Racconto/Il signor Morte
di ettore tombesi
Il nonno Nando era da poco uscito dalla sede centrale delle Ferrovie dello Stato.
Aveva firmato alcune carte, e soprattutto aveva ritirato l’orologio da tasca.
Le ferrovie lo regalavano ai dipendenti per merito di fine carriera. L’aveva già visto addosso ad alcuni suoi ex colleghi in pensione.
Era fiero del suo valore. Era in acciaio ed aveva una scritta sul retro.
Fissò le lancette sulle cinque, l’ora in cui era uscito per l’ultima volta dalle officine meccaniche.
Aveva una catenella d’argento con moschettone e la carica manuale. Non caricò l’orologio.
Non aveva mai avuto orologi, non gli erano mai serviti.
Si fermò al bar ed ordinò un caffè. Non andava mai al bar. Se lo faceva, era solo nelle grandi occasioni e sempre con la moglie Luigia.
Era da poco in pensione e aveva deciso di concedersi qualcosa di speciale.
Questa volta era solo, ma si mise a sedere, ordinò il caffè e si fece portare il quotidiano. Come i signori veri, pensò.
Sfogliò il giornale, come se vi potesse cogliere delle coincidenze che sottolineassero l’importanza che quel giorno aveva per lui.
Voleva imprimere nella propria memoria l’immagine dei fatti, riportati dal quotidiano.
Qualcuno si avvicinò al tavolo, in silenzio. Nando si accorse della sua presenza dallo spostamento dell’aria. Fredda. Nessun rumore.
Poi la persona accostò una sedia accanto al tavolo dove era seduto, si sedette, stette un poco in silenzio e infine parlò.
- Sono Morte, disse.
Nando gettò il giornale fuori dai suoi pensieri. Guardò la voce.
Non lo conosceva, non l’aveva mai visto. Una faccia qualsiasi. Tonda e con gli occhialini simili ai suoi. Capelli grigi, con l’attaccatura normale. Gli occhi neri, piccoli. Mai conosciuto prima.
Pensò che si fosse sbagliato e che volesse scherzare. Nei bar, i burloni fanno parte dell’arredamento. Riportò lo sguardo sul quotidiano e riammise il giornale tra i suoi pensieri.
- Guardami, sono Morte, disse la persona.
Ce l’aveva con lui. Lo guardò meglio e poi guardò tutti quelli che affollavano il bar, alla ricerca di un complice della burla. Cercò una risata, un ammicco, un indizio dello scherzo.
-Senta, signor come si chiama, sto leggendo. Se non ha nulla da fare veda di disturbare qualcun altro, disse.
Poi ci ripensò. Il tipo l’aveva chiamato per nome. Lui di solito era svelto ad afferrare le cose, ma era così assorto nella lettura che ci arrivò in ritardo. L’uomo conosceva il suo nome.
- Ci conosciamo ? – Chiese Nando.
- Io ti conosco. Sono Morte e conosco tutti-
- Il suo nome non mi è nuovo, disse Nando con leggerezza. Mi ricorda qualcosa di cupo, aggiunse.
- Sono seduto di fronte a te e siccome mi hai risposto, significa che mi vedi. E’ con quelli come te che io scrivo le mie storie. Mi puoi vedere, perché io, Morte, ho un compito. Scrivo di chi non vuol morire. Racconto perché non vuol morire. Sono stato chiaro?-
Nando si sentì attraversare da un brivido.
- Io non la conosco, e la sua storia è molto interessante. Non credo che lei sia Morte e comunque l’argomento non mi piace. Allora, o se ne va via lei o me ne vado via io, disse Nando, colpendo infastidito il giornale con due colpi secchi, come per ritrovare la piega centrale fra le pagine.
- Vuoi una prova. Toccami la mano-
Nando si accorse solo in quel momento di quanto fosse lontana la voce. Sembrava giungesse da una caverna. Era una voce piena di rimbombi, come alla ricerca di spazi vuoti da riempire.
