Racconto/La cannuccia



di selene contadini

C’era con­fu­sione. Incro­ciavo per­sone che se ne anda­vano e altre che, come me, arri­va­vano. Mi pen­tii di essere uscita, ma la tem­pe­ra­tura adesso era più mite e avevo tro­vato il fre­sco che cer­cavo. Ero infe­lice per il caos creato dalla mol­ti­tu­dine e felice per l’aria dolce. Cer­cai un punto di equi­li­brio. Mi stac­cai dalla gente e andai a sedermi su una sca­li­nata del paese.
C’era un con­certo, da qual­che parte.
Il bru­sio e la musica giun­ge­vano da lon­tano e crea­vano un sot­to­fondo per­fetto.
– Il fre­sco era pia­ce­vole – Me lo ripe­tei più volte, come se fosse una giu­sta ricom­pensa per la fatica di arri­vare fin lì, e diedi l’addio a quella gior­nata di caldo afoso.
Di fronte a me c’era un grande par­cheg­gio. Era vuoto, lo sta­vano ristrut­tu­rando. Pareva un lago di ghiaia che mi fece pen­sare al set cine­ma­to­gra­fico di un film posta­to­mico.
Cer­cai con gli occhi un pae­sag­gio più pia­ce­vole e osser­vai le case del borgo medioe­vale che face­vano corona al par­cheg­gio. Par­ti­vano dal basso e si alza­vano verso la col­lina, dove il paese ter­mi­nava con una chiesa e il cam­pa­nile. Le case erano minute. Erano minute le loro porte e le loro fine­stre. Ma il par­cheg­gio stava cam­biando tutto e le case stesse si sta­vano tra­sfor­mando. Alcune ave­vano già subito la tra­sfor­ma­zione che stava avve­nendo nel par­cheg­gio. I segni del muta­mento erano evi­denti. Il por­ton­cino di entrata di alcune era di legno levi­gato e opa­ciz­zato. I bagni, prima ine­si­stenti, erano rico­no­sci­bili per le minu­scole fine­strine o pic­coli oblò. Le pie­tre dei muri erano state rico­perte da into­naci colo­rati oppure lasciate a vista, ma curate. In altre invece lo stato di abban­dono, l’umidità e il calore ave­vano spac­cato il legno e cau­sato pro­fonde vena­ture agli infissi. Le porte mostra­vano ser­ra­ture un po’arrugginite e poco sicure. Sarebbe stato facile entrare e dare un’occhiata.
Alcuni gatti erano appol­la­iati vicino ai vasi di gerani. Le fine­stre ave­vano gli scuri verdi o mar­roni e molte erano spa­lan­cate. Qual­che pae­sano se ne stava affac­ciato a guar­dare. Altri, forse, ascol­ta­vano la musica stan­do­sene den­tro casa, ma senza la curio­sità di guar­dare fuori. Qual­cuno guar­dava la tv ed era costretto a tenere alto il volume, per riu­scire a sen­tire.
Anche i com­menti dei pae­sani che pas­seg­gia­vano erano rico­no­sci­bili. Erano con­tra­stanti come l’aspetto delle loro case:
– Quando ci sono feste in paese non si vive più…
– Quando ci sono ini­zia­tive il paese rina­sce. Ogni tanto è bello il rumore che porta una festa -.

In un angolo del par­cheg­gio c’era una grossa gru gialla che sem­brava dia­lo­gare con la parte alta del cam­pa­nile sulla cui cima si apriva una fine­stra con due aper­ture.
– Cam­pa­nile con bifore — Pen­sai e mi tor­na­rono alla mente gli studi fatti a scuola.
Quando sol­le­vai gli occhi per guar­dare il cam­pa­nile e poi li riab­bas­sai ebbi un pic­colo capo­giro.
I lavori in corso e il borgo crea­vano un miscu­glio cao­tico di antico e moderno.

