiamo la Vecchia Pescheria. C’è un mercatino dell’antiquariato. Ci fermiamo ad un paio di bancarelle, ma diamo un’occhiata veloce e proseguiamo. Siamo affamate. Entriamo in una nuova osteria, che ha scovato Daniela. Il locale è pieno. L’arredamento è piuttosto povero. Travi di legno a vista, soffitto alto. Il bancone del bar è di mogano scuro con gli sgabelli, e ricorda un pub inglese.
I tavoli sono apparecchiati con tovagliette di carta paglia, come deve essere in un’osteria. E’ un’osteria di pesce. C’è un acquario alla nostra sinistra. Dentro, le aragoste si muovono agitate.
Ci sediamo, ma Romina si alza subito per andare alla toilette.
“Si è sciolto lo stucco?”, la prendo in giro.
“Vado solo a lavarmi le mani”, risponde lei con una smorfia di disappunto.
Mi volta le spalle e va in bagno, ancheggiando.

“Quindi ha quasi finito il ciclo di radioterapia”, mi chiede Daniela. Apre il tovagliolo e se lo appoggia in grembo.
“La prossima settimana”, rispondo con un sospiro. “Dovrà fare molti controlli ma, se Dio vuole, quest’incubo è finito”.
Continuo con aria di sfida. “Quella maledetta palla non ha lasciato strascichi. L’ecografia non ha rivelato metastasi.”
Marco, il mio ragazzo, è stato operato da poco di un tumore al collo. E’ andato tutto bene, ma è stato un periodo difficile. Le mie amiche lo sanno. Mi sono state vicine nel momento più duro della mia vita.
Appena saputo l’esito della biopsia mi sono sentita morire. Ma avevo giurato di non piangere e di essere forte anche per Marco. Non ne parlai con nessuno. Ero decisa a portarmi addosso tutto il peso del dolore senza condividerlo. Forse con l’illusione che non parlandone sarebbe sparito prima.
Invece qualche giorno dopo Romina mi chiamò. Voleva raccontarmi con precisione della scopata con un fusto che aveva conosciuto la sera prima in palestra. O almeno credo. Non riuscivo ad ascoltarla e non riuscivo a risponderle o a ridere. Scoppiai a piangere. Versai tutte le lacrime che fino a quel momento avevo soffocato. Romina mi chiese cosa avevo, ma a me non usciva la voce.
Dopo mezz’ora lei e Daniela erano sotto casa mia con gelato e film. Ho tirato fuori il mio dramma tutto d’un fiato. Ho raccontato loro il mio dolore. E subito dopo mi sono sentita meglio.
Loro prima mi hanno sgridata per non averle chiamate subito. Poi Daniela ha infilato Ocean’s Eleven nel lettore DVD. “Ora basta lacrime. Oggi ci dobbiamo commuovere solo di fronte alla scena di Brad Pitt e George Clooney che progettano il loro colpo seduti sul divano”, disse.
Romina arrivò con la vaschetta di gelato. “E immaginare di stare in mezzo a loro”, concluse.
Mangiammo il gelato tutte e tre, direttamente dalla vaschetta. Guardammo il film sul divano, con le gambe avvinghiate, tra risate e scherzi. Non pensavo alle ecografie, al ricovero in ospedale, all’operazione che ci attendeva.
Nei giorni successivi ho affrontato la malattia di Marco con l’aiuto delle mie amiche. Daniela mi ha accompagnata in ospedale il giorno dell’operazione, ha condiviso con me l’estenuante attesa. Sei ore in sala d’aspetto. E’ riuscita a rendere sopportabile perfino quella giornata. Mi ha distratto parlandomi dei suoi falsi problemi, ha bevuto con me una decina di caffè e mi ha aiutato a non impazzire.
Romina ha scarrozzato diverse volte me e Marco per ospedali, visite e terapie, quando lui doveva portare il collare ed io ero troppo agitata per guidare. Io e Marco ora ridiamo, quando pensiamo alla sua guida spericolata. Era più preoccupato quando era in macchina con Romina di quando doveva attendere l’esito di un esame, mi dice.

