Racconto/Tomorrow is too late
di laura landi
Entro piano fra queste mura annerite dall’umidità e immerse nel verde delle palme, pennellate qua e là dalle tuniche arancioni dei monaci buddisti e profumate dagli incensi accesi davanti ai Buddha. In questa religione dove la pazienza è l’attendere: l’attesa dell’avventura, delle parole, dei segni. Una pazienza che sento tesa verso un incognito privo di aspettative e dove la pace non è l’assenza della guerra, ma un’alchimia e trasformazione dei veleni.
Entro piano nel tempio di Ta Prom in Cambogia, che è stato un capolavoro dell’architettura Khmer.
Questo viaggio è per me un oltrepassare la frontiera fra passato e presente e poi fra presente e futuro, ciò che normalmente si chiama scegliere o risoluzione di un conflitto o imparare a separare ciò che è me, da ciò che non lo è.
Un viaggio lontano da tutto ciò che non è chiaro e non è sicuro, ma non un viaggio per trovare chiarezza, sicurezza o risposte. Piuttosto, invece, per individuare domande.
Davanti a questo tempio mi sento davanti ad uno scenario irreale e i miei pensieri vanno a ripescare un ricordo di Van Gogh. Un giorno, durante un terribile temporale, il campanile della chiesa del padre viene colpito da un fulmine, e distrutto. Vincent riflette e capisce che nulla può fermare la potenza della natura, neanche la fede (il campanile) può nulla, solo il rispetto ha potere sulla natura.
Qui a Ta Prom , la natura della giungla ha vinto su tutto, creando un groviglio di vita passata e presente di indescrivibile fascino.
Radici, tronchi, rami abbracciano e spingono le mura di questo tempio che ha deciso di arrendersi, che lascia spazio alla fantasia di ognuno e permette di ritrovare i segni di un antico splendore. Ma è così grande lo stupore, che resto in ascolto della storia che passa di qui oggi, per me.
Le fronde, che filtrano l’aria fra le crepe stanche di queste mura, colorano l’aria di verde, e così le ombre e i riflessi. Le radici che separano con forza le pietre e che scavalcano i ruderi, assomigliano a braccia o ad artigli. L’imponenza della natura si fa spazio, reclama un luogo, urla un diritto e dalla terra dove ha ancorato le proprie radici, si spinge con forza verso il cielo. Piccole sculture fanno capolino fra ciò che resta e il loro sguardo è verde di muschio.
Fuori dal tempio decine di bambini mi offrono i loro prodotti e così resto con loro molto tempo, sfoderando il mio miglior inglese. Più passo il tempo con loro e più mi accorgo che il nostro interagire cambia; all’inizio il loro parlare è una cantilena per poter vendere le loro cose, poi capiscono che sono interessata ad ognuno di loro e così escono dal personaggio ed esplodono in tutta la loro preziosa e curiosa umanità, con racconti e domande.
Compro degli oggetti da ognuno di loro.
“compra da me”
“compra da me”
“il mio costa meno”
“questo ha i colori più belli”
“ma tu come ti chiami?”
“Laura, e tu ?”
“questo è rosa, per tua figlia”
“ma io non ho una figlia, ho due bambini”
“allora ecco le magliette azzurre dei templi per i tuoi figli”
“d’accordo, allora due magliette azzurre come gli occhi dei miei bambini”
“belli gli occhi azzurri”
“anche voi siete belli e vorrei fare delle foto insieme a voi, per farle vedere ai miei figli. Coraggio tutti vicini”
“da me non hai comperato niente”
“ho finito i soldi, ma ti prometto che domani torno e prendo i tuoi bracciali colorati.”
In un attimo entra con i suoi occhi nel mio cuore e mi dice,
“no, domani è troppo tardi, tomorrow is too late”.
Non mi lascia andare via, muove le mani e i polsi, fa dei piccoli passi laterali con una grazia e una leggerezza disarmante. Sono i passi della danza khmer che ho visto fare ad un gruppo di bambine orfane, in un centro di accoglienza a Siem Reap.
Mi invita a danzare con lei fra la polvere della terra e il tempio sullo sfondo mentre, in cielo, boccoli di nubi annunciano la pioggia. Lascio questo tempo e ritrovo i miei sei anni, la mia aula in cima alle scale, la sbarra, lo specchio, il pavimento di legno che scricchiola, le vetrate, il pianoforte, mentre mi lego le scarpe da punta e inizio il pliè alla sbarra.
