Racconto/Fuga

di silvia mantovani

La stanza è in penombra. Le luci dell’alba entrano dalle fessure delle persiane. E’ distesa nel letto. La coperta copre il viso fino al naso. Si intravede solo la testa appoggiata sul cuscino e una nuvola di ricci neri. Le pupille brillano tra le ciglia abbassate. L’uomo è di fianco a lei, supino, con la bocca leggermente aperta. Osserva suo marito in silenzio dal nascondiglio tra le ciglia e la coperta. Percorre il profilo dell’uomo con gli occhi. Non si sente nessun rumore. Sembra che non respiri, sembra un cadavere, pensa Marta. Ha l’espressione, di un cadavere.
Marta non ha mai visto un cadavere. Non l’ha mai visto ma se l’è immaginato. Pallido, con il viso privo di tensioni, con un’espressione di aggrappo, di chi chiama aiuto sapendo che nessuno arriverà. Con un’espressione sorpresa, come se assistesse al crollo delle Twin Towers. Ricordava ancora i visi delle persone, mentre guardavano le immagini alla televisione, nel minimarket in cui lavorava. Marta aveva visto le immagini e subito aveva capito.
Sua madre se n’era andata quando lei aveva dieci anni. Se n’era andata una mattina di luglio. Se n’erano accorti dalle valigie sull’armadio, perchè ne mancava una e le altre rischiavano di cadere. Qualche giorno dopo aveva telefonato poi non aveva più parlato con lei. Non si erano più cercate.
Il giorno delle Twin Towers era andata nella stanza sul retro del minimarket per prendere un caffè. Aveva infilato la monetina e intanto guardava lo schermo appeso alla parete. Trasmetteva un programma di cucina. La conduttrice, una giovane donna bionda e riccia, stava cantando una canzone e mimava la bocca di un coccodrillo. Poi il programma sparì. Apparve la sigla del telegiornale e i due grattacieli di New York. Una colonna di fumo usciva dal centro di uno dei due. All’inizio aveva pensato ad un incidente. Quando vide arrivare un aereo e schiantarsi contro l’altro grattacielo, aveva capito. Nella stanza c’erano Gianni, il proprietario del minimarket, Giada, l’altra cassiera, e Augusto il magazziniere. Due clienti, un uomo con i baffi e una signora con i capelli biondi, erano apparsi sulla soglia della stanza e si lamentavano del fatto che alla cassa non ci fosse nessuno. Poi si erano messi a guardare lo schermo anche loro. Tutti osservavano le immagini in silenzio. La nuvola grigia che si alzava dal secondo grattacielo assomigliava al fungo di un’esplosione atomica, ma più piccolo. La cassiera si era dovuta sedere su una delle sedie che c’erano nella stanza. I due uomini invece erano rimasti in piedi. Il cliente con i baffi e la signora bionda erano entrati nella stanza semibuia. I visi erano azzurri, perché l’unica luce proveniva dal televisore. Fu in quel momento che Marta pensò alla faccia di un cadavere.

Osservò la pelle delle palpebre dell’uomo disteso accanto a lei. Erano venate di azzurro. Le narici si dilatavano a ogni respiro e mostravano ombre di peli neri. La pelle nuda nel collo formava delle pieghe, come quelle di un cane chow chow. Erano di un rosa intenso e completamente glabre. La testa era grossa e calva e dello stesso rosa della pelle del collo. Su una guancia era comparsa da poco una macchia più scura per il sole o l’età. Marta fece un espressione di disgusto. L’uomo che aveva sposato era cambiato in fretta. Solo gli occhi e la bocca erano rimasti uguali. Il resto era diventato flaccido.
Pensò alla valigia sotto il letto. Si sedette e la cercò con un tallone. Era fredda e rigida. Si inginocchiò sul tappeto e la tirò verso di sè cercando di non fare rumore. La prese tra le mani e andò in bagno. I bambini nella stanza di fianco dormivano ancora. L’orologio sul muro segnava le sei e quarantacinque.
La sera prima, durante la cena, aveva detto che il giorno dopo non ci sarebbe stata per accompagnare i bambini a scuola. Che doveva alzarsi prima. Che aveva del lavoro da fare. Lo aveva detto mentre si allungava per prendere l’insalatiera. L’uomo era distratto da una notizia del telegiornale. I bambini avevano continuato a tirarsi briciole di pane. “Domani mattina esco prima”, aveva ripetuto più forte, per essere certa che l’avessero sentita.
Improvvisamente, dopo alcuni minuti, Carlo, il più piccolo, smise di tirare le briciole e la guardò.
“E chi ci prepara la colazione?”, chiese preoccupato.
Marta era rimasta in silenzio. Non ci aveva pensato. No, non ci aveva pensato. Tutto era pronto, la valigia, il pieno di benzina, i soldi che aveva prelevato dal bancomat. Poi si era alzata ed era andata verso il bagno.
“Prepari tu la colazione?“, chiese un attimo prima di entrare in bagno al marito che nel frattempo aveva ripreso a mangiare.
“Sì, sì, faccio io, non ti preoccupare”, aveva risposto l’uomo.
Ogni cosa era rimasta uguale.

