Racconto/L’albero delle arance

Gennaio 13th, 2010

di selene contadini

Solitamente Fabbri Pietro, il capofamiglia, era silenzioso quando cenava ma in quel periodo dell’anno, novembre, c’era qualcosa di cui parlare e l’argomento coinvolgeva tutti. Le arance dell’albero stavano maturando e dal colore verde erano passate all’arancio. Si facevano pronostici sui tempi della raccolta.
I componenti della famiglia erano il Signor Fabbri Pietro e la moglie Lucia, settantenni, e i tre figli Paolo, quarantenne, il maggiore, Annamaria, trentotto anni e Luisa, ventenne, la più piccola.
Era strano che in una città del nord un albero di arance fosse cresciuto così rigogliosamente. Forse la spiegazione era la posizione. Era stato piantato sul lato interno della casa che non dava sulla strada. Sullo stesso lato era stata costruita un’altra abitazione. L’albero era cresciuto rinchiuso fra i due lati delle case e godeva di un clima mite.
Ma questa spiegazione razionale non significava niente per Annamaria. Per lei l’albero era un miracolo della nonna, che, da quel che raccontava confusamente la mamma, quando l’aveva comperato credeva fosse una pianta di limoni. Per anni era semplicemente stata una pianta che non dava fiori. Quando, per la prima volta, i fiori bianchi sbocciarono in primavera, e poi le arance maturarono a dicembre, fu per tutti una sorpresa.
A parte quell’albero, il resto del giardino, che invece dava sulla strada, non era un granchè. Spoglio in inverno e colorato in estate per via dei gerani, gli unici fiori che la Signora Lucia riusciva a curare e a tenere in vita. Annamaria si era ripromessa che avrebbe curato lei quella parte della casa, magari coltivando qualcosa per renderla meno spoglia. Aveva fatto piantare una magnolia al padre e, l’anno successivo, due prunus. Quello che mancavano erano piante più piccole sotto quei tre alberi che abbellivano la parte alta della casa. Cosa che aveva fatto con l’albero delle arance. Nel piccolo fazzoletto di terra dove affondavano le radici aveva sistemato delle piccole piante grasse.

Da marzo ad aprile, dai rami spuntavano piccoli fiori bianchi e profumati.
Luisa, la figlia piccola, era nauseata dall’odore e, a differenza degli altri quattro componenti della famiglia, non lo chiamava profumo. Le faceva venire l’emicrania, era troppo forte e lei, che adorava prendere il caffè seduta sul terrazzo dalla primavera fino ad ottobre, doveva rinunciarci. Ogni tanto ci riprovava, si versava il caffè nella tazzina a tavola, usciva sul terrazzo, si sedeva sulla sua sedia in plastica bianca, che lei chiamava la sua sedia da caffè, resisteva un paio di secondi, poi rientrava dicendo: – Che puzza! –
Il fratello le rispondeva: – Non capisci niente -.
Lei scrollava le spalle e finiva di bere il suo caffè in casa.
Il fratello allora le diceva: – Se ti fa venire il mal testa, perché esci sul terrazzo?, sai che è così, in questo periodo –.
Lei, costretta a dare una spiegazione, rispondeva:
- Ci provo. Anche se non mi piace l’odore, l’albero è bello –
Per Luisa l’albero delle arance avrebbe dovuto essere inodore, allora sarebbe stato perfetto. Lo considerava un soggetto ideale per un quadro. Cominciò a scattare fotografie che sarebbero state inodori e stupende. A tavola le guardavano tutti insieme e dicevano: – Guarda che bella questa -.

