Libri/Il primo libro di antropologia

di andrea teodorani

Il primo libro di antropologia – Marco Aime (Piccola Biblioteca Einaudi Mappe)

Il titolo di questo libro ricorda un testo scolastico. È probabilmente una scelta voluta. L’autore, Marco Aime, docente di Antropologia culturale all’università di Genova espone in maniera semplice quello che è il lavoro dell’antropologo moderno e quali sono le nozioni basilari che devono far parte delle sue conoscenze ma non si rivolge solo a chi è interessato a questa scienza. I temi di cui tratta sono così attuali e universali da coinvolgere tantissime altre discipline, dall’arte alla filosofia, dalla religione alla sociologia, ma anche politica e perfino tecnologia. In parole povere questo libro è un’introduzione ad un mondo molto vasto: il mondo dell’essere umano.
Il libro è ben scritto, piacevole da leggere, pieno di citazioni intelligenti e curiosità interessanti. Non ha la pretesa di essere la ‹‹bibbia›› dell’antropologo. L’autore ci fa capire che questa materia è talmente ampia e multiforme da essere ancora lontana dall’avere regole universali.
Un buon antropologo deve usare i propri sensi. Deve osservare, fare domande, ascoltare, toccare con mano, assaggiare, annusare e poi formulare delle ipotesi. Il buon antropologo sa già da principio che le sue teorie potranno solo avvicinarsi alla verità. Lo sapeva bene Claude Lévi-Strauss quando disse che le grandi dichiarazioni dei diritti dell’uomo ‹‹hanno la forza e la debolezza di enunciare un ideale troppo spesso dimentico del fatto che l’uomo non realizza la propria natura in un’umanità astratta ma in culture tradizionali.››.
Grandi pittori come Picasso, Braque e Matisse attinsero a piene mani dall’estetica africana senza probabilmente capirne nulla. Lo stesso Picasso lo ammise.
Aime ci insegna che ogni essere umano, fin dalla nascita, è permeato dalla cultura che lo circonda e che condiziona il suo modo di pensare. Siamo vittime inconsapevoli dell’etnocentrismo cioè del considerare il proprio gruppo di appartenenza come il centro del mondo. Il risultato è il giudicare sbagliato tutto ciò che non risponde ai propri canoni.
Riti e comportamenti che a noi occidentali possono apparire assurdi o a volte addirittura crudeli sono del tutto normali per altre culture e viceversa. Ad esempio per un africano guardare una persona negli occhi è un segno di insolenza mentre per un europeo è segno di franchezza. In occidente i riti eseguiti su genitali femminili hanno creato grandi polemiche e sono vietati. Eppure è permessa la circoncisione maschile anche se si tratta di una pratica dolorosa che può traumatizzare chi ne viene sottoposto.
In passato l’uomo occidentale pensava che gli abitanti dei paesi esotici non portassero vestiti perché primitivi, senza pudore e senza cultura, come animali. Nel suo diario di bordo l’esploratore James Cook scrive che quando i suoi marinai guardavano esplicitamente i genitali non nascosti dei nativi della terra del fuoco li mettevano in imbarazzo. Agli occhi di uomini occidentali è peccato mostrare le proprie nudità perché così gli è stato insegnato fin da piccoli. Per i nativi non vi era nulla di male. Piuttosto pensavano fosse sconveniente che qualcuno li fissasse. Ciò che li infastidiva era la morbosità degli sguardi.
In alcuni paesi i matrimoni sono combinati e la famiglia dello sposo paga un prezzo alla famiglia della sposa. Si potrebbe pensare che la sposa è come un oggetto da comprare. In realtà è un modo di risarcire la perdita di un componente della famiglia (di solito è la donna ad andarsene di casa per vivere con il marito). Inoltre in questo modo si crea un legame tra le due famiglie.
Non siamo forse anche noi occidentali assurdi agli occhi di altre popolazioni?