Le mani di Morte erano bianche e le unghie trasparenti e la pelle era così sottile che si potevano vedere i nervi.
Toccare la mano di uno sconosciuto, tastare il dorso della mano di un uomo. Che schifo, pensò.
Ma doveva farlo per tagliare corto.
Scostò il giornale, guardò di nuovo il volto dell’individuo e toccò quella mano appoggiata sul tavolino.
Nando fu attraversato da una fitta dolorosa che partiva dalle dita e saliva lungo il braccio e infine si conficcava nel cuore. Una specie di scossa elettrica.
La mano di Nando e poi il suo braccio divennero freddi, come morti.
Poi si staccò, a fatica. Impaurito guardò quegli occhi neri. Sembravano di velluto.
- Cosa vuole da me?- chiese Nando, alzando un po’ la voce.
- Sono venuto a prenderti-
- Non voglio morire. Non ora- disse Nando.
- Perché non vuoi morire?- chiese Morte.
Poi appoggiò sul tavolo un taccuino e si mise a scrivere.
Aggiustò gli occhiali con l’indice, scostò per bene il gomito e mosse un poco la penna, come uno che non scrive di frequente.
- Per mille motivi. Sono in pensione da mezz’ora e mia figlia non si è ancora sposata e non è giusto morire ora, finché le cose non sono a posto- disse Nando.
- Parla ancora- disse Morte e continuò a scrivere.
-Abbiamo progetti per il futuro. Stiamo ingrandendo la casa. Vogliamo che diventi un albergo.
Mia figlia è brava e se lo merita. È figlia adottiva e ha sofferto. Io le voglio un gran bene e non voglio lasciarla così, prima che tutto sia sistemato, concluse Nando.
- Ho scritto tutto ciò che hai detto. Ritornerò, disse Morte.
Chiuse il taccuino, si alzò deciso e andò verso l’uscita. Quando fu sulla soglia si volse un istante verso Nando. Non fece un saluto. Fu uno sguardo di intesa, la chiusura di un contratto.
Nando si guardò attorno. Era la prima volta che entrava in quel bar. Lui abitava nella zona del mare e non conosceva gente di città. A chi avrebbe detto del suo sudore freddo e del suo dolore al petto? Quei pochi, la gente del bar, non erano lì per lui. Forse non avevano visto nulla e nulla c’era da vedere, se non due uomini maturi che parlavano seduti attorno ad un tavolo.
Si incamminò verso casa e si sentiva pesante. Era il suo peso ed il peso dell’incontro. Una follia di sudore freddo e di dolore al petto quasi svanito, ma ancora presente.
Il peso di una visione che gli affossava mente e cuore con un segreto. La solitudine del segreto.
Entrò in casa e chiamò la moglie Luigia. Lei non rispose.
Era morta.
Passò del tempo.
L’orologio da tasca di mio nonno era luccicante. Di metallo lucido, come i cucchiai del ristorante. L’avevo trovato per caso. Da bimbo curiosavo nei cassetti, negli armadi e nei posti dove pensavo ci fosse qualcosa da scoprire. Era un gioco.
Quando trovavo qualcosa di interessante, lo prendevo, lo toccavo, lo rigiravo tra le mani.
Mi inventavo delle storie.
Interpretavo i ruoli dei miei personaggi, cambiando il tono della voce.
Un giorno trovai una conchiglia lucida e colorata.
Trascorsi, con la fantasia, il pomeriggio in giro per il mondo, per luoghi e mari lontani, nelle vesti di un pirata e ancora di un naufrago e poi di un indigeno cercatore di perle.
L’orologio era nella camera di mio nonno Nando e, ogni volta che potevo, lo prendevo.
Chiamavo i miei giochi con nomi inventati o con nomi propri o con nomi che in qualche modo ricordassero l’oggetto. L’orologio si chiamava Cipolla.
Il campanile della chiesa, per me era il Bullo, perché era il più alto di tutti.
