Racconto/Normalizzazione

Gennaio 27th, 2010

di lorena casadei

Anna era curva sul lavello, di fronte alla finestra. La luce arrivava decisa attraverso i vetri privi di tendine, e illuminava il piatto che teneva in mano. Dal rubinetto usciva un rivolo di acqua calda. Il vapore, come un rampicante, prendeva lentamente possesso dei vetri.
Anna non faceva nulla. Era immobile, con lo sguardo opaco rivolto ad una immagine inesistente. Le capitava spesso di sentirsi così, sfuocata e muta come in una vecchia polaroid, da quando era nato Bibo, con quella strana malformazione.
Nessuno se ne era accorto per tempo e Anna era arrabbiata con il mondo intero. Perché non avevano controllato meglio? Perché adesso toccava a lei prendersi quella pena? E trasalire ad ogni squillo di campanello, da quando avevano introdotto la nuova norma? Che cosa aveva fatto di male?
Tutte queste domande si affollavano nella sua mente ogni giorno, da sette anni.
Sentì il rumore della chiave nella porta. Era Marco che rientrava.
Scagliò il piatto nel lavello, con rabbia. Le schegge volarono per aria, e qualcuna le pizzicò il volto.
Marco entrò in cucina allarmato.
Anna scoppiò a piangere. “Accidenti a te!” urlò, rivolgendogli uno sguardo di condanna. Era anche colpa sua, se Bibo era nato con quella malformazione. I casi anomali si erano verificati solo nella sua famiglia.
Marco abbassò la testa. “Ci risiamo” pensò. Anna aveva il terrore che Bibo rientrasse nell’elenco dei soggetti alienabili emesso dal Dipartimento della Salute e della Normalizzazione, ed era certa che prima o poi glielo avrebbero portato via.
Aspettò con gli occhi bassi che finisse di sfogarsi. Tentò di avvicinarsi per calmarla, ma quel movimento la fece infuriare ancora di più. Lo respinse, alzando un braccio. Aveva mani bianche e affusolate, delicatissime, tipiche di chi ha suonato il pianoforte per anni.
Squillò il telefono e Marco si sentì sollevato. Il problema di dover affrontare Anna sarebbe stato rimandato per un po’.
Rispose tenendo il ricevitore distante. Era suo padre, che aveva l’abitudine di parlare al telefono a voce troppo alta.
“Si papà” confermò rassegnato “domenica ci saremo, non preoccuparti.” E poi, come se avesse dimenticato una cosa poco importante “che tempo fa a Bologna?”

A cento chilometri di distanza, Bruno abbassò la cornetta. La pose con delicatezza sul vecchio apparecchio, che non aveva mai voluto sostituire. Gli sembrava di fare un torto a Olga. Sua moglie era morta dopo la nascita di Bibo. Olga adorava quel telefono laccato nero. Quando squillava, si sedeva con solennità sulla poltroncina art deco, e rispondeva atteggiandosi a diva del cinema degli anni venti. Era adorabile.
Bruno si era sempre chiesto se la morte di Olga fosse collegata alla nascita di Bibo. Era stato doloroso per tutti, ma Olga aveva sofferto più di chiunque altro, come se si fosse sentita in colpa per quella strana malformazione.
Raccolse un pezzo di carta vicino al camino e lo gettò nella pattumiera. Era già piena, avrebbe dovuto vuotarla.
Bruno era addolorato per Bibo. Non lo facevano mai uscire. Non gli permettevano neppure di prendere l’autobus per andare a scuola. Anna lo portava in auto, e poi lo andava a riprendere. Non volevano che avesse contatti con gli altri bambini. Solo i rapporti strettamente necessari.
Sospirò. Annodò il sacchetto di plastica, si infilò maldestramente il cappotto e si chiuse la porta alle spalle.
Scese due rampe di scale e si imbatté nell’inquilino del piano di sotto. Incrociò il suo sguardo, ma non aveva voglia di parlare. Martini non gli piaceva, aveva un’aria da spia. Lo salutò frettolosamente e accelerò il passo.