Quando arrivò al minimarket la saracinesca era già sollevata per metà.
Il negozio, illuminato dai neon, era vuoto. Sul retro, nella stanza dove di solito prendevano il caffè, la porta era socchiusa e la luce era accesa. Di solito, a quell’ora, il negozio era vuoto. Marta teneva tra le mani una busta con la lettera di dimissioni. Sulla busta c’era scritto “per Gianni”. Dalla stanza del caffè sentì arrivare delle risate soffocate. Guardò attraverso la porta socchiusa. Augusto e Giada erano seduti su una sedia di plastica. Augusto era seduto e Giada stava a cavalcioni sulle sue gambe, giocherellava con i peli del suo pizzetto. Glieli tirava in basso poi lo baciava sul mento. Augusto aveva le mani sotto il maglione della donna. L’orologio appeso al muro segnava le sette e venti.
Marta rimase a guardarli per un po’. Quando li vide baciarsi tornò indietro e fece finta di entrare sbattendo forte.
“C’è qualcuno? Sono io”, disse ad alta voce.
Sentì una sedia cadere. Giada arrivò subito e con le mani si sistemava i capelli. Le chiese se voleva un caffè, se aveva freddo, se aveva visto che c’era un po’ di ghiaccio sulla strada, perché era proprio freddo quella mattina.
“Cosa ci fai qui?”, le aveva chiesto alla fine.
Augusto era scivolato fuori dalla stanza e si era infilato nel magazzino. Uscì poco dopo guidando un piccolo montacarichi.
“E voi?” chiese Marta con distacco.
“Ieri sera ha chiamato un fornitore. Ha detto che sarebbe arrivato prima, ha chiesto se c’era qualcuno”, disse Giada velocemente.
“E Augusto?” continuò a chiederle Marta.”Non mi hai mai detto niente di Augusto” .
“Ma cosa vai a pensare. Non c’è niente da dire. Che pensieri ti fai. Era già qui, ha detto che aveva del lavoro da fare, delle scansie da sistemare, lo sai com’è ansioso, se non è tutto pronto prima di aprire non sta bene. Stavamo prendendo un caffè, te ne faccio uno?”, disse Giada senza interrompersi mai. Poi le appoggiò una mano sul braccio per accompagnarla sul retro.
“No, no” disse Marta ricordandosi della busta “Sono passata solo per dire che oggi non vengo al lavoro. Volevo lasciare questa sul tavolo di Gianni”. Mentre parlava aveva piegato la busta in due. “Ma caso mai gli telefono più tardi”, aveva detto alla fine.
“Ah” disse Giada.
“Me ne vado per un po’, non so per quanto. Dillo tu a Gianni”.
“Ah” disse ancora Giada “Va bene”. Mentre parlava Marta le guardava il ciuffo di capelli biondi che era scivolato fuori dall’elastico e ora era fermo nell’aria come un piccolo corno.
“Perché mi guardi così? Non ti fare strani pensieri. Tra me e Augusto non c’è niente. Te l’avrei detto. Tu invece dove vai? Perché non mi hai avvisato, ieri?”
Marta si guardò le mani. La busta era bianca e la scritta era stata fatta con un inchiostro rosa, la prima penna che aveva trovato sulla scrivania di sua figlia. Se la infilò in tasca e uscì dal negozio.
“Dai non ti preoccupare, dopo lo dico io a Gianni. Ti faccio chiamare così vi mettete d’accordo. Gli dico che hai avuto una cosa urgente, improvvisa. Ci sentiamo quando torni”, disse Giada a voce alta, tenendo la porta aperta, mentre Marta risaliva in macchina. Poi raggiunse Augusto e gli disse qualcosa all’orecchio.
Quando Marta uscì dalla porta non pensava a niente. Aveva la valigia nel bagagliaio della macchina.