Montesquieu provò ha descrivere l’Europa così come la vedrebbe una persona nata al di fuori dei suoi confini: ‹‹ Il re di Francia è il principe più potente d’Europa. Non possiede miniere d’oro come il re di Spagna suo vicino, ma ha più ricchezze di lui, perché le ricava dalla vanità dei suoi sudditi, più inesauribile delle miniere [...] D’altronde questo re è un gran mago: esercita il suo potere anche sullo spirito dei sudditi, li fa pensare come vuole. Se nel suo tesoro c’è solo un milione di scudi e gliene occorrono due, gli basta persuaderli che uno scudo ne vale due, ed essi ci credono [...] Quando ti dico di questo principe non devi stupirti: c’è un altro grande mago più potente di lui, il quale domina il suo spirito non meno di quanto egli domini su quello degli altri. Questo mago, che si chiama papa, ora gli fa credere che tre è uguale a uno, che il pane che mangia non è pane, che il vino non è vino, e mille altre cose del genere.››.
Nel 1956 Horace Miner pubblicava su ‹‹American Anthropologist›› un articolo dal titolo ‹‹Body Ritual among the Nacirema››: ‹‹L’antropologo si è talmente abituato alla diversità dei modi in cui i popoli si comportano in situazioni simili, che non si stupisce nemmeno di fronte alle usanze più esotiche [...] Il professor Linton fu il primo a portare venti anni fa, all’attenzione degli antropologi il rituale dei Nacirema, ma la cultura di questo popolo è ancora pochissimo conosciuta. La cultura dei Nacirema è caratterizzata da una sviluppata economia di mercato. Mentre la maggior parte del tempo delle persone viene dedicato a scopi economici, una larga parte dei frutti di queste attività e una cospicua parte del giorno vengono spesi in attività rituali. Il centro di tali attività è il corpo umano, l’aspetto e la salute del quale incombono come concetto dominante per l’ethos delle persone. Mentre tale concezione non è inusuale, i suoi aspetti cerimoniali e la filosofia che vi è associata sono unici [...]. La credenza fondamentale che sta alla base dell’intero sistema sembra essere che il corpo umano è brutto e che la sua naturale tendenza è di debilitarsi e ammalarsi. Per questo ogni abitazione ha una stanza con uno scrigno, dove anche i bambini vengono iniziati ai misteri. Nello scrigno sono contenute molte cure e pozioni magiche senza le quali i nativi non potrebbero vivere [...]. Ogni giorno ciascun membro della famiglia, in successione, entra nella camera dello scrigno, china la testa di fronte alla scatola della cura, mescola diversi tipi di acqua santa e inizia un breve rito di abluzione. I Nacirema hanno un orrore e una fascinazione quasi patologici per la bocca, la cui condizione si crede avere un’influenza sovrannaturale in tutte le relazioni sociali [...]. In aggiunta ai riti privati della bocca, le persone una o due volte l’anno vanno a cercare un santone della bocca. Questi sacerdoti hanno un impressionante corredo di parafernalina, consistente in una varietà di trapani, punteruoli, sonde e punzoni. L’utilizzo di tali oggetti per esorcizzare il male della bocca dà vita a incredibili torture rituali del cliente [...]. Si può dire che emerge uno schema piuttosto interessante, in quanto la maggior parte delle popolazione mostra chiare tendenze masochistiche. E’ a questo che il professor Linton si riferiva, parlando di una parte di rituali giornalieri del corpo eseguiti solo dagli uomini. Tali riti prevedono di grattare e lacerare la superficie della faccia con uno strumento tagliente. Riti specifici femminili sono eseguiti solo quattro volte al mese, ma se difettano per frequenza, spiccano per barbarie. Come parte della cerimonia, le donne cuociono le loro teste in piccoli forni per circa un’ora. Il dato teoricamente teorizzante è che quello che sembra essere un popolo essenzialmente masochistico, abbia creato specialisti sadici [...]. E’ dura comprendere come siano vissuti così a lungo sotto il peso che essi si sono imposti. Ma anche costumi esotici come questi presentano significativi reali se osservati dall’interno, come suggerito da Malinowski quando scriveva: “Guardando da lontano e dall’alto, dai nostri luoghi sicuri nella civiltà sviluppata, è facile vedere tutta la crudezza e l’irrilevanza della magia. Ma senza il suo potere e la sua guida i primi uomini non avrebbero potuto superare le difficoltà pratiche come hanno fatto, né avrebbero potuto raggiungere i più alti stadi dell’evoluzione”. (per comprendere il tono ironico dell’articolo, basta leggere al contrario il nome del popolo in questione)››.