L’auto di famiglia era il Maestro, perché era nera e cupa come l’abito ed il volto di un signore che chiamavamo così.
Vivevo in un albergo, e gli spazi abitati erano al piano terra.
Finita l’estate, lungo il corridoio, veniva montata una porta a vetri, proprio davanti alla rampa delle scale, che chiudeva e riparava dal freddo invernale. Il piano terra dell’albergo, in inverno, assumeva così l’aspetto di una casa qualunque. Come se si fosse trasformato in un grande appartamento.
Un gioco, che facevo spesso, era quello di girare per i piani e per le stanze dell’albergo.
Immaginavo di esplorare mondi nuovi, mai scoperti.
Al quarto piano c’era la soffitta. Io non potevo entrarci, mi era stato vietato.
Era pericoloso, diceva mia madre. Forse era vero, ma io pensavo che non voleva che andassi a curiosare nei vecchi bauli impolverati o negli armadi, coperti da bianchi lenzuoli lisi.
L’esplorazione della soffitta richiedeva troppo tempo perché lei non si accorgesse della mia assenza. Potevo salire quando lei usciva e rimanevo da solo con il nonno.
Quando salivo in soffitta però, il fatto che lei non fosse in casa mi metteva una gran fifa. Il nonno era anziano, non mi avrebbe potuto aiutare, anche se un giorno si era messo a scendere giù per le scale che vanno nello scantinato. Poi la mamma lo aveva fermato. In salita, poi, non sarebbe riuscito a risalire nemmeno un piano.
Andavo anche nello scantinato e poi in garage e giù in cantina e nella dispensa e le avventure non finivano mai. Ma era la cameretta del nonno a emanare il fascino più forte. Forse perché non avevo il permesso di entrarci.
Nella sua stanza c’era cattivo odore. Odore di vecchio, come i suoi abiti.
Lui era un omone gigante e parlava poco.
Di pomeriggio stava seduto in silenzio, per ore. Guardava dalla finestra della sala la gente che passava. Io gli facevo gli scherzi. Gli facevo paura da dietro. Lui non diceva nulla.
A volte, mentre era seduto, mi aggrappavo al suo collo, da dietro. Lo stringevo forte e gli davo un bacio sulla guancia o dove capitava. Una volta si alzò in piedi, sempre con me attaccato dietro e, dal momento che era alto, avevo paura a staccare la presa. Mi aiutò mia madre, a scendere da lì.
Lui rimaneva fermo e non diceva nulla.
Fumava mezzo sigaro al giorno. Si spegneva spesso. Un giorno gli disegnai i baffetti alla Hitler con la cenere del toscano. Leccai un dito, lo appoggiai sul posacenere e poi lo passai sotto il suo grosso naso. Aveva i capelli bianchi tagliati con la scodella e la riga da una parte. Il nonno era un bel gioco, ma non potevo entrare in camera sua e anche mia madre non voleva.
Stavo con lui solo quando era in giro per casa.
-Non entrare in camera del nonno senza di me, diceva mamma.
Un giorno mi sgridò, perché avevo preso un gioco dalla sua stanza.
Era la croce di ferro al valor militare. Così mi disse lei. A me piaceva il nastrino colorato. Color bianco, rosso e verde e ne avevo fatto un braccialetto.
Avevo usato la croce come cacciavite per smontare un’automobilina. Avevo fatto leva e si era piegata. Era color bronzo e c’era una figura impressa sopra, ma quando la feci vedere al mio amico Massimo, a lui non interessava.
Non era un bel gioco e la rimisi nella sua scatola. Mia madre mi scoprì. Le mamme hanno questa capacità di scoprire tutto.
L’orologio, invece, era bellissimo. “ A ricordo del ferroviere Ferdinando” c’era scritto.
C’era scritto anche altro, ma non ero molto bravo a leggere e poi, quando mi accorsi di quella scritta sul retro della cassa, l’acciaio era già mezzo consumato e le lettere si leggevano a fatica.