Per Annamaria, invece, l’albero era un miracolo vivente. Le ricordava la nonna, che spesso la veniva a trovare in sogno. Una volta, più che di un sogno si trattò di una visione. Si rigirava nel letto. Non riusciva a prender sonno e ad un certo punto la vide lì, proprio accanto al suo letto, vestita con una gonna ed una maglia grigio fumo, esattamente come se la ricordava, con il viso largo. Poi si addormentò. Al mattino disse a tutti che aveva sognato la nonna, ma mentì, perché l’aveva proprio vista. Era uguale alla foto esposta sulla sua tomba, al cimitero. Le piaceva andare a trovare la nonna al cimitero perché con lei si poteva confidare ed ogni volta che aveva finito il suo sfogo le pareva che la nonna le dicesse: – Stai tranquilla -.
- Lei era morta e faceva presto a dire Stai Tranquilla – Pensava Annamaria. Soffriva di malinconia fin da piccola, come se qualcosa la rendesse dolce ma spesso, e incomprensibilmente, triste. Anche perchè era una donna fortunata. Aveva la salute, aveva una famiglia, aveva una casa, aveva amici, e aveva avuto anche l’amore. Cominciò a convincersi che non solo esiste l’infelicità dovuta alle esperienze negative della vita, ma anche un tipo di infelicità che si aggira nel corpo di una persona, tra il sangue, i muscoli e gli organi. Testarda, tornava dalla nonna, al cimitero, sperando ogni volta in una nuova rivelazione. Ma la nonna insisteva con il suo – Stai tranquilla – Poi, un giorno, Annamaria pensò che i morti non sono portati per i lunghi discorsi oppure non sanno scegliere le parole giuste. Si convinse che fosse così e imparò a mandare a quel paese la sua malinconia congenita e crebbe con il sorriso sulle labbra.

A tavola, a proposito dell’albero delle arance si spendevano molte parole, ma erano sempre le stesse e ripetute più volte: – Quanto è bello, che pianta rigogliosa, quest’anno farà più arance, quest’anno ne farà di meno, quest’anno non saranno aspre, quest’anno sono più grosse, quest’anno sono più piccole, quest’anno saranno più dolci …-
Ma, ad un certo punto della conversazione, sul viso della Signora Lucia si formava una piega di preoccupazione che le spegneva il sorriso. Zittiva tutti e diceva:
- Al momento giusto andrà potato -.
L’albero toglieva luce a una parte del boschetto dei vicini, che delimitava il confine. In quel punto il boschetto non cresceva più, sottomesso dal vigore dell’albero e incapace di reagire a quella ombra superba, di fronte alla quale sembrava essersi intimidito. Lucia ripeteva ai vicini che le arance che crescevano sulla loro parte erano loro e che le raccogliessero, quando fosse stato il momento. – Sono le vostre, quelle, raccoglietele – diceva con voce gentile sporgendosi dal terrazzo. E i vicini ringraziavano per l’offerta che impediva loro di essere fermi e decisivi e non riuscirono mai ad imporre alla famiglia Fabbri di tagliare i rami che passavano sulla loro proprietà. La Signora Lucia li rassicurava. Il marito avrebbe tagliato i rami, trascorso l’inverno, al momento giusto della potatura, perché se l’avesse fatto prima sarebbe stato come uccidere l’albero. La sera, a tavola, disse:
- La ruota gira. In passato eravamo noi che chiedevamo loro di tagliare il boschetto, quando era troppo alto e toglieva luce alle finestre del pianoterra. Ora sono loro che chiedono la cosa a noi. La ruota gira -.
In cuor suo sperava che questo non facesse nascere uno di quegli antipatici litigi fra vicini, che lei, donna che amava il quieto vivere, non sopportava e non sapeva gestire. In realtà temeva che se i vicini si fossero incaponiti sul taglio dei rami, allo stesso modo avrebbero fatto il marito e il figlio per contrariarli, dal momento che erano irruenti, di carattere. Sarebbe potuta nascere una lite furibonda. Avrebbe dovuto essere brava lei, a gestire le cose, per evitare che qualcosa succedesse. Pensava: – Le donne di famiglia sono brave quando sanno calmare gli animi dei propri uomini e sanno indurli a comportamenti civili. Non vedeva l’ora che arrivasse l’ora della potatura per avere un pensiero in meno.
Il marito faceva finta di non sentire e non ribatteva ai commenti della moglie. Lei allora richiamava la sua attenzione in modo deciso: – Hai capito Pietro? – Pietro rispondeva: – Lo farò. – ma il più delle volte non rispondeva e continuava a mangiare in silenzio, con il viso rivolto verso il piatto. In fondo era un po’ sordo.
A Pietro piacevano gli alberi da frutto in generale. Per lui tutti i frutti erano come le ciliegie, buoni da mangiare appena colti. Faceva così anche con le arance. Le raccoglieva, impaziente, ancora prima che fossero ben mature. – Per verificare – diceva. Le sbucciava con le sue dita grosse e le assaggiava lì, all’aperto. Alla sera invece se ne mangiava una con il pane, a fine cena. Non avrebbe mai potato l’arancio, anche se andava fatto. – Lo farò – rispondeva, solo perché sapeva che era giusto farlo in via di principio. Una vicina di casa gli aveva gentilmente fatto notare che il proprio boschetto non fioriva lì dove fioriva l’arancio. Se, oltre alla vicina di casa ora ci si metteva anche la moglie, non poteva esimersi dal provvedere a quel taglio di rami. Si chiedeva perché due bellezze come quelle, il boschetto e l’albero delle arance, non potessero convivere. E pensò che il senso d’ingiustizia che spesso colpisce gli essere umani non risparmia neanche madre natura.
Tutti i componenti della famiglia erano d’accordo nel sostenere, insieme ad Annamaria, che:
- Quella pianta era talmente bella che avrebbe dovuto apparire bella anche agli altri – Annamaria ripeteva spesso questa frase, a tavola, e tutti l’approvavano, come fosse il verso di una poesia o una formula magica e comunque una frase perfetta. – E’ proprio vero – convenivano.
Paolo, il fratello maggiore, aveva un amico agronomo e gli mostrò l’albero e il frutto. Egli convenne che erano arance di buona qualità. E, dopo quel benestare, l’albero assunse la piena ufficialità di albero da frutto vero. E l’orgoglio aumentò. Ma Paolo non mangiava le arance. Le spremeva, perché il sapore agro gli pungeva la gola e gli legava i denti.
Annamaria una volta aveva ascoltato alla radio la notizia di un contadino che nel suo orto coltivato a patate bianche aveva raccolto una patata rossa, della forma e del peso di un cuore umano. L’episodio aveva fatto scalpore ed era iniziato un pellegrinaggio di persone che andavano a vedere la patata. Un altro miracolo pensò Annamaria e lo paragonò al suo albero. Lo raccontò eccitata al fratello e gli disse: – Cosa ne dici se informiamo un giornale locale. Magari inseriscono il nostro albero fra le curiosità della città. – Il fratello non fu d’accordo, sicuro del fatto che l’albero avrebbe suscitato un gran successo: – No, poi ci verrebbero a rompere le scatole troppe persone – rispose con il petto gonfio e il tono di voce alto.
- Meglio gli estranei che passano di lì, lo notano, si fermano stupiti a guardarlo per qualche attimo e si meravigliano. Accontentiamoci di questo. – Aggiunse Paolo, come se il loro orgoglio dovesse restare il più possibile privato e personale.