Al giorno d’oggi lo studio dell’antropologia si è diffuso in tutto il mondo e non è più esclusiva di persone nate in occidentale. Nonostante la diffusione del sapere l’idea che una cultura sia migliore di un’altra è ancora radicato. Questa idea è frutto dell’etnocentrismo e non riguarda i soli paesi del mondo occidentale. I barbari sono gli altri. I civili siamo noi.
Eppure l’idea di razza intesa come divisione in gruppi dalle caratteristiche biologiche e attitudini culturali specifiche è stata ormai del tutto demolita. Come dice Luigi Luca Cavalli-Sforza: ‹‹Non è la genetica a influenzare la cultura ma al contrario sono gli elementi culturali a influenzare la genetica.››. La purezza non esiste. Le culture, le tradizioni delle popolazioni di tutto il mondo sono il risultato di varie influenze. In Italia gli spaghetti sono considerati piatto tipico eppure sono originari della Cina e la pizza non è altro che l’evoluzione di un alimento arabo. Gran parte dei generi musicali contemporanei sono di matrice africana: rock, reggae, hip hop, blues.
Chissà quanti scozzesi sono a conoscenza del fatto che il loro amato kilt ha solo due secoli di storia, è in realtà di origine irlandese e la stoffa di cui è fatto, il famoso tartan, proviene dalle fiandre. Le persone non hanno una memoria duratura.
La fragilità della memoria umana viene spesso sfruttata da élite politiche per creare una identità nazionale forte. Non importa se questa identità non ha reali fondamenta storiche. Per esistere davvero uno stato deve prima esistere nell’immaginario del popolo che abita i suoi confini. Questa identità immaginaria può diventare tanto forte da sfociare nel fanatismo. I diritti universali dell’uomo diventano meno importanti dei doveri imposti al cittadino dal governo della sua nazione. Non è forse quello che è successo nella Germania nazista?
Sartre diceva che è stato l’antisemitismo a creare il semita. Prima che vi fosse la negazione dei loro diritti gli ebrei non pensavano alla religione come un fattore di identità comune. Chi viveva in Germania si sentiva tedesco, chi viveva in Italia si sentiva Italiano.
Come dice Jean Cuisenier: ‹‹l’identità di un popolo si forma non per via di una lingua, un territorio o una religione comune ma nel progetto e nelle attività che diano un senso alla lingua, al possesso di un territorio, alla pratica di usanze e di riti religiosi.››.
La necessità dei burocrati occidentali di organizzare, elencare, dividere in parti distinte ha causato non pochi problemi in tutto il mondo. Il vocabolo ‹‹etnia›› si è diffuso anche per opera degli amministratori coloniali (ai tempi delle colonie europee). Il paese colonizzatore non poteva permettersi di disperdere le proprie forze per il controllo di grandi territori lontani dalla madre patria. Doveva trovare sul luogo un piccolo gruppo di persone da elevare al di sopra della comune popolazione e da usare come funzionari (si pensi anche ai Kapo dei lager).
Si sono così create divisioni all’interno di popolazioni. In India, per esempio, sono sempre esistite le caste ma hanno preso una forma reale, consistente, quando gli inglesi decisero di fare un censimento della popolazione.
Ai giorni nostri alcuni paesi si sono dimostrati superbi nel credere che la propria idea di democrazia si potesse esportare o imporre con la forza senza considerare quale fosse l’idea altrui di democrazia. Hanno peccando di etnocentrismo.
Il lavoro dell’antropologo lo costringe a mettersi nei panni dell’altro, ad essere umile, a rispettare, a dialogare, a cercare di capire e a diffidare dei giudizi affrettati. Forse è un mestiere che dovremmo fare tutti, almeno per un po’, nel corso della nostra vita.

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     Febbraio 17, 2010 Pubblicato in Articoli -       Leggi Tutto

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