Racconto/Francesca, detta Cettina
di rita cerquetti
Se ne stava alla finestra tutto il giorno con le mani aggrappate alle sbarre. La teneva aperta anche quando il sole era rovente. La prima volta che l’aveva incontrata, le si era avvicinata, l’aveva chiamata, ma lei non si era girata. La bambina aveva avuto un sobbalzo come se fosse uscita da un sogno. Appoggiò le mani, dolcemente, sulle sue spalle e sentì tutta la fragilità di quel piccolo corpo. La prese per mano. La piccola mano sparì nella sua. La portò verso il letto. Le sembrava una conquista. Temeva che si volesse sottrarre al contatto. Prese una sedia e si sedette davanti a lei. La guardava stordita. Quel visino pallido, dai tratti ancora da bambina, le faceva montare in corpo una rabbia tremenda. Se fosse stata lei, la bambina, avrebbe fatto la stessa cosa, si sorprese a pensare. Solo gli occhi stonavano su quel viso. Non erano occhi di bambina. C’era un’ombra scura negli occhi di Cettina e lei voleva far sparire, quell’ombra che sembrava una parete eretta tra la bambina e il mondo. Sedeva curva, con le mani strette tra le ginocchia e lo sguardo fisso sulle mani. Le gambe penzolavano immobili, a un palmo dal pavimento. C’erano graffi sulle gambe magre. Graffi sulle braccia. Erano ancora vivi.
“Come ti chiami?” chiese l’assistente sociale, sollevandole il mento. Sapeva il nome della bambina, ma voleva che fosse lei a dirlo. Dirlo era un po’ come riconoscersi.
“Francesca, ma mi chiamano Cettina. Adesso che me l’hai chiesto mi sono ricordata il mio nome. Nessuno mi ci ha mai chiamato. Non mi dispiace Cettina. E tu? Come ti chiami?”
“Giuseppina”
“Ti posso chiamare Peppa? E’ più corto e me lo ricordo meglio. Mi piace di più. Mia nonna c’aveva una gallina. Si chiamava Peppa. Quando andavo dalla nonna ci giocavo anche se la gallina non era contenta. Voleva sempre scappar via quando la prendevo in braccio e la volevo accarezzare. Dalla nonna c’andavo con il babbo, ma poi lui è morto e dalla nonna non ci sono più tornata”
“Peppa, mi piace. Chiamami così. Guarda cosa t’ho portato”. Non voleva affrontare immediatamente l’argomento. Voleva conquistarsi la fiducia della bambina.
Cettina prese il pacco
“Che bello! Non l’ho mai avuto un pacco.” Lo teneva stretto e nei suoi occhi si leggeva meraviglia mescolata a sospetto.
“Dai, aprilo”
“Ho paura di rovinare la carta. Non la voglio rompere. Ho sempre paura quando c’ho le cose nuove”
“Adesso ti faccio vedere come possiamo aprirlo senza romperla”
Francesca slacciò il fiocco giallo e poi, piano piano, staccò lo scotch e la carta si aprì
“Che bella. Una Barbie. Non ce l’ho mai avuta una Barbie.”
Cettina aprì la scatola. Prese la bambola come si prende in braccio un bambino e stette a guardarla. Si alzò e iniziò a girare come in una danza incerta seguendo una musica che solo lei poteva sentire. Si fermò e si rimise a sedere sul letto.
“Come è bella. E’ così che voglio diventare quando cresco e mi verranno le cose. Quando mi verranno le cose non avrò più paura, perchè sarò grande e i grandi non hanno paura”
“Allora vuoi diventare bionda?”
“Sì, bionda. E poi voglio mettermi il rossetto e lo smalto sulle unghie. Anche quelle dei piedi, come fanno le signore. Così non sentirò più le vergogne.” Abbassò gli occhi. Giuseppina si sentiva stringere il cuore a quei discorsi. Continuava a guardarla, a guardare la bocca semi aperta da cui si intravedevano i piccoli denti. Gli incisivi si sovrapponevano.
Anche lei aveva sentito “le vergogne”, come diceva Cettina. Avrà avuto sette o otto anni. Era al cinema seduta accanto alla madre. Sentì una mano risalire lungo la sua coscia, sotto la gonna. Chiamò la madre. La mano si ritrasse. Non disse niente, chiese solo alla madre di cambiare posto. Dov’era, non vedeva bene. Si era vergognata di parlare.
“Posso tenere il fiocco?” riprese Cettina
“Sì, certo.”
“Me lo voglio mettere in testa così c’avrò il sole in testa.”
Giuseppina accarezzò i capelli di Cettina. Il suo tempo era scaduto. L’avrebbe incontrata il giorno dopo e quello dopo ancora, tutti i giorni.
Mercoledì mattina, 16 agosto, quando Giuseppina entrò nell’istituto, Adriana le corse incontro.
“Giuseppina, Giuseppina ….. Cettina…”
“Cettina cosa?”
“L’abbiamo trovata poco fa, nelle docce. Si è impiccata”
Alla sera, quando tornò a casa, prese dalla borsa un quaderno. Buttò borsa e scarpe in un angolo. Il quaderno era di Cettina. L’avevano trovato sotto il materasso.