Nel par­cheg­gio non c’era nes­suno, solo un bam­bino vestito di rosso. Si era chi­nato a rac­co­gliere una can­nuc­cia di pla­stica, but­tata da chissà chi. La rigirò fra le mani, pen­sando a cosa farne, poi prese una deci­sione. S’inginocchiò e la puntò a terra, ci sof­fiò den­tro e si sol­le­va­rono pic­cole nuvole di pol­vere. I suoi vestiti rossi, pan­ta­lon­cini e maglietta, con­tra­sta­vano con il colore chiaro della ghiaia. Anche la luce giocò scherzi alla mia imma­gi­na­zione. Il buio serale, il chiaro della ghiaia e il dis­se­sto del par­cheg­gio mi fecero pen­sare ad un pae­sag­gio lunare.
Il bam­bino se ne stava solo, immo­bile. Quando sof­fiava, e la can­nuc­cia non sol­le­vava più pol­vere, si spo­stava per cer­care nuovi muc­chietti di ghiaia.
Pro­se­guì il suo gioco a lungo o forse no; quando osservo qual­cosa perdo la cogni­zione del tempo.
Il bam­bino era sod­di­sfatto. I suoi geni­tori lo tene­vano d’occhio senza distur­barlo.
Pen­sai che fosse con­tento per­ché aveva uno stru­mento per diver­tirsi e spa­zio a sua dispo­si­zione.
Non si guar­dava attorno. La festa non lo atti­rava e nem­meno lo distur­bava. Era troppo pic­colo per essere lì, da solo. Io invece ero grande e potevo stare lì, da sola. Ma in que­sto caso la dif­fe­renza fra adulto e bam­bino non esi­steva più, per­ché il suo gioco dava tran­quil­lità a entrambi.
Sof­fiava e si fer­mava a con­tem­plare le spi­rali di fumo. Mi chiesi cosa vedesse, in quelle nuvole di pol­vere. Nel chia­rore livido dei lam­pioni l’effetto era magico: da quella scena reale pas­sai alla fan­ta­sia e mi ven­nero in mente i cer­chi imper­fetti dei fumetti dove appa­iono le parole dei per­so­naggi.
Il bam­bino gio­cava con la can­nuc­cia e io gio­cavo con i pen­sieri.
Poi, i geni­tori, seduti vicino a me, lo dovet­tero richia­mare più volte prima che lui obbe­disse, ma non si arrab­bia­rono. Sem­brava che anche a loro pia­cesse quel rito, e fra un richiamo e l’altro le pause dura­vano qual­che minuto, come se fos­sero in uno stato d’ipnosi che ren­deva il tono della loro voce paziente:
– E’ ora di andare pic­colo…-
– Si è fatto tardi…-
– Ancora qual­che minuto…-
Infine se ne anda­rono tutti e tre. Il bam­bino teneva ben stretta la can­nuc­cia. Dava la mano solo ad uno dei geni­tori. Le sue ginoc­chia e i suoi piedi nudi den­tro ai san­dali erano impol­ve­rati e ave­vano assunto lo stesso colore della ghiaia. Ogni tanto si vol­tava indie­tro.
Il piaz­zale ora era vuoto, come a tea­tro, quando lo spet­ta­colo è finito.
In quel momento pen­sai alla memo­ria come ad un’unità di misura.

Quante cose ricordo della mia infan­zia?
Sarei in grado di enu­me­rarle?
Saprei som­marle e rica­varne un totale?
Quando sono io, a ricor­dare, cerco di descri­vere un epi­so­dio. Quando sono gli altri, a farlo, ascolto attenta e penso che il ricordo è bello quando è con­di­viso.
Quando ho qual­cuno con cui spar­tirlo trovo un com­plice che sa com­pren­dere.
Mi pia­ce­rebbe che la vita fosse un rac­co­gli­tore di espe­rienze, da poter aprire e con­sul­tare, quando i ricordi mi sfug­gono. Ma non è così. La memo­ria è un’altalena che da sola non parte. Ha biso­gno di spinte per fun­zio­nare, e le pic­cole spinte che il mondo esterno può rega­lare sono le scene quo­ti­diane e gli oggetti.
Quando la mente abban­dona il pre­sente e fa qual­che passo indie­tro, spesso non rie­sco a met­tere a fuoco un evento pas­sato. Mi capita soprat­tutto con i volti. Quando i visi per­dono i loro linea­menti sono gli oggetti che danno con­ti­nuità alle sto­rie pas­sate. Numeri tele­fo­nici scritti su biglietti sparsi, i casi di omo­ni­mia, le vec­chie scarpe e i vec­chi vestiti che tolgo dagli armadi quando fac­cio puli­zia.
Frugo nei cas­setti per cer­care una cosa e ne trovo un’altra. A volte i ricordi si affol­lano e si con­fon­dono come colori a tem­pera, se uni­sci il rosso e il bianco ne esce l’arancio. E non sono più certa della sta­gione in cui qual­cosa è acca­duto. Que­sta è la mia memo­ria.
Una cosa che insieme ritorna e sfugge…un con­ti­nuo sva­nire di ciò che è stato vera­mente, che poi riap­pare modi­fi­cato, non più reale ma veritiero.

Anche quella volta ero uscita di casa per fare una pas­seg­giata. Ero andata in cen­tro e mi ero infi­lata nelle pic­cole vie.
Vidi il nego­zio di un cal­zo­laio. Il cal­zo­laio indos­sava un grem­biule mar­rone e stava lavo­rando die­tro il banco, dove erano appog­giate scarpe spa­iate da ripa­rare. Bat­teva con un mar­tello un chiodo sul tacco di uno sti­vale, che teneva fermo fra le cosce. Altri chiodi li teneva ser­rati tra le lab­bra.
All’interno del nego­zio, c’era una vec­chia auto­mo­bile rossa, una 600. Il rosso della car­roz­ze­ria bril­lava, come se fosse stata appena acqui­stata o appena lavata. Inca­strata lì den­tro, l’automobile sem­brava di dimen­sioni più grandi rispetto a quelle reali. Era un gigante rac­chiuso in una pic­cola sca­tola .Una grande cosa den­tro ad una pic­cola cosa.
Non riu­scivo a stac­carmi dalla vetrina. Il cal­zo­laio alzò il viso. Mi guardò come se fosse abi­tuato a vedere per­sone stu­pite, ferme lì davanti. Mosse la testa a destra e a sini­stra per sgran­chirsi il collo. I nostri sguardi si incro­cia­rono e me ne andai scam­biando un sor­riso con lui.
Fu allora, pro­prio nell’attimo in cui ripresi a cam­mi­nare, che vidi la mia imma­gine riflessa nel vetro e mi accorsi che non sto­nava con le cose che c’erano nel nego­zio: il ban­cone, il cal­zo­laio, l’auto rossa. Era un insieme ordi­nato e per­fetto e c’era posto anche per me.




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     aprile 26, 2010 Pubblicato in Racconti -       Leggi Tutto
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