di stefano venturini
Che significato ha, per me, scrivere?
Per capire che significato abbia per me la scrittura, devo realizzare perché, un giorno, di punto in bianco, mi sono messo davanti al computer a scrivere. Che bisogno c’era?
In quel periodo stavo leggendo Bukowski: Pulp, il suo romanzo.
L’avevo comprato in libreria quasi per caso. Sono appassionato di cinema, e stavo cercando materiale che trattasse l’argomento del “cinema pulp”. Gira di qua e gira di là, mi fermo davanti a questo libro tascabile, giallo canarino. Si intitolava proprio Pulp. Ho iniziato a sfogliarlo e a leggerlo, e ho deciso di comprarlo. Non sapevo nemmeno chi fosse Bukowski.
Insomma, lo leggo e mi diverto da matti. Allora prendo le sue raccolte di racconti, e mi diverto ancora di più. Allora inizio a parlare ai miei amici di questo scrittore e sembra che tutti lo conoscano. Mi divertivo talmente tanto che un giorno ho detto: “Adesso ci provo anch’io!”
Mi sono piazzato sopra la tastiera e ho iniziato a premere i tasti. Venivano fuori certe cazzate! Una cozzaglia di situazioni surreali pensate sul momento e scritte male. Però dicevo tra me: “Be’, simpatica questo punto. Forte!”. Se mi rileggo oggi mi si accappona la pelle. Mi viene da piangere.
Ma il punto non è questo. Il punto è che proprio iniziando a scrivere in quel modo, così, all’improvviso, avvertivo qualcosa: un appagamento che non avevo mai sentito prima. E l’appagamento è tutto, quando scrivo. L’idea prende forma sul foglio, si distacca piano piano da me. Esce dalla mia testa e dal mio corpo. Quando digito l’ultimo punto, la separazione è completa. Ho davanti a me l’artefatto, proprio come un uovo di gallina. Questa cosa mi realizza in modo impagabile.
L’energia che governa questo processo è la creatività. Liberarla per me è essenziale. E’ un po’ il motore psichico della vita. Senza creatività, senza liberarla soprattutto, non potrei godermi momenti di pura libido interiore.
Naturalmente, come tutte le energie, anche la creatività deve essere alimentata. Io lo faccio attraverso l’osservazione. E’ un po’ quello che diceva Hemingway, se non sbaglio.
Diceva: “Si tratta di imparare a vedere, ascoltare, pensare, percepire e poi scrivere … Se uno scrittore smette di osservare è finito”.
L’osservazione è il punto di partenza per ogni scrittore.
Ovviamente poi ci vuole un luogo da osservare. Io guardo alla vita di tutti i giorni. Al quotidiano. E’ lì che ho scoperto, con il tempo, che avevo il materiale essenziale su cui lavorare.
In questo modo, ho notato che ogni cosa che mi passa davanti agli occhi, anche la più banale, è degna di attenzione. Quando la trascrivo sul mio artefatto, assume un energia vitale diversa, rinnovata. La vedo sotto la luce caleidoscopica dell’arte.
La scrittura è magia, infondo.
Quali sono i temi che sento più importanti?
Mi riallaccio ai passaggi finali della risposta precedente.
Non ho un tema che mi sta particolarmente a cuore. Potrei dire il mondo, la vita, i rapporti umani.
Ci sono degli episodi che mi colpiscono più di altri. E allora mi viene un’idea e inizio a scrivere, spesso non sapendo nemmeno dove andrò a parare, o che piega prenderà il racconto. E’ un altro degli aspetti più affascinanti della scrittura. Al meno per quanto mi riguarda.
Ci sono parole e gesti comuni, che a volte mi sorprendono; mi commuovono e mi affascinano, al punto da ispirarmi a scriverci sopra una storia. Sono i più disparati, e quindi non saprei nemmeno catalogarli.
I rapporti umani, accompagnati da piccoli gesti, forse sono quelli che mi interessano di più. Nelle sfumatura e nelle apparenti banalità, a me piace trovare un senso: una collocazione. Quella è la vita, prima di tutto.