Avevo scoperto come staccare la catenella ed il mio passatempo preferito, con l’orologio, era di farlo scivolare sul largo corrimano della scala esterna.
Prendeva velocità, batteva sul portavasi, si alzava in cielo e cadeva sulla ghiaia, tra gli aghi di pino. Misuravo la distanza. Poi ricominciavo.
Il vetro non si rompeva mai. Le lancette erano sempre ferme.
Da quando avevo trovato l’orologio, le lancette erano sempre fisse sulle cinque, ma per il mio gioco funzionava benissimo.
Poi, quando mi stancavo o dovevo fare qualcosa con mia madre, lo rimettevo al suo posto. Entravo nella cameretta buia del nonno, giravo attorno al letto, mettevo l’orologio nel cassetto del comodino e uscivo in fretta.
L’orologio aveva un segreto. Si apriva. Aveva uno sportellino sul retro, ma dentro non c’era nulla.
Mi piaceva pensare che in passato avesse contenuto dei messaggi segreti.
Il nonno era vedovo da tempo. Da prima che nascessi io.
In camera sua c’erano due foto appese della nonna, la Luigia. Il nonno parlava di lei come se dovesse tornare da un momento all’altro, come se fosse uscita per andare alla bottega.
Una foto era più vecchia dell’altra. Era il primo piano in bianco e nero di una donna giovane.
Mi aveva colpito il collo voluminoso del cappotto grigio ed i capelli neri raccolti sulla testa.
Sembrava avesse una palla da calcio in equilibrio sul capo.
L’altra foto, era un mezzo busto della Luigia a colori. La foto era più recente e mia nonna più anziana. Aveva sempre il pallone sulla testa, ma era grigio chiaro, quasi bianco.
I due volti della stessa persona non erano molto differenti, nonostante fossero passati molti anni fra i due scatti. Della foto a colori mi colpiva il medaglione d’oro che portava al collo. Avrei giocato volentieri anche con quello.
Mi colpiva anche un cicciolo di carne scura, grande come un pisello, accanto al suo naso. Non aveva il volto di una donna buona. Aveva la bocca che scendeva e lo sguardo di una che comanda.
C’erano anche due quadri appesi. Erano legati in alto, ad una cordicella, e stavano inclinati in modo che si potessero vedere bene. Sembrava che dovessero cadere da un momento all’altro. Le cornici nere erano quadrate, ma i due volti dipinti era racchiusi in due ovali. Anche al cimitero avevo visto delle foto che assomigliavano ai quadri. Erano i volti di due uomini con il cappello a bombetta.
Mi piaceva il nome bombetta, mi faceva pensare alla mie storie fantastiche di guerra. Uno era magro e con i baffetti sottili, gli occhi vispi, la bombetta sulla testa era inclinata e gli dava un’espressione da burlone. L’altro era più cicciottello e con lo sguardo più serio. Assomigliava ad un maialino ed anche al macellaio che aveva il negozio vicino casa.
Un cappello così non l’avevo mai visto addosso a nessuno, in strada, ma mio nonno forse ne nascondeva uno uguale in un armadio, in soffitta. Un giorno avevo sbirciato per caso, mentre spostavano le sue cose. La soffitta per me era vietata, ma quel giorno ero lì.
Anche in estate non potevo salire in soffitta da solo.
Ci stavano i clienti giovani, che potevano fare le scale e spendevano poco. Anche un cameriere dell’albergo dormiva lì, ma lui non era mio amico. Non voleva che entrassi in sala da pranzo per prendere il pane e la frutta che stavano sui tavoli.
Mi aveva sgridato il primo, giorno che era arrivato, e per tutta l’estate era rimasto arrabbiato con tutti. Forse non per colpa mia, ma non era mio amico.