Prese la strada del mare. Sarebbe arrivata nel sud e poi avrebbe deciso cosa fare.
La strada era intasata dal traffico della mattina. Le macchine procedevano a tratti. Dallo specchietto retrovisore vide un camioncino avvicinarsi velocemente. Marta toccò il pedale del freno per avvisarlo della coda. Una ragazza su una Panda bianca, dalla parte opposta, era ferma sul bordo della strada. Stava cercando di immettersi. Rimase ad osservarla mentre muoveva le mani in modo strano per dire di fermarsi. Quando alla fine riuscì ad infilarsi, altre macchine dietro di lei ne approfittarono. Una suonò il clacson per protestare, fece una manovra veloce e superò la fila.
Anche l’uomo nel furgoncino dietro di lei la superò. Aveva abbassato il finestrino e si era allungato dalla sua parte.
“E muoviti cretina!”, le urlò. Indossava solo una maglietta a maniche corte.
Dopo un’ora percorreva un tratto a ridosso del mare. Il mare era quasi nero. Improvvisamente il cellulare che aveva appoggiato sul coperchio del posacenere cominciò a suonare. Apparve la scritta PAPA’. Pensò subito che non gli aveva detto niente. Non gli aveva detto che partiva e che non sapeva quando sarebbe tornata.
Suo padre era rimasto solo dopo che sua madre se n’era andata.
Da quel giorno la chiamava tutte le mattine alle otto e trenta. A quell’ora era appena arrivata al minimarket e nel negozio non c’era molta gente.
Il cellulare aveva smesso di suonare. Si fermò per prendere un caffè, parcheggiando di fianco ad un bar lungo la strada. Lasciò il telefono sul coperchio del posacenere. Lo sentì suonare ancora.
A volte, quando sullo schermo compariva la scritta PAPA’, riusciva a immaginarlo. Lo vedeva seduto al tavolo della cucina con la moka del caffè, tra i mobili bianchi che aveva scelto sua madre e che gli aveva lasciato dopo la separazione.
Lasciò suonare il telefono ed entrò nel bar.
Chiese un caffè e si sedette al bancone. Era fatto a ferro di cavallo, di fronte ad una parete di vetro che dava sul mare. Di fuori era uscito il sole. Il mare, da lassù, sembrava più nero. Una barca attraversò l’immagine nel vetro e uscì dall’orizzonte.
Il ragazzo dietro il bancone si muoveva a ciondoloni tra il lavello e la lavapiatti.
“Di solito siamo chiusi, a quest’ora. Questo è un pub “, le disse mentre continuava a sistemare le tazzine.
Giada si accorse di essere l’unica persona nel bar, oltre al ragazzo.
“Volevo un caffè”, disse. Sperava che il ragazzo non la facesse andare via.
“Per un caffè si può fare.”, le rispose. “Ho aperto perché oggi è una bella giornata”, disse. Aveva un paio di occhiali da sole appoggiati sulla testa. Ogni tanto li calava sugli occhi poi li rialzava. “Ma di solito la mattina me ne sto a letto”
“Si sta bene al sole”, disse ancora il ragazzo mentre provava gli occhiali nuovi girandosi verso la vetrata.
“Già”, rispose Marta.
“Dove sta andando?”, le chiese.
“Nel sud”, rispose solo Marta.
Il ragazzo si era tolto gli occhiali da sole e si era avvicinato.
“Mmmm,” disse “mi sembra un ottimo giorno per andare nel sud”.
Giada sorrise e lasciò un euro sul bancone. Rimase nel parcheggio per un po’ a guardare il mare. Sul display del cellulare c’erano tre chiamate perse. Suo padre, aveva chiamato ancora.
Suo padre era stato un pescatore. Aveva fatto sempre il pescatore. Ora era in pensione. Quando lavorava usciva in mare due volte al giorno, una volta alle quattro di mattina e una alle tre del pomeriggio.
Pescava sgombri, sardine, sogliole, cernie, totani, granchi, granseole, moscardini, triglie, canocchie, cefali, mazzole, scampi, cozze,vongole e soprattutto il pesce azzurro, sardine, acciughe, sgombri, aguglie e anche tonni.
Quando era piccola si alzava alle tre per aspettarlo in cucina.
“Cosa ci fai qui?”, le chiedeva ogni volta, ma non le diceva di tornare a letto. Le dava un po’ di latte e caffè e si sedeva accanto a lei. La sua tazza era più grande, con tanto caffè e poco latte, ci affondava pezzi di pane vecchio e li ricopriva con lo zucchero. Poi prendeva un barattolo di salsa al pomodoro, di quella che la mamma preparava in estate, se la infilava nella tasca del giubbotto e la salutava.
Marta se lo ripeteva più volte prima di addormentarsi. “Mi devo svegliare alle tre, mi devo svegliare alle tre” fino a quando non si addormentava.
Le piaceva alzarsi a quell’ora. Suo padre non la sgridava veramente e lei poteva vederlo prima che uscisse. Dopo tornava a letto e si riaddormentava subito.
La madre l’aveva lasciato per amore. Aveva detto così a tutti e due. Li aveva chiamati al telefono qualche giorno dopo. Marta non aveva capito cosa intendesse la madre e non glielo aveva chiesto. Aveva pensato che fosse perché i suoi genitori litigavano sempre, perché non voleva più farla soffrire. Poi aveva scoperto che se n’era andata con un altro uomo.
Vide passare un’altra barca. Il cellulare non suonava più.
Riaccese il motore e rimase lì ancora un po’. Il ragazzo nel bar era appoggiato al bancone e provava ancora i suoi occhiali da sole firmati. Li alzava e li abbassava, più volte, verso il sole e verso il mare.
Marta fece retromarcia. Aspettò che passasse un camion e poi riprese la strada.

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     Gennaio 14, 2010 Pubblicato in Racconti -       Leggi Tutto

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