Racconto/Parole
di lorena casadei
La vedo avvicinarsi al treno.
Indossa una gonna leggera a fiori, e una camicetta bianca aperta fin sopra il seno. I volant delle maniche sono mossi dal vento, come lunghe ciglia che sbattono sulle mani sottili. Un cappellino di paglia ben calcato sulla fronte trattiene lunghi capelli castani, lisci come fili di seta.
Il viso della ragazza si concede al sole e il suo sguardo è perso nell’aria frizzante del pomeriggio. La accompagna un profumo di fiori, dove li tiene?, che arriva fino a me e mi inebria.
Trascina una vecchia valigia. Due cinghie di cuoio cucite ai lati stringono saldamente un giornale e una maglietta viola di cotone a maniche lunghe. Alza una mano per difendersi dal riverbero del sole. Si ferma a pochi passi da me.
Guarda il biglietto che ha in mano, legge il numero sul vagone, ricontrolla il biglietto e annuisce. E’ la carrozza giusta.
Appoggia il piede sul primo gradino e si gira verso di me. Accenna a un sorriso. E’ bellissima.
Sento i palmi delle mani inumidirsi, neanche fossi in aereo e ci fosse un vuoto d’aria. Mi agito. Devo assolutamente dirle qualcosa. La ragazza sparisce all’interno della carrozza.
La valigia pesante è quella di chi parte per un lungo viaggio, e allora la vedrò riapparire in questa stessa stazione? Oppure è quella di chi ha concluso il suo viaggio e torna a casa, e dunque potrei non rivederla mai più?
Mi decido. Aspetterò che si affacci al finestrino e le dirò qualcosa. Le sussurrerò che è bellissima. Prima, anzi, le chiederò il nome.
No, devo colpire la sua attenzione con una frase interessante, ho poco tempo, aggiungo un complimento e poi le allungo il mio biglietto da visita. E’ tutto chiaro, ora vado.
Lei si affaccia, due carrozze più avanti. Mi osservo, sono a posto, posso farcela. Corro sotto il finestrino. La guardo estasiato, sorrido e apro la bocca.
Niente, non viene fuori niente. Le parole sono tutte dentro al mio cervello, bloccate.
Vocianti e allegre erano arrivate veloci nei miei pensieri, come un fiume in piena, ma una grata è scesa dall’alto e le ha arrestate. Fine della corsa. Uno scarno lucchetto immaginario le tiene prigioniere. Il rumore metallico della prigione verbale mi ferisce.
Le vedo tutte insieme che si accapigliano si agitano si spingono per uscire per prime, una addosso all’altra, le gambette magre delle p che si accavallano sulle forme arrotondate delle g creando un groviglio sconclusionato, senza senso. Non le riconosco, nuvole di polvere me ne impediscono la lettura, non le capisco.
Urlano “scegli me! scegli me!” ma io non le vedo nella loro interezza, non le comprendo, non ne ricordo una sola.
La ragazza è ferma al finestrino. Aspetta, curiosa. Ce la farò. Non posso perdere questa possibilità. Aggrotta le ciglia. Il treno si mette in moto, parte. La ragazza si allontana, lentamente. Forza, ce la puoi fare, mi invita con gli occhi. Muove la mano come per gettarmi un’ancora di salvezza. Ma io sento che è finita.
La ragazza sparisce con il treno. E’andata. Le parole allora si liberano tutte in una volta, la serratura che le teneva bloccate si sgancia. Rotolano tutte intere nella mia mente, bellissime, con una forza romantica che mi rende orgoglioso del mio genio creativo.
Ma una parola corre più veloce delle altre, le sovrasta e le precede. Non è diretta alla ragazza, è diretta a me. La sento rimbombare nel vuoto assoluto e angosciato della mia mente.
“Imbecille!”.