I volti dei due con la bombetta non avevano nome, né parentela con nessuno. Anche il nonno si era dimenticato di chi fossero, ma dal momento che, quando si era sposato, i quadri erano già in casa e la nonna ci teneva molto, non furono mai spostati. C’era una legge che non permetteva di spostare nulla, in camera del nonno. Solo la mamma faceva le pulizie dal nonno e per il resto non poteva entrarci proprio nessuno.
Nando aveva una malattia alle mani e una alla testa.
Le mani si muovevano con difficoltà. Le grosse nocche tenevano le dita inclinate e rigide.
Teneva le mani sempre aperte a metà. Sembrava dovesse bere dalla fontana o sollevare una cassa di frutta o portare un vassoio.
L’albergo era ad angolo, come le sue mani. Davanti c’era la strada grande, alberata e trafficata. Affianco la strada piccola, in discesa.
Il marciapiede era il mio confine, e andava dalla stradina d’angolo fino alla stradina successiva, lungo il viale alberato. Erano alberi ciccioni, con foglie grandi con tante punte e palline verdi e dure.
I grandi alberi facevano fresco in estate e grandi mucchi di foglie in autunno, lungo tutto il viale.
In autunno le palline diventavano marroni e cadevano. Le lanciavo in aria per gioco con tutta la mia forza e, quando cadevano al suolo, esplodevano sparando spore ovunque, come bombe vere.
Qualche volta il nonno mi prendeva per mano. Con la mano ad angolo. Era grande e larga.
Andavamo fino alla fine del marciapiede e poi tornavamo indietro.
Rispettava il mio confine o, forse, ubbidiva alla mamma.
Il nonno faceva fatica a camminare. Per partire, spostava il corpo in avanti e, per non cadere, le gambe erano costrette a seguirlo.
I primi passi erano corti e veloci, di assestamento. Poi una volta partito, manteneva il suo ritmo.
La mamma lo aiutava a scendere e salire i tre gradini della scala di ingresso.
Io mi annoiavo. Era troppo lento anche per me, che avevo pochi anni.
Se incontravo i miei amici, li salutavo muovendo appena la testa. Non potevo giocare con loro.
Il nonno non mi avrebbe lasciato il braccio. Alla fine del marciapiede si fermava. Si girava da fermo. Piano. Poi spostava il corpo in avanti e ripartiva. Rivedevo i miei amici, abbassavo la testa e continuavo fino a casa. Era un dovere stare con il nonno, come lavarsi la faccia al mattino.
I miei amici giocavano a puzza in alto e a nascondino. Io portavo a spasso il nonno più lento del mondo.
Quando spazzava davanti all’albergo, alla mattina presto, bloccava il manico della scopa con i pollici. Era buffo guardarlo.
Le sue mani non erano diventate ad angolo per colpa della ferita di guerra, quando aveva messo il braccio fuori della trincea ed era stato colpito. La pallottola gli aveva rotto l’osso in più parti e avevo visto i buchi che aveva nel braccio.
Il braccio gli faceva molto male, diceva la mamma, ma questo non era la causa delle mani piegate.
La mamma mi disse che si fece colpire in trincea, per amore della nonna, perché la amava e voleva rivederla.
Avrebbe dovuto farsi colpire ad una mano, pensavo.
Tanto non gli servivano a granché, e non avrebbe avuto dolore al braccio.
La medaglia l’avrebbe avuta comunque.
Spazzava e ci metteva tutta la mattina per fare un pezzetto.
Ogni tanto si fermava a raccogliere qualcosa da terra e, per abbassarsi e rialzarsi, ci impiegava molto tempo. Altre volte l’avevo visto frugare con difficoltà nei bidoni della spazzatura.
Non mi piaceva quando mi toccava i capelli, per salutarmi. Pensavo che avesse le mani sporche.
Era un omone alto e robusto ed aveva poche espressioni in viso.
Non capivo se facesse fatica a camminare o se si stancasse o se se avesse fame o freddo.
Mia madre lo lavava alla domenica mattina. Lui stava in piedi, dentro la vasca da bagno. Poi quando era più anziano, stava a sedere su una vecchia sedia, dentro la doccia.
Una volta l’avevo visto mentre faceva la pipì nel lavandino. Non mi era piaciuto. Mi aveva fatto schifo e lo avevo detto a mia madre. Lei si arrabbiò molto con il nonno, ma lui non sembrava molto interessato alla cosa.
Questa era la malattia della testa. Non era molto interessato alle cose.
Camminava davanti casa e alla gente che incontrava diceva:
- Io ho incontrato Morte.
Lo guardavano con pazienza. Vedevano il suo stato confuso. Un anziano che ha perso la testa, pensavano.
Chi non lo conosceva si fermava a parlare con lui e diceva:
- Anch’io, sa? Un mio parente ha avuto un incidente ed ero presente mentre moriva.
Poi capivano il suo stato, perché non rispondeva e continuava a ripetere:
-Io ho incontrato Morte.
Pensavo che il nonno fosse strano anche perché mangiava il pesce con la testa e le spine, faceva colazione con la minestra fredda della sera prima e mangiava, per merenda, la cipolla cruda.
Parlava pochissimo e stava a testa bassa. Era alto ed era un po’ incurvato, ma non da sempre.
Avevo visto una sua foto vestito da ferroviere e stava dritto con la schiena.
Da quando era morta la nonna era successo qualcosa, diceva la mamma, quando le chiedevo di lui.
Una sera, la mamma uscì ed io rimasi con il nonno. Nel suo lettone.
Mi raccontò la storia di un asino che faceva uscire monete d’oro dal sedere.
Parlava con lentezza e ogni tanto si fermava e mi chiedeva di cosa stava parlando.
Ogni volta che diceva culo o cacca, io ridevo come un matto.
Alla fine mi diceva solo le parolacce ed io ridevo. Il nonno parlava poco, ma aveva una bella voce.
La mattina dopo mi svegliò mia madre e mi chiese come fosse andata.
Gli dissi delle parolacce e delle risate e si mise a ridere anche lei.
Era felice per me e sarebbe potuta uscire ancora, la sera.
Rimasi altre sere, con lui, nel lettone. Qualche volta non parlava. Si addormentava subito e mi annoiavo. Parlavo io. Lo scuotevo per un braccio, lo svegliavo e parlavo con lui dei miei giochi e della mamma. Non gli dicevo dell’orologio e delle altre cose.
Avevo capito che era molto vecchio perché aveva la dentiera e la teneva sopra al comodino, nel bicchiere dell’acqua.
Lui aveva solo due paia di scarpe. Quelle nere, della domenica, che infilava solo con la mamma, perché erano strette, e quelle di panno con la cerniera davanti. Quelle di tutti i giorni.
Erano enormi e calde e le metteva anche in estate. Non facevano la puzza e lui non stava mai al sole. Era bianchissimo.
Un giorno lo vidi ridere con la dentiera. Era la mattina di Pasqua ed avevo ricevuto l’uovo di cioccolato. Il primo che ricordo. La mamma mi portò dal nonno e lo scartammo insieme.
Lui mangiò la cioccolata. Un pezzetto. Si mise a ridere. Il cioccolato si appiccicava al palato e alla dentiera e gli faceva il solletico. Rideva e si vedeva la dentiera marrone di cacao.
Anche lì, era buffo.
Poi, una sera, la mamma uscì ed io rimasi sul lettone con lui. Non stava bene e la mamma mi disse di non affaticarlo e di dormire subito. Il nonno mi sembrava agitato.
Riuscii a leggere nel suo volto una espressione di dolore e di paura. Mi faceva tenerezza.
Mi guardava negli occhi e non capivo.
Incominciò a parlare come se io fossi un adulto. Muoveva gli occhi in fretta, come se fosse agitato per ciò che doveva dire.
Mi parlò della Luigia e della sua morte.
Parlava lentamente, con lunghe pause. Voleva che ascoltassi e capissi bene. Concluse il racconto così.
- Con me, la vita è stata buffa. Ora sta finendo. Finalmente. Un giorno, ho incontrato Morte. Vestiva i panni di un uomo, simile a me. Non ci si deve fidare della Morte. Anche quando sembra che non stia facendo niente, lei ha già fatto.
Se per caso un giorno ti capitasse di incontrarla, scappa. Non fermarti con lei. E’ una fregona!
La morte prende sempre e non lascia niente. Hai capito?
Dopo avermi chiesto se avessi capito, mi prese per le spalle con le sue mani rigide e mi scosse come un albero dai frutti maturi.
Poi si calmò, si accomodò meglio nel lettone e mi ordinò di dormire.
Non mi sono addormentato subito. Il nonno mi aveva stupito e scosso per davvero.
La mattina seguente la mamma mi portò sul seggiolino della bici in una palestra fuori Rimini. Bisognava pedalare per un ora.
Ero seduto sul seggiolino e mi tenevo saldo con le mani al manubrio ed i piedi fermi sulle pedane. Mi vennero le formichine alle gambe, ma non lo dissi alla mamma.
Avevo un po’ paura della bici, perché una volta avevo messo il piede fra i raggi della ruota, la bici si era bloccata e cademmo a terra. La mamma si sbucciò il ginocchio ed io andai zoppo per qualche giorno.
In bici parlammo del nonno e della sera precedente.
Gli dissi, senza girare la testa, che non avevo riso e che il nonno mi aveva sbattuto, scrollato e gli descrissi il gesto.
Subito non disse nulla. Poi parlò della mia schiena e della palestra. La palestra era una cura, diceva. In palestra dovevo stare disteso a pancia in su, sopra una panca ricurva e faceva molto male. Poi tornammo a casa, ma non parlammo molto.
Incrociammo un funerale.
- Il morto porta male, disse.
Quando tornammo a casa, io entrai in casa per primo, perché la mamma stava sistemando la bici.
Il nonno era in cucina, steso a terra. Era morto.
Mia madre gridò e poco dopo arrivò gente e poi arrivò il dottore.
Avevano messo il nonno sopra il divano all’ingresso.
I clienti dell’albergo tornavano dalla spiaggia e passavano davanti al nonno morto, per raggiungere le loro camere. Si segnavano come in chiesa e stringevano la mano della mamma.
Ero seduto vicino a lui, composto e serio come mi era stato detto.
Ad un certo punto lui fece un rumore con la bocca. Sembrava un lamento, ma era morto.
Per due giorni la casa rimase al buio. Coprirono anche gli specchi.
Potevo giocare solo in camera mia ed il nonno non c’era più. Era stato portato via.
Passò ancora qualche giorno e l’arredamento della camera del nonno sparì in soffitta con tutte le sue cose.
Una sera ero nel mio letto e venne mia madre a salutarmi. Non succedeva spesso.
Veniva quando doveva dirmi delle cose importanti.
Gli chiesi del nonno.
- Dove sarà adesso?
- E’ con la nonna Luigia. Sta bene e ci guarda da lassù. E’ morto, disse.
La parola morte, mi ricordò dello strano racconto del nonno le dissi. Lei mi spiegò:
- Quando morì la nonna, lui ebbe un infarto, un dolore al cuore. Gli successe fuori casa, in città. Forse qualcuno gli disse che lei era morta, e lui ebbe un infarto. A momenti moriva anche il nonno. Da quel giorno non si riprese più. Rimase fermo nel tempo, come un vecchio orologio.
- L’orologio! dissi ad alta voce. Il nonno aveva un orologio che chiamava cipolla ed io ci giocavo spesso. E’ mio! Lo rivoglio.
La mamma mi guardò e si mise a piangere. L’aveva buttato via, disse. Non funzionava. Era sempre fermo sulle cinque.