“Da grande farò la ballerina”. Promessa mantenuta e sogno avverato. Per anni ho parlato danzando, scivolando sulle note di Chaikovsky o Dvoràk, disegnando col corpo le linee dei desideri. Innamorandomi dei cigni, delle principesse, delle fate o delle bambole che interpretavo. Ogni spazio era il mio palcoscenico, anche se ero a piedi nudi e la musica esplodeva dentro di me o quando mi ritrovavo fra le note che viaggiavano leggere nell’aria. Ricordo ancora gli occhi azzurri e schivi di mia mamma riflessi nello specchio, mi aiutava a fare lo chignon e la signora Anna le sussurrava,”questa bambina ha una grazia deliziosa”. Danzare, danzare, danzare. E poi partire, Parigi, Salisburgo. E oggi, Cambogia. Danzare la danza khmer davanti ai templi di Angkor, con una bambina di strada.
Troppo tardi per restare o troppo tardi per tornare ? Sapere qual è il punto esatto nel groviglio della mente in cui non si aspettano più risposte, perché si vive l’istante che sta passando, perché a volte, lungo la via del ritorno, non c’è aria e la vita ti spinge avanti senza chiederti da dove vieni. Per la mia ballerina cambogiana domani è troppo tardi perché è oggi che la grazia attraversa il suo corpo, mentre vende bracciali e vuole che la vita risponda ai suoi sette anni.
Frastuono in cielo, fra i boccoli delle nubi e il vento impetuoso che scuote gli altissimi fusti delle palme, come braccia che salutano l’orizzonte o schiene che si inchinano al tramonto. La grande pioggia oscura in anticipo il giorno. Le enormi buche delle strade si riempiono di acqua e sono così profonde che i bambini ci si tuffano dentro per gioco. Le scimmie ai bordi della strada spariscono in un attimo, lasciando qua e là, dietro di sé, le bucce di banana. Cerco un tuk-tuk per tornare in albergo, ma sono tutti fuggiti a riparasi. Il tuk-tuk è un taxi cambogiano composto da un motorino, al quale è legato un carretto con una tettoia e di solito il guidatore è decisamente spericolato. Si fa buio e resto con alcuni bimbi sotto una tenda. Non so bene cosa fare, ma so che non è prudente restare nei templi, nella giungla di notte.
“Dovresti venire a dormire a casa mia, perché il tuo albergo è troppo lontano e la pioggia non si fermerà” dice la bambina.
Una delle mie piccole amiche, mi offre ospitalità, mentre protegge sotto la maglietta le sue sciarpe di seta colorata.
La casa non è lontana ed è un unico ambiente di legno rialzato da terra, per evitare gli allagamenti e l’ingresso di animali indesiderati. Il mio arrivo non stupisce nessuno, l’accoglienza è fatta di gesti semplici e amorevoli. Entro piano in questa famiglia, dove il padre è morto diversi anni fa e la mamma si occupa da sola di Soly e dei suoi cinque fratelli. Mi offrono un vestito asciutto e un telo per asciugarmi i capelli. Raccolgono l’acqua piovana in un catino, per preparare il riso. Aiuto a sistemare le stuoie a terra, per mangiare, e gioco insieme ai bambini con uno strumento di legno a forma di rana, che ho comperato da un piccolo, al tempio. Alla musica della pioggia e del vento si uniscono le risate e le battute di mano.
Questa sera sto vivendo un viaggio nel viaggio. Come un viaggio al centro della storia e del cuore, al centro del tempo e dei pensieri che camminano e portano avanti la vita. In silenzio, in punta di piedi, nella fatica e nel buio che arriva all’improvviso, senza aspettare che il giorno finisca. Seduti sulle stuoie, il riso nelle ciotole, ciò che resta, fra le ombre della sera, è condividere una parte di storia con chi è capace di offrirmi il niente che ha, senza chiedere nulla in cambio.
Stringo la notte, dormendo poco e ascoltando il respiro leggero di questa casa. Tutto è vicino e cerco di raccogliere ogni spiraglio che mi lega a questo istante.
Soly aveva ragione, la pioggia non si fermerà. La mia stanza d’albergo è lontana.
“a che pensi ?” chiede.
“vorrei che i miei figli fossero qui, vorrei che ti conoscessero”
”potrai raccontare di aver giocato con me e di esserti bagnata con la pioggia cambogiana. Sicuramente rideranno”
”hai ragione, Soly, è stata bella questa pioggia”.
Un pugno di ore capaci di farmi sentire lontano e vicino. Le stringo a me e attraverso una porta immaginaria fatta di sguardi e gesti, di tempi infiniti e possibili. Queste ore sono capaci di avvicinare le parole difficili da dire, ma così chiare, se indossate senza attesa.
Questa notte sarà per sempre, perché tomorrow is too late.