Quando torna, Romina, sente di cosa stiamo parlando e cerca di sdrammatizzare.
“Oggi niente pensieri brutti. L’imperativo è bere, mangiare e divertirsi”, dice alzando il bicchiere. E’ ancora vuoto e protesta. “Non ci vogliono far bere in questo locale?”, dice.

Il cameriere arriva a prendere le ordinazioni. Deve essere il proprietario. Dà ordini agli altri. E’ un uomo alto ed esile. Il naso aquilino sporge dal suo viso smunto. Occhiaie pronunciate e occhi infossati. Le labbra sono sottili e la stempiatura vistosa.
Ordiniamo un antipasto freddo a testa, un fritto misto per due e un bianco della casa.
“A posto così?”, chiede con aria frettolosa senza nemmeno guardarci in faccia.
La smorfia con cui ci pone la domanda rivela un certo disappunto.
Appena ci volta le spalle, Romina gli fa il verso. “Gargamella non ha gradito la nostra ordinazione”, dice, facendo un gesto con la mano per enfatizzare la forma pronunciata del naso del padrone.
La cameriera appoggia sul tavolo la caraffa di vino e fa un risolino. Ha apprezzato la battuta, penso.

Osservo le mie amiche. La delicatezza del viso di Daniela. Le sue labbra carnose diventano ancora più piene, mentre succhia una canocchia. Mi chiedo se avrà la forza di respingere il suo primo amore.
Poi vedo la fragilità di Romina, nascosta dietro il suo aspetto da donna glamour. Spero che un giorno qualcuno riuscirà ad intaccare la corazza che si è costruita. Spero che riuscirà ad essere di nuovo felice.
Daniela gesticola animatamente, Romina fa battute sconce con voluta compostezza.

La cena è stata molto mediocre. Il fritto misto era impregnato d’olio. Le cozze erano rinsecchite. Sembrava fossero state strizzate. Il cocktail di scampi era tutto maionese e niente scampi.
“Non so se sono più dure le olive o i calamari”, ha detto Daniela dell’insalata di pesce.
Le alici erano sommerse dall’aceto ed il San Pietro dal pepe.
“Non pensavo di doverlo ammettere”, ho detto, “ma ho mangiato meglio l’ultima volta che hai cucinato tu, Romina”.
La cameriera sta sparecchiando, urta contro la nostra terza caraffa di vino e la rovescia.
“Scusate”. E’ esageratamente preoccupata.
“Non fa niente. L’avevamo quasi finita”, dico io alzando le spalle.
“Che cavolo hai combinato?”, dice con voce arrogante il padrone. E’ sbucato fuori da non so dove.
“Sei un disastro”, grida.
La ragazza parla con accento straniero. “Ora io sistemo”, dice e si affretta a pulire. La sua mano trema.
La aiutiamo, cercando di scherzarci su. “Se ti può consolare la nostra amica” le dico indicando Daniela e passando il tovagliolo sulla macchia di vino “detiene il primato di un bicchiere rotto ogni due sere che usciamo”. Accenna un timido sorriso, poi ci ringrazia e se ne va.
Quando torna in cucina il proprietario è sull’uscio e l’aspetta. Urla di nuovo qualcosa. Alza addirittura le mani in segno di minaccia. Poi la spinge dentro.
“E’ un negriero”, dice Daniela.
“E’ il classico codardo che assume le straniere per due soldi e poi le tratta come animali da soma”, dico anch’io.
“Speriamo almeno che la moglie lo tradisca”, conclude Romina con la sua voce cavernicola. Posa con delicatezza la tazzina di caffè sul tavolo.