“Peppa, oggi mi sento felice. C’è il sole e un passerotto è venuto a trovarmi. Oggi sono contenta perchè domani è il mio compleanno e il passerotto è venuto a farmi gli auguri. C’avrò 12 anni e così mi verranno le mie cose e sarò grande anch’io. Questo te l’avevo già raccontato, ma mi scordo delle cose che dico. Oggi è martedì, ma sembra domenica. La domenica mi è sempre piaciuta perchè mi lasciano dormire di più. Ma poi arriva Adriana che mi sveglia e dice che devo andare a fare colazione. Stamattina per colazione m’hanno dato il caffè e latte e le fette biscottate con la marmellata di albicocche. Mi piacciono le albicocche. Hanno il colore del fiocco che mi hai dato quando m’hai regalato la Barbie. Così stamattina avevo il sole in testa e anche nella bocca. Poi m’hanno dato una pesca. Anche quella mi piace. Invece a me non mi piace l’inverno. E’ freddo. Ci sono i passeri che io non so come fanno a stare fuori col freddo. Io sento freddo quando vado da don Ugo. Non ho i vestiti pesanti, non c’ho neppure una sciarpa però don Ugo ha detto che me ne comprava una ma poi non me l’ha data. Dopo che sono andata a fare colazione sono tornata in camera e ho giocato con la Barbie. Quando gioco mi vengono le vergogne…non riesco a continuare ma poi Peppa mi abbraccia forte e io so che lei mi vuole bene e posso fidarmi. E allora le vergogne spariscono. L’ho spogliata e l’ho guardata. Lei non c’ha le cose che c’ho io, anche se lei è già grande. Anch’io voglio i capelli lunghi come quelli della Barbie così gli uomini mi guardano e mi danno quello che voglio. C’ho giocato e ho visto che c’ha anche le tette. A me non sono ancora cresciute. Quando Peppa viene ci voglio giocare con lei. Peppa mi piace, mi accarezza ma no come don Ugo. Gli ho cambiato i vestiti e messo le scarpe con i tacchi aguzzi. Anch’io voglio mettere i tacchi alti così pensano che sono più grande. Una volta me li sono messi, ma non stavo in piedi, i piedi mi si piegavano all’infuori e mia madre mi ha detto di toglirle perchè sennò le rovinavo. L’aveva comprate con i soldi che gli avevo dato io. Qui io ci sto bene, anche con Giovanna che dorme nella stanza con me, anche se non parla con nessuno. Qualche volta piange ma io non so perchè lo fa. A me non mi viene mai da piangere, nemmeno quando sento le vergogne. Con Peppa mi vengono le vergogne ma poi mi passa. Ma non mi passano i ricordi, quando sono grande li faccio passare, ma ancora sono piccola e ci sono i ricordi.
Prima avevo delle amiche, Gianna, Loredana e Gessica, ma lei diceva che si scriveva con la J che io non sapevo cos’era. Ma dopo che andavo da don Ugo non mi parlavano più e dopo, quando passavo per strada, i ragazzini mi gridavano “eccola, eccola la zoccala. Adesso fallo anche con noi.” Io non lo volevo fare era la mia mamma che mi ci portava.
La mia mamma dice che lei è vecchia e brutta e che mi vuole bene ma io non ci credo se uno vuole bene non le fa del male. Ma io ancora sono piccola e non capisco. Quando ho pensato a mia madre mi è venuta una gran rabbia e ho preso la Barbie. L’ho sbattuta per terra e poi gli ho staccato la testa e l’ho buttata via. La prima volta che m’ha portato da don Ugo mi ha fatto proprio male tra le gambe. Mi bruciava tutto fino alla pancia. Ho sentito che bruciava tutto anche altre volte ma poi non mi faceva più male. Mi faceva il solletico ma io non lo volevo fare ma mamma diceva che don Ugo era buono e lo faceva perchè mi voleva bene. Ci dava il pane perchè mamma non lavorava e non c’avevamo niente da mangiare. Mamma mi aveva portato alla chiesa e mi aveva detto che dovevo fare quello che mi chiedeva don Ugo così potevamo avere da mangiare tutti i giorni e i vestiti e le paste alla domenica. Don Ugo non mi piaceva con tutti i peli tra le gambe. Ce l’aveva anche sul sedere. Don Ugo dice che mi vuole bene ma a me non mi piace. Quando facciamo all’amore vuole che lo accarezzo e che lo bacio e se poi lui è contento mi dà più soldi. Io lo faccio contento sennò mia madre mi sgrida ma quando mi vuole baciare mi viene da vomitare. C’ha sempre un alito puzzolente, come di cavoli marci, e per non sentirlo smetto di respirare. Certe volte mi fa paura con quella cosa così grossa tra le gambe. Mi fa paura ma la mamma dice che di lui non devo avere paura, come dei Santi . Adesso mi stanno tornando le vergogne. Peppa dice che non sono io a vergognarmi. Sono mia madre e Don Ugo che si devono vergognare. Forse provo le vergogne perchè ancora non capisco. Voglio diventare grande e così non provo più le vergogne. Un giorno sono andata in cucina. Ho preso il coltello più grande e quando sono tornata lui era steso nudo sul letto. Si toccava e mi chiamava. Allora gli ho ficcato il coltello nella pancia. Poi glel’ho ficcato da tutte le parti. Poi non ha urlato più, ma c’era il sangue dappertutto. Io sono fuggita. Non mi ricordo quando sono arrivata qui. L’altro giorno ho sentito Adriana che parlava sottovoce con Francesca vicino alla porta del bagno al buio e diceva che mia madre era stata arrestata. Io non so quanto devo rimanere qui dentro. Qui ci sto bene ma ho paura che Don Ugo ritorna come fanno i Santi e ricomincia a fare l’amore con me. Ieri notte l’ho sognato. Era grande, peloso e con il coltello piantato nella pancia. Si avvicinava, ma per fortuna mi sono svegliata in tempo. Ma se ritorna e non mi sveglio? Domani è il mio compleanno e non voglio che lui mi porta le paste per festeggiare. Domani c’ho 12 anni.”