Il signor Martini usciva sempre di casa alle sei del pomeriggio. Era un’abitudine che gli aveva imposto la sua nuova occupazione, con grande contrarietà della moglie. Una benedizione, pensava il signor Martini abbottonandosi la giacca, non dover rimanere in casa con quella strega. La vecchiaia non l’aveva addolcita affatto. Si aggiustò la sciarpa troppo corta per il suo grasso collo e osservò Bruno che gettava il sacchetto nel bidone della spazzatura.
Scosse la testa. Da quando era nato il nipote con quella malformazione era invecchiato di vent’anni. Ed era ancora convinto che nessuno sapesse nulla del bambino. Domenica avrebbe avuto una bella sorpresa. Un po’ gli dispiaceva, e rise dentro di sé per quella indiscutibile bugia.
Entrò nel negozio di videonoleggio, superò il commesso che stava prendendo appunti e si avvicinò alla postazione mobile. Accese il cellulare e fece il numero del DSN.

Marco inserì il portatile sulla base e andò in camera da letto. Passò davanti alla stanza di Bibo. La porta era aperta. Lo guardò giocare, seduto a terra con la schiena appoggiata allo sgabello del pianoforte. Si rabbuiò.
Dalla cucina veniva odore di stufato. Anna evidentemente si era già calmata. Marco si sentì assalire da una tristezza profonda, che arrivò fino allo stomaco e bloccò ogni suo desiderio.
“Prima o poi li lascerò” giurò in silenzio, senza convinzione.

Bibo appoggiò l’ultimo mattoncino sulla costruzione.
“Ecco fatto!” disse, ammirando con soddisfazione l’opera che aveva realizzato. Un’intera città colorata, completa di supermercato e negozi, una fabbrica, un ranch con i cavalli, una scuola con tanti bambini in giardino e perfino un grattacielo. Era uno spettacolo.
Aggiustò con pignoleria il cancello del ranch, spostò il pompiere vicino alla scala antincendio del palazzo, soffiò sul tetto della scuola come per pulirlo da una polvere immaginaria. La mamma sarebbe stata orgogliosa di lui.
D’altronde glielo diceva sempre che era molto intelligente.
“Tu sei un bimbo prezioso, sei unico”, gli sussurrava, accarezzandolo. Poi lo abbracciava, stringendolo forte.
Bibo adorava sentirle pronunciare quelle parole, ma da un po’ di tempo la mamma era diventata più triste, e lui si sentiva ancora più triste di lei.
Aveva ascoltato i rumori del litigio, anche questa sera. La odiava quando si comportava così con papà. E poi, non lo faceva mai uscire a giocare con gli altri bambini. Quando glielo chiedeva, la mamma rispondeva che aveva paura che si facesse male. E non accettava di discuterne oltre.
Bibo soffriva ma non voleva contrariarla.
Lei gli aveva insegnato ad amare il pianoforte. Fin da piccolo aveva dimostrato una straordinaria capacità di apprendimento e rispondeva con esercitazioni continue. A volte la mamma restava nella sua cameretta ad ascoltarlo, estasiata. Spesso facevano dei pezzi insieme: a lui piaceva molto sfiorarle le mani quando si incrociavano sulla tastiera.
Gli venne voglia di suonare.
Chiamò la mamma. Le avrebbe chiesto di togliere la fasciatura sotto la sua maglietta. Così finalmente avrebbe potuto tirar fuori le altre otto dita ed eseguire un’intera sonata in re minore a quattro mani.
Pregustava già con piacere il formicolio delle estremità che si liberavano dalla costrizione delle bende, la lenta circolazione del sangue che avrebbe tonificato le manine rese deboli dal riposo forzato, e l’impeto della sua forza sulla tastiera capace di fare uscire le note più incantevoli.

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