Poi la componente naturale.
Sarà perché vivo in campagna da diversi anni, ma ho notato come, nelle mie storie, ai personaggi si affianchino sempre animali o paesaggi. Come posso dire: se mentre due persone parlano, un uccellino si posa sul filo dell’alta tensione, cinguetta un po’ e poi vola via, non riesco a fare finta di nulla. Il mondo intorno a noi si muove; ogni cosa è in continuo movimento. Il flusso della vita ci accompagna in ogni istante. E noi ne facciamo parte. Non possiamo fare finta di niente.
Cosa soprattutto nutre la mia scrittura- al di là e al di fuori della letteratura. E perché?
E’ l’osservazione che nutre la mia scrittura. Spesso l’osservazione involontaria.
Proprio perché involontaria è sfuggevole. Allora, io che scrivo, devo rendermi conto di quello che sto guardando. Il problema diventa cogliere l’attimo.
L’osservazione involontaria è per sua natura imprevedibile, per questo sorprendente. Devo imparare ad averne coscienza. Solo così posso sfruttarla a dovere. L’importante è non sottovalutare nessun aspetto del mondo che vedo, nemmeno di quello che mi passa davanti, a ripetizione, nelle sue dinamiche sempre uguali. Credo che anche la routine sia un luogo in cui trovare qualcosa di interessante da scrivere.
Quali sono i risultati più importanti che credo di aver raggiunto in questi anni?
Il risultato più importante è quello di essere riuscito a scrivere dei racconti di senso compiuto.
A volte mi capita di scrivere in flusso, senza sapere quello che succederà. Certo, lae linee guida ce le ho in testa, ma lo scrivere è imprevedibile.
Si aprono delle porte e se ne chiudono di altre. A volte mi manca lo spunto, il guizzo. E quando lo trovo è come ingranare la marcia, e sentire sotto i piedi la strada che avanza a grande velocità.
Scrivere un racconto mi fa sentire come una valanga. Parto piano, piccolo piccolo, e lungo il cammino prendo pezzi qua e là, e inizio a rotolare con più vigore, sempre più grande, fino a fermarmi.
Il punto d’arrivo è quello più emozionante: la fase creativa si è completata. L’ultimo tasto lo premo con maggiore forza, per sottolineare la fine dell’atto.
Arrivare lì è un bel traguardo.
Poi arriva la fase compositiva. Sto cercando di lavorarci sopra parecchio. Qualche risultato l’ho ottenuto.
All’inizio la mia scrittura era molto acerba. Non so come dirlo altrimenti: mancava di forza narrativa. Qui la lettura e i consigli datimi sono stati essenziali.
Ora mi piace di più. La sento più matura. E ho capito che la semplicità viene prima di tutto.
Rileggendomi, facevo fatica a percepire l’errore, i punti deboli. Questo all’inizio. Come dire, mi mancava l’esperienza pratica.
L’esercizio, le correzioni, e la lettura, mi hanno permesso di vedere e di capire. A volte perdo ore su una sola frase. Scrivo e riscrivo lo stesso concetto in modi diversi, e con parole diverse. E’ un esercizio fondamentale, perché mette in luce come le parole, quelle giuste, facciano davvero la differenza.
E’ un lavoro che mi piace.
Quali sono le difficoltà che ancora incontro nello scrivere?
Dare spessore. Ad ogni cosa: persona o oggetto che sia.
Quando scrivo sento che sto dando le giuste informazioni, che sto caratterizzando in modo corretto un dialogo, un personaggio o una situazione.
Quando rileggo, invece, a volte ho la sensazione che manchi qualcosa. E allora parte la ricerca di quel qualcosa, e può durare minuti, giorni, pure anni.
E’ una bella sfida, per uno scrittore. Ma il segreto di una buona scrittura è tutto lì, credo.
Castellani dice sempre: “La scrittura non ha fretta”.