Ma si trattava in fondo di una città del nord. Nevicò e le temperature andarono sotto zero per un paio di giorni e poi risalirono bruscamente. Una mattina la famiglia trovò il marciapiedi pieno di arance. Pietro ne raccolse una, la sbucciò e infilò uno spicchio in bocca. La bocca gli si torse, si piegò in avanti, arricciò le labbra e sputò a terra una poltiglia di un colore fra bianco e arancio. Era disgustosa. Il gelo aveva rovinato il raccolto. – Povere arance – disse. Riempì diverse cassette di arance e nei giorni successivi le buttò via, ma non tutte in una volta.
A tavola, abbacchiati, si dissero che si sarebbero dovute raccogliere prima. Sarebbe bastato anticipare la raccolta di pochi giorni e lo spreco sarebbe stato evitato.
Pietro, come se fosse ringiovanito di sessanta anni, rivisse la sua infanzia di bambino di campagna, dove alla sera, anziché guardare la tivù si guardava il cielo e si facevano previsioni sul tempo e sui raccolti. Quel ricordo gli aveva disteso il volto. Il suo sguardo era allo stesso tempo fisso e lontano. Per un breve istante tenne la forchetta sospesa fra il piatto e la bocca, come se il ricordo avesse la precedenza sul boccone. Il ricordo aveva diminuito il dispiacere. – Niente si poteva fare contro il tempo – e questo fu il suo ultimo pensiero, prima di riprendere a mangiare.

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