Pensieri spettinati/Salinger
di marco lumini
“Sa le anitre che stanno in quello stagno vicino
a Central Park South?
Quel laghetto? Mi saprebbe dire per caso dove
vanno le anitre quando il lago gela?”
Voglio riportare parti di due articoli comparsi su La Repubblica il 29 gennaio a seguito della notizia della morte di J.D. Salinger.
Il primo è a firma di Edmondo Berselli e si incentra sul valore dell’opera più conosciuta dello scrittore, “Il giovane Holden”.
“(…) Salinger non ha mai voluto valorizzare il suo romanzo. Ha sempre rifiutato versioni cinematografiche o di altro genere. (…) Ma ciò che conta, nel romanzo, è il clima, l’atmosfera, ciò che le pagine raccontano come sottointeso, il parlato come senso implicito. Ed è per questo che il romanzo di Salinger è diventato un volume d’affezione, cioè di culto, noto in tutto il mondo, conosciuto come un libro imperdibile. Lo si conosce anche senza averlo letto. E in effetti è così: Il giovane Holden è una macchina inesorabile, un libro di cui è difficile raccontare la trama, perché in realtà non c’è trama, ma che lentamente si insinua nella psicologia di chi legge e in questo modo va alla scoperta di un America ancora ingenua, ricca più che altro di alberghi da due soldi e di piccoli locali in cui si incontrano vecchie compagne di scuola.
E’ per questo che il libro ha avuto il suo spettacolare esito generazionale, con i padri che hanno regalato il romanzo ai figli, in una specie di reciproca educazione sentimentale metropolitana attraverso la quale intere generazioni hanno imparato a conoscere l’America dei Cinquanta.
(…) Il romanzo di Salinger rappresenta un mezzo miracolo, un “caso” irripetibile, la storia di un libro che si è fatto da sé. E che non vuole saperne di perdere carisma negli anni. Per quale ragione infatti un libro del genere dovrebbe trasmettersi nei decenni: solo perché è una testimonianza d’epoca? Oppure perché è il ritratto di una società che ha imboccato la via del cambiamento (psicologico e mentale prima che sociale e comportamentale).
In realtà The Catcher in the Rye è una specie di romanzo antropologico, che si accontenta della durata di un week end, e per questo non ha bisogno di vicende eccessivamente complicate. Salinger descrive alcuni frammenti di vita, e sarebbe il caso di rintracciare tutto questo nelle forme del suo slang formidabile: come nei suoi racconti, buona parte del fascino del libro nasce infatti dal linguaggio dello scrittore: un lessico che mima la lingua giovanile, e la fa sentire viva, nelle sue espressioni. (…) Volendo, si legge il romanzo di Salinger come un autentico classico, una storia senza nessuna sbavatura, in cui ogni parola è essenziale, ogni battuta è perfetta, ogni piccola storia interna è di precisione memorabile(…).”
Aggiungo due annotazioni tratte da un articolo di Vittorio Zucconi in cui descrive la società americana dei primi anni Cinquanta permeata di puritanesimo e perbenismo. Salinger ebbe la forza e il merito di svelare “la ruggine sotto la lamiera luccicante. Il vuoto nel cuore della prosperità post bellica. (…) Non lo fece con la violenza ideologica di un Michael Moore, o con la foga immaginosa di un Oliver Stone, e l’apocallisse nella giungla di Francis Ford Coppola era ancora lontana. Ce la spiegò guardandosi dentro, nel buio, nella angst che la prosperità genera, in adolescenti che non sanno come affrontare un mondo troppo bello per essere vero, lasciato dai loro genitori e non sanno come, e a chi dirlo (…).”
Il secondo articolo è una riflessione di Gabriele Romagnoli sulla decisione di Salinger di ritirarsi a vita privata e di nascondersi dai media. Qualcosa che ha a che fare con il rapporto scrittore-pubblico.
“(…)L’ultimo delitto sarebbe far luce nella caverna dove Salinger si era ritirato. E certo: nella società dell’apparenza lascia la scena l’unico che era diventato un mito senza farsi vedere mai, togliendo la propria faccia dal risvolto del suo romanzo, imponendo la copertina bianca, non concedendo più interviste, figurarsi andare in televisione, smettendo addirittura di scrivere. Più lui si ritirava più la sua fama cresceva, rispondendo alla più subdola escontata legge di seduzione. Dice oggi il suo agente: “Era nel mondo, ma non del mondo.” Il mondo è banale, e Salinger pure lo era, ma a differenza di molti, di quasi tutti, aveva imparato a tenere, se non a bada, per sé gli istinti, che per definizione sono bassi. Il giovane Salinger era, come chiunque, assetato di conferme, di ammirazione, successo. Scriveva e voleva essere pubblicato. Più che banale, naturale. Mandava lettere ai direttori di riviste, allegava racconti, caldeggiava la sua prosa. Poi che accadde? Il suo desiderio venne esaudito ed è scontato anche ricordare che questa è talora la più grande maledizione per un uomo. Si trovò tra le mani il libro con il suo nome sopra, le sue parole dentro e la sua faccia in fondo. Lo vide diffondersi, lesse le recensioni entusiaste e condiscendenti. Come può capitare a chi scrive, si sentì attribuire dai lettori, a tutti i livelli, pensieri e intenzioni che non aveva mai avuto. Scoprì che essere capito è a volte più terribile che essere frainteso. Che l’ammirazione sfregia più dell’indifferenza. Che scrivere è una cosa, pubblicare un’altra. Chi è del mondo scrive per essere letto, recensito, per presentare il proprio lavoro (magari chiamandolo opera) in una sera di baldoria davanti all’inclito relatore e al generoso pubblico in una libreria del centro, per tenerlo sulle ginocchia al talk show, inserito a proposito dal conduttore in una pausa che dovrebbe chiamarsi pubblicitaria. Salinger, che invece era nel mondo, guardò tutto questo prima che si materializzasse e ne fuggì. Scappò dalla 57ma strada di Manhattan dove abitava, dalle tavolate di scrittori all’Algonquin Hotel dove l’invidia prendeva la maschera della solidarietà, da quei vacui momenti in cui essere riconosciuti è considerato un modo per accettare il proprio percorso. Scappò da sé stesso. Perché aveva dentro le stesse debolezze di chiunque, le mie (lo ammetto), le tue (di te che stai leggendo e stai scrivendo e sogni di avere successo per questo). Le sue debolezze per le donne, sempre più giovani, dipendenti, malleabili. Cercò di esorcizzare il diavolo che bussava alla sua porta con un patto da firmare.
Andò lontano, nel New Hampshire, in mezzo al nulla. Secretò l’indirizzo, staccò il telefono, fece bruciarele lettere degli ammiratori arrivate all’editore. Altroché blog, interfaccia con il pubblico, scambio virtuoso. Voleva essere solo con il proprio demone, che soltanto la scrittura curava, con l’impossibilità di essere felicementesé stesso, di accettarsi come uomo (e chi ne è capace, quando cala la notte, si disvelano gli specchi e la memoria mette in canna tanti colpi per quante volte la si è fatta franca?) Aveva un talento, oh certo. Ma chi ha un talento è il primo, talora l’unico a conoscerne il limite. E più il mondo lo esalta più pensa che il mondo è incapace di giudizio. Restano due tentazioni: il fallimento come liberazione o l’esilio come rimedio.
(…) Non pensate che sia diverso da voi, non dico superiore, dico appena diverso: mangia carote, starnutisce, fa la spesa (non fotografatelo per questo), se può si porta a letto le ragazzine. C’è un solo momento che lo rende differente, uno solo in cui una luce di taglio lo illumina, in cui non si tortura per nulla, non insegue niente e nessuno, ma si concede un atto di pura grazia (e ogni uomo ne ha uno, ma a volte passa la vita senza scoprirselo): è quando scrive. J.D. Salinger che scrive, non J.D. Salinger dentro un libro nelle tue mani: in quello si riconosceva, accettava, consolava. Lì ha voluto nascondersi negandoci (assai più che negandosi) ogni altra pubblicazione. Lì ogni tassello dentro di lui era la suo posto. Che abbia scritto ancora una frase o un mare di pagine. Che sia stato sereno per un minuto o per anni, lontano da noi: lì ha vissuto e lì si è sepolto. E lì, rispettosamente esclusi, lo lasciamo.”