E’ un concetto semplice e chiaro. Soprattutto vero.
Lo spessore avvolge le parti di un racconto. Uno, due, tre giri di kebab, fino a che il sapore aumenta, diventa più forte e più incisivo.
Spessore e incisività, dunque. Sono elementi chiave di una storia. Se mancano questi due ingredienti, rimangono tante belle parole insipide.
Tutto questo presuppone una ricerca interiore. Lo scrittore è obbligato e autorizzato a guardarsi dentro. Deve farsi un bel viaggio nella trachea, fino alle viscere più profonde, per intuire/capire quali suoni provochino le vibrazioni migliori. Le parole sono potenti: la terra sussulta e si smuove, sotto i loro piedi.
Che tipo di racconti mi piacerebbe scrivere in futuro. Che tipo di storia?
Dipende tutto da quello che osserverò del mondo che mi circonda.
Sto leggendo una raccolta di racconti di Jonathan Lethem, L’inferno comincia nel giardino. La sua particolarità sta nell’uso che fa dell’elemento surreale, perfettamente incastonato nella vita reale. I suoi racconti hanno tutta l’aria di essere piccole metafore della sua vita. Mi piace molto. E’ l’estro dell’artista.
Come ho detto, la scrittura è magia. Come tutta l’arte in generale, del resto. E’ il luogo in cui i nostri occhi smettono di vedere, sostituiti dall’immaginazione. Ed è grazie a questa insolita prospettiva che la creatività prende forma, e le nostre dita forgiamo l’artefatto.
Mi piacerebbe scrivere racconti con maggiore personalizzazione. Ogni volta che scrivo cerco di imprimere il mio carattere. Vorrei espormi di più. Buttarmi a capofitto. Esplodere, risuonando nell’aria.
Qual è il libro che mi ha influenzato di più, da un punto di vista narrativo?
Cattedrale, di Raymond Carver.
E’ arrivato come una meteora, dal nulla.
Mi fu consigliato da un amico. “Leggilo”, mi disse. “Potrebbe piacerti”.
A dir la verità, all’inizio non è che mi piacesse tanto il suo modo di scrivere. Notai però una cosa: Carver era colpito dai piccoli gesti. Tutti i suoi racconti sono incentrati sui piccoli gesti. E’ una cosa che mi ha subito affascinato. Più leggevo, e più mi rendevo conto di come anche le più piccole banalità possano diventare vive e importanti attraverso la scrittura. Come se la scrittura offrisse la possibilità di dare peso e senso ad ogni cosa. Ogni singola cosa.
Nella vita di tutti i giorni, noi elaboriamo centinaia di informazioni che manco sappiamo. E tutte alla velocità della luce. Fatichiamo a metabolizzare la vita. Quante volte, in certi momenti (di solito forti e traumatici), diciamo: “Solo ora capisco che…”
Noi della vita non gustiamo nulla. Non ci soffermiamo mai. Diamo tutto per scontato.
La scrittura frena il tempo, per fortuna.
La scrittura fa andare tutto al rallentatore, per darci la possibilità di vedere, capire, realizzare.
Carver mi ha fatto capire questo. E’ stato il vero punto di partenza, per me.
Sono tantissimi gli scrittori che mi influenzano ogni giorno, naturalmente. Ma nel mio piccolo, posso dire che è grazie a Carver se ho iniziato a scrivere sul serio, per pura passione.
Menzione d’onore per Charles D’Ambrosio, e le sue due raccolte di racconti: Il museo dei pesci morti e Il suo vero nome.
Considero la sua scrittura la naturale evoluzione di quella di Carver. Mi fa impazzire.
Le sue parole sono ritmate, profonde. C’è un uso della metafora eccezionale, e, grazie ad essa, le immagini che riverbera mi lasciano senza fiato. D’Ambrosio è preciso. Affascinante. Perfetto.
Ecco, se devo scegliere un modello di scrittura, scelgo il suo.






