Racconto/Dubbi
DUBBI
Emma aveva sempre dubbi su tutto, anche su ciò che considerava sciocchezze.
Quando si recava alla sua tabaccheria di fiducia per comprare il “biglietto della fortuna”, così lo chiamava, era sempre indecisa su quale scegliere. Il tabaccaio li attaccava con piccole mollette colorate lungo una cordicella di spago. Le prime volte cercava di affidarsi all’istinto, eppure quando si trovava di fronte alla cordicella la sua mano non si muoveva. Poi un giorno decise che il lunedì avrebbe preso il primo dall’alto, il martedì il secondo dall’alto, così di seguito per ogni giorno della settimana. Ma non funzionò. Allora cambiò, e per un certo periodo li scelse partendo dal basso. Poi decise di comprarli a giorni alterni, poi solo i giorni pari. Ma le vincite erano talmente rare e gli importi così esigui, che si rimproverò della sua incapacità di individuare il punto in cui si nascondeva la fortuna.
Quando si recava in un negozio per comprare una maglia, partiva con la voglia di un colore, ma quando si trovava al banco e la commessa le mostrava il capo di colori diversi, ecco che il dubbio la assaliva. Una volta ne acquistò tre dello stesso modello, ma di colori diversi. Riusciva a comprare a colpo sicuro solo quando vedeva un capo in vetrina. Le piaceva. Entrava nel negozio. Salutava la commessa, veloce puntava il dito e diceva: – Vorrei quello! – La commessa era felice di sbrigare il proprio lavoro in pochi minuti.
Emma viveva da sola in una palazzina composta da sei appartamenti a cui si accedeva da un unico portone che dava su una scala comune. Era l’unica persona che viveva da sola. Gli altri appartamenti erano abitati da famiglie con bambini e da due coppie, una di giovani e una di anziani.
Durante la settima di ferragosto le cinque famiglie andarono in vacanza. Quando partirono, in ore diverse della stessa giornata, Emma aveva sentito porte che si aprivano e si chiudevano, voci lungo le scale che esortavano a sbrigarsi, urla di bambini e il rumore delle auto che venivano messe in moto. Non vedeva l’ora che quell’andirivieni finisse per godersi la propria settimana di ferie nel silenzio assoluto.
La sera non sentì litigare la coppia che abitava nell’appartamento di fronte al suo. Non sentì il volume alto della tivù degli anziani al piano di sopra e non sentì piangere il bambino del secondo piano. La mattina, al risveglio, fu l’unica ad aprire la finestra della cucina e non ricevette il buongiorno dal condomino che si alzava sempre prima di lei e nemmeno vide l’anziano signore che andava a comprare il pane fresco e la salutava ogni mattina con le previsioni del tempo: – Bisognerà aspettare ancora qualche giorno, prima che piova, Emma -.
Fu come se fosse entrata in un’altra vita. A questo pensiero seguì un dubbio, che l’assillò per tutto il giorno: – Ho più paura del matrimonio o della vita da single? –
Non aveva commissioni da sbrigare. Non le restava che cucinare. Avrebbe occupato la mattinata e si sarebbe distratta un po’ da quel dubbio, che non era affatto una sciocchezza.
Decise di preparare gnocchi di patate al ragù.
Sbucciò le patate, le lavò, le tagliò e le mise a cuocere in una pentola d’acqua. Preparò il tagliere con la farina e il sale. Dal frigorifero prese un sedano, una carota e una cipolla; li lavò, li tritò e li mise a soffriggere in una casseruola con un po’ d’olio.
Il dubbio era sempre lì ed era talmente forte che la sua immaginazione la portò a vedere la frase scritta a caratteri cubitali scorrere sulla parete di fronte, come sul grande schermo di un cinema:
- Ho più paura del matrimonio o della vita da single? -.
Il soffritto era pronto, versò il macinato di carne nella casseruola, salò, mescolò e aggiunse il pomodoro. Il ragù doveva solo cuocere.