Chiediamo il conto. Vogliamo uscire da questo posto e fumare una sigaretta. Mentre aspettiamo ci mettiamo d’accordo per la serata. O meglio litighiamo. Daniela vuole fare un giretto tranquillo al pub, mentre Romina vuole andare in discoteca. E’ il luogo ideale per la caccia alla carne fresca.
“Quel verme non ci ha ancora portato il conto”, le interrompo. Mi sbraccio e ottengo solo un cenno col capo. Ma il conto non arriva. Mi alzo.
“Ragazze si va a fumare”, dico.
Indossiamo cappotti e borsetta e usciamo.
Romina rassicura il padrone, che sta passando di lì. “Andiamo fuori a fumare. Non scappiamo”, dice.
Il freddo si è fatto più pungente. Un gruppo di adolescenti sta armeggiando con cartine e tabacco. Decidiamo per la discoteca. Romina estrae il cellulare dalla borsa per chiamare un pierre che ha conosciuto tempo fa.
“Non mi dispiace affatto rivederlo”, dice mentre si accende la sigaretta.
“Sei incorreggibile”, le dico, e le do una leggera pacca sul sedere.
“Bisogna tenersi in allenamento”, ribatte lei, saltellando prima su un piede e poi sull’altro per scaldarsi, “in tutti gli sport.”
“Hai ragione”, dico. “Anche io e Marco da qualche giorno abbiamo ripreso gli allenamenti”, aggiungo.
Romina smette di spingere i tasti del telefonino. Daniela tossisce mentre butta fuori il fumo. Si avvicinano entrambe.
“Il collo non gli fa più male e il dottore dice che può muoverlo, purchè stia attento a non subire traumi.” Faccio una pausa. “Io sono molto delicata”, aggiungo.
“Ecco perché sabato l’abbiamo visto così bene. E con un gran appetito.”, dice Daniela.
Subito dopo si incupisce.
“Invece io e Sergio non ci alleniamo da un po’”, confessa.
La guardiamo stupite.
“Dici sul serio?”, le chiedo. “Non mi avevi detto nulla”, aggiungo preoccupata.
“E’ colpa mia”, dice lei abbassando lo sguardo. “Non lo desidero più come prima”.
Cala un silenzio imbarazzante.
Poi interviene Romina. “Secondo me dovresti toglierti uno sfizio”, dice, e getta lontano la sigaretta, sparandola con l’indice e il pollice.
Mi volto verso di lei e strabuzzo gli occhi. “E non pensi al povero Sergio?”, le chiedo.
“E’ proprio a lui che penso”, si difende lei. “Sto solo dicendo che Daniela ha il chiodo fisso del suo ex. E finchè continuerà a pensarci non potrà dedicarsi completamente a Sergio”.
“Romina ha ragione”, interviene Daniela con voce sommessa. “Sono settimane che sogno Riccardo. La mattina mi sveglio e penso a lui. A volte Sergio mi chiede qualcosa ed io nemmeno gli rispondo”.
“Come volevasi dimostrare”, mi dice Romina allargando le braccia. “Ha bisogno di una notte con Van Damme”.
Accenna un sorriso e posa il braccio sulla spalla di Daniela. “Poi tornerai da Danny De Vito”, le dice.
Mi arrendo. Riprenderò il discorso quando sarò sola con Daniela, senza Romina di mezzo. O forse no.

Torniamo a parlare del proprietario del locale.
“Almeno quelli più giovani non sono così acidi”, dice Romina.
“Quando rientriamo, se la cameriera ha un occhio nero chiamo la polizia”, dico io.
“Potremmo segnalarlo all’amico di Sergio, il finanziere”, dice Daniela.“Loro trovano sempre il modo di punire qualcuno”, dice. “E poi la qualità del cibo è imbarazzante”.
Siamo arrabbiate.
Le tre caraffe di vino fanno il resto.
Ci guardiamo attorno. I ragazzi vicino a noi hanno facce stordite e altro a cui pensare. Attraverso le vetrate del ristorante si intravede la cameriera. Ha un’aria umiliata e sembra stia facendo di tutto per non peggiorare la sua situazione. Sparecchia con cura, curva sui tavoli, facendo attenzione a non provocare danni. Si volta di continuo, vuol vedere se qualcuno la sta controllando. Il suo viso è terrorizzato. Ha paura di perdere il lavoro, anche se non perderlo significa farsi umiliare.

Ci scambiamo un’occhiata. Frughiamo tutte e tre dentro la borsetta e controlliamo che ci sia tutto.
“Ragazze si va”, dice Romina.
Cominciamo a camminare. Acceleriamo il passo. Per farci coraggio ci spingiamo a vicenda, in modo piuttosto goffo. Tolgo la sciarpa come per alleggerirmi. Daniela fa lo stesso.
Pensiamo solo a correre.

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     Gennaio 12, 2010 Pubblicato in Racconti -       Leggi Tutto

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