Quando era una ragazzina, aveva ricevuto una lettera da un innamorato che, per fare il simpatico, aveva scritto sulla busta, oltre all’indirizzo e al mittente: Corri postino, fai presto. E’ urgente. Aveva ritirato la lettera suo padre. Quando rientrò gliela consegnò ed Emma, dopo aver letto le parole scritte sulla busta, si vergognò e diventò rossa. Non sapeva cosa dire, si sentiva scoperta e restò in piedi di fronte a lui, con le braccia lungo i fianchi e la busta in una mano. Suo padre si stava facendo la barba; per una frazione di secondo smise di guardarsi allo specchio, si girò verso Emma e le disse:
- Sono contento sei hai un fidanzato. – Il rossore le sparì dalle guance, si sentì la faccia fresca e pensò: – Anch’io, quando sarò grande, mi sposerò. Come mio padre. –
di selene contadini
Si sedette al tavolo della cucina ad aspettare che le patate fossero cotte. A volte, quando non riusciva a darsi risposte, Emma si guardava intorno e le cercava nei comportamenti altrui.
Di recente un aneddoto l’aveva colpita. Un suo collega aveva chiesto ad un amico che si era sposato, dopo una lunga convivenza, cosa l’avesse fatto innamorare di sua moglie. L’amico non seppe rispondere. Il matrimonio procedeva bene. Ogni mattina dopo la doccia indossava sempre, sotto la camicia, una maglietta bianca, pulita. Un giorno incontrò di nuovo l’amico a cui aveva posto la domanda. Era insoddisfatta per non avere avuto risposta e gliela ripropose. Questa volta la risposta arrivò chiara e sicura: – Cosa mi ha fatto innamorare? Il profumo del suo bucato -.
Uno zio di Emma era un brontolone, ma adorava la moglie e faceva tutto quello che lei gli chiedeva: commissioni e lavoretti per la casa. Non si rifiutava mai. La moglie si ammalò e sapeva che non le restava molto da vivere. Per questo decise di insegnare al marito tutto ciò che c’è da sapere per gestire una casa: cucinare, fare la spesa, pulire, lavare e stirare. Lui brontolava, bestemmiava ed imparava e presto divenne un perfetto uomo di casa e la vecchia storia che spesso l’allievo supera il maestro si ripetè. Brontolava per tutto ciò che gli toccava fare, mentre dentro di sé viveva la sua grande sofferenza. Quando la moglie morì, seppe cavarsela benissimo. La sua dignitosa solitudine era cresciuta e maturata solo attraverso la sua vita di coppia.
E poi c’era l’altro zio di Emma, che aveva lasciato la moglie per seguire una donna che viveva all’estero. Quando rientrava in Italia, per motivi di lavoro, non mancava mai di passare davanti alla casa dove aveva vissuto con la moglie. Alzava lo sguardo verso le finestre e sperava che nessuno lo scoprisse. Il suo orgoglio non gli permetteva di ritornare a casa, pentito, ma il senso di colpa lo conduceva inesorabilmente di fronte a quelle finestre.
Le patate erano lessate. Le mise insieme alla farina e le lavorò con le mani fino ad ottenere un impasto ben solido. Lo tagliò a tocchetti. Gli gnocchi erano pronti. La cucina profumava di ragù. Prese una pentola grande, la riempì d’acqua e la mise sul fuoco. L’ora del pranzo si avvicinava. Apparecchiò la tavola. L’acqua incominciò a bollire. Gli gnocchi si potevano buttare.
Il campanello suonò. Si pulì le mani sporche di farina e con un movimento distratto fece cadere il barattolo di sale. – Accidenti – Disse. Andò ad aprire. Era il fidanzato, che aveva invitato per il pranzo. Lo salutò. Tornò in cucina, prese un pizzico di sale, se lo buttò dietro alle spalle e lasciò che fosse la sorte a dare una risposta al suo dubbio.
Il suo fidanzato non le aveva ancora fatto una proposta di matrimonio